Il luogo del concetto

Questa è l’introduzione di un saggio filosofico pubblicato in formato elettronico (Attualmente disponibile su iTunes e su Amazon), il titolo è «Il luogo del concetto»

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La vastità concettuale del pensiero non può essere racchiusa in un testo, tuttavia essendo il pensiero senza limiti è possibile per chiunque pensare e creare, fermo restando che una vera critica e correzione di se stessi sono sempre il più difficile compito, che con licenza grammaticale si potrebbe precisare nel più impossibile compito, spesso scavalcato dal desiderio di un risultato, di un traguardo raggiunto. Tramite il mezzo, per esempio la scrittura, si cerca di produrre un messaggio e in questo scritto il fine, il mezzo e il messaggio sono la stessa cosa, ciò che in generale potrebbe dirsi di qualunque scritto ma qui si cerca di andare oltre; volendo sintetizzare con un aforisma «il pensiero è il fine e il mezzo di se stesso», ciò senza presunzione, poiché ciascuno lo può sperimentare da sé.

C’è un’affermazione che ho letto non ricordo più dove, comunque riportata e ripetuta altrove e più volte, ed è un’affermazione molto lineare «la filosofia è sempre storia della filosofia», ciò è vero sempre e comunque e non solo nel campo della filosofia; c’è sovente una tendenza a dare come acquisiti concetti fondanti laddove il pensiero, che è mezzo e messaggio in sé e per sé, non può davvero trascendere o assumere come degli “a priori” elementi concettuali che non siano già oggetto del pensiero per quanto non nella luce della sua attenzione, così che il mezzo viaggia nel messaggio e viceversa fondando continuamente se stesso nella conoscenza storica di ciò che il pensiero è in sé e per sé come di ciò che esso è di fronte al mondo che sperimenta.

Lo sguardo filosofico ha generalmente cercato nell’esperienza della vita una unificazione che rendesse giustificabile l’irrazionale che il pensiero percepisce nella caotica sovrapposizione della vita con la vita, ciò è sempre stato vero anche quando la filosofia propriamente detta nemmeno esisteva e la Storia era qualcosa che raggruppava gli eventi per la conoscenza del mondo circostante in relazione all’esistenza individuale o collettiva; in quei lontani momenti il mondo appariva frantumato in poteri divini che circondavano l’essere umano, il quale, per tramite del suo stesso pensiero, ne costituiva il collettore soggettivo dei fenomeni come delle loro relazioni, questo era il Mito, il rapporto dell’essere umano con le potenze del Cosmo e la soggezione ad una vastità che conteneva le opportunità della sopravvivenza come quelle dell’annientamento. Ciò doveva apparire stupefacente e terribile, come il mondo davanti allo sguardo di un bambino. È occorso che il pensiero intraprendesse una inconsapevole evoluzione che senza farlo uscire da se stesso lo ponesse in una condizione in cui la vastità gli mostrasse ciò che era in relazione a ciò che è nell’ambito di quella vastità, che non ha mai cessato di essere tale, vasta, universale e immutabile in sé, per quanto il pensiero vi abbia edificato la propria struttura.

Il percorso di questo scritto, articolato in quattro capitoli e un epilogo, è un’immagine narrativa e concettuale del sentiero storico del pensiero considerato sotto un aspetto filosofico e logico relativo al mondo occidentale che conduce a un rifondamento della filosofia ponendo in atto quella rivoluzione copernicana di Immanuel Kant che era un prodotto sospeso sull’«a priori». Il vero innovamento è stato portato da Hegel, e detratto il fatto che un essere umano è legato al suo tempo si può filosoficamente ipotizzare che forse Hegel sia vissuto e si sia espresso troppo in anticipo per i concetti da lui elaborati e forse non bene intesi dai suoi allievi, i quali restavano ancorati, seppure in disaccordo, alla relazione kantiana soggetto-oggetto, nella quale entrambi (soggetto e oggetto) sono oggetti distinti della mente nell’attenzione della mente, così che la soggettività cerca nell’oggettività la conferma di se stessa con un rimbalzo continuo fino a generare il dubbio dell’irrazionalismo, che è stato un dibattito filosofico interno alla filosofia tra la fine del XIX secolo e la metà del XX.

Chi scrive qui non è un accademico, né possiede diplomi di una “certificata” conoscenza al riguardo; concretamente filosofo è ognuno e ciascuno, la realtà della vita forgia il pensiero sotto la propria responsabilità, che non è mai immune dall’errore o dalla possibilità di questo. Per l’ampiezza degli argomenti trattati è verosimile che vi siano delle imprecisioni e dei riferimenti storici non perfetti o direttamente inesatti, non si vogliono anteporre scuse, ciò che è scritto è scritto, quello a cui punta questo testo è contenuto nell’ultimo capitolo preceduto dalla necessaria esposizione esplicativa oltre che narrativa, poiché il pensiero non è un risultato, ma una narrazione continua di se stesso, in se stesso e per se stesso. Il luogo del concetto, definizione che vale come mezzo per dare un ambiente al messaggio, non può essere privato di tutto ciò che lo sostiene, così che Roma e il suo avvento, la Grecia e i suoi filosofi, lo sviluppo letterario moderno e postmoderno, non sono solo introduttivi ma sono costitutivi del concetto e del suo luogo, che è il pensiero nel momento e nel modo in cui si pensa.

La “ragione”, sovente in questo scritto denominata con due distinte accezioni come “ragione” dell’individuo contrapposta alla “Ragione” quale contesto dell’agone esistenziale, ha assunto a grandi linee l’aspetto di un diritto normativo entro il quale fare valere ragioni, e semplicemente considerando la ricorsività in questa frase della parola “ragione” si può cominciare a evincere come ciò sia un ambito, un luogo del concetto che non ha un altrove, poiché fuori dalla Ragione non esistono ragioni, e questo ambito è generato e sostenuto dal pensiero quale ente assoluto in sé, nel bene come nel male. Nonostante la tendenza di Ragione a speculare per concetti o compartimenti logici il pensiero è un pieno assoluto di sé e del mondo e non ha pause o vuoti o interruzioni o settori che non siano oggetti del pensiero in questo “luogo del concetto” che è il pensiero in sé. L’essere umano non è “nel” mondo, ciò che sottintenderebbe la possibilità di un’uscita, l’essere umano è “del” mondo quale costituente indissolubile da esso senza un altrove, la preposizione articolata “del” è solo un’apparente distinzione soggettiva-oggettiva della percezione di sé nella ineliminabile necessità di vedersi pensati in sé come nel mondo, è un infinito gioco di specchi le cui immagini, come gli specchi stessi, appartengono al pensiero in sé nella sua relazione al mondo di cui è costituente.

L’oggettivazione dell’individuo, come della sua anima o psiche, rende l’irrazionale del rapporto “oggettivo” soggetto-oggetto come elemento e/o ambiente scientifico, e quando l’anima o psiche diventa oggetto (e obiettivamente non può darsi diversamente poiché il pensiero non può uscire da se stesso) si trasforma in un elemento che costringe l’individuo come una burocrazia del pensiero, in definitiva l’anima o psiche siamo noi stessi “là fuori” nel reale, che è il pensiero stesso in azione, poiché il pensiero è l’unica realtà e soggetto/oggetto ne rappresentano la dimensione; il pensiero non può che pensarsi (soggetto) in relazione al pensato (oggetto), incluso se stesso. L’estrema semplicità di ciò combatte con le complicazioni sia del mondo, come percezione di caos nel quale inserirsi, sia del burocratico mondo istituzionale, che altro non è se non il caos precedentemente “ordinato”, non senza errori, manomissioni, sopraffazioni, arbitri, ecc.. Si sarebbe indotti a pensare che la soluzione potrebbe essere quella di “fare ciò che va fatto”, ma il fare è ciò che deve coincidere sulla base del “fatto”, nel quale andrà a cadere come compiuto, svolto, “fatto” appunto, e quindi la scelta del bene e del male, che sono i punti di vista del fare, ricade inevitabilmente nel pensiero quale autore di sé stesso come della “sua” realtà. Se nel periodo epico della filosofia (i presocratici, Socrate, Platone, e Aristotele) l’essere è stato trasformato in oggetto e ha continuato a esserlo per oltre ventiquattro secoli, l’atteggiamento speculativo della psicologia propriamente detta ha trasformato il soggetto, l’Io, nell’oggetto della mente con caratteristiche definite dalla Ragione, e i simboli soggettivi, che prima appartenevano al mistero o a una riservatezza individuale sono divenuti uno strumento di indagine oltre che di omologazione, e non è dato sapere quale, fra l’omologazione e l’indagine, venga per prima, così che l’anima non è più il soggettivo riconoscimento dell’infinito nel quale l’essere umano si confronta col mistero, ma è un elemento foriero di norme e di regolazioni in cui l’essere umano è tracciato e sobillato a una normalità che pur non esistendo forma l’ambito del pensiero. Si può obiettare che ciò è sempre esistito (vero, ma non nella stessa maniera), ciò che è intervenuto irrimediabilmente è la fine della Storia quale ambiente di possibilità “nel” mondo. Una volta “posseduto” il mondo (contabilizzato, cartografato, parcellizzato, valutato, sfruttato, ecc.) all’essere umano non resta altro confronto che quello diretto col suo simile in un mondo che non consente più spazi alternativi per tempi storici differenti e l’attività umana ha richiuso entro se stessa quella lotta col “reale” che prima avveniva “nel” mondo quale ambiente di vita e da conoscere. Ora per quanti eventi differenti accadano in differenti paesi del mondo le conseguenze sono diffuse e percepite a livello globale senza che le decisioni degli umani possano cercare alternative in un “altrove” del mondo stesso; la Storia ricade immediatamente nell’umano. La Ragione fagocita l’essere umano a soluzioni che non hanno più un confronto col mondo, il quale è dato per conosciuto e scontato come “ambiente”, che sottintende un’acquisita conoscenza e delimitazione nonché padronanza, e l’essere umano opposto al suo simile nell’ambito della Ragione trova molta difficoltà a produrre le sue ragioni, le quali hanno comunque necessità di uno spazio disponibile che non esiste più. Ogni centimetro quadrato sulla terra ha un padrone, una collocazione spazio-temporale, una dimensione catastale con relativo riferimento normativo, ciò che resta è l’uomo contro l’uomo senza più spazi disponibili per la Storia, che non è il narrare.

In materia di fatto la Storia è l’incedere dell’uomo nel mondo, e quando questo (il mondo) ha esaurito gli spazi l’orizzonte storico si è chiuso sull’essere umano fagocitato contro se stesso senza possibilità di un altrove nel mondo; non c’è più una frontiera, un nuovo mondo che apra possibilità alla Storia come concetto di “avanzare nel tempo”, ciò che sostanzialmente è la Storia; finito lo spazio il tempo si è curvato sull’essere umano, il quale si è accorto di essere un Io a suo scapito contro altri Io, e ogni attività umana deve trovare in questo confronto diretto le risorse di una vittoria che altro non è che la sopravvivenza, e piuttosto che essere estratte dalla natura queste risorse sembrano strappate all’essere umano.

Negli aspetti del confronto pensiero-realtà quest’ultima si presenta come una oggettività che riverbera una funzione meccanicistica, e questa funzione nell’ambito umano assume l’aspetto di una macchina invisibile che produce cause e ragioni come le conseguenze che producono altre cause e altre ragioni: in qualunque situazione gli umani riproducono questa macchina senza potersene astenere dal contribuirvi, poiché ciò che è pensiero è sempre ciò che è reale per il pensiero stesso, errori inclusi, così che la funzione e il prodotto di questa macchina sono e costituiscono l’ambito del pensiero stesso come il pensiero in sé.

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Eric Bandini – 2016