JR – William Gaddis (05)

JR – William Gaddis (05)

Eric Bandini © 2016

Questo articolo è il quinto di una serie di circa trenta che è stato pubblicato nella forma di un unico saggio letterario

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segue da «JR – William Gaddis (04)»

La relazione con gli altri deve avere una dimensione; tralasciando tempo e spazio che sono due entità che si rimpallano la misura, la principale esattezza dimensionale umana è il denaro quale valore (credito) di tempo e spazio. L’azione di JR, come quella di qualunque speculatore finanziario, si muove nello spazio del credito (che materialmente è debito) nella sincronia temporale delle relazioni regolate dalle leggi, dalle tasse, dalla Borsa, ecc. In sostanza “il” denaro non esiste se non nella forma del credito che viene generato dalla “esattezza” delle relazioni umane. Se per ipotesi la macchina speculativa si fermasse o si bloccasse, il tempo e lo spazio misurati dal denaro collasserebbero ma non verrebbe meno il denaro quale esattezza delle relazioni umane. In termini “fisici” le crisi finanziarie sono “momenti” in cui il credito (che è debito) mostra misure non più rapportabili  a tempo e spazio umani e condivisibili così che il denaro perde la sua dimensione di fluidità fra un dare e un avere che in effetti non “fluiscono” ma sono solo il riconoscimento reciproco di risultati di eventi e azioni umane determinati nell’esattezza contabile.

Nello “spazio” del credito (che è il denaro con il suo pseudonimo) i tempi delle relazioni della legge, delle tasse, della finanza, ecc., creano momenti di PLUSvalenze che non PLUSvalgono nulla se non nelle relazioni che le hanno generate e che le sostengono con la legge, le tasse, la finanza ecc. Non esistono flussi o depositi di denaro che non siano credito, cioè debito. Il denaro è un buco che inghiotte il tempo e lo spazio degli umani; nell’Universo non c’era, non c’è, e non ci sarà più o meno tempo o spazio di quello che c’era, c’è e ci sarà; l’Universo non crea né plusvalore né svalutazioni.

Il modo di scrivere di William Gaddis potrebbe definirsi karmico, e riguardo al karma vi sono all’origine fraintendimenti che lasciano spazio a facili illusioni, che consentono punti di vista su un “buon” karma o su di un”cattivo” karma, i quali, distinti, dovrebbero prevedere una giustizia antecedente, la quale dovrebbe prevedere un’altra giustizia a sostenerla eccetera all’infinito; il karma è la visione umana del samsara, cioè tutto ciò che accade, l’inarrestabile corso degli eventi fuori da ogni giudizio e interesse di una giustizia che deve umanamente autoimporsi e guardare attraverso la lente del karma laddove esiste solo samsara.

Ciò che William Gaddis illustra è il samsara, l’inarrestabile ciclo della vita e della morte negli aspetti di un mondo di rapporti umani di cui il karma sarebbe una relazione di equilibrio dell’anima, ma quest’ultima non ha alcun controllo su tutto ciò; l’unica cosa che potrebbe fare sarebbe quella di astenersi, ma da cosa? Le relazioni e le azioni umane sono esatte in due sensi: 1) il mondo esige la sua quota di vita e di morte, 2) il rapporto fra gli umani deve avere una misura, e questa è l’esattezza, il cui esponente principale è il denaro. Va da sé che esattezza non significa Giustizia. L’idea di un karma antepone come concetto  un giudizio sul futuro poiché le azioni sono tali solo nel passato e/o in relazione al futuro, e nel vuoto del presente si situa l’inarrestabile samsara senza tempo né spazio.

Nel giudizio delle azioni, qualunque azione, si colloca il valore del bene o del male, ed è facile esprimere o avere un giudizio personale a qualunque riguardo circa le “azioni”, poiché sono sotto lo sguardo di ogni vivente, ma esistono tipi di azione che non sono rilevabili o giudicabili perché avvengono al negativo dell’azione. Impedire, per esempio, l’azione del bene è un gesto non quantificabile né veramente giudicabile, la cui giustizia non esiste né potrà mai esistere ed è in questa inevitabile e/o possibile privazione del bene che giace il rapporto fra un karma e un samsara che possono solo essere descritti in maniera letteraria. Lo scrittore è colui, o uno fra coloro, che sa penetrare con la sua parola la vastità di questo continuo avvenire, senza pretendere di piegarlo al proprio interesse. Lo scrittore deve avere amore di sé, del prossimo e dell’Universo, condizioni fondamentali per definirsi scrittore senza le quali si resta solo qualcuno che sa scrivere.

I personaggi di «JR» di William Gaddis sono dibattuti in questo contenitore karmico che li tiene e il valore del denaro è un credito esatto che non esiste altrove se non nel karma umano. Si lascia a qualcun altro l’epilogo morale se il denaro sia bene o male, tuttavia nell’Universo non esistono Capitali che non siano oggetti della mente umana.

 20/09/2016

 Eric Bandini © 2016

 segue su «JR – William Gaddis (06)» (non più disponibili i successivi)

JR – William Gaddis (04)

JR – William Gaddis (04)

Eric Bandini © 2016

Questo articolo è il quarto di una serie di circa trenta che è stato pubblicato nella forma di un unico saggio letterario

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segue da «JR – William Gaddis (03)»

JR non ha alternativa al fatto di diventare un adulto dentro a quel sistema che lo ha educato alla solitudine del denaro, all’isolamento della speculazione, del profitto dell’interesse, del credito (che è il denaro), nella cui realtà non esistono amicizie, e nel romanzo paiono non esisterne altrove, come candidamente e ingenuamente dice la signora Joubert al broker Beaton, il quale la sta informando dei traffici del marito che ha un’azienda in Svizzera. JR è l’infanzia in emblema di ciascuno dei personaggi adulti del romanzo, non c’è salvezza per lui, il suo destino è segnato.

Per quanto anche il destino di Edward Bast sia segnato la sua arte è forse sottostimata nonché ignorata o richiesta con presunzione, come p.e. dallo stockbroker con la passione della caccia in Africa che gli vuole commissionare la colonna sonora di un film documentario circa le prede dei cui trofei è adornato il suo ufficio. Il futuro di Edward per quanto incerto e non roseo (la sua posizione di insegnante presso la scuola frequentata da JR è più che precaria) è privo di quei limiti che marcano le esistenze di tutti gli altri, la sua libertà è nell’arte, la quale è senza dimensione e senza confini spazio-temporali, per quanto soggetta alle regole, norme, burocrazie, relazioni del rapporto di valore, cioè del credito ovvero del denaro, per cui il suo futuro artistico è afflitto dalla stessa Società degli adulti cui JR lo introduce quale suo mandatario e rappresentante, e l’ambiente è lo stesso di rapina umana vincolata al denaro dal cui “credito” nessuno può chiamarsi veramente fuori.

Edward Bast è forse l’unico ad avere la possibilità di estraniarsi, ma è una possibilità scarsa e vulnerata; la sua arte si ritrova una cagata nel pianoforte e la casa saccheggiata e perquisita nella strana concomitanza della visita della cugina Stella e del coniuge Norman Angel, il quale ha ficcanasato anche in casa delle zie di Edward, Anne e Julia. L’arte conta niente, quel che conta è il dividendo di un testamento e/o del relativo patrimonio e/o delle azioni/crediti.

L’unione JR-Edward crea un binomio affaristico-creativo nel quale l’arte compare come oggetto di commercio, come qualcosa che si può comprare; l’adulto inserito nel mondo del denaro non ha tempo, né voglia, né interesse al riguardo, la vuole già fatta, confezionata, compra l’arte e la mette da parte come un Capitale, o se ne ha l’occasione la usa o ne cerca la “produttività”. Nel mondo del denaro la creatività deve essere già confezionata, pronta, preparata su misura con dei costi estimabili, ciò significa che il denaro è creativo in sé nella misura in cui fagocita l’essere umano a manipolare il valore/credito, lo educa, cioè, all’ambiente del denaro stesso, che JR impersona senza esserne consapevole; anche Edward sembra non esserlo, ma non pare curarsene granché, fintanto che ha la sua arte

Il denaro con cui gioca JR è quell’elemento instabile nella trasparenza del quale si svolgono le tristezze della vita esaltate nei vertici dell’esecutività materiale come delle bassezze anche le più squallide che ne intersecano il contrasto inevitabile. Il denaro è tale nella sua carenza, è in effetti credito, così che la ricchezza è di fatto l’esazione della povertà, poiché senza il contrasto di quest’ultima la prima sarebbe priva di senso.

L’equilibrio narrativo di William Gaddis è molto difficile da seguire, tuttavia anche tra le faticose frasi volutamente smozzicate, come dialoghi al telefono di un solo parlante (quello in scena), discussioni animate con interruzioni e intromissioni, distrazioni dal mondo, personaggi di passaggio, eccetera, lo sfondo umano è pienamente letterario, un concerto jazz di voci, rumori, azioni, colori, scritte, persone, eventi. Questo caotico esplodere in scena dell’umano lascia quegli interstizi ludici per JR e il suo denaro; la vita vera con il suo fardello di realtà è oltre, JR è l’utente medio, il fruitore di mezzi e beni che l’umanità fagocitata ha prodotto e produce incessantemente, ed egli non sa vedere oltre a questi (le cagate) per ottenere altri beni (cagate differenti) facendo lavorare per lui quel denaro come in un Monòpoli colossale.

Se il denaro è credito non esistendo altro denaro che lo sostituisca, poiché il credito ha solo i due versanti del dare e dell’avere, significa che esso, il denaro, è sempre in debito con se stesso, la cui distanza del credito è coperta dall’essere umano  quale vivente inalienabile dal denaro e che volente o nolente riceve fin dalla nascita quale metro di rapporto con i propri simili.

18/09/2016

Eric Bandini © 2016

 segue da «JR – William Gaddis (05)»

JR – William Gaddis (03)

JR – William Gaddis (03)

Eric Bandini © 2016

Questo articolo è il terzo di una serie di circa trenta che è stato pubblicato nella forma di un unico saggio letterario

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segue da «JR – William Gaddis (02)»

Nel meccanismo   del denaro l’essere umano è indistinto nelle sue relazioni, qualunque cosa faccia è agito “come uno scemo”, e tutto lo sfondo narrativo intorno a JR  è fatto di adulti scemi con i loro interessi scemi. La volgarità del mondo non può emergere dal mondo, il quale non è volgare, è solo l’interesse che diventa volgare, speculativo, e questo, l’interesse, è un atteggiamento umano la cui volgarità emerge nel romanzo dagli atteggiamenti e anche dialoghi osceni estratti dalla banalità, perché nulla è più banale della volgarità, pornografia inclusa, che è citata nelle conversazioni di alcuni personaggi che commentano fotografie oscene, i discorsi dozzinali che personaggi marginali si scambiano come banali confidenze che formano la narrazione o la presunzione che la realtà del sesso debba essere imposta, «Se… crede che il sesso siano i bombi che spogliano i soffioni»; non è moralismo, è l’aspetto scemo dell’adulto che si comporta agito dall’interesse, che è un diverso aspetto del credito, ovverosia il denaro.

JR si muove fra le “scemenze” degli adulti ignorando e/o forse non conoscendone i significati, che potrebbero riassumersi nell’interesse di cui sopra e manipola questo interesse in un gioco lucrativo che ignora e scarta la scemenza degli adulti (sono cagate, ecc.) agendo direttamente sulla possibilità di profitto.

Pag. 230 – JR – ALET 2009

«Cosa? come con questa Mary Lou tesoro, che dovresti avere ventun anni e più? Cioè, e lei come fa a saperlo, più di questa stupida banca del Nevada, l’unica cosa che sa è che riceve questi cinque dollari da te per la sua serie formato gigante, così tu hai ventun anni e più, che differenza c’è fra lei e questa banca, dov’è? Cioè, come quando Glancy ha parlato del moderno sistema bancario che sarebbe impossibile senza le meraviglie del computer, vedi tutti questi numeri elettrici qua sotto? Cioè, come questa Mary Lou che si becca i tuoi cinque dollari, perché dovrebbero badarci se hai cent’anni, aspetta, dammi quello, accidenti, lo stavo cercando…»

La collettività dei personaggi e il loro ambiente definiscono un canone educativo che avviene nei limiti dell’interesse (che come si è detto è una diversa definizione del credito, ovvero del denaro) e della formazione all’uso e consumo quali enti e criteri vuoti riempibili di ogni e qualunque bene o servizio; così che anche l’educazione avviene in un ambito che è già precostituito dei suoi interessi, crediti e valori, i quali, nella loro teoria di relazioni si realizzano nel denaro quale veicolo apparentemente neutro. Il denaro, infatti, è interesse, credito e valore; e rappresenta l’azione più o meno coatta dell’essere umano nella società.

JR se ne strafotte, la differenza fra lui e gli adulti che corrono avanti e indietro e si sbattono (e per la precisione anche lui corre avanti e indietro e si sbatte) è che per lui è un gioco, per gli altri è la realtà; per JR è vera la frase che il denaro lavora per lui, perché lui sta solo giocando e l’educazione all’uso adulto del denaro cancella il gioco trascinando un interesse che per i suoi scopi (dell’interesse) si riempie dell’inutile e del volgare come del superfluo tenendolo per vero e non per gioco. L’utente, l’acquirente, il fruitore come il venditore o fornitore, hanno subito un’educazione che li ha posti e li tiene in una competizione in cui l’unico vincente è il denaro.

Pag. 240 – JR – ALET 2009

«Il giorno in cui lasceranno la scuola sapranno quello che vogliono, il signor Stye, qui, sa di cosa sto parlando. La pubblicità della sua ditta, con la sedia vuota a capotavola? Uno sguardo a quell’annuncio e la tua piccola casalinga dà una bella stretta ai freni, prendi quello, come si chiamava, che ha fotografato il presidente curvo su una lavatrice…»

In questo ambiente competitivo una certa volgarità si fa presente come una specie di rivalsa sulla situazione o come semplice ironia gratuita e c’è un limite in cui il volgare è detto/dicibile ma solo nell’ambito adulto, dove un eventuale doppio senso lo rende ugualmente sia contestuale che allusivo, e ciò è proprio degli adulti, i quali, a differenza di JR, non possono più guardare il meccanismo dall’esterno.

Pag. 237 – JR – ALET 2009

«Viene a fare una pisciata con me Whiteback? Offro io.»

Pag. 248 – JR – ALET 2009

«No, i… sì, non bianchi…»

Pag. 248 – JR – ALET 2009

«… Dan voleva tastare sua moglie su… su questa minaccia di uno sciopero dei professori, nel senso dell’attivazione cioè…»

JR è fuori da tutto ciò, si esprime spiccio ma la sua è una non-volgarità, è come una frenesia di gioco, dove l’invenzione e il reale si mescolano, e oltremodo non ha il pungolo del sesso che lo possa rendere davvero volgare.

Non pare un caso che nel testo i principali e differenti ambienti della società si mescolino, si intersechino; la Società del Capitale, l’Istruzione, la Cultura, la Tecnologia, il Denaro, le Relazioni Sociali, l’Amore… tutto ciò viene sputtanato nel denaro, col denaro, per il denaro. JR è fuori da tutto ciò, è un bambino. Il vero romanzo non è JR; JR è il paradigma per fare emergere il mondo volgare degli umani sopraffatti dal denaro, dove i più deboli vengono macinati dall’interesse o annientati nella dabbenaggine, e coloro che appaiono i più forti sono quelli che fanno frullare il sistema, import export door to door, obbligazioni, azioni ordinarie e/o privilegiate, prezzi di mercato, quotazioni, ecc.

17/09/2016

Eric Bandini © 2016

 segue su «JR – William Gaddis (04)»

JR – William Gaddis (02)

JR – William Gaddis (02)

Eric Bandini © 2016

Questo articolo è il secondo di una serie di circa trenta che è stato nella forma di un unico saggio letterario

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 segue da «JR – William Gaddis (01)»

JR Vansant è un bambino di undici anni e alunno della scuola che viene presentata nel testo dalla conversazione di un corpo insegnante intento a discutere la finanza che alimenta il bilancio dell’istituto piuttosto che l’educazione in sé; JR da solo non potrebbe condurre i suoi commerci finanziari e i suoi traffici, ha bisogno di un adulto compiacente che intervenga laddove la sua infanzia si mostrerebbe per quello che è e verrebbe smascherata.

Edward Bast quale personaggio lo si potrebbe definire come l’ostacolo ereditario di un lascito testamentario in cui egli è il figlio adottivo del defunto e anche del fratello di questo, poiché pare che la madre abbia piantato il primo per convivere more uxorio col secondo senza che nessun atto abbia definito la faccenda così che egli, Edward Bast, risulta comunque erede per la sua quota. Il romanzo si apre con l’avvocato Cohen intento a discutere con le zie di Edward, Anne e Julia, chiedendo loro di far firmare la rinuncia a Edward.

Devono passare molte pagine prima che JR Vansant entri in scena, e di seguito per tutto il romanzo la sua è una presenza per interposte persone che rende il punto di vista della storia poiché lui è il legante. In sostanza la Voce Narrante che latita costituisce il perno narrativo che appare come un mondo ribaltato dove JR per la sua assenza (non compare molto di frequente) rappresenta la struttura del lungo racconto che viene reso tramite crude descrizioni di ciò che si svolge “in scena”, cioè atteggiamenti umani visti come al cinema o alla TV che appaiono come detratti della sofferenza benché la Voce Narrante sia impietosa e ficcanaso, non volgare ma crudele di ogni dettaglio come se l’attenzione del lettore si posasse sugli oggetti e sulle persone dipinte in una “realtà” narrativa non filtrata dal solito buonismo descrittivo o impietosita da qualche “politicamente corretto” e per ogni ambientazione il denaro vi entra per diritto e per traverso.

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In assenza di JR il denaro scadrebbe in secondo piano e le storie sarebbero relazioni esistenziali che non si intersecano tipo «America oggi» di Robert Altman; JR diventa la pietra di paragone di ciò che avviene senza che lui se ne renda conto. Il metro di valutazione di JR nei confronti del mondo si riassume nell’esattezza del denaro, che è la misura del credito. Il suo puntiglio su delle somme anche ridicole, p.e. la diaria di Edward Bast quale suo mandatario e rappresentante, come la sua attenzione al grosso Capitale, è indifferente a ciò che tratta, quello che JR vede è una precisione che conduce al guadagno, ma questo guadagno non va al di fuori del valore intrinseco del denaro in sé. Il rovescio del denaro è la vita di tutti i giorni nella reale sofferenza o felicità delle persone che William Gaddis mette in relazione con una scenografia che si autosostiene quasi senza voce narrante per tramite dell’opera di JR che pone in contatto persone, luoghi, eventi.

Il rapporto che lega la storia così come i personaggi è il denaro di cui viene data la figura del valore tramite le espressioni contabili, di azzardo, fiscali, eccetera, ma che si realizza nel  credito reale della  vita ordinaria che non può essere davvero contabilizzata nè conteggiata, né “veramente” raccontata. Ciò che mostra William Gaddis è la società che si rapporta con una precisione contabile che non scaturisce da altro che dall’essere umano stesso. Ciò che JR ha compreso è che dietro le “azioni” ci sono gli “azionisti” e che manipolando le relazioni fra le prime e i secondi si può realizzare guadagno, ma in quanto bambino non vede le conseguenze umane e nemmeno gli interessa, e sono queste che determinano il valore del denaro stesso, come delle azioni o come di altre forme di Capitale.

A pagina 120 dell’edizione ALET citata nel precedente articolo [JR – William Gaddis (01)] JR è intento a parlare con un suo coetaneo, gli mostra ciò che ordina o può ordinare o fare gratuitamente per posta fingendosi un adulto, il suo linguaggio è spiccio e anche simpatico, tipico di un bambino, ma ugualmente impietoso:

«… Voglio dire, se ci metti il tuo numero vero quelli capiscono subito quanto sei grande e non ti mandano un cavolo di niente, e se ci metti un numero da adulto allora sei … come viaggiare lungo queste strade di grande traffico, qui, dove ogni pubblico esercizio è un potenziale acquirente delle vostre bustine di fiammiferi, con questa bella Borsa Professionale, vendendo questi fiammiferi, portando questo paio di scarpe, scarpe dimostrative, grandi, da adulto, come uno scemo…»

(L’ellisse dopo la prima frase rispecchia il testo originale, queste interruzioni sono frequentissime e forse abusate nei dialoghi, che riportano anche interruzioni, errori di dizione o di cattiva pronuncia; in maniera voluta il testo dovrebbe “sembrare” reale)

Solo dal punto di vista di un bambino può sorgere questo contrasto nel meccanismo del denaro nei confronti del quale l’essere umano è indistinto nelle sue relazioni, qualunque cosa sia o faccia è agito dal denaro “come uno scemo”, e tutto lo sfondo narrativo è fatto di adulti con i loro interessi e relazioni.

16/09/2016

Eric Bandini © 2016

 segue da «JR – William Gaddis (03)»

Elogio della noia (3)

Elogio della noia (3)

Eric Bandini © 2016

Elogio della noia (1)
Elogio della noia (2)

Altri articoli di Eric Bandini, su questo sito: ericbandini.com

È difficile tracciare una linea dell’opulenza, è qualcosa che non è mai sazia, l’opulenza si nutre di opulenza, prima che di ogni altra oggettiva concretezza. La società dei consumi è già stata sufficientemente criticata per produrre davvero qualcosa di nuovo e di inedito in questo senso e se qualcuno ha dei dubbi al riguardo è sufficiente dare un’occhiata a qualche discarica, a qualche deposito di rottami più o meno autorizzato, all’ingombro che l’eccesso rimette nella vita di tutti i giorni, perché un altrove non esiste. Ciò è già stato detto, ridetto, ripetuto, e ribadirlo ulteriormente non sarà di alcun giovamento.

L’impalpabile distacco dell’opulenza è che la sua noia è di tipo riempitivo, un’assenza di interesse che si colma con nuovo interesse che diventerà noioso in attesa di altro interesse che venga a colmarla, la sopravvivenza è diventata supervivenza, con la richiesta inevitabile di ulteriore nuovo che venga a saziare il vuoto di noia che la stessa opulenza sperimenta nella sete di sazietà, e la parola “consumismo” è già stata consumata a sufficienza da non significare più nulla se non l’abitudine ad acquisire mediante reperimento di beni e risorse (ops) tramite possibilità, mezzi, ricchezze, risorse (ops), con un continuo tributo alla divinità (Ops).

opidea
Opi, dea dell’abbondanza

I romani avevano ingenuamente identificato la divinità dell’abbondanza e della fertilità in una figura femminile elargitrice di beni, risorse, mezzi, abbondanza, laddove Cibele, che è verosimilmente la figura ispiratrice di questa divinità e il suo luogo di origine (Pergamo, probabilmente) vanno molto più indietro nel tempo  a collegarsi col mito della Grande Dea Madre, che sì, è opulenta e fertile, ma è ugualmente dispotica e distruttrice, è la natura che tutto crea e distrugge, senza sosta e senza pietà. (L’argomento della Grande Dea Madre è più ampiamente dettagliato in alcuni capitoli del mio «Il luogo del concetto» [Eric Bandini © 2016])

potniatheron
Potnia Theron – Signora delle fiere, della natura, del mondo e di ogni cosa (altrimenti definita Grande Dea Madre)

Da ops a opulentus è un attimo, ops → forza, possibilità, mezzi, ricchezze; opulentus → repleto. L’opulenza è ricolma e non vuole vuoti, noie assenze; opulenza è horror vacui, uno iato nell’opulenza può aprire una crisi. L’opulenza è cieca e distratta, è una divinità assente che esige un tributo continuo per la sua celebrazione, senza la quale non esisterebbe. Ciò che non si nota nel rito dell’opulenza è l’uso e abuso dell’essere umano in sè e per sè, il quale ne è lo strumento, il mezzo e il fine, così che esso, al pari della materia nella disponibilità dell’opulenza e del relativo consumo, diviene elemento consumabile e sostituibile, l’opulenza non vuole cessare di essere opulenta, il suo motore e combustibile è l’essere umano in sé, poiché l’Universo non chiede né possiede né genera sovrappiù, l’Universo non aumenta né diminuisce di alcunché.

Il consumo dell’opulenza è duplice. C’è il consumo della materia (che in realtà non si consuma) e c’è il consumo dell’essere, che appaiono indistinti nella produzione, che è in sé stessa consumo e dove l’essere-umano sfrutta l’essere-materia tanto quanto l’essere-umano stesso. È un circuito chiuso che appare come un vortice di progresso che scodella i prodotti dell’opulenza come le sue deiezioni e che non va tanto per il sottile, essere e materia al riguardo sono la stessa cosa, anche se dopo essere viene la parola umano.

L’opulenza se ne strafotte di cosa resta sotto al suo rullo compressore, essa persevera, poiché una carenza mostrerebbe la sua inconsistenza, che è nascosta da ciò che è in sovrappiù, così che lo scarto, l’oggetto usato, il vuoto a perdere, il rifiuto (che qui non è un diniego ma una sostanza che ha l’aspetto dell’immondo quale risultato del suo uso e che finisce nello stesso mondo dell’opulenza perché non c’è un altrove), ostinandosi nel suo rifiuto di rimando, in quanto non può essere annullato, espone il rovescio dell’opulenza medesima nell’eccesso del rifiuto come oggetto in sé.

L’opulenza si muove al di sopra di tutto ciò, essa si autogiustifica indifferentemente sulla materia come sull’essere umano, il quale è (individualmente) di fronte ad essa come di fronte alla materia, e spetta alla sua intima decisione porsi nei rispetti dell’opulenza, che davvero non è evitabile, se non con moltissimo sacrificio nonché perdita di credibilità.

Così che la noia diventa una rassegnazione consapevole nella speranza di poter arrivare a sera e guardare dentro se stessi per reperire l’assenza di una malversata fruizione umana, di una fregatura perpetrata, di un abuso attuato in danno di qualcuno.

Coscienza? E chi se la può permettere. L’opulenza non te lo consente, ti stana, ti provoca, ti istiga. La noia è l’unica difesa, essa è genuina, sempre uguale a se stessa, sempre disponibile. La noia, a saperla guardare bene, ha la pazienza dell’Universo, che era qui prima degli umani e sarà qui anche dopo, perché l’opulenza sta consumando il futuro di chi se lo può permettere come di chi lo deve subire, e scontato che nell’opulenza il tempo passa perché vuole sempre più nuovo, nell’Universo e nella sua pazienza il tempo resta, o per usare le parole di Henry Austin Dobson: «Time goes you say? Ah, no! Alas, time stays, we go». Il coraggio della noia esige una pazienza che paradossalmente è il premio stesso della noia.

15/09/2016

Eric Bandini © 2016

Puntate precedenti:

Elogio della noia (1)

Elogio della noia (2)

Altri articoli di Eric Bandini, su questo sito: ericbandini.com

 

 

 

JR – William Gaddis (01)

JR – William Gaddis (01)

[JR di William Gaddis {1975}]

 Eric Bandini © 2016

14/09/2016

Questo articolo è il primo di una serie di circa trenta che è stato pubblicato nella forma di un unico saggio letterario

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Il denaro è infantile e crudele come solo un bambino può essere, senza sapere perché né percome. Non esiste nel valore, che nel testo  è definito come “il” credito, un ripensamento, una correzione, che non correggerebbe altro che il valore, cioè una variazione di credito. Psicologizzare il denaro è tanto inutile quanto demonizzarlo, esso si impone come una relazione prima che come una valuta.

Il lungo e difficile romanzo di William Gaddis (1922-1998 USA) è un vivido esempio di postmoderno e la parola vivido non è qui usata a caso. Le critiche a quest’opera sono in genere state ligie alla parola “critica”, poiché la sua lettura non è affatto agevole e il testo, che nella edizione italiana (ALET 2009 ISBN 978-88-7520-122-7) è di circa 900 pagine, è letterariamente incalzante e senza tregua nella pressoché totale assenza della Voce Narrante.

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Lo scrittore americano Jonathan Franzen in un suo saggio sull’argomento indica JR di William Gaddis come uno di quei lavori che molti tengono in bella mostra sugli scaffali delle loro librerie casalinghe  ma che non hanno veramente letto fino in fondo, ed egli stesso si include nella truppa, se non sbaglio.

In effetti questo stile peculiare di William Gaddis fa scomparire la Voce Narrante lasciando in evidenza i dialoghi  e le espressioni verbali con scarse frasi descrittive a formare l’immagine di qualcosa che dovrebbe risultare come percepito in soggettiva  dal lettore, il quale, in una ipotetica realtà espressiva/figurata percepirebbe solo ciò che in generale può percepire dal mondo tal quale, che com’è noto non ha una Voce Narrante; suoni, voci, colori, elementi, soggetti, eventi, parole, frasi, persone, si connettono “da sé” a formare un quadro narrativo di ciò che sta accadendo.

In realtà non è possibile eliminare la Voce Narrante, è solo lo stile che la nasconde ma essa non può scomparire, la narrativa narra comunque. Questo stile di William Gaddis, che richiama forse Alain Robbe-Grillet con i suoi personaggi rintanati in se stessi, non distrugge la narrazione, la mostra da una soggettiva la cui continuità è mostrata appunto dalla Voce Narrante che collega le cesure fra una scena e l’altra come se un immaginario lettore fosse trasportato insieme alla narrazione nella continuità del testo, o diversamente, come se l’immaginario lettore stesse vedendo e sentendo “direttamente” ciò che “accade” nel narrato. Nel mondo reale non c’è alcuna voce narrante, non esiste alcuna storia che non sia in fieri nella nostra mente, inclusa la narrativa, che è fiction, e il mondo reale non ha pause, momenti, soste, intervalli, ecc., è un continuo senza soluzione, tuttavia nella narrativa, che come si è detto è finzione, la continuità è irraggiungibile, gli elementi del mondo, i personaggi, le scene, i dialoghi, sono oggetti che devono essere assemblati; la sensazione è che nonostante la difficoltà (il “trasporto” da una scena all’altra non è marcato da altro che da un cambio di scena che avviene in forma letteraria piuttosto che essere segnalato con la solita dovizia descrittiva della Voce Narrante [di seguito anche definita confidenzialmente V. N.]) la continuità narrativa sia comunque perseguibile semplicemente abbandonandosi al racconto nonostante la difficoltà, la V.N.  parlerà per voce dei personaggi e delle loro azioni o comparizioni in scena.

A chi si è interessato all’opera e all’autore l’argomento è noto; JR Vansant è un bambino di undici anni che fingendosi un adulto costruisce un impero finanziario basato sul credito, che come si è accennato “è” il valore del denaro in sé. La crudeltà infantile con cui si è esordito in questo articolo è traslata sul bambino e accennata nel testo dalle parole di un adulto che allude ai bambini conversando con l’insegnante che li ha accompagnati in visita alla Borsa di Wall Street.

JR – ALET 2009 – pag. 169:

… guardi, i ragazzi non sanno cosa significa bere, potrei andare a sedermi laggiù e tirarmi un colpo in testa, penserebbero che sono morto e si aspetterebbero di vedermi domani a scuola…

JR – ALET 2009 – pag. 170:

«E si aspettano anche di morire, e la mattina dopo non vedranno l’ora di tornare a scuola per raccontare tutto agli amici…

C’è in queste battute l’ironia e la delusione di un insegnate frustrato (Gibbs, mi pare) come del denaro e della sua strafottenza, del suo creare vincenti e perdenti, che sono come bambini in balia del denaro stesso.

L’introduzione dell’edizione considerata , come spesso accade nella critica in generale (e questo articolo non sfugge alla norma), cerca e offre dei riscontri biografici tra l’autore, William Gaddis, e il suo prodotto, e fermo restando che queste connessioni esistono, poiché non si può produrre qualcosa che non sia parte di se stessi, esse rappresentano di solito una semplice inutile digressione o noiosa deviazione dall’argomento; si cerca di psicologizzare l’autore per capire il testo, laddove se l’autore è stato bravo, e William Gaddis lo è davvero, il lettore e/o critico dovrebbe piuttosto cercare e considerare se stesso nel testo, perché nulla di umano esce o entra nell’umano che non sia umano. Questo capita da sempre, sono note le critiche letterarie a Kafka degli anni ’70 che avevano il sapore psichiatrico dell’analisi dell’autore, il complesso di Edipo eccetera, quando Franz Kafka mostrava ai lettori quel mondo “comune” da una proiezione narrativa, mentre la “causalità” letteraria abituata a una critica trombonesca e soggettiva piuttosto che narrativa, cercava nel soggetto-autore quella devianza che avrebbe dovuto spiegare l’opera svelando retroscena dal sapore morboso ma consentito dalla Scienza.

L’oggetto narrativo è sempre un pensiero della mente e non contiene niente di più di ciò che la mente ci mette dentro, si deve cercare nel testo ciò che l’autore vuole dire e non chiederlo ai suoi vicini o agli informatori della polizia, e va da sé che l’oggetto della mente non è qualcosa che puoi prendere in mano e studiare sul tavolo anatomico. La letteratura è unione di autore e lettore con possibile, anzi auspicabile, inversione dei ruoli, chi ci vede qualcosa di diverso da ciò non sta cercando letteratura.

 Eric Bandini © 2016

14/09/2016

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SupremaZia

SupremaZia

© 2016 – Eric Bandini

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La realtà degli umani è fortemente basata sulla supremazia, prima ancora che sul concetto di “reale”, poiché il reale, nel pensiero, è lo sfondo della supremazia, qualunque e di qualunque tipo. Non è qui luogo dare seguito a questa zia suprema, che trova prenomi di potere o di attuazione di esso contro o a favore del suo interesse o, come capita, nella sua parziale o magari completa nescienza o collaborazione.

La supremazia di cui si tratta di seguito è la preponderanza di ciò che nella storia degli umani è sempre rientrato nel campo della letteratura, per diritto e per traverso, o anche solo incidentalmente; tuttavia essa, la supremazia, determina stati di cose e relazioni fra essi a qualunque livello, politico, economico o letterario. Negli anni recenti si è ventilata qui e là l’ipotesi che la fiction televisiva e/o cinematografica abbia surclassato la letteratura propriamente detta (quella solo di parole, per intendersi) in una proposizione rappresentativa più piena e completa; è evidente l’allusione alle immagini e al sonoro oltre le parole del testo eventuale.

I telefilm e/o le serie televisive, o per esteso anche i prodotti cinematografici (che sono cosa diversa dai tele-film), costituiscono un “genere narrativo”  che proprio con l’aiuto della letteratura (poiché i testi, le sceneggiature, i dialoghi devono essere scritti) trovano una «più» piena realizzazione, laddove, secondo certe teorie della morte del romanzo, il testo narrativo avrebbe trovato la sua fine nella immensa produzione e riproduzione di narrativa cinematografata (leggasi TV, film, serie TV, tele-novele, ecc.). Non si considera che l’eccesso di produzione definisce il mezzo piuttosto che il messaggio e che quest’ultimo è sempre “pensiero di parole”, senza le quali non potrebbe messaggiare alcunché. La proposizione compiuta di uno sceneggiato televisivo è l’ambientazione scenica di parole che hanno trovato la loro grafia nell’espressione televisiva o cinematografica, il messaggio è sempre nel mezzo, il quale non è più letterario ma tele-cine-visivo, e questo non sposta l’importanza letteraria di fondo, la “dimentica” solo per un più colorito messaggio sostenuto dal mezzo, ed è quest’ultimo a prendere il sopravvento, poiché senza TV o cinema posso ancora avere letteratura, ma il contrario è altamente improbabile (per chi non lo sapesse o non lo considerasse si scrivono scenografie e testi anche per i fumetti).

È inevitabile, comunque, considerare anche la produzione letteraria da un punto di vista commerciale; nulla di nuovo sotto questo aspetto, la Stampa è nata commerciale, riproducibile, vendibile, distribuibile; sotto-sotto il suo messaggio è sempre stato il mezzo, cioè essa stessa (la Stampa) col suo potere di comunicazione-informazione, ma essa stessa non poteva nascondere alcun messaggio, poiché il testo “a stampa” è in definitiva mezzo e messaggio. La sovrapposizione di immagini e sonoro ha apparentemente scomposto il messaggio attirando l’attenzione su di una produzione espressiva colorata, vivida, “completa”, cioè «vero-simile», ma il testo è scomparso solo apparentemente, però è diventato più importante lo sfondo scenografico, che dopo tutto è sempre ambientazione umana, storica, geografica, sociale. E la supremazia rientra in campo.

È a questo punto che mezzo e messaggio trovano una separazione, perché il mezzo rappresentativo  dimostra la potenza espressiva che è “superiore” solo in un immaginario che è stato prodotto per la divulgazione di se stesso come mezzo (cinema, TV) prima che come messaggio. Quando si è inventato il cinema si è dovuto creare il suo contenuto, che ha finito per diventare autoreferenziale (Hollywood, i divi, l’emulazione), così come per la TV, che ha realizzato il suo mondo catodico. In questo immaginario scenografico (TV, cinema) è molto difficile inserire qualcosa di nuovo, la sua divulgazione deve essere prevista in un canone già comprensibile per il pubblico e questo collaudo preventivo può essere fornito solo dalla lotta e collaborazione fra testualità e immagine, ossia deve esistere a livello di significato (qualunque cosa ciò voglia dire) una traduzione reciproca fra immagine e pensiero che renda “reale” (per il pensiero [e qui “reale” significa “afferrabile mentalmente”, per cui anche fantastico]) ciò che le immagini propongono senza dover pensare ex novo. In questo contesto l’immediatezza dell’opera come del suo autore sono inevitabili e ineliminabili, e sono basati sul testo, cioè sulla parola, poi tradotta in espressione. Nei confronti della produzione TV e cinematografica come nei rapporti fra letteratura (sempre quella delle parole) e TV-cinema, deve necessariamente esistere un collegamento che renda credibile il risultato, anche se fantastico, e questa credibilità può essere data solo dall’autore o autori e il loro legame esistenziale a un contesto storico.

In materia di fatto si possono avere ricostruzioni storiche/letterarie di ogni e qualunque epoca, ma per avere un romanzo storico occorre che l’autore sia parte integrante dell’ambiente storico che vuole descrivere o di cui vuole parlare. La storia che sta alle spalle e/o intorno a un determinato autore (nel suo presente) rappresenta un ambiente che non può essere imitato o usato alla stessa maniera da scrittori non connazionali o di cultura differente. Non ci vuole molto a capire ciò, un romanziere italiano che volesse parlare di viaggi spaziali dovrebbe fare ricorso a un immaginario che non è parte del suo patrimonio nazionale a livello sociale, storico, culturale, economico. O per fare un esempio in campo cinematografico un film come Nikita (1990) di Luc Besson, ambientato a Parigi, qui in Italia non avrebbe ambientazione. Buoni film  o buoni libri possono essere scritti, prodotti ovunque nel mondo, ma il vincolo letterario resta.

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Eric Bandini, copyright 2016

Selfie

Selfie

Eric Bandini © 2016

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          Esiste un nuovo specchio, una superficie riflettente che tempo fa (non molto) non esisteva e non è una superficie fisica, come un vetro trattato, un metallo lucidato, una quieta acqua palustre o lacustre, è una superficie binaria; stranamente una sequenza di uni e zeri produce uno schermo sul quale le immagini del mondo sono riprodotte, riproducibili, archiviabili, consultabili, manipolabili, inviabili, eccetera, immagini in cui l’ego si richiede o può richiedersi della propria figura. Questo succedeva anche prima, ritratti, busti marmorei, fotografie, disegni, eccetera, ma non c’era quella egoità che non è egocentrismo, ma semplicemente produzione di sé, disponibilità e capacità immediata di realizzare qualcosa di sé, un’affermazione, spesso senza presunzione, magari la semplice disponibilità, l’opportunità e una certa emulazione sobillata dallo strumento, che è fabbricato appositamente per consentire l’immagine di se stessi, che nella maggior parte dei casi sarà visualizzata solo dal sé-self che l’ha realizzata, con una accondiscendente confidenza verso se stesso che fa un po’ il verso ad Arthur Fonzarelli: «Ehi…!», il quale è certamente un  tipo simpatico. Ma guardando le cose da una diversa prospettiva, e per quello che ricordo riguardo a Happy days, non credo che Fonzie si sarebbe mai autoimmortalato, penso piuttosto che, nella sua simpatica ma eccessiva stima di sé, avrebbe esatto l’intervento di un addetto che un tempo (ai tempi di Fonzie) si chiamava fotografo, la cui presenza garantiva l’importanza dell’evento; se c’erano fotografi c’era qualcuno o qualcosa da fotografare. I paparazzi ne sono una testimonianza, benché il loro lavoro includa, non di rado, teatrini concordati.

Al di là dell’oggetto e della sua produzione grafica, che per immagini esiste dacché l’uomo ha coscienza di sé e del suo rapporto col mondo, la nuova superficie vuole esprimere una realtà più gratificante e di immediato consumo tramite mezzi e strumenti che sono resi tali dalla superficie stessa sostenuta dal suo linguaggio binario. Si potrebbe evocare Matrix, un po’ alla lontana forse, ma è più opportuno ampliare la prospettiva affermando che ogni immagine, che si tratti di selfie, ritratto o busto marmoreo, nasce da un’identificazione intellettiva che distingue il reale “in” oggetti; non è l’occhio che vede, è il cervello. Un oggetto qualunque nel reale è classificato in un significato immagine che trova un corrispettivo nella parola (ma non sempre e non comunque) il cui uso è associato nell’esperienza e nell’educazione.

          Fintanto che il rapporto di questa immagine resta nella relazione fra percezione e reale il riscontro ha un ritorno materiale fornito “direttamente” dal reale, in quanto non c’è nulla nel mezzo. La nuova superficie binaria di uni e zeri si inserisce invece nella relazione intellettiva col mondo reale creando uno schermo che è puramente immaginario poiché a differenza del dipinto, del busto marmoreo, della foto, non può essere “toccato” da altri sensi se non dalla vista (l’implementazione di protesi che ampliano i sensi collaterali ricadrebbero nel senso della vista in quanto è quello educato a visualizzare la realtà [V. Galassia Gutembterg – M. McLuhan]). Ciò è detto virtuale, ed è virtuale solo formalmente in quanto esso stesso incluso nel reale, ossia percepibile intellettivamente ma costituente una specie di mondo a parte, il mondo binario, frapposto fra il reale e il pensiero (e nel pensiero), senza il quale non potrebbe sussistere.

          Questo mondo di mezzo crea una scansione temporale e una possibilità di realizzazione che si sovrappongono al mondo reale con la possibilità di ottenere più o meno “immediatamente” qualcosa che appare come l’immagine del presente in un cosiddetto tempo reale senza che alcuno sia in grado di definire la realtà del tempo se non correlata col reale di cui il tempo sarebbe la misura, e l’unico risultato che si ottiene  è che il reale è misurato dal tempo e quest’ultimo è misurato dal reale. Nel selfie tempo e reale pretendono di coincidere perché è il Self, l’Io, che si pone nella sua immediatezza in un presente che è in effetti l’immagine di un passato presente trasposto dallo scatto del selfie al momento successivo della visione o dell’autovisione del selfie. L’immediatezza apparente, che è in realtà la scansione temporale di attimi quali unità percettive, è il risultato dell’assenza di elementi costitutivi l’attimo dell’immagine nella sua formazione, della sua realizzazione quali elementi diversi dal Self che in tempi non molto remoti separavano soggetto e rappresentazione di esso nell’ufficialità di un’immagine prodotta appositamente con tempi propri di produzione e realizzazione definiti da processi fotografici, strumenti e tecniche di disegno, o pittura e/o scultura, eccetera.

           In verità il tempo reale non è più reale di quanto lo fosse in tempi precedenti l’epoca dei selfies (È corretto questo plurale anglosassone? O forse, come qualcuno ha suggerito, il plurale di parole anglofone nella lingua italiana va omesso?), è solo l’immediatezza di un prodotto  che pur soddisfacendo il fruitore e rendendolo gestore del suo “self”, lo isola nel reale, in quanto la sua autoproduzione non dipende più da nessuno tranne che dallo strumento che lo produce. C’è un lontano richiamo alla Matrice-Matrix, ove matrice risuona di etimo mammifero matrix -icis –> madre, utero. Lungi dall’idea di psicologizzare l’argomento questa Matrice-Matrix è l’ambiente elettronico informatico in cui può avvenire solo ciò che può avvenire elettronicamente e informaticamente, e su questi avvenimenti l’utente  non ha possibilità, sono elementi gestiti dalla Matrice; esso, l’autore di selfie(s), è agganciato alla Matrice tramite il suo strumento.

          Ritornando al simpatico Fonzie e alla famiglia Cunningham con tutti i loro amici, credo  che nessuno di loro si dedicherebbe ai selfie (s).

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