Una storia italiana – Romanzo a puntate (23)

romanzo a puntate (23)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


Tutti i diritti sono riservati. È vietata qualsiasi manipolazione e/o alterazione, totale o parziale, dei contenuti di questo testo, ivi inclusa la traduzione in altre lingue senza previa autorizzazione della proprietà letteraria. È vietata la riproduzione a stampa senza previa autorizzazione della proprietà letteraria. È vietato l’utilizzo diverso, totale o parziale dell’opera, da quanto consentito tramite l’acquisizione legale di una copia con autorizzazione scritta della proprietà letteraria all’uso e/o commercializzazione. È vietata la riproduzione totale o parziale del testo di questo scritto in siti web senza l’autorizzazione della proprietà letteraria.



All rights reserved. This book or any portion thereof may not be reproduced or used in any manner whatsoever without the express written permission of the author and selfpublisher as owner of this website as well as of literary rights and copyrights, except for the use of brief quotations in a book review or scholarly journal.


Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXIII°

(23)

Milano

Venerdì, 20 Luglio 2001

La giornata che i tre studenti avevano improvvisata a Genova il Cinese non l’aveva lasciata passare senza che le sue mire sulla ragazza e le tresche connesse e conseguenti continuassero il loro corso con il suo avvallo e la sua supervisione; occorreva ammetterlo, il tipo vedeva in grande e agiva per conseguenza, esondando spesso e volentieri nella megalomania e altrettanto frequentemente nel Codice Penale.

Scoprire dove si era rintanata Mina sarebbe esagerato dire che fu per lui un gioco, perché si dovette impegnare discretamente e dare buon fondo ai suoi agganci di qualunque natura, molto spesso di natura sordida e questo fu uno di quei casi. Nella sua mente, avvezza ad avere a che fare con tossici di ogni tipo e di ogni età, si era immediatamente formata l’opinione che la ragazza avrebbe potuto trovare aiuto solo in ambito underground, per usare un termine desueto ma che rende un po’ l’idea, o comunque under-qualsiasicosa che “lui” avrebbe scovato. Il Cinese conosceva bene gli atteggiamenti umani, specie quelli deviati o devianti, e sapeva come sfruttarli e foraggiarli ma in questo contesto quello che gli serviva stava ancora più in basso nella scala sociale, così in basso che forse nemmeno i servizi informativi della Forza Costituita sapevano penetrarvi a sufficienza per acquisire informazioni adatte a compiere un quadro d’insieme delle soperchierie che tipi come lui mettevano in moto, quel tipo di soperchierie che i bravi cittadini avrebbero orrore solo a sentire nominare, quel mondo subumano in cui egli aveva uno speciale accesso era un mondo fatto di esseri senza riferimenti, senza coscienza, un mondo di gente disponibile a parecchio, anche se non a tutto, un mondo di gente che vive fra sé e solo fra sé, chiuso agli altri esseri umani, che li ignorano e/o se li conoscono non sanno con quale tipo di persone hanno a che fare.

La cosa interessante di queste tipologie esistenziali era che stavano – e stanno – tutte in connessione, in coabitazione, in relazione fra loro, e questo è il mondo dopo tutto, poiché una volta che sei nato non ti puoi più nascondere, in modo tale che sapendo tirare i fili giusti si può ottenere conoscenza di cose, fatti e persone altrimenti irraggiungibili, il tutto dettato in larga parte dal bisogno, p.e. di particolari materie che il Cazzarola trattava all’ingrosso, ma non ultima la mancanza di un interesse vero nella vita, di un desiderio che faccia sorgere il rispetto di se stessi e per conseguenza di quello altrui e non esclusa la chiara imbecillità o la semplice supponenza. Il Cinese aveva modo di giungere in contatto con soggetti di questa risma, non in prima persona ovviamente, ma aveva orecchie ben piazzate un po’ qui e un po’ là e con tutti i favori che aveva elargito e la neve che aveva spalato nel corso della sua esistenza non aveva neanche bisogno di affaticarsi troppo, qualche telefonata alla persona giusta – in gergo perché quando due persone parlano al telefono non è detto che ci siano solo le loro orecchie in ascolto – poteva dare buoni frutti, con un po’ di fortuna.

Rico e Ahmed lo avevano informato della buca che aveva dato Bonbon, e lo avevano altresì informato di avere subodorato qualcosa in un locale dark, dove Rico era entrato a verificare cosa ci fosse andato a fare il loro aggancio in compagnia della sua squinzia, che non lo conosceva e avrebbe perciò potuto farsi vedere da Bonbon senza suscitare sospetti inutili in persone al di fuori della vicenda, o magari solo apparentemente. Bonbon aveva praticamente fatto un salto sulla sedia quando lo aveva visto entrare e continuava a fingere la sua attenzione verso la sua amica mentre la sua testa e i suoi occhi cercavano di tenerlo alla larga dal suo tavolo. Fatica superflua, Rico non avrebbe mai osato interloquire Bonbon in un pubblico locale, pena severe punizioni da parte del Cinese, «”»understatement«”» prima di tutto, o quasi, per cui si era limitato ad ordinare una birra al banco e scolarsela lentamente dandosi un’occhiata intorno nel tentativo di trovare qualcosa che doveva esserci, del legame che doveva necessariamente unire in quel locale Bonbon con quella ragazza che il suo capo desiderava tanto incontrare, ma nulla gli venne in soccorso a dargli sospetti concreti.

Quando uscì dal Sole Nero Ahmed gli chiese come mai era stato via tanto, che poi non era così tanto, giusto il tempo di bersi una birra con calma, gli chiese se aveva trovato qualcosa e Rico disse seccato che non aveva riscontrato nulla, però aveva il sospetto che il loro pollo non gliela raccontasse giusta, anche se non sapeva dire cosa né come, e forse, dopo tutto erano solo sue congetture; occorreva informare il Cinese.

Il Walter apprese la notizia senza emozioni, come sua abitudine l’autocontrollo era uno dei suoi atteggiamenti tipici, non si regge un giro come quello senza una buona dose di sangue freddo; ascoltò quanto Rico e Ahmed avevano da comunicargli, che fu un semplice «Sono Rico. Serata a vuoto. Il pollo è al Sole Nero.», a cui il Walter si limitò a rispondere «Ok, ci vediamo domani», praticamente una telefonata di quindici parole in tutto, escluso il «Pronto» del Cinese che rispondeva alla chiamata.

La calma esteriore con cui aveva appreso la notizia non corrispondeva però al suo stato d’animo interiore, non era il tipo da sopportare uno smacco, specie da qualcuno che riteneva di avere da sempre sotto la sua mano, una donna che aveva creata lui, che aveva introdotta nel suo mondo, cui aveva lasciato percepire un buon pacchetto di cose sulla sua esistenza, vero che la donna non avrebbe mai raccontato nulla sul suo conto senza per conseguenza sputtanare anche se stessa, ma la perdita di controllo su una delle sue creature lo rendeva sempre inquieto, al limite della ferocia. Cominciò a farsi chiara l’idea che Mina era stata messa sull’avviso da qualcosa o da qualcuno e il primo colpevole a questo riguardo l’aveva già individuato: il professore dell’università, quel tipo che era andato a parlare con lui, quel bel soggetto di rapinatore mancato doveva avere messo in guardia la ragazza e il suo gonzo e di certo qualcun altro dei loro amici. Nell’attesa di elaborare un piano di ricerca della sua creatura occorreva mettere a punto un piano secondario, rendere innocuo il professore circa le sue intenzioni.

La violenza era decisamente fuori luogo, troppo rumorosa e poi quel tipo non pareva il soggetto che si spaventa facilmente, sì magari ingenuo al punto di credere di potere intavolare una trattativa con uno come lui da pari a pari – che fesso – ma certamente in grado di tenere testa a molte minacce sentendosi una specie di eroe, non ultima l’ipotesi che il professorino si sarebbe rivolto alla polizia segnalando quanto basta per mettere momentaneamente in crisi il suo business.

L’Attilio poche ore prima gli aveva garantito di interessarsi alla faccenda ma in quel momento cominciò a sentire una certa premura. Poi c’era la vicenda che gli aveva narrato il Sapienza, quindi anche il ganzo di Mina era a conoscenza di qualcosa e forse erano nascosti insieme da qualche parte a coccolarsi a vicenda narrandosi l’un l’altro quanto lui fosse cattivo e malvagio, cosa che certo lei non pensava quando se la spassavano nel monolocale che aveva allora a sua disposizione, quando a volte tiravano righe di coca che parevano segnaletica stradale orizzontale, quando nel letto c’erano altre persone oltre a loro intente a fare le medesime cose in condivisione, quando la portava con sé ad incontrare persone facoltose, perché Mina faceva veramente colpo, da adolescente appariva come una donna matura e al tempo come una gentile ragazzina, e per quanto scafata oltre certi limiti certuni restavano incantati a guardarla e la cosa gli tornava comoda per gli affari, quel tanto di distrazione che gli consentiva di apparire simpatico, gentile, affascinante e un po’ – solo un po’ – trasgressivo; in sua compagnia riusciva ad allontanare dalla sua persona il sospetto di una relazione con la delinquenza, nonostante certuni gli chiedessero palesemente favori e sostanze che avrebbero messo in moto un paio di stazioni di polizia, carabinieri e finanza ciascuna per le rispettive competenze, era il bel mondo dorato; di fuori.

Illiria…

Allontanare un soggetto come il prof. Trifarro non rappresentava un ostacolo insormontabile, la precarietà della sua posizione, nota al Cazzarola già da tempo così come i suoi trascorsi adolescenziali, lo rendeva una pedina facilmente maneggiabile, alla di lui insaputa ovviamente, c’era solo l’imbarazzo della scelta per i potenti da scomodare, che – il Walter ci avrebbe giurato – lo avrebbero fatto anche con un certo piacere, dato che erano notorie certe sue tendenze rinnovatrici e progressiste, certi suoi punti di vista da una prospettiva politica troppo audace e anticonformista, cose queste che marcano indelebilmente una persona nei confronti del potere, che come è risaputo tende a rimanere tale, Potere, appunto.

Sebbene in regime di democrazia sia opportuno agire con molta riservatezza e cautela – e riguardo a questo il Cinese si sentiva praticamente in una botte di ferro – occorreva prospettare la cosa in maniera plausibile al soggetto da manovrare perché se avesse mangiato la foglia avrebbe potuto inscenare la tipica rimostranza del complotto e fare un po’ di casino in facoltà, per quanto le possibilità che le sue rimostranze, nel caso, trovassero audience erano molto scarse, sempre in virtù della citata precarietà e nessuno è più solo di un precario davanti al Potere che non è mai nelle precise mani di qualcuno ma infiltrato nelle pieghe della Società e inestricabilmente avvinghiato agli interessi della stessa, i quali troppo sovente cozzano contro quelli dell’individuo; sempre in regime democratico, si intende.

Le sue conoscenze presso le dirigenze delle università milanesi stavano pressoché a zero ma aveva modo di allungare le sue intenzioni anche dentro quell’ambiente e per interposta persona forse perfino a quell’ora di notte. Sentì che l’appoggio verbale che l’Attilio gli aveva dato poco prima non bastava più per i suoi piani, sapeva che non era conveniente smuovere troppo le consuetudini ma era ugualmente sicuro che l’Attilio era di certo ancora in circolazione per le sue brave nottate e in effetti quando rispose al telefono si udiva un lieve sottofondo di musica. Questo genere di cose non si discutono al telefono e il Walter si limitò a farsi dire dov’era per raggiungerlo e parlarne con lui di persona; gran bella cosa avere favori da scambiare come le figurine.

Già attizzato per il fatto di avere perso una serata di svago dopo le fatiche di una normale giornata di soperchierie per seguire con attenzione il meccanismo che aveva fatto mettere in moto dai suoi scagnozzi dietro una sua ideazione, ora la sua mente funzionava a pieni giri in un turbinio di congetture, pianificazioni, riscontri e confronti, coincidenze e connessioni per fare combaciare l’estromissione di Trifarro con il ritrovamento di Mina, perché su questo punto era certo, l’avrebbe scovata al più tardi entro quel giorno appena iniziato ma molto più probabilmente entro mattina.

Si vestì per uscire, era appena mezzanotte e mezza e la notte era ancora giovane, i peggiori figuri della società escono spesso col buio, quelli che amano perdersi nella notte, dilungarsi in discussioni inutili su argomenti superficiali con conoscenti che credono amici e che li venderanno o li sputtaneranno alla prima occasione, che di solito avviene prima dell’alba, quelli che vanno nei locali costosi e alla moda con i soldi contati per il biglietto perché credono che quello sia il vero mondo e sono meno di una comparsa in un colossal gigantesco e al meglio delle loro possibilità avranno qualche occasione di fare valere la loro esistenza ai danni di qualcun altro, quelli che cercano lo sballo e farebbero meglio a non trovarlo perché è sempre roba da ricchi, i quali possono permettersi l’eventuale disintossicazione in una clinica svizzera al riparo da sguardi indiscreti e chiacchiere inopportune, mentre questi dovranno pietire un centro di rieducazione nel pubblico ludibrio e fare ammenda davanti a telecamere affamate di casi umani, quelli in fuga da qualcosa da cui non possono sfuggire perché è dentro di loro però amano perdersi nel buio e nelle distrazioni per uscire da se stessi, come se fosse possibile, quelli che vogliono farsi, quelli che la vogliono vendere per arrotondare o per sfamarsi, quelli che non lo sanno neanche loro però vogliono stare nella notte perché lo fanno tutti, questo circo di anime in movimento rappresentava per il Cinese il suo teatro di battaglia, il suo campo di lavoro. Poche persone come lui saprebbero mettere capo a qualcosa di così magmatico ed eterogeneo, pochi saprebbero orientarsi nei movimenti della Milano notturna, pochissimi saprebbero trovare dei riferimenti, certo non affidabili ma che cosa è veramente affidabile? L’importante è trovare ciò che si cerca e nella mente del Cazzarola c’erano già sufficientemente chiari i punti di inizio di questa caccia notturna.

Queste iniziative il Walter le attuava in solitudine, gli scagnozzi gli servivano per la manovalanza e la routine ordinaria ma quando c’era da pianificare qualcosa di difficile non voleva nessuno con sé, per non condividere segreti e sentirsi scoperto con qualcuno e per non dover sopportare gli errori di qualcuno “altro” da lui, compartimenti stagni era il suo motto, tutto faceva capo nella sua mente. Trovava piacere a guidare di notte, nelle strade semideserte delle zone più prossime al centro o quelle desolate della periferia, si sentiva sicuro di sé e senza limiti nel suo orizzonte esistenziale, le difficoltà lo eccitavano. L’Attilio lo stava aspettando fuori dal locale da cui aveva risposto alla sua chiamata e appena vide la sua macchina gli si fece incontro a piedi, da solo. Il Walter era certo che là dentro aveva compagnia con cui spassarsela e questa riservatezza che gli dedicava ogni volta che lo incontrava per eccezionali ragioni di interesse comune glielo faceva apprezzare sempre di più, mai mettere in mezzo sconosciuti e se possibile nemmeno conoscenti, una regola tacita che l’Attilio aveva appreso senza che nessuno gliela avesse detta. Il Walter rallentò e accostò al marciapiede, Attilio salì in macchina.

– Qualcosa di urgente presumo, non capita spesso che ci contattiamo a quest’ora per affari.

– Sai bene che non è mai conveniente smuovere troppo le abitudini, si potrebbe essere notati, però quel problema di cui ti ho parlato questa sera… dovresti aiutarmi a risolverlo entro domani, possibilmente entro domani mattina.

BUSINESS

– Precisami i dettagli.

– Quel tizio, quel Trifarro… sta ostacolando una mia iniziativa, come ti ho detto è un professore universitario e…

– Poteri grossi, non so se ho i calibri giusti sotto mano…

– Beh… direi che è abbordabile, non è ancora un vero professore universitario, è un precario che insegna alla facoltà di lettere e filosofia, alla Statale, non dovrebbe essere troppo intrigante smuoverlo dal suo posto, anche in maniera non definitiva, mi basta che si allontani da Milano per una distanza sufficiente a fare in modo che non sia troppo tra i piedi. Hai qualche aggancio che possa fare al caso?

– È possibile…

Buon inizio, pensò il Cinese, perché in questo ambiente nessuno dà mai nulla per scontato, il possibilismo non è solo una tattica è realismo, a differenza dell’ambiente del crimine propriamente detto dove spesso il dilettantismo tende a strafare nella certezza di qualcosa che non è nel potere di nessuno. L’Attilio fece una pausa in cui il Walter non frappose alcun commento, già si aspettava la continuazione.

– …e … per quella storia di quella proprietà da acquisire…

– È a buon punto… tieni pronto il tuo cliente.

– Com’è che si chiama già, questo quasi professore precario?

– Trifarro, Fosco Trifarro. Insegna alla facoltà di lettere e filosofia, in Via Festa del Perdono…

– Lo so dov’è la facoltà di filosofia della Statale, domattina mi metto in azione… ehi, per questa storia mi toccherà alzarmi prima domani, non che tu mi abbia rovinato la serata ma questa fretta…

Il Cinese lo interruppe.

– Quando ti serve qualcosa – e qui il Cinese fece una pausa che accoppiava l’imprecisato e non detto “qualunque” al qualcosa in una coppia di pronomi indefiniti che fra «intenditori» definiscono – puoi sempre chiamarmi. Divertiti e vedi di non fare tardi domani mattina, conto sul tuo supporto.

– Ci si vede.

L’Attilio scese dalla macchina e si diresse verso l’entrata del locale scomparendo nella calda luce di un ingresso che pur non promettendo sollazzi iperbolici lasciava intendere un interno raffinato per serate semi-romantiche.

Il Walter mise in moto e ripartì senza avere bene in mente dove dovesse dirigersi come primo obiettivo, la vicenda Trifarro pareva sulla via della risoluzione, ora bisognava scovare Mina e bisognava farlo adesso che la pista era ancora calda. Quasi certamente si era incontrata con i suoi colleghi da qualche parte, perché Rico e Ahmed non avevano segnalato la presenza di Germano a quella festa. Ovvio, il professorino li aveva informati e allertati, e questo era un fatto ma in una metropoli come Milano era ancora un fatto poco significativo. Cercò nei suoi ricordi dei bei tempi con Mina qualche cosa che potesse fornirgli un suggerimento, un indizio, una conoscenza comune. Un sacco di cose gli tornavano a galla nella memoria ma nulla che gli fosse utile per la sua ricerca immediata. Certamente non era a casa sua, non era il tipo che si va a rintanare dai genitori. Nonostante questi l’avessero tratta dalle sue grinfie la ragazza aveva mantenuto quell’istinto di ribellione che gli faceva evitare le troppo strette confidenze parentali, sicuramente era grata ai suoi per averla tratta dalla sua influenza ma in qualche maniera la sua ricerca di autonomia si riagganciava con i trascorsi che avevano avuto insieme, non si sarebbe liberata facilmente di lui.

Esclusi i locali assiduamente frequentati dagli studenti, dove non sarebbe andata, sempre in conseguenza dei consigli del professorino, restava una larghissima schiera di posti. Si sovvenne di un’amica di lei, una tale Guendalina, che una volta avevano accompagnato a casa insieme e questa pareva essere molto intima con Mina, pensò di fare un giro da quelle parti, giusto per vedere se notava la sua macchina o qualcos’altro di anomalo, ma si ricordò che la tipa abitava in una parte della città che avrebbe richiesto un largo giro e un allontanamento da certi locali che intendeva verificare in questa sua perlustrazione notturna e poi magari non abitava più lì. La telefonata di Rico gli risuonò nella testa: «L’abbiamo lasciato al Sole Nero». Conosceva questo locale solo di nome, troppo di basso rango per ciò che riteneva il minimo adatto al suo livello ma nella media degli spostamenti in una grande città non era troppo distante. Se Rico e Ahmed ci erano andati forse c’era modo di verificare qualche coincidenza che loro non avevano notato. Non aveva idea di cosa ci fosse andato a fare Bonbon ma qualche legame poteva esserci, magari anche casuale. Gli studenti tendono a ritrovarsi più o meno negli stessi posti e se derogano da qualcuno di questi lo fanno in compagnia e c’è sempre qualcuno di loro che li imita se il posto vale la pena.

Nei pressi del Sole Nero regnava una calma totale, solo un brusio musicale fuoriusciva smorzato dall’ingresso illuminato dalle insegne al neon delle varie marche di birra, il locale era ancora aperto, di sicuro poca gente all’interno. Lasciò la macchina da qualche parte nelle vicinanze e si avviò all’entrata. Quelle scenografie da film hollywoodiano lo disgustavano abbastanza, gettò un’occhiata ai vari Dracula immortalati nell’ingresso e sbirciò oltre la vetrata della porta che separava quella specie di foyer dal locale vero e proprio, qualche coppia seduta ai tavoli e un gruppetto di trentenni vestiti di nero che facevano combriccola per conto loro, al banco parevano essere intenti alla chiusura del locale, pulizie, rassettamenti, riordino di bicchieri, ecc.

Quando entrò nessuno degli avventori si voltò a guardarlo, d’altronde la musica era a volume discretamente alto e nessun rumore oltre a quella avrebbe potuto distrarre la loro attenzione, l’unica che si voltò fu una delle cameriere, in corsetto nero con un vistoso trucco che lo fissò negli occhi da lontano appena entrato. Si avvicinò al banco e chiese a quella tipa se aveva visto una ragazza che stava cercando da una mezz’ora almeno e che gli aveva dato appuntamento in quel posto e gli diede una sommaria descrizione di Guendalina, per quello che ne poteva ricordare dall’ultima volta che l’aveva vista, puntando molto sulla descrizione della loquacità, che, nel caso si fosse fatta vedere in quei paraggi avrebbe sicuramente lasciato traccia nelle memorie dei presenti. La tipa ci pensò un po’ su poi parve inalberare un’espressione che lasciava intendere un “No” quando uno dei suoi colleghi che stava giusto di fianco a lei intervenne garrulo a segnalare che la descrizione che aveva dato poteva assomigliare a una ragazza che era stata lì fino a circa un’ora prima o poco più e che era in compagnia di altre persone, mi pare quattro ragazzi e un’altra ragazza, «Molto bella!», ci tenne a precisare. Il Cinese smorzò un sorriso interiore mantenendo la sua tipica faccia di bronzo. La cameriera guardò seria il suo collega, quasi con astio, al Cazzarola parve di percepire, ma non ne capì il motivo. Per giustificare la sua presenza e darsi un’aria di dabbenaggine assunse un’espressione da coglione stanco e ordinò una birra dicendo con una faccia rassegnata:

– Serata a vuoto stasera.

Si sedette a sorseggiare la sua birra guardandosi intorno come se fosse arrivato in città direttamente dalla campagna. Mina era stata lì, ora bastava agganciare Guendalina alle sue frequentazioni e qualcosa sarebbe saltato fuori, compito non di facile attuazione all’una di notte ma le risorse non gli mancavano e in un caso del genere era disposto anche a tirare giù dal letto qualcuno. Rico e Ahmed non avrebbero potuto andare oltre, conoscevano Mina ma non Guendalina, gli avevano comunque fornito una traccia sufficiente. Mantenendo il suo aspetto da pirla per gli astanti si congratulò intimamente con sé stesso, stava sulla pista giusta. La cameriera che aveva inquisito venne da presso a pulire il banco del bar senza degnarlo di uno sguardo, lui la osservò senza farsi notare e notò nei particolari quel trucco così appariscente tutto sul nero; quelle tipe così decise in una visione tutta particolare della vita lo mettevano un po’ a disagio, non aveva mai frequentato gente del genere, tipo punk, goth, heavy metal, tutti quegli atteggiamenti lo ripugnavano. La ragazza stava pulendo il lavello con del detersivo liquido per inox di colore bianco e ne versò due righe vicine e parallele sulla superficie lucida dell’acciaio guardandolo di sottecchi negli occhi prima di strofinarle con una spugna e pulire ben bene l’acquaio del bancone. Il Walter la osservava senza vederla tutto intento a congetturare la continuazione del suo pedinamento notturno, si fece una rassegna mentale delle persone che potevano essere in relazione con Guendalina per ottenere aggiornamenti sulle sue frequentazioni attuali, perché era convinto che se si era rintanata da qualche parte lo aveva fatto con l’aiuto della sua vecchia amica del liceo, le donne si sa, fanno sorellanza.

due righe

Si sorprese a ricordare certi dettagli salaci sulle abitudini giovanili dell’amica di Mina, di cui non aveva testimonianze dirette ma solo dei “si dice”, che nel suo ambiente valgono quasi quanto una deroga notarile, nel suo ambiente il “si dice”, che di solito non è proprio così infantile ma molto più trasversale e obliquo alle interpretazioni, è un metodo di intendersi fra compari; beh, stando a questi “si dice” della recente adolescenza di Guendalina la tipa non sarebbe stata troppo lontana dagli atteggiamenti che Mina teneva con lui, arrivando un po’ oltre e sfiorando il peripato senza conoscerlo tanto a fondo q.b. per restarvi invischiata a vita. Una tipa dalle larghe frequentazioni insomma, cosa che rendeva facile e difficile allo stesso tempo il reperimento di appigli sulla sua vita recente, c’era sicuramente un sacco di gente che poteva averla incontrata negli ultimi tempi e fare una cernita sensata e a colpo sicuro era un impegno non da poco.

Pensò di contattare qualche pappone stanziale ma di recente questa era diventata un’attività per extracomunitari, quasi in esclusiva, nessuno dei locali si adattava più a fare questo genere di attività, però qualche nostalgico resisteva ancora e normalmente questi avevano una conoscenza dei luoghi e delle persone che rasentava l’ampiezza degli archivi della polizia, la concorrenza va battuta in anticipo con la controinformazione, che serve tra l’altro all’allargamento del giro di affari. Forse Guendalina non si era allontanata troppo dalle sue abitudini, pur restando in un ambito borghese, magari qualche rimpatriata con gli amici dei vecchi tempi ogni tanto se la faceva, perché quella gli aveva dato la sensazione di essere una che non si pente di nulla, un tipo tosto, a modo suo, restando attenta a non fare il passo oltre il limite del non ritorno. «Sì», meditò fra sé, «Una capatina nel posto giusto può valerne la pena». Pagò la birra ed uscì dal locale. La cameriera se ne era andata a fare altre cose nella sala, il barista, garrulo quanto il collega cameriere, gli augurò un gotico e caloroso “buona nottata”.


Detestava entrare in quei bar di quartiere o di periferia con i neon, il bigliardo, i tavolini del tressette, e la Gazzetta dello Sport tutta sgualcita e le pagine spaiate, ma era un sacrificio da affrontare quella notte, i pappa non vanno nei locali di rango. Il posto era uno di quelli aperti tutta la notte, che non si capisce perché lo facciano, dato che dopo mezzanotte o l’una non c’è più nessuno e capita solo qualche nottambulo di passaggio, però il Cinese era informato a sufficienza per capire che dietro a certe attività lecite, che apparentemente sembrano sopravvivere o lavorare in perdita, si cela spesso un ritorno illecito sotto qualunque aspetto possa tornare comodo o propizio al gestore e questo era uno di quei casi, in certe occasioni ne aveva tratto profitto pure lui, senza scomodare il padrone si intende, solo così di passaggio per le sue trattative e i suoi affari, quel genere di posti dove se ti sai presentare non ti fanno troppe domande nel caso ti serva qualcosa di extra, un divertimento particolare, una puntatina a qualche tavolo sul retro, tanto improvvisato da scomparire in un amen nel caso di un avventore sospetto, dove se ti serve urgentemente del denaro lo trovi praticamente subito e in contanti, il problema è restituirlo alle loro condizioni; insomma, il Walter stava andando in parenti. Del barista conosceva solo il soprannome tanto che dubitava che lo avessero mai battezzato o che fosse mai stato bambino, il tipo era rustico ma sveglio, perché se non sei così non duri a fare quella vita, taciturno quanto basta per farti capire che sta zitto solo per non esprimere a parole che è meglio che con lui non sgarri, il tipo che quando ti serve qualcosa è come se ti chiedesse «Ma sei proprio sicuro di volerlo?».

Parcheggiò la macchina poco distante dalla vetrina illuminata di quella luce vagamente verdina dei neon, dalla vetrina si vedeva tutto l’interno ma non era una casa di vetro, parecchie opacità si nascondevano là dentro, anche se non c’era nessuno come in quel momento. Anzi no, qualcuno c’era, oltre al barista, Ginone, che sapeva non essere l’accrescitivo del suo nome di battesimo ma per lui bastava, mica stavano all’anagrafe. Di fronte al bancone, svaccato su una sedia con un braccio sul tavolo e l’altro gesticolante a tenere viva una conversazione col Ginone intento a mettere a posto tazzine da caffè sulla macchina dell’espresso perché stiano in caldo, c’era il Vasco, un quarantenne taurino dall’aspetto bonario che non era mai il caso di stuzzicare troppo perché la sua bonomia lasciava spesso il posto ad espressioni sanguigne e minacce meneghine che riuscivano capite anche ai forestieri, ed era altresì in grado di attuarle. Pure del Vasco sapeva solo che lo chiamavano il Vasco, che poteva anche essere il suo nome ma a lui non gliene fregava punto e lo aveva conosciuto qualche anno addietro per uno scambio di prestazioni professionali, sulle quali non è il caso di dilungarsi, lasciandogli un buon ricordo (?), sì insomma, nel senso che entrambi erano rimasti soddisfatti della collaborazione e avevano mantenuto qualche raro occasionale contatto di lavoro, se così si può definire.

Al Vasco piacevano i giovani rampanti e il Walter, che lui chiamava confidenzialmente Bel Fiùlin; sebbene sapesse che si chiamava Walter, fingendo di non essere a conoscenza del fatto che i suoi stretti lo chiamavano il Cinese perché meno si dice e meglio è ma forse il Vasco sapeva di più, anche se non si nasce imparati a quarant’anni si sa già abbastanza del proprio mestiere e si continua a farlo perché si ignora di saperlo. Il Walter accettava queste confidenze, un po’ a denti stretti forse ma senza fare troppo lo schizzinoso perché la puzza sotto al naso non ti fa una buona pubblicità in certi ambienti e sorrideva sempre a questo modo particolare che aveva il Vasco di rivolgersi a lui. Il Vasco si accorse che qualcuno era entrato e disse secco:

– Ohi, Bel Fiùlin…

Il Cinese sorrise e fece un gesto di saluto verso il barista che rispose alzando il mento con una certa noia in un saluto che non andava oltre il cenno di averlo notato, poi senza parlare fece un gesto al Vasco per richiamarlo fuori, Ginone aveva voltato le spalle, un gesto tipico, del genere «Qualunque cosa succeda non è affar mio». Vasco si alzò dalla scranna lentamente e apparentemente con fatica e seguì il Walter fuori dal bar, in strada nessuno in giro, nella luce gialla dei lampioni camminarono per una decina di metri in silenzio senza una direzione precisa, poi il Vasco disse:

– Tutto bene?

– Tutto bene – rispose il Walter.

Lampioni gialli

Si fermarono entrambi, il Vasco lo guardava aspettandosi una domanda, perché era ovvio che il Bel fiùlin non era arrivato fin lì per farsi una gita e questi lo guardò sorridendo chiedendogli:

– Tu hai mai avuto a che fare con una certa Guendalina? Una che forse chiamano Guenda, sul soprannome sto tirando a indovinare, una che certo non fa la vita ma deve avere trafficato nel ramo, una chiacchierona, carina ma logorroica…

– Logoché?

– Sì, una che parla troppo, che non sta mai zitta, che ha tendenza a combinare piccoli casini, piccoli intrallazzi di cui spesso non viene a capo…

– Fammi pensare, quanti anni ha?

– Dovrebbe essere sui ventitré o giù di lì…

– Roba ancora molto ricercata – e rise fra sé pensando ad una risposta.

Il Cinese si guardò in giro, il posto non era dei migliori, palazzoni di periferia e lampioni gialli. Il Vasco lo guardò in faccia, sapeva che ad una richiesta non si risponde con una domanda, non con uno con cui si è già lavorato.

– Sai – disse il Vasco – oggi come oggi ce n’è pochi del posto che fanno questa attività, ormai è tutto in mano agli stranieri, però c’è una tizia che ho visto in compagnia del Giangi e di cui lui mi ha detto che non è riuscita a tirarla dentro e che gli sta guastando una delle sue, una certa Fernanda… anche quella una locale ma ormai fuori dal giro, sembra che si sia fatta convincere dai servizi sociali di non so dove…

– Dove sta ‘sta Fernanda? – irruppe il Cinese, lasciandosi forse un po’ troppo andare.

– Aspetta che faccio una telefonata – e si allontanò dandogli le spalle mentre si frugava in tasca a cercare il telefonino.

Il Cinese fremeva dentro di sé, sentiva di essere sulla strada giusta, avrebbe voluto avere davanti a sé questo Giangi per fargli domande in prima persona ma avrebbe derogato da una delle sue regole, mai esporsi troppo. Si manteneva calmo e distaccato e si impose di non esprimersi con richieste irruenti come aveva fatto adesso, la frenesia ti frega sempre e ti scopre davanti agli altri. Il Vasco parlava meneghino nel suo telefono, a bassa voce, non si capiva nulla nonostante il silenzio dell’ora notturna, poi si voltò e disse:

– Sembra proprio che l’amica di questa Fernanda si chiami Guenda, ci vuoi parlare te?

Il Cinese prese il telefono del Vasco e senza preamboli disse:

– Dovrei rintracciare questa Guenda, dov’è che sta questa Fernanda?

Una voce rauca in un palese accento dialettale del nord rispose:

– Quella ***** s’è rifugiata dai servizi sociali di Monza, ma so dov’è e potrei raggiungerla adesso o anche telefonargli ma voglio fare le cose per bene perché quella deve tornare a lavorare per me…

– La persona che ti ha chiamato mi conosce bene e può garantirti che ti posso rendere il favore, dovresti chiamarla adesso e riuscire a farti dire se con lei in questo momento c’è un’altra ragazza, che dovrebbe chiamarsi forse Guenda, magari in compagnia di un’altra tipa, una gran ******, il tipo super-**** – il Cazzarola non amava usare il turpiloquio ma con certi soggetti fa molto folclore e comunella –, ti passo di nuovo il Vasco, magari ti chiarisce qualcosa – e ripassò il telefono al pappone taurino.

Il Vasco ridette le spalle al Cinese e riprese a mormorare meneghino nel suo telefono portatile, una breve conversazione, poi voltandosi chiuse la chiamata e disse:

– La chiama lui, dice che in un modo o nell’altro la mette in trappola però questa cosa va resa, al Giangi gli devo rispetto.

– Ci siamo mai ciulati a vicenda?

– No – rise il Vasco

Passeggiarono su e giù per qualche minuto, gli argomenti in comune erano carenti, fra gente di quella risma non esistono i “ti ricordi” perché potrebbe ricordarseli anche la polizia, il campionato di calcio in luglio è in vacanza da un paio di mesi, così scambiarono qualche battuta sul Tour de France, in maniera goliardica senza troppa convinzione perché a nessuno dei due fregava gran ché, il Cinese meditava che avrebbe dovuto lasciare un aggancio per mettersi in pari con questo Giangi e con il Vasco pure e gli lasciò il numero di telefono di un suo galoppino dicendogli di farsi vivo quando lo avesse ritenuto opportuno. Il Vasco sorrise e annotò il numero su un pezzo di carta invece che nella rubrica del telefonino. Piccole manie di qualcuno che tende a lasciare deviazioni, mai troppe informazioni in un posto solo. Poi il telefono che il Vasco aveva in mano trillò, piano piano, suoneria al minimo, appena udibile e rispose sottovoce. Poi voltandosi con il telefono in mano, da cui si capiva che la comunicazione era ancora aperta, disse al Cinese:

– Questa Guenda non c’è lì, però c’è una tipa che sta Fernanda dice che è proprio una bella tösa e sembra che stia scappando da qualcuno, anche se non ha voluto dire come si chiama.

– Fatti dare l’indirizzo – suggerì a mezza voce il Cinese.

Il Vasco tirò fuori di nuovo il taccuino su cui aveva segnato quel numero e appoggiandosi su una macchina parcheggiata scrisse qualcosa e poi passò il foglietto al Walter, che gongolava intimamente. Il Vasco aggiunse:

– Sembra che sia un appartamento dei servizi sociali di Monza.

– Quando chiami quel numero che ti ho dato chiama anche per conto di questo Giangi – e sorrise al Vasco frugandosi nelle tasche.

– Ma cosa hanno fatto ‘ste due?

– Nulla di pericoloso, tranquillo – lo rassicurò il Walter.

Poi il Cinese allungò un quintetto di Caravaggi al Vasco, che stava ancora trafficando col telefono, dicendogli:

– Ti offendi se ti offro da bere?

«Un» Caravaggio

– Il denaro non mi offende mai – sorrise il Vasco.

– Sei stato di grande aiuto – sorrise di ricambio, e si avviò verso la sua Golf GTI® scomparendo felicemente da quei paraggi popolani.

Scovare Mina e scacciare il professorino erano state cose forse non facilissime da mettere in moto o perseguire ma attuabili da qualcuno come lui fornito di conoscenze e iniziativa, ora veniva il difficile: tirare fuori Mina da quel posto senza fare ricorso a mezzi rumorosi; inoltre a Monza, che è quasi un’estensione di Milano benché faccia comune per conto suo, non si sentiva coperto come nei quartieri della metropoli e non aveva agganci diretti, punti di riferimento e poi non conosceva il posto dove si era andata a ficcare quella ragazza. Aveva l’indirizzo, il Vasco gli aveva detto che era un appartamento dei servizi sociali di Monza ma questo dettaglio gli faceva sospettare un andirivieni di personale comunale e gente in uniforme, tipo ghisa o caramba, non riusciva a prospettarsi una visione del posto e delle persone in maniera sufficiente a decidere per un’azione seduta stante, in primo luogo per non fare casino e in secondo luogo per non spaventare la ragazza, che gli serviva domata e tranquilla, quasi come se avesse deciso in maniera autonoma di darsi nuovamente a lui.

L’Attilio lo aveva già scomodato e non poteva rompergli l’anima di nuovo, sennò gli avrebbe chiesto se lo aveva scambiato per il suo maggiordomo, la ripetitività mette in cattiva luce, gli affari devono fluire con apparente naturalezza, muovendo le pedine giuste senza che queste si sentano tirate in ballo o troppo invischiate in altrui vicende. Un’idea vaga ce l’aveva ma questa coinvolgeva una persona molto importante che osando parecchio avrebbe anche potuto disturbare personalmente, col rischio di ottenere l’effetto contrario a quello desiderato, perché, sebbene questo tipo fosse nella sua lista di clienti di favori le sue prestazioni gli pervenivano filtrate da uno schermo di ossequioso rispetto e deferenza, a certi livelli non si “trasgredisce”, lo si fa ugualmente ma in maniera più ipocrita, perché più cresce l’importanza della persona più decresce la vergogna per l’errore, a certi livelli non si sniffa la bamba, non si scopa di nascosto, queste cose si fanno ugualmente ma non si nominano, è come se qualcuno portasse loro un cesto di ciliegie e questi se le pappano disinvoltamente, nella maniera più naturale, quasi annoiati. Non è più lo sballo dei cazzoni, non è la depravazione, che a quel livello praticamente non esiste, nessuno l’ha mai vista, nessuno può dire nulla, tutto diventa come l’ambrosia degli dei, o un sacrificio dovuto; gli dei non ringraziano nemmeno.

Più ci pensava e più si convinceva che avrebbe dovuto giungere al livello superiore dei suoi contatti, quello che lui stesso non aveva mai avvicinato di persona, oh certo lui sapeva nomi e cognomi, indirizzi, amici e tutto il resto per via delle attenzioni particolari di cui gli perveniva richiesta ma quel tipo di conoscenze bisogna fare come se non esistesse. Ora però, dal suo punto di vista era giunto il momento di un ritorno di favori e alle due e mezza del mattino la cosa non era proprio di immediata attuazione e se si fosse rivolto ai tramiti soliti questi avrebbero subodorato qualcosa di losco e lo avrebbero messo nella lista nera, avrebbe perso una bella fetta dei suoi intrallazzi, quelli che rendono attuabili le coperture e certi canali di contatto per agevolazioni non esattamente legali, lo avrebbero trasformato direttamente in un delinquentello di periferia.

Non si perse d’animo, la classe non gli mancava, l’esperienza nemmeno. Cercò di immaginarsi che cosa potesse essere intento a fare questo influente personaggio a quell’ora antelucana di un venerdì mattina e l’unico suggerimento che si produsse fu di immaginarselo nel suo bell’appartamento del centro con la famigliola riunita in casa e la mogliettina che dorme al suo fianco e lui a ronfare beato per riposarsi degli eccessi di cui nessuno dei suoi famigli avrebbe mai subodorato alcunché. Nel suo fantasticare si ricordò che una volta lo aveva incontrato di persona e si erano salutati con freddi sorrisi e stretta di mano quasi fossero stati nel foyer della Scala ad spettare l’inizio di un secondo atto qualunque quando invece erano nell’appartamento di una che gestiva un giro di accompagnatrici di rango, che lui per sé definiva etere in affari, quel tipo di donne con cui puoi intavolare una conversazione sull’idealismo soggettivo e continuare la chiacchierata svestiti e comodamente distesi a congiungere i genitali, previa consegna di un congruo contributo alla causa della tenutaria.

Quante di queste scene affollavano il suo cervello? Tante, ma forse non troppo disturbanti, perché da quella roba traeva gli spunti per le sue azioni, su quelle macerie esistenziali costruiva il suo futuro, la sua scalata sociale, oh, non che mirasse a posti in vista, nulla a che fare con «il» Potere, come gli pareva che ne avesse l’intenzione l’Attilio, no, a lui bastava la perpetuazione del suo status con incremento continuo di pecunia, quel palcoscenico di cui teneva traccia mnemonica e che sfruttava a suo vantaggio era per lui uno spettacolo e una fonte di guadagno, il suo potere era del più infido, si muoveva dietro le quinte di tutto ciò come un regista quando lo credevano un operaio, il suo in fondo, era il vero potere, dare alla gente ciò che vuole e che nessun altro può dargli. Però tutto questo aveva un limite, il potere, quello vero, non si fa turlupinare, qui doveva giocare una mano difficile, ColuiIlQuale non si tira per la manica, non osava nemmeno parlare di costui, nessuno lo nominava mai nel suo giro, principalmente perché non molti ne erano a conoscenza, e per sé aveva forgiato questo pronome artefatto che indicava un piedistallo su cui è posato qualcosa o qualcuno che non deve essere violato ma che sa perfettamente, e qui interveniva la parte migliore del Cinese, la parte da cui proviene il divertimento extra, il Cinese sapeva distinguere gli uomini dai bamboccioni e trarne gli opportuni profitti.

Per intanto un’iniziativa andava presa, c’erano tutte le premesse e gli indizi per la presenza di Mina in quell’appartamento monzese ma gli scrupoli andavano soddisfatti e occorreva verificare. Scartati Rico e Ahmed, poiché qui i tagliatori di teste erano fuori luogo e avrebbero messo in allarme i residenti, pensò di spedire sul posto Urfeo, che conosceva Mina di vista e non faceva mai storie. Pensò che a quell’ora lo avrebbe tirato giù dal letto invece la voce di Urfeo emergeva da un sottofondo di posate sbatacchiate, chiacchiericcio rumoroso, risate e musica, probabilmente una festa; Rico e Ahmed lo avevano sganciato dall’appostamento quando Bonbon se n’era uscito da solo senza avere dato l’informazione richiesta.

– Ti secca andare fino a Monza? – gli aveva chiesto il Cinese.

– Insomma – aveva risposto mogio l’Urfeo.

Nella breve pausa che seguì il Walter si frugò in tasca a recuperare il biglietto con l’indirizzo e glielo dettò vietandogli di scriverselo ma quello rispose che se lo sarebbe ricordato senza problemi e aggiunse:

– Cosa dovrei fare in ‘sto posto?

– In un appartamento a quell’indirizzo ci dovrebbe essere quella bonarda della Mina, devi solo verificare che ci sia e poi farmi sapere, nient’altro.

– D’accordo.

Il cinese chiuse la conversazione con un minimo di preoccupazione, un nome e un indirizzo gettati nel regno del Grande Orecchio non erano una buona cosa ma si tranquillizzò convincendosi che intorno a ciò non c’era alcun sospetto plausibile, nessun traffico di alcunché.

Si diresse a casa, quella bella del centro, per riposarsi. Quel mattino l’Attilio non sarebbe stato il solo ad alzarsi presto, c’erano un sacco di cose da pianificare e persone da contattare, si convinse che l’aggancio politico per un’azione in un ambiente pubblico come un locale a disposizione di un municipio era l’opzione migliore, quella gente non avrebbe sospettato nulla se Mina l’avesse tirata fuori uno dell’amministrazione, a insaputa dello stesso.

Prossimamente il ventiquattresimo capitolo

Rispondi