romanzo a puntate (11)

Copyright © Eric Bandini 2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.

Una storia italiana
Capitolo XI°
(11)
Milano
Giovedì, 19 Luglio 2001
Bruna occupava una porzione di appartamento in un locale da demolire, con corrente elettrica abusiva e acqua corrente in un luogo accessibile pressoché da chiunque all’interno dello stabile o comunque con poco sforzo, e per chi lo avesse voluto anche dall’esterno, non esistendo nello stabile una vera e propria separazione con la cittadinanza tutta, posta a definire una riservatezza esistenziale. Il fatto curioso era che nessuno si preoccupava del fatto che l’impianto elettrico, obsoleto quanto l’immobile, fosse regolarmente servito da energia elettrica, vale a dire locali illuminati di notte, apparecchi ed elettrodomestici in funzione di giorno e di notte pure; quando talvolta arrivavano i ghisa a fare controlli o a minacciare uno sgombero da parte della municipalità questi parevano non fare caso alla questione, o forse non ci pensavano proprio a connettere il cartello di inagibilità all’ingresso con le funzionalità dell’edificio in pieno fulgore nonostante la labenza del medesimo, così nessuno si preoccupava più di tanto e le minacce erano diventate una commedia consenziente da entrambe le parti, poco ci mancava che gli occupanti chiedessero una fornitura di gas metano al posto delle bombole di gpl regolarmente usate per riscaldarsi o per cucinare.
Una volta erano stati sgomberati, sfrattati, privati di ogni cosa personale avessero accumulato là dentro e scaraventati in strada dai ghisa, carte bollate alla mano, supportati da un nugolo di forze dell’ordine di vario tipo in tenuta antisommossa. Protestarono in strada per una mattina, poi si dispersero dandosi appuntamento per la sera stessa, quando ripresero possesso dello stabile rompendo i sigilli (un striscia di plastica bianca e rossa e un foglio dentro ad una busta di plastica con i timbri e le firme del folclore burocratico ove si leggevano le minacce per i trasgressori) apposti sugli ingressi sgangherati, recuperarono quello che poterono e un paio di giorni dopo era tutto come prima, la forza non aveva neanche staccato la corrente elettrica abusiva. Non era esattamente una comune, ciascuno faceva repubblica a sé, tuttavia sussisteva un consorzio di sostegno reciproco alla tutela della vita privata di tutti gli squatter del condomino, nel periodo estivo davvero poco numerosi, generosamente sostenuto dalla ritrosia del vicinato ad avere a che fare con degli abusivi. La maggior parte degli ambienti erano fatiscenti e privi di serramenti e infissi, quelli usati erano stati rabberciati con porte e finestre di recupero, scompagnate fra di loro ma utili allo scopo; la fantasia e una certa dose di buona volontà avevano provveduto al resto: arredi, illuminazione, un bagno forse non decente ma comunque utilizzabile, un luogo chiamato cucina privo di topi e scarafaggi ma provvisto di molto di tutto il resto e a seguire tutte le stanze e i locali annessi adattati da ciascuno secondo le possibilità e la convenienza, senza privarsi dell’inventiva.

Bruna era Bruna di nome e di fatto, ma attualmente era viola a causa di un rigurgito di nostalgia punk di cui si era pentita perché non trovava più come un tempo persone con cui condividere gusti e tendenze, molto di questo dovuto anche ai suoi trentotto anni quasi suonati, e si sentiva non esattamente emarginata ma qualcosa come fuori asse, fuori da ogni “giro”, lontana dal movimento. Qualsiasi cosa gli passasse a tiro che potesse assomigliare ad un’occasione per rimettersi in gioco, in senso figurato si intende perché era consapevole ad un livello minimo dei suoi quasi quaranta, per connettersi di nuovo con il mondo in quella sensazione di “partecipazione” che aveva provato nei suoi anni migliori cercava di non farsela sfuggire. Bonbon, con la sua ingenuità e con i suoi ventiquattro anni era piovuto nella sua vita come una specie di salvagente a trarla da una inesorabile decadenza nella quasi vecchiaia. Sebbene non la entusiasmasse come uomo, viste le sue fattezze non proprio apollinee congiunte con un carattere sempre di sghimbescio come a presentare perennemente una spalla a difesa preventiva e un’astuzia in perenne attesa del permesso di essere astuta, ebbene fatta tutta questa tara Bonbon aveva al cospetto di Bruna una qualità essenziale: era sempre in grado di condurla in qualche festa, in qualche posto interessante, con della gente giovane e tutto ciò la faceva sentire “come un tempo”, punk a parte, e non le faceva mai pesare la differenza di età, dettaglio non trascurabile nell’economia esistenziale di una donna, né le aveva mai fatto pesare la sua condizione sociale di squatter, ma a questo riguardo occorre dire che Bruna guardava la cosa dal punto di vista della ribellione e ci si trovava quasi a suo agio, benché l’avanzare dell’età cominciasse già a richiedere un comfort più consono ad un fisico maturo e non ultima cosa in quel ruolo di emarginata ci marciava parecchio, le dava una buona mano ad addentrarsi in certi ambienti, a conquistare fiducie, amicizie, conoscenze, approfondire interessi, insomma, Bruna ci sapeva fare molto e sapeva trarre il suo profitto.
Non di rado Bonbon capitava alla dimora della Bruna, dove nonostante la quasi inesistenza di qualcosa che potesse chiamarsi privacy all’interno di quello stabile riuscivano molto spesso a trovare momenti di intimità e magari anche di sniffo. A vederli insieme parevano uno strano connubio di esseri umani, nessuno avrebbe mai osato immaginare Bonbon, con il suo perbenismo e il suo desiderio di presentabilità, in compagnia di una ragazza ex punk, dal capello ancora violento e dal look stile “ffanculo”, ma la giovanotta non più tanto giovane aveva doti femminili neanche troppo nascoste e nelle convenienze del Bonbon anche altre convenienze accessorie, tipo un posto dove potersi fare in bbuona compagnia, una vettura in caso di necessità, perché la sedicente giovane aveva un lavoro fisso nonostante l’aspetto e il desiderio ribelle e questo fatto Bonbon se l’era spiegato esattamente con il look della ragazza. Un datore di lavoro avrebbe capito con un’occhiata che quella non è il tipo casa e famiglia, leggi prole in previsione e relativi periodi di maternità, così la ribelle punk aveva sbaragliato non poche convenzionali aspiranti impiegate inquadrate nel sogno abito bianco marito idiota con cui litigare su ogni cosa o nella migliore delle ipotesi da sopportare e prole da allevare a tempo perso, in aggiunta la punk Bruna se non era troppo fatta o incazzata per il lavoro sapeva essere di ottima compagnia e a tratti un vero spasso, dote questa che la rendeva accettata, a volte forse sopportata per via dell’età, alle feste e ai ritrovi a cui partecipava insieme a Bonbon.
In sua compagnia Bonbon subiva una leggera trasformazione, già di per sé non esuberante nel comportamento, quando c’era Bruna se ne stava come in un cantuccio ad osservare ed ascoltare le sue sortite senza mai cercare di sovrastarla o di imporsi, limitandosi a fruire della compagnia entro i canoni della convivialità generale guatando piuttosto le possibilità di poter continuare a restare nel giro dei festeggiamenti fra coetanei, occasioni ottime per accalappiare qualche dritta sullo smercio della roba, in veste di acquirente. La necessità del doping teneva la sua attenzione divisa generalmente in due, in facoltà forse anche in tre, dovendo combinare la socialità, il doping e lo studio. Così accadeva che nelle occasioni mondane Bonbon si servisse dell’esuberanza di Bruna per restarsene al riparo nell’ombra e coltivare, come un chiodo fisso, il reperimento della bamba alle migliori condizioni possibili, cosa che non dispiaceva alla matura ragazza, trovando la materia di suo gradimento, sebbene non ai livelli di Bonbon. Bruna tirava ogni tanto, quell’ogni tanto che bastava a tenerla fuori dalla compulsività di Bonbon verso la roba, in altri termini “sapeva” drogarsi, fumando qualche cannone in comunella, giusto per motivi sociali, e sniffando molto saltuariamente, giusto per mantenere una tradizione ribelle e poter guardare i normali con un certo distacco e disprezzo.
Della dipendenza di Bonbon se ne era accorta immediatamente; aveva notato, dietro le lenti fotosensibili che lui non si toglieva mai se non nei momenti in cui facevano sesso, le pupille stranite, vaghi accenni di nistagmo, comportamenti a tratti scostanti e irascibili non giustificati dalla normale bonomia del tipo. Non era una novità per lei, di tossici ne aveva conosciuti e frequentati di veramente pericolosi e sapeva come trattarli senza lasciarsi invischiare, e poi Bonbon non era un tipo “a rischio”, da quel punto di vista almeno sapeva gestirsi, anzi il suo aspetto generale era quasi rassicurante, non esattamente integamato ma comunque poco propenso alle esagerazioni comportamentali, per quanto sempre vigile ai suoi scopi. Il duo si teneva con lo strabismo degli interessi personali di ciascuno, le feste per Bruna, la compagnia femminile per Bonbon e non bene consapevoli delle esigenze di ciascuno, o forse nascostamente consapevoli, si trascinavano insieme per le loro convergenze senza alcuna pianificazione verso un radioso futuro “insieme”, che avrebbe comunque provocato una certa orticaria a Bruna, e forse anche a Bonbon, cui una camicia di forza stile coppia fissa sarebbe andata molto stretta, il suo futuro, sia quello immediato che quello remoto nel futuro, esisteva al presente nei limiti della roba e di tutto ciò che vi gravitava intorno, dedicando la sensibilità residua, non molta, agli affetti e alle vicende personali.
Bonbon stava aspettando Bruna sul marciapiede sotto casa sua, in uno stato d’animo scisso fra l’irritazione per le incombenze ordinategli da Rico e le aspettative di una dose extra per il compito svolto, Bruna era al momento un tramite, una connessione fra sé e le faccende di un tossico in cerca di roba o in equilibrio precario sulla sua esistenza. La Twingo® della squatter ribelle apparve in fondo alla strada, che fosse nera era quasi scontato, in virtù delle tendenze goth associate alle nostalgie punk, senza contare una certa propensione donnesca verso il veicolo nero. Il capello viola della ragazza si evidenziava da lontano all’interno dell’abitacolo della vettura creando una macchia di colore che risaltava nettamente nella nerezza della sagoma del veicolo; si intuiva femminilità a distanza. Bonbon si spostò dal marciapiede sulla carreggiata per farsi vedere, la matura ragazza accostò e allungandosi verso il lato passeggero aprì la portiera per farlo salire, un sorriso di divertimento prossimo stampato sul volto. Quando Bonbon si fu accomodato gli chiese per dove dovesse dirigere, e lui senza euforia le disse di prendere la strada verso il Lorenteggio. Sempre con lo stesso sorriso di aspettative di spasso inalberato sulla sua fisionomia facciale Bruna si destreggiò in una manovra di instradamento verso il quartiere indicatogli.

L’atmosfera nella vettura era leggermente elettrica, non per un logoramento della relazione quanto per una diversa e inconciliabile disposizione alla serata verso cui stavano dirigendosi; Bruna protesa allo spasso, Bonbon teso a causa di incombenze non esternabili e coatte aspettative. Un ipotetico terzo passeggero seduto sui sedili posteriori avrebbe rimarcato la mammesca disponibilità e gaiezza di Bruna a sollecitare un Bonbon leggermente rabbuiato e dall’aspetto scontroso, più colloquialmente “scoglionato”. Per esperienze precedenti e per una innata prudenza femminile Bruna sapeva come aggirare il malumore e certe paturnie maschili senza farle degenerare in escandescenze. Beh, più che saperlo ci provava, con mestiere e l’avvallo di precedenti successi, poi vada la barca dove andò il battello. La cupezza di Bonbon aveva immediatamente preso possesso del micro spazio dell’abitacolo e Bruna, azzimata in un paio di attillati jeans neri decorati a stingere in temi dark e guerrilla da un artigiano della goth & punk fashion milanese, praticamente un esecutore on demand per cui gli erano costati il classico occhio della testa, con un top viola costituito da una t-shirt in analoghi decori del medesimo realizzatore a fare pendant e col capello e col jeans, si protendeva a sollevare il malumore dello studente, che pareva momentaneamente e improvvisamente sprofondato in una crisi di quasi depressione, e, cosa molto grave, non aveva notato, almeno non immediatamente né si era pronunciato al riguardo, la costosa mise della giovanziana, che si stava sdilinquendo a risollevare l’umore del suo amico col segreto scopo di fargli anche notare l’abbigliamento esclusivo per l’occasione e per la sua compagnia.
Bonbon rispondeva a mezze parole, evidentemente distratto da pensieri e preoccupazioni di origine altra dalla loro relazione, la cosa si intuiva per cui la femminilità di Bruna decise di perdonare l’atteggiamento da babbeo giuggiolone con cui si era seduto nella sua macchina, con lo stesso entusiasmo di qualcuno che sta andando al supermercato a comprare il pane e il latte, dal punto di vista della giovanarda sarebbe stato necessario uno stimolo a risollevare l’umore della serata ed un piccolo e quasi innocuo incidente fu d’aiuto.
Un tale uscì di corsa da una vetrina illuminata con un’insegna al neon sopra l’ingresso che recava scritto “Audio Video Disco” e si precipitò ad attraversare la strada imponendo a Bruna una frenata con stridore di gomme per evitare di investire il tipo che proseguì nella sua fretta scusandosi con un gesto della mano e un sorriso contrito. Nel veicolo fermo in seguito alla frenata sia Bruna che Bonbon, ancora istupiditi dal fatto, lo osservarono correre via e poi insieme si volsero verso il luogo da dove era fuoriuscito così di corsa, giusto per verificare che non fosse un’abitudine locale ed evitare così di ferire qualche indigeno. Bruna lesse ad alta voce.
– “Audio Video Disco”
A cui Bonbon replicò.
– Dev’essere una scuola di latino.

Risero entrambi. Bruna si sentì sollevata da questa replica del suo amico, se non altro non era perso irreparabilmente. Scosso e sorpreso di se stesso da questa fuoriuscita che aveva sollevato il buonumore di Bruna Bonbon si voltò ad osservarla e si compiacque per l’abbigliamento, sentendosi al contempo inadeguato nei suoi confronti per ciò che indossava; la chimica ricreativa assorbiva la quasi totalità delle sue risorse, senza tenere conto delle spese per lo studio e il normale vivere quotidiano, per cui l’ultima delle sue preoccupazioni era proprio il vestiario, che si fondava sull’assunto, ormai datato di una trentina d’anni, che “il jeans non passa mai di moda”, e i suoi sdrucitissimi LEVI’S 501® esibivano la loro pretesa all’attualità stilistica. Pur non pratico di mode o cose simili ci tenne a rimarcare il suo apprezzamento e interessamento, sebbene in ritardo sulle aspettative di Bruna, e parzialmente riscosso dal torpore depressivo.
– È notevole la roba che hai addosso, di certo non passerai inosservata.
– La migliore delle mie intenzioni. Mi sono gratificata con un po’ di shopping particolare. Essere goth è costoso, anche se non sembra, la mia vena punk sta sfumando in una trasformazione dark, sono in una fase di evoluzione.
Bonbon le diede un’occhiata di conferma a cui Bruna rispose con uno sguardo di sottecchi illuminato da un sorriso di compiacimento senza distrarsi troppo dalla guida, poi chiese lumi.
– Che festa è? Perché è una festa il posto verso cui stiamo andando.
– Sì è una festa, la festa dei rimasti a Milano, visto che la maggior parte di coloro che possono sono partiti per le vacanze, invece di aspettare le ferie di Augusto che sono una roba da coatti, tipo ore di fila in macchina al casello e poi tutte le file e gli accidenti conseguenti.
– E chi c’è? I soliti?
– I soliti – Bonbon rispose con una nota di tristezza standard rammemorandosi della sua doppiezza ma riconoscendosi nell’attuale buonumore della ragazza –, li conosci tutti o quasi.
Bruna non replicò, continuava a guidare senza distrarsi ulteriormente con un’ombra di soddisfazione che irradiava dal suo volto per la serata che si stava prospettando e Bonbon, che aveva notato il positivo stato d’animo della sua amica, si domandò che cosa avrebbe mai pensato di lui se fosse venuta a sapere delle sue intenzioni riguardo alle comuni conoscenze che stavano andando ad incontrare. La risposta se la diede immediatamente da sé: disapprovazione totale con conseguente disgusto per la sua persona e i suoi traffici meschini, di cui se qualche volta l’aveva messa a parte condividendo sollazzi sintetici, non era per nulla in grado di addossarle alcuna colpa. Se fosse emerso tutto il mare di merda in cui lui si trovava attualmente la sua amica lo avrebbe piantato in asso in un amen.
Di fronte alla rabbiosa franchezza di Bruna avrebbe balbettato qualcosa di inutile e puerile per inventarsi una scusa, per trovare una giustificazione, un alibi. Ma sapeva benissimo, perfino attraverso la nebbia dell’intossicazione, che di scuse non ne esistevano, delle sue aspirazioni al conformismo più diffuso, del suo desiderio di essere uno qualunque in una vita qualunque senza particolarità o individualità che lo indicassero come qualcuno da evitare o peggio da incarcerare, ne restava ben poco intimamente, ma tentava di salvare le apparenze con ogni mezzo e con tutte le sue forze, anche se quella doppia coscienza gli costava in termini di tranquillità durante il giorno e continuità del sonno durante la notte. Non era ancora alla nevrosi ma con quell’andazzo poteva già intravederla in un suo futuro non troppo lontano.
Consapevole della destinazione verso cui lo stava conducendo Bruna sentiva montare dentro di sé un disagio, un’alienazione di cui avrebbe voluto liberarsi in un lampo come per magia, ma in cui era intrappolato dai vincoli tenaci della sua necessità di roba e dalle minacce ad essa collegate. La bella serata di luglio giungeva deformata alla sua attenzione attraverso i suoi sensi coartati dalla fissa delle sue preoccupazioni che si riassumevano nel timore di ciò che avrebbe dovuto fare e al contempo nel desiderio di essere già al di là dell’esecuzione per poterci mettere una pietra sopra e volgersi ad altro. Sapeva che gli scagnozzi del Cinese sarebbero stati in zona e sebbene fossero ancora abbastanza lontani dal Lorenteggio guardava fuori dal finestrino aperto con il retropensiero di individuarli fra le persone in giro sui marciapiedi, nei veicoli, sugli autobus, sui tram, consapevole di essere intento ad un pensiero irrazionale e tuttavia inevitabile.
Desiderava di vederli e al contempo provava repulsione al solo pensiero, l’accostumata tendenza ad approvvigionarsi di preferenza presso di loro glieli faceva percepire sotto una luce favorevole per un verso e sotto una luce malefica nel ricordo delle minacce e dei maltrattamenti, che riusciva a riabilitare davanti alla sua percezione del loro comportamento quando li associava al rifornimento ottenuto, ecco, allora diventavano degli angeli, dei procuratori di estasi e di momenti piacevoli. E di botto, in questa onirica rappresentazione dei suoi sentimenti, appariva il vero Bonbon, lo studente dotato del liceo a cui gli insegnanti avevano predetto un radioso futuro post universitario, ma non erano stati capaci di vedere il presente da tossico in evoluzione a distruggere sè stesso e il proprio destino, e il Bonbon verace tentava con scarsi mezzi di mettere in fuga l’usurpatore, venendo regolarmente respinto ma mai sconfitto, così che il suo stato di coscienza ondeggiava senza pace e senza sosta fra due sponde irrequiete in una condizione conflittuale senza sbocchi che non fossero quelli della riappacificazione con la scimmia e il relativo rimbambimento.
Una cosa notevole era il suo regolare rendimento all’università, in lieve calo dall’inizio a dirla tutta ma mai sotto un livello di buona qualità, evidentemente la parte strettamente logica della sua mente funzionava in maniera autonoma dal resto del suo cerebro ottenebrato, o forse nelle sue relazioni sociali riusciva a reperire qualche cosa di utile anche allo studio oltre che allo sballo. I tempi recenti però stavano segnando un degrado interiore che gli si appalesava nell’incostanza della concentrazione, e a seguire del rendimento; la roba lo stava assorbendo, risucchiandolo in un bozzolo di torpore che gli dava pace, ma una pace malsana, qualcosa da cui allo stesso tempo voleva sfuggire e in cui voleva restare. Torturato da questi pensieri si vedeva di fianco a Bruna come inadeguato, o meglio indegno, perché il suo amor proprio non era sempre sotto anestesia, e il confronto, il rapporto con Bruna lo teneva sulla corda di emozioni che avrebbe desiderato fossero presentabili davanti a sé e davanti ad altri quando invece si scopriva a dover raccontare storie o inventarne di nuove sempre col timore di venire scoperto di qualcosa che in definitiva Bruna già conosceva, ma che non avrebbe per nulla approvato se tutto fosse venuto in chiaro. Aveva l’impressione che Bruna gli chiedesse di essere così vietandogli di apparire così, come se esigesse da lui un doppio comportamento, trasgressivo e conforme allo stesso tempo; trasgressivo nei momenti giusti e conforme nei momenti giusti, dove ovviamente i momenti “giusti” erano definiti a libero arbitrio della giovanarda, secondo i propri ondivaghi interessi, a tratti gli pareva una figura da evitare, poi però intervenivano momenti di irresistibile intimità a riqualificare la quasi -antenne e a fargli rivedere tutte le sue convinzioni al riguardo, sommando in questo modo l’ondivaga incertezza sulla bamba all’ondivaga incertezza sulla donna in un quadrivio dalle polarizzazioni rimescolate di continuo e sempre incerte, ove i problemi dello studio e delle amicizie facevano sia da sfondo che da ostacolo a seconda delle circostanze. In tali condizioni la sua capacità di prendere decisioni conseguenti aveva del miracolistico, o forse poteva trarre residui di presenza a sé stesso raschiando il barile delle sue capacità cognitive inerenti la realtà altra dalle problematiche complesse delle sue relazioni nascoste, per modo di dire la realtà comunemente detta “di tutti i giorni”, quelli in cui non ci si dopa, come per la maggior parte delle persone.

Bruna fermò il veicolo ad un semaforo rosso. Nel traffico intenso e nel viavai delle persone sulle strisce pedonali Bonbon smarrì la sua presenza a se stesso per ritrovarsi a fissare una vecchia sdentata che chiedeva la carità ad una decina di metri dalla loro macchina, accovacciata sul marciapiede, guardava la gente da sotto in su biascicando qualcosa di incomprensibile, per una strana coincidenza il suo sguardo si incrociò con quello di Bonbon e immediatamente la vecchia scoppiò in una risata che pareva una pessima imitazione delle risate che fanno i vecchietti nei film western. Ora la vecchia strizzava gli occhi nella sua compulsione ilare senza guardare nulla e nessuno ma Bonbon era rimasto impressionato e convinto che quello sguardo fosse diretto a lui e per estensione anche la risata, che si stava smorzando in un affannoso respiro e quindi in una tosse cavernosa a sufficienza da fare deviare i passanti in una sorta di semicerchio avente centro nella vecchia, per quello che consentiva lo spazio del marciapiede. Un triste blackout cadde sulla percezione della realtà di Bonbon, di esperienze paranoiche indotte dalla roba ne aveva sperimentata qualcuna, questa era diversa e molto reale, anzi un brutto sogno da desto in piena realtà. Il veicolo era già ripartito da qualche minuto quando Bonbon si rese conto che avevano imboccato via Solari; via Giambellino cominciava in fondo a quella strada, cercò di scuotersi mentalmente per darsi un aspetto decente, Bruna zirlava per conto suo circa le sue aspettative per la serata.

Prossimamente il dodicesimo capitolo