Copyright Eric Bandini (ericbandini.com) 27/04/2026
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Dov’è finito il tempo di quando si aveva tempo?
I futuri di una volta non esistono più, c’è solo un presente unico e inesorabile che si abbassa a chiudere ogni orizzonte come una pressa al rallentatore.
Ciò che si può fare oggi è meglio farlo oggi, perché il futuro di domani è già incluso nel presente, e «oggi» è già un presente da calendario, come un almanacco del giorno stesso.
Quando il tempo era uno spazio si poteva collocare il «faccio questo lì», «faccio questo là», e le “cose da fare” parevano avere spazio nel tempo, che appariva come un ampio, largo, immenso «passato – futuro», dove l’esistenza presente appariva come dimenticata, proiettata, protratta indefinitamente in quello spazio del «da fare».
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Ora, l’esistenza è sempre presente, ma lo spazio non ha più tempo; il presente incalza, assiduo, inesorabile, e le «cose da fare» proiettano ombre troppo grandi per lo spazio che il tempo concede, e il presente dice “Presente!”, e non c’è più lo spazio per il futuro di una volta, solo quel mucchio di spazio passato, che implacabile non passa, ma resta; anch’esso vittima del presente assoluto.
Si è sentito dire, e si sente dire «Voglio diventare qualcuno», come se fosse possibile diventare qualcun altro, ma il tempo di quello stesso spazio si richiude sull’uno, non su qualche. Il tempo è preciso. esatto come lo spazio che occupa; infatti il presente è sempre presente.
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Una ottimistica prospettiva descrive ciò come la Provvidenza, la quale non è l’INPS dell’esistenza, ma è la inesorabile inesorabilità dello spazio che si puntualizza con precisione assoluta nel tempo (in termini assoluti, e in purissimo esempio metaforico, una particella “sa” cosa fare, così come un animale “sa” cosa mangiare, eccetera; la realtà non è dominata, è intelligenza Unica di cui si è parte, e che è razionale [intelligente] di sé, con sé e per sé, senza altro dove né altro quando), il quale – il tempo – nemmeno necessita di esattezza, poiché il presente è sempre presente, e «spazio» & «tempo» nemmeno esistono in sé, sono costruzioni esistenziali speculative per allocare le costruzioni esistenziali speculative (se questa frase può sembrare ripetitivamente incongruente il lettore può provare a collocare «la classe di tutte le classi che non appartengono a nessuna classe»).
Essere, soggettivamente, non è un hobby, non è un atteggiamento, o una moda, o una cultura; essere è ciò che (si) è adesso, passato & futuro inclusi, e il presente provvede inesorabilmente alla sua presenza assoluta.
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Illusoriamente nello spazio di questo tempo nulla è da buttare, né si può buttarlo, perché nulla è; infatti il nulla è sempre qualcosa, quell’indefinito e indefinibile che pervade il presente mostrando la sua ineluttabile presenza a cui l’essere non può dire di «non essere», perché il «non essere» è essere del «non essere».
Non è questione del carpe diem, che per i romani andava alla perfezione; nel presente “presente” ciò che si può afferrare è solo il ritorno di ciò che ci si è messo, o che qualcun altro ci ha ficcato per te, come una trappola. O, nel caso, di vera creazione soggettiva; nel bene come nel male, poiché tutto è uno, e uno è tutto.
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Così: Niente è da buttare via, la luce, l’aria, le ore che si inseguono (nel presente). Calma bellezza, profonda voluttà del tempo e dello spazio, come dello spazio del tempo: il presente.
Ci sono momenti che marcano una differenza; epoche? Generazioni? Forse… periodi storici?
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No… la storia è un’immagine, le cui classificazioni ricadono nella storia, come le “Epoche”, eccetera… (…molti «eccetera») …quindi?
Esistono momentiletterari che sono tali solo umanamente (cioè letterariamente nella condivisione di linguaggio e pensiero [linguaggio + pensiero]; fuori dal pensiero essi sono solo linguaggio, ovvero letteratura, ovvero scambio di significati possibili che “il” pensiero può, oppure no, ritenere per sé), e solo per coloro che “li” ritengono come tali, e che perciò sono ampiamente discutibili, ma che “poi“, col senno di poi, divengono umanamente limiti, confini che separano (poiché in effetti ogni forma di linguaggio «”significa”», ovvero è un contenuto di valore ” per” il pensiero). Codesti “limiti” separano non tanto un prima da un dopo, che sono elementi della Storia nella Storia, ma un concetto dal suo essere concetto ulteriore in sé stesso, per cui un “vero” discrimine tra Vero e Falso è pura illazione (“il” Vero era Vero anche centinaia di anni fa quando “il” Vero era il mondo piatto esattamente come «un» piatto, per molte o anche moltissime persone); il concetto procede in se stesso come se stesso, incluso nei suoi momenti, dai quali non può uscire.
Letterariamente è stato più volte affermato che l’opera di James Joyce ha segnato un punto di svolta; principalmente per l’Ulisse, ma segnatamente anche per La veglia di Finnegan, che per i non-anglosassoni, come colui che qui scrive, è un libro illeggibile, che però ha apportato molte più conseguenze con la sua non-lettura piuttosto che altro.
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In un’opera come l’Ulisse il tempo diviene indifferente, e “quel” Mito a cui il titolo allude è una reiterazione temporale che «”il”» Mito non conosceva-conosce-conoscerà (Il Mito è indifferente al tempo); il Mito era-è-sarà la presenza di se stesso a se stesso.
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Leopold Bloom è la sua stessa presenza al tempo burocratico che ne decreta il tempo. Il concetto qui espresso è autoreferenziale, da ciò non si esce; il tempo è l’essere di se stesso come identità. Letterariamente James Joyce ha formato un discrimine, una linea di demarcazione, che è solo interiore, e che il soggetto deve umanamente percorrere e ri-percorrere per ottenere la sua stessa identità, i medesimi momenti che costituiscono il suo essere nel luogo scandito dal tempo in cui il luogo stesso è contenuto e costituito. Ciò è la Burocrazia, che prima di divenire il nemico del pensiero è la sua stessa costituente ancora priva di autorità ma carica della relazione soggettiva-oggettiva, e di ritorno oggettiva-soggettiva, della individualità che pensa e si pensa. L’equazione è semplice: niente concetto, niente oggetto, e viceversa.
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Il presente diviene una relazione molteplice ripetibile, in quanto “contiene” il suo stesso tempo-significato come referenza a se stesso, come da ripetere continuamente e coattivamente, ogni giorno, ogni momento, per ogni pensiero. Pensare è un’attività non disattivabile. Sovrapponendo Finnegan a Leopold Bloom, ora Finnegan sogna il suo essere sveglio in un pensare-pensarsi-pensando che è una veglia in cui il reale si deforma in una traccia ribelle che lega il linguaggio a un pensiero ancora pensabile ma non più “certo”, ed eccessivamente personale per essere davvero pensato come vorrebbero quelle autorità che scandiscono il tempo comune come i suoi luoghi burocratici. Finnegan come il rovescio di Leopold Bloom? O come il suo sognare?
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Tempi passati, il rovescio onirico è una fuga che contiene il suo momento, e quando questo momento diviene consapevole anche il linguaggio semi-onirico di Finnegan mostra l’insieme irrazionale dei suoi oggetti concetti. Ciò è uno sguardo non più personale o personalizzabile come la psicologia vorrebbe inscatolare, ma è semplicemente la possibilità di ciò che può essere pensato, ed ogni speculazione, vuoi anche psico-logica o scientifica, o spionistica, o altro, si adagia nella conformazione della verità oggettivata dalla sua stessa psico-logia, scienza, spionaggio, eccetera. L’oggetto è concetto, e viceversa, nel pensiero del pensante, non esiste altrove.
Non è la psicologia, come anticipato qui sopra, la quale ferma l’anima più o meno come l’astrologia, ficcandola in un segno che l’anima (se esiste) non possiede, non ha, non contiene e non può avere se non entro un linguaggio burocratico in cui ed entro cui i significati siano già determinati come una religione.
Il vantaggio della Letteratura è che essa non specula per presunte Verità, essa è invenzione, che è la migliore forma del pensiero, il quale è sempre nel suo momento.
V. – Image A. I. generated
I primi tre lavori di Thomas Pynchon (V.; L’incanto del lotto 49; L’arcobaleno della gravità) rappresentano una interpretazione del presente {Il presente è sempre PRESENTE} che sembra superare Finnegan, e certamente supera l’epoca mitologica di Leopold Bloom.
Tyrone Slothop – Image A. I. generated
In quei tre lavori la scienza, il sapere, il conoscere, lo spiare, eccetera (molti eccetera), diventano elementi di un’osservazione il cui stesso interesse li rende ridicolmente oggetti dello stesso presente che si presume debba essere analizzato, valutato, spiato, eccetera, dai soggetti in causa; per cui la supponente presunzione del conoscere diviene riflesso conoscibile/conosciuto dello stesso conoscere/conoscitore, il quale vuole certificare ciò che vede, così che lo spione e lo scienziato rientrano nella stessa categoria di guardoni, e sfrontatamente {e anche crudelmente… e/o ridicolmente…} il presente continua ad essere presente includendo guardoni e guardati in un’allegoria di cui un’autorità burocratica sembra voler cercare qualcosa la cui cosa è solo puro concetto-pensiero che la burocrazia all’opera necessita di rendere “cosale”. Il “qual”-cosa non è materia, non è spazio, non è tempo, se non nella costruzione oggettiva-significativa che costringe la cosa nel suo significato.
Benny Profane – Image A. I. generated
Il momento è un fulcro che «”ora”» nell’invenzione letteraria di Thomas Pynchon svolge quella funzione postmoderna che tenta di ricostruire il tempo nei suoi oggetti costitutivi quando questi sono già frantumati nella ricerca speculativa del pensiero e dei suoi oggetti che lo costituiscono come tale, che ora non possono più nemmeno essere smontati letterariamente come nella veglia di Finnegan. «”Ora”» quegli oggetti/concetti sono innumerevolmente presenti a costituire quell’immenso mosaico di significati che il pensiero ha esponenzialmente estruso da sé stesso; «”ora”» le cose sono là fuori come inassemblabili e inaccessibili elementi la cui realtà è un gesto che avviene in danno di qualcosa o di qualcuno per capire qualcuno o qualcosa, e dal presente non si esce, esso è sempre presente, e in esso le cose non sono più cose-in-sé, ma sono cose reificate dal pensiero, di cui un insieme costitutivo non è più possibile concepirne l’entità.
Oedipa Maas – Image A. I. generated
Thomas Pynchon ribalta appunto quella visione che tanto la scienza quanto lo spionaggio vorrebbero ficcata in un significato unitario, e mostra quella frantumazione del presente come della percezione del pensiero in una forma letteraria che mette Benny Profane, come Tyrone Slothrop o anche Oedipa Maas, in un fulcro inafferrabile che ora è la veglia da sveglio di Finnegan, poiché Io non è mai qualcun altro, e non ha finestre; per quanto il suo contenitore possa essere oggettivamente disponibile per le manipolazioni che la conoscenza (scientifica e spionistica [ma molti e infiniti altri dispositivi umani hanno molteplici sistemi di inferenza]) intende attuare per ottenere quelle conoscenze oggettive che concretamente non svelano nulla che il pensiero non vi abbia già impiantato. Siamo sempre nello stesso posto, nel presente e non altrove, e anche il presente non ha finestre che il pensiero non vi abbia collocato… ad opera della burocrazia…
Guidare la macchina (la cui più corretta dizione sarebbe “vettura”, in quanto «macchina» è, e può definirsi, qualunque dispositivo automatizzato/automatizzabile [un’altra possibile dizione sarebbe “automobile”, ma visto che la si deve guidare, dove starebbe «l’auto» mobilismo? Nell’auto o nel guidatore?]), nulla di nuovo né di eclatante, milioni di persone in questo paese e nel mondo “guidano la macchina”. E questo è un fatto.
La macchina (si evita di usare la corretta dizione, in quanto «vettura» pare reclamare la presenza di un vetturino, in merito al quale, per quanto auspicabile nella persona identificabile nel sostantivo di chauffeur, pochi eletti “automobilisti” sono realmente “mobilizzati-in-auto” senza dover guidare, tutti gli altri devono auto-mobilizzarsi tramite il mezzo [parafrasando Mashall McLuhan, il mezzo è il passaggio]) rende mobili, non come la donna, ma oggettivamente “trasporta”.
Ciò posto, e siccome “si guida”, si fa, e si deve fare attenzione a dove si guida la macchina, poiché quel romantico, narrativo, nonché orribilmente lirico oggetto che è «il nastro d’asfalto», nasconde insidie. Buchi ,per la precisione; buchi sul romantico nastro d’asfalto (si cita qui la sequela di sinonimi forniti da I. A.: Filo nero della strada, Serpente d’asfalto, Lama scura che taglia la pianura, Striscia d’ombra che attraversa il mondo, Nastro notturno della via, Fettuccia di viaggio, Pelle scura della terra, Linea che guida l’orizzonte, Sentiero di pece, Traccia scura del cammino, Arteria nera del mondo, Cicatrice d’asfalto, Vena scura che pulsa sotto il cielo, Strada-fiume di pietra, Corrente nera del destino, e altre facili, comuni e banali amenità)
Ora, codesti buchi sono tanti e tali che molti, se non moltissimi, sono presumibilmente tutelati dalla Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio, poiché altrimenti non si capisce perché nessuno tenti di stendere un pietoso velo d’asfalto, nuovo s’intende. In merito ai sinonimi del “velo d’asfalto” ci si appella qui, letterariamente e direttamente, al pietoso velo metaforico.
In effetti, codesti buchi sono lì da tanto tempo che hanno ragione storica e culturale, radici sociali e di identità locale: Buco, dunque sono.
Per certo il conducente medio ne conosce parecchi nei suoi percorsi da utente della strada, sa come aggirarli (non tutti, a dire il vero, e a volte se li becca in pieno gli scappa detto qualcosa per cui gli compete una permanenza gratuita nei locali del purgatorio, ove presumibilmente gli terranno un corso di moooolte settimane sul corso storico, urbanistico, sociale, culturale, ecceterale dei buchi [Storici] sull’asfalto), e a volte, anzi spesso, si nota che alcuni di codesti “Buchi Storici” sono deturpati da presuntuoso catrame a freddo, il quale fa montagnola, e il buco da concavo diviene convesso, con buona pace per l’utente che sopra vi transita, rimbalzando.
Si presume che l’autore, o gli autori di codesti rattoppi a freddo, o comunque improvvisati, saranno redarguiti a dovere, sì, insomma, guastare un bene artistico e architettonico…
Frequentatori di librerie, biblioteche, rivendite di libri usati, librai qualunque, eccetera, è certamente successo di cercare/consultare i libri esposti che, per la numerica quantità e lo spazio disponibile, mostrano soltanto il dorso, e sarà piùcchecertamente (lo so, è erronea dizione e scrittura, ma lo scrivente, quale scrittore, dispone di licenza poetica) capitato di provare l’istinto di girare il capo da un lato e poi dall’altro per seguire la disposizione del titolo sul dorso dei singoli libri.
Irritante. Piùcchedaccordissimo (idem c. s.).
Ora segue il verso della copertina, ora segue il verso della quarta di copertina. Qual è il verso del dorso?
Senza pretesa di creare una Norma UNI si può mettere giù la cosa con qualche semplice considerazione.
Presa ad esempio una moneta – nell’immagine di seguito sterline inglesi degli anni ottanta – si può considerare la differenza della dicitura sul dorso.
In quella a sinistra segue il verso della “testa”, considerato come quello corretto, in quella a destra è capovolta, si presume per errore di conio.
Rapportando la situazione ai libri il dorso deve (dovrebbe [non si pretende di fondare una Norma UNI) seguire il verso della copertina, e non la quarta di copertina.
In senso razionale, poggiato un libro sul tavolo con la copertina rivolta verso l’alto, perché il dorso dovrebbe leggersi a rovescio?
Non per fondare una Norma Uni, coma già ripetuto, ma giusto e solo per fare pubblicità a me stesso quale scrittore e gestore/creatore di questo sito, propongo di seguito un’immagine illustrativa di “dorso corretto”.
Non ci si pensa mai. Non lo si considera mai, eppure la vita su questo pianeta, considerato «il Cosmo», è una cosa veramente rara e delicata.
Fatta la tara dell’estensione coperta dagli oceani l’area terrestre veramente vivibile è stimabile, ottimisticamente, in circa il 30%, e se si tolgono i deserti, le catene montuose elevate, le zone impraticabili per qualunque ragione, forse ne resta “vivibile” il 15%. A qualcuno gliene importa qualcosa?
Pare di no, o almeno ci si interessa di ciò unicamente per i propri interessi dimensionati nel raggio spazio-tempo della propria esistenza.
Lo spessore dell’atmosfera è così fragile e sottile che il solo guardarlo (in foto [vedere sotto]), per quanto affascinante, mette a disagio.
Si vive ignari come se “il mondo” fosse un luogo indiscutibile e indubitabile, tanto quanto sfruttabile illimitatamente. Si guarda alle distanze “terrestri” come dimensioni “mondiali”, ignorando che questo mondo è una piccola insignificante palla di roccia e acqua nell’infinità dell’Universo.
Ancora qualcuno crede nel jet-set, laddove i VIP, ovvero coloro che possono assimilarsi a ciò che era il jet-set negli anni 60, ora si muovono su jet privati.
Jet-Set anni 60
Per gli altri i voli bestiame, con gli aeroporti affollati, le file per l’imbarco, gli scioperi, le attese, il caro biglietto – che non è la cartolina d’antan che si mandava a Pasqua e a Natale – le perquisizioni, il controllo ai raggi X, eccetera.
La potenza meccanica è ingenuamente associata ad una superflua necessità di spostamento, come se il Grand Tour fosse a portata di tutti, ove turista è solo la definizione volgar popolare di coloro che nel tardo XIX e inizio XX secolo potevano permettersi il Grand Tour; i Tour-isti appunto.
Grand Tour
La delicata esistenza del Pianeta Terra non è solo questione di turismo, pericoli maggiori sono impliciti in un desiderio di dominio che produce armi nucleari.
Laddove la distruzione della Palla Terra può inesorabilmente provenire da quell’Universo nero, infinito e assoluto, che è solo a pochi chilometri sopra le nostre teste, benché noi lo si creda «il cielo azzurro».
Una Grande Boria induce presunzione, provate a guardare il cielo, e pensate che pochi chilometri sopra di voi inizia il Cosmo, un Nulla che è sempre qualcosa che Nulla e nessuno può contrastare.
This view of nearly 10,000 galaxies is called the Hubble Ultra Deep Field. The snapshot includes galaxies of various ages, sizes, shapes, and colours. The smallest, reddest galaxies, about 100, may be among the most distant known, existing when the universe was just 800 million years old. The nearest galaxies – the larger, brighter, well-defined spirals and ellipticals – thrived about 1 billion years ago, when the cosmos was 13 billion years old. The image required 800 exposures taken over the course of 400 Hubble orbits around Earth. The total amount of exposure time was 11.3 days, taken between Sept. 24, 2003 and Jan. 16, 2004.
È deceduto lo scorso anno (2025) l’artista – pittore – scozzese Jack Vettriano, qualcuno che anche i non esperti d’arte – quale lo scrivente – forse hanno sentito nominare per via di quell’opera dal titolo evocativo e immaginifico «The Singing Butler», e che appare qui e là come immagine in alcune ricerche sul web.
Jack Vettriano, The Singing Butler (immagine come reperita nel web)
È un bel quadro? All’autore di questo articolo piace, ma è solo un’opinione, e l’argomento di questo scritto non è l’opera «The Singing Butler» in sé come riferimento. L’opera rappresenta piuttosto, nella opinione dello scrivente, una posizione metaforica per dichiarare la morte dell’arte, ma occorre procedere con un certo brevissimo ordine.
La “morte dell’arte” è stata dichiarata più e più volte nel corso degli ultimi 200 anni, forse il primo a farne menzione è il filosofo Hegel, ma non si pretende di andare così lontano nel tempo, né nel concetto. In tempi relativamente recenti basta citare Piero Manzoni, e chi ne ha voglia può fare ricerche sul web in merito all’artista italiano (Piero Manzoni, 1933 – 1963).
Piero Manzoni, Merda d’artista (immagine come reperita nel web)
Per tornare all’argomento di cui, ovvero la morte dell’arte e Jack Vettriano pittore scozzese, si fa qui riferimento ad un articolo apparso sul Corriere della Sera (lo scorso anno [2025]) dal titolo “Morto Jack Vettriano, il pittore del «Singing Butler»” in cui si citano, oltre all’opera in sé in riferimento all’autore della medesima, anche alcuni fatti apparentemente sconnessi, tanto in riferimento all’opera quanto all’autore.
Vivente l’artista – Jack Vettriano – l’opera, «The Singing Butler» (opera del 1992), fu venduta all’asta nel 2004 per =744’500,00= sterline. È molto? È poco?
Banksy, Crude Oil (immagine come reperita nel web)
Riporto qui di seguito, verbatim, dall’articolo del Corriere della Sera citato all’inizio di questo scritto: «Per uno strano caso del destino, quello stesso mercato che è stato il successo e la maledizione di Jack Vettriano lo celebra proprio ora, il 4 marzo (2025), mettendo all’asta da Sotheby’s a Londra “Crude Oil”, rivisitazione firmata nel 2005 dal grande trasgressore ( ? [il punto interrogativo è dell’autore di questo articolo]) Banksy di The Singing Butler: base d’asta (non certo irrilevante) tra i 3 e i 5 milioni di sterline.»
È troppo? È molto troppo? (Sì, lo so che grammaticalmente è un errore, ma l’autore di questo scritto è scrittore, fornito di licenza poetica)
Non è questione di denaro, l’arte è morta nel semplice assunto che la vignetta vale di più dell’opera originale, ovvero la morte dell’arte.
Per esempio, e giusto per introdurre l’argomento, si è presa la contravvenzione tramite rilevazione autovelox, per controllo automatico semaforico, per altro controllo automatizzato, eccetera.
Ok. Pagata la contravvenzione (200, o forse 250/300 euro?) in allegato alla notifica c’è un formulario che l’autorità chiede di compilare e rispedire con indicato il nome e i dati del conducente a cui detrarre i relativi punti dalla patente di guida; in alternativa il destinatario della missiva di contestazione (il proprietario del veicolo, perché il sistema non identifica il guidatore e rivolge la contestazione all’unico soggetto che può individuare) può sollevarsi dall’obbligo di delazione pagando una sovra multa di Euro=300,00= (con bollettino [già] allegato?), che non di rado viene bypassata citando il nonno, che non guida più, la suocera, che ha la patente ma non è in condizioni per guidare, eccetera.
È legittima questa richiesta?
Per fare un’ipotesi si supponga un immaginario imputato di omicidio e/o spaccio e/o altro, eccetera, il quale, interrogato, si avvale della facoltà di non rispondere. Sono certo che codesto immaginario imputato (non di infrazioni amministrative, ma di crimini) per potersi avvalere della facoltà di non rispondere non ha pagato, e non pagherà i =300,00= Euro in alternativa alla delazione coatta. Esso immaginario imputato si avvale della facoltà di non rispondere a gratis.
È legittimo questo in riferimento a quanto sopra? O, nel caso, viene bypassato il diritto umano in favore di un sistema “automatico”?
Chi scrive non è pratico di cose legali, ma in termini logici non pare razionale, né legittimo, contravvenzionare il cittadino che non vuole denunciare sé stesso, né un amico, né un parente; non per un reato, ma in merito a violazione amministrativa del codice della strada.
Dietro a tutto ciò, non visto e non considerato (perché oramai ci siamo dentro inesorabilmente), c’è il sistema informatico e tecnologico di rapporto e gestione dei cittadini, i quali, è vero che possono usare il sistema anche per i loro scopi, ma è altrettanto vero che non hanno alternativa alla fruizione burocratica del sistema.
In termini pratici, se l’autorità rileva una infrazione (amministrativa, notare questo per il caso qui considerato) e non identifica il trasgressore, essa autorità non può (o almeno non dovrebbe ) obbligare alla delazione l’unico referente (nel caso il proprietario del veicolo) obbligandolo a pagamento pecuniario per omettere la denuncia di sé stesso o di altri; stante il fatto che il proprietario del veicolo, in certi casi, potrebbe anche non ricordare a chi ha lasciato guidare la vettura. La notifica di contravvenzione perviene circa un mese dopo l’infrazione eventuale.
Non secondo il fatto che la verifica dell’infrazione, in tutti i suoi elementi, compete all’autorità che la commina, e se la sunnominata “Autorità” obbliga alla (auto) delazione, significa che non ha gli elementi per accusare, «personalmente» (ovvero ad personam), alcuna persona di alcuna infrazione.
Questo metodo nasconde «il sistema», da cui il cittadino utente non ha scampo. I sistemi informatici e tecnologici di controllo, tanto della viabilità quanto della popolazione, sono sostanzialmente privi di personalità giuridica, sono delle macchine, degli automatismi senza responsabilità, e l’umano dietro l’apparato (l’operatore, per conto dell’Autorità) impone sui suoi simili qualcosa che nessuno può identificare. Chi è il “sistema informatico”? Chi (quale persona, o responsabile effettivo) ne è in comando? Chi è l’autovelox? Chi è che chiede il pagamento per omettere di denunciare o auto-denunciarsi?
Nessun agente (essere vivente), nel momento presunto, ha contestato direttamente alcunché. Per cui nessuno, dell’Autorità in relazione alla contestazione di infrazione, è identificabile, e se si prova a chiedere si avrà risposta che questo è il sistema, che non c’è nulla da fare, che bisogna pagare e tacere, perché il sistema è amministrato da amministratori che amministrano ma che non si sa chi siano e nemmeno sono consultabili, né si sa dove sono e/o se sono esseri viventi e non macchine. Il sistema automatizzato gestisce anonimamente, laddove «la» legge è affare tra umani, persone reali e viventi. È evidente che il sistema, così impostato, equipara indifferentemente gli umani e le macchine tramite l’azione di relazioni automatizzate. Ciò che sembra cancellare il diritto di essere un pari fra i pari (la macchina si sovrappone al diritto), qualcosa senza cui nessuna legge è davvero legale.
Il sistema, è quindi massimalista? Questo in termini letterari. Oppure siamo ignari in un sistema totalitario globale?
L’individuo è preso nella tecnologia senza scampo.
Esagerazione? Si può pensare, al tempo corrente, di vivere, in termini amministrativi e burocratici, senza connessione internet, senza computer, senza smartphone e relativa connessione, eccetera? Codesti strumenti sono di fatto diventati obbligatori, è un monopolio digitale, per cui quale possibilità si avrebbe di farne a meno nei confronti della «”Società Civile”» che, nel caso, chiede di autodenunciarsi se la Sua Amministrazione Automatica & Automatizzata non ha la possibilità di individuare la persona reale?
In merito all’autodenuncia per individuare il guidatore, si aprirebbe la ridicola ipotesi di doversi coerentemente autodenunciare ogni volta che si parcheggia in doppia fila, o contro mano, o senza disco orario, o altro. La cosa elevata a sistema diventa comica; si chiede di autodenunciarsi perché l’autorità automatizzata non è in grado di identificare l’eventuale responsabile.
È l’essere umano che ha dei diritti, anche nelle infrazioni, la macchina è una macchina, e basta.
La Legge è affare di umani fra umani, laddove la macchina tratta gli umani come animali in batteria.
Si pone una domanda, esiste in tutto ciò la “parità del diritto”?
P. S.: È noto l’avvento (Prossimo? O già in atto?) di veicoli senza conducente a guida automatizzata. Ora, nel caso di infrazione da parte di codesta automazione veicolare, sulla patente di chi verrebbero detratti i punti? E a chi sarebbe imposto di fare delazione obbligatoria? E a chi verrebbero esatti i trecento Euri per la mancata delazione coatta? E per conto e in nome di chi o cosa? E nella responsabilità di chi o cosa? E, nel caso, la “parità del diritto” (umano) assumerebbe il senso dell’uguaglianza dell’essere umano con la macchina?
Immagini create da «Intelligenza artificiale». Grazie.
P. P. S.: Cito il concetto espresso da un certo padre Rapier, gesuita, ne “L’arcobaleno della gravità”, di Thomas Pynchon, circa la massa critica: «Una volta che i mezzi tecnici di controllo abbiano raggiunto una certa dimensione, un cero grado di connessione reciproca, le probabilità di arrivare alla libertà sono andate per sempre».
Il cielo di notte è buio. Lo sanno anche i bambini. Ma perché “di notte” è buio?
Tale argomento, per quanto noto e banale, prende origine da una questione sollevata da un medico e astronomo tedesco, Heinrich Wilhelm Olbers (1758 – 1840), il quale ipotizzò una domanda: «In un Universo infinito e statico, le stelle più distanti dovrebbero “riempire” il gap luminoso delle stelle più vicine, ma siccome il cielo di notte è buio questa assunzione, o è falsa, o è indimostrabilmente vera.»
Figura 1
La domanda non è senza complicate versioni possibili, né senza complicate possibili risposte, e pone degli assunti “possibili” e tutt’ora in attesa di «”dimostrazione”», di cui qui non si farà menzione. Si pongono comunque alcuni punti “base”.
1. Indipendentemente da «che cosa è la materia» essa materia nell’Universo è in quantità estremamente rarefatta; si suppone che gli spazi più vuoti dell’Universo abbiano una densità, relativamente alla ”materia”, di circa un atomo per metro cubo; ciò senza prendere in considerazione le distanze cosmiche.
2. Ora, in diretta dipendenza dalla «”materia”» si può affermare, senza tema di smentita, che «”la”» luce è relazione della materia con sé stessa, la «”luce”» è essa stessa materia quale emissione dalla materia nell’azione su e con sé stessa.
3. Ciò posto è verosimile dedurre, senza tema di smentita, che non può esistere più luce di quanta materia sia presente nell’Universo. Ma sicuramente molta, molta meno della materia stessa, la quale non riempie alcuno spazio per il semplice motivo che la materia non è «”materiale”», ma relazione immediata con sé stessa; ovvero, realtà subatomica (quella che non vediamo) e realtà macroscopica (quella che “vediamo” [ove qui si si afferma che non c’è nulla che i nostri “individuali” polpastrelli possano toccare più di quanto lo possano i nostri “individuali” occhi {codesta affermazione è dimostrabile con le conoscenze scientifiche di un ragazzo delle scuole medie}]); valga l’assunto (che si presume non richieda dimostrazione) in accordo al quale «materia» a distanze cosmiche si comporta in maniera comprensibile e relazionabile al comportamento della materia entro distanze terrestri, o ragionevolmente comprensibile in relazione al rapporto della materia con sé stessa. E questa è scienza vera e attuale.
Prima di andare oltre è opportuno precisare che l’autore di questo scritto (Eric Bandini – ericbandini.com) è soltanto uno scrittore, e che i dati di base per i calcoli di seguito citati sono stati reperiti sul WEB senza alcuna pretesa “scientifica”, e che i risultati sono il mero esito di un foglio di calcolo.
In ordine alla dimostrazione di cui nel titolo di questo scritto, tutto ciò richiede una dimensionalità, poiché “pensare” è collocare il concetto in un ambito, partendo dal presupposto che il pensiero è contenuto nell’Universo, il contrario non è nemmeno pensabile. Questa proposizione richiede quella creatività che in senso assoluto (essere [soggettivamente] è essere nell’Essere [assoluto]) è vera creazione; l’esistenza (l’essere nell’Essere) è reale e inevitabile. Siamo ciò che siamo in ciò in cui siamo: questa non è “collocazione” spaziotempo, ma esistenza senza spazio e senza tempo: l’immediatezza di ciò che è, come di ciò che non è.
Per tornare all’argomento, ovvero la “soluzione” del paradosso di Olbers, si può cominciare a porre in dimensione (ovvero relazione speculativa esistenziale del pensiero che si pensa) relazioni già acquisite alla scienza propriamente detta, che “qui” nel caso è astrofisica basilare, ovvero, molto elementare (stante che l’autore di questo scritto non possiede cognizioni adeguate ad ampliare l’argomento [e già questo scritto, per l’autore stesso, è molto oltre le personali possibilità “scientifiche” in senso proprio]).
Ora, posta la distanza Terra – Sole (ovvero Unità Astronomica) in circa 150 milioni di chilometri, o (circa…) più esattamente =149’597’870= (scontato che l’orbita terrestre non è esattamente circolare, per cui un’approssimazione è inevitabile), aggiungendo a questa distanza il raggio del Sole, =695’450= chilometri, si ottiene l’altezza del cono di luce che irradia dal Sole verso la Terra, cono di luce che ha per base il diametro della Terra, e per angolo al vertice l’incontro al centro del Sole della parallasse relative al diametro della Terra. Si precisa che il termine “parallasse” è qui usato in maniera differente dal suo contesto proprio, ovvero, la misura di distanze astronomiche fuori dal sistema solare aventi come base il diametro dell’orbita terrestre attorno al Sole, mentre qui, invece, si usa come “base” il diametro del pianeta (del/nel sistema solare) di volta in volta considerato.
Ora, posto questo “cono di luce” verso terra si può determinare la percentuale di irradiazione luminosa semplicemente calcolando il volume del cono «entro raggio solare» in rapporto al volume complessivo del Sole, da cui si ricava che la percentuale di irraggiamento luminoso verso Terra, in percentuale (rapporto del cono di irraggiamento entro volume complessivo del Sole), è di 4,49179E-16% (4,49179 x 10-16 %), su di una base di parallasse fra diametro terrestre e centro del Sole, di «0° 16′ 43″», che è un angolo piuttosto piccolo; per quanto non ancora “piccolo” in termini astronomici. (VedereFigura 3)
Figura 2
Per comprendere questo esposto è sufficiente pensare ad un riccio di mare con gli aculei esposti in ogni direzione (Vedere figura 2), per cui a maggiore lunghezza degli aculei corrisponde una maggiore rarefazione degli stessi in relazione al volume occupato in lunghezza, in quanto “irraggiano” dal medesimo “centro”.
Figura 3
A questo punto diviene evidente che in relazione alla distanza dal Sole l’irraggiamento luminoso sarà proporzionale al rapporto fra il diametro del corpo celeste illuminato e la distanza dal centro del Sole. Per esempio, Venere, che ha distanza dal Sole di =108’740’000= chilometri, e un angolo di parallasse su diametro del pianeta stesso di «0° 21′ 47″» (è più vicino al Sole), riceve dal Sole una illuminazione percentuale (cono di luce verso Venere entro il volume del Sole, in rapporto al volume del Sole) di 7,62751E-16% (7,62751 x 10-16 %).
Da cui, per un pianeta molto lontano, Urano, per esempio, si ha una distanza dal Sole di =2’842’359’543= chilometri, e un angolo di parallasse (su diametro di Urano) di «0° 3′ 31″», da cui si ricava una percentuale di illuminazione dal Sole verso Urano (cono di luce irradiata) del 1,98484E-17% (1,98484 x 10-17%).
Ora, considerando quanto sopra, si può prendere in considerazione la parallasse di una stella nota e molto vicina, p. e. Proxima Centauri, che si trova ad una distanza di 4,25 anni luce dalla Terra, la cui parallasse, calcolata verosimilmente sul diametro dell’orbita terrestre, è di 0° 0′ 0,76″, per cui, rapportando questa parallasse al cono di luce in proporzione al diametro della Terra, invece che alla sua orbita, risulta evidente che la quantità di luce che raggiunge la Terra da quella stella è insignificante, e questa è solo la stella più vicina.
Mettendo le cose «in pratica», una persona che in una notte senza luna decidesse di passeggiare in un luogo aperto e lontano da fonti luminose, avrebbe man mano la sua visuale adattata ad un lucore percettibile sufficiente a distinguere delle sagome incerte, ma non percepirà il buio assoluto. Questo perché l’atmosfera terrestre avvolge il pianeta uniformemente generando, anche nel lato oscuro della notte, un riverbero derivato dalla luce solare che “entra” nell’atmosfera dallo spessore atmosferico che avvolge la terra, generando un minimo di luce, che non è la luce delle stelle, la quale è insignificante. Questo processo è il medesimo che rende il cielo azzurro di giorno, poiché senza riverbero entro l’atmosfera il cielo sarebbe nero, e la luce delle stelle, in assenza del Sole, non illuminerebbe alcunché.
Rapportando questo a scala cosmica è evidente che il cielo è buio non solo di notte, ma è buio semplicemente perché fuori dall’atmosfera terrestre non ci sono le condizioni per la diffusione della luce come la percepiamo ordinariamente, e se un astronauta in orbita riceve illuminazione dal Sole, questo è possibile solo ed esclusivamente per la vicinanza di questa stella come della sua emissione luminosa diretta. Là fuori nel cosmo non può esserci più luce di quanta la materia ne possa produrre, e la materia, che non è “quella roba solida” ma relazione di sé stessa entro & con sé stessa, in proporzione “quantitativa” al Cosmo, è estremamente rarefatta, per quanto in assoluta relazione con sé stessa, anche a distanze molto astronomiche.
Si può far valere un assunto filosofico: infinito è ciò che si rapporta a sé stesso continuamente: il presente che è sempre presente, ovvero finisce e inizia infinitamente in sé ed entro sé. Da cui, l‘idea, o l’assunto, che “la luce delle stelle” (che per quanto qui in precedenza è rilevabile direttamente e visivamente solo in maniera insignificante) possa pervadere il Cosmo tutto «infinitamente» in una luce diffusa «infinitamente» per ogni dove, è da ritenersi irrazionale.
Nuovo romanzo di cui si propone un’anteprima: Capitoli 1 e 2 di 59 capitoli totali
2034
Capitolo 1
Maggio 2034
Non era stato un incidente grave e nemmeno tanto pericoloso a giudicare dalla dinamica e dalle conseguenze, sebbene le statistiche lasciassero spazio a dubbi e a riflessioni di psicosi introspettiva, giacché non esistevano elementi concreti a rendergli tali sospetti malleabili da un punto di vista materiale, e la introspezione relazionale gli appariva, ed era, l’unico strumento di analisi a posteriori. Sul momento il cozzo della sua bicicletta contro il cofano della vettura di lei gli era sembrato accidentale, fortuito, casuale, almeno quanto può essere compreso nella parola incidente, insomma, la solita storia di due corpi lanciati a velocità “v1” e “v2”lungo due traiettorie diverse ma collidenti nel punto “y” a causare il di lui ruzzolone attraverso il cofano della di lei vettura, con capriola finale sull’asfalto, essendo terminato lo spazio disponibile del sunnominato cofano quando l’inerzia del suo corpo, che chiameremo “A”, non aveva ancora esaurito la sua energia cinetica, smorzando la spinta residua sulla nuda carreggiata lungo l’asse del vettore prodotto dalla collisione dei due corpi “A” e “B”, stante la differenza di massa di “B”, definito come veicolo con motore a scoppio dell’apparente peso di circa 12 quintali in ordine di marcia escluso la conducente, e/o altri passeggeri eventuali, di cui non v’era presenza né traccia.
Era rimasto per qualche istante immobile disteso sull’asfalto, nella cui posizione, a seguito della insolita postura e collocazione spaziale, gli era capitato di avere realizzato l’accaduto mentre il suo cerebro faceva un rapido check up delle parti che gli segnalavano l’esistenza di possibili danni con valutazione del dolore percepibile. Tutto sembrava sommariamente a posto, aperti gli occhi aveva rilevato il sorriso di lei, e gli era parso abbastanza fuori luogo, specie per qualcuno che ha appena investito una bicicletta corredata di ciclista ma l’imprevisto e travolgente svolgersi dell’evento lo aveva come stordito e in parte indotto a trascurare, o meglio ignorare, questo e altri dettagli circostanziali, che ora, sulla via di casa in aperta defezione dall’accaduto, gli apparivano stranamente convergenti in un sospetto generale di premeditazione senza che questa parola si associasse a motivazioni supportate da evidenze concrete.
Ad esempio, il fatto che alle due di notte, con circolazione veicolare assente e illuminazione artificiale sufficiente ad individuare oggetti in movimento a centinaia di metri di distanza, unitamente al movimento del di lei veicolo rallentato q. b. ad un livello non letale e alla netta sensazione (forse non così netta ma sufficiente ad inoculargli il dubbio) del volto di lei alla guida che lo osservava mentre procedeva contro di lui lungo una direttrice dall’inevitabile intersezione con quella del suo velocipede all’apice di entrambi i vettori con le loro relative masse – non escluso il disinvolto comportamento post collisione, tanto disinvolto da lasciargli sospettare una finta ingenuità –, gli facevano apparire il fatto sotto una strana luce di sospetto che non aveva avuto il coraggio di mettere in chiaro chiedendo l’intervento delle FFOO (leggasi Forze dell’Ordine) per gli eventuali rilievi del caso; azione che si era astenuto dall’intraprendere perché ricordava di non avere il lume della bicicletta acceso, e forse nemmeno funzionante, così per evitare una contravvenzione, oltre ad un eventuale risarcimento di possibili danni contestualmente prodotti, si era rialzato quanto più prontamente il suo fisico un po’ ammaccato gli aveva concesso per scambiare con la guagliona investitrice dati personali per un possibile contatto a posteriori, che in cuor suo aveva già deciso di evitare, mentre invece una strana premura nell’atteggiamento di lei pareva voler sollecitare, specie per l’abbondanza di dettagli anagrafici e di recapiti presso cui rintracciarla.
I suoi ormoni maschili un po’ lo avevano pungolato, almeno fino a fargli sbirciare i fianchi e i seni per una valutazione sommaria circa la classica valutazione maschile «Me la scoperei oppure no?», laddove il “no” era latore unicamente della percentuale statistica della fattibilità, e non un vero e concreto rifiuto interiore, poi però qualcosa che non era riuscito a capire, o forse l’incombenza di dover essere (o almeno apparire) consequente in relazione all’accaduto, aveva lasciato decadere titillazioni e suggestioni erotiche e si era attenuto ai fatti concreti rispondendo a tono in maniera logica e cercando di sgamare quanto prima dal luogo dell’incidente con la più solerte e incondizionata premura, mentre lei pareva inseguirlo verbalmente auspicando, anzi chiedendogli apertamente di contattarla in ogni caso il giorno successivo e magari di incontrarsi di persona.
Sul momento, preso dall’imprevedibilità dell’accaduto non aveva fatto caso a certe piccole stranezze, forse sopraffatto dalla consapevolezza di non essere pienamente dalla parte della ragione, e quindi intimamente istigato a lasciar correre su molte cose a patto di potersi allontanare con il minor numero di conseguenze possibili e strascichi infortunistici da giustificare in presenza di agenti in uniforme, in parte anche perché qualche ammaccatura gli doleva e non se la sentiva di intavolare conversazione, e così era rimontato a cavallo della bicicletta, la quale a parte qualche nuovo cigolio o sfregamento di copertoni sui parafanghi, non aveva menomazioni meccaniche importanti e pedalando verso casa si sovvenne della sensazione di bizzarrie nell’eloquio e nel portamento della ragazza, cosa che un po’ lo aveva messo in stato di attenzione senza che si fosse sentito indotto ad inquisirla al riguardo. Ora nella sua mente riecheggiava quella specie di ripetizione o incertezza nel parlare che sul momento aveva attribuito all’emozione della ragazza in ragione dell’evento; ed in effetti investire un velocipede per una persona normale è un evento molto spiacevole, poi aveva notato che la cosa tendeva a ripetersi e le aveva attribuito una forma di strana balbuzie che assomigliava allo scandire ritmato di un simulatore vocale con parziali e occasionali ripetizioni specie a inizio frase, come un file sonoro iniziato e ripreso.
Quando si era rialzato e l’aveva guardata per intero aveva avuto anche l’impressione come di una stranezza nei movimenti, una stranezza che non era riuscito ad inquadrare. «Co-come ti senti?», gli aveva chiesto lei chinando il capo da un lato con una curiosità un po’ meccanica e un po’ animalesca. «Abbastanza bene», aveva risposto guardandosi le gambe e tastandosi il tronco come se stesse cercando qualcosa in una tasca interna. «Vuoi che chiami un’ambulanza-un’ambulanza?» aveva detto lei con una premura un po’ recitata. Si era domandato perché avesse detto “un’ambulanza” due volte e per burla gli aveva risposto «Un’ambulanza più un’ambulanza fa due ambulanze, che sono davvero troppe». La ragazza non aveva riso, anzi aveva continuato ad osservarlo con un’attenzione vagamente inquietante; non che si fosse spaventato, la femmina era carina, anzi, molto carina, però gli pareva strana e non capiva in cosa, per cui quando lei gli aveva detto, papale-papale (e a lui non era mai capitato che una glielo proponesse per prima) «Scambiamoci i numeri di telefono, vorrei vederti di nuovo», lui aveva cominciato un tortuoso panegirico di spiegazioni inutili quasi ad anteporre delle scuse non richieste per un diniego che non riusciva a produrre in maniera diretta, la ragazza però non si era arresa e gli aveva dato un biglietto con il suo numero di telefono dicendogli di chiamarsi Golema, anzi, come da lei pronunciato: «Go-Golema, Golema Von Chelm». Lui avrebbe voluto chiedergli se era straniera ma era preso da irresistibile smania di abbandonare il luogo e gli aveva stretto la mano senza dirgli il suo nome, ricavandone una bizzarra sensazione senza capire quale sensazione. Si sentiva in colpa per non essersi presentato, per non avere detto il suo nome rendendosi civile e educato come gli era stato insegnato da bambino, in specie perché quando gli aveva sbirciato il cavallo dei pantaloni attillati che indossava aveva intuito un fremito al di sotto della vita, ma per la maggior parte della sua consapevolezza si sentiva sollevato dal fatto di avere abbandonato il luogo. Pensò che più di qualcuno dei suoi amici lo avrebbe sfottuto parecchio se avessero scoperto che se l’era battuta quando la tipa mostrava un certo interesse per lui, ma loro non avrebbero saputo. Si ricordò di come quasi lo inseguisse e di come si era sentito in uno strano stato di imbarazzo venato da un po’ di timore, ma ora stava pedalando verso casa, chissà se l’avrebbe mai più rivista, in cuor suo aveva timore di conseguenze infortunistiche, anche se dalla vita in giù premevano altre speranze.
Capitolo 2
– Professore… non è stato un po’ azzardato fargli guidare la macchina?
– Abbiamo previsto tutto, ha una regolare patente di guida, con relativa assicurazione, è certificata come contribuente con regolare codice fiscale e risulta proprietaria del veicolo, ha perfino il certificato elettorale, dov’è l’azzardo?
– Beh… insomma, lo ha ammesso anche lei… non è ancora pronta e affidabile del tutto, il dispositivo vocale non è ben sincronizzato sul contesto e nella tempistica di relazioni umane standard…
– Le relazioni umane non sono mai standard, e poi la stiamo sperimentando con un soggetto al di sotto della media intellettiva, sono certo che il tipo non ha fatto minimamente caso a quelli che “noi” possiamo definire punti critici da implementare, quello l’ha esaminata come una femmina reale e non ha subodorato nulla, che è esattamente quello che volevamo.
– Sì, però mi è parso spaventato. Praticamente se l’è filata.
– Non ha osservato bene; è vero che se l’è filata, ma solo perché si sentiva dalla parte del torto in un incidente stradale, aveva il lume spento, e a dire la verità contavo proprio su questo. I rapporti che mi sono stati forniti sul soggetto agganciato per l’esperimento includevano questo dettaglio e la cosa ha funzionato, l’aggancio può considerarsi riuscito.
– Continuo a sostenere che se l’è filata.
– E io le dico che questa sera attueremo la prova finale, garantito!
– Anche se non ci saranno migliorie sul prototipo?
– L’ambiente scelto lo consente.
– Sempre che il soggetto si vada a ficcare nell’ambiente scelto.
– Oh… ci andrà, ci andrà. I giovani credono di essere originali, ma in realtà fanno tutti le stesse cose, vanno tutti negli stessi posti con regolarità pressoché assidua, a saperli prendere sono quasi più regolari di un travet, sono degli abitudinari della trasgressione, il che li rende facilmente controllabili.
– Sono comunque perplesso, sono dell’idea che ulteriori miglioramenti possano…
– Niente affatto! Non ci interessa un modello perfetto per il semplice motivo che su quella base non si può mai raggiungere un accordo con tutto il team, che d’altronde non sa di essere un team. Abbiamo fatto il lavoro più grosso e importante nel migliore dei modi, soprattutto l’equipe dei bioapparati ha messo a punto ciò che ci serve per una sperimentazione dal vivo: apparati e organi relativi verosimili indistinguibili dal vero, lasciando ai filosofi la sofisticata questione del vero. Perfino negli odori, se ci va possiamo farla scoreggiare, possiamo fargli avere l’alito dell’odore che ci pare, il suo apparato sessuale è pronto e perfetto per qualunque coito.
Il professore tacque un momento, guardò lontano nella notte in un punto indefinito del buio rischiarato dai lampioni senz’anima viva in circolazione, poi come parlando fra sé disse:
– La macchina è la più gran puttana.
– E i clienti sembrano non mancare.
– Che cosa intende? – chiese il professore come riprendendosi da una distrazione interiore.
– Che abbiamo già delle richiese di utilizzo “in reale”.
– Ah, sì. Qualcuno mi ha accennato qualcosa, oppure l’ho intuito da certi discorsi. La sezione politica del team non mi è mai piaciuta.
– Non è esattamente “politica”.
– Beh, qualunque cosa sia, quali che siano i loro compiti tendono a rendere volgare e utilitaristico il nostro lavoro.
– Magari non hanno tutti i torti, i finanziamenti ce li hanno procurati loro, praticamente al buio, perché nessuno sa di preciso che cosa è stato realizzato.
– Tranne voi anime belle dei servizi. – disse il professore omettendo la parola “segreti” e fissando il suo interlocutore come se volesse sminuirlo attraversandolo con lo sguardo; poi come inalberandosi continuò – Il nostro non è un lavoro commerciale, il nostro prodotto è il vertice di una somma di ricerche in molti campi, in specie ad insaputa di non pochi dei relativi luminari che hanno contribuito senza essere a conoscenza di ciò a cui stavano dedicando la loro scienza, un prodotto che non può essere sfruttato per bassi scopi e …
– Il nostro collaudo sta comunque procedendo, anche se in maniera subdola, e “loro” – enfasi di reverenza su quel “loro” – non chiedono nulla di diverso, forse non sanno esattamente cos’è ma si aspettano un intervento da parte di qualcosa che è stato realizzato nell’ambito e sotto la protezione dei loro poteri e vogliono esserne messi a parte, anche se possiamo fargli credere qualunque cosa – ammiccamento di correità –, e poi, come ha detto lei poco fa, la macchina è la più gran puttana.
– Stavo parlando a me stesso e stavo parlando per astrazione.
– Ma prima o poi la dovremo rendere nota a qualcuno, prima o poi dovremo far sapere, mettere in produzione…
– Mettere in produzione… banalizzare la nostra creatura…
– Professore, lei è troppo idealista, o forse si è affezionato a Golema come a una figlia?
– Sono sufficientemente distante dall’idealismo da non concepire Golema come una figlia, tuttavia prima di parlare di produzione voglio che siano messi in chiaro meriti e utilizzo, fare pulizia di personaggi ingombranti, loro sì idealisti…
– Non credo che potrà mai avere voce in capitolo al riguardo. Sa quante centinaia di brevetti assomma la “sua” creatura?
– Può dire anche migliaia… buon numero dei quali sono miei e un altro buon numero da me fagocitati e resi disponibili al progetto. Esiste un’etica?
– Bella domanda, possiamo chiederlo a Vitellozzo.
– Lei fa del sarcasmo.
– Molto realistico però.
– Cosa le hanno offerto quelli della sezione politica?
– Non esiste una sezione politica.
– Sì, certo, certo. Sarò un idealista ma non vivo sulla luna.
– Quindi scenderà ad un compromesso.
– Vieni qua bella!
Golema obbedì, il professore aprì lo sportello del furgone e la creatura si adagiò nella custodia che recava l’impronta esatta del suo corpo come una bara giocattolo.
– Io torno alla sede con il furgone – disse il professore – lei prenda la vettura di Golema.
– Lo sa quante persone ho dovuto convincere per operare questo collaudo noi due da soli?
– Per quanto grande sia il numero, uno ben ammanicato come lei non deve avere avuto molte difficoltà. E poi mi dica… pensa che più di due persone sarebbero passate inosservate? Si guardi intorno, siamo in una città.
– Ma se fossi in lei non sarei davvero certo del fatto di essere solo in mia compagnia.
Il professore si guardò intorno lievemente confuso e in colpa per la sua ingenuità. Non c’era nessuno in giro ma non era difficile immaginare un po’ di manovalanza osservatrice opportunamente occultata e attiva, senza contare le telecamere di sorveglianza pubblica, che però gli erano state garantire disattivate per la zona interessata dall’esperimento.
– È una minaccia o un’amichevole segnalazione?
– Nessuna delle due, puro realismo.
– E per puro realismo le dirò che questa sera procederemo alla fase “2” dell’aggancio, controllori o non controllori, anche se questa volta un po’ del suo personale di sicurezza non farebbe male, ma saremo principalmente io e lei, forse un mio aiutante, più persone darebbero nell’occhio, il posto prescelto è molto affollato.
– Dovremo controllare a distanza.
– Gli strumenti non ci mancano.
– Una prova autentica, anzi, il compimento.
– Questa sera libereremo la macchina, un test sulla sua reale autonomia.
– È preoccupato?
– Non della macchina.
– Di cosa allora?
– Mmhh… è lei che mi preoccupa.
– Io? Il suo più fidato consigliere e tutore amministrativo?
– Diciamo piuttosto il mio più raccomandato tutore amministrativo. Non l’avrei mai scelta, ma mi fu posto un aut-aut. Praticamente di lei non so nulla, forse nemmeno il suo nome è vero.
– Che cos’è un nome? Che cos’è un dettaglio anagrafico di fronte alla possibilità di realizzare compiutamente il suo progetto?
Il professore tacque, c’era qualcosa che doveva accettare e che aveva accettato, ma la soddisfazione del risultato raggiunto era inquinata dalla certezza di essere stato uno strumento. Forse lo aveva sempre saputo ma aveva tenuto lontano i sospetti incalzato dai buoni risultati che otteneva, ora ne era quasi certo e senza sentirsi messo da parte provava una sensazione di vuoto, una insoddisfazione, una incompletezza di accompimento a cui non riusciva a dare un aspetto reale; se lo avevano subornato, manipolato, lo avevano fatto con arte e con il suo pressoché tacito consenso.
– Questa sera libereremo la macchina – ripeté come per convincere se stesso.
Disponibile sui siti web di distribuzione nella versione a stampa (immagine copertina in intestazione articolo) e in versione digitale EPUB – MOBI, ad alta leggibilità (immagine copertina qui di seguito).
L’argomento di questo articolo, in quanto inerente all’automatismo (“automa, macchina, dispositivo senza presenza umana, eccetera…”), ha dei precedenti letterari, prima ancora che tecnologici e/o legali, o anche giudiziari.
In un report relativo ad una relazione circa l’automa–droide, o anche «robot-automatismo», Philip K. Dick, il noto autore americano di romanzi di fantascienza (Philip Kindred Dick – December 16, 1928 – March 2, 1982) esordisce il suo intervento ad un convegno di letteratura fantascientifica proponendo una metafora, narrativa e letteraria, immaginando un veicolo della polizia totalmente automatico, ovvero senza poliziotti umani al suo interno, che lentamente pedina un essere umano intento a camminare su un marciapiede lungo una strada di una città. È solo fantascienza, certamente per l’epoca di Philip K. Dick, ed è solo una metafora, certamente per la letteratura di fantascienza. Ma la cosa propone un dilemma difficilmente rilevabile entro il rapporto umano – macchina, o umano vs. automatismo.
L’umano ha un rapporto con la sua coscienza, cosa che la macchina non può neanche paventare; così che la macchina è lo schiavo funzionale di attività umane in barba ad ogni rispetto o interrogativi di coscienza.
Detto diversamente, l’umano ha una soggettività che deve rendere conto di sé stessa, tanto davanti a sé stessa quanto davanti alla legge secolare, perciò accade che se la legge secolare istituisce una macchina che esercita la legge ogni e qualunque responsabilità ricadrà sull’umano, in quanto la “macchina” non ha alcuna coscienza, né deve rendere conto di alcun comportamento. Succede allora che il dispositivo automatico diventa un succedaneo della Legge senza che esso dispositivo sia assoggettabile ad alcuna legge. La macchina non ha alcuna responsabilità, né alcun referente soggettivo diretto a cui rendere conto.
Quanto fin qui sopra unicamente per il campo letterario e/o filosofico. La realtà mostra invece qualcosa di molto differente. E non è fantascienza.
È noto, ed è in uso da decenni, il dispositivo che rileva la velocità dei veicoli in transito, detto genericamente “Autovelox”, sebbene ne esistano diverse tipologie e funzionalità.
Codesto automatismo rileva infrazioni inerenti il limite di velocità come segnalato da appositi cartelli, ma si dà che il «rilevamento» è per l’appunto opera di un dispositivo, qualcosa che non ha “presenza” umana, né interazione immediata di verifica tra umani; è per l’appunto un dispositivo automatico. In differenti parole, se un agente, o una pattuglia di agenti mi ferma e mi contesta “personalmente e direttamente” una infrazione, posso nel caso contestare, protestare, ma in fondo, trattandosi di un rapporto fra umani, la sanzione eventuale sarà accettata, magari ob torto collo, in quanto esito di relazioni umane fra umani.
Ora il cosiddetto “Autovelox”, quale automatismo senza presenza umana, rileva infrazioni che non hanno alcuna contestazione attuale, e richiedono il tempo burocratico della comunicazione, all’ingrosso un mese a far data dal rilevamento. Per cui accade che un mese circa dopo l’infrazione “automaticamente” rilevata, l’utente si vede comunicare una nota giudiziaria che lo informa di essere incorso in una infrazione al Codice della Strada (p. e. di avere superato il limite di velocità, o di essere passato con il rosso nel caso di rilevamento automatico delle infrazioni semaforiche, o avere acceduto a zone interdette, o altro), faccenda della quale l’utente, magari, nemmeno ha più memoria dell’accaduto (se mai se n’è accorto), e nemmeno gli è stato direttamente e umanamente contestato alcunché.
Busta di comunicazione «Atti Giudiziari»
La missiva che l’utente riceve, di solito una busta verdina (almeno di tale colore sono le missive di «Comunicazioni Giudiziarie» nella zona d’Italia in cui vive lo scrivente [qualcosa di cui ho conoscenza diretta, qualche anno fa ne ho ricevute un paio]), contiene le modalità di pagamento, mi pare di ricordare 250 €uro se pagati subito, e il documento per pagare i dueecinquanta, oltre a un modulo con richiesta di indicare il nome del conducente del veicolo inerente l’infrazione di cui l’Autorità esige il pagamento, con allegato un bollettino di versamento di 300 €uro, da pagare a cura del destinatario della Comunicazione Giudiziaria di cui sopra (il proprietario del veicolo), nel caso che non venga fornito il nome del conducente a cui detrarre i punti dalla patente previsti nel caso. Importo che spesso viene pagato, non fosse altro per il fatto che se ti ritirano la patente avrai serie difficoltà perfino a portare a casa la spesa dal supermercato, senza dire della possibilità di accompagnare figli o parenti ove avessero necessità di andare.
Si pone a questo punto un controsenso di legittimità, perché l’Autorità non può (o comunque in nessun modo dovrebbe) obbligare il cittadino, che eventualmente commette una infrazione, alla denuncia di sé stesso. Qualcosa che contravviene il diritto, perché la dimostrazione della colpa compete all’accusa, e l’eventuale accusato ha il pieno diritto di tacere, tanto più su sé stesso, o su conoscenti. Si pone anche la questione, nel caso, di imporre l’obbligo, da parte dell’Autorità, a diventare informatore della Giustizia anche in danno eventuale di parenti, conoscenti, amici, se non direttamente di sé stesso, poiché la proprietà e la conduzione del veicolo non sono sempre la stessa cosa. Così che i 300 €uro esatti dall’autorità in caso di mancata comunicazione del nome del conducente all’atto dell’infrazione, diventa una prevaricazione che assomiglia non poco all’intimidazione ed estorsione relativa che certe organizzazioni del crimine impongono per ottenere “protezione”. In materia di fatto l’Autorità impone «un’offerta che nessuno può rifiutare»; o comunichi il nome o paghi i 300 €uro, terza possibilità non è data, se non si ottempera ad uno dei due casi dell’offerta la somma va all’incasso tramite le tasse.
…ci ò fatto una proposta che non può rrhifiutare…
Nutro serissimi dubbi che ciò possa stare nell’ordinamento di qualcosa di assimilabile al diritto civile. Se l’Autorità non detiene elementi per accertare il conducente, allora non esiste alcun diritto di esigere un pagamento accessorio per “omissione di informazioni”, o di obbligare il cittadino a fornire nomi, o autodenunciarsi, stante che esiste il diritto di avvalersi dalla facoltà di non rispondere, che in questo caso viene prevaricato. Il caso è semplice: o l’Autorità ha le prove, oppure non le ha. E dal momento che le chiede non le ha, ed è un arbitrio obbligare il cittadino a denunciare sé stesso o a diventare informatore della Giustizia sotto pena pecuniaria, rammentando che si tratta di sanzioni amministrative, e non “reati” previsti dal Codice Penale. “Realisticamente”, qual è la prima cosa che direbbe un avvocato al suo cliente? «Non dire niente, non parlare», ma la proposta non è rifiutabile, o parli o paghi i trecento euro… euri… bè, sì, insomma quella cifra lì, se non ricordo male… per non dover denunciare nessuno, utente compreso, nel caso…
Avvocato – icona
Per tornare all’esordio di questo articolo, la macchina automatica della polizia, senza poliziotti a bordo, si presume che sappia chi sta pedinando (è fantascienza [almeno per il momento]), mentre l’Autovelox-Multamatic non lo sa, e l’Autorità propone una proposta irrifiutabile sulla base di informazioni fornite da una macchina in assenza di umani.
La legge è una relazione fra umani, e non può essere mediata o gestita da automatismi, i quali, com’è noto, non hanno responsabilità alcuna. Infatti l’arbitrio prosegue imperterrito in danno degli utenti, la macchina Autovelox-Multamatic se ne impipa del diritto.
Si pone una fantascientifica domanda: «Nel caso di veicoli a “conduzione” totalmente, o parzialmente automatizzata, in caso di infrazioni come nei casi sopra citati, a carico e a danno di chi verrebbero detratti i punti, e su quale patente?»
Eric Bandini, maggio 2024
Addenda: Articolo 610 del Codice Penale: «Chiunque, con violenza (ove qui non è il caso) o minaccia (“Paga i 300 Euro oppure ti arrivano con le tasse”), costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa, è punito con la reclusione fino a quattro anni. La pena è aumentata se concorrono le condizioni prevedute dall’articolo 339.
Il delitto è punibile a querela della persona offesa. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di persona incapace, per età o per infermità, ovvero se ricorre la circostanza di cui al secondo comma (Tale disposizione trova il proprio fondamento nell’esigenza di reprimere fatti di coercizione non contemplati in altre norme, così da tutelare la libertà morale, nonché la libertà fisica e di locomozione dei soggetti.).
(Per quanto riguarda l’elemento soggettivo, esso consiste nella coscienza e volontà di usare violenza o minaccia al fine di costringere la vittima a fare, tollerare od omettere qualcosa. Trattasi comunque di dolo generico e non specifico, dato che il fine di costrizione realizza il momento consumativo.)
… ma è solo un’opinione … letteratura … fantascienza …