Elogio della noia (3)

Elogio della noia (3)

Eric Bandini © 2016

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È difficile tracciare una linea dell’opulenza, è qualcosa che non è mai sazia, l’opulenza si nutre di opulenza, prima che di ogni altra oggettiva concretezza. La società dei consumi è già stata sufficientemente criticata per produrre davvero qualcosa di nuovo e di inedito in questo senso e se qualcuno ha dei dubbi al riguardo è sufficiente dare un’occhiata a qualche discarica, a qualche deposito di rottami più o meno autorizzato, all’ingombro che l’eccesso rimette nella vita di tutti i giorni, perché un altrove non esiste. Ciò è già stato detto, ridetto, ripetuto, e ribadirlo ulteriormente non sarà di alcun giovamento.

L’impalpabile distacco dell’opulenza è che la sua noia è di tipo riempitivo, un’assenza di interesse che si colma con nuovo interesse che diventerà noioso in attesa di altro interesse che venga a colmarla, la sopravvivenza è diventata supervivenza, con la richiesta inevitabile di ulteriore nuovo che venga a saziare il vuoto di noia che la stessa opulenza sperimenta nella sete di sazietà, e la parola “consumismo” è già stata consumata a sufficienza da non significare più nulla se non l’abitudine ad acquisire mediante reperimento di beni e risorse (ops) tramite possibilità, mezzi, ricchezze, risorse (ops), con un continuo tributo alla divinità (Ops).

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Opi, dea dell’abbondanza

I romani avevano ingenuamente identificato la divinità dell’abbondanza e della fertilità in una figura femminile elargitrice di beni, risorse, mezzi, abbondanza, laddove Cibele, che è verosimilmente la figura ispiratrice di questa divinità e il suo luogo di origine (Pergamo, probabilmente) vanno molto più indietro nel tempo  a collegarsi col mito della Grande Dea Madre, che sì, è opulenta e fertile, ma è ugualmente dispotica e distruttrice, è la natura che tutto crea e distrugge, senza sosta e senza pietà. (L’argomento della Grande Dea Madre è più ampiamente dettagliato in alcuni capitoli del mio «Il luogo del concetto» [Eric Bandini © 2016])

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Potnia Theron – Signora delle fiere, della natura, del mondo e di ogni cosa (altrimenti definita Grande Dea Madre)

Da ops a opulentus è un attimo, ops → forza, possibilità, mezzi, ricchezze; opulentus → repleto. L’opulenza è ricolma e non vuole vuoti, noie assenze; opulenza è horror vacui, uno iato nell’opulenza può aprire una crisi. L’opulenza è cieca e distratta, è una divinità assente che esige un tributo continuo per la sua celebrazione, senza la quale non esisterebbe. Ciò che non si nota nel rito dell’opulenza è l’uso e abuso dell’essere umano in sè e per sè, il quale ne è lo strumento, il mezzo e il fine, così che esso, al pari della materia nella disponibilità dell’opulenza e del relativo consumo, diviene elemento consumabile e sostituibile, l’opulenza non vuole cessare di essere opulenta, il suo motore e combustibile è l’essere umano in sé, poiché l’Universo non chiede né possiede né genera sovrappiù, l’Universo non aumenta né diminuisce di alcunché.

Il consumo dell’opulenza è duplice. C’è il consumo della materia (che in realtà non si consuma) e c’è il consumo dell’essere, che appaiono indistinti nella produzione, che è in sé stessa consumo e dove l’essere-umano sfrutta l’essere-materia tanto quanto l’essere-umano stesso. È un circuito chiuso che appare come un vortice di progresso che scodella i prodotti dell’opulenza come le sue deiezioni e che non va tanto per il sottile, essere e materia al riguardo sono la stessa cosa, anche se dopo essere viene la parola umano.

L’opulenza se ne strafotte di cosa resta sotto al suo rullo compressore, essa persevera, poiché una carenza mostrerebbe la sua inconsistenza, che è nascosta da ciò che è in sovrappiù, così che lo scarto, l’oggetto usato, il vuoto a perdere, il rifiuto (che qui non è un diniego ma una sostanza che ha l’aspetto dell’immondo quale risultato del suo uso e che finisce nello stesso mondo dell’opulenza perché non c’è un altrove), ostinandosi nel suo rifiuto di rimando, in quanto non può essere annullato, espone il rovescio dell’opulenza medesima nell’eccesso del rifiuto come oggetto in sé.

L’opulenza si muove al di sopra di tutto ciò, essa si autogiustifica indifferentemente sulla materia come sull’essere umano, il quale è (individualmente) di fronte ad essa come di fronte alla materia, e spetta alla sua intima decisione porsi nei rispetti dell’opulenza, che davvero non è evitabile, se non con moltissimo sacrificio nonché perdita di credibilità.

Così che la noia diventa una rassegnazione consapevole nella speranza di poter arrivare a sera e guardare dentro se stessi per reperire l’assenza di una malversata fruizione umana, di una fregatura perpetrata, di un abuso attuato in danno di qualcuno.

Coscienza? E chi se la può permettere. L’opulenza non te lo consente, ti stana, ti provoca, ti istiga. La noia è l’unica difesa, essa è genuina, sempre uguale a se stessa, sempre disponibile. La noia, a saperla guardare bene, ha la pazienza dell’Universo, che era qui prima degli umani e sarà qui anche dopo, perché l’opulenza sta consumando il futuro di chi se lo può permettere come di chi lo deve subire, e scontato che nell’opulenza il tempo passa perché vuole sempre più nuovo, nell’Universo e nella sua pazienza il tempo resta, o per usare le parole di Henry Austin Dobson: «Time goes you say? Ah, no! Alas, time stays, we go». Il coraggio della noia esige una pazienza che paradossalmente è il premio stesso della noia.

15/09/2016

Eric Bandini © 2016

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