Miniassegni e chiacchiere da bar

Miniassegni e chiacchiere da bar

Eric Bandini, 12/09/2017

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Eric Bandini © 2017

Storie di altri tempi, avrebbe potuto essere il titolo di questo articolo, che colloca la sua vicenda negli anni ’70 del secolo scorso, quando l’economia aveva ancora un aspetto economico, oggi come oggi ha per lo più un aspetto tecnologico, per quanto la contabilità continui ad esigere le sue vittime e i suoi persecutori.

Nell’Italia di allora prese forma uno strano aspetto monetario nella faccenda economica del paese, e la parola monetario si adatta alla perfezione all’argomento di cui qui. Dalla moneta ci si aspetta il tintinnare, la pesantezza nella tasca, la solidità metallica, laddove per qualche anno, più o meno dal 1975 al 1978, capitò una strana penuria di pezzi da 50 e da 100, e preciso che la parola pezzi non vuole evocare luigi, napoleoni, franchi o talleri eccetera, con il loro contenuto aureo in alta percentuale, ma le monete a corso legale da 50 e 100 lire, la cui carenza lanciò nel paese la diffusione di assegni al portatore di piccolissimo taglio (50, 100, 150, 200 o anche 250 lire) emessi dalle banche di ogni parte della nazione.

Nella mente e nella fantasia di un ragazzo con quei pezzi di carta non ci potevi giocare a flipper o ascoltare il juke-box , cose per le quali baristi e gestori di locali si erano organizzati accaparrando modeste quantità di quelle monete da usare come gettoni.

Questo token monetario cartaceo si imponeva senza lacuna legge e senza alcuna regola, era un mezzo valutario che ricavava il suo consenso semplicemente dalla sua necessità, le monete non si trovavano, non c’erano più; venivano prodotte? Domanda non rispondibile dal cittadino qualunque, il quale vedeva rifilarsi questi pezzi di carta  che facevano volume nel portafogli senza alcuna ricchezza del possessore.

Il paese si domandava, la risposta pareva preventivata: «Colpa dell’inflazione!», e questa risposta non rispondeva. In termini inflattivi se c’è richiesta di moneta spicciola e questa non è reperibile sarà una specie di inflazione indotta; per capire il concetto è sufficiente pensare, estremizzando il problema, alla inflazione della Germania negli anni ’20, quando in quel paese le banconote recavano valori di miliardi. È evidente che nella inflazione estrema le monete metalliche non hanno più alcun senso, pare che andassero a fare la spesa con sporte piene di banconote. Se in Italia in quel periodo c’era richiesta e corrispondente carenza di monete il problema non era l’inflazione.

La gente, in modo popolare si interrogava, le risposte non erano esaurienti, ma curiosamente significative o evocative.

A livello di chiacchiere da bar qualcuno aveva ironicamente e comicamente lanciato il sospetto che le monete italiane venissero trafugate in Svizzera per essere usate come fondelli per gli orologi. Ipotesi assurda? Possibile ma romanzesca. Questa diceria, che avevo ascoltato per caso, mi intrigava e piacendomi molto i fumetti avevo fantasticato formulando per me stesso a piena fantasia un team di svizzeri stile Banda Bassotti che trafugavano furgoni carichi di monete da 50 e 100 lire. Si presumeva, per il latore dell’idea, il quale non ero io e nemmeno ricordo chi fosse, che le 50 lire andassero per gli orologi da donna e le cento lire per quelli da uomo. A questo riguardo vale la pena di notare che le 50 lire recano su una faccia un tizio palestrato davanti ad un incudine, presumibilmente Vulcano, equivalente del greco Efesto, mentre le 100 lire la Minerva turrita, equivalente ad Atena della Grecia classica; c’è attinenza? Non ha nessuna importanza, comunque era evidente che le monete da 50 e 100 lire avevano (e hanno ancora, chi può trovarne qualcuna in un vecchio cassetto può verificare) una lucentezza di acciaio super inox che altre monete di altri paesi non avevano.

Nella carenza della moneta spicciola il rapporto economico del cittadino qualunque nella sua vita qualunque assumeva relazioni che esondavano nella trasgressione, con aspetti di trattativa tipo beduini al suk. Nella transazione di qualunque acquisto in cui fosse necessario un resto in moneta ci si vedeva rifilare, al posto delle monete, unitamente o in alternativa ai miniassegni, caramelle, cioccolatini, gettoni telefonici, o arrotondamenti per acquisti non necessari. La moneta metallica latitava.

Nelle chiacchiere da bar qualcuno più malizioso aveva supposto un’ipotesi non esattamente peregrina, cioè che la carenza di moneta fosse una guida dell’inflazione. Assurdo? Può darsi, o forse certamente, ma in quel periodo speculare sulla svalutazione della lira era uno sport, e qualche giornalista aveva avanzato la teoria che se si fosse dovuto perseguire gli speculatori  sul ribasso della moneta nazionale non sarebbe stato necessario uscire dai confini del paese. D’altronde pare che qualche fabbrichetta avesse dovuto chiudere la produzione e dichiarare fallimento non per scarsità di domanda del loro prodotto, ma perché l’imprenditore si era improvvisato speculatore. Pareva un gioco facile. Si voltava una somma di denaro più o meno ingente in un’altra valuta, marchi, dollari, sterline, eccetera, e si aspettava che la lira svalutasse, poi si convertiva raccogliendo la differenza.

Di fatto resta che l’emissione di miniassegni pare assommasse ad un totale di circa 200 miliardi di lire, e considerando la deperibilità dell’oggetto (i miniassegni erano di carta di cellulosa, laddove le banconote sono di carta di cotone) questa deve avere distrutto molta moneta lasciando irriscuotibile una larga somma che le banche emettitrici hanno incamerato senza fare nulla.

Una curiosità: le monete da 5, 10 e 20 lire non mancavano, anche se sostanzialmente inutili.

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Eric Bandini, 12/09/2017