Una storia italiana – Romanzo a puntate (12)

romanzo a puntate (12)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XII°

(12)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Un trafficone in ascesa come il Cinese deve mantenere molti contatti, separati e in compartimenti stagni, tenere distanti le persone “pulite” da quelle dedite, nel loro interesse, cioè delle persone “pulite”, ai traffici descritti nelle pagine più in chiaro e meglio conosciute del Codice Penale, laddove alle persone “pulite” restano a disposizione, forse in esclusiva, quei reati difficili anche solo da pronunciare o che hanno un suono vagamente scurrile, tipo malversazione, peculato, concussione, mentre quei reati orribili a chiunque ma di immediata comprensione anzi, praticamente scritti “in chiaro”, tipo spaccio di droga, furto, violenza, resistenza a pubblico ufficiale, eccetera sono terreno della casta inferiore, degli intoccabili, dalle persone “pulite” ovviamente, magari perché in alcuni casi se ne evincerebbero certi legami con relativi strascichi penali. Più concretamente esiste una “dirigenza” del crimine, esiste, come nel mondo legale del business, un’élite di manager, imprenditori, commercianti, rappresentanti, artigiani, che produce per il lato negativo della società, senza esserne distinti punto, in modo tale che le associazioni di categoria, enti, professionisti, e magari anche le forze dell’ordine, collaborano grossomodo inconsapevolmente anche per il prosperare del lato della società a loro avverso, in quanto indistinguibile se non tramite adeguate e “volute” indagini: il punto di forza di tipi come il Cinese.

Nei suoi esordi si era ben presto reso conto che insospettabili persone tuffavano molto volentieri il loro nasino perbene nella neve che lui gli procurava, molto spesso tramite interposta persona per restare nell’ombra a trarre conclusioni e tirare i fili di interessi che potevano scaturire dall’incrociarsi casuale di eventi e soggetti che avrebbero potuto tornare comodi a lui e alle sue faccende, e altri scaltri come lui ma non dediti a faccende direttamente pericolose da un punto di vista legale come lo spaccio di bamba, entravano in contatto con i suoi affari per agevolare i propri. A volte un po’ di stimolanti chimici per ungere un affare che cigolava nel procedere, altre volte dei coadiuvanti al pagamento (leggi tagliatori di teste) per rientrare di alcune “sofferenze”, altre ancora complicate operazioni di intortamento e addomesticamento, certe altre volte si entrava nella sala degli Affari con la “A” maiuscola, dove gli avvocati sono veri quanto le truffe legali e inestricabili che ne sortiscono e pur essendo il Cinese nel medio–piccolo cabotaggio la sua naturale capacità di agire senza apparire, quindi senza lasciare traccia, era diventata conosciuta e apprezzata dalle teste fini del malaffare in grande. Più in concreto il Cinese si era intessuto una tela di relazioni che se non gli garantiva l’impunità, il sogno irrealizzabile di qualunque delinquente a qualunque livello, gli forniva mezzi e conoscenze straordinarie neanche immaginabili per una persona qualunque, né tanto meno da un delinquente di bassa manovalanza, al prezzo però di una corresponsione e collaborazione che a volte rasentava la dipendenza lavorativa, ma la contropartita valeva il sacrificio, c’era sempre una torta da spartire, un osso da spolpare, un gonzo da raggirare, e soprattutto copertura operativa ad un livello molto alto.

Locandina di film

Datosi dunque che il Cinese non era tonto affatto, il suo metodo, quello dell’interposta persona e della sconnessione dei suoi affari con la sua identità, si estendeva anche a queste attività utilizzando spesso i debitori più presentabili, che non mancavano nel suo serraglio umano, per operazioni che faceva loro apparire come innocue transazioni finanziarie, acquisti di terreni, cessioni di immobili, eccetera, sui cui rogiti non appariva mai il suo nome, spesso perché non erano proprio affari suoi ma gestiti per conto di terzi non identificabili che aspiravano alla medesima sconnessione di identità che egli riservava a se stesso. Un piccolo giro di S.p.a., S. a r.l., S.n.c., S.A. (le sue preferite, benché puramente immaginarie perché per il fisco non esistono società anonime, per quanto il Cinese…), che singolarmente per il loro giro di affari non apparivano appetibili dalle indagini della polizia finanziaria, totalmente sconnesse fra loro, se non nella mente del Cazzarola Walter, formavano una ragnatela di supporto a qualunque tresca commerciale, finanziaria, speculativa o altro fosse richiesto dai suoi interessi o quelli dei suoi collegati, e tutto questo senza tirare in ballo i “paradisi fiscali”, favoleggiati dai giornalisti e dagli inquirenti di indagini a vario livello; tutta roba fatta in casa, nel migliore stile Made in Italy.

Al Cinese non era dato di scegliere i suoi contatti, e intimamente non lo desiderava affatto, convinto che la necessità della sua opera era meglio coperta se richiesta che se offerta in congiunzione sconveniente alla sua tendenza al basso profilo professionale, così nella maggior parte dei casi non consultava, aspettava di essere consultato, poiché i suoi affari diretti procedevano prosperosi in ogni modo, ma a volte il suo fiuto lo spingeva a chiedere consigli (leggi informazioni); e qui bisogna dire che il Cinese non era un testa di legno, era uno che sapeva quando occorreva un aiuto o un supporto qualunque, consapevole sia della fruttuosità della collaborazione che della reciprocità della cosa. Il suo incaponimento nei confronti di Mina lo aveva condotto alla situazione di abbisognare di ragguagli ulteriori circa il prof. Trifarro, quale ostacolo imprevisto nei suoi piani erotico-professionali e se possibile un allontanamento fisico dell’ostacolo, cosa questa che poteva esporlo a reciprocità severe per quanto non inaffrontabili, con un nichilismo di fondo sempre in agguato a minacciare chiunque si facesse avanti a provocare pericoli legali; l’etica criminale non è tenera con coloro che hanno ripensamenti, ma al fondo di ogni intrallazzo, nell’intimo di ogni malfattore resta la consapevolezza, coscientemente respinta come irrazionale a priori, della possibilità di dovere rendere conto alla Legge per colpa di un “collega”, ma ciò non è un ostacolo all’interesse del crimine, ci sarà un nuovo soldato a prendere il suo posto e i suoi interessi, rischi compresi.

Attilio era un giovane avvocato, di qualche anno più vecchio del Walter; aveva appena superato l’abilitazione di Stato per l’ammissione all’esercizio e all’ordine degli avvocati e praticava ancora a servizio di uno studio legale discretamente rinomato che per il bene dei suoi clienti si era già nascostamente compromesso alcune volte con i traffici e i servigi del Wazzaniga, per l’interposta persona dell’Attilio medesimo, ex frequentatore di feste per studenti ed ex procacciatore di roba boliviana, ma ad un livello più o meno amatoriale, conoscitore quindi di pratiche oscure per gli anziani associati dello studio, ma non per questo scevri della consapevolezza dell’interesse dei clienti. Non è dato sapere a quale livello di cognizione fossero consapevoli i due avvocati titolari dello studio legale, ma considerata l’attività degli stessi, basata sulla conoscenza dei fatti, delle cose, delle vicende e di tutto quanto contribuisce all’istruzione di una causa o di una pratica, c’era da sospettare che ne fossero edotti almeno quando l’Attilio stesso, ma che dovessero fingere ignoranza nell’interesse e dei clienti e del buon nome dello studio e in ultimo anche nell’interesse della legge, che deve apparire pura e illibata sotto ogni aspetto. Allargando la descrizione di questi giureconsulti occorrerebbe includere connessioni e conoscenze molto altolocate ed influenti, per cui se da un lato l’Attilio si offriva per opere di contatto con il mondo delle prestazioni illegali dall’altro rappresentava la controparte del mondo legale davanti alla criminalità di servizio. Come avessero fatto i due procuratori a incastrare l’Attilio in una rete di relazioni del genere è una cosa non molto chiara, c’è da sospettare che fosse stato scelto proprio per questo, cioè che i due legali avessero scandagliato per bene il sottobosco universitario alla ricerca del soggetto adatto alle loro esigenze, vale a dire un soggetto che non fosse troppo esigente e che fosse al contempo disponibile ad operazioni extralegali. Fortunatamente non tutti gli avvocati sono così, ma non lo trovate mica scritto nella targhetta all’ingresso dello studio: Legali per davvero!

L’Attilio stava sullo Stige della Giustizia come un Caronte indifferente alle anime che traghetta, dalla Giustizia verso l’illegalità, questa già una direzione equivoca, e dal Crimine verso la Giustizia, e questa ultima direzione di marcia è piuttosto compromettente a meno di ravvedimenti, pentimenti e cadute da cavallo sulla via di Damasco. Insomma l’Attilio era molto più procuratore di quanto gli fosse legalmente richiesto ed essendo un tipo sveglio e pronto nella parola e nel pensiero non mancava di raccogliere anche per sé, vantaggi ne poteva trarre, e di fatto ne traeva ma senza strafare, senza “apparire”, aveva capito il gioco e ci si era adattato, con soddisfazione dei suoi datori di lavoro. Tramite l’Attilio il Cinese poteva avere accesso a personaggi influenti, a informazioni, contatti, clienti, eccetera restando in un anonimato garantito dal filtro legale. Ma come detto poc’anzi, non essendo tonto, il Cinese, era consapevole che nulla viene mosso se non vi sia chi muove, cioè l’anonimato era limitato al giro di consultazione; all’altro estremo, l’influente personaggio di turno, sapeva chi o cosa era interessato alla tale o talaltra faccenda, ma non essendovi comunicazione diretta di fatto si realizzava un anonimato conveniente a tutte le parti in causa ma che non rendeva immuni da una reciprocità vincolante, una roba tipo io so che tu sai che io so, ecc., ecc., ecc., che perimetrava l’esistenza di chiunque fosse del giro e aspirasse ad una libertà tutta sua, ad un’intraprendenza scevra da vincoli e proiettata nella più fulgida scalata sociale, che di norma si appalesava troppo agli occhi della Forza che interveniva a troncare velleità sfrontatamente sventolate. Nella ristretta cerchia di quelli che contano la libertà poteva rappresentare un problema, perché così come avviene nella luce della Legge chi vuole la libertà la vuole per sé e se ne infischia degli altri, e alla fine il ritornello della libertà suona sempre più o meno così: “la mia libertà finisce dove comincia quella degli altri”, che è un eufemismo per nascondere a se stessi e agli altri il vero ritornello: “il mio carro armato finisce dove comincia la tua bicicletta”. In una rete di scambi omertosi e fruttuosi le limitazioni erano parecchie, ma parecchie anche le convenienze, per cui soggetti come il Cinese, tratto il proprio tornaconto, si adeguavano al do ut des senza fare storie, il giro rendeva; fatta questa semplice affermazione le chiacchiere stavano a zero.

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Gli incontri del Cinese con l’Attilio avvenivano sempre in locali affollati frequentati da coetanei in mezzo ai quali si confondevano immediatamente, non avendo nell’aspetto generale nulla di più e nulla di meno di altri giovani, ma il loro atteggiamento era sulla guardia, discretamente paranoico. Se qualcuno avesse ascoltato per intero alcune loro conversazioni li avrebbe scambiati per pazzi o qualcosa del genere. Sapevano entrambi che c’erano in giro poliziotti altrettanto giovani e altrettanto scaltri mescolati fra la ressa dei luoghi più frequentati, e non in divisa; meglio pazzi e liberi che savi e in gattabuia.

Il bell’Attilio si trovava in una fase rampante ma ancora di basso livello, dipendendo le sue finanze direttamente dallo studio legale presso cui prestava la sua opera, mal pagata quella legale e nascostamente ben retribuita quella in nero, come la cronaca a cui sarebbero eventualmente sfociate le sue performance se colto in errore, ma il tipo era sveglio e ben ammanicato. Sfoggiava i suoi abiti di sartoria solo ed esclusivamente quando doveva presenziare a procedimenti e processi pubblici, riservando abbigliamenti informali per le attività ordinarie in modo da adeguarsi al mimetismo sociale che aveva colto immediatamente come fondamento dell’attività in generale. Da un lato presentandosi ben agghindato nelle occasioni ufficiali dava idea di rispetto della cosa e al contempo l’atteggiamento dimesso extra lavorativo, che gli costava una notevole dose di amor proprio, gli fruttava un’aura di umiltà che non gli spettava a nessun titolo, essendo il tipo di persona molto piena di sé e della propria immagine; con molto autocontrollo ciò lo avrebbe portato lontano. Trovandosi nella terra di mezzo delle attività non poteva mungere più di tanto sia da un lato che dall’altro per cui i suoi introiti in larga parte mantenevano un’apparenza necessaria alle sue faccende di contatto e di scambio; a volte i suoi datori di lavoro gli lasciavano a disposizione uno dei loro appartamenti per brevi periodi ad integrazione del guiderdone bifronte per le sue storie e l’incremento delle attività legali, perché un tipo come l’Attilio, al pari del Cinese, è sempre operativo, coglie sempre qualcosa, connette sempre nuove possibilità, e l’opportunità di avere locali liberi a disposizione sopperiva alla mancanza di una base “operativa” stabile sconnessa con la sua abitazione, attualmente molto lontana dall’essere tanto sontuosa quanto avrebbe desiderato.

Il Cinese parcheggiò la sua Golf GTI®, il limite di vettura che si era imposto per non diventare un bersaglio d’indagine, di traverso negli spazi causa confusione e carenza di posti, riservandosi di tenerla d’occhio da lontano nel caso arrivassero i ghisa a scrivere contravvenzioni. Scese con calma studiata e si avviò verso la frotta di coetanei in baccanale prenotturno, l’Attilio stava di certo là in mezzo, mimetizzato e finto tonto a sparare ******* con sconosciuti per sondare e darsi un tono e mantenere in allenamento la socialità, che non gli mancava. Attraversando la ressa per avvicinarsi al bar fiutò l’alcool di qualcuno che stava già oltre il limite di guida, benché il sole fosse scomparso da non molto lasciando un’aura colorata al di sopra delle chiome del viale, adocchiò l’Attilio con cui incrociò lo sguardo senza salutare né essere salutato e al banco ordinò qualcosa per tenere un bicchiere in mano e adeguarsi all’ambiente. Questi incontri avvenivano senza preavviso, senza telefonate, senza richieste; sia il Walter sia l’Attilio sapevano in quale locale si sarebbero trovati e a quale ora, e nel caso di un tentativo di incontro a vuoto il secondo sarebbe andato a segno, i posti erano sempre gli stessi, anche una città estesa come Milano ha un limite di possibilità e una logica di ritrovi; in fondo ogni megalopoli è sempre affollata dalle stesse persone, in qualche modo finisci sempre a non evitare le persone che dovresti e incontrare, prima o poi, quelle che cerchi, tanto da farti domandare se esiste un disegno sovrumano a gestire tutto ciò e mantenere quello stato di sofferenza sociale che non è ancora paranoia e nemmeno agorafobia, ma semplicemente un’opacità del presente che non ti dà mai la soddisfazione di sentirti felice e a posto, specie se sei conscio dei fondati motivi e ragioni di potere essere inquisito dalla pula.

Gli incontri del Cinese con l’Attilio, per un eventuale osservatore conscio dei loro interessi reciproci, avevano qualcosa del rituale di approccio di due animali della stessa specie nella savana; un fiutarsi e fintamente ignorarsi per appropinquarsi gradatamente mantenendo distanze di sicurezza parati dietro una rigida freddezza e un comportamento che non indulge in salamelecchi, con battute secche e convenevoli ridotti al minimo. Se avessero potuto avrebbero fatto perfino a meno di parlare, scambiandosi solamente colpi di tosse a schiarirsi la voce o versi analoghi per non lasciare credere in una eccessiva confidenza al popolo all’intorno, perché della gente che stava lì attorno ne erano pienamente consapevoli e per loro recitavano, molto bene occorre ammetterlo. La situazione ideale si realizzava quando riuscivano a mettere in mezzo alle loro conversazioni uno o più terzi incomodi, in modo da intercalare le loro convenienze alle cretinate dozzinali sulle “mitiche” vicende noiose di quelli che ritenevano dei bambocci viziati ad alcuni dei quali fornivano un costoso rimbambimento per il loro sballo serale o le loro performance esistenziali. Il Cinese non conosceva esattamente “tutti” i suoi clienti, di un buon numero però conosceva l’aspetto e magari anche gli estremi anagrafici; di pochi aveva conoscenza reciproca tale da potersi fare riconoscere e quando questo accadeva il “cliente” dava profondi segni di disagio, propensione alla defezione o alla fuga dal posto, lieve sudarella e atteggiamento scostante e nervoso: il crimine è sempre un giudice severo con le sue vittime, ma più che altro le vittime del crimine sono sempre in soggezione in presenza del loro carnefice, la legge non ti ripara da nulla, ovvero è tale solo nei rispetti del crimine compiuto; è come la burocrazia, una statistica sociale per evitare guai “sociali” peggiori, una macrotutela a vantaggio della massa indistinta e il singolo se la piglia in quel posto, o magari in qualche modo se la va a cercare, specie se non ha agganci o finanze e/o se ha qualche cosa da nascondere.

Locandina di film

In quel frangente il Cinese aveva adocchiato una vecchia conoscenza, oh ottimo cliente, buon pagatore e adoratore della dea Riservatezza, ma tremendamente compromesso con il perbenismo e ogni volta che lo incontrava, di rado comunque, lo sollazzava parecchio quella faccia stranita e leggermente impaurita che pareva dire «Vade retro dalla mia vita onesta e dal mio divertimento! (Dopo avermi rifornito, però)», e il Cinese arretrava, divertendosi intimamente arretrava, per il bene dei suoi affari. Un fine bastardo. Ed ora, adocchiato l’Attilio, intento a raschiarsi il gargozzo per i richiami della savana, con in mano un bicchiere variopinto e ornato di fronzoli cartacei a scudo mimetico, fra la ressa burbescamente guatava di nascosto il “cliente” come uno spettacolo umano un poco voyeuristico nel mentre che attaccava bottone con qualcuno della cerchia temporanea dell’Attilio imbonita da un tale di abbigliamento appariscente stile sportivo motoristico supportato e incoraggiato da alcuni fan similarmente agghindati.

L’argomento erano le corse clandestine di macchine “truccate”, anche se i tempi “Abarth®” erano trascorsi da parecchio, più che altro velleità hollywoodiane, l’infantile desiderio di imitazione del prodotto cinematografico da realizzarsi in quattro sgommate fra amici e l’illusione di una gioventù bruciata o magari anche solo bruciacchiata, ma più che altro nascostamente un po’ dopata, perché il trucco di quelle macchine assomigliava più che altro al trucco delle donne, belletti esteriori e sotto al cofano quello che passa la casa costruttrice, per fortuna. Però queste commedie motoristiche si svolgevano per davvero, nelle aree industriali in abbandono, alla luce di lampioni tristi e opachi e nel frastuono di impianti stereo dell’ordine del megawatt e lucine multicolori non esattamente a norma di codice ma molto american style e c’erano anche alcuni che sapevano guidare come si deve, anche con quello che passa mamma FIAT®, ma competizione vera non c’era proprio, più che altro una voglia matta di fare casino, questo abbastanza comprensibile in un’età in cui l’eccesso di ormoni deve trovare compensazione, e nelle occasioni mondane ci si vanta di cose “quasi” fatte, di “ci mancava poco che…”, di “ci ho dato di un pelo” e “dovevi vedere” e “MIIIITICO!!!”, ecc., ecc., ecc.

Senza guardarsi in faccia l’Attilio e il Cinese passavano in rassegna tutti quelli della cerchia in cui si trovavano coinvolti cercando riscontri poliziardi, verificando l’autenticità della cretineria, esaminando l’aspetto di ciascuno per rimarcare incongruenze incompatibili con la cretineria ma associabili ad una nascosta ed interessata attenzione inquisitrice, il tutto partecipando vivamente delle baggianate, ridendo e ribattendo incuriositi, rispondendo a tono e divertendosi quasi, fino a ritrovarsi per caso a tiro di voce. Il momento del confronto diretto veniva gestito freddamente, un «Ehi, come va?!»  era già oltre il limite di sicurezza, avrebbe sancito l’inizio o la continuazione di una conoscenza approfondita, oltre a richiamare inevitabilmente l’attenzione dei circostanti. Sembra incredibile come la gente si picchi di scoprire cose che riguardano altri, o a mettere in relazione fatti e conoscenze nelle circostanze più strampalate, o vantare di conoscere qualcuno in presenza di estranei e in occasioni distanti nel tempo anche se lo si è solo incontrato al bar e senza nemmeno averci parlato, vuoi anche per un sola volta; gente che non resiste alla tentazione di dare aria alla lingua per fare sapere di avere frequentato il tale locale il tal giorno alla tale ora in compagnia della tale persona che era vestita nella tale maniera, e che due *****! Rotture di scatole a parte l’Attilio e il Cinese avrebbero superato molti esami pratici (non accademici quindi, ma di reale sopravvivenza) di psicologia senza studiare per nulla, basandosi sul loro intuito naturale raffinato dalla conoscenza diretta dei desideri inconfessabili che emergevano da richieste dei tipi più disparati dietro cui si indovinavano défaillance esistenziali che non avrebbero saputo nominare scientificamente ma che avrebbero saputo per certo rendere economicamente sfruttabili ai loro interessi. La fase saluto si riassumeva quindi in una mera presa visione dell’altro, un’occhiata tanto rapida da non suscitare interesse in alcun rompiscatole, di quelli che conoscono tutti e non capiscono un accidente, quelli tipo «Ti ho visto che mi hai visto!», oppure «Tu m’hai guardato, io t’ho visto che tu m’hai guardato!», oppure «Ma io quello lo conosco!» o ancora, per dimostrare la propria saccenza, «Ah–ah, allora vi conoscete!»; il difficile era aggiornarsi senza farsi intendere da altri

Nell’evolversi della serata i vari assembramenti si espandevano lungo il marciapiede, diradandosi e/o contraendosi lentamente come costellazioni nell’universo, tanto che probabilmente i camerieri del bar avrebbero dovuto usare la bicicletta per raccogliere i bicchieri o fare pulizia all’intorno del locale. Un taparlino dalla voce chioccia, alto non più di un metro e sessanta, scarpe e pettinatura (al gel) comprese, aveva attirato l’attenzione generale per esternare qualcosa di “miiitico!” che gli era capitato la sera innanzi, tutti erano concentrati sulle sue avventure e sulla sua autosportivaconalettone (con burinissimo alettone bianco e blu, vistosamente parcheggiata al molo uno dell’attracco bar [per riuscire ad occupare quel posto doveva essere arrivato lì molto presto]), l’Attilio si accostò casualmente al Walter, che a mezza voce gli disse qualcosa.

– Dovrei parlare con Dio – un tale si voltò sghignazzando ad alta voce per le baggianate che stava sparando il tipo dell’auto-sportiva-con-alettone e guardò entrambi con aria distratta, sia l’Attilio che il Walter, il quale continuò con nonchalance – secondo me si sta inventando tutto, quella macchina lì, così com’è si ribalta in parcheggio – e guardò il curioso ridente che lo ignorò rivolgendo la sua attenzione al centro dell’assembramento.

– Dimmi il nome del problema – suggerì l’Attilio.

Una gran sbaccarata riuscì a coprire la sua risposta.

– Trifarro, facoltà di lettere… è un problema da rimuovere – e nella parola “rimuovere” i loro sguardi si incontrarono come se fossero sincronizzati.

L’Attilio e il Walter si unirono al coro delle risate, sebbene il Walter non fosse in rapporto di amicizia con alcuno dei presenti, qualche cliente escluso, anche dall’amicizia. Il baccano non si placava e l’Attilio ne approfittò per replicargli.

– Ti farò sapere presto.

Restarono lì entrambi, per precauzione; ciascuno di loro stava pensando la stessa cosa, e cioè che se fossero stato colti a parlare e allontanarsi immediatamente chi avesse notato avrebbe immediatamente sospettato qualcosa e tutti e due erano maestri del depistaggio sociale, anche se il Walter aveva una incombenza in corso e una certa fretta di svignarsela.

Il galletto dell’auto-sportiva-con-alettone stava ancora calamitando l’attenzione generale, il baccano aveva attirato altri giovani, anche ragazze; una granatiera dai capelli ondulati affiancò il Cinese affacciandosi verso il centro del piccolo assembramento e agitando senza alcuna ragione apparente un oggetto che aveva in mano; il Walter notò essere un CD, e ad un esame più approfondito un CD di Mina, i cui occhi bistrati dall’espressione greca e severa campeggiavano sulla copertina, forse un bootleg o una masterizzazione personale. La ragazza lo guardò quasi dall’alto in basso, era più alta di lui di almeno un due tre centimetri e il Cinese non era proprio bassino, ebbe la sensazione che questa volesse dirgli o comunicargli qualcosa, teneva in bella vista quel CD e lo sventolava con fare inconsapevole come se ci tenesse a mostrarlo e fare finta di non sapere di essere intenta a mostrarlo. Il Cinese cominciò a sentire il desiderio di abbandonare il posto per i suoi affari ma prima voleva agganciare quella ragazza a qualcosa o qualcuno in modo da poter allontanare dubbi paranoici e foschi presentimenti. L’Attilio si era allontanato per andare al bar, un tipo che non aveva mai visto prima si avvicinò alla ragazza guardandolo di traverso come se fosse parte dell’arredo e poi disse alla stangona:

– Dai vieni che la banda ti aspetta.

La ragazza si voltò sorridendo e si allontanò con questo tizio girandosi una volta a guardare il Walter, sempre con quello stesso sorriso ironico e felice ad un tempo. Aveva un gran desiderio di chiedere all’Attilio se conosceva quella tizia ma quello si era allontanato e se ne stava al bar intento a discorrere con una delle bariste e una coppia di ragazzi.

Porta Tosa


Prossimamente il tredicesimo capitolo

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