La solita storia
Eric Bandini © 2016
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Ciò di cui si va qui a discorrere appartiene al genere della noia scolastica, eppure…
Alessandro Manzoni scrive i «Promessi sposi» negli anni fra il 1824 e il 1827, e immagina l’Italia in cui si trova a vivere in una collocazione storica del 1600. Se questo parallelo temporale non avesse senso la sua storia, che è la sua opera principale, sarebbe priva di valore. È probabilmente dall’ispirazione e ammirazione per Walter Scott, l’autore anglosassone del periodo fra la fine del ‘700 e inizio ‘800 creatore di quello stile narrativo definito “romanzo storico”, che Manzoni proietta i suoi personaggi nella Milano seicentesca occupata dagli spagnoli. Si può quindi immaginare che Alessandro Manzoni avesse intuito una tipologia e un carattere italiani che, sebbene collocati due secoli più indietro del suo tempo, potevano essere interpretati e apprezzati anche dai suoi contemporanei; è quindi lecito pensare che il messaggio manzoniano possa riassumersi nella frase «Questi siamo noi, questa è la nostra gente, il nostro modo di essere, le nostre tradizioni».
I “Promessi sposi” quindi come romanzo storico, anche secondo quanto affermato da Gyorgy Lukacs (La teoria del romanzo, mi pare) dal quale però si evince anche la tesi secondo la quale questo è l’unico romanzo storico della letteratura italiana (in linea teorica non è sufficiente collocare una storia indietro nel tempo per avere un romanzo storico [di questo forse si tratterà in altro articolo]) e aggiunge Lukacs che è un romanzo storico in cui i personaggi popolari, principalmente Renzo e Lucia ma non solo (lo sfondo narrativo del contesto non è mai ininfluente), emergono come gli “eroi” della narrazione contro lo svolgersi di una Storia (quella degli Eventi degli Uomini Importanti, quella con la “S” maiuscola) molto più grande di loro; Renzo e Lucia sono gli esponenti di una classe lavoratrice che lotta e sopravvive, sono eroi dal basso, sono la storia intesa come vita di persone ordinarie, di tutti i giorni, fra le trame di personaggi potenti, equivoci, fetenti, loschi, ingenui, superstiziosi, bendisposti con riserva, molti con una umanità pelosa, tutti o quasi in retroguardia da qualcosa che non conoscono e che si chiama semplicemente “vita”, e tutto ciò forma una trama sociale in cui il lettore italiano, anche del nostro tempo (Agosto 2016), non può sottrarsi dal pensare «Questi siamo noi»; è pressoché impossibile non trovare paralleli contemporanei con Don Abbondio, l’Innominato, Frà Cristoforo, Azzeccagarbugli, i Bravacci e tutto ciò che questi rappresentano e mettono e tengono in moto nel corso della narrazione.
Manzoni impiega tutta la sua abilità a farci andare indietro nel tempo fino al XVII secolo, fino all’incipit in falso italiano seicentesco e volutamente e realisticamente sgrammaticato, nell’assemblaggio di eventi reali, come la rivolta del pane a Milano, l’occupazione spagnola, i lanzichenecchi e la guerra, che si snodano e si svolgono attorno e contro i personaggi inventati a creare una italianità che lotta per emergere o per mantenersi viva nonostante in una sorta di umiltà coraggiosa, poco colta ma pervicace nelle sue intenzioni, anche se praticamente disarmata di fronte agli eventi. In fin dei conti l’ingenuità di Renzo e Lucia è la loro forza; un po’ smarriti come spesso gli italiani si sentono e sono ma animati da uno spirito di intenti che, sebbene semplici, trovano attuazione non senza un certo inconsapevole coraggio e una buona dose di iniziativa che deve remare contro i propri simili, i quali rappresentano solitamente l’ostacolo da superare tramite quei piccoli sotterfugi e quegli aiuti a cui fanno ricorso. La fuga organizzata da Frà Cristoforo, Renzo che ripara da un parente, insomma, la Chiesa, la famiglia e poco altro.
In uno scritto degli anni ’60 Alberto Moravia esordisce con l’affermazione «Questi siamo noi», evidentemente questo è il tratto saliente de “I promessi sposi”, poi però si indurisce in una posizione anticlericale contro il Manzoni stesso (che fra l’altro pare fosse cattolico praticante) sostenendo che ha calcato poco la mano sulla figura pavida di Don Abbondio evitando di fare emergere il potere clericale e la sua influenza temporale sulla vita della gente e dimenticando forse che sebbene la Rivoluzione Francese fosse un fatto già acquisito alla storia ai tempi del Manzoni non esistevano le condizioni per lo sviluppo di una coscienza di classe, considerata la scarsa diffusione dell’illuminismo senza citare la frammentazione geografica della penisola e la totale assenza di una politica di livello popolare. Inoltre se il Manzoni si fosse scagliato apertamente contro il potere clericale (cosa improbabile) avrebbe verosimilmente fatto una fine assimilabile a quella di Max Stirner (e in fondo che cosa ha detto Max Stirner? Che ciascuno ha diritto alla propria felicità, ma lo ha detto in maniera anticlericale e politicamente sovversiva, cosa che i suoi tempi non gli consentivano, mentre Moravia negli anni ’60 e seguenti [ma non oltre] poteva dire e disdire ciò che voleva) o forse non sarebbe stato pubblicato, o nel caso sarebbe stato ignorato con sdegno. Ogni coscienza ha il suo tempo, e alla distanza di tempo dal Manzoni ancora ci riconosciamo, però qualcosa è cambiato. Sebbene nell’opera del Manzoni ci siano evidenti radici di italianità oggi come oggi l’ingenuità di Renzo e Lucia, e soprattutto quella di Agnese, o Tonio, o altre menti semplici, sarebbero totalmente fuori luogo; Agnese oggi come oggi è un personaggio che non troverebbe la sua storia, e se oggi esistono persone come Agnese probabilmente vivono come nelle catacombe, umanamente parlando. Forse quell’ingenuità si è trasformata in scaltrezza, poi in opportunismo, ferme restando le prerogative dei vari Don Abbondio, Innominati, Bravacci, Don Rodrigo, Don Ferrante, Don… Cav… Dott…
Resta da chiedersi che cosa abbiamo perso e cosa abbiamo guadagnato, e considerato che nell’universo l’equilibrio è a parità di Bilancio forse abbiamo perso qualcosa senza sapere cosa, in merito al “guadagno” gli speculatori sono sempre in agguato.
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