Morte della poesia?

Morte della poesia?

Eric Bandini © 2017

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Esiste ancora la poesia? O, posta diversamente la domanda, ha ancora senso?

Nella incontrollabile proliferazione del testo, di qualunque tipo e in qualunque forma, la ricercatezza o la spinta a qualcosa di sublime è sopraffatta dalla quantità; il confronto non regge la domanda, la produzione soverchia la domanda stessa senza che nemmeno venga cercata una fondatezza di risposta.

Se la poesia è stata il principale veicolo del significato, il quale per se stesso non contiene nulla,  ciò accadeva quando “le cose” come la vita avevano un rapporto significativo intrinseco che doveva essere messo in luce, posto nell’attenzione del pensiero come oggetto, e il bello o il sacro (del mito) rappresentavano un canone codificato e strutturato a sufficienza per espressioni che potevano estrarre, esporre, mettere in forma di parole un’aspirazione alla bellezza  che si confrontava col mistero della vita e del mondo. Quella tensione poetica era un travisamento del significato di qualcosa esposto nell’inaspettata e inedita sequenza di parole e suoni che evocavano un nuovo che di fatto non potevano contenere, ma che mettevano davanti al pensiero nella forma della sorpresa e dello stupore del mondo come la delusione di questo, come del tragico e del sublime insieme; l’eccezione nascosta nel banale, l’ordinaria bellezza descritta come una nuova e inedita visione perché uno sguardo sul nuovo era ancora possibile. Di fatto c’era spazio e tempo per creare. È storia vecchia, ormai il poeta parla nel marasma e le sue invenzioni risultano surclassate dalla vita ordinaria nella sua soverchiante produzione di nuovo quanto di inutile; il bello del tempo corrente deve essere fruito – fruibile in tempo corrente, non c’è più spazio per tempi poetici.

Fra la poesia e il mito c’è sempre stato un confronto quando non anche un legame diretto (il canto dei capri era una immedesimazione nel mito) che trovava attuazione nello stupore, nella meraviglia, la delusione, l’ebbrezza o altro. Man mano si è inserita l’accademia, e ciò che un tempo era espressione diretta dell’individuo come suo rapporto anche collettivo col mondo (p. e. Archiloco, Saffo, Alceo…) è divenuto uno strumento espressivo incluso in una certa codifica (che esisteva di certo anche precedentemente ma senza regole fissate) e una forma linguistica che assumeva la convenienza del tempo e del luogo; c’era ancora ampio spazio e ampio tempo, c’era un confronto infinito fra uomo e mondo e la parola si irregimentava volentieri in una espressività di forme che guardavano al nuovo ispirandosi a una tradizione che manteneva ancorati certi significati che apparivano  travisati in forme espressive richiamando un mondo ulteriore che non potevano comprendere direttamente se non per tramite della parola-significato. Il mito già non c’era più, c’era la mitologia unita ad una creatività che aveva spazi aperti davanti a sé, il mondo era tutto da scrivere, poterlo fare in versi appariva sublime.

Il poema, la poesia in genere, non trova più un’intrinseca libertà nella parola, la parola poetica diviene un costrizione di regole e codici (grammaticali e metrici) attraverso i quali il prodotto poetico trova il suo compiacimento, la distanza fra la parola e il suo significato è colmata dalla creatività e dall’inventiva. Il poeta quasi profetizza, estrae forme e valori da se stesso attribuendoli a un mondo iconografico  e di significati che sebbene esistente (in concetto)  viene riscritto nella e con la sua fantasia davanti a se stesso come davanti al mondo. In amplissima considerazione è come se i poeti scrivessero tutti la medesima poesia; e in fondo fra L’infinito di Leopardi e Song of myself di Walt Whitman c’è una indescrivibile ma percepibile connessione, fra Emily Dickinson e Saffo scorre una precisione che descrive i contorni del sentimento; non siamo mai troppo lontano da noi stessi, ma un giorno, in un imprecisabile momento il poeta diviene un saltimbanco qualunque, per quanto lodato o apprezzato viene o resta incluso nella ridondante produzione di versi in ogni forma e in ogni possibile aspetto. La poesia poiesis diventa direttamente produzione.

Il contenuto della poesia è evaporato nella rifrazione del verso quale mezzo e scopo di altro senza che questo altro abbia un confine o sia latore di mistero come il mito. Se questa frase può sembrare eccessiva è sufficiente sintonizzare il proprio televisore sulla pubblicità di qualunque canale e non sarà difficile estrarre versi dai versi. Si potrebbe contro-affermare che la poesia crea continuamente; vero. Ma ciò che essa crea (ora) è già inscritto in un creato che non è e non è più divino, e quell’eventuale mito a cui può fare riferimento  è una collezione di codifiche che hanno la loro figura nei programmi culturali che le hanno prodotte. Le anticaglie della storia in bella mostra nei musei garantiscono un significato che non possono trasmettere ma che possono produrre in replica di significati che hanno già il loro contesto come la loro produzione.

Non c’è più spazio per l’eventuale intemperante ribellione del poeta, il mondo unico della rete globale dei computer deve avere i risultati come i significati predisposti, non c’è più nessun mondo da cantare in versi che non sia già stato lodato o celebrato o detestato. Il poeta esiste ancora, ma è come se fosse sulla Luna, in connessione a un mondo che non ha necessità di lui; decostruito il mondo nei suoi significati e valori  (la tecnica, la finanza, il mercato, l’industria, eccetera) la poesia è un verso fra gli altri che trova il suo riconoscimento sminuito dalla inaffrontabile e soverchiante produzione, qualunque e di qualunque tipo. La poesia è un indifferente prodotto fra i tanti del tempo corrente, un momento “alto” da inserire, eventualmente e se nel caso, in un palinsesto che ha già l’occhio al programma successivo: Show must go on; il problema del poeta è che egli e il suo verso vorrebbero restare ma sono sopraffatti dallo spettacolo.

Nell’antico canto dei capri poesia, teatro, recitazione, e sostanzialmente (benché in embrione) letteratura, coincidevano in una unica intenzione che includeva il dio tanto quanto il mito nell’espressione dell’essere umano. Una volta distinto il sapere la frantumazione delle sue forme ha fagocitato una pletora di significati e di funzioni sotto le quali le espressioni si rinnovano senza modificarsi. Quando il sapere enciclopedico ha concluso la conoscenza del mondo (benché questa conoscenza sia di fatto inconcludibile) ogni possibilità della poesia è stata assorbita dall’espressione in ogni sua forma e aspetto e il poeta è divenuto un produttore qualunque.

Visto (eventualmente e se possibile) dall’interno, ovvero dall’animo del poeta, la questione diventa uno stato di grazia o una florida rassegnazione che trova (forse) soddisfazione nell’espressione di forme verbali che per quanto nuove dicono cose vecchie, e in fondo l’essere umano è sempre stato umano, anche nei suoi aspetti peggiori, e nessuno può impedire a un torturatore di coricarsi sereno dopo avere letto un po’ di poesia ed avere eventualmente pregato Dio. L’umano non è mai più o meno umano, è ciò che è nel suo stato d’animo tramite ciò che realizza col suo pensiero. Al poeta resta, eventualmente se non sottratta o consunta o abbrutita, la sua poesia, un canto morente dopo tutto.

Eric Bandini, ericbandini.com

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