Paradosso di Olbers – Una spiegazione.

Articolo di Eric Bandini – Copyright 2025

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02/11/2025

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Il cielo di notte è buio. Lo sanno anche i bambini. Ma perché “di notte” è buio?

Tale argomento, per quanto noto e banale, prende origine da una questione sollevata da un medico e astronomo tedesco, Heinrich Wilhelm Olbers (1758 – 1840), il quale ipotizzò una domanda: «In un Universo infinito e statico, le stelle più distanti dovrebbero “riempire” il gap luminoso delle stelle più vicine, ma siccome il cielo di notte è buio questa assunzione, o è falsa, o è indimostrabilmente vera.»

Figura 1

La domanda non è senza complicate versioni possibili, né senza complicate possibili risposte, e pone degli assunti “possibili” e tutt’ora in attesa di «”dimostrazione”», di cui qui non si farà menzione. Si pongono comunque alcuni punti “base”.

1. Indipendentemente da «che cosa è la materia» essa materia nell’Universo è in quantità estremamente rarefatta; si suppone che gli spazi più vuoti dell’Universo abbiano una densità, relativamente alla ”materia”, di circa un atomo per metro cubo; ciò senza prendere in considerazione le distanze cosmiche.

2. Ora, in diretta dipendenza dalla «”materia”» si può affermare, senza tema di smentita, che «”la”» luce è relazione della materia con sé stessa, la «”luce”» è essa stessa materia quale emissione dalla materia nell’azione su e con sé stessa.

3. Ciò posto è verosimile dedurre, senza tema di smentita, che non può esistere più luce di quanta materia sia presente nell’Universo. Ma sicuramente molta, molta meno della materia stessa, la quale non riempie alcuno spazio per il semplice motivo che la materia non è «”materiale”», ma relazione immediata con sé stessa; ovvero, realtà subatomica (quella che non vediamo) e realtà macroscopica (quella che “vediamo” [ove qui si si afferma che non c’è nulla che i nostri “individuali” polpastrelli possano toccare più di quanto lo possano i nostri “individuali” occhi {codesta affermazione è dimostrabile con le conoscenze scientifiche di un ragazzo delle scuole medie}]); valga l’assunto (che si presume non richieda dimostrazione) in accordo al quale «materia» a distanze cosmiche si comporta in maniera comprensibile e relazionabile al comportamento della materia entro distanze terrestri, o ragionevolmente comprensibile in relazione al rapporto della materia con sé stessa. E questa è scienza vera e attuale.

Prima di andare oltre è opportuno precisare che l’autore di questo scritto (Eric Bandini – ericbandini.com) è soltanto uno scrittore, e che i dati di base per i calcoli di seguito citati sono stati reperiti sul WEB senza alcuna pretesa “scientifica”, e che i risultati sono il mero esito di un foglio di calcolo.

In ordine alla dimostrazione di cui nel titolo di questo scritto, tutto ciò richiede una dimensionalità, poiché “pensare” è collocare il concetto in un ambito, partendo dal presupposto che il pensiero è contenuto nell’Universo, il contrario non è nemmeno pensabile. Questa proposizione richiede quella creatività che in senso assoluto (essere [soggettivamente] è essere nell’Essere [assoluto]) è vera creazione; l’esistenza (l’essere nell’Essere) è reale e inevitabile. Siamo ciò che siamo in ciò in cui siamo: questa non è “collocazione” spaziotempo, ma esistenza senza spazio e senza tempo: l’immediatezza di ciò che è, come di ciò che non è.

Per tornare all’argomento, ovvero la “soluzione” del paradosso di Olbers, si può cominciare a porre in dimensione (ovvero relazione speculativa esistenziale del pensiero che si pensa) relazioni già acquisite alla scienza propriamente detta, che “qui” nel caso è astrofisica basilare, ovvero, molto elementare (stante che l’autore di questo scritto non possiede cognizioni adeguate ad ampliare l’argomento [e già questo scritto, per l’autore stesso, è molto oltre le personali possibilità “scientifiche” in senso proprio]).

Ora, posta la distanza Terra – Sole (ovvero Unità Astronomica) in circa 150 milioni di chilometri, o (circa…) più esattamente =149’597’870= (scontato che l’orbita terrestre non è esattamente circolare, per cui un’approssimazione è inevitabile), aggiungendo a questa distanza il raggio del Sole, =695’450= chilometri, si ottiene l’altezza del cono di luce che irradia dal Sole verso la Terra, cono di luce che ha per base il diametro della Terra, e per angolo al vertice l’incontro al centro del Sole della parallasse relative al diametro della Terra. Si precisa che il termine “parallasse” è qui usato in maniera differente dal suo contesto proprio, ovvero, la misura di distanze astronomiche fuori dal sistema solare aventi come base il diametro dell’orbita terrestre attorno al Sole, mentre qui, invece, si usa come “base” il diametro del pianeta (del/nel sistema solare) di volta in volta considerato.

Ora, posto questo “cono di luce” verso terra si può determinare la percentuale di irradiazione luminosa semplicemente calcolando il volume del cono «entro raggio solare» in rapporto al volume complessivo del Sole, da cui si ricava che la percentuale di irraggiamento luminoso verso Terra, in percentuale (rapporto del cono di irraggiamento entro volume complessivo del Sole), è di 4,49179E-16% (4,49179 x 10-16 %), su di una base di parallasse fra diametro terrestre e centro del Sole, di «0° 16′ 43″», che è un angolo piuttosto piccolo; per quanto non ancora “piccolo” in termini astronomici. (Vedere Figura 3)

Figura 2

Per comprendere questo esposto è sufficiente pensare ad un riccio di mare con gli aculei esposti in ogni direzione (Vedere figura 2), per cui a maggiore lunghezza degli aculei corrisponde una maggiore rarefazione degli stessi in relazione al volume occupato in lunghezza, in quanto “irraggiano” dal medesimo “centro”.

Figura 3

A questo punto diviene evidente che in relazione alla distanza dal Sole l’irraggiamento luminoso sarà proporzionale al rapporto fra il diametro del corpo celeste illuminato e la distanza dal centro del Sole. Per esempio, Venere, che ha distanza dal Sole di =108’740’000= chilometri, e un angolo di parallasse su diametro del pianeta stesso di «0° 21′ 47″» (è più vicino al Sole), riceve dal Sole una illuminazione percentuale (cono di luce verso Venere entro il volume del Sole, in rapporto al volume del Sole) di 7,62751E-16% (7,62751 x 10-16 %).

Da cui, per un pianeta molto lontano, Urano, per esempio, si ha una distanza dal Sole di =2’842’359’543= chilometri, e un angolo di parallasse (su diametro di Urano) di «0° 3′ 31″», da cui si ricava una percentuale di illuminazione dal Sole verso Urano (cono di luce irradiata) del 1,98484E-17% (1,98484 x 10-17%).

Ora, considerando quanto sopra, si può prendere in considerazione la parallasse di una stella nota e molto vicina, p. e. Proxima Centauri, che si trova ad una distanza di 4,25 anni luce dalla Terra, la cui parallasse, calcolata verosimilmente sul diametro dell’orbita terrestre, è di 0° 0′ 0,76″, per cui, rapportando questa parallasse al cono di luce in proporzione al diametro della Terra, invece che alla sua orbita, risulta evidente che la quantità di luce che raggiunge la Terra da quella stella è insignificante, e questa è solo la stella più vicina.

Mettendo le cose «in pratica», una persona che in una notte senza luna decidesse di passeggiare in un luogo aperto e lontano da fonti luminose, avrebbe man mano la sua visuale adattata ad un lucore percettibile sufficiente a distinguere delle sagome incerte, ma non percepirà il buio assoluto. Questo perché l’atmosfera terrestre avvolge il pianeta uniformemente generando, anche nel lato oscuro della notte, un riverbero derivato dalla luce solare che “entra” nell’atmosfera dallo spessore atmosferico che avvolge la terra, generando un minimo di luce, che non è la luce delle stelle, la quale è insignificante. Questo processo è il medesimo che rende il cielo azzurro di giorno, poiché senza riverbero entro l’atmosfera il cielo sarebbe nero, e la luce delle stelle, in assenza del Sole, non illuminerebbe alcunché.

Rapportando questo a scala cosmica è evidente che il cielo è buio non solo di notte, ma è buio semplicemente perché fuori dall’atmosfera terrestre non ci sono le condizioni per la diffusione della luce come la percepiamo ordinariamente, e se un astronauta in orbita riceve illuminazione dal Sole, questo è possibile solo ed esclusivamente per la vicinanza di questa stella come della sua emissione luminosa diretta. Là fuori nel cosmo non può esserci più luce di quanta la materia ne possa produrre, e la materia, che non è “quella roba solida” ma relazione di sé stessa entro & con sé stessa, in proporzione “quantitativa” al Cosmo, è estremamente rarefatta, per quanto in assoluta relazione con sé stessa, anche a distanze molto astronomiche.

Si può far valere un assunto filosofico: infinito è ciò che si rapporta a sé stesso continuamente: il presente che è sempre presente, ovvero finisce e inizia infinitamente in sé ed entro sé. Da cui, l‘idea, o l’assunto, che “la luce delle stelle” (che per quanto qui in precedenza è rilevabile direttamente e visivamente solo in maniera insignificante) possa pervadere il Cosmo tutto «infinitamente» in una luce diffusa «infinitamente» per ogni dove, è da ritenersi irrazionale.

Per quello che vale…

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Eric Bandini, 02/11/2025