romanzo a puntate (09)

Copyright © Eric Bandini 2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.

Una storia italiana
Capitolo IX°
(09)
Milano
Giovedì, 19 Luglio 2001
Trifarro, aggiunto il suo monolocale, una stanza con annessi bagno e cucina separati, non in stile camerata da caserma come quello di Bonbon ma comunque sempre sottodimensionato alle esigenze di un quarantenne in virtù della precaria funzione di aggiunto alla facoltà di Lettere e Filosofia, il dott. Fosco non riuscì a trovare pace nel tentare di dare un volto a quella voce che gli aveva sussurrato quella frase neanche tanto sibillina, anzi praticamente in chiaro: «Occhio a stasera». La sentenza rapidamente indirizzata alla sua distratta attenzione pareva avere vaghi accenti meneghini, ma in una frase di così poche parole non era possibile esserne certi. Una cosa sembrava assodata, il tipo che gli aveva biascicato quell’informazione doveva o poteva essere a conoscenza di molte più cose, sia sul Cinese che sulle vittime dello stesso, non escluse le relazioni di queste fra loro. Pensò e ripensò al momento in cui usciva da quella porta che tintinnava in tutta la sua struttura per concedergli un passaggio nella sua apertura ridotta, a quelle tende bianche che all’interno filtravano la luce del sole trasformandola in una specie di ghiaccio caldo, all’abbacinante cortile nello zenit di quel 19 luglio che gli aveva fatto strizzare gli occhi concentrandosi su dove doveva andare invece di fare attenzione a quel soggetto a mezzo metro da lui che pareva industriato in tutt’altre faccende e casualmente incrociasse il suo cammino e invece prodigava sussurri e sospiri che andavano a segno nella sua attenzione differita da circostanze a lui non abituali.

Non ricordava alcunché di preciso del tipo, come se si fosse trattato di una specie di fantasma, una sagoma indefinita, un ectoplasma. A mente fredda gli parve quasi una slealtà, ma pensare una cosa del genere era sicuramente un atteggiamento infantile; sarebbe stato possibile definirla una trasgressione forse, una presa in giro, un po’ come dire «Occhio che stasera vi facciamo neri!». Però anche questa considerazione non gli tornava con il modo di fare del Cinese, questo tipo di sbruffoneria non si accordava con il suo comportamento in generale; si certo, per essere sbruffone lo era, eccome, ma non di quel tipo di strafottenza che, occorre ammetterlo, richiede un minimo di ironia, quando non anche di autoironia, perché le prese per il **** possono anche andare a finire a rovescio, la biscia si può rivoltare al ciarlatano e allora sai che ridere per il ciarlatano, e invece quelli di ridere non ne avevano mica voglia, quelli volevano le cose a modo loro, punto e basta, senza patacche e senza rotture di scatole.
No, quel tipo così come lo aveva colto, o per meglio dire “mancato”, non si incastrava nella vicenda, c’era qualcosa che non combaciava per nulla e la voglia di scoprire qualcosa su questo personaggio o almeno dargli una collocazione in quella storia cominciata la mattina stessa si faceva sempre più pressante, e a questo riguardo il tempo non abbondava. Si distese sul letto nella penombra delle persiane semiabbassate meditando se ritelefonare per contattare ancora l’Armando. Due volte nello stesso giorno dopo anni che non si frequentavano gli risultava eccessivo, qualche risposta strana se la sarebbe beccata, però quella voce, quella sentenza quasi sibilata lo tirava per la manica, lo attizzava a rispondere, lo incitava in una maniera sleale e quasi irresistibile, come una guanto di sfida e un animaletto oscuro e inafferrabile che sgattaiolava nel suo cervello istigava «…e allora io, …e allora io». Calma, calma, calma, si disse il Fosco, la cosa non va presa di petto, qui serve un ragionamento che aggiri l’ostacolo e lo illumini da una posizione nuova e insospettabile, sia per l’osservato che per l’osservatore, l’unica persona è l’Armando. L’Arturo già gli aveva dato le indicazioni per rintracciarlo, sarebbe bastato rifare il giro e cercarlo nei posti bazzicati. Balzò in piedi, ricompose la cucina dal rapido pasto che aveva consumato, si rinfrescò in bagno e uscì di nuovo in direzione dell’Armando.
Quasi le tre del pomeriggio, pareva di stare di fronte ad una fornace accesa, un debole vento di forgia muoveva l’aria senza rinfrescarla. L’idea di salire in macchina parcheggiata in un luogo che vedeva ora il pieno sole non lo stuzzicò neanche. Si diresse alla fermata di un autobus che lo portasse nei paraggi della Conchetta, dalla Gorla un giretto di dieci dodici chilometri con il fondato sospetto di dovere scarpinare un tot prima di reperire l’Armando. Prima tappa l’abitazione, secondo il senso logico di un operatore del crimine non si lavora con un caldo del genere, e già la definizione “lavoro” esulava dalle migliori intenzioni del suo ex amico. Fosco presentiva una vaga certezza di trovare presso il suo domicilio o l’uomo che stava cercando o un’informazione diretta al suo immediato reperimento. Dopo una mezz’ora di sballottamento e qualche cambio di mezzo giunse nei pressi di Porta Genova dove decise di scendere e affrontare la ricerca a piedi, l’indirizzo fornitogli dall’Arturo sembrava ad una distanza camminabile dallo stop del mezzo pubblico secondo la guida di Milano che si era portato appresso nel caso le ricerche richiedessero dettagli toponomastici, nessuno pretende davvero di conoscere a memoria una città come Milano.
Naso in aria e occhio alla guida come un turista prese la direzione verso il recapito conosciuto dell’Armando e dopo avere percorso un certo numero di centinaia di metri, che non avrebbe stimato in tale quantità, altrimenti ci avrebbe pensato bene prima di scartare la soluzione “vettura privata parcheggiata nel sole”, giunse all’ingresso carrabile di un cortile sovrastato da edifici presso uno dei cui lati si leggeva “segue numerazione” con i numeri che stavano all’interno di quella cittadella condominiale e fra i quali era compreso il civico fornitogli dall’Arturo la mattina stessa. Nessun cancello e nessun ostacolo ad indicare privato domicilio, Fosco entrò nel cortile, la base irregolare di un parallelepipedo circondato da facce e vertici irregolari che lasciavano scoperta la parte superiore dominata dall’incupito azzurro estivo del pomeriggio, per qualche strana distrazione Fosco si domandò come mai il cielo di 2 ore dopo mezzogiorno è diverso dal cielo di 2 ore prima di mezzogiorno, quasi un segnale di decadimento, o forse una soggettiva interpretazione di “decadimento” indotta dalla consapevolezza dell’esistenza, nei tempi dell’infanzia pensava che il giorno fosse equamente diviso dal mezzogiorno, che ciascuna delle sue due metà equivalesse all’altra in una verità sancita dalla parola “mezzogiorno”.

Scacciò questi pensieri assurdi alla vista di una persona in quel desolato contenitore di umani e gli si avvicinò per chiedere eventualmente informazioni, titubante sulla convenienza di fare domande al riguardo di qualcuno che si guadagna la maggior parte del suo vivere di nascosto dalla forza costituita; alla luce di questa ultima considerazione meditò di dare prima un’occhiata ai campanelli. Il tipo, dall’aspetto pensionato, stava al davanzale di una finestra del piano rialzato proprio presso l’ingresso del civico ove, secondo le indicazioni dell’Arturo, avrebbe dovuto trovarsi il domicilio dell’Armando. Fosco consultò i nomi sui campanelli ma dell’Armando non v’era traccia, vero però che alcuni non recavano targhetta. Il tipo alla finestra lo aveva osservato mentre scrutava la schiera dei pulsanti con i nomi e ora distratto da altre cose fissava un punto davanti a sé, Fosco gli si avvicinò andando ad occupare la sua visuale nella direttrice di quella fissità che pareva immutabile, il tipo riconobbe l’invasione del suo spazio visivo e lo guardò, Fosco chiese diretto.
– Sa mica se abita qui l’Armando? – Fosco disse solo il nome sperando di poter omettere il cognome, mantenendo così una certa riservatezza, o almeno gli pareva.
– Armando quale? Ce ne sono due qui degli Armandi, c’è quello del secondo piano – e fece un gesto fuori dalla finestra ad indicare un punto nell’edificio che secondo le sue intenzioni doveva puntare al piano secondo dell’immobile da cui si stava affacciando – e poi c’è un altro Armando…
Fosco non lo lasciò terminare, già fiutava la logorrea, per cui si buttò a descrivere fisicamente il suo ex amico nelle dimensioni spaziali di altezza e corporatura, nonché vaghi accenni di aspetto fisico somatico. Il tipo dopo averlo lasciato parlare un poco si buttò sicuro.
– Ah sì, l’Armando… a quest’ora lo trova alla trattoria, quando esce da qui – e indicò l’ingresso carrabile da dove Fosco era entrato – gira a destra va dritto per due trecento metri e poi dentro un altro cortile tipo questo, ma più vecchio, c’è la trattoria dove va di solito l’Armando che cerca lei. È sempre in giro quell’Armando lì, a casa ci sta poco…
Fosco fece un gesto di ringraziamento nell’allontanarsi verso la strada. Sul marciapiede prese la direzione indicata e arrivò al cortile descritto dal tipo. Uno spazio non asfaltato reso idealmente più ampio dalla non eccessiva altezza degli edifici all’intorno, irregolari a due o tre piani al massimo e quindi con una maggiore luminosità; sul lato esposto a sud, in pieno sole, rampicava un glicine affiancato da calicanti irregolarmente distribuiti a formare prima una specie di alta siepe e poi una sorta di pergolato senza uva in comunione con il glicine. In quell’ombra bucata qua e là dai raggi che filtravano dal fogliame Fosco intravide la sagoma conosciuta dell’Armando, che già lo aveva focalizzato. Quattro tavoli con sedie di plastica occupavano la maggior parte di quell’ombra davanti ad una vetrina dalla struttura di legno parata dalla metà in giù da tende merlettate di ispirazione antica e che recava la scritta TRATTORIA senza alcun altro epiteto o denominazione, Armando era solo e in considerazione dell’orario qualsiasi altro cliente sarebbe stato da escludere. Fosco si compiacque per l’Armando, il posto era davvero piacevole e pochi rompiscatole sarebbero stati in grado di trovarlo, guardandosi intorno prima di raggiungerlo si rese conto del motivo di quella scelta, tutto il cortile manteneva un degrado tipo anni settanta, con edifici irregolari e di differenti fatture, mattoni a vista, intonaci dipinti e variamente scalcinati, irregolarità edilizie piuttosto da demolire che da sanare, ciuffi d’erba che spuntavano da una ghiaia sparsa e maldistribuita su cui si evidenziavano le impronte a carruggio della macchine, alcune delle quali stavano parcheggiate ad un lato della corte.

Armando lo osservò sedersi al suo tavolo e rilassarsi contro lo schienale in un giusto riposo dopo la fatica della ricerca. I due si squadrarono senza parlare, Armando aveva un sorriso fra il compiaciuto e l’ironico, ma Fosco vi lesse una sorta di felicità che non sapeva se attribuire all’amenità del posto, alla buona cucina che quella trattoria di aspetto antico ammiccava da dietro quelle tende a mezza vetrina o al piacere di rivedere qualcuno che ti ha evitato per tanto tempo ed ora sembra avere davvero bisogno di te.
– Ci siamo dimenticati qualcosa questa mattina? – chiese Armando con fare apparentemente casuale.
– C’è una cosa che ho bisogno di chiarire, ma è una cosa strana, anche se domandabile. È successo un piccolo fatto mentre uscivo dal quel posto, di cui non so darmi tutte le spiegazioni e mi servirebbe un’illuminazione possibilmente prima di sera.
Fosco si guardò intorno, poi chiese ad Armando.
– Possiamo parlare tranquilli?
– Penserei di sì, ma il condizionale è sempre d’obbligo.
– Non molto rassicurante, ma quello di cui ti devo parlare non dovrebbe essere una cosa pericolosa.
– Sentiamo.
– Tu mi hai visto, mi hai guardato quando sono uscito all’aperto oggi in quel cortile – Armando fece un vago e dubbioso cenno di sì con il capo –, beh c’era un tale che non puoi non aver notato, un tipo sui trenta, trentacinque che è uscito con me da là dentro e a cui io non ho fatto caso, non saprei descriverlo né dare altre indicazioni se non sull’età che poteva avere apparentemente. Questo tizio quando io sono uscito ha borbottato qualcosa a mezza voce che ho inteso come «Occhio a stasera». La cosa fa contrasto con tutto quello che è successo là dentro, e poi perché informarmi, perché darmi delle indicazioni? Questa faccenda non ha un senso. Cosa centra questo tizio? Tu non puoi non averlo visto.

– Sì ricordo che c’era un tale, e anche a me è sfuggito ogni particolare, quando tu sei venuto fuori ho guardato verso di te e non ho fatto molta attenzione a quel tipo, che sì, doveva avere quell’età che hai detto. Non credo di poterti aiutare e non capisco quale sia il problema.
– Il problema è che ho la sensazione che questo tipo non sia completamente associabile a quelli che stavano là dentro – e qui Fosco disse “quelli che stavano là dentro” guardandosi intorno sollecitato dalla sua intima convinzione “Sono paranoico, si, ma sono sufficientemente paranoico?” e parlava osservando il cortile come a scrutare la presenza di persone nascoste, orecchie in ascolto eccetera evitando di fare riferimenti o accenni diretti a “quelli che stavano là dentro” facendo la massima attenzione a non nominarli –, ho una convinzione che quel tizio stia in qualche maniera a cavallo fra due mondi, il punto di connessione fra le convenienze di ciascuno e il crocevia per le deviazioni più convenienti. Credo che possa succedere qualcosa di inaspettato e imprevedibile.
Armando alzò il capo e guardò un punto in mezzo alle frasche bucate dai raggi di quel sole pomeridiano senza dire niente, poi osservò Fosco per un lungo istante e disse.
– Credo che stai parlando un po’ difficile per uno come me e in ogni modo, dal punto di vista di qualcuno che si guadagna da vivere come faccio io più o meno tutte le cose sono inaspettate e imprevedibili. Ma qualcosa me la fai venire in mente. C’era un tale, in quei tempi che te vuoi scordare ma che in qualche maniera hanno fatto in modo che ci troviamo qui oggi, che ti piaccia o no, beh, c’era un tale che quando gli capitava qualcosa di strano o che non aveva in nessun modo previsto o che gli risultava bizzarro oltre maniera e che non riusciva a spiegarsi usava sempre un’affermazione: «…sarà stà la banda de la Tösa». Non chiedermi cosa sia la banda della Tösa, non l’ho mai capito, ma c’è sempre qualcosa in tutte le situazioni che ti fa domandare perché, per cosa, eccetera. Beh, sarà stà la banda de la Tösa…
– Mi sembra che questa risposta non risponda un gran ché. L’unica Tosa che mi viene in mente è quella che c’era prima di Porta Vittoria, centocinquant’anni fa, la Porta Tosa.

– Io non ero ancora nato, non c’entro niente.
Nessuno dei due rise. Fosco, che nel parlare all’Armando si era sporto un poco verso di lui, si rilassò nuovamente contro lo schienale. La calma di quel cortile aveva un aspetto di riservatezza e lontananza da tutto come il giardino di una casa nobiliare in decadenza tranne che in quel posto c’era solo decadenza e niente nobiltà, i rumori del traffico sulla strada principale giungevano a malapena a causa della posizione sfalsata della trattoria rispetto allo sbocco sulla pubblica via, solo qualche raro colpo di clacson o la sgasata di qualche automobilista innervosito dal caldo che alzava le marce basse superava l’ostacolo fisico degli edifici e giungeva a segnalare un mondo in movimento fuori da quell’angolo di estraniazione. Il silenzio di Armando mise Fosco in leggero imbarazzo, come se gli stesse nascondendo qualcosa o non volesse fargli capire dettagli che avrebbero potuto dare serie indicazioni sulle sue reali attività, ma più intimamente Fosco si sentiva come escluso dal mondo dell’Armando e cominciò a ricavare l’impressione di una superiorità da parte sua in un campo in cui lui era perfettamente fuori gioco. Concretamente Armando avrebbe potuto addentrarsi nel mondo di Fosco, certamente non a livello accademico, ma quanto basta per comprendere la vita e le attività di qualcuno che si guadagna l’esistenza in una facoltà universitaria, mentre Fosco non avrebbe mai potuto addentrarsi nel mondo di Armando senza addentrarsi anche in qualche commissariato e magari in qualche galera in qualità di ospite. Per una serie di strane alchimie umane l’Armando in questo momento stava un gradino al di sopra del Fosco, non in maniera palese, non avrebbe potuto vantare alcunché con nessuno né gloriarsi o sfotterlo per un motivo qualunque, Fosco tuttavia intravedeva una sensibilità verso il mondo filtrata da un lungo periodo di attività illecite che conferiva all’Armando una visione di cose, persone, eventi e luoghi completamente diversi dalla visione dell’uomo qualunque, ammesso che l’uomo “qualunque” sia definibile o individuabile. Fosco pensò che la sua seconda sortita nella vita dell’Armando non aveva prodotto alcunché di certo; una specie di incomunicabilità dovuta a fatti pregressi e un muro di omertà per proteggere le proprie vicende e forse anche l’esistenza del Fosco medesimo mettevano l’Armando in condizione di non poter parlare o di non volere parlare per giustificati motivi.
La banda della Tösa, pensò Fosco, e quasi gli venne da ridere fra sé richiamando alla mente quella scultura conservata al Castello Sforzesco e che un tempo stava per l’appunto alla Porta Tosa, quell’immagine di donna che aveva visto, ragazzo delle scuole medie, durante una visita guidata e presso la quale si erano fermati, lui e altri compagni, ad ammirare quel sesso esposto in quel gesto di sfida e apparentemente incongruo. Certe statue, anche mal conservate, sembrano voler dire molto di più di altre in ottime condizioni, magari per la stranezza o l’inusualità delle pose, o magari solleticano solo la fantasia popolare. Quando Armando gli aveva buttato là quella frase, «…sarà stà la banda de la Tösa», la prima cosa che gli era venuta in mente era stata proprio quel bassorilievo o statua che dir si voglia, ma quella considerazione così di prima botta non lo conduceva a nulla di logico, però l’aggancio fornito dall’Armando lo intrigava, forse voleva mandargli un messaggio che non avrebbe potuto comunicargli in chiaro, un segnale di qualcosa di cui egli non si era mai avveduto per via delle sue frequentazioni da individuo qualunque, a cui nascostamente aggiunse “per fortuna” perché non aveva mai rimpianto la scelta di quel novembre 1975.
– Senti Armando, ti lascio il mio numero di telefono; nel caso la banda della Tösa ti comunicasse qualcosa di importante al riguardo fammi sapere – e scarabocchiò un numero di telefono su di un biglietto del tram che raccolse da terra dopo essersi guardato attorno alla ricerca di qualcosa di scrivibile.
Dopo avere appoggiato sul tavolo il cartoncino con il suo numero di telefono Fosco provò un vago senso di paranoia perbenista, dopo tutto l’Armando si guadagnava da vivere in maniera alternativa e la Legge forse non era d’accordo con le sue attività, anzi certamente non lo era dietro sua confidenziale ammissione, per cui lasciare una traccia di sé nelle mani di qualcuno che può essere indagato in ogni momento poteva anche non essere un’astuzia ma la disponibilità odierna e il sopimento dei vecchi rancori gli faceva vedere la cosa con totale distacco e in ultima analisi avere contatti con qualcuno che si è conosciuto nell’adolescenza, qualunque siano le sue propensioni, non costituisce alcun crimine, solo rapporti umani.
L’Armando non parlava, né lo guardava; pareva che aspettasse qualcosa da lui, una conferma, un cenno, un segno di intesa, anche muto, ma Fosco non ebbe alcuna illuminazione, nessun guizzo mentale che lo connettesse al mondo invisibile dell’Armando.
Armando raccolse il biglietto e ruppe il suo silenzio, si volse verso Fosco .
– Non ti ho ancora chiesto come hai fatto a trovarmi, il mio indirizzo lo conoscono in pochi.
– Arturo – disse Fosco a mezza voce, quasi fosse stanco per il caldo – comunque grazie per non avermelo domandato subito, un piccolo gesto di fiducia.
– Arturo, certo. Ci siamo visti qualche mese fa e poi ci siamo persi di nuovo. Ti è servito a qualcosa quello che abbiamo fatto stamani? Sono stato utile a qualcosa?
– Lo saprò al più presto stasera, ma è possibile che occorra un po’ più di tempo. Speravo che tu mi potessi dare qualche informazione su quel tizio di cui ti ho detto prima, ma vedrò di cavarmela ugualmente.
– Non sapevo che i doveri di un insegnate precario prevedessero anche queste incombenze.
– E in effetti non le prevedono, è una specie di complicazione che mi sto autoinfliggendo. Diciamo che mi sto rendendo utile per qualcuno che può essere aiutato semplicemente perché non desidera ciò che qualche tizio vuole fargli capitare.
– Ehi, cambiando argomento, in questi giorni ti immaginavo a Genova…
– Avrei voluto esserci, ma ho degli impegni qui e sembrano incrementare, forse ci vado domani.
La conversazione stava diventando banale, ancora un po’ e avrebbero cominciato a parlare dei loro acciacchi e delle loro malattie, stile anticamera del medico di famiglia, Fosco si guardò in giro per cercare una scusa e tagliare al corda, Armando se ne accorse e buttò là una baggianata.
– «…sarà stà la banda de la Tösa» – e rise sguaiato come ai tempi dell’adolescenza.
– Beh Armando, ci si vede. Scusa se ho disturbato il tuo ritiro. Questo posto è fantastico.
Armando lo salutò con un gesto della mano e lo seguì con lo sguardo fino a vederlo scomparire nell’accesso che immetteva sulla pubblica strada.
Fosco si diresse immediatamente alla fermata dell’autobus più vicina, svuotato di entusiasmo e iniziativa, la sua idea di consultare nuovamente il suo compagno di infanzia non aveva prodotto risultati, il tipo che voleva individuare restava anonimo e nulla di più era dato sapere sulla serata programmata dal Cinese.
Il calore che saliva dall’asfalto e l’afa poco ventilata del pomeriggio lo imbozzolavano in un torpore che induceva una vaga sonnolenza, un desiderio di essere disteso all’ombra e al fresco senza dover camminare o doversi industriare ad alcunché. La fermata dell’autobus era nel sole, nessuno oltre a lui in quell’ora di metà pomeriggio. In quella necessaria disposizione all’attesa tentò di distrarsi vuotandosi di ogni attenzione, guardando all’intorno, cercando qualcosa che lo distraesse dalla calura e che lo facesse pensare a qualcosa d’altro ma la necessità di dover incontrare di nuovo i suoi studenti quella sera stessa per motivi praticamente personali non lo abbandonava e sebbene il suo sguardo cercasse ostinatamente una distrazione, almeno momentanea, l’incombenza che si era assunta verso di loro gli faceva presenti i suoi obblighi.
Cercò di distrarsi leggendo i nomi scritti in una calligrafia femminile nel palo che issava la tabella della fermata dell’autobus, che sottostavano a mo’ di firme in calce ad un verso banal-popolare di una canzonetta in voga qualche anno prima, il tutto contornato da cuoricini e fiorellini stilizzati: Katia, Deborah, Gessica. Gettò un’occhiata ad un annuncio stampato in formato A4 e incollato al palo del lampione a qualche metro da lui, senza alcuna curiosità di leggere quello che c’era scritto sopra e meravigliandosi che qualcuno avesse strappato alcuni lembi appositamente pretagliati recanti un numero di telefono da chiamare “se interessati”; si era domandato più di una volta chi mai potesse veramente prendere uno di questi lembi e telefonare per davvero, più di una volta gli era venuto il sospetto che l’occasionale inserzionista-attacchino ne staccasse qualcuno a bell’apposta quale forma di invito, un segnale per chi nota il piccolo dazebao che dicesse “qualcuno si è già interessato, prendine uno anche tu prima che finiscano”; o forse chissà, qualcuno si interessava per davvero. Notò una vettura parcheggiata con il ruotino di riserva al posto di una ruota titolare. Verificò che i lampioni fossero in fila lungo il marciapiede, non lo erano. Il terzo lampione a circa sessanta metri era leggermente più arretrato. Guardò sull’asfalto, proprio sotto lo scalino del marciapiede della fermata, una strana serie di segni bianchi che parevano tirati col gesso in un riquadro rettangolare di circa venti centimetri per trenta; parevano formare un qualcosa ma non si capiva bene. Inclinò il capo da un lato per cercare un nuovo angolo di osservazione ma nulla di significativo gli si fece palese, girò il capo dall’altra angolazione possibile senza cambiare posizione cercando di dare una interpretazione che aveva sentore dovesse esistere, poi spinto dall’idea di avere intravisto qualcosa compì i due passi che mancavano per scendere dal marciapiede e cercò l’angolazione giusta per decifrare. Era proprio «La Tösa», replicata sull’asfalto con uno stencil.
Il disegno pareva realizzato con il gesso fatto passare velocemente sopra una maschera presumibilmente di cartoncino preventivamente ritagliato dei tratti sommari che dovevano essere realizzati, al di sotto della raffigurazione c’erano altri segni che parevano simboli ma che avrebbero potuto essere sbavature nell’esecuzione del ricalco. Rimase stupito e leggermente paranoico.

Prossimamente il decimo capitolo