Una storia italiana – Romanzo a puntate (10)

romanzo a puntate (10)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo X°

(10)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Capire che cosa avesse per la testa il Cinese era un esercizio di chiromanzia che nessuno si sognava di intraprendere, perfino i suoi bravacci ci andavano cauti a fare congetture e a proporre idee, soluzioni o anche solo fare domande che dessero il lontano sospetto di provenire dalla loro zucca. Anche due scafati come Rico e Ahmed, che fra di loro, e senza farsi udire dal Wazzarola, si pretendevano indipendenti e momentaneamente al soldo per sfortunate coincidenze, davanti al Walter se ne stavano zitti e attenti a non mancare una disposizione, un ordine, una incombenza qualsiasi. Definire l’origine di questa soggezione e timore anche da parte di gente che, sperimentato il soggiorno coatto nelle galere vuoi anche non patrie viste le origini di alcuni fra loro, non aveva pressoché nulla da temere da nessuno, e in nessun conto tenevano la vita tanto la loro che l’altrui, portava ad una vastità di connessioni e intrallazzi che mai alcuno, neanche fra di essi, avrebbe potuto mettere in chiaro ma che li teneva saldamente in riga e pronti per ogni evenienza, oltre che per il soldo a tratti anche generoso.

In occasioni disparatissime avevano avuto maniera di verificare gli effetti degli strani poteri del Cazzarola, sia su pavidi profittatori che tentavano con poveri mezzi di ciulare il Cinese, sia su personaggi di una certa importanza, che per vicende tutte loro finivano per imbrigliarsi nella rete di interessi del Walter, la cui abilità nell’intercettare le vittime un attimo prima che si rendessero conto di tutto era quasi una leggenda, suffragata dal ringraziamento che alcune delle prede rivolgevano al loro “carnefice” senza rendersi conto di essere cadute in una trappola. Questa “quasi” assenza di teatrale violenza e di azione criminale classica consentiva al Wazzarola una libertà di movimento che gli derivava da un certo anonimato in virtù della sua abilità a muoversi per interessi loschi fra gli interstizi che la legalità lascia aperti e a disposizione del crimine e un’inclinazione a intessere relazioni proficue, per quanto criminogene, con i più vari livelli che la società di una grande città come Milano gli metteva a disposizione.

Diavolo e accoliti

Era stupefacente considerare quante persone, anche di quelle cosiddette “per bene”, arrivassero a desiderare qualcosa a tal punto da non poter fare a meno di superare il limite della criminalità, molti non se ne rendevano neanche conto, se riuscivano ad ottenere ciò che volevano se ne tornavano felici alle loro occupazioni e al loro perbenismo. In un moto di ironia il Cinese una volta ebbe a dire che se il diavolo esistesse per davvero e fosse davvero possibile fare patti con lui per ottenere ciò che si vuole, beh, allora in paradiso potrebbe anche essere difficile riunire quattro persone per fare un tressette. Nei suoi ventitré anni, quasi ventiquattro, il Cinese non si era mai comportato veramente da “giovane”, leggi con spensieratezza. Una specie di sordido piacere a sfruttare le debolezze altrui lo teneva in costante veglia psicologica per scegliere il momento e trarre il personale profitto, il tutto mascherato dietro ad una apparente ingenuità che lo rendeva in tutto simile ad altri suoi coetanei, nel linguaggio, nei gesti, nelle abitudini che copiava e imitava per accrescere la fiducia in lui da parte dei suoi “clienti”, poiché intimamente già li definiva così. Il suo business era cominciato con lo spaccio di roba leggera al tempo del liceo, ma il trucco consisteva nel far credere ai suoi “clienti” che lui la roba non l’aveva e che gliela procurava come un favore, faceva loro credere di assumersi il rischio del contatto con l’oltremondo e il relativo acquisto; e in effetti l’acquisto lo faceva, al solo scopo di fare felici i suoi “amici”.

cavallo

Certe volte per aggirarli per bene faceva recapitare la roba da qualcuno di sua fiducia per non comparire troppe volte in prima persona, cosa che avrebbe creato dei sospetti circa le sue “buone intenzioni”. Non ci vuole molto a capire che nel “giro giusto” uno così può farsi molte conoscenze, o clienti, specie fra persone ben fornite di denaro e troppo fiduciose nel prossimo. Certuni vedendosi provvisti di ciò che bramano e che non possono reperire facilmente per l’ostacolo della legge mollano un bel po’ di precauzioni e si lasciano andare, specie se questo parla il loro stesso linguaggio e appare vagamente imbranato e disposto a fare cose che loro avrebbero timore a compiere o non saprebbero da che parte farsi per ottenere il risultato voluto. Il tocco esotico delle rappresentanze extracomunitarie introduceva quella soglia di rischio e di trasgressione che molti fra i suoi clienti senza confessarlo trovavano eccitante, se non dovevano affrontare la cosa dal punto di vista di un sopraggiunto problema con il Cinese.

Il Walter non abusava mai dell’appoggio degli extracomunitari, che sono sempre nel mirino della polizia, ma in certe occasioni li riteneva indispensabili. Aveva la convinzione che la differenza razziale poteva tornare a suo vantaggio come una forza da opporre a clienti da mettere in riga, una forza che fingeva di controllare malamente, un po’ come dire che lasciava che certi suoi “clienti” riottosi fantasticassero sulle origine di Rico per esempio, immaginandoselo come un tagliatore di teste della foresta amazzonica. Una società opulenta e civile ha dei punti deboli che una mente diabolica può mettere facilmente a nudo, e la mente del Cinese era bifida come poche altre.

Oltre agli extracomunitari il Walter si avvaleva direttamente di poca altra manovalanza locale, che giudicava non molto volenterosa, come se anche nel crimine gli indigeni volessero lasciare il posto agli immigrati per i lavori più sgraditi. Fra i locali vantava solo un paio di “fidati” fissi e altri saltuari in numero variabile e per brevi periodi a cui affidare cose che non lo esponessero in prima persona, per lo più cavalli per consegne cieche, vale a dire che non sapevano da chi gli era stata consegnata la roba, ma che avrebbero ottenuto la ricompensa a verifica di cosa fatta. I destinatari, nel caso di consegne ripetute, si vedevano recapitare la merce sempre da persone diverse così da evitare riferimenti. Il suo giro appariva piccolo e interessava poco la concorrenza di altri delinquenti, specie perché diffuso in maniera insospettabile fra persone dalla reputazione pubblicamente integerrima.

Il giro delle consegne cieche era qualcosa di cui andava intimamente fiero e non ne parlava mai per non dare sospetto di ritenerla una cosa che gli premesse; questa indifferenza non gli costava molto sforzo, essendo molteplici le attività che facevano capo alla sua torbida fantasia e che richiedevano attenzione e impegno costanti. L’idea dei cavalli senza fantino l’aveva avuta agli albori della sua attività, che in considerazione dei suoi ventiquattro anni ormai venticinque datava qualche anno più di un lustro indietro nel tempo. La cosa partì come uno scherzo fra coetanei, essendo però la sua mente non predisposta all’attività ludica ma unicamente al “fare sul serio”, prese subito una impostazione professionale. Beh, più o meno. Il concetto non era molto complesso, era sufficiente nascondere la roba in un luogo pubblico o pubblicamente raggiungibile senza alcuna difficoltà, informare uno dei suoi sgherri, solitamente un extracomunitario dall’aspetto feroce, della posizione della merce e dell’identità del cavallo e incaricarlo di affidare la consegna al tipo all’uopo individuato, normalmente uno dei clienti più in asfissia da astinenza, al vertice dell’esposizione nei confronti della legge restava solo il cliente finale. Come una catena di Sant’Antonio il giro si allargava, non mostruosamente ma quanto bastava per intravedere sicuri profitti nel medio termine senza irruzioni della forza o incursioni della concorrenza. Avendo sempre cura che i cavalli, per lo più remunerati in natura o trattenuti sotto il giogo di qualche condizione di ricatto, non si incontrassero troppo spesso con gli identici affidatari dell’incarico lo smercio appariva trascurabile, se qualcuno dei clienti finali veniva beccato non sarebbe stato a conoscenza della provenienza della roba e di certo non l’avrebbero potuta collegare a Lui.

cul de sac

Ovviamente anche una tecnica come questa ha dei punti critici, il nascondimento della merce, per esempio, dato che il luogo è pubblico vi può essere qualcuno che nota qualcosa di inconsueto, tipo un tale che traffica intorno ad un buco dietro ad una grondaia o che rimesta nel cavo di un albero in un giardino pubblico; questo era il compito logistico dei locali da lui utilizzati, occorreva una conoscenza perfetta del territorio e una mimetizzazione nella popolazione indigena, oltre ad una capacità di sorveglianza della merce allocata e del “buon fine” della stessa. Solo un paio di volte era capitato che la merce era sparita e in quelle occasioni i tagliatori di teste ebbero un certo daffare. Un altro grande punto critico era l’approvvigionamento della merce, ma questo era compito per il Cinese, qui il rischio era diretto e tutto suo. I canali di acquisto erano sempre molteplici e diversi; in queste transazioni la quantità non era mai modesta e di certo la polizia era fortemente attiva verso questi commerci e in costante ascolto. Se l’era sempre cavata rinunciando all’uso del telefono e del computer, le sue deliberazioni raggiungevano lo scopo tramite scritti ambigui recapitati a chi di dovere da suoi fiduciari. Il Cinese aveva copiato dal crimine organizzato e si teneva alla larga dai tipi appariscenti che di solito non fanno in tempo a vestirsi chiassosamente in abiti griffati per sfoggiare la raggiunta celebrità che già devono andare a sovraffollare il gabbio.

L’altro punto di forza del Cinese era rappresentato dalla forma dei pagamenti della merce che distribuiva, il colpo di genio consisteva nella separazione dei canali di fornitura e pagamento. Chi consegnava non riceveva soldi, consegnava e se ne tornava agli affari suoi, il “cliente” era stato contattato da un locale nell’ambito delle sue normali attività di lavoro, come se questo sconosciuto fosse un estraneo qualunque capitato lì, oppure uno dei suoi clienti “veri”, un rappresentante delle sue attività, un agente di commercio o altro e questo nelle dovute maniere gli anticipava le coordinate per il pagamento che poteva essere in contanti in una metodologia analoga all’istruzione dei cavalli o anche in forma di versamenti o bonifici su conti correnti intestati a prestanome, per lo più ditte fasulle o con scarso movimento ma con partita IVA autentica per una parvenza di formalità nonché di esistenza in vita come attività. Le somme non erano mai appariscenti o ingenti e in caso di grosse consegne e relativo corso di cifre consistenti il dovuto veniva deviato su più conti correnti o altre forme di pagamento.

Un rapporto spacciatore/cliente di questo tipo potrebbe apparire troppo fiducioso, ma il Cinese trattava solo con indigeni radicati sul territorio, le cosiddette persone per bene, che non hanno alcuna possibilità reale di fuga, specie da qualcuno che non deve rispettare le forme di legge. Questo sistema di pagamenti si autososteneva con il supporto di un’attività collaterale del Cinese, lo strozzo. In questa attività si compiaceva particolarmente perché gli consentiva di dare sfogo a tutte le sue perversità e al contempo di coprire l’attività dello spaccio utilizzando le attività commerciali dei suoi debitori per l’incasso e la copertura delle somme derivanti dall’altra industria e a volte ci metteva direttamente la sua faccia, considerandola qualcosa di legale e legittimo, i soldi erano suoi, che cavolo, restando però attento a non mettere in comunicazione i due business. I suoi debitori non sospettavano neanche che gli eventuali debiti per forniture di “merce” li dovevano a Lui in persona, questi si rivolgevano a lui, o meglio venivano appropriatamente dirottati nelle sue fauci da collaboratori e informatori del suo giro, come ad una specie di salvatore e così facendo mettevano una pietra tombale sulla propria esistenza di esseri umani. Scoperte dal debito le sue vittime si prestavano e lasciavano usare le loro attività per i servizi del Cinese, che ingrassava i suoi affari.

Nella Ford Fiesta® di Ahmed Rico guardava annoiato dal finestrino lato passeggero il susseguirsi di case e palazzi nel tardo pomeriggio afoso fissando da dietro le lenti degli occhiali da sole il culo di tutte le “ragazze” di età grossomodo compresa fra i diciotto e i sessantacinque che si trovavano in strada a quell’ora, Ahmed guidava senza parlare. Dietro di loro, su una Fiat Punto®, Urfeo e Lucio seguivano a distanza su disposizione del Cinese; quattro persone di tre nazionalità diverse in un solo veicolo avrebbero dato nell’occhio a un cieco. Scopo della gita la zona fra Via Giambellino e Via Lorenteggio ove, su indicazione di un cliente, si favoleggiava di una “megafesta” fra studenti da tenere sotto controllo per un’azione da intraprendere. Ordini impartiti: trovare la casa o il condominio e osservare la zona memorizzando i luoghi, le strade, il tipo di vicinato, eventuali negozi o attività, ordini emanati direttamente dal Cinese prima che sparisse dalla vista delle forze malvagie e si ritirasse nel suo appartamento ufficiale di cittadino residente nel centro storico di Milano, il suo rifugio, il suo lato pubblico, la sua facciata presentabile e magari anche lodevole, perché neanche lui sfuggiva al desiderio di perbenismo e di approvazione del prossimo.

Nell’appartamento al piano primo di un palazzo signorile che aveva finestre su entrambe le direzioni nord-sud ove si trovava al momento, il Walter tentava di dare un senso a quella visita inaspettata e soprattutto inopportuna, stante l’imminenza dell’azione che aveva pianificato così bene. L’irruzione di questo rompiscatole acculturato non l’aveva preventivata e cercava di prevedere eventuali sviluppi negativi o interferenze che potessero intralciare la diffusione dei suoi affari o peggio ancora minare la sua libertà. La domanda non gliela aveva posta né avrebbe potuto, nella sua tattica domandare o rispondere direttamente su ciò che gli premeva era qualcosa da escludere a priori, però non si era giustificato fino in fondo l’arrivo di quel Fosco Trifarro in uno dei suoi ritrovi, sebbene filtrato da qualcuno dei suoi. Le vicende del Fosco le sapeva tramite una conoscenza dell’Armando, di cui per estensione tramite la medesima fonte conosceva anche parte dei suoi traffici e dei loro trascorsi, però questo moralismo da libro Cuore, tipo interessarsi alla Mina e alle sue vicende, lo disgustava.

Si domandava dove fosse l’inghippo, quale fosse il secondo scopo del precario della facoltà di Lettere e Filosofia, che cosa cercava questo tipo? Il tarlo non era facile da snidare, l’Armando lo conosceva di fama per essersene servito qualche volta nei suoi traffici, sebbene non lo avesse mai incontrato di persona, e dal modo in cui aveva eseguito ciò che gli era stato chiesto non gli aveva mai lasciato la convinzione di averlo sotto la sua mano, in quell’Armando c’era qualcosa di ribelle e di ostinato, non direttamente pericoloso per le sue attività, ma in quell’Armando in qualche modo risuonava la parola trasgressione, aveva come la sensazione che quel tipo, sì magari eseguiva ciò che gli veniva chiesto senza problemi, però non lo avrebbe mai voluto fisso nella sua squadra. Del fatto in sé che il Fosco fosse arrivato alla sua presenza non si preoccupava, poteva tenerlo a bada con il suo passato, di cui aveva riferimenti viventi da mettere in campo, ma l’associazione dei due, radicata in un passato comune poteva dare luogo a coincidenze avverse. Inoltre restava il motivo scatenante della sua visita, se Fosco Trifarro era piovuto al suo cospetto qualcosa era andato storto alla facoltà, qualcuno aveva sgarrato dalle disposizioni e in considerazione della totale assenza di riferimenti fra Ahmed e Rico con Fosco la cosa andava appurata e verificata. Il campanello suonò, precauzionalmente verificò al videocitofono e quindi premette il tiro per aprire il portone. Si avvicinò alle finestre e abbassò un poco le tende, diede un’occhiata al condizionatore e tornò alla porta per aprire al suo ospite, che aveva appena bussato. Fece entrare il Sapienza e si accomodarono entrambi, il Cinese su una poltrona, il Sapienza sull’angolo del divano più prossimo al Walter, che esordì.

– Che cosa è andato storto stamattina?

– Esattamente non lo so, il ganzo di quella tipa è venuto da me, evidentemente qualcuno gli ha parlato di certe cose e di certi commerci, altrimenti non si sarebbe sognato di presentarsi da me.

– Che cosa ti ha chiesto?

– Praticamente nulla, però era a conoscenza della possibilità di ottenere qualcosa di più di una semplice informazione, qualcuno deve avergli detto del giro.

– Vedremo di cambiare un po’ la procedura. Ti ha chiesto qualcosa riguardo a qualcun altro?

– Sì e no, ha detto che cercava “qualcosa” – il Sapienza disse “qualcosa” con un tono di voce differente, come a sottolineare un’evidenza, una stranezza – per la festa di una ragazza…

– E nient’altro?

– Praticamente nient’altro. Ho fiutato il tipo come uno fuori dal giro e non mi sono fidato, l’ho liquidato senza dirgli nulla.

– Mmh, una festa per una ragazza… questa sera gliela facciamo noi la festa. Di un certo professor Trifarro hai notizie? Intendo riguardo al giro o alla vicenda?

– So chi è e morta lì, io stamattina non l’ho visto.

– Deve averlo informato il gonzo di Mina.

Il Cinese si sporse in avanti appoggiando i gomiti alle ginocchia e fissando la finestra come a cercare concentrazione, il Sapienza si appoggiò con un gomito al bracciolo del divano presso cui si era seduto e si guardò intorno ammirando il lusso di quell’abitazione e comparandolo con lo squallido micro appartamento in cui condivideva l’esistenza insieme ad altri due studenti. Queste frequentazioni lo mettevano in lieve fibrillazione emotiva, per non dire della sua attività di info-spacciatore, guardando nel suo futuro gli riusciva difficile immaginare una carriera di avvocato partendo da dei presupposti del genere, non occorreva una conoscenza dell’universo mondo per giungere a vedere nero oltre il diploma di laurea, senza tenere conto dei trascorsi padovani e della non eccezionalità delle sue performance di studente. Tuttavia questo mercimonio lo sostentava nelle sue urgenze immediate e la innata abilità di vedere immediatamente nelle intenzioni dei suoi coetanei e di non pochi fra quelli più vecchi di lui lo gratificava intimamente, sentiva di avere un potere su di loro, sentiva che una volta terminato questo brutto periodo avrebbe potuto mettere a frutto questa capacità per delle attività realizzabili nella luce della legge, però il rischio della frequentazione del Walter cominciava a turbare la sua fiducia in se stesso. Questi briefing di informazione avvenivano regolarmente e senza appuntamenti, essendo il telefono per il Cinese qualcosa da usare con molta parsimonia, e con una certa paranoia, ampiamente giustificata nel suo caso, date le sue attività. Il Sapienza era invitato a presentarsi a casa sua regolarmente ogni giovedì alla stessa ora, altre incombenze lo raggiungevano tramite la manovalanza del Walter, eventuali urgenze avevano una loro collocazione al di fuori delle linee telefoniche, la frequentazione era proficua per entrambi, informazioni e indirizzamento di clienti in cambio di contante per gli studi, tipo una borsa di studio per la facoltà di Legge sponsorizzata dal crimine. Il Cinese ruppe il silenzio.

– Vedi se ti riesce di scoprire a quale livello s’inghippa ‘sto Fosco Trifarro, questa è una rogna che non ci voleva.

Il Sapienza fece un cenno di assenso col capo.

– Se non c’è altro io vado.

Quindi si alzò, fece un cenno di saluto al Walter e prese la direzione dell’ingresso domandandosi intimamente se il Cinese potesse fiutare l’imbarazzo che gli dava la sua frequentazione. Senza voltarsi chiuse dietro sé la porta.

Il Walter lo aveva osservato uscire e rimasto solo trasse le necessarie conclusioni. Quel pidocchioso di Bonbon doveva avere combinato qualche cavolata. Nell’anagrafica mentale dei suoi clienti il nome di Bonbon emergeva fra molti, primo per i suoi tentativi universitari, dove frugando nell’ambiente nella ricerca di un incremento del business lo aveva incontrato, e poi per la malleabilità del tipo, quel bonbon era come plastilina nelle sue mani e per i suoi tramiti, ma quando era fatto o tentava di usare il suo cervello autonomamente combinava sempre qualcosa di anomalo, specie se tentava di fare le due cose insieme. Ogni volta che si trovava ad affrontare l’irrazionalità dei suoi acquirenti doveva tenere a bada la rabbia che gli montava, dopo tutto gli fornivano grana in cambio di merda e già questo pensiero lo rassicurava, tranne quando le baggianate rischiavano di mettere a gambe all’aria tutto il suo commercio e allora tutta la sua capacità, perseveranza, abilità, non riuscivano a trovare soluzione adatta. Per questo scopo urgeva il supporto di qualche “connessione”: l’Attilio per esempio. Mettere in campo queste “aderenze” era una cosa contro la sua natura di “uomo fattosi da sé”, che non ha bisogno di nessuno, principalmente perché poi i favori vanno restituiti e di solito con gli interessi, in particolar modo fra persone che non guardano per il sottile e se ne infischiano delle regole, specie perché alcuni di questi le regole le scrivono. Nella congerie delle sue attenzioni all’accumulo e delle sue capacità extra-commerciali, logistiche e finanziarie molteplici destini si intersecavano dal lato del profitto e con rispetto reciproco, e in maggior grado per il profitto medesimo, scopo del loro industriarsi. Però favori da mettere in campo ne aveva anche lui, ed erano favori del lato sporco, quindi con valore maggiore; difficilmente qualcuno con senno sufficiente da potersi vantare di essere nel business da molto tempo avrebbe osato rifiutare una mano, un piccolo e insignificante aiuto per potere mantenere lo stato delle cose.

Più ci pensava e più si convinceva che, sebbene vigesse la regola “ognuno per sé e dio per tutti”, l’intera faccenda si sorreggeva unicamente per la collaborazione reciproca al reciproco interesse, e questo era uno di quei casi. In una scala gerarchica anonima e riconosciuta solo dal lato della perpetuazione esisteva una procedura di routine non scritta e mai declamata, che prevedeva l’interessamento della parte superiore più prossima all’inferiore che si fosse trovato in difficoltà. Questa scala gerarchica era autoprodotta nel momento in cui qualcuno chiedeva qualcosa a qualcun altro, in un giro di relazioni complesse senza valori definiti o prestabiliti le potenzialità emergevano autonomamente semplicemente perché richieste, come in una specie di mercato libero, talmente libero da includere il rischio effettivo della gattabuia per chiunque fosse dentro al giro.

Il Walter era consapevole dei rischi, ma era consapevole delle sue potenzialità e delle sue relazioni, che dopo tutto sapeva intrattenere ad un buon livello, almeno nella parte mondana e presentabile delle sue attività, anche se il lato paranoico pesava parecchio nelle sue decisioni e nelle sue vicende. Uno che si muove nel lato negativo della legge è consapevole, sempre, di essere catalogato in qualche maniera fra le conoscenze della manovalanza della giustizia, non era così scemo da illudersi che la frequentazione di Rico, Ahmed, Lucio, Urfeo e altri loro pari o magari più tosti, non avesse prodotto mai e in nessun luogo relazioni da potersi connettere con attività di indagine della pula. Sapeva che qualche poliziotto, o più di qualche poliziotto, aveva a mente il suo nome e magari anche la sua fisionomia ma aveva sempre tenuto un basso profilo nel lato non presentabile dei suoi affari e la compartimentazione quasi stagna dell’esecuzione materiale gli dava fiducia in se stesso e gli accordava anche quella di numerosi clienti per bene, così da potersi ritenere e presentare egli stesso come una persona per bene. E in ultima analisi aveva agganci sociali tali da poter arpionare anche un ficcanaso della polizia ufficiale che tentasse di intrufolare il suo naso inquisitore negli affaracci suoi, un equilibrio difficile e impegnativo, ma molto redditizio.

Prossimamente l’undicesimo capitolo

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