Rumore di fondo

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Rumore di fondo

Eric Bandini © 2108

16/07/2018

          Esiste una innegabile correlazione fra ciò che ogni essere umano pensa o fa e ciò che è cognizione del suo pensare e del suo agire. Detratto il discrimine del bene e del male, che sono elementi di una concezione morale di cui non è qui luogo, ciò che resta è l’atto o azione, il/la quale, letterariamente parlando, è una valore deposto nel reale quale evento recante significato, il significato creato dall’individuo che ha deposto tale concetto nell’ambito percettivo del significato/linguaggio.

          Fintanto che la creatività si scontrava con il mondo fisico della sua realizzazione (leggasi «qui» come editoria in termini estremamente generici)  il segno o valore deposto nel reale aveva un luogo deputato e un corrispettivo di significato. Ciò non vuole dire che non esistessero annichilamento e/o ingiustizie e/o eccetera (per avere un’idea al riguardo basti pensare a Franz Kafka, che non ha mai visto pubblicato [comunque dietro sua volontà] nulla di ciò che aveva scritto, oppure a James Joyce, il quale pur pubblicando ha dovuto sopportare accuse vessatorie assimilabili a una censura), ciò significa che l’ambito, anche estremamente negativo, creava l’autore, poichè il reale aveva il confine del reale, ovvero ciò che può essere realizzato fuori dal pensiero come significato di esso in un ambito il cui confronto è sostanzialmente immediato e diretto per la fisicità del mezzo, per esempio l’editore su carta.

          Nel presente mondo virtuale, leggasi internet e/o il web (se mai esiste una differenza fra i due che non sia solo formale), l’oggetto posto nel reale/virtuale (il quale, “il virtuale”, è reale comunque, in quanto affetto ed effetto del medesimo reale di cui vanta le virtù asettiche della distanza informatica [la quale … eccetera]) si aggiunge ad un caos interconnesso in cui il valore e/o l’importanza di un prodotto culturale sembra come affidato a un messaggio in bottiglia e ciò che l’utente medio può percepire è il rumore di fondo frammezzo al quale ogni cosa significa indifferentemente.

          In termini scientifici ciò può richiamare il concetto di entropia, ma posto che il caos non è ordinabile se non dietro l’ordinamento che lo vuole anticipare come significato di un ordine, ciò che appare come reale altro non è che una sequenza casuale che ha ricevuto un ordine da un ordinamento tecnologico che vuole ordinare la suddetta casualità aumentando all’eccesso e senza limiti percepibili la possibilità di immettere nuovo reale in un reale già sovraffollato, creando e/o implementando il rumore di fondo in mezzo al quale il nuovo reale va a depositarsi nella struttura tecnologica che accoglie indifferentemente ogni e qualunque nuova cosa.

          Ciò è sempre stato, poichè il vero è una parte molto, molto limitata del reale, e anche in tempi non tecnologici la possibilità di eccesso di informazione era un parametro da tenere a bada, sebbene cogenti strutture sociali, quali il potere, la religione, il commercio, eccetera, fornissero qualche barlume di identità a volte anche chiamato concetto generale, il quale alimentava quelle cogenti strutture in un mondo che aveva il suo limite nella possibilità del fare come del pensare con limite all’interno di quel limite. Molto spesso poco rassicurante.

          Oggi l’unificazione del concetto, o anche solo il tentativo, è una pura astrazione; anzi, miriadi di concetti (incluso ciò che qui è scritto) trovano spazio ogni momento senza che un concetto unificato appaia.

        Ammesso che sia mai esistito o che se ne veda la possibilità condivisibile.

16/07/2018

Eric Bandini

 

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