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Lo spazio del tempo

Articolo di Eric Bandini

Copyright Eric Bandini (ericbandini.com) 27/04/2026

Immagine simbolica che rappresenta il concetto di tempo e spazio, con una clessidra al centro, figure mitologiche e elementi astronomici come pianeti e una sfera armillare.
Immagine generata da I. A.

Dov’è finito il tempo di quando si aveva tempo?

I futuri di una volta non esistono più, c’è solo un presente unico e inesorabile che si abbassa a chiudere ogni orizzonte come una pressa al rallentatore.

Ciò che si può fare oggi è meglio farlo oggi, perché il futuro di domani è già incluso nel presente, e «oggi» è già un presente da calendario, come un almanacco del giorno stesso.

Quando il tempo era uno spazio si poteva collocare il «faccio questo lì», «faccio questo là», e le “cose da fare” parevano avere spazio nel tempo, che appariva come un ampio, largo, immenso «passato – futuro», dove l’esistenza presente appariva come dimenticata, proiettata, protratta indefinitamente in quello spazio del «da fare».

Illustrazione vintage che rappresenta un futuro immaginario, con figure di robot, un'astronauta, razzi spaziali, elementi di fantascienza e ingranaggi, tutti intorno a una figura centrale femminile che tiene una torcia, incastonata in un paesaggio fantastico.
Immagine generata da I. A.

Ora, l’esistenza è sempre presente, ma lo spazio non ha più tempo; il presente incalza, assiduo, inesorabile, e le «cose da fare» proiettano ombre troppo grandi per lo spazio che il tempo concede, e il presente dice “Presente!”, e non c’è più lo spazio per il futuro di una volta, solo quel mucchio di spazio passato, che implacabile non passa, ma resta; anch’esso vittima del presente assoluto.

Si è sentito dire, e si sente dire «Voglio diventare qualcuno», come se fosse possibile diventare qualcun altro, ma il tempo di quello stesso spazio si richiude sull’uno, non su qualche. Il tempo è preciso. esatto come lo spazio che occupa; infatti il presente è sempre presente.

Illustrazione che rappresenta un ragazzo che sogna di diventare qualcuno, circondato da figure storiche e professionisti, tra cui astronauti, scienziati e artisti, con il testo 'Voglio Diventare Qualcuno' al centro.
Immagine generata da I. A.

Una ottimistica prospettiva descrive ciò come la Provvidenza, la quale non è l’INPS dell’esistenza, ma è la inesorabile inesorabilità dello spazio che si puntualizza con precisione assoluta nel tempo (in termini assoluti, e in purissimo esempio metaforico, una particella “sa” cosa fare, così come un animale “sa” cosa mangiare, eccetera; la realtà non è dominata, è intelligenza Unica di cui si è parte, e che è razionale [intelligente] di sé, con sé e per sé, senza altro dove né altro quando), il quale – il tempo – nemmeno necessita di esattezza, poiché il presente è sempre presente, e «spazio» & «tempo» nemmeno esistono in sé, sono costruzioni esistenziali speculative per allocare le costruzioni esistenziali speculative (se questa frase può sembrare ripetitivamente incongruente il lettore può provare a collocare «la classe di tutte le classi che non appartengono a nessuna classe»).

Essere, soggettivamente, non è un hobby, non è un atteggiamento, o una moda, o una cultura; essere è ciò che (si) è adesso, passato & futuro inclusi, e il presente provvede inesorabilmente alla sua presenza assoluta.

Un uomo preoccupato rinchiuso in una gabbia dalla forma di un volto umano, con ingranaggi sullo sfondo e simboli di sofferenza come manette, farmaci e un orologio.
Immagine generata da I. A.

Illusoriamente nello spazio di questo tempo nulla è da buttare, né si può buttarlo, perché nulla è; infatti il nulla è sempre qualcosa, quell’indefinito e indefinibile che pervade il presente mostrando la sua ineluttabile presenza a cui l’essere non può dire di «non essere», perché il «non essere» è essere del «non essere».

Non è questione del carpe diem, che per i romani andava alla perfezione; nel presente “presente” ciò che si può afferrare è solo il ritorno di ciò che ci si è messo, o che qualcun altro ci ha ficcato per te, come una trappola. O, nel caso, di vera creazione soggettiva; nel bene come nel male, poiché tutto è uno, e uno è tutto.

Un'illustrazione che rappresenta una donna seducente che sorseggia un bicchiere di vino, circondata da simboli di festa e rischio, come dadi, una clessidra e un teschio. Il titolo 'Carpe Diem' è visibile in alto.
Immagine generata da I. A.

Così: Niente è da buttare via, la luce, l’aria, le ore che si inseguono (nel presente). Calma bellezza, profonda voluttà del tempo e dello spazio, come dello spazio del tempo: il presente.

Eric Bandini

Paradosso di Olbers – Una spiegazione.

Articolo di Eric Bandini – Copyright 2025

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02/11/2025

English version

Il cielo di notte è buio. Lo sanno anche i bambini. Ma perché “di notte” è buio?

Tale argomento, per quanto noto e banale, prende origine da una questione sollevata da un medico e astronomo tedesco, Heinrich Wilhelm Olbers (1758 – 1840), il quale ipotizzò una domanda: «In un Universo infinito e statico, le stelle più distanti dovrebbero “riempire” il gap luminoso delle stelle più vicine, ma siccome il cielo di notte è buio questa assunzione, o è falsa, o è indimostrabilmente vera.»

Figura 1

La domanda non è senza complicate versioni possibili, né senza complicate possibili risposte, e pone degli assunti “possibili” e tutt’ora in attesa di «”dimostrazione”», di cui qui non si farà menzione. Si pongono comunque alcuni punti “base”.

1. Indipendentemente da «che cosa è la materia» essa materia nell’Universo è in quantità estremamente rarefatta; si suppone che gli spazi più vuoti dell’Universo abbiano una densità, relativamente alla ”materia”, di circa un atomo per metro cubo; ciò senza prendere in considerazione le distanze cosmiche.

2. Ora, in diretta dipendenza dalla «”materia”» si può affermare, senza tema di smentita, che «”la”» luce è relazione della materia con sé stessa, la «”luce”» è essa stessa materia quale emissione dalla materia nell’azione su e con sé stessa.

3. Ciò posto è verosimile dedurre, senza tema di smentita, che non può esistere più luce di quanta materia sia presente nell’Universo. Ma sicuramente molta, molta meno della materia stessa, la quale non riempie alcuno spazio per il semplice motivo che la materia non è «”materiale”», ma relazione immediata con sé stessa; ovvero, realtà subatomica (quella che non vediamo) e realtà macroscopica (quella che “vediamo” [ove qui si si afferma che non c’è nulla che i nostri “individuali” polpastrelli possano toccare più di quanto lo possano i nostri “individuali” occhi {codesta affermazione è dimostrabile con le conoscenze scientifiche di un ragazzo delle scuole medie}]); valga l’assunto (che si presume non richieda dimostrazione) in accordo al quale «materia» a distanze cosmiche si comporta in maniera comprensibile e relazionabile al comportamento della materia entro distanze terrestri, o ragionevolmente comprensibile in relazione al rapporto della materia con sé stessa. E questa è scienza vera e attuale.

Prima di andare oltre è opportuno precisare che l’autore di questo scritto (Eric Bandini – ericbandini.com) è soltanto uno scrittore, e che i dati di base per i calcoli di seguito citati sono stati reperiti sul WEB senza alcuna pretesa “scientifica”, e che i risultati sono il mero esito di un foglio di calcolo.

In ordine alla dimostrazione di cui nel titolo di questo scritto, tutto ciò richiede una dimensionalità, poiché “pensare” è collocare il concetto in un ambito, partendo dal presupposto che il pensiero è contenuto nell’Universo, il contrario non è nemmeno pensabile. Questa proposizione richiede quella creatività che in senso assoluto (essere [soggettivamente] è essere nell’Essere [assoluto]) è vera creazione; l’esistenza (l’essere nell’Essere) è reale e inevitabile. Siamo ciò che siamo in ciò in cui siamo: questa non è “collocazione” spaziotempo, ma esistenza senza spazio e senza tempo: l’immediatezza di ciò che è, come di ciò che non è.

Per tornare all’argomento, ovvero la “soluzione” del paradosso di Olbers, si può cominciare a porre in dimensione (ovvero relazione speculativa esistenziale del pensiero che si pensa) relazioni già acquisite alla scienza propriamente detta, che “qui” nel caso è astrofisica basilare, ovvero, molto elementare (stante che l’autore di questo scritto non possiede cognizioni adeguate ad ampliare l’argomento [e già questo scritto, per l’autore stesso, è molto oltre le personali possibilità “scientifiche” in senso proprio]).

Ora, posta la distanza Terra – Sole (ovvero Unità Astronomica) in circa 150 milioni di chilometri, o (circa…) più esattamente =149’597’870= (scontato che l’orbita terrestre non è esattamente circolare, per cui un’approssimazione è inevitabile), aggiungendo a questa distanza il raggio del Sole, =695’450= chilometri, si ottiene l’altezza del cono di luce che irradia dal Sole verso la Terra, cono di luce che ha per base il diametro della Terra, e per angolo al vertice l’incontro al centro del Sole della parallasse relative al diametro della Terra. Si precisa che il termine “parallasse” è qui usato in maniera differente dal suo contesto proprio, ovvero, la misura di distanze astronomiche fuori dal sistema solare aventi come base il diametro dell’orbita terrestre attorno al Sole, mentre qui, invece, si usa come “base” il diametro del pianeta (del/nel sistema solare) di volta in volta considerato.

Ora, posto questo “cono di luce” verso terra si può determinare la percentuale di irradiazione luminosa semplicemente calcolando il volume del cono «entro raggio solare» in rapporto al volume complessivo del Sole, da cui si ricava che la percentuale di irraggiamento luminoso verso Terra, in percentuale (rapporto del cono di irraggiamento entro volume complessivo del Sole), è di 4,49179E-16% (4,49179 x 10-16 %), su di una base di parallasse fra diametro terrestre e centro del Sole, di «0° 16′ 43″», che è un angolo piuttosto piccolo; per quanto non ancora “piccolo” in termini astronomici. (Vedere Figura 3)

Figura 2

Per comprendere questo esposto è sufficiente pensare ad un riccio di mare con gli aculei esposti in ogni direzione (Vedere figura 2), per cui a maggiore lunghezza degli aculei corrisponde una maggiore rarefazione degli stessi in relazione al volume occupato in lunghezza, in quanto “irraggiano” dal medesimo “centro”.

Figura 3

A questo punto diviene evidente che in relazione alla distanza dal Sole l’irraggiamento luminoso sarà proporzionale al rapporto fra il diametro del corpo celeste illuminato e la distanza dal centro del Sole. Per esempio, Venere, che ha distanza dal Sole di =108’740’000= chilometri, e un angolo di parallasse su diametro del pianeta stesso di «0° 21′ 47″» (è più vicino al Sole), riceve dal Sole una illuminazione percentuale (cono di luce verso Venere entro il volume del Sole, in rapporto al volume del Sole) di 7,62751E-16% (7,62751 x 10-16 %).

Da cui, per un pianeta molto lontano, Urano, per esempio, si ha una distanza dal Sole di =2’842’359’543= chilometri, e un angolo di parallasse (su diametro di Urano) di «0° 3′ 31″», da cui si ricava una percentuale di illuminazione dal Sole verso Urano (cono di luce irradiata) del 1,98484E-17% (1,98484 x 10-17%).

Ora, considerando quanto sopra, si può prendere in considerazione la parallasse di una stella nota e molto vicina, p. e. Proxima Centauri, che si trova ad una distanza di 4,25 anni luce dalla Terra, la cui parallasse, calcolata verosimilmente sul diametro dell’orbita terrestre, è di 0° 0′ 0,76″, per cui, rapportando questa parallasse al cono di luce in proporzione al diametro della Terra, invece che alla sua orbita, risulta evidente che la quantità di luce che raggiunge la Terra da quella stella è insignificante, e questa è solo la stella più vicina.

Mettendo le cose «in pratica», una persona che in una notte senza luna decidesse di passeggiare in un luogo aperto e lontano da fonti luminose, avrebbe man mano la sua visuale adattata ad un lucore percettibile sufficiente a distinguere delle sagome incerte, ma non percepirà il buio assoluto. Questo perché l’atmosfera terrestre avvolge il pianeta uniformemente generando, anche nel lato oscuro della notte, un riverbero derivato dalla luce solare che “entra” nell’atmosfera dallo spessore atmosferico che avvolge la terra, generando un minimo di luce, che non è la luce delle stelle, la quale è insignificante. Questo processo è il medesimo che rende il cielo azzurro di giorno, poiché senza riverbero entro l’atmosfera il cielo sarebbe nero, e la luce delle stelle, in assenza del Sole, non illuminerebbe alcunché.

Rapportando questo a scala cosmica è evidente che il cielo è buio non solo di notte, ma è buio semplicemente perché fuori dall’atmosfera terrestre non ci sono le condizioni per la diffusione della luce come la percepiamo ordinariamente, e se un astronauta in orbita riceve illuminazione dal Sole, questo è possibile solo ed esclusivamente per la vicinanza di questa stella come della sua emissione luminosa diretta. Là fuori nel cosmo non può esserci più luce di quanta la materia ne possa produrre, e la materia, che non è “quella roba solida” ma relazione di sé stessa entro & con sé stessa, in proporzione “quantitativa” al Cosmo, è estremamente rarefatta, per quanto in assoluta relazione con sé stessa, anche a distanze molto astronomiche.

Si può far valere un assunto filosofico: infinito è ciò che si rapporta a sé stesso continuamente: il presente che è sempre presente, ovvero finisce e inizia infinitamente in sé ed entro sé. Da cui, l‘idea, o l’assunto, che “la luce delle stelle” (che per quanto qui in precedenza è rilevabile direttamente e visivamente solo in maniera insignificante) possa pervadere il Cosmo tutto «infinitamente» in una luce diffusa «infinitamente» per ogni dove, è da ritenersi irrazionale.

Per quello che vale…

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Eric Bandini, 02/11/2025

Lettere filosofiche, 4 Luglio 2023

La scrittura come sopravvivenza

Eric Bandini, 04/07/2023

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Ogni e qualunque termine/significato è ed esiste nel suo negativo.

Assurdo?

No!

Nessun + (più) esiste senza il suo – (meno), nessun vuoto senza il pieno, che può così essere pieno di vuoto, eccetera.

Dissoluzione?

Nulla si è mai creato che non fosse già in via di dissoluzione, perché il presente non passa, resta, e tutto ciò che è nel presente diviene, ovvero «è» & «non è» insieme; non c’era, c’è, non c’è più, ma il presente indifferentemente insiste in sé stesso. È presente senza passare.

Nella incommensurabile produzione umana di oggetti e concetti nulla può essere definito come uno stato di fatto, perché il fatto subentra sempre allo stato come produzione di concetti/oggetti “fatti”. Il mondo non è mai «in sé», né mai si è fatto, si afferma e si nega insieme nell’attimo del presente che non ha consistenza alcuna, né tempo, né spazio, e non può essere evitato. L’adesso è sempre adesso. Il pensiero è come perso nei fatti da esso stesso concettualizzati e oggettificati.

Le parole «di un tempo» sono divenute referenti di quel tempo senza uscire dal presente, che è l’unico tempo, in cui facili affermazioni e contraddizioni si dissolvono lasciando l’ombra di significati che perseguono un’ambientazione e una scenografia non più attuali, ma presenti nella congerie caotica che il pensiero ha affastellato nel suo presente edificando passato/futuro/spazio in cui allocare elementi ritenuti conoscibili che sono tali (conoscibili) solo nella conoscibilità soggettiva. L’Universo non produce significati, solo la mente individuale, quale soggetto, pensa l’edificio/struttura che “ordina” senso e significato, perché è il pensiero stesso che ve li ha collocati creandoli.

In ciò i contrari si pagano il reciproco significato annullandosi a vicenda e restando in maniera eterea nei concetti/oggetti, tentando di compiersi soggettivamente in un significato indeciso per l’uno o l’altro senso entro la dissoluzione del presente, che include anche il pensante, e che nulla esclude, e che non contiene tutto, perché il “tutto” non esiste. L’instabile mutamento non è mai fermo né compiuto. È presente. È.

Quello che in termini greci erano il logos e il nous, in termini di presente, che è sempre adesso, è la logica, la quale non è mai un risultato, ma la lotta antilogica dei contrari per giungere ad un esito logico per il pensante, ciò che non è logica, ma solo esito, risultato, significato teso alla logica, la quale non ha esiti che non siano significati, risultati, eccetera, i quali, come le parole desuete, si dissolvono nell’avvenire in sé del pensiero che pensa e si pensa.

Quel rapporto fra logos e nous, da lungo tempo respinto nell’immaginario della mitologia come un mondo di favole, è sempre presente; è la lotta del pensiero per affermare sé stesso (nous) verso quel presente (logos) che tenta di afferrare in concetti/oggetti, non considerando di essere parte assoluta di quello stesso logos/presente il cui nous/pensiero non può fare altro che significare e/o cercare esiti, significati, logica, eccetera per confermare sé medesimo nello schema passato/futuro/spazio da sé stesso edificato.

Dissoluzione?

Il caos non esiste, l’Universo è perfetto in sé e con sé, solo l’umano cerca quell’ordine che è la sua stessa creazione spazio/tempo quale tentativo di mettere in ordine ciò in cui è compreso da sempre.

L’Universo non ha tempo né spazio; esso è.

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Eric Bandini.

Giosuè Carducci e Mick Jagger

Articolo di Eric Bandini 19/03/2023

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Un accostamento inusuale, in termini “temporali” quasi contraddittorio, eppure leggendo l’ode del Carducci – sotto affiancata alla lirica di Mick Jagger (e Keith Richards) – viene facile un accostamento alla nota canzone degli «Stones», sebbene il diavolo non evochi simpatie né querimonie liriche, che sanno sempre di già detto e ridetto, perfino anche già cantato.

Giosuè Carducci – Mick Jagger

La distanza di centocinque anni fra i due testi resta evidente negli autori, piuttosto che nei due scritti, lasciando inalterato uno spirito di ribellione che non evoca Satana né davvero alcuna simpatia per Sua Maestà Satanica, specie dalla distanza temporale del giorno d’oggi, ove è facile affermare che il Rock è morto, o comunque intento a defungere quale autocelebrazione di sé medesim0, e anche la poesia defunge nelle rime baciatissime della pubblicità cantata alla TV.

Copertina di album: «Their Satanic Majesties Request»

Mono-Scopio

Tuttavia i testi “parlano”, qualcosa dicono, benché non evochino, e rammentando che entrambi gli scritti qui di seguito sono incompleti – specie il testo del Carducci – si rinvia alla fantasia del lettore eventuale, evidenziando come «Satana» sia una invenzione degli umani come delle loro procedure esistenziali.

Detto diversamente, e anche come già citato perfino “cinematograficamente”, nessuna buona intenzione resterà impunita.

Posta così la questione non è nemmeno il caso di accertare l’esistenza di Satana, esso esiste, è creazione degli umani; o rovesciando il concetto, se gli umani non fossero nell’universo, il Demonio che diavolo ci starebbe a fare?

Giosuè CarducciMick Jagger (and Keith Richards)
18631968
A SatanaSympathy for the devil
A te, de l’essere
Principio immenso,
Materia e spirito,
Ragione e senso;
 
Mentre ne’ calici
Il vin scintilla
Sí come l’anima
Ne la pupilla,

Mentre sorridono
La terra e il sole
E si ricambiano 
D’amor parole,
 
E corre un fremito
D’imene arcano
Da’ monti e palpita
Fecondo il piano;
 
A te disfrenasi
Il verso ardito,
Te invoco, o Satana,
Re del convito.
 
Via l’aspersorio
Prete, e il tuo metro!
No, prete, Satana
Non torna in dietro!
 
Vedi: la ruggine
Rode a Michele
Il brando mistico,
Ed il fedele
 
Spennato arcangelo
Cade nel vano.
Ghiacciato è il fulmine
A Geova in mano.
 
Meteore pallide,
Pianeti spenti,
Piovono gli angeli
Da i firmamenti.
 
Ne la materia
Che mai non dorme,
Re de i fenomeni,
Re de le forme,
 
Sol vive Satana.
Ei tien l’impero
Nel lampo tremulo
D’un occhio nero,
 
O ver che languido
Sfugga e resista,
Od acre ed umido
Pròvochi, insista.

………
segue


Please allow me to introduce myself
I’m a man of wealth and taste
I’ve been around for a long, long years
Stole million man’s soul an faith
And I was ‘round when Jesus Christ
Had his moment of doubt and pain
Made damn sure that Pilate
Washed his hands and sealed his fate
 
Pleased to meet you
Hope you guess my name
But what’s puzzling you
Is the nature of my game
 
Stuck around St. Petersburg
When I saw it was a time for a change
Killed Tsar and his ministers
Anastasia screamed in vain
I rode a tank
Held a general’s rank
When the blitzkrieg raged
And the bodies stank
 
Pleased to meet you
Hope you guess my name, oh yeah
Ah, what’s puzzling you
Is the nature of my game, oh yeah
 
I watched with glee
While your kings and queens
Fought for ten decades
For the gods they made
I shouted out
Who killed the Kennedys?
When after all
It was you and me
Let me please introduce myself
I’m a man of wealth and taste
And I laid traps for troubadours
Who get killed before they reached Bombay
 
Pleased to meet you
Hope you guessed my name, oh yeah
But what’s puzzling you
Is the nature of my game, oh yeah, get down, baby
 
Pleased to meet you
Hope you guessed my name, oh yeah
But what’s confusing you
Is just the nature of my game
Just as every cop is a criminal
And all the sinners saints
As heads is tails
Just call me Lucifer
‘Cause I’m in need of some restraint
So if you meet me
Have some courtesy
Have some sympathy, and some taste
Use all your well-learned politnesse
Or I’ll lay your soul to waste, mm yeah

………
segue
 

 
1863
1968
Beggar’s Banquet, l’album che contiene «Sympathy for the Devil»
Edizione dei “Decennali” del Carducci, che contiene «A Satana», e altre opere.

Eric Bandini, 19/03/2023

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Elogio della noia (3)

Elogio della noia (3)

Eric Bandini © 2016

Elogio della noia (1)
Elogio della noia (2)

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È difficile tracciare una linea dell’opulenza, è qualcosa che non è mai sazia, l’opulenza si nutre di opulenza, prima che di ogni altra oggettiva concretezza. La società dei consumi è già stata sufficientemente criticata per produrre davvero qualcosa di nuovo e di inedito in questo senso e se qualcuno ha dei dubbi al riguardo è sufficiente dare un’occhiata a qualche discarica, a qualche deposito di rottami più o meno autorizzato, all’ingombro che l’eccesso rimette nella vita di tutti i giorni, perché un altrove non esiste. Ciò è già stato detto, ridetto, ripetuto, e ribadirlo ulteriormente non sarà di alcun giovamento.

L’impalpabile distacco dell’opulenza è che la sua noia è di tipo riempitivo, un’assenza di interesse che si colma con nuovo interesse che diventerà noioso in attesa di altro interesse che venga a colmarla, la sopravvivenza è diventata supervivenza, con la richiesta inevitabile di ulteriore nuovo che venga a saziare il vuoto di noia che la stessa opulenza sperimenta nella sete di sazietà, e la parola “consumismo” è già stata consumata a sufficienza da non significare più nulla se non l’abitudine ad acquisire mediante reperimento di beni e risorse (ops) tramite possibilità, mezzi, ricchezze, risorse (ops), con un continuo tributo alla divinità (Ops).

opidea
Opi, dea dell’abbondanza

I romani avevano ingenuamente identificato la divinità dell’abbondanza e della fertilità in una figura femminile elargitrice di beni, risorse, mezzi, abbondanza, laddove Cibele, che è verosimilmente la figura ispiratrice di questa divinità e il suo luogo di origine (Pergamo, probabilmente) vanno molto più indietro nel tempo  a collegarsi col mito della Grande Dea Madre, che sì, è opulenta e fertile, ma è ugualmente dispotica e distruttrice, è la natura che tutto crea e distrugge, senza sosta e senza pietà. (L’argomento della Grande Dea Madre è più ampiamente dettagliato in alcuni capitoli del mio «Il luogo del concetto» [Eric Bandini © 2016])

potniatheron
Potnia Theron – Signora delle fiere, della natura, del mondo e di ogni cosa (altrimenti definita Grande Dea Madre)

Da ops a opulentus è un attimo, ops → forza, possibilità, mezzi, ricchezze; opulentus → repleto. L’opulenza è ricolma e non vuole vuoti, noie assenze; opulenza è horror vacui, uno iato nell’opulenza può aprire una crisi. L’opulenza è cieca e distratta, è una divinità assente che esige un tributo continuo per la sua celebrazione, senza la quale non esisterebbe. Ciò che non si nota nel rito dell’opulenza è l’uso e abuso dell’essere umano in sè e per sè, il quale ne è lo strumento, il mezzo e il fine, così che esso, al pari della materia nella disponibilità dell’opulenza e del relativo consumo, diviene elemento consumabile e sostituibile, l’opulenza non vuole cessare di essere opulenta, il suo motore e combustibile è l’essere umano in sé, poiché l’Universo non chiede né possiede né genera sovrappiù, l’Universo non aumenta né diminuisce di alcunché.

Il consumo dell’opulenza è duplice. C’è il consumo della materia (che in realtà non si consuma) e c’è il consumo dell’essere, che appaiono indistinti nella produzione, che è in sé stessa consumo e dove l’essere-umano sfrutta l’essere-materia tanto quanto l’essere-umano stesso. È un circuito chiuso che appare come un vortice di progresso che scodella i prodotti dell’opulenza come le sue deiezioni e che non va tanto per il sottile, essere e materia al riguardo sono la stessa cosa, anche se dopo essere viene la parola umano.

L’opulenza se ne strafotte di cosa resta sotto al suo rullo compressore, essa persevera, poiché una carenza mostrerebbe la sua inconsistenza, che è nascosta da ciò che è in sovrappiù, così che lo scarto, l’oggetto usato, il vuoto a perdere, il rifiuto (che qui non è un diniego ma una sostanza che ha l’aspetto dell’immondo quale risultato del suo uso e che finisce nello stesso mondo dell’opulenza perché non c’è un altrove), ostinandosi nel suo rifiuto di rimando, in quanto non può essere annullato, espone il rovescio dell’opulenza medesima nell’eccesso del rifiuto come oggetto in sé.

L’opulenza si muove al di sopra di tutto ciò, essa si autogiustifica indifferentemente sulla materia come sull’essere umano, il quale è (individualmente) di fronte ad essa come di fronte alla materia, e spetta alla sua intima decisione porsi nei rispetti dell’opulenza, che davvero non è evitabile, se non con moltissimo sacrificio nonché perdita di credibilità.

Così che la noia diventa una rassegnazione consapevole nella speranza di poter arrivare a sera e guardare dentro se stessi per reperire l’assenza di una malversata fruizione umana, di una fregatura perpetrata, di un abuso attuato in danno di qualcuno.

Coscienza? E chi se la può permettere. L’opulenza non te lo consente, ti stana, ti provoca, ti istiga. La noia è l’unica difesa, essa è genuina, sempre uguale a se stessa, sempre disponibile. La noia, a saperla guardare bene, ha la pazienza dell’Universo, che era qui prima degli umani e sarà qui anche dopo, perché l’opulenza sta consumando il futuro di chi se lo può permettere come di chi lo deve subire, e scontato che nell’opulenza il tempo passa perché vuole sempre più nuovo, nell’Universo e nella sua pazienza il tempo resta, o per usare le parole di Henry Austin Dobson: «Time goes you say? Ah, no! Alas, time stays, we go». Il coraggio della noia esige una pazienza che paradossalmente è il premio stesso della noia.

15/09/2016

Eric Bandini © 2016

Puntate precedenti:

Elogio della noia (1)

Elogio della noia (2)

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Elogio della noia (2)

Elogio della noia (2)

© 2016

Elogio della noia (1)
Elogio della noia (3)

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          Difficile rendersi conto totalmente dell’inesorabilità della vita come delle sue conseguenze, la percezione che ci sia “qualcosa” pungola, le azioni diventano reali, le conseguenze diventano fatali. Detratta quest’ultima parola del suo legame col destino (il fato [fatum = sorte, destino]), nella quale echeggia sempre una scommessa di previsione nonché di speranza se non di presunzione, in quanto l’acerbo fato trova giornalistici esempi nella “morte prematura” (E chi è mai maturo per ciò?), lasciata decadere ogni illusione di trattativa col destino, quel che resta è il fato con due “t”, il fatto, svolto, compiuto, factum come participio passato di facere, e nonostante il suo neutro etimo grammaticale e verbale esso, il fatto, si proietta nel futuro, sguazza nel presente, sbrodola nel passato, il fatto, i fatti, gli eventi, la Storia, questi oggetti vividi e tangibili, questi sodali dell’azione, del movimento, della decisione, sono gli strumenti dell’intenzione, che se ne impossessa per “migliori” intenzioni, questi “concreti” oggetti del pensiero corrisposti nel litigio del reale, dove i loro limiti si confondono e i fatti di ognuno non sono mai i fatti di ciascuno e viceversa, strumenti di affermazione e di concretezza di cui nessuno è in grado di tracciare un’esatta misura.

Nel confronto dei fatti finisce spesso che il carro armato di qualcuno termina dove comincia la bicicletta di qualcun altro, definendo così il Diritto, anch’esso participio passato di un verbo di comando, dirigere, da cui dirictus o directus. È normale dover decidere, in fondo non c’è nemmeno alternativa, l’assenza di decisione è essa stessa decisione poiché produce comunque un risultato, anche tirando i remi in barca questa resta nella disponibilità delle onde, però nessuno vuol stare fermo, la vita impone le sue illusioni e le relative fallacie, alcune delle quali hanno l’aspetto di vittorie, di supremazia, di esito  di se stessi, anche nel ristretto riserbo, nella mera percezione di sè.

Il pensiero vuole toccare una realtà che gli si prospetta fattibile, modificabile, plastica e malleabile come materia possibile di forme e usi, di incrementi e diminuzioni, valori e disvalori, possessi e privazioni, che accadono nel reale e che non rendono la materia stessa immune da conseguenze deprivando la materia stessa della sua materialità in quanto le conseguenze la legano all’universale che la “decisione” ha sorpassato decidendo. Il calcolo, l’interesse, la speculazione, prevedono guadagno tramite incuranza e/o nescienza delle conseguenze, le quali hanno ugualmente l’aspetto dei fatti, svolti, appunto, e il loro schema, poiché in quanto “fatti” essi costituiscono un insieme che li rende reciprocamente congrui/incongrui, costituisce una proiezione soggettiva  che nella forma del tempo elabora delle aspettative, qualunque esse siano.

Secondo Bertrand Russell: «Patience and boredom are closely related. Boredom, a certain kind of boredom, is really impatience. You don’t like the way things are, they aren’t interesting enough for you, so you decide, and boredom is a decision, that you are bored.» [Pazienza e noia sono strettamente correlate. La noia, un certo tipo di noia, è realisticamente impazienza. Non vi piacciono le cose come sono, non sono sufficientemente interessanti per voi, così decidete, e la noia è una decisione, che siete annoiati {Non ho la fonte o riferimento testuale di questa citazione che ho trovato in internet}]

Il tentativo di rompere quello che appare come “lo schema” della noia causa decisioni che in quanto autonome e soggettive assumono l’aspetto di qualcosa la cui giustezza non può più essere decisa, poiché la decisione stessa ha tratto l’evento dal contesto facendolo proprio e la verifica non gli appartiene più di quanto gli appartenga la decisione. Il risultato è uno steccato immaginario che separa “qualcosa” solo sulla base della decisione, la quale ha mollato la pazienza per rompere lo schema della noia, così che la noia è essa stessa una decisione. La monotonia è il sale dell’Universo, il quale è sempre uguale a se stesso, la misura del tempo rende la dimensione della noia poiché il tempo è senza misura.

Noia: dal provenzale enoja, derivato di enojar, latino tardo inodiare “avere in odio”, derivato di odium, odio. Etimologicamente noia ha un’origine di disprezzo, di totale avversione, ed è uno stato d’animo autonomo e autoctono del pensiero in sé, nell’Universo non c’è noia, questa è l’aspettativa di “qualcosa” che è immaginato come proiezione di evento possibile, poiché nulla entra o esce dal pensiero che non abbia la forma del pensiero; il vero aspetto negativo della noia è quando essa invece che essere la controparte della pazienza è la sostanza del dolore, ma allora non è più noia, è direttamente dolore.

Eric Bandini © 2016

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Elogio della noia (1)

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Elogio della noia (1)

Elogio della noia (1)

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Elogio della noia (2)
Elogio della noia (3)

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          Abituato al succedersi degli eventi attorno a sé, pro o contro sé, l’essere umano si è sempre pensato interprete di una realtà che coltiva nella sua mente con aspettative di reazione positive o negative, ove nell’assenza di queste il vuoto temporaneo causa o può essere portatore di noia, disinteresse, negazione di se stessi come apparentemente non più attivi al/nel mondo, il quale sembra non volere più fornire segnali o suggerimenti che stimolino la propria presenza a sé, e dove questi accadono possono apparire come una sequenza ripetitiva, quindi “noiosa”. La noia come ristagno del presente senza apparenti possibilità di un futuro distraente che istighi i sensi come la percezione di nuove novità che sopravanzino quelle vecchie in modo che rendano l’idea che esso (l’essere umano) sta andando da qualche parte, che proviene ed è diretto. La ripetizione e/o il ristagno o l’assenza di nuove novità generano o possono generare noia, così che il pensiero si fagocita nella ricerca di un altrove che sarebbe (è) sempre e comunque dentro se stesso.

L’essere umano cerca emancipazione, libertà, espressione di sè e ricezione di ciò che è altro da sé; nella noia il desiderio cessa di essere tale, desiderare come assenza di sidera, le stelle da cui trarre auspici sottratti dalla privativa de-, in quanto ripiegato su se stesso nella noia percepisce un presente che si ostina a presenziare, che ristagna, poiché privo di segni (sidera) esterni (al presente [che lo rendano nuovo {in definitiva, passato}]), che lo sollecitino, lo spronino al nuovo che questi stessi segni (sidera, che sono essi stessi elementi del pensiero) gli propongono o gli promettono. Nell’assenza di queste promesse, anche le più minacciose, l’essere umano può sperimentare noia quale elemento totalmente negativo dell’esistere, quasi un’assenza vivente. La noia è ciò da cui si fugge nell’aspettativa di qualcosa che abiliti i sensi a nuove esperienze, in genere senza il calcolo delle conseguenze o con approssimazione delle prospettive e rinvio a un tempo incognito, ove il tempo diventa quel contenitore interiore invisibile dove gli spazi del pensiero si misurano reciprocamente nell’intima esperienza o ricerca di uno stimolo di una realtà che è garantita dai sensi, i quali sono le estensioni “tattili” del pensiero. La noia è come una continua misura di questo spazio temporale interiore, l’impressione che nell’apparente costanza di esso nulla accada, o che, più semplicemente, nulla di interessante accada.

Con l’incedere del progresso, della scienza della cultura e dello spettacolo che tutto ciò (l’aspetto esteriore di scienza e cultura) costituisce, l’aspettativa del nuovo è diventata sempre più incalzante e  sollecitata/auspicata in modo tale che la noia è divenuta il contenitore di eventi ripetitivi e riempitivi dello spazio mentale con la produzione parossistica di elementi di intrattenimento le cui pause sono state riempite dagli spazi pubblicitari, che sono i nuovi deputati della noia, ma più divertenti (e oggettivabili dalla mente che li può additare come un disturbo e quindi, volendo, può evitarli ma senza togliere la noia, che non è davvero oggettivabile), senza rendersi conto che il vuoto della noia è apparentemente scomparso sopraffatto dai riempitivi, i quali ora costituiscono o possono costituire elementi di noia senza più lo spazio di una noia originaria, primigenia, col suo vuoto naturale.


Per comprendere questo “vuoto naturale” della noia è sufficiente pensare alla propria infanzia, e se qualcuno ritiene di essere da sempre troppo adulto per averne avuta una può farsene un’idea pensando alle parole di Paolo Conte: «…cerco un po’ d’Africa in giardino / fra l’Oleandro e il Baobab…»; quel vuoto, quell’assenza di riscontri dal mondo che è immaginata in soggettiva prospettica e fantastica era/è il vuoto creativo del pensiero stesso, pensiero originario di una pagina bianca in cui l’infanzia ha cominciato a scrivere il mondo, è il vuoto creativo del pensiero stesso, il nulla da cui esso si forma e che abita da sempre. L’infanzia è in contatto diretto col mondo senza esserne consapevole, è il vuoto che si riempie della propria crescita, un nulla che prende forma e che al contempo non cessa di essere nulla.

Nella forma adulta il riscontro oggettivo prende il sopravvento, necessariamente, poiché occorre provvedere al proprio sostentamento, e la noia diventa la negazione di quei sidera (de- privativa di sidera, ossia senza segni che indichino, istighino [de-sidera, de-siderio, ecc.]), i quali in quanto de-siderati si trasformano in riscontri oggettivi della mente e rappresentano un tutto nel quale la noia è solo un insieme di sidera negativi e non più quel nulla in essere che l’infanzia poteva riempire di ogni fantasia. La noia che sperimenta un adulto contemporaneo è un insieme di segni negativi che impediscono la visuale di quel nulla creativo della noia originaria; l’Universo non produce alcunché, non realizza intrattenimento, non specula, non ha pause pubblicitarie, non fa pagare nulla e mette a disposizione uno spettacolo unico e irripetibile, o ripetibile con noia al cinema o alla TV.

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Elogio della noia (2)

Elogio della noia (3)

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Il luogo del concetto

Questa è l’introduzione di un saggio filosofico pubblicato in formato elettronico (Attualmente disponibile su iTunes e su Amazon), il titolo è «Il luogo del concetto»

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La vastità concettuale del pensiero non può essere racchiusa in un testo, tuttavia essendo il pensiero senza limiti è possibile per chiunque pensare e creare, fermo restando che una vera critica e correzione di se stessi sono sempre il più difficile compito, che con licenza grammaticale si potrebbe precisare nel più impossibile compito, spesso scavalcato dal desiderio di un risultato, di un traguardo raggiunto. Tramite il mezzo, per esempio la scrittura, si cerca di produrre un messaggio e in questo scritto il fine, il mezzo e il messaggio sono la stessa cosa, ciò che in generale potrebbe dirsi di qualunque scritto ma qui si cerca di andare oltre; volendo sintetizzare con un aforisma «il pensiero è il fine e il mezzo di se stesso», ciò senza presunzione, poiché ciascuno lo può sperimentare da sé.

C’è un’affermazione che ho letto non ricordo più dove, comunque riportata e ripetuta altrove e più volte, ed è un’affermazione molto lineare «la filosofia è sempre storia della filosofia», ciò è vero sempre e comunque e non solo nel campo della filosofia; c’è sovente una tendenza a dare come acquisiti concetti fondanti laddove il pensiero, che è mezzo e messaggio in sé e per sé, non può davvero trascendere o assumere come degli “a priori” elementi concettuali che non siano già oggetto del pensiero per quanto non nella luce della sua attenzione, così che il mezzo viaggia nel messaggio e viceversa fondando continuamente se stesso nella conoscenza storica di ciò che il pensiero è in sé e per sé come di ciò che esso è di fronte al mondo che sperimenta.

Lo sguardo filosofico ha generalmente cercato nell’esperienza della vita una unificazione che rendesse giustificabile l’irrazionale che il pensiero percepisce nella caotica sovrapposizione della vita con la vita, ciò è sempre stato vero anche quando la filosofia propriamente detta nemmeno esisteva e la Storia era qualcosa che raggruppava gli eventi per la conoscenza del mondo circostante in relazione all’esistenza individuale o collettiva; in quei lontani momenti il mondo appariva frantumato in poteri divini che circondavano l’essere umano, il quale, per tramite del suo stesso pensiero, ne costituiva il collettore soggettivo dei fenomeni come delle loro relazioni, questo era il Mito, il rapporto dell’essere umano con le potenze del Cosmo e la soggezione ad una vastità che conteneva le opportunità della sopravvivenza come quelle dell’annientamento. Ciò doveva apparire stupefacente e terribile, come il mondo davanti allo sguardo di un bambino. È occorso che il pensiero intraprendesse una inconsapevole evoluzione che senza farlo uscire da se stesso lo ponesse in una condizione in cui la vastità gli mostrasse ciò che era in relazione a ciò che è nell’ambito di quella vastità, che non ha mai cessato di essere tale, vasta, universale e immutabile in sé, per quanto il pensiero vi abbia edificato la propria struttura.

Il percorso di questo scritto, articolato in quattro capitoli e un epilogo, è un’immagine narrativa e concettuale del sentiero storico del pensiero considerato sotto un aspetto filosofico e logico relativo al mondo occidentale che conduce a un rifondamento della filosofia ponendo in atto quella rivoluzione copernicana di Immanuel Kant che era un prodotto sospeso sull’«a priori». Il vero innovamento è stato portato da Hegel, e detratto il fatto che un essere umano è legato al suo tempo si può filosoficamente ipotizzare che forse Hegel sia vissuto e si sia espresso troppo in anticipo per i concetti da lui elaborati e forse non bene intesi dai suoi allievi, i quali restavano ancorati, seppure in disaccordo, alla relazione kantiana soggetto-oggetto, nella quale entrambi (soggetto e oggetto) sono oggetti distinti della mente nell’attenzione della mente, così che la soggettività cerca nell’oggettività la conferma di se stessa con un rimbalzo continuo fino a generare il dubbio dell’irrazionalismo, che è stato un dibattito filosofico interno alla filosofia tra la fine del XIX secolo e la metà del XX.

Chi scrive qui non è un accademico, né possiede diplomi di una “certificata” conoscenza al riguardo; concretamente filosofo è ognuno e ciascuno, la realtà della vita forgia il pensiero sotto la propria responsabilità, che non è mai immune dall’errore o dalla possibilità di questo. Per l’ampiezza degli argomenti trattati è verosimile che vi siano delle imprecisioni e dei riferimenti storici non perfetti o direttamente inesatti, non si vogliono anteporre scuse, ciò che è scritto è scritto, quello a cui punta questo testo è contenuto nell’ultimo capitolo preceduto dalla necessaria esposizione esplicativa oltre che narrativa, poiché il pensiero non è un risultato, ma una narrazione continua di se stesso, in se stesso e per se stesso. Il luogo del concetto, definizione che vale come mezzo per dare un ambiente al messaggio, non può essere privato di tutto ciò che lo sostiene, così che Roma e il suo avvento, la Grecia e i suoi filosofi, lo sviluppo letterario moderno e postmoderno, non sono solo introduttivi ma sono costitutivi del concetto e del suo luogo, che è il pensiero nel momento e nel modo in cui si pensa.

La “ragione”, sovente in questo scritto denominata con due distinte accezioni come “ragione” dell’individuo contrapposta alla “Ragione” quale contesto dell’agone esistenziale, ha assunto a grandi linee l’aspetto di un diritto normativo entro il quale fare valere ragioni, e semplicemente considerando la ricorsività in questa frase della parola “ragione” si può cominciare a evincere come ciò sia un ambito, un luogo del concetto che non ha un altrove, poiché fuori dalla Ragione non esistono ragioni, e questo ambito è generato e sostenuto dal pensiero quale ente assoluto in sé, nel bene come nel male. Nonostante la tendenza di Ragione a speculare per concetti o compartimenti logici il pensiero è un pieno assoluto di sé e del mondo e non ha pause o vuoti o interruzioni o settori che non siano oggetti del pensiero in questo “luogo del concetto” che è il pensiero in sé. L’essere umano non è “nel” mondo, ciò che sottintenderebbe la possibilità di un’uscita, l’essere umano è “del” mondo quale costituente indissolubile da esso senza un altrove, la preposizione articolata “del” è solo un’apparente distinzione soggettiva-oggettiva della percezione di sé nella ineliminabile necessità di vedersi pensati in sé come nel mondo, è un infinito gioco di specchi le cui immagini, come gli specchi stessi, appartengono al pensiero in sé nella sua relazione al mondo di cui è costituente.

L’oggettivazione dell’individuo, come della sua anima o psiche, rende l’irrazionale del rapporto “oggettivo” soggetto-oggetto come elemento e/o ambiente scientifico, e quando l’anima o psiche diventa oggetto (e obiettivamente non può darsi diversamente poiché il pensiero non può uscire da se stesso) si trasforma in un elemento che costringe l’individuo come una burocrazia del pensiero, in definitiva l’anima o psiche siamo noi stessi “là fuori” nel reale, che è il pensiero stesso in azione, poiché il pensiero è l’unica realtà e soggetto/oggetto ne rappresentano la dimensione; il pensiero non può che pensarsi (soggetto) in relazione al pensato (oggetto), incluso se stesso. L’estrema semplicità di ciò combatte con le complicazioni sia del mondo, come percezione di caos nel quale inserirsi, sia del burocratico mondo istituzionale, che altro non è se non il caos precedentemente “ordinato”, non senza errori, manomissioni, sopraffazioni, arbitri, ecc.. Si sarebbe indotti a pensare che la soluzione potrebbe essere quella di “fare ciò che va fatto”, ma il fare è ciò che deve coincidere sulla base del “fatto”, nel quale andrà a cadere come compiuto, svolto, “fatto” appunto, e quindi la scelta del bene e del male, che sono i punti di vista del fare, ricade inevitabilmente nel pensiero quale autore di sé stesso come della “sua” realtà. Se nel periodo epico della filosofia (i presocratici, Socrate, Platone, e Aristotele) l’essere è stato trasformato in oggetto e ha continuato a esserlo per oltre ventiquattro secoli, l’atteggiamento speculativo della psicologia propriamente detta ha trasformato il soggetto, l’Io, nell’oggetto della mente con caratteristiche definite dalla Ragione, e i simboli soggettivi, che prima appartenevano al mistero o a una riservatezza individuale sono divenuti uno strumento di indagine oltre che di omologazione, e non è dato sapere quale, fra l’omologazione e l’indagine, venga per prima, così che l’anima non è più il soggettivo riconoscimento dell’infinito nel quale l’essere umano si confronta col mistero, ma è un elemento foriero di norme e di regolazioni in cui l’essere umano è tracciato e sobillato a una normalità che pur non esistendo forma l’ambito del pensiero. Si può obiettare che ciò è sempre esistito (vero, ma non nella stessa maniera), ciò che è intervenuto irrimediabilmente è la fine della Storia quale ambiente di possibilità “nel” mondo. Una volta “posseduto” il mondo (contabilizzato, cartografato, parcellizzato, valutato, sfruttato, ecc.) all’essere umano non resta altro confronto che quello diretto col suo simile in un mondo che non consente più spazi alternativi per tempi storici differenti e l’attività umana ha richiuso entro se stessa quella lotta col “reale” che prima avveniva “nel” mondo quale ambiente di vita e da conoscere. Ora per quanti eventi differenti accadano in differenti paesi del mondo le conseguenze sono diffuse e percepite a livello globale senza che le decisioni degli umani possano cercare alternative in un “altrove” del mondo stesso; la Storia ricade immediatamente nell’umano. La Ragione fagocita l’essere umano a soluzioni che non hanno più un confronto col mondo, il quale è dato per conosciuto e scontato come “ambiente”, che sottintende un’acquisita conoscenza e delimitazione nonché padronanza, e l’essere umano opposto al suo simile nell’ambito della Ragione trova molta difficoltà a produrre le sue ragioni, le quali hanno comunque necessità di uno spazio disponibile che non esiste più. Ogni centimetro quadrato sulla terra ha un padrone, una collocazione spazio-temporale, una dimensione catastale con relativo riferimento normativo, ciò che resta è l’uomo contro l’uomo senza più spazi disponibili per la Storia, che non è il narrare.

In materia di fatto la Storia è l’incedere dell’uomo nel mondo, e quando questo (il mondo) ha esaurito gli spazi l’orizzonte storico si è chiuso sull’essere umano fagocitato contro se stesso senza possibilità di un altrove nel mondo; non c’è più una frontiera, un nuovo mondo che apra possibilità alla Storia come concetto di “avanzare nel tempo”, ciò che sostanzialmente è la Storia; finito lo spazio il tempo si è curvato sull’essere umano, il quale si è accorto di essere un Io a suo scapito contro altri Io, e ogni attività umana deve trovare in questo confronto diretto le risorse di una vittoria che altro non è che la sopravvivenza, e piuttosto che essere estratte dalla natura queste risorse sembrano strappate all’essere umano.

Negli aspetti del confronto pensiero-realtà quest’ultima si presenta come una oggettività che riverbera una funzione meccanicistica, e questa funzione nell’ambito umano assume l’aspetto di una macchina invisibile che produce cause e ragioni come le conseguenze che producono altre cause e altre ragioni: in qualunque situazione gli umani riproducono questa macchina senza potersene astenere dal contribuirvi, poiché ciò che è pensiero è sempre ciò che è reale per il pensiero stesso, errori inclusi, così che la funzione e il prodotto di questa macchina sono e costituiscono l’ambito del pensiero stesso come il pensiero in sé.

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Eric Bandini – 2016