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Lo spazio del tempo

Articolo di Eric Bandini

Copyright Eric Bandini (ericbandini.com) 27/04/2026

Immagine simbolica che rappresenta il concetto di tempo e spazio, con una clessidra al centro, figure mitologiche e elementi astronomici come pianeti e una sfera armillare.
Immagine generata da I. A.

Dov’è finito il tempo di quando si aveva tempo?

I futuri di una volta non esistono più, c’è solo un presente unico e inesorabile che si abbassa a chiudere ogni orizzonte come una pressa al rallentatore.

Ciò che si può fare oggi è meglio farlo oggi, perché il futuro di domani è già incluso nel presente, e «oggi» è già un presente da calendario, come un almanacco del giorno stesso.

Quando il tempo era uno spazio si poteva collocare il «faccio questo lì», «faccio questo là», e le “cose da fare” parevano avere spazio nel tempo, che appariva come un ampio, largo, immenso «passato – futuro», dove l’esistenza presente appariva come dimenticata, proiettata, protratta indefinitamente in quello spazio del «da fare».

Illustrazione vintage che rappresenta un futuro immaginario, con figure di robot, un'astronauta, razzi spaziali, elementi di fantascienza e ingranaggi, tutti intorno a una figura centrale femminile che tiene una torcia, incastonata in un paesaggio fantastico.
Immagine generata da I. A.

Ora, l’esistenza è sempre presente, ma lo spazio non ha più tempo; il presente incalza, assiduo, inesorabile, e le «cose da fare» proiettano ombre troppo grandi per lo spazio che il tempo concede, e il presente dice “Presente!”, e non c’è più lo spazio per il futuro di una volta, solo quel mucchio di spazio passato, che implacabile non passa, ma resta; anch’esso vittima del presente assoluto.

Si è sentito dire, e si sente dire «Voglio diventare qualcuno», come se fosse possibile diventare qualcun altro, ma il tempo di quello stesso spazio si richiude sull’uno, non su qualche. Il tempo è preciso. esatto come lo spazio che occupa; infatti il presente è sempre presente.

Illustrazione che rappresenta un ragazzo che sogna di diventare qualcuno, circondato da figure storiche e professionisti, tra cui astronauti, scienziati e artisti, con il testo 'Voglio Diventare Qualcuno' al centro.
Immagine generata da I. A.

Una ottimistica prospettiva descrive ciò come la Provvidenza, la quale non è l’INPS dell’esistenza, ma è la inesorabile inesorabilità dello spazio che si puntualizza con precisione assoluta nel tempo (in termini assoluti, e in purissimo esempio metaforico, una particella “sa” cosa fare, così come un animale “sa” cosa mangiare, eccetera; la realtà non è dominata, è intelligenza Unica di cui si è parte, e che è razionale [intelligente] di sé, con sé e per sé, senza altro dove né altro quando), il quale – il tempo – nemmeno necessita di esattezza, poiché il presente è sempre presente, e «spazio» & «tempo» nemmeno esistono in sé, sono costruzioni esistenziali speculative per allocare le costruzioni esistenziali speculative (se questa frase può sembrare ripetitivamente incongruente il lettore può provare a collocare «la classe di tutte le classi che non appartengono a nessuna classe»).

Essere, soggettivamente, non è un hobby, non è un atteggiamento, o una moda, o una cultura; essere è ciò che (si) è adesso, passato & futuro inclusi, e il presente provvede inesorabilmente alla sua presenza assoluta.

Un uomo preoccupato rinchiuso in una gabbia dalla forma di un volto umano, con ingranaggi sullo sfondo e simboli di sofferenza come manette, farmaci e un orologio.
Immagine generata da I. A.

Illusoriamente nello spazio di questo tempo nulla è da buttare, né si può buttarlo, perché nulla è; infatti il nulla è sempre qualcosa, quell’indefinito e indefinibile che pervade il presente mostrando la sua ineluttabile presenza a cui l’essere non può dire di «non essere», perché il «non essere» è essere del «non essere».

Non è questione del carpe diem, che per i romani andava alla perfezione; nel presente “presente” ciò che si può afferrare è solo il ritorno di ciò che ci si è messo, o che qualcun altro ci ha ficcato per te, come una trappola. O, nel caso, di vera creazione soggettiva; nel bene come nel male, poiché tutto è uno, e uno è tutto.

Un'illustrazione che rappresenta una donna seducente che sorseggia un bicchiere di vino, circondata da simboli di festa e rischio, come dadi, una clessidra e un teschio. Il titolo 'Carpe Diem' è visibile in alto.
Immagine generata da I. A.

Così: Niente è da buttare via, la luce, l’aria, le ore che si inseguono (nel presente). Calma bellezza, profonda voluttà del tempo e dello spazio, come dello spazio del tempo: il presente.

Eric Bandini

Buchi storici

Articolo di Eric Bandini, Copyright 2026

Tre uomini affiancati che sembrano nascondersi, in bianco e nero, con un muro crepato sullo sfondo.

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Guidare la macchina (la cui più corretta dizione sarebbe “vettura”, in quanto «macchina» è, e può definirsi, qualunque dispositivo automatizzato/automatizzabile [un’altra possibile dizione sarebbe “automobile”, ma visto che la si deve guidare, dove starebbe «l’auto» mobilismo? Nell’auto o nel guidatore?]), nulla di nuovo né di eclatante, milioni di persone in questo paese e nel mondo “guidano la macchina”. E questo è un fatto.

La macchina (si evita di usare la corretta dizione, in quanto «vettura» pare reclamare la presenza di un vetturino, in merito al quale, per quanto auspicabile nella persona identificabile nel sostantivo di chauffeur, pochi eletti “automobilisti” sono realmente “mobilizzati-in-auto” senza dover guidare, tutti gli altri devono auto-mobilizzarsi tramite il mezzo [parafrasando Mashall McLuhan, il mezzo è il passaggio]) rende mobili, non come la donna, ma oggettivamente “trasporta”.

Uomo sorridente alla guida di un'auto decappottabile su una strada panoramica.

Ciò posto, e siccome “si guida”, si fa, e si deve fare attenzione a dove si guida la macchina, poiché quel romantico, narrativo, nonché orribilmente lirico oggetto che è «il nastro d’asfalto», nasconde insidie. Buchi ,per la precisione; buchi sul romantico nastro d’asfalto (si cita qui la sequela di sinonimi forniti da I. A.: Filo nero della strada, Serpente d’asfalto, Lama scura che taglia la pianura, Striscia d’ombra che attraversa il mondo, Nastro notturno della via, Fettuccia di viaggio, Pelle scura della terra, Linea che guida l’orizzonte, Sentiero di pece, Traccia scura del cammino, Arteria nera del mondo, Cicatrice d’asfalto, Vena scura che pulsa sotto il cielo, Strada-fiume di pietra, Corrente nera del destino, e altre facili, comuni e banali amenità)

Ora, codesti buchi sono tanti e tali che molti, se non moltissimi, sono presumibilmente tutelati dalla Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio, poiché altrimenti non si capisce perché nessuno tenti di stendere un pietoso velo d’asfalto, nuovo s’intende. In merito ai sinonimi del “velo d’asfalto” ci si appella qui, letterariamente e direttamente, al pietoso velo metaforico.

In effetti, codesti buchi sono lì da tanto tempo che hanno ragione storica e culturale, radici sociali e di identità locale: Buco, dunque sono.

Per certo il conducente medio ne conosce parecchi nei suoi percorsi da utente della strada, sa come aggirarli (non tutti, a dire il vero, e a volte se li becca in pieno gli scappa detto qualcosa per cui gli compete una permanenza gratuita nei locali del purgatorio, ove presumibilmente gli terranno un corso di moooolte settimane sul corso storico, urbanistico, sociale, culturale, ecceterale dei buchi [Storici] sull’asfalto), e a volte, anzi spesso, si nota che alcuni di codesti “Buchi Storici” sono deturpati da presuntuoso catrame a freddo, il quale fa montagnola, e il buco da concavo diviene convesso, con buona pace per l’utente che sopra vi transita, rimbalzando.

Un uomo sorridente alla guida di un'auto sportiva su una strada panoramica.

Si presume che l’autore, o gli autori di codesti rattoppi a freddo, o comunque improvvisati, saranno redarguiti a dovere, sì, insomma, guastare un bene artistico e architettonico…

Eric Bandini

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Un'immagine di un buco nero circondato da un disco di accrescimento luminoso, con tonalità di arancione e blu sovrapposte su uno sfondo scuro.

Il verso del dorso

Articolo di Eric Bandini, 03/04/2026

Copyright Eric Bandini, ericbandini.com

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Frequentatori di librerie, biblioteche, rivendite di libri usati, librai qualunque, eccetera, è certamente successo di cercare/consultare i libri esposti che, per la numerica quantità e lo spazio disponibile, mostrano soltanto il dorso, e sarà piùcchecertamente (lo so, è erronea dizione e scrittura, ma lo scrivente, quale scrittore, dispone di licenza poetica) capitato di provare l’istinto di girare il capo da un lato e poi dall’altro per seguire la disposizione del titolo sul dorso dei singoli libri.

Irritante. Piùcchedaccordissimo (idem c. s.).

Scaffale di libri con titoli di design e architettura, vari colori e dimensioni.

Ora segue il verso della copertina, ora segue il verso della quarta di copertina. Qual è il verso del dorso?

Logo dell'Ente Italiano di Normazione con le lettere 'UNI' e il testo 'ENTE ITALIANO DI NORMAZIONE'.

Senza pretesa di creare una Norma UNI si può mettere giù la cosa con qualche semplice considerazione.

Presa ad esempio una moneta – nell’immagine di seguito sterline inglesi degli anni ottanta – si può considerare la differenza della dicitura sul dorso.

Due monete da un penny affiancate su un tovagliolo di carta

In quella a sinistra segue il verso della “testa”, considerato come quello corretto, in quella a destra è capovolta, si presume per errore di conio.

Rapportando la situazione ai libri il dorso deve (dovrebbe [non si pretende di fondare una Norma UNI) seguire il verso della copertina, e non la quarta di copertina.

In senso razionale, poggiato un libro sul tavolo con la copertina rivolta verso l’alto, perché il dorso dovrebbe leggersi a rovescio?

Non per fondare una Norma Uni, coma già ripetuto, ma giusto e solo per fare pubblicità a me stesso quale scrittore e gestore/creatore di questo sito, propongo di seguito un’immagine illustrativa di “dorso corretto”.

Libro intitolato 'Una storia italiana' di Eric Bandini, con copertina illustrata in colori verdi e rossi.

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Eric Bandini, 03/04/2026

La Grande Boria

Articolo di Eric Bandini, 01/04/2026

Copyright Eric Bandini, ericbandini.com

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Immagine della Terra vista dallo spazio, con particolare enfasi sull'Africa e gli oceani circostanti.

Non ci si pensa mai. Non lo si considera mai, eppure la vita su questo pianeta, considerato «il Cosmo», è una cosa veramente rara e delicata.

Fatta la tara dell’estensione coperta dagli oceani l’area terrestre veramente vivibile è stimabile, ottimisticamente, in circa il 30%, e se si tolgono i deserti, le catene montuose elevate, le zone impraticabili per qualunque ragione, forse ne resta “vivibile” il 15%. A qualcuno gliene importa qualcosa?

Diagramma che mostra la distribuzione delle superfici della Terra, evidenziando che il 71% è coperto da oceani e il 29% da terra, con percentuali specifiche per oceano costiero, Antartide, pascoli, terre coltivate, foreste e altre categorie.

Pare di no, o almeno ci si interessa di ciò unicamente per i propri interessi dimensionati nel raggio spazio-tempo della propria esistenza.

Lo spessore dell’atmosfera è così fragile e sottile che il solo guardarlo (in foto [vedere sotto]), per quanto affascinante, mette a disagio.

Una vista della luna nel cielo scuro, sopra la curvatura della Terra e le nuvole.
Vista del tramonto dalla stazione spaziale, con sfumature di arancione, blu e nero nel cielo.

Si vive ignari come se “il mondo” fosse un luogo indiscutibile e indubitabile, tanto quanto sfruttabile illimitatamente. Si guarda alle distanze “terrestri” come dimensioni “mondiali”, ignorando che questo mondo è una piccola insignificante palla di roccia e acqua nell’infinità dell’Universo.

Ancora qualcuno crede nel jet-set, laddove i VIP, ovvero coloro che possono assimilarsi a ciò che era il jet-set negli anni 60, ora si muovono su jet privati.

Un gruppo elegante di persone in abbigliamento vintage si trova vicino a un aereo, con una donna bionda in abito bianco al centro, circondata da amici che sorseggiano cocktail.
Jet-Set anni 60

Per gli altri i voli bestiame, con gli aeroporti affollati, le file per l’imbarco, gli scioperi, le attese, il caro biglietto – che non è la cartolina d’antan che si mandava a Pasqua e a Natale – le perquisizioni, il controllo ai raggi X, eccetera.

La potenza meccanica è ingenuamente associata ad una superflua necessità di spostamento, come se il Grand Tour fosse a portata di tutti, ove turista è solo la definizione volgar popolare di coloro che nel tardo XIX e inizio XX secolo potevano permettersi il Grand Tour; i Tour-isti appunto.

Un gruppo di persone in abiti storici davanti alla Sfinge e alle piramidi in Egitto, con cammelli e ombrellini.
Grand Tour

La delicata esistenza del Pianeta Terra non è solo questione di turismo, pericoli maggiori sono impliciti in un desiderio di dominio che produce armi nucleari.

Laddove la distruzione della Palla Terra può inesorabilmente provenire da quell’Universo nero, infinito e assoluto, che è solo a pochi chilometri sopra le nostre teste, benché noi lo si creda «il cielo azzurro».

Una Grande Boria induce presunzione, provate a guardare il cielo, e pensate che pochi chilometri sopra di voi inizia il Cosmo, un Nulla che è sempre qualcosa che Nulla e nessuno può contrastare.

Una vasta immagine del cielo notturno, costellata da innumerevoli galassie e stelle luminose su uno sfondo nero.
This view of nearly 10,000 galaxies is called the Hubble Ultra Deep Field. The snapshot includes galaxies of various ages, sizes, shapes, and colours. The smallest, reddest galaxies, about 100, may be among the most distant known, existing when the universe was just 800 million years old. The nearest galaxies – the larger, brighter, well-defined spirals and ellipticals – thrived about 1 billion years ago, when the cosmos was 13 billion years old. The image required 800 exposures taken over the course of 400 Hubble orbits around Earth. The total amount of exposure time was 11.3 days, taken between Sept. 24, 2003 and Jan. 16, 2004.

Immagini reperite nel web, o generate da I. A.

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Eric Bandini, 1 Aprile 2026

Morte dell’arte

Articolo di Eric Bandini – ericbandini.com

Copyright Eric Bandini, ericbandini.com

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English version

14 febbraio 2026

È deceduto lo scorso anno (2025) l’artista – pittore – scozzese Jack Vettriano, qualcuno che anche i non esperti d’arte – quale lo scrivente – forse hanno sentito nominare per via di quell’opera dal titolo evocativo e immaginifico «The Singing Butler», e che appare qui e là come immagine in alcune ricerche sul web.

Jack Vettriano, The Singing Butler (immagine come reperita nel web)

È un bel quadro? All’autore di questo articolo piace, ma è solo un’opinione, e l’argomento di questo scritto non è l’opera «The Singing Butler» in sé come riferimento. L’opera rappresenta piuttosto, nella opinione dello scrivente, una posizione metaforica per dichiarare la morte dell’arte, ma occorre procedere con un certo brevissimo ordine.

La “morte dell’arte” è stata dichiarata più e più volte nel corso degli ultimi 200 anni, forse il primo a farne menzione è il filosofo Hegel, ma non si pretende di andare così lontano nel tempo, né nel concetto. In tempi relativamente recenti basta citare Piero Manzoni, e chi ne ha voglia può fare ricerche sul web in merito all’artista italiano (Piero Manzoni, 1933 – 1963).

Piero Manzoni, Merda d’artista (immagine come reperita nel web)

Per tornare all’argomento di cui, ovvero la morte dell’arte e Jack Vettriano pittore scozzese, si fa qui riferimento ad un articolo apparso sul Corriere della Sera (lo scorso anno [2025]) dal titolo “Morto Jack Vettriano, il pittore del «Singing Butler»” in cui si citano, oltre all’opera in sé in riferimento all’autore della medesima, anche alcuni fatti apparentemente sconnessi, tanto in riferimento all’opera quanto all’autore.

Vivente l’artista – Jack Vettriano – l’opera, «The Singing Butler» (opera del 1992), fu venduta all’asta nel 2004 per =744’500,00= sterline. È molto? È poco?

Banksy, Crude Oil (immagine come reperita nel web)

Riporto qui di seguito, verbatim, dall’articolo del Corriere della Sera citato all’inizio di questo scritto: «Per uno strano caso del destino, quello stesso mercato che è stato il successo e la maledizione di Jack Vettriano lo celebra proprio ora, il 4 marzo (2025), mettendo all’asta da Sotheby’s a Londra “Crude Oil”, rivisitazione firmata nel 2005 dal grande trasgressore ( ? [il punto interrogativo è dell’autore di questo articolo]) Banksy di The Singing Butler: base d’asta (non certo irrilevante) tra i 3 e i 5 milioni di sterline.»

È troppo? È molto troppo? (Sì, lo so che grammaticalmente è un errore, ma l’autore di questo scritto è scrittore, fornito di licenza poetica)

Non è questione di denaro, l’arte è morta nel semplice assunto che la vignetta vale di più dell’opera originale, ovvero la morte dell’arte.

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Eric Bandini: 14 febbraio 2026

P. S.: se tanto mi dà tanto la vignetta che segue dovrebbe (???) valere mooooolto di più.

Una scena che rappresenta una coppia che balla sotto un ombrello, mentre in lontananza due uomini in tuta protettiva spruzzano un aerosol, con una nave in background.

Sistema legale.

Articolo di Eric Bandini, 11/11/2025

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È legale il Sistema?

Per esempio, e giusto per introdurre l’argomento, si è presa la contravvenzione tramite rilevazione autovelox, per controllo automatico semaforico, per altro controllo automatizzato, eccetera.

Ok. Pagata la contravvenzione (200, o forse 250/300 euro?) in allegato alla notifica c’è un formulario che l’autorità chiede di compilare e rispedire con indicato il nome e i dati del conducente a cui detrarre i relativi punti dalla patente di guida; in alternativa il destinatario della missiva di contestazione (il proprietario del veicolo, perché il sistema non identifica il guidatore e rivolge la contestazione all’unico soggetto che può individuare) può sollevarsi dall’obbligo di delazione pagando una sovra multa di Euro=300,00= (con bollettino [già] allegato?), che non di rado viene bypassata citando il nonno, che non guida più, la suocera, che ha la patente ma non è in condizioni per guidare, eccetera.

È legittima questa richiesta?

Per fare un’ipotesi si supponga un immaginario imputato di omicidio e/o spaccio e/o altro, eccetera, il quale, interrogato, si avvale della facoltà di non rispondere. Sono certo che codesto immaginario imputato (non di infrazioni amministrative, ma di crimini) per potersi avvalere della facoltà di non rispondere non ha pagato, e non pagherà i =300,00= Euro in alternativa alla delazione coatta. Esso immaginario imputato si avvale della facoltà di non rispondere a gratis.

È legittimo questo in riferimento a quanto sopra? O, nel caso, viene bypassato il diritto umano in favore di un sistema “automatico”?

Chi scrive non è pratico di cose legali, ma in termini logici non pare razionale, né legittimo, contravvenzionare il cittadino che non vuole denunciare sé stesso, né un amico, né un parente; non per un reato, ma in merito a violazione amministrativa del codice della strada.

Dietro a tutto ciò, non visto e non considerato (perché oramai ci siamo dentro inesorabilmente), c’è il sistema informatico e tecnologico di rapporto e gestione dei cittadini, i quali, è vero che possono usare il sistema anche per i loro scopi, ma è altrettanto vero che non hanno alternativa alla fruizione burocratica del sistema.

In termini pratici, se l’autorità rileva una infrazione (amministrativa, notare questo per il caso qui considerato) e non identifica il trasgressore, essa autorità non può (o almeno non dovrebbe ) obbligare alla delazione l’unico referente (nel caso il proprietario del veicolo) obbligandolo a pagamento pecuniario per omettere la denuncia di sé stesso o di altri; stante il fatto che il proprietario del veicolo, in certi casi, potrebbe anche non ricordare a chi ha lasciato guidare la vettura. La notifica di contravvenzione perviene circa un mese dopo l’infrazione eventuale.

Non secondo il fatto che la verifica dell’infrazione, in tutti i suoi elementi, compete all’autorità che la commina, e se la sunnominata “Autorità” obbliga alla (auto) delazione, significa che non ha gli elementi per accusare, «personalmente» (ovvero ad personam), alcuna persona di alcuna infrazione.

Questo metodo nasconde «il sistema», da cui il cittadino utente non ha scampo. I sistemi informatici e tecnologici di controllo, tanto della viabilità quanto della popolazione, sono sostanzialmente privi di personalità giuridica, sono delle macchine, degli automatismi senza responsabilità, e l’umano dietro l’apparato (l’operatore, per conto dell’Autorità) impone sui suoi simili qualcosa che nessuno può identificare. Chi è il “sistema informatico”? Chi (quale persona, o responsabile effettivo) ne è in comando? Chi è l’autovelox? Chi è che chiede il pagamento per omettere di denunciare o auto-denunciarsi?

Nessun agente (essere vivente), nel momento presunto, ha contestato direttamente alcunché. Per cui nessuno, dell’Autorità in relazione alla contestazione di infrazione, è identificabile, e se si prova a chiedere si avrà risposta che questo è il sistema, che non c’è nulla da fare, che bisogna pagare e tacere, perché il sistema è amministrato da amministratori che amministrano ma che non si sa chi siano e nemmeno sono consultabili, né si sa dove sono e/o se sono esseri viventi e non macchine. Il sistema automatizzato gestisce anonimamente, laddove «la» legge è affare tra umani, persone reali e viventi. È evidente che il sistema, così impostato, equipara indifferentemente gli umani e le macchine tramite l’azione di relazioni automatizzate. Ciò che sembra cancellare il diritto di essere un pari fra i pari (la macchina si sovrappone al diritto), qualcosa senza cui nessuna legge è davvero legale.

Il sistema, è quindi massimalista? Questo in termini letterari. Oppure siamo ignari in un sistema totalitario globale?

L’individuo è preso nella tecnologia senza scampo.

Esagerazione? Si può pensare, al tempo corrente, di vivere, in termini amministrativi e burocratici, senza connessione internet, senza computer, senza smartphone e relativa connessione, eccetera? Codesti strumenti sono di fatto diventati obbligatori, è un monopolio digitale, per cui quale possibilità si avrebbe di farne a meno nei confronti della «”Società Civile”» che, nel caso, chiede di autodenunciarsi se la Sua Amministrazione Automatica & Automatizzata non ha la possibilità di individuare la persona reale?

In merito all’autodenuncia per individuare il guidatore, si aprirebbe la ridicola ipotesi di doversi coerentemente autodenunciare ogni volta che si parcheggia in doppia fila, o contro mano, o senza disco orario, o altro. La cosa elevata a sistema diventa comica; si chiede di autodenunciarsi perché l’autorità automatizzata non è in grado di identificare l’eventuale responsabile.

È l’essere umano che ha dei diritti, anche nelle infrazioni, la macchina è una macchina, e basta.

La Legge è affare di umani fra umani, laddove la macchina tratta gli umani come animali in batteria.

Si pone una domanda, esiste in tutto ciò la “parità del diritto”?

P. S.: È noto l’avvento (Prossimo? O già in atto?) di veicoli senza conducente a guida automatizzata. Ora, nel caso di infrazione da parte di codesta automazione veicolare, sulla patente di chi verrebbero detratti i punti? E a chi sarebbe imposto di fare delazione obbligatoria? E a chi verrebbero esatti i trecento Euri per la mancata delazione coatta? E per conto e in nome di chi o cosa? E nella responsabilità di chi o cosa? E, nel caso, la “parità del diritto” (umano) assumerebbe il senso dell’uguaglianza dell’essere umano con la macchina?

Immagini create da «Intelligenza artificiale». Grazie.

P. P. S.: Cito il concetto espresso da un certo padre Rapier, gesuita, ne “L’arcobaleno della gravità”, di Thomas Pynchon, circa la massa critica: «Una volta che i mezzi tecnici di controllo abbiano raggiunto una certa dimensione, un cero grado di connessione reciproca, le probabilità di arrivare alla libertà sono andate per sempre».

In fondo, questo articolo è solo letteratura…

…o forse no?

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Eric Bandini, 11/11/2025

Proposta di legge

Articolo di Eric Bandini

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CopyRight 04/06/2023

Erano anni che non leggevo quotidiani, che non consultavo quotidiani onlain, che non guardavo la tìvù, che eccetera; vivevo, nonostante tutto, nel mio mondo fra scrittura e lettura (benché presente al lavoro), dunque erano anni e correva l’anno (mi si permetta questo burocratismo, anche in preambolo di quanto qui segue), sì, insomma, l’anno correva ed era l’anno 2020, era marzo, e un conoscente mi informa, molto casualmente, che c’è un grave problema su al nord. Migliaia di persone sono obbligate in casa alla quarantena per una epidemia, che forse è una pandemia, e capisco che magari è indispensabile abbandonare questo mio atteggiamento solipsistico per informarmi.

Così mi informo, accedo a siti onlain di quotidiani, accendo la tìvù (pubblicità coatta inclusa), ascolto notiziari e attendo a dibattiti televisivi, e mi rendo conto (relativamente alle mie propensioni letterarie) che c’è una ricorrenza, una strana ricorsività di una comparazione metaforica orribile: «buttare il bambino con l’acqua sporca». “Ma allora… ma allora è come buttare il bambino con l’acqua sporca”, “ma voi… voi volete buttare il bambino con l’acqua sporca”, “ma insomma, qui si vuole buttare il bambino con l’acqua sporca”, eccetera.

Ora, questa affermazione sedicente paradigmatica di un confronto metaforico assurdo, contiene un duplice dilemma: uno ecologico e anche cinico, in quanto, in ragione della raccolta differenziata, il bambino e l’acqua sporca non possono essere gettati insieme (e per quanto ne so non esistono cassonetti né isole ecologiche adeguate al butto dell’infante e della relativa acqua sporca). Questo è facile da comprendere, per chi avesse dubbi può rivolgersi, per informazioni, al proprio fornitore dei servizi di raccolta rifiuti; colui per il quale si paga la TARI.

Ciò posto resta l’orripilanza della metafora, che (detto tra parentesi) reca anche una trombonesca abusanza dell’italico linguaggio, «buttare il bambino con l’acqua sporca» reca insieme un’immagine di pressapochismo espressivo (vero è che coloro che in tal modo si esprimono, per quello che ne so [inganni televisivi a parte] lo fanno in diretta […ma è veramente “diretta”?…]) e di considerazione bambolesca dell’uditorio eventuale… “buttare il bambino con l’acqua sporca”… via… fa veramente orrore linguistico ed espressivo.

Per cui si sottopone qui, agli uno o due lettori di questo articolo, una proposta di legge con relativo regolamento di attuazione (…sì, lo so, o meglio lo so approssimativamente; un cittadino qualunque, tal quale è lo scrivente, non può sottoporre una proposta di legge, se non accompagnata da centinaia di migliaia di firme [500’000, mi pare {diconsi =cinquecentomila=}]).

La proposta di legge è la seguente.

Sotto pena di legge (si veda appendice per la modifica al C. P.) si vieta l’uso della metafora «buttare il bambino con l’acqua sporca», e in ordine al regolamento di attuazione si dispone quanto segue.

Che il bambino, se è sopravvissuto a tutti quei ruzzoloni, sia consegnato al più prossimo Pronto Soccorso per le visite adeguate alla sua sopravvivenza, e quindi consegnato ai Servizi Sociali per le cure adeguate e la relativa custodia.

Si dispone altresì che l’acqua sporca venga conferita a ditta specializzata per il trattamento e smaltimento adeguati.

Per la modifica al C. P. (leggasi Codice Penale) si rinvia ad integrazione del presente atto normativo.

Va bene, è stato un sogno, ho immaginato un mondo, ma concretamente, e anche letterariamente parlando, il linguaggio non può essere addomesticato (PER FORTUNA [burocraticamente parlando, e per quanto qui in argomento, mi pregio di precisare che esiste in merito letteratura {quella vera} per la quale si rinvia ai romanzi {quelli veri} e saggi adeguati]), e in ragione di ciò ci dovremo tenere questa orribile metafora per i tempi a venire.

P.S. Non ne ho certezza, ma tale metafora potrebbe provenire da euro-nordiche espressioni, in merito alle quali non dispongo di riferimenti adeguati.

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Eric Bandini.

04/06/2023

Assalto alla diligenza

23/03/2023

Eric Bandini

Copyright 2023

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Di norma, e in relazione al collaudato luogo comune, quando si parla di “assalto alla diligenza”, come ogni principale riferimento alla citata definizione, ci si riferisce ad un immaginario del tipo di quello qui di seguito riportato in IMMAGINE.

Locandina – Poster del film «Ombre rosse»
Immagine di dipinto americano

Ma più immaginifico ancora:

Redskins = Pellerossa

Dimenticando che il “Mondo Occidentale” ha origine nell’Occidente, cioè il luogo “Europa”, o anche continente europeo. L’America è stata una «scoperta» in ordine alla quale si credeva di avere scoperto gli “indiani”, i quali, cinematograficamente (… e non solo …) nulla avevano a che spartire con l’India e/o le Indie plurali come secoli addietro venivano riferite.

Volendo esemplificare con un riferimento «autentico» e “continentale”, ossia relativo al Continente Europa, si può citare la missiva che un postiglione della italica diligenza sulla tratta Via Emilia – Adriatica inviò il 5 maggio 1849 all’Intraprendete Generale delle Diligenze della Repubblica Romana, di seguito riportata come reperita e citata in un libro di francobolli e collezionismo di corrispondenza (autore Fulvio Apollonio – Vallecchi Editore – Copyright 1964).

«Illustrissimo signore (…l’Intraprendete Generale delle Diligenze della Repubblica Romana), alle ore 10 e mezza circa di ieri, quattro miglia in distanza da Imola e nel luogo nomato la Toscanella fummo aggrediti da 10 o 12, ma più sicuro il primo numero. Han manomesso cabriolet, cassaforte, imperiale, equipaggi, consegne in modo che il cabriolet resta colla semplice ossatura, avendo lacerato, fatto a pezzi e buttato a terra imbottite, tende ecc. Il copertone nel mezzo, a forza di pugnalate e colpi di coltello, ridotto a tale che in Imola bisognò metterci una varchetta sopra: merci e equipaggi tutto alla peggio rovinato e sconvolto in mezzo alla strada, le valige le aprivano a colpi di mazza e coltellate al coperchio, in modo che le riportammo sfrangiate, calci ai cappelli, peste scatole di donne, insomma erano tigri: ci hanno tenuto al tormento una buona ora, chi a terra chi coi fucili spianati, ora ci separavano e con tanto di coltelli minacciavano di scavarci la pancia, le donne mezze travagliate e noi con un batticuore del diavolo. Han tolto in contante del mio scudi 75, denari di corsa circa scudi 19, al Colonnello Curarini oltre 300 scudi in moneta, al dottor Savi più di scudi 200 in Bono, a chi poi 40 a chi 65 e a chi altra somma e orologi e posate d’argento rinvenute in baule e gioie e oggetti preziosi di donne e via. Però mi è riuscito di salvare quanto di era di v. pertinenza. Scrivo mezzo turbato. Se vi sono difficoltà per entrare in Roma, un avviso. Con rispetto, devotissimo servitore C. Merini».

A codesta nota l’Intraprendete Generale delle Diligenze della Repubblica Romana riscontra quanto segue.

«Al conduttore cittadino Merini, mi è pervenuta la Vostra lettera da Pesaro. Due righe per dirvi di continuare il viaggio per Roma passando per Porta Angelica, perché come vedrete il Ponte Molle non si può tragittare. Vi saluto. L’Intraprendente.»

Assalto alla diligenza «continentale», ovvero questo continente.

È vero che l’immaginario è impostato cinematograficamente, o anche fumettisticamente, vedere immagine di seguito.

Tex Willer ? Fonte non certa, ma immaginario collaudato.

Ma è oltremodo più vero che anche se non abbiamo gli “indiani” non ci siamo mai fatti mancare nulla.

O citando “quant’altro” (p. e. da «Storia d’Italia» 1976 Einaudi) si può riferire quanto segue.

È significativo che un intero capitolo della Relazione intorno alle condizioni dell’agricoltura del 1876 fosse dedicato alla Sicurezza campestre e che, ad esempio, il sottoprefetto di Cesena finisse col considerare normale il fatto che «turbe di ladri hanno infestato le campagne senza che loro potessero resistere i contadini o proprietari» e sottolineasse che, in certi luoghi, «il furto campestre è considerato quale un’industria lecita e presenta i caratteri direbbesi anche di una piccola questione sociale».

È vero, non c’erano Billy The Kid, Pat Garret eccetera; e nemmeno c’erano gli indiani, ma per il resto non mancava nulla, anzi molto è stato esportato a seguito della crisi agraria con l’emigrazione in massa. E a giudicare dalla cinematografia hollywoodiana, pare, anche con discreto successo. Fatta ovviamente la tara dei problemi giudiziari.

Eric Bandini

23/03/2023

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Miniassegni e chiacchiere da bar

Miniassegni e chiacchiere da bar

Eric Bandini, 12/09/2017

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Eric Bandini © 2017

Storie del tempo del “bar”, avrebbe potuto essere il titolo di questo articolo, che colloca la sua vicenda negli anni ’70 del secolo scorso, quando l’economia aveva ancora un aspetto economico, oggi come oggi ha per lo più un aspetto tecnologico, per quanto la contabilità continui ad esigere le sue vittime e i suoi persecutori.

Nell’Italia di allora prese forma uno strano aspetto monetario nella faccenda economica del paese, e la parola monetario si adatta alla perfezione all’argomento di cui qui. Dalla moneta ci si aspetta il tintinnare, la pesantezza nella tasca, la solidità metallica, laddove per qualche anno, più o meno dal 1975 al 1978, capitò una strana penuria di pezzi da 50 e da 100, e si precisa che la parola pezzi non vuole evocare luigi, napoleoni, franchi o talleri eccetera, con il loro contenuto aureo in alta percentuale, ma le monete a corso legale da 50 e 100 lire, la cui carenza lanciò nel paese la diffusione di assegni al portatore di piccolissimo taglio (50, 100, 150, 200 o anche 250 lire) emessi dalle banche di ogni parte della nazione.

Assegno circolare da 200 lire della Banca del Salento, con dettagli decorativi e numero di serie.

Nella mente e nella fantasia di un ragazzo con quei pezzi di carta non ci potevi giocare a flipper o ascoltare il juke-box , cose per le quali baristi e gestori di locali si erano organizzati accaparrando modeste quantità di quelle monete da usare come gettoni.

Il token monetario cartaceo si imponeva senza lacuna legge e senza alcuna regola, era un mezzo valutario che ricavava il suo consenso semplicemente dalla sua necessità, le monete non si trovavano, non c’erano più; venivano prodotte? Domanda non rispondibile dal cittadino qualunque, il quale vedeva rifilarsi questi pezzi di carta  che facevano volume nel portafogli senza alcuna ricchezza del possessore.

Il paese si domandava, la risposta pareva preventivata: «Colpa dell’inflazione!», e questa risposta non rispondeva. In termini inflattivi se c’è richiesta di moneta spicciola e questa non è reperibile sarà una specie di inflazione indotta; per capire il concetto è sufficiente pensare, estremizzando il problema, alla inflazione della Germania negli anni ’20, quando in quel paese le banconote recavano valori di miliardi. È evidente che nella inflazione estrema le monete metalliche non hanno più alcun senso, pare che andassero a fare la spesa con sporte piene di banconote. Se in Italia in quel periodo c’era richiesta e corrispondente carenza di monete il problema non era l’inflazione.

La gente, in modo popolare si interrogava, le risposte non erano esaurienti, ma curiosamente significative o evocative.

A livello di chiacchiere da bar qualcuno aveva ironicamente e comicamente lanciato il sospetto che le monete italiane venissero trafugate in Svizzera per essere usate come fondelli per gli orologi. Ipotesi assurda? Possibile, ma romanzesca. Questa diceria, che era sorta in una discussione “da bar”, intrigava ed evocava i fumetti. Qualcuno aveva fantasticato a piena fantasia un team di svizzeri stile Banda Bassotti che trafugavano furgoni carichi di monete da 50 e 100 lire.

Orologio elegante con quadrante argentato e cinturino in pelle nera.

Si presumeva, per il latore dell’idea, che le 50 lire andassero per gli orologi da donna e le 100 lire per quelli da uomo. A questo riguardo vale la pena di notare che le 50 lire recano su una faccia un tizio palestrato davanti ad un incudine, presumibilmente Vulcano, equivalente del greco Efesto, mentre le 100 lire la dea Minerva, equivalente ad Atena della Grecia classica; c’è attinenza? Non ha nessuna importanza, comunque era evidente che le monete da 50 e 100 lire avevano (e hanno ancora, chi può trovarne qualcuna in un vecchio cassetto può verificare) una lucentezza di acciaio super inox che altre monete di altri paesi non avevano.

Moneta da 50 lire italiana del 1992 con raffigurazione di un uomo nudo che batte su un'incudine.
Vulcano
Moneta da 100 lire italiane del 1965, con un'immagine di una figura femminile che tiene un bastone e una pianta di alloro.
Minerva

Nella carenza della moneta spicciola il rapporto economico del cittadino qualunque nella sua vita qualunque assumeva relazioni che esondavano nella trasgressione, con aspetti di trattativa tipo beduini al suk. Nella transazione di qualunque acquisto in cui fosse necessario un resto in moneta ci si vedeva rifilare, al posto delle monete, unitamente o in alternativa ai miniassegni, caramelle, cioccolatini, gettoni telefonici, o arrotondamenti per acquisti non necessari. La moneta metallica latitava.

Gettone telefonico in metallo con la scritta 'GETTONE TELEFONICO' e un'immagine di un telefono sul retro.

Nelle chiacchiere da bar qualcuno più malizioso aveva supposto un’ipotesi non esattamente peregrina, cioè che la carenza di moneta fosse una guida dell’inflazione. Assurdo? Può darsi, o forse certamente, ma in quel periodo speculare sulla svalutazione della lira era uno sport, e qualche giornalista aveva avanzato la teoria che se si fosse dovuto perseguire gli speculatori  sul ribasso della moneta nazionale non sarebbe stato necessario uscire dai confini del paese. D’altronde pare che qualche fabbrichetta avesse dovuto chiudere la produzione e dichiarare fallimento non per scarsità di domanda del loro prodotto, ma perché l’imprenditore si era improvvisato speculatore. Pareva un gioco facile. Si voltava una somma di denaro più o meno ingente in un’altra valuta, marchi, dollari, sterline, eccetera, e si aspettava che la lira svalutasse, poi si convertiva raccogliendo la differenza.

Di fatto resta che l’emissione di miniassegni pare assommasse ad un totale di circa 200 miliardi di lire, e considerando la deperibilità dell’oggetto (i miniassegni erano di carta di cellulosa, laddove le banconote sono di carta di cotone) questa deve avere distrutto molta moneta lasciando irriscuotibile una larga somma che le banche emettitrici hanno incamerato senza fare nulla.

Una curiosità: le monete da 5, 10 e 20 lire non mancavano, anche se sostanzialmente inutili.

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Eric Bandini, 12/09/2017

JR – William Gaddis (05)

JR – William Gaddis (05)

Eric Bandini © 2016

Questo articolo è il quinto di una serie di circa trenta che è stato pubblicato nella forma di un unico saggio letterario

Disponibile su:

segue da «JR – William Gaddis (04)»

La relazione con gli altri deve avere una dimensione; tralasciando tempo e spazio che sono due entità che si rimpallano la misura, la principale esattezza dimensionale umana è il denaro quale valore (credito) di tempo e spazio. L’azione di JR, come quella di qualunque speculatore finanziario, si muove nello spazio del credito (che materialmente è debito) nella sincronia temporale delle relazioni regolate dalle leggi, dalle tasse, dalla Borsa, ecc. In sostanza “il” denaro non esiste se non nella forma del credito che viene generato dalla “esattezza” delle relazioni umane. Se per ipotesi la macchina speculativa si fermasse o si bloccasse, il tempo e lo spazio misurati dal denaro collasserebbero ma non verrebbe meno il denaro quale esattezza delle relazioni umane. In termini “fisici” le crisi finanziarie sono “momenti” in cui il credito (che è debito) mostra misure non più rapportabili  a tempo e spazio umani e condivisibili così che il denaro perde la sua dimensione di fluidità fra un dare e un avere che in effetti non “fluiscono” ma sono solo il riconoscimento reciproco di risultati di eventi e azioni umane determinati nell’esattezza contabile.

Nello “spazio” del credito (che è il denaro con il suo pseudonimo) i tempi delle relazioni della legge, delle tasse, della finanza, ecc., creano momenti di PLUSvalenze che non PLUSvalgono nulla se non nelle relazioni che le hanno generate e che le sostengono con la legge, le tasse, la finanza ecc. Non esistono flussi o depositi di denaro che non siano credito, cioè debito. Il denaro è un buco che inghiotte il tempo e lo spazio degli umani; nell’Universo non c’era, non c’è, e non ci sarà più o meno tempo o spazio di quello che c’era, c’è e ci sarà; l’Universo non crea né plusvalore né svalutazioni.

Il modo di scrivere di William Gaddis potrebbe definirsi karmico, e riguardo al karma vi sono all’origine fraintendimenti che lasciano spazio a facili illusioni, che consentono punti di vista su un “buon” karma o su di un”cattivo” karma, i quali, distinti, dovrebbero prevedere una giustizia antecedente, la quale dovrebbe prevedere un’altra giustizia a sostenerla eccetera all’infinito; il karma è la visione umana del samsara, cioè tutto ciò che accade, l’inarrestabile corso degli eventi fuori da ogni giudizio e interesse di una giustizia che deve umanamente autoimporsi e guardare attraverso la lente del karma laddove esiste solo samsara.

Ciò che William Gaddis illustra è il samsara, l’inarrestabile ciclo della vita e della morte negli aspetti di un mondo di rapporti umani di cui il karma sarebbe una relazione di equilibrio dell’anima, ma quest’ultima non ha alcun controllo su tutto ciò; l’unica cosa che potrebbe fare sarebbe quella di astenersi, ma da cosa? Le relazioni e le azioni umane sono esatte in due sensi: 1) il mondo esige la sua quota di vita e di morte, 2) il rapporto fra gli umani deve avere una misura, e questa è l’esattezza, il cui esponente principale è il denaro. Va da sé che esattezza non significa Giustizia. L’idea di un karma antepone come concetto  un giudizio sul futuro poiché le azioni sono tali solo nel passato e/o in relazione al futuro, e nel vuoto del presente si situa l’inarrestabile samsara senza tempo né spazio.

Nel giudizio delle azioni, qualunque azione, si colloca il valore del bene o del male, ed è facile esprimere o avere un giudizio personale a qualunque riguardo circa le “azioni”, poiché sono sotto lo sguardo di ogni vivente, ma esistono tipi di azione che non sono rilevabili o giudicabili perché avvengono al negativo dell’azione. Impedire, per esempio, l’azione del bene è un gesto non quantificabile né veramente giudicabile, la cui giustizia non esiste né potrà mai esistere ed è in questa inevitabile e/o possibile privazione del bene che giace il rapporto fra un karma e un samsara che possono solo essere descritti in maniera letteraria. Lo scrittore è colui, o uno fra coloro, che sa penetrare con la sua parola la vastità di questo continuo avvenire, senza pretendere di piegarlo al proprio interesse. Lo scrittore deve avere amore di sé, del prossimo e dell’Universo, condizioni fondamentali per definirsi scrittore senza le quali si resta solo qualcuno che sa scrivere.

I personaggi di «JR» di William Gaddis sono dibattuti in questo contenitore karmico che li tiene e il valore del denaro è un credito esatto che non esiste altrove se non nel karma umano. Si lascia a qualcun altro l’epilogo morale se il denaro sia bene o male, tuttavia nell’Universo non esistono Capitali che non siano oggetti della mente umana.

 20/09/2016

 Eric Bandini © 2016

 segue su «JR – William Gaddis (06)» (non più disponibili i successivi)