
Copyright Eric Bandini – ericbandini.com
Nuovo romanzo di cui si propone un’anteprima: Capitoli 1 e 2 di 59 capitoli totali
2034
Capitolo 1
Maggio 2034
Non era stato un incidente grave e nemmeno tanto pericoloso a giudicare dalla dinamica e dalle conseguenze, sebbene le statistiche lasciassero spazio a dubbi e a riflessioni di psicosi introspettiva, giacché non esistevano elementi concreti a rendergli tali sospetti malleabili da un punto di vista materiale, e la introspezione relazionale gli appariva, ed era, l’unico strumento di analisi a posteriori. Sul momento il cozzo della sua bicicletta contro il cofano della vettura di lei gli era sembrato accidentale, fortuito, casuale, almeno quanto può essere compreso nella parola incidente, insomma, la solita storia di due corpi lanciati a velocità “v1” e “v2”lungo due traiettorie diverse ma collidenti nel punto “y” a causare il di lui ruzzolone attraverso il cofano della di lei vettura, con capriola finale sull’asfalto, essendo terminato lo spazio disponibile del sunnominato cofano quando l’inerzia del suo corpo, che chiameremo “A”, non aveva ancora esaurito la sua energia cinetica, smorzando la spinta residua sulla nuda carreggiata lungo l’asse del vettore prodotto dalla collisione dei due corpi “A” e “B”, stante la differenza di massa di “B”, definito come veicolo con motore a scoppio dell’apparente peso di circa 12 quintali in ordine di marcia escluso la conducente, e/o altri passeggeri eventuali, di cui non v’era presenza né traccia.
Era rimasto per qualche istante immobile disteso sull’asfalto, nella cui posizione, a seguito della insolita postura e collocazione spaziale, gli era capitato di avere realizzato l’accaduto mentre il suo cerebro faceva un rapido check up delle parti che gli segnalavano l’esistenza di possibili danni con valutazione del dolore percepibile. Tutto sembrava sommariamente a posto, aperti gli occhi aveva rilevato il sorriso di lei, e gli era parso abbastanza fuori luogo, specie per qualcuno che ha appena investito una bicicletta corredata di ciclista ma l’imprevisto e travolgente svolgersi dell’evento lo aveva come stordito e in parte indotto a trascurare, o meglio ignorare, questo e altri dettagli circostanziali, che ora, sulla via di casa in aperta defezione dall’accaduto, gli apparivano stranamente convergenti in un sospetto generale di premeditazione senza che questa parola si associasse a motivazioni supportate da evidenze concrete.
Ad esempio, il fatto che alle due di notte, con circolazione veicolare assente e illuminazione artificiale sufficiente ad individuare oggetti in movimento a centinaia di metri di distanza, unitamente al movimento del di lei veicolo rallentato q. b. ad un livello non letale e alla netta sensazione (forse non così netta ma sufficiente ad inoculargli il dubbio) del volto di lei alla guida che lo osservava mentre procedeva contro di lui lungo una direttrice dall’inevitabile intersezione con quella del suo velocipede all’apice di entrambi i vettori con le loro relative masse – non escluso il disinvolto comportamento post collisione, tanto disinvolto da lasciargli sospettare una finta ingenuità –, gli facevano apparire il fatto sotto una strana luce di sospetto che non aveva avuto il coraggio di mettere in chiaro chiedendo l’intervento delle FFOO (leggasi Forze dell’Ordine) per gli eventuali rilievi del caso; azione che si era astenuto dall’intraprendere perché ricordava di non avere il lume della bicicletta acceso, e forse nemmeno funzionante, così per evitare una contravvenzione, oltre ad un eventuale risarcimento di possibili danni contestualmente prodotti, si era rialzato quanto più prontamente il suo fisico un po’ ammaccato gli aveva concesso per scambiare con la guagliona investitrice dati personali per un possibile contatto a posteriori, che in cuor suo aveva già deciso di evitare, mentre invece una strana premura nell’atteggiamento di lei pareva voler sollecitare, specie per l’abbondanza di dettagli anagrafici e di recapiti presso cui rintracciarla.
I suoi ormoni maschili un po’ lo avevano pungolato, almeno fino a fargli sbirciare i fianchi e i seni per una valutazione sommaria circa la classica valutazione maschile «Me la scoperei oppure no?», laddove il “no” era latore unicamente della percentuale statistica della fattibilità, e non un vero e concreto rifiuto interiore, poi però qualcosa che non era riuscito a capire, o forse l’incombenza di dover essere (o almeno apparire) consequente in relazione all’accaduto, aveva lasciato decadere titillazioni e suggestioni erotiche e si era attenuto ai fatti concreti rispondendo a tono in maniera logica e cercando di sgamare quanto prima dal luogo dell’incidente con la più solerte e incondizionata premura, mentre lei pareva inseguirlo verbalmente auspicando, anzi chiedendogli apertamente di contattarla in ogni caso il giorno successivo e magari di incontrarsi di persona.
Sul momento, preso dall’imprevedibilità dell’accaduto non aveva fatto caso a certe piccole stranezze, forse sopraffatto dalla consapevolezza di non essere pienamente dalla parte della ragione, e quindi intimamente istigato a lasciar correre su molte cose a patto di potersi allontanare con il minor numero di conseguenze possibili e strascichi infortunistici da giustificare in presenza di agenti in uniforme, in parte anche perché qualche ammaccatura gli doleva e non se la sentiva di intavolare conversazione, e così era rimontato a cavallo della bicicletta, la quale a parte qualche nuovo cigolio o sfregamento di copertoni sui parafanghi, non aveva menomazioni meccaniche importanti e pedalando verso casa si sovvenne della sensazione di bizzarrie nell’eloquio e nel portamento della ragazza, cosa che un po’ lo aveva messo in stato di attenzione senza che si fosse sentito indotto ad inquisirla al riguardo. Ora nella sua mente riecheggiava quella specie di ripetizione o incertezza nel parlare che sul momento aveva attribuito all’emozione della ragazza in ragione dell’evento; ed in effetti investire un velocipede per una persona normale è un evento molto spiacevole, poi aveva notato che la cosa tendeva a ripetersi e le aveva attribuito una forma di strana balbuzie che assomigliava allo scandire ritmato di un simulatore vocale con parziali e occasionali ripetizioni specie a inizio frase, come un file sonoro iniziato e ripreso.
Quando si era rialzato e l’aveva guardata per intero aveva avuto anche l’impressione come di una stranezza nei movimenti, una stranezza che non era riuscito ad inquadrare. «Co-come ti senti?», gli aveva chiesto lei chinando il capo da un lato con una curiosità un po’ meccanica e un po’ animalesca. «Abbastanza bene», aveva risposto guardandosi le gambe e tastandosi il tronco come se stesse cercando qualcosa in una tasca interna. «Vuoi che chiami un’ambulanza-un’ambulanza?» aveva detto lei con una premura un po’ recitata. Si era domandato perché avesse detto “un’ambulanza” due volte e per burla gli aveva risposto «Un’ambulanza più un’ambulanza fa due ambulanze, che sono davvero troppe». La ragazza non aveva riso, anzi aveva continuato ad osservarlo con un’attenzione vagamente inquietante; non che si fosse spaventato, la femmina era carina, anzi, molto carina, però gli pareva strana e non capiva in cosa, per cui quando lei gli aveva detto, papale-papale (e a lui non era mai capitato che una glielo proponesse per prima) «Scambiamoci i numeri di telefono, vorrei vederti di nuovo», lui aveva cominciato un tortuoso panegirico di spiegazioni inutili quasi ad anteporre delle scuse non richieste per un diniego che non riusciva a produrre in maniera diretta, la ragazza però non si era arresa e gli aveva dato un biglietto con il suo numero di telefono dicendogli di chiamarsi Golema, anzi, come da lei pronunciato: «Go-Golema, Golema Von Chelm». Lui avrebbe voluto chiedergli se era straniera ma era preso da irresistibile smania di abbandonare il luogo e gli aveva stretto la mano senza dirgli il suo nome, ricavandone una bizzarra sensazione senza capire quale sensazione. Si sentiva in colpa per non essersi presentato, per non avere detto il suo nome rendendosi civile e educato come gli era stato insegnato da bambino, in specie perché quando gli aveva sbirciato il cavallo dei pantaloni attillati che indossava aveva intuito un fremito al di sotto della vita, ma per la maggior parte della sua consapevolezza si sentiva sollevato dal fatto di avere abbandonato il luogo. Pensò che più di qualcuno dei suoi amici lo avrebbe sfottuto parecchio se avessero scoperto che se l’era battuta quando la tipa mostrava un certo interesse per lui, ma loro non avrebbero saputo. Si ricordò di come quasi lo inseguisse e di come si era sentito in uno strano stato di imbarazzo venato da un po’ di timore, ma ora stava pedalando verso casa, chissà se l’avrebbe mai più rivista, in cuor suo aveva timore di conseguenze infortunistiche, anche se dalla vita in giù premevano altre speranze.
Capitolo 2
– Professore… non è stato un po’ azzardato fargli guidare la macchina?
– Abbiamo previsto tutto, ha una regolare patente di guida, con relativa assicurazione, è certificata come contribuente con regolare codice fiscale e risulta proprietaria del veicolo, ha perfino il certificato elettorale, dov’è l’azzardo?
– Beh… insomma, lo ha ammesso anche lei… non è ancora pronta e affidabile del tutto, il dispositivo vocale non è ben sincronizzato sul contesto e nella tempistica di relazioni umane standard…
– Le relazioni umane non sono mai standard, e poi la stiamo sperimentando con un soggetto al di sotto della media intellettiva, sono certo che il tipo non ha fatto minimamente caso a quelli che “noi” possiamo definire punti critici da implementare, quello l’ha esaminata come una femmina reale e non ha subodorato nulla, che è esattamente quello che volevamo.
– Sì, però mi è parso spaventato. Praticamente se l’è filata.
– Non ha osservato bene; è vero che se l’è filata, ma solo perché si sentiva dalla parte del torto in un incidente stradale, aveva il lume spento, e a dire la verità contavo proprio su questo. I rapporti che mi sono stati forniti sul soggetto agganciato per l’esperimento includevano questo dettaglio e la cosa ha funzionato, l’aggancio può considerarsi riuscito.
– Continuo a sostenere che se l’è filata.
– E io le dico che questa sera attueremo la prova finale, garantito!
– Anche se non ci saranno migliorie sul prototipo?
– L’ambiente scelto lo consente.
– Sempre che il soggetto si vada a ficcare nell’ambiente scelto.
– Oh… ci andrà, ci andrà. I giovani credono di essere originali, ma in realtà fanno tutti le stesse cose, vanno tutti negli stessi posti con regolarità pressoché assidua, a saperli prendere sono quasi più regolari di un travet, sono degli abitudinari della trasgressione, il che li rende facilmente controllabili.
– Sono comunque perplesso, sono dell’idea che ulteriori miglioramenti possano…
– Niente affatto! Non ci interessa un modello perfetto per il semplice motivo che su quella base non si può mai raggiungere un accordo con tutto il team, che d’altronde non sa di essere un team. Abbiamo fatto il lavoro più grosso e importante nel migliore dei modi, soprattutto l’equipe dei bioapparati ha messo a punto ciò che ci serve per una sperimentazione dal vivo: apparati e organi relativi verosimili indistinguibili dal vero, lasciando ai filosofi la sofisticata questione del vero. Perfino negli odori, se ci va possiamo farla scoreggiare, possiamo fargli avere l’alito dell’odore che ci pare, il suo apparato sessuale è pronto e perfetto per qualunque coito.
Il professore tacque un momento, guardò lontano nella notte in un punto indefinito del buio rischiarato dai lampioni senz’anima viva in circolazione, poi come parlando fra sé disse:
– La macchina è la più gran puttana.
– E i clienti sembrano non mancare.
– Che cosa intende? – chiese il professore come riprendendosi da una distrazione interiore.
– Che abbiamo già delle richiese di utilizzo “in reale”.
– Ah, sì. Qualcuno mi ha accennato qualcosa, oppure l’ho intuito da certi discorsi. La sezione politica del team non mi è mai piaciuta.
– Non è esattamente “politica”.
– Beh, qualunque cosa sia, quali che siano i loro compiti tendono a rendere volgare e utilitaristico il nostro lavoro.
– Magari non hanno tutti i torti, i finanziamenti ce li hanno procurati loro, praticamente al buio, perché nessuno sa di preciso che cosa è stato realizzato.
– Tranne voi anime belle dei servizi. – disse il professore omettendo la parola “segreti” e fissando il suo interlocutore come se volesse sminuirlo attraversandolo con lo sguardo; poi come inalberandosi continuò – Il nostro non è un lavoro commerciale, il nostro prodotto è il vertice di una somma di ricerche in molti campi, in specie ad insaputa di non pochi dei relativi luminari che hanno contribuito senza essere a conoscenza di ciò a cui stavano dedicando la loro scienza, un prodotto che non può essere sfruttato per bassi scopi e …
– Il nostro collaudo sta comunque procedendo, anche se in maniera subdola, e “loro” – enfasi di reverenza su quel “loro” – non chiedono nulla di diverso, forse non sanno esattamente cos’è ma si aspettano un intervento da parte di qualcosa che è stato realizzato nell’ambito e sotto la protezione dei loro poteri e vogliono esserne messi a parte, anche se possiamo fargli credere qualunque cosa – ammiccamento di correità –, e poi, come ha detto lei poco fa, la macchina è la più gran puttana.
– Stavo parlando a me stesso e stavo parlando per astrazione.
– Ma prima o poi la dovremo rendere nota a qualcuno, prima o poi dovremo far sapere, mettere in produzione…
– Mettere in produzione… banalizzare la nostra creatura…
– Professore, lei è troppo idealista, o forse si è affezionato a Golema come a una figlia?
– Sono sufficientemente distante dall’idealismo da non concepire Golema come una figlia, tuttavia prima di parlare di produzione voglio che siano messi in chiaro meriti e utilizzo, fare pulizia di personaggi ingombranti, loro sì idealisti…
– Non credo che potrà mai avere voce in capitolo al riguardo. Sa quante centinaia di brevetti assomma la “sua” creatura?
– Può dire anche migliaia… buon numero dei quali sono miei e un altro buon numero da me fagocitati e resi disponibili al progetto. Esiste un’etica?
– Bella domanda, possiamo chiederlo a Vitellozzo.
– Lei fa del sarcasmo.
– Molto realistico però.
– Cosa le hanno offerto quelli della sezione politica?
– Non esiste una sezione politica.
– Sì, certo, certo. Sarò un idealista ma non vivo sulla luna.
– Quindi scenderà ad un compromesso.
– Vieni qua bella!
Golema obbedì, il professore aprì lo sportello del furgone e la creatura si adagiò nella custodia che recava l’impronta esatta del suo corpo come una bara giocattolo.
– Io torno alla sede con il furgone – disse il professore – lei prenda la vettura di Golema.
– Lo sa quante persone ho dovuto convincere per operare questo collaudo noi due da soli?
– Per quanto grande sia il numero, uno ben ammanicato come lei non deve avere avuto molte difficoltà. E poi mi dica… pensa che più di due persone sarebbero passate inosservate? Si guardi intorno, siamo in una città.
– Ma se fossi in lei non sarei davvero certo del fatto di essere solo in mia compagnia.
Il professore si guardò intorno lievemente confuso e in colpa per la sua ingenuità. Non c’era nessuno in giro ma non era difficile immaginare un po’ di manovalanza osservatrice opportunamente occultata e attiva, senza contare le telecamere di sorveglianza pubblica, che però gli erano state garantire disattivate per la zona interessata dall’esperimento.
– È una minaccia o un’amichevole segnalazione?
– Nessuna delle due, puro realismo.
– E per puro realismo le dirò che questa sera procederemo alla fase “2” dell’aggancio, controllori o non controllori, anche se questa volta un po’ del suo personale di sicurezza non farebbe male, ma saremo principalmente io e lei, forse un mio aiutante, più persone darebbero nell’occhio, il posto prescelto è molto affollato.
– Dovremo controllare a distanza.
– Gli strumenti non ci mancano.
– Una prova autentica, anzi, il compimento.
– Questa sera libereremo la macchina, un test sulla sua reale autonomia.
– È preoccupato?
– Non della macchina.
– Di cosa allora?
– Mmhh… è lei che mi preoccupa.
– Io? Il suo più fidato consigliere e tutore amministrativo?
– Diciamo piuttosto il mio più raccomandato tutore amministrativo. Non l’avrei mai scelta, ma mi fu posto un aut-aut. Praticamente di lei non so nulla, forse nemmeno il suo nome è vero.
– Che cos’è un nome? Che cos’è un dettaglio anagrafico di fronte alla possibilità di realizzare compiutamente il suo progetto?
Il professore tacque, c’era qualcosa che doveva accettare e che aveva accettato, ma la soddisfazione del risultato raggiunto era inquinata dalla certezza di essere stato uno strumento. Forse lo aveva sempre saputo ma aveva tenuto lontano i sospetti incalzato dai buoni risultati che otteneva, ora ne era quasi certo e senza sentirsi messo da parte provava una sensazione di vuoto, una insoddisfazione, una incompletezza di accompimento a cui non riusciva a dare un aspetto reale; se lo avevano subornato, manipolato, lo avevano fatto con arte e con il suo pressoché tacito consenso.
– Questa sera libereremo la macchina – ripeté come per convincere se stesso.
Disponibile sui siti web di distribuzione nella versione a stampa (immagine copertina in intestazione articolo) e in versione digitale EPUB – MOBI, ad alta leggibilità (immagine copertina qui di seguito).

Eric Bandini, 05/10/2024