articolo di Eric Bandini © 2022
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Una rilettura

Dietro al “romanzo giallo” del parricidio, e la relativa analisi psicologica – come avanzata nel breve saggio di Sigmund Freud (sostanzialmente un piccolo inquisitore) –, dietro la sconclusionata “famigliarità” dei Karamazov (Smerdjakov incluso…), dietro i moltissimi personaggi e situazioni, dietro a tutto ciò, c’è un romanzo filosofico: la morte di Dio.
[Per coloro che, nel caso, si ponessero in allarme a seguito di una tale {vecchissima} affermazione, valga l’assunto che “nessuno muore”, o volendo interpretare le parole di un predecessore dell’attuale pontefice, Dio non è una “persona”, né “qualcosa” che soggiaccia a un destino.]
Ivan Karamazov non è il solo dei fratelli a dire, più volte e in differenti occasioni e contesti, «Tutto è permesso», che contrariamente al senso apparentemente intrinseco non è un “liberi tutti”, ed è l’esca di un inganno; quello stesso malinteso che induce Smerdjakov a uccidere il vecchio Karamazov (il quale è, “anche”, il suo […di Smerdjakov] padre illegittimo [notare come in questo articolo {letterariamente} si sia invertito il senso; notoriamente, in genere e per casi di “alto lignaggio”, è il figlio ad essere illegittimo…]) sulla base di un breve dialogo che Smerdjakov ha intrattenuto con Ivan Karamazov il quale ammicca al “tutto è permesso”, che, senza precisazioni né disposizioni, attiva la repressione del figlio-servo (Smerdjakov, “fratello illegittimo” dei «fratelli» Karamazov, il quale è, tra l’altro, il cuoco “personale” del vecchio Karamazov, allevato dal servo Grigorij [un servo del servo?]).
In tutto il romanzo il Signore Onnipotente è evocato con gran frequenza, ma l’unico che “appare” (… nel “romanzo”…) è il Demonio, una presenza del delirio di Ivan Karamazov che alla vigilia del processo e nelle torture del dubbio gli si presenta come un tranquillo signore di mezz’età e che insiste a colloquiare facendo presente a Ivan il sospetto (questo, “narrativamente” concreto) che quel dialogo sia la sua stessa mente; un corto circuito di razionalità implicito nella ricorsività dei riferimenti a cui quel “signore” cortese e anzianotto fa ricorso per “ingannare” Ivan. Un dialogo (… di fatto un monologo, Ivan è solo nella sua abitazione) che nel romanzo precede l’annuncio del suicidio di Smerdjakov, poco prima del processo a carico di Dmitrij Karamazov, accusato dell’omicidio del “padre”.
Nel romanzo l’assenza dell’Unico Dio è attestata dal Grande Inquisitore (una versione immaginaria, un “poema” di incoffessata aspirazione letteraria che Ivan Karamazov, il più colto dei tre fratelli [+ uno], narra al fratello minore Aleksej). In questo “poema” o racconto, Cristo torna sulla terra nel periodo del Grande Inquisitore, il quale, riconosciutolo, gli rinfaccia di ingannare la gente, di attivare “miracoli” senza costrutto logico o razionale, poiché il bene non è affare a disposizione del popolo, che a detta del Grande Inquisitore ha necessità di essere comandato, domato e tenuto nei limiti delle necessità, e condanna perciò Cristo ad essere crocifisso nuovamente e definitivamente senza possibilità di resurrezione.
L’uomo è solo; Dio è morto, nessun “sant’uomo” è santo a sufficienza, nemmeno se lo starec Zosima si inchina al “futuro” innocente Dmitrij, poiché non sarà lui ad accoppare il vecchio ma ne sarà accusato (lo starec [una sorta di eremita, o frate laico, che ha lasciato il mondo secolare] Zosima muore, e stranamente il suo corpo comincia a puzzare solo poche ore dopo il decesso; un fatto che sconvolge i partecipanti alla veglia; la realtà della vita non esce dalla vita reale).

Sostanzialmente Dmitrij è il/un povero Cristo, ed è rilevante come lo starec Zosima, presso il quale è convocata una riunione di famiglia dei Karamazov (Smerdjakov escluso), si inchini e si prostri fino a terra davanti a Dmitrij quando questi entra in ritardo nella stanza del sant’uomo ove sono riuniti i suoi famigli e alcuni frati, con Aleksej ancora in tonaca quale aspirante monaco.
L’inchino dello starec a Dmitrij non è un riconoscimento della “colpa” futura (l’omicidio del vecchio avverrà in seguito), ma è il riconoscimento del Cristo in Dmitrij nella impossibilità umana di sottrarsi al destino. Dmitrij è sempre descritto come un tipo manesco, insolente e arrogante, ma non “delinquente”; Dmitrij è uno dei tanti fra i tanti e che per le circostanze che lo coinvolgono si troverà a dover giustificare sé stesso per quel sé stesso che “sé stesso” ha dipinto nell’opinione dei cittadini: di fatto, un povero Cristo.
I numerosissimi personaggi del romanzo si volgono e rivolgono in sé con le loro relazioni e interessi che non escono dagli interessi e dalle relazioni che essi stessi hanno poste in atto alla ricerca di un esito che non può avvenire, perché il processo dell’esistenza è inarrestabile e inarrivabile.
Fedor Pavlovic Karamazov (il padre dei fratelli, Dmitrij, Ivan e Aleksej [+ uno: Smerdjakov]), il personaggio trainante del romanzo, è come inesistente; il suo uso e abuso dell’esistenza senza domande interiori, senza interrogativi su di sé, senza ricerca di moralità o correttezza, lo pone ai margini estremi della sua stessa esistenza, come un vuoto che fagocita il mondo che lo attornia e di cui ingloba la materialità della gozzoviglia nel cibo, nel bere, nelle donne, negli affari, nel denaro. Fedor Pavlovic Karamazov è come un buco, una voragine in cui un apparente “destino” (come evocato e invocato al processo contro Dmitrij) ingloba tutto ciò che lo riguarda.
“Realisticamente” (…è di un romanzo che si sta parlando…) nessuno merita di morire per mano assassina, ma della morte del vecchio nessuno dei personaggi ne sente la mancanza umana o la nostalgia della presenza, se non per il peso della responsabilità nei rispetti della giustizia e della legge come del diritto divino implicito nell’esistenza come astrazione in sé; ciò per cui, in maniera secolare, viene istituito il processo, ma lo strazio di Dmitrij – e anche di Ivan – non è una forma di affezione e di colpa conseguente, quanto di una responsabilità che non può essere deposta indipendentemente dalla incuranza e dalla protervia del vecchio: una vita è stata tolta.
Il tema freudiano della conquista della donna, nel romanzo la bella Grusen’ka, di cui è innamorato (?) Fedor Pavlovic come anche Dmitrij, e Katerina Ivanovna che senza forse è innamorata di Dmitrij, è superato “dalla donna” nel senso che l’azione non è “di conquista”, benché quella possa apparire come la romanzata teoria. Grusen’ka e Katerina Ivanovna costituiscono l’intreccio che “incastra” Dmitrij senza che nessuno lo abbia preconizzato o pianificato; di fatto Dmitrij si trova nelle tresche da lui stesso causate, così come le due donne sono la causa della rovina di Dmitrij senza che lo avessero desiderato né voluto. Non c’è una mano divina, né lo zampino del demonio, “c’è l’accadere di ciò che accade”, e per quanto la frase nel virgolettato precedente appaia ricorsiva e inconcludente, ciò che accade accade. La ricerca della “colpa” di ciò che accade appartiene al processo dell’accadere. In effetti «I buoni contadini tengono duro»: Dmitrij viene condannato. Ingiustamente. (Due ladroni furono crocifissi col Cristo, uno dei quali fu salvato. Ciò che porta la faccenda alla mera statistica: 50% di probabilità; indipendentemente dalla colpa)

{Incidentalmente si riporta come “il tema freudiano” sia disattivato dal romanzo medesimo nell’arringa del procuratore il quale afferma che “…altrove vi sono degli Amleto, qui in Russia vi sono dei Karamazov”, tirando in ballo, indirettamente e anticipatamente, uno degli elementi e riferimenti culturali della teorie di Sigmund Freud: Edipo e tutta l’edipologia}
Fedor Pavlovic Karamazov, il “padre”, non è il/un personaggio, è l’ambiente «storico» delle sue stesse decisioni, come annunciato nel “Libro I” Capitolo I del romanzo: Storia di una famiglia – Fedor Pavlovic Karamazov.
Fedor Pavlovic Karamazov è un’entità che trascende “la” famiglia così come “la” paternità trasferendo la sua genealogia su creature che rinnega, sfrutta, ripudia, tradisce, eccetera, esigendo sempre un ritorno per sé stesso. Non è il padre padrone, benché regga la cassa e la proprietà del proprio ambito domestico; di fatto non è nemmeno un padre, benché abbia procreato. Il tema del parricidio sfuma nell’inconsistenza relazionale di Fedor Pavlovic che diviene un’entità referenziale come privata della soggettività, poiché i suoi interessi non “vedono” oltre il suo stesso interesse, nel quale le persone, indifferentemente se famigli o estranei, vi appaiono come interesse. Fedor Pavlovic è un vuoto che fagocita ogni contatto privandolo dell’umanità che potrebbe trasmettere, recepire, sebbene percepisca l’ostilità che sobilla. Fedor Pavlovic viene a fondersi e confondersi con tutti i personaggi, i quali hanno il loro spessore relazionale, e hanno comunque la loro azione/reazione nel mondo centripeto della narrazione, che macina e mulina persone, comparse, eventi, accadimenti, in maniera apparentemente caotica ma funzionale allo svolgimento del narrato.

Il denaro non corrisposto (… o non “completamente” corrisposto) a Dmitrij, quale quota dell’eredità della madre (la prima moglie di Fedor Pavlovic), diviene il fattore scatenante in concomitanza con l’incauto malversamento di una somma consegnatagli (a Dmitrij) da Katerina Ivanovna a titolo di ambascia da trasferire ad altro intestatario, e che Dmitrij dissipa (… a metà) in gozzoviglia. In questa tresca Grusen’ka è già l’ago della situazione, in quanto bramata dal “babbo” Karamazov come dal figliolo Dmitrij, che vuole lasciare Katerina per Grusen’ka, ma le donne lo incastrano, pur senza alcun piano. In ciò Dmitrij, piuttosto che il “babbo”, diviene l’argomento del contendere fra le due donne. Il babbo Karamazov è sempre come fuori dai fatti in cui trascina sé stesso per mezzo del denaro e dei suoi interessi (Fedor Pavlovic accantona in una busta 3’000 rubli da riservare a Grusen’ka nel caso [improbabile] che si presenti; denaro che diventerà uno dei capi d’accusa, benché Dmitrij sia estraneo all’ammanco, o furto, tanto quanto all’omicidio), come delle brame di “piaceri”, della tavola, del bere, delle donne, degli affari; Fedor Pavlovic è indifferente a tutto e a tutti. Forse solo per lui vale l’affermazione “tutto è permesso”, poiché di fatto se lo permette da sé, con la sua arroganza.
La cittadina russa in cui codesti fatti si svolgono è un intreccio di esistenze che si confrontano necessariamente, e anche i dintorni e le città vicine, come Mokroe, dove Dmitrij, a seguito del fatto di sangue che egli stesso ha causato ferendo il servitore Grigorij per verificare se Grusen’ka fosse oppure no a casa del vecchio, si reca per gozzovigliare “un’ultima volta” nell’intenzione di uccidersi il giorno successivo. Ma a Mokroe, nell’albergo del meschino Trifon Borisyc, trova Grusen’ka in compagnia di un suo ex, e rappacificatosi con lei comincia una nuova baldoria che viene interrotta dalla giustizia al suo inseguimento.
Fedor Pavlovic Karamazov è stato ucciso, e tutte le tracce portano a Dmitrj, che viene raggiunto dalle guardie e dal procuratore. Prima di essere interrogato sul posto viene sottoposto a perquisizione minuziosa, durante la quale il suo abbigliamento e la sua persona vengono esposti come se fosse un interrogatorio del “povero” Cristo davanti a Pilato, ma non c’è nessun povero Cristo, non c’è più nessun Dio, né alcun giudice o giudizio che non sia l’azione del Grande Inquisitore, che sono gli umani stessi intenti ad inquisire ciò che essi stessi fanno.

Senza le pagine del “Grande Inquisitore” il romanzo perderebbe la coerenza letteraria e sarebbe solamente una storia come tante; la tensione che percorre tutta la narrazione è la ricerca inarrivabile della comprensione di ciò che si fa e che si vive; uno specchio deformato dai riflessi delle esistenze di tutti i personaggi e delle loro individualità che non costituiscono alcuno esito o scopo che non sia ciò che si è adesso.

L’argomento del parricidio è solo una notizia da telegiornale, un romanzo giallo, un telefilm. Qualunque sia l’evento l’essere umano è solo come un povero Cristo, tutto è permesso, perché Dio è morto. Argomento che doveva essere noto a Dostoevskji. O con le parole dei suoi personaggi: «Se Dio non esiste allora tutto è permesso». In base a ciò ogni umano è un povero Cristo, e nel lungo romanzo molti personaggi si sbattono per esistere, necessariamente entro e contro l’esistenza, propria come di altri (…personaggi [… è di un romanzo che si sta parlando…])
{Per il concetto della “morte di Dio” si rinvia, per il momento, ad altri scritti – anche dell’autore di questo articolo –, precisando che la nota affermazione è una concezione letteraria e filosofica dell’esistenza umana in sé, o interpretando liberamente Gorgia da Lentini «Se nulla è, allora tutto è», ma non è una liberazione: essere è obbligatoriamente decisione di essere, in cui l’essere soggettivo è l’esito e l’autore dell’esito. Un povero Cristo. Il Nulla è sempre qualcosa… «“è”» …}
Circa l’esegesi psicologica di Sigmund Freud e la sua (… di Sigmund Freud…) correlazione alla vita “vissuta” di Dostoevskji, le sue propensioni, i suoi problemi di epilessia, il gioco d’azzardo, come qualunque altra cosa faccia folclore e scalpore da notiziario TV per enucleare e scorticare pubblicamente il personaggio autore dei personaggi, si rinvia a Gustave Flaubert, il quale pianamente afferma: «Madame Bovary c’est moi». La creazione (qui letteraria…) non esce dal suo creatore, che nel caso non è Sigmund Freud.
…la vita, letterariamente parlando, è il romanzo di sé stessi, tutti gli altri inclusi… ∞
04/02/2022
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