Narrativa e Drammaturgia: L’Opera di Samuel Beckett

Saggio letterario e filosofico.

Sommario del saggio, quale contenuto del libro.

Eric Bandini

Introduzione

Narrativa

Trilogia:   Molloy – Moran                                     

                      Malone muore

                      L’Innominabile

Murphy

Watt

Mercier e Camier

Teatro

  • Alcuni testi teatrali e radiofonici – Introduzione
  • Aspettando Godot
  • Finale di partita
  • Tutti quelli che cadono (scritto per la radio)
  • L’ultimo nastro di Krapp
  • Giorni felici
  • Parole e musica (scritto per la radio)
  • Commedia
  • Di’ Joe (scritto per la televisione)
  • Respiro
  • Non io
  • Quella volta
  • Dondolo

Introduzione

L’esegesi e la critica della produzione di Samuel Beckett è focalizzata sulla «“drammaturgia”», ma è opinione dello scrivente che la sua (di Samuel Beckett) intenzione originaria fosse narrativa e non drammaturgica (James Joyce è, in questo testo, un riferimento spesso citato e analizzato in relazione a Samuel Beckett, specie nella «Trilogia»), poiché i suoi primi sostanziali propositi e lavori sono romanzi, e solo in arrendevole conseguenza al rifiuto da parte degli editori Samuel Beckett ha mutato la sua creatività in “drammaturgia”, senza che nessuno avesse idea circa il coinvolgimento dell’autore medesimo nelle sue opere, coinvolgimento tanto narrativo quanto drammaturgico, poiché lo scopo letterario di Samuel Beckett è sempre il medesimo impostato originariamente sulla narrativa, Watt, Murphy, Molloy, eccetera, ovvero: Samuel Beckett quale possibilità unica di espressione, poiché nessuno può diventare qualcun altro. E d’altronde la sua drammaturgia non è meno beckettiana della sua narrativa, ovvero, il confine di sé medesimo nella medesimezza dell’essere sé medesimo; ove è evidente la nullità dell’inconcludenza che non elimina il nulla né evidenzia il qualcosa che intenderebbe nullificare. Sostanzialmente: “il” postmoderno.

Il lavoro letterario proposto qui di seguito, sostanzialmente una critica esegetica e interpretativa dell’opera di Samuel Beckett – da un punto di vista “narrativo” piuttosto che drammaturgico – espone una concettuale estimazione dell’opera complessiva dell’autore prospettata da una visuale direttamente “letteraria” piuttosto che drammaturgica, sebbene il teatro sia l’inevitabile antesignano della letteratura (esemplificando, si può avere teatro in ambito letterario, ma non si può avere letteratura senza teatro, poiché la letteratura “tout court” è teatro nella mente; l’autore di narrativa crea le coordinate letterarie per il lettore di narrativa [in sostanza autore e lettore fanno la stessa cosa da due punti di vista soggettivamente diversi], ciò è inevitabilmente teatro) in ciò la soggettiva interpretazione culturale e creativa di Samuel Beckett è da interpretare “umanamente” come un processo esistenziale produttivo ed espressivo di un autore che tentando di esprimersi si trascende, sebbene in ciò gli siano indispensabili due piani di rappresentazione. Questa duplice forma, che è inevitabile attività immanente nel pensiero umano in generale, verrà per quanto possibile posta in chiaro in questo scritto, ponendo in evidenza che da un punto di vista logico e assoluto, nessun esito giunge al suo esito (ciò è evidente, l’esito esige esiti da cui esigersi…). Da cui, anche, la doppia esegesi dell’autore oggetto di questo scritto: Samuel Beckett, nella sua duplice “formale” creatività di romanziere e drammaturgo, senza che nessuna delle due prevalga sull’altra, principalmente impostata sulla «“forma”» “narrativa”.

     Qualunque inizio è un inizio.

     Molloy, Malone (che muore…), l’Innominabile. In questi tre eponimi l’unico che li riassume è l’Innominabile, poiché ciascuno degli altri è referente all’Innominabile tanto quanto esso Innominabile riferisce degli “altri” che lo costituiscono quale nome che si nomina come Innominabile, che vale tanto contro il nominabile (Molloy, Malone, Moran, eccetera) quanto contro l’innominabile, condizione inevitabile della nominabilità come unico ambito e dato di fatto, che include appunto anche il suo contrario: Innominabile (la non-nominabilità esige la nominabilità tanto in positivo [nominabile] quanto in negativo [innominabile {il nome dell’Innominabile è Innominabile, quindi è “nominabile come “Innominabile”}, nome che si nomina come tale], poiché “il” nulla è sempre qual- cosa, e da ciò non si esce).

Un’altra questione che si pone: «Che cos’è un nome?» Esegesi liriche, in prosa, letterarie sotto qualsiasi forma, hanno già inchiostrato pagine (compresa questa stessa…) di elevazioni poetiche come di sognanti relazioni «quasi» logiche di “ancoraggio” significativo, il cui seme significante giacerebbe disponibile nella prossima e forse possibile interpretazione, la quale esigerà nuovamente e necessariamente, e forse (anzi per certo) anche obbligatoriamente, una nuova «esegetica interpretazione» che solitamente fa fede di sé stessa fondandosi su significati precedenti e ammiccando ad una prossima esegesi la quale eccetera. Nulla di nuovo; il significato significa significativamente, ossia entro i suoi stessi limiti significativi, che sono sempre entro altri significati.

Dunque «daccapo»: Molloy, Malone (che muore… [e chi mai vive in eterno?]) e quell’Innominabile che non desiste dal suo in-nominarsi, e per quanto senza nome definito (Mahood, Worm, Nessuno…) non si toglie dalla nominabilità. L’Innominabile si nomina Innominabile, per cui…

 Per restare all’autore, Samuel Beckett, ciò che viene a significare è un significato che obbligatoriamente necessita dei suoi alter ego (l’ego senza gli “alter” è una pura assenza), quali riflessi del suo medesimo essere, e in questo essere ogni certitudine (non si è usata la parola “certezza”, la quale è certa di essa medesima, benché non la dimostri [limiterò il più possibile questi neologismi, che comunque non escono dal nominare…]) è in assidua ricerca di una conferma che la renda a sé stessa come certitudine soggettiva, in quanto essente; che non è “essere” (ove “qui” si intende, sottintende, soprintende, eccetera, quel fantasma dello «essere» filosofico, il quale esige significati che sono [che sono significati… {«significati che sono… eccetera}… eccetera]… eccetera); eccetera. (la macchiolina dopo l’ultimo eccetera è un punto di fine frase, benché la fine non finisca, ovvero mera grammatica, relazione di sintassi, metodologia di significati che significano, eccetera (qui manca il punto “finale”, e non è un errore, come mancherà pure la parentesi “finale” di questa precisazione

Essere «essente» è essere “in corso”, come all’inseguimento del proprio significato, e nel corso di ciò essere è sé medesimo nell’altro da sé, dove in questo “altro-da-sé” non esistono ugualmente confini essenti “in-sé” a determinare alcun essere come qualcosa di de-finito. Il definito rende implicito il definire, che non è l’essere, in quanto «essere» è amorfo e senza soggettività (Io e “altro-da-Io” sono «essere» indifferentemente). Questo argomento può essere tirato in lungo finché si vuole poiché, com’è facile intuire, esso non ha né inizio né fine.

Dunque, Molloy-Malone-Innominabile, apparentemente “triadici”, formano un ambito riflessivo (entro detta “triadicità” [altro neologismo per evitare significati pre-disposti…]) in cui ognuno di essi è uno o più valori per ciascuno dei componenti di questa “triade” (indefinibile [o essente entro sé senza definizioni-significati che non provengano dall’estensione in essere della triadicità medesima {e qui l’indeterminatezza – o filosoficamente l’infinito – è indicata, per quanto non illustrata…}]), il cui esito razionale e «ultimo» (o meglio, infinitamente penultimabile per quanto fra parentesi qui precedentemente…) è l’Innominabile, in quanto ogni e qualunque nominabilità rinvia necessariamente a nomi e significati che si rapportano e si relazionano come esseri “altri” per riferirsi significativamente.

È un gioco immediato, inevitabile e (apparentemente) facile, poiché non ha alternativa, e l’apparente alterità del significato sorge e giace nel significato medesimo che lo pone e lo colloca come oggetto a fianco di sé medesimo (poiché “significare” è sempre un atto che esce dal significato come un nuovo significato, non esistono “significati” predisposti, e nessuno significato può sovrapporsi esattamente “al” significato…) in un ambito significativo che non ha altra opportunità che essere autoreferenziale, o meglio tendenzialmente tale senza mai compiersi, poiché la deposizione del significato è sempre un altro significato. Sostanzialmente non ci sono significati “fuori” dal significato; ciò è già un ambito «Molloy-Malone-Innominabile».

 Posto ciò (per quello che può essere posto, ovvero «in» significato…), siccome non esiste altrove (“essere” è il «qui & ora» senza alternative) la “trilogia” deve necessariamente «trilogizzarsi», poiché fuori da essa stessa non è più (notare che la copula manca del complemento oggetto cadendo nell’avverbio comparativo/quantitativo indefinito, poiché non esiste alcun “fuori”). O più generalmente, considerato che (il/un) fuori non esiste, si rende indispensabile una referenza concettuale che è obbligata a «trovare» sé stessa come conferma di essa stessa per sé medesima, e ciò non ha un seguito e un altrove, né tanto meno un luogo-tempo relato da un momento-spazio; essa n-logia deve riferirsi e riferire come essere in sé, per cui «Molloy-Malone (vivo o morto, indifferentemente) e l’Innominabile» sono il medesimo ambito di sé medesimi uni e trini, ma più verosimilmente n-molteplici, senza che “vere” (?) identità siano necessarie o necessariamente riferibili come valori stanti “per sé”, che di fatto non esistono.

Sebbene la Trilogia parta da Molloy ciò che percorre la terna letteraria è, di fatto, l’innominabilità, per cui “L’Innominabile”, che testualmente rappresenta la chiusura della prosa nominalmente “triadica”, è l’elemento trascinante e focalizzante di un senso la cui forma esprimibile giace sempre nella prossima nominabilità.

Secondo la cronologia editoriale (Les éditions de minuit) Samuel Beckett ha pubblicato, e verosimilmente scritto, nell’ordine: 1) Molloy, 2) Malone muore, 3) L’Innominabile. Ma appare logicamente evidente che senza la innominabilità, che è la possibilità negativa di nominare un nome (logicamente: negare un nome significa averlo posto precedentemente come nome…) nessun nome sarebbe “nominabile”, per cui il “nome” appare-esiste senza che codesto “nome”- “significato”- “nominare” giunga ad avere “una” corresponsione nome=significato, per cui L’Innominabile forma ed è l’estremo sunto di ciò che lo ha preceduto (letterariamente…) senza porvi fine; anzi, di fatto riagganciandosi all’inizio (Molloy, escluso Moran, testualmente è un paragrafo unico come lo diventa L’Innominabile in un lungo paragrafo […{…finale…}…] di molte pagine). Indifferentemente: Molloy, Moran, Malone, Mahood, Worm, eccetera. O estremizzando: nessuno può uscire da sé stesso.

Si anticipa che “chi” volesse trovare e/o determinare gli estremi di una narrativa (narrante) ordinaria, con soggetti-personaggi “personaggeschi”, e/o ambientazioni luogo-tempo turisticamente confrontabili, farebbe meglio a rivolgersi alla narrativa “commerciale”, leggasi: thriller, crime-fiction, pulp, romantic, love stories, eccetera. Ciò di cui «“narra”» Samuel Beckett è «“la”» narrativa come forma narrante della narrazione. Non c’è trama di luoghi evento e non c’è il «“quindi”» letterariamente collaudato a chiudere in epilogo la narrazione di cui essa “narrativa” intende narrare collocando luoghi ed eventi in uno spazio-tempo turistico percorribile dal pensiero nei significati significanti e inscatolati nelle parole che significano.

 Per quanto all’apparenza «paradossale» (… e ciò è proprio la sua “forma”…) il testo triplice di Samuel Beckett smuove una identità che sebbene non-apparente (in effetti “è”… [essere è l’assenza/negazione di sé che “si” percepisce nella soggettività come «affermazione della negazione» {il nulla è sempre qualcosa, e da ciò non si esce}]) è in concreto indeterminabile, da cui l’Innominabile; pertanto si propone qui sommariamente una lettura inversa (o apparentemente tale, in quanto un verso di fatto non esiste [spazio e tempo sono relazioni, non “dimensioni”]) che parte dalla Innominabilità a ritroso in un ambito non de-finito, né de-finibile, entro cui nomi collocati, come Molloy, Moran, eccetera, trovino un riflesso indicativo della loro essenza, la quale, senza chiudere alcun significato, rimandi/rinvii ad altre de-finizioni che Samuel Beckett pone in atto quasi indefinitamente a perpetuare un riflesso “innominabile” che trova la sua in-definibilità «“esattamente”» nei nomi che narrativamente vengono posti, poiché nessuno può uscire da sé stesso.

Storia non è mai “storia”, ma sempre e solo narrazione, la cui significatività giace nel senso e non nella oggettività storica, la quale non esiste nemmeno (… se esistesse esisterebbero le “cose-in-sé” come oggetti “cose-in-sé” con i loro bei significati eccetera…); per cui in ambito narrativo “storia” è descrizione di un sé che si esprime come fulcro di sé stesso, il cui nome è di fatto “innominabile”. Ciò che si è lo si è senza nome (o indifferentemente da esso, che comunque arriva dopo, quando l’essere “è”, per cui si può conseguentemente identificare nominalmente, vuoi anche tramite simbolo, segno, suono, eccetera), ovvero conseguentemente ad un nome-significato a cui si intende, volenti o nolenti, aderire (il cervello, quale senso principale dell’essere, non “sente” mai di essere l’attività di sé medesimo; sé medesimo nell’altro da sé incluso…); così che l’Innominabile è sostanzialmente l’inizio “nominabile” di ciò che “l’essere” intende (-rebbe) essere (essere e non-essere “nel concetto logico” «sono» entrambi…); ma il nome e la sua nominabilità sono tutt’altra cosa dall’essere, che in quanto tale è senza nome. Non esistono nomi già pronti e/o predisposti per essere nominati.

Testualmente nella Trilogia di Samuel Beckett si rileva una specie di chiusura/continuità nella forma testuale dell’inizio, “Molloy”, e nella forma testuale della fine, “L’Innominabile”, che da pagina 338 (edizione italiana Einaudi CDE) forma un unico paragrafo fino a pagina 464 quale pagina “finale”, ciò che richiama la continuità testuale di Molloy, posto in un unico paragrafo da pagina 5 (edizione citata) a pagina 98, dopo la quale inizia la narrazione di Moran. O letterariamente, il testo continua entro sé stesso nel ciclo di sé stesso.

Si può ipotizzare che Molloy e L’Innominabile abbiano la medesima identità o tratti molto comuni, ma più genericamente è possibile affermare che per avere una identità è necessaria una continuità nella diversità, da cui “la” forma, che è l’aspetto meno definibile dell’essere (in quanto è solo pensato dall’essere, non essendo le cose “in sé”…), e la sua continuità, che è la sfida della speculazione (nella vana ricerca dell’esito fra “nome” & “significato”). Essere «sé stessi» significa, e ciò posto come ambito di significato la tenzone della sfida è ambientata: essere significa essere sé stessi entro e contro altro; sé medesimi inclusi.

Essere è un ambito soggettivo assoluto in cui la soggettività crea la propria identità-uguaglianza verso e contro l’alterità che logicamente e necessariamente è e si oppone tanto all’altro da sé quanto al suo stesso essere, poiché non esiste altrove dall’essere. In ciò emerge, non visto e non visibile, né tanto meno identificabile, la uguaglianza di fondo (l’assoluto “essere uguale con sé” [molto sommariamente, e in riferimento a Hegel, l’essere e il nulla sono lo stesso nello stesso; da cui il nulla è sempre qualcosa…]) sulla quale la diversità si identifica come “un” essere-per-sé (essere X (per) sé X (per) altro X (per) sé … indefinitamente nell’essere…), cioè essere soggettivo, e ciascuna soggettività è un “per-sè” che non esce dall’innominabilità da cui ed entro cui cerca di forgiare la propria identità.

Si dà lo iato fra Essere (l’assoluto e universale ambito “essere”) ed essere (la soggettiva ricerca di identità nell’Essere) come Identità in proiezione di sé, che sono la stessa cosa nella cosa stessa che dirime sé medesima: nell’Essere come assoluto immanente, nell’essere come soggettività percettiva entro Essere. L’essere come identità necessita di un ambito spazio-tempo in cui l’Essere divenga una possibilità logica di limiti nominalmente costituiti che determinano l’essere sé stessi contro un fugace Essere-Tutto che non chiude mai il suo ambito, poiché esso è espressione-ambito dell’essere sé stessi nell’Essere (spazio e tempo non sono dimensioni ma relazioni, che il pensiero ha evolutivamente edificato in strutture allocabili al concetto per rapportarsi al reale percettivo sensibile e ugualmente inevitabile: essere è nell’Essere assolutamente quale reciproco, che speculativamente esige costituzione di confronto: spazio & tempo, appunto, quale edificio dimensionale [e puramente concettuale…] entro cui l’essere si rapporta all’Essere, che sono lo stesso nello stesso…). Qui la sfida logica è imposta, piuttosto che impostata; essere nell’Essere non ha alternative.

In merito a quanto qui precedentemente, posta una “continuità” (e forse anche identità, poiché essere è necessariamente e soggettivamente essere qualcosa…) fra l’Innominabile e Molloy, sebbene il circolo non si chiuda – poiché “il” significato è sempre un rinvio di sé stesso –, la continuità/ambito è letterariamente instaurata, ed appare indifferente che Malone muoia, cosa d’altronde comune nell’Universo, in cui la vita cosiddetta eterna è un fattore speculativo soggettivo la cui congruità soggiace a verifiche diagnostiche e/o inquisitive, come p. e. da parte di Moran, con referente superno (?), la cui affidabilità appare secondaria all’esito delle indagini; ciò che rinvia all’insanabile aporia «Essere-essere» “sé-stessi”, in cui l’Essere e il “sé-stessi” (notare gli articoli determinativi) non coincidono e sono e restano in attesa di un esito che ovviamente non può che provenire dall’Essere, o inversamente dall’essere nell’Essere.

È inevitabile l’associazione/estensione di linguaggio/espressione nella forma narrativa (qualunque [e posto che è di letteratura di cui qui si tratta e che è un saggio letterario…]), ed è evidente, per quanto non immediato o facilmente intuibile, che “Linguaggio” è un oggetto che include sé stesso “Linguisticamente”, da ciò non si esce; o per dirla diversamente: «Per fare un discorso di senso compiuto occorre prima compiere il discorso», l’auto-riferimento è implicito.

Da cui, “beckettianamente”, Molloy-Malone-Innominabile sono e costituiscono la medesima “persona” (?), la cui innominabile identità giace nel riflesso reciproco dell’espressione-linguaggio, ovvero entro sé medesimo/i (cioè Molloy-Malone-Innominabile e i loro plurimi riflessi esistenziali Moran, Mahood, eccetera), la cui innominabilità trae “nome” dalle evocazioni estrinseche come di Gaber o di Youdi (un nome interessante, che potrebbe ri-suonare “you-did” [v. oltre {in alcuni scritti inerenti l’opera e la vita di Samuel Beckett sono state avanzate ipotesi di corrispondenze Youdi = termine francese allusivo agli ebrei, o anche Youdi = Yahvéh; queste ipotesi vengono qui ignorate e scartate come incongrue e nel corso di questo scritto si propone una relazione intrinseca all’opera, e non al “nome”}]), oppure Mahood-Worm. Giusto per porre un inizio, “identità” non è un nome, il quale in quanto “nome” dovrebbe fare riferimento a una nominabilità costituita (Linguaggio…) o una costituzione ufficiale in istituzione, la cui burocrazia esige un documento emesso dalla burocrazia medesima, ed è evidente che in ciò l’identità, come uguale-con-sé, è perduta inesorabilmente e inevitabilmente, perché se l’uguaglianza di-e-con-sé è emanazione di “altri” (la burocrazia, p. e.), allora nessuna identità è possibile, poiché necessariamente soggetto e burocrazia, sono due cose distinte; tralasciando lo iato Linguaggio/significato. Non essendo qui “la” burocrazia l’oggetto né l’argomento, tutto ciò si trasferisce, “beckettianamente”, sulla forma del Linguaggio, che è l’aspetto significativo in cui Essere e essere-significato si rinviano reciprocamente e indefinitamente i valori che reciprocamente “li” de-finiscono.

Ciò che viene definito, letterariamente, “trilogia” in riferimento a Samuel Beckett, è di fatto una monografia il cui aspetto trilogico è spezzato in molteplici riflessi che avendo una estensione soggettiva nominale (necessariamente, poiché “Linguaggio” è espressione e narrazione), la cui essenza è estensione/inclusione di altri nomi (come Molloy-madre, Moran-figlio, Gaber-Youdi, Mahood-Worm, eccetera), non chiudono mai – i molteplici riflessi soggettivi –, comunque “su” ed “entro” sé stessi, quella de-finizione che dovrebbe stabilire una unità soggettiva, così che tri-logia è un termine n-logico di riferimenti la cui chiusura non esiste, non è mai esistita, né mai esisterà.

Tuttavia, essendo l’essere sé stessi inalienabile («Questo luogo fu fatto per me ed io per esso» [Innominabile, pagine 329 edizione citata]) il rinvio significativo di “sé-stessi” come essere-sé-stessi è improcrastinabile, e assolutamente inevitabile, poiché l’Essere “è”, ed è sempre sé stesso nella forma di ciò che esso «Essere-essere» determina nei raffronti di sé, ovvero altro da sé.

Eric Bandini

OTIUM OMNIA VINCIT