e 99 centesimi

Eric Bandini, 16/05/2023

Originalright 2023

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La cifra tonda fa paura, spaventa i mercati, dire =40,00= è qualcosa che turba la serenità del quid pro quo, meglio, molto meglio il quasi, =39,99=, anche se immediatamente e inesorabilmente suona come una presa per il culatello, che qui dovrebbe fare rima con fondello, ove è chiaro – per quanto sopra – che non si tratta di culinaria, perché tutti sappiamo che =39,99= fa quaranta, nonostante la matematica, la quale nel contesto – codesto di cui si sta parlando – è il quid pro quo tramite il quale il commerciante ottiene l’adescato quid tramite il quo alloccatorio ( per la doppia “c” si veda oltre).

Questa storia è vecchissima, ed era in voga nei paesi dove il contante aveva, e verosimilmente ha tutt’ora, delle suddivisioni centesimali, e/o folcloristico-esimali ove non provveduti per decine, ad alloccare (la doppia “c” formula un neologismo dal termine popolare «allocco») il cliente provvidenziale con un’esca centesimale, e 99 centesimi, per indurlo ad accaparrarsi il cammello, il turbante e il binocolo a tracolla, nel caso.

Questa tecnica era diffusa nel commercio al minuto negli anni ’60 (e anche molto prima), per esempio negli Stati Uniti, dove si allettava il passante shoppingoso per 99esimi tramite la merce in vetrina.

In Italia la cosa non funzionava (e/o forse non funzionava più, vedere qui di seguito); la Lira, negli anni ’60, era già abbondantemente svalutata da non avere più suddivisioni centesimali, e nemmeno esistevano più le Lire unarie in moneta, poiché erano già scomparse da un decennio abbondante, magari anche accaparrate dai numismatici.

Una Lira

Qualcuno ci provava comunque con qualcosa tipo =990= (Lire), ma non era proprio la stessa cosa, o volendo approssimare ancora di più alla moneta corrente disponibile, si tentava un =995= (lire), che suonava strano e sgaffo.

Poi, decenni dopo – quattro almeno – è arrivato l’Euro, e allora vai con i “99centesimi”, sai che novità. Così, restando alla vecchia novità dei 99 centesimi, capita che se per esempio compri un paio di braghe tipo cargo a =39,99= la cassiera che riceve le tue due banconote da venti ti restituisce il centesimino come un’elemosina, e tu sai, perfettamente, che se provi a dare un obolo di =1= (diconsi =uno) centesimi ad un mendicante, esso mendicante ti replicherà con parole poco simpatiche il suo ringraziamento, che serberai nel cuore come il sorriso della cassiera che ti ha rifilato il suo centesimino. Nel culatello probabilmente.

In merito a questo generico mercimonio avrei una domanda, in merito alla quale forse gli uno o magari due lettori di questo articolo hanno la risposta: se il mercato libero è obbligatorio, dov’è la libertà?

BÁINÁO (con vocione stereofonico)

Eric Bandini. 16/05/2023

Post scriptum: «Di fatto, una cosa obbligatoria.»

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Lettere filosofiche, 14 Maggio 2023

ovvero, scrivere e tentare di sopravvivere scrivendo, contro ogni speranza

Eric Bandini, 14/05/2023

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Copyright 2023

La questione del postmoderno è che «ti colloca» (questo “ti” è impersonale, per quanto soggettivo, poiché nessun soggetto può esimersi dall’essere soggetto [e oggetto {e soggetto…}]), necessariamente solo rispetto al passato (che è ciò che soggettivamente risulta acquisito [oggettivamente {soggettivamente…}]), ma che concettualmente è «in presenza» rispetto a ogni e qualunque tempo passato-futuro, poiché «tu» (V. sopra) sei presente.

Così accade che se cerchi di distrarti leggendo qualche fiction acconciata a narrativa, immediatamente il lessico colloca tanto il leggente (tu stesso [V. sopra { }]) quanto lo scrivente (il “tu” autore [V. sopra { }]), e parole un tempo usuali e fruibili, perfino dal “tu” stesso di “quel” tempo, se c’eri, suonano come di rimbalzo a sollecitare stantie locuzioni e memorie che, a pensarci nel presente (che è SEMPRE presente) erano già consumate al tempo (passato, che è presente come memoria nel presente [che è SEMPRE presente { }]) in cui erano in uso, per cui innocenti vocaboli come fanciulla, giovanotto, bellimbusto, eccetera, diventano fattori temporali di un presente che si presenta come passato benché non andato (come le parole di questo scritto) perché non se ne può andare, almeno per i soggetti percepenti il presente “presente”, ma la memoria non è “il” Tutto, essa memoria di fatto è l’oblio che tenta di trascendersi (vedasi lingue morte, civiltà scomparse, ere sconosciute [le quali per essere sconosciute se ne deve conoscere la sconoscibilità { }], eccetera).

Al tempo corrente termini come giovanotto, fanciulla, bellimbusto, eccetera, suonano più che altro come discriminazioni, piuttosto che come appellativi soggettivi (qui, nel caso, letterari); il postmoderno uni-forma nella indifferenza del significato e dei significati che si rimpallano indefinitamente il senso nella totale assenza di significato ultimo, che non esiste (ovvero, esiste soggettivamente nel «tu» soggettivo [V. sopra { }]), così che ogni e qualunque termine creato e deposto nel “suo proprio” presente invade il presente (che è sempre presente e non ha un “suo proprio”…) atteggiandosi a significato significante, ma il suo uso è defunto (inesorabilmente nel presente, che è il passato percepito [il presente non passa, è presente { }]), così come è defunto ogni e qualunque termine che viene deposto/aggiunto nel presente (che è sempre presente), da cui rimbalza al soggetto presente in vita come un ingombro non eludibile: ciò è il significato entro soggetto come oggetto di sé medesimo.

Da cui, ciò che è stato detto è detto, ciò che è stato fatto è fatto, ed è nel presente con tutto il suo ingombro concettuale, perché i significati non sono “in sé”, ma nel soggetto-oggetto pensante, sé medesimo incluso. L’Universo non significa, esso Uni-verso è.

Superfluo? La burocrazia (che è il pensiero umano all’opera su sé stesso [ove qui non si allude alla gestione della “cosa pubblica”, ma alle relazioni entro soggetti come oggetti/soggetti reciproci nel presente … }]) si nutre di questi eccessi significativi, li confeziona, li cataloga, li gestisce e quant’altro, e attende che l’umano li digerisca, come un concettuale tubo digerente, rimettendo nel presente quella stessa roba che gli è stata propinata senza scampo (nel presente, che è sempre presente [ { } ]) e che soggettivamente ha prodotto esso medesimo soggetto nel suo rapporto inevitabile soggetto/oggetto-di-sé-medesimo (nel presente, che è sempre presente [ { } ]).

Il presente non si presenta, il passato è adesso, nonostante la presenza, la quale è un’attesa soggettiva che aspetta l’esito del presente come un mondo dal quale debba provenire il senso/significato, il quale è adesso, eccetera (manca volutamente la parentesi chiusa come anche il punto finale

E allora, ogni e qualunque concetto, che è oggetto, che è concetto che eccetera…, rientra nello scenario come un prodotto ineliminabile, giovanotto, fanciulla, bellimbusto, traliccio, carovana, razzo, segnaletica, asciugacapelli, automobile, forno, pneumatico, frigorifero, semaforo, industria, palazzo, bomba atomica, jet, circo

manca volutamente il punto finale

manca volutamente il punto finale

manca volutamente il punto finale

Eric Bandini, 14/05/2023

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