Elogio della noia (1)
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Abituato al succedersi degli eventi attorno a sé, pro o contro sé, l’essere umano si è sempre pensato interprete di una realtà che coltiva nella sua mente con aspettative di reazione positive o negative, ove nell’assenza di queste il vuoto temporaneo causa o può essere portatore di noia, disinteresse, negazione di se stessi come apparentemente non più attivi al/nel mondo, il quale sembra non volere più fornire segnali o suggerimenti che stimolino la propria presenza a sé, e dove questi accadono possono apparire come una sequenza ripetitiva, quindi “noiosa”. La noia come ristagno del presente senza apparenti possibilità di un futuro distraente che istighi i sensi come la percezione di nuove novità che sopravanzino quelle vecchie in modo che rendano l’idea che esso (l’essere umano) sta andando da qualche parte, che proviene ed è diretto. La ripetizione e/o il ristagno o l’assenza di nuove novità generano o possono generare noia, così che il pensiero si fagocita nella ricerca di un altrove che sarebbe (è) sempre e comunque dentro se stesso.
L’essere umano cerca emancipazione, libertà, espressione di sè e ricezione di ciò che è altro da sé; nella noia il desiderio cessa di essere tale, desiderare come assenza di sidera, le stelle da cui trarre auspici sottratti dalla privativa de-, in quanto ripiegato su se stesso nella noia percepisce un presente che si ostina a presenziare, che ristagna, poiché privo di segni (sidera) esterni (al presente [che lo rendano nuovo {in definitiva, passato}]), che lo sollecitino, lo spronino al nuovo che questi stessi segni (sidera, che sono essi stessi elementi del pensiero) gli propongono o gli promettono. Nell’assenza di queste promesse, anche le più minacciose, l’essere umano può sperimentare noia quale elemento totalmente negativo dell’esistere, quasi un’assenza vivente. La noia è ciò da cui si fugge nell’aspettativa di qualcosa che abiliti i sensi a nuove esperienze, in genere senza il calcolo delle conseguenze o con approssimazione delle prospettive e rinvio a un tempo incognito, ove il tempo diventa quel contenitore interiore invisibile dove gli spazi del pensiero si misurano reciprocamente nell’intima esperienza o ricerca di uno stimolo di una realtà che è garantita dai sensi, i quali sono le estensioni “tattili” del pensiero. La noia è come una continua misura di questo spazio temporale interiore, l’impressione che nell’apparente costanza di esso nulla accada, o che, più semplicemente, nulla di interessante accada.
Con l’incedere del progresso, della scienza della cultura e dello spettacolo che tutto ciò (l’aspetto esteriore di scienza e cultura) costituisce, l’aspettativa del nuovo è diventata sempre più incalzante e sollecitata/auspicata in modo tale che la noia è divenuta il contenitore di eventi ripetitivi e riempitivi dello spazio mentale con la produzione parossistica di elementi di intrattenimento le cui pause sono state riempite dagli spazi pubblicitari, che sono i nuovi deputati della noia, ma più divertenti (e oggettivabili dalla mente che li può additare come un disturbo e quindi, volendo, può evitarli ma senza togliere la noia, che non è davvero oggettivabile), senza rendersi conto che il vuoto della noia è apparentemente scomparso sopraffatto dai riempitivi, i quali ora costituiscono o possono costituire elementi di noia senza più lo spazio di una noia originaria, primigenia, col suo vuoto naturale.
Per comprendere questo “vuoto naturale” della noia è sufficiente pensare alla propria infanzia, e se qualcuno ritiene di essere da sempre troppo adulto per averne avuta una può farsene un’idea pensando alle parole di Paolo Conte: «…cerco un po’ d’Africa in giardino / fra l’Oleandro e il Baobab…»; quel vuoto, quell’assenza di riscontri dal mondo che è immaginata in soggettiva prospettica e fantastica era/è il vuoto creativo del pensiero stesso, pensiero originario di una pagina bianca in cui l’infanzia ha cominciato a scrivere il mondo, è il vuoto creativo del pensiero stesso, il nulla da cui esso si forma e che abita da sempre. L’infanzia è in contatto diretto col mondo senza esserne consapevole, è il vuoto che si riempie della propria crescita, un nulla che prende forma e che al contempo non cessa di essere nulla.
Nella forma adulta il riscontro oggettivo prende il sopravvento, necessariamente, poiché occorre provvedere al proprio sostentamento, e la noia diventa la negazione di quei sidera (de- privativa di sidera, ossia senza segni che indichino, istighino [de-sidera, de-siderio, ecc.]), i quali in quanto de-siderati si trasformano in riscontri oggettivi della mente e rappresentano un tutto nel quale la noia è solo un insieme di sidera negativi e non più quel nulla in essere che l’infanzia poteva riempire di ogni fantasia. La noia che sperimenta un adulto contemporaneo è un insieme di segni negativi che impediscono la visuale di quel nulla creativo della noia originaria; l’Universo non produce alcunché, non realizza intrattenimento, non specula, non ha pause pubblicitarie, non fa pagare nulla e mette a disposizione uno spettacolo unico e irripetibile, o ripetibile con noia al cinema o alla TV.
Eric Bandini © 2016
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