La notizia della mia morte (racconto breve)

La notizia della mia morte

Racconto breve di Eric Bandini

Eric Bandini © 2019

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La notizia della mia morte mi colse preparato. Non entusiasta, o forse non eccessivamente, ma con la distratta cognizione di avere appreso una curiosità inaspettata: «… toh… guarda!».

            Ancora prima di apprendere la novella ne avevo già individuato i segni premonitori sul volto e nel portamento del medico con cui stavo conferendo a seguito dell’ennesima visita, insomma la nuova era come nell’aria. Poi quella contrizione professionale che il medico ostentava prese la forma dell’esposto diretto, poiché in fondo l’esito, lo scopo, non poteva deviare da ciò.

            – Nelle sue condizioni le restano pochi mesi o forse poche settimane di vita…

            Il medico fece una pausa come per osservare l’effetto della sua uscita e io cercai di fare una faccia da poker evitando un sorriso che tentava di mostrarsi alla superficie del mio atteggiamento. Sono una persona educata, ciò che mi pone spesso nella condizione di apparire scemo, come usualmente il prossimo giudica le persone gentili. Trattenni il fiato per mascherare il mio atteggiamento che mi sforzavo di mantenere neutro il più possibile. Forse il medico si aspettava il dramma, il piagnisteo, la richiesta di eternità, di prolungamento in vita – proposta che poi venne da lui medesimo –, di rassicurazione di qualche ulteriore possibilità… di queste non ce n’erano, e nemmeno me ne aspettavo. Le mie regolari consultazioni con i luminari della medicina si accompagnavano da tempo ai miei problemi cardiaci, che negli ultimi tempi avevano richiesto un incremento di pastiglie, medicine e momenti di ossigeno da una bombola… il mio cuore non ce la faceva più, era ingrossato, le sue pareti – il muscolo – era assottigliato, molto assottigliato; tuttavia il professionista la sua proposta di allungamento della vita la fece.

            – La possiamo mettere in lista per un trapianto…

            Questa affermazione dovette avermi colpito come uno schiaffo e sulla mia faccia dev’essere scomparsa l’espressione da poker per lasciare il posto a qualcosa da decifrare, o almeno strana per il contesto. Il medico, dopo una pausa di cui forse studiava l’effetto nella mia espressione senza di fatto comprenderla, persistette.

            – Non è detto che lei vi abbia accesso o che accada subito…

            – No – mi affrettai a dire – nessun trapianto. No grazie!

            Sul volto del medico apparve una specie di disappunto, si era come sollevato sulla sedia per posizionarsi diversamente e si era ritratto leggermente all’indietro come se non si sentisse pienamente comodo; però, forse istigato dalla professione, replicò diversamente.

            – Perché no?

            A questo punto, e constatato il tempo residuo della mia esistenza, testé certificato e garantito, non me ne importava più un gran ché della mia usuale ritrosia ad esprimere opinioni, come ho sempre ritenuto fosse la caratteristica di una persona gentile. L’opinione è qualcosa che mi ha sempre messo in imbarazzo e spesse volte non te ne puoi sottrarre e contemporaneamente nella quasi totalità dei casi l’opinione stessa, qualunque essa sia e di qualsiasi argomento, cade nella stranezza o al meglio nell’anonimato della norma, che di fatto la rende tanto inutile quanto superflua. La gente semplifica, se la legge è uguale per tutti perché non lo dev’essere anche il corpo, la mente, il cervello, eccetera… Poi, siccome sono una persona gentile, e quindi uno scemo, risposi.

            – Perché mi sentirei come se dovessi mingere con il pisello di qualcun altro…

            Il medico fece una strana espressione, la mia uscita bizzarra doveva averlo sorpreso almeno un po’; alzò un sopracciglio, poi anche l’altro a stornare lo sguardo su di un punto impreciso della scrivania a cui sedeva, come se stesse considerando un fatto inedito e sorprendente. Poi, chinandosi in avanti e poggiando i gomiti sul piano della scrivania e intrecciando le dita in una posa serena, quasi a voler sottolineare un suggerimento confidenziale, disse qualcosa di banale.

            – Così lei morirà.

            Io a mia volta alzai un sopracciglio e poi anche l’altro fissando un punto inesistente sul soffitto, considerando e decidendo per me stesso, tenendo ugualmente conto della professione del mio interlocutore, per il quale la vita può anche essere vista come oggetto scientifico, che non gli avrei chiarito il fatto – che considero consistente e inalienabile – che per me un’iniezione è già uno stress, figurarsi un trapianto di cuore. Tuttavia non sapevo come replicare senza offenderlo; mi limitai ad allargare le braccia e alzare le spalle.

            Il tempo ha un limite, che a volte sembra correre sul filo del comico, il quale notoriamente è l’antitesi della tragedia. Certamente il medico aveva altri e probabilmente numerosi pazienti, e io, come per ciascuno di essi, avevo la mia quota della sua attenzione, ma non oltre. Così, anticipando il mio congedo, mi comunicò i medicinali che avrei dovuto inutilmente assumere e mentre mi forniva le ricette con le prescrizioni relative, mi disse qualcosa.

            – Se ci ripensa siamo qua…

            Che mi suonò all’ingrosso come la frase che i piazzaroli rivolgono ai loro clienti alla fine dell’acquisto, come a voler rimarcare il predominio della precarietà.

            – Non c’è pericolo – dissi io concludendo il colloquio.

            Anche se non mi sentivo molto bene non avrei insistito in quella conversazione. La sua proposta mi parve salomonica: trapianto o morte. Mi alzai, ringraziai – il medico va sempre ringraziato –, salutai e me ne andai.

            Questo fu nel mattino di un giorno della mia vita in vita – per quella in morte si rinvia ai gestori dell’altro mondo.

            Me ne tornai a casa. Tranquillo? Sereno? Beh… sereno forse non eccessivamente, il taxi che mi menava alla mia abitazione mi rammemorava insieme che io non guidavo più, non avevo più nemmeno il fiato per condurre un veicolo. Un tempo alle visite mi accompagnava mia moglie, ma questo è un altro argomento. Ero felice? Ero consapevole? Queste sono definizioni linguistiche e letterarie. Me ne tornai a casa, questo è quanto.

            Sono sposato. Non ho figli. Vivo in un appartamento al secondo piano di un condominio di cinque. A mia moglie non avevo detto nulla di questa visita, che a quanto pareva metteva una sbarra nel percorso a vista della mia esistenza; ciò benché ella conoscesse molto bene i miei problemi – e ritengo che ciascuno non debba affardellare il prossimo delle sue paturnie – dei quali certamente ne discuteva con il suo amante, della cui relazione avevo sempre finto l’ignoranza e recitato la conseguente inesistenza, perfino davanti all’evidenza.

            Così pranzai con la moglie, nel rado scambio delle solite banalità, con i suoi sorrisetti di premura per la mia malattia. Poi a fine pranzo esternò qualcosa con il sorriso stampato sulla sua espressione ipocrita.

            – Stasera viene l’Armando…

            Il suo amante segreto. Era una storia di vecchia data. Siamo coniugi – che mai ci si congiunge a fare? forse per burocrazia? tuttavia siamo coniugati; l’illusione dell’amore dev’essere un errore difficile da evitare – da una quindicina d’anni, io ne ho quarantaquattro, lei quaranta. Da quando mi accorsi dell’intrusione dell’Armando, facendo appello alla mia malattia e alla mia debolezza, per tramite di funamboliche e improvvisate spiegazioni,  avevo declinato costantemente ogni contatto sessuale con la moglie. L’idea di ficcare il mio personale pisello dove lo ficcava regolarmente qualcun altro, non anonimo, mi suonava come una cosa omo, o almeno una depravazione a distanza. Nemmeno baciavo più mia moglie, adducendo le scuse più pazze; pensare che avrei baciato dove baciava l’Armando mi faceva rizzare i capelli in testa, se l’avessi baciata mi sarei sentito come se avessi praticato una fellatio sul tipo.

            Tramite la sua relazione fisica con l’Armando (e molto probabilmente con altri, ciò va da sé…) il nostro rapporto era diventato platonico dietro lo schermo della mia malattia, nota da molto tempo; e non mi serve la divinazione per immaginare la donna-moglie che si giustifica con e in presenza delle sue amiche, le quali comprendono. Sono uno scemo.

            Che «Stasera venisse l’Armando» era una non-notizia, il tipo si presentava di frequente, diciamo con cadenza ebdomadaria o al più tardi quindicinale, e molto gentilmente si intratteneva sulla mia malattia, si informava, si preoccupava, consigliava con autentico interesse, «… perché vedi tu dovresti…», «… ha ragione l’Armando…», ingiungeva la donna; cioè mia moglie. Sono uno scemo.

            Così la notizia non gliela diedi, quei due avrebbero organizzato un futuro a mio discapito nelle loro peculiari convenienze. No, grazie.

            Terminato il pranzo la donna se ne andò a fare un sonnellino, non senza avermi esternato le sue premure.

            – Devo portarti la bombola?

            Quella dell’ossigeno.

            – … nel caso mi arrangio…

            La donna se ne andò a fare una breve nanna, a riposarsi delle prossime fatiche, quelle del pomeriggio con le amiche, della serata impegnativa – io sarei stato presente, almeno per parte della visita del tipo – con l’Armando. Decisi di fare due passi e scordarmi momentaneamente l’ossigeno, per quello che potevo; il mio cuore non mi avrebbe permesso oltre. Presi l’ascensore e arrivai all’ingresso dove incontrai l’architetto che abita al primo piano. «… buongiorno – buongiorno …»

            – Come va?

            La mia malattia è nota, come è nota la sua omosessualità, senza che nessuno ne faccia pettegolezzi; semplicemente lo si sa, così come si sa dell’Armando, eccetera…

            – Vado a prendermi un caffettino – disse l’architetto dirigendosi verso la porta di ingresso che dà direttamente sulla strada, dove negozi, bar, commerci e locali vari hanno le loro attività.

            A ripensarci adesso – vale a dire necessariamente non molto oltre l’adesso della notizia, in considerazione della scadenza a termine della mia vita in vita – la mia reazione mi pare abnorme. Solitamente non reagisco, non rispondo, non attizzo alla replica, non faccio battute. Sono uno scemo… tuttavia inconsapevolmente e momentaneamente mi sfuggì il controllo diretto della funzione vocale.

            – Se lo vada a prendere architetto… se lo vada a prendere… – dissi io con serena premura.

            L’ironia non mi appartiene, di norma preferisco passare per scemo, ovvero essere gentile, ma evidentemente la notizia doveva avere influito sulla mia persona in qualche maniera che io non potevo verificare.

            L’architetto proseguì per il brevissimo tratto fino all’uscio del condominio, poi si voltò e mi fissò un istante con uno sguardo interrogativo nel quale vi lessi il dubbio se la mia duplice affermazione contenesse anche un duplice significato. Poi scomparve in strada.

            Non sono né sono mai stato un tipo da provocazione o da battuta anche solo lontanamente goliardica – si aprirebbe qui l’opzione degli equivoci, ma a questo riguardo si rimanda alla paranoia, che com’è noto non è una malattia mentale; almeno fino a quando non accoltelli il vicino di casa perché pensi che ti abbia impiantato una radio nel cervello – la mia malattia non lo permette né lo avrebbe permesso, e nemmeno il mio cervello. Sono sempre stato un osservatore, forse non sempre attento, anzi certamente, come denota la mia coniugazione. Ho sempre evitato di fare commenti, lasciando che la mia debolezza fisica frapponesse uno schermo fra me e il mondo; schermo che non mi ha mai riparato veramente da alcunché. Questo schermo non-protettivo si costituiva come un filtro da cui osservavo e desumevo – necessariamente, in vita non c’è alternativa alla vita – senza mai esprimermi per davvero in opinioni attinenti a qualcosa a cui non si poteva fare attinenza. Sono uno scemo.

            Ora nella consapevolezza della notizia era come se mi sentissi sganciato, più libero, come fuori da tutto; sebbene privo di ogni potere, altrettanto che il mio fisico debilitato, il quale si faceva presente al mio cerebro come limite estensivo delle mie potenzialità in vita.

            Ero appena uscito dall’ascensore, avevo appena scambiato due parole, mi ero appena affacciato in strada e già sentivo l’ansito; il mio corpo reclamava qualcosa che esso stesso non poteva fornire più né poteva reclamare dal muscolo centrale, sovraccaricato di impegni che non poteva mantenere.

            Oltre la strada, dietro al condominio di fronte e oltre a tutti i commerci dabbasso sulla via c’è un giardino; piccolo, spelacchiato, con qualche albero che getta un po’ di ombra sulle poche panchine vandalizzate e consunte dal tempo. Addietro mia moglie mi accompagnava recitando la parte della donna devota e sollecita nei miei riguardi, per poi tornarsene al condomino della nostra congiunta residenza con qualche scusa e riapparire un poco più tardi a prelevarmi amorosamente; poi ho avuto conoscenza – taccio la fonte, che non è una fonte, per capire qualcosa non è sempre necessario che qualcuno ti faccia un disegno o ti mando una lettera anonima – che in quegli intermezzi avveniva qualche fugace intercorso. In merito a ciò – e curiosamente senza dover insistere oltre misura né fare sceneggiate lamentose – decisi ed ottenni di dormire in camere separate e soprattutto in materassi e biancheria distinti, semplicemente adducendo imprecisate ragioni di salute. La scusa della malattia ha questo potere. Per giunta ho necessità di fingere anche fuori casa. Una volta sono uscito con un bastone, non tanto per sorreggermi quanto per rammentare a me stesso di prendermela con calma. Il bastone agiva da catalizzatore rendendo evidente la mia debolezza e facendomi palese oggetto delle soperchierie, più di uno sconosciuto dal fare losco mi avvicinava per vedere di sorprendere la mia debolezza e accalappiare eventualmente, se non il mio portafogli, che ora lascio in casa, almeno la mia passività derivata dalla malattia. Ora il bastone lo lascio in casa. L’apparenza inganna; certi tizi si tengono a distanza. Sono uno scemo.

            Il giardino è il mio obiettivo. Ci vado quando dico che «…esco un po’…». Sostanzialmente negli ultimi anni non sono andato oltre né altrove, se non alle visite mediche e alle prestazioni connesse. Come ho detto all’inizio la moglie mi accompagnava, mi collocava e poi spesso se ne andava per i suoi intermezzi da cui tornava sorridente a prelevarmi; poi un giorno, di certo preferendo aspettare l’Armando – che io considero un nome plurimo – mi disse con trasporto confidenziale «Mi fido di te. Torna presto, mi raccomando…». E non mi accompagnò più, se non con il medesimo e fiducioso trasporto sentimentale dell’accorato suggerimento. Sono uno scemo.

            Fuori dal condominio guardai attentamente prima di attraversare, il mio passo non mi consente balzi improvvisi né una lunga autonomia, devo calcolare tutto. Attraverso. Di fronte al bar dove presumibilmente l’architetto è andato a prenderselo c’è una Bentley posteggiata nel box invalidi, e noto che ha, dietro al parabrezza, l’autorizzazione “invalidi”. Sono invalido? Non lo so; non ho mai chiesto. Non ho neanche la Bentley, che forse aiuta.

            Attracco in salvo sul marciapiede opposto; un gruppo di giovinastri mi nota, c’è qualcosa nel loro sguardo, la facile preda, il soggetto debole, la vittima che non si lagna perché non può, l’oggetto di facili battute.

            – Attento allo scalino, vecchio…

            – … ma vaffancoso… – dico io, in un grido soffocato dall’ansito, sorpreso dalla mia stessa voce che esce dalla mia bocca quasi senza la mia autorizzazione.

            Non sono volgare, non usualmente, sebbene conosca perfettamente il linguaggio scurrile; tuttavia la mia reattività stupisce me stesso presente a me stesso, e sono dubbioso circa l’esito della faccenda, non sono pratico di queste relazioni.

            – … vaffancosa? – chiede uno di quei giovinastri, mentre tutti e tre si fermano in mia presenza.

            E io dico qualcosa come mi viene.

            – … coso… lì … adesso non mi viene la parola…

            E dico questo in un filo di voce che quasi mi toglie il fiato, se la conversazione si prolunga avrò necessità dell’ossigeno.

            – … giro? – dice/chiede uno dei tre senza che si capisca se è una domanda o un’affermazione.

            – … mmh … giro … – dico io come fra me stesso – … mi pareva che ci stava una “u” nel mezzo.

            – Ehi vecchio… ci stai con la testa? – chiede uno di quei giovinastri.

            Poi fanno per allontanarsi, e mentre se ne vanno uno mi apostrofa.

            – Vatti a letto vecchio…

            Per adesso vado al giardino.

            Lo stradello che vi conduce è un vicolo che termina davanti a un piccolo spiazzo/parcheggio prospiciente la piccola area verde. Raggiungo una panchina e mi siedo.

            Nonostante mi trovi a meno di cento metri dall’ingresso del mio condominio mi pare di essere lontano, lontano… ma la vita mi insegue nel pensiero. Nella luce della notizia le cose mi appaiono come disposte davanti a me senza che io possa farci qualcosa, o specularci in una prospettiva che avrebbe l’estensione massima di qualche settimana, e le cose mi appaiono non so… comiche? Quando la mia malattia cominciò a farsi seria mio fratello iniziò a parlare di testamento; il mio ovviamente, a suo favore, va da sé.

            In concorrenza la moglie cominciò a fare allusioni testamentarie.

            Il testamento l’ho fatto, ma è disposto in modo tale che in relazione alla polpa attaccata all’osso o lo accettano così com’è o dovranno accapigliarsi per tramite di avvocati, che com’è noto non lavorano pro bono se non nei film americani e in casi molto particolari. Non ho la Bentley, ciò dice molto.

            La notizia aveva condotto con sé la ragionevole certezza che non sarei finito in un ospizio a rendere la mia eventuale lunga agonia l’equivalente dello stipendio di qualcun altro. La vita è sacra, o diversamente, business is business as usual.

            Nella tiepida permanenza in quel giardino il tempo mi divenne indistinto, molto più di quanto già non lo fosse, sebbene fonti accademiche mi avessero annunciato una scadenza temporale succintamente precisa. Su quel giardino stanno affacciati condomini che lo contornano come un alto recinto e avrei potuto facilmente immaginare, se non anche constatare, di essere osservato, scrutato. Mi era del tutto indifferente, mi sentivo come fuori da ogni cosa, quasi osservassi perfino il mio osservare e non mi importava più di nulla; ogni cosa mi appariva come l’esito di un teatrino da cui non potevo sottrarmi, solo il dolore che la mia malattia mi imponeva si faceva presente nel respiro senza abbandonarmi; quello non potevo ignorarlo.

            Le finestre dei condomini circostanti mi apparivano come occhi spenti di una molteplice belva sociale dagli infiniti e anonimi volti, le cui relazioni eventuali formavano cognizioni, immagini, deduzioni, circostanze… nonostante la notizia ero tutt’ora vivo e vivente e quella belva sociale nel cui seno ero nato e vissuto si proponeva alla mia attenzione nel tentativo, da parte mia, di individuarne le trappole e i pericoli.

            La cognizione di mia moglie e del suo presunto incognito atteggiamento mi istigava stranamente sospetti di buonismo preventivo, vale a dire fare qualcosa per evitare che altra gente dell’animale sociale pensassero male di lei (o loro), e immaginavo quell’impreciso e imprecisabile pronome lei/loro in un loro per loro stessi come essi “loro” pensavano di essere tanto quanto in un loro come acquisito dalla belva sociale, e giunsi alla temibile conclusione che per salvaguardare se stessi di fronte alla belva sociale non avrebbero esitato ad agire per il mio bene. Ospizio? Internamento? Trapianto coatto? Cure obbligatorie? Per un breve istante tutto mi parve possibile e plausibile, la belva sociale si pensa anche morale, ma al fondo la notizia mi confortava, con tutta probabilità avrebbero desistito lasciando che la natura facesse il suo corso, o molto più probabilmente se ne sarebbero fregati tranquillamente. Mi rasserenai.

            Queste mie elucubrazioni furono interrotte e distratte dal rumore di bambini che giocavano nel giardino sotto lo sguardo saltuariamente vigile di qualche genitore o parente che si affacciava di quando in quando dalle finestre dei condomini per controllare. La belva aveva altro a cui pensare, c’erano creature nuove da trasformare in salariati, o disoccupati, o precariati, o qualunque plurimo quindi anonimo ati generico, e io potevo finalmente considerarmi una specola inutile e superflua che sarebbe scomparsa di lì a poco.

            Tuttavia la vita è vivente, e stranamente la morte ne è necessariamente parte vivente. Curioso come il manicheismo becero riuscisse a dividere così infantilmente il bene/vita dal male/morte, più o meno come nella pubblicità; l’oggettività stessa che nel concetto generico separava i due opposti costituiva nel mio pensiero la forma di un mondo ingenuo che avrebbe potuto collocare babbo natale nella vita/bene come il demone malvagio nella morte/male. Tutti vogliono vivere, giusto; ma la vita a oltranza e contro ogni logica esistenziale e razionalmente positiva mi appariva come una bestemmia, e il concetto stesso di vita eterna non avrebbe potuto escludere le persone sgradevoli o anche malvagie, e già mi pareva di immaginare un me stesso nel mondo altro inseguito da altri importuni alla caccia di me e di ciò che da me essi importuni ritengono di poter estrarre.

            Ebbi una specie di intuizione, come un lampo di consapevolezza che attraversò la mia mente senza lasciarne traccia (…e d’altronde quali tracce lascia il pensiero? Sotto questo punto  di vista non siamo forse tutti paranoici?). L’impressione fu quella di essere dentro al palco di un teatro su cui incessantemente si alternano gli spettatori e gli attori scambiandosi di continuo ruolo fra spettatori e attori, senza soluzione di continuità. Ogni tanto qualcuno scompare (muore?), non si sa dove finisca. Nuovi corpi entrano nell’alternanza palco-platea in una rotazione che non ha forma, né tempo, né spazio, che non ha alcun senso rotatorio, il quale sarebbe “un senso”, ma un’unica continuità incessante e inafferrabile. Colui che tenta di descriverla si trova sul palco, colui che tenta di capirla si trova in platea, e se cerca di esprimerla si trova sul palco, così che la descrizione e la comprensione non coincidono mai.

            Mi rendo conto che non so più da quanto sono seduto lì e non ho orologio; ho lasciato in casa ogni ammennicolo tranne la chiave, e mi sento come in scena; cerco di capirmi e mi trovo in platea ad osservare me stesso che pensa alla chiave di casa. Lascio perdere… tanto tra non molto lascerò il teatro…

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