romanzo a puntate (15)

Copyright © Eric Bandini 2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.

Una storia italiana
Capitolo XV°
(15)
Milano
Giovedì, 19 Luglio 2001
Nell’appartamento del Beltrami la festa aveva preso una piega noiosa, Bruna stava cominciando a stizzirsi e Bonbon si sentiva braccato da troppe parti per riuscire a restare in equilibrio sul suo difficile presente, la ex giovane ancora non aveva esternato ma continuando la serata di quel passo non avrebbe tardato molto a richiedere un altrove divertente al suo compagno, che sentiva la presenza del suo cellulare nella tasca dei jeans come una bomba a mano dalla sicura instabile, unitamente alla medesima sensazione di inutilità che la ex punk non esitava a mostrare con gesti freddini nei confronti dei loro ospiti, che ce la mettevano tutta per rendere vivace la serata ma qualcosa mancava e per giunta c’erano troppe matricole con qualche infantilismo ancora da purgare e la musica pareva copiata da una festa di compleanno di un liceale, e tutto quel pùnfe-pùnfe-pùnfe-pùnfe era veramente troppo per una trentottenne punk e per giunta goth.
Mina non si era fatta vedere, e nemmeno i suoi colleghi. Dubbi di diversa origine ma di scopo comune cominciarono a vagheggiare per la sua mente fra gli spazi residui del desiderio di farsi; non sapeva se contattare Rico o se aspettare di essere contattato, poi la seconda soluzione si affermò da sé, non aveva notizie da comunicare, nessuno si era fatto vivo e la trasmissione di una non-notizia a quei soggetti li avrebbe messi in allarme senza scopo, però la cosa non lo sollevò affatto, quelli non avrebbero mollato e lui non sapeva più che pesci pigliare, intrappolato fra la Bruna, la Bamba e il duo dei fornitori in agguato là fuori da qualche parte nella città di Milano.
La cosa che lo teneva in angoscia più di tutto era l’assenza del Germano con la sua ragazza e tutto il gruppo con il Mario, il Gianni, il Sandro e soprattutto Dott. Cynicus, che Bonbon detestava dal profondo di un’antipatia viscerale; il fatto che non si fossero fatti vivi accendeva dubbi paranoici sulle sue relazioni con gli stessi e in un vortice di delirio fantastico si immaginò estromesso dalla compagnia universitaria per collusioni con strane e depravate frequentazioni che Dott. Cynicus una volta aveva sentenziato essere la quintessenza della stupidità, definendo la droga come la religione degli imbecilli, affermazione che lo aveva qualificato in quest’ultima categoria, non senza desideri di ritorsione nei confronti del Cusani, che dal suo punto di vista si esprimeva sempre con arrogante saccenza e la cosa lo faceva imbestialire, intimamente, perché non avrebbe mai avuto il coraggio di affrontare il Claudio apertamente, con il rischio di vedersi scoperto di qualcosa che egli riteneva un segreto inviolabile della sua intimità e di cui egli era convinto che nessuno sapesse alcunché. Nel suo attuale delirio di indecisione se li immaginava a tramare contro la sua persona e a spettegolare su presunti sospetti al suo riguardo, quando invece agli occhi dei suoi colleghi era già tutto palese e lo accettavano com’era, per quello che era.
Ora, in quell’appartamento semi-lussuoso al piano attico di una zona residenziale di Milano, Bonbon ardeva di un’indecisione che gli faceva percepire il mondo come attraverso un materasso trasparente, si sentiva circondato da minacce che prendevano forma attraverso l’incapacità di sopportare la tensione di un’attesa che non aveva preventivato e nell’assenza di persone che avrebbero dovuto esserci ma non si erano fatte vedere. Lui aveva chiesto al Beltrami, con le più subdole maniere dell’indifferenza, come mai non si fossero fatti vedere il Tirlonza, la Calludole e gli altri, ma tutto quello che era riuscito ad ottenere era stata un’affermazione sulle propensioni alla balneazione del Gianni; aveva insistito, con le maniere più astute e perifrastiche, per sapere del Marzenit, cioè del Sandro e di Dott. Cynicus (chiamandolo “il Cusani” e fingendo al suo riguardo un’amicizia per la vita), ma il Beltrami insisteva sul fatto che l’Erbaro, cioè il Gianni, se n’era andato al mare con altri due del quarto anno, e riguardo agli altri aveva abbozzato un’espressione fra il debolmente deluso e il felicemente rassegnato rifilandogli un bicchiere di rum-cola in cui tintinnavano alcuni cubetti e limitandosi a dire che «Sarà per la prossima occasione, a casa di qualcun altro magari», mentre con un occhio sorvegliava un tipo che si industriava con tabacco e maria per arrotolare qualcosa di fumabile. Aveva anche colto un’occasione per chiedergli, alludendo a Germano e a Mina «Ma non hanno proprio detto nulla? Non hanno detto dove sarebbero andati o qualcosa del genere?», a cui il Beltrami, senza che avesse alzato un sopracciglio a rimarcare sospetti, si era limitato a rispondere con qualcosa di assimilabile al fatto che non era il loro badante e aveva perseguito in un’espressione felice che non vuole essere diversamente.
Degli altri presenti, detratti quei pochi del suo corso e qualcuno di quelli che erano in Largo Richini quella mattina aveva una conoscenza superficiale o poco intima, limitata a topiche universitarie e/o battute umoristiche di convenienza, magari conoscevano anche loro quelle persone che gli abbisognavano al momento ma non era in confidenza sufficiente per chiedere, temeva di suscitare sospetti, tranne forse con Bob, colui che stava preparando una canna cerimoniale collettiva, il metonimico Bob, rasta per estensione e nominato in comparazione a Bob Marley ma dal capello conforme, al secolo Agostino Belli; però si sentiva refrattato a consultarlo ufficialmente, nella sua mentalità perbenistica tendeva ad evitare contatti troppo ravvicinati o intensamente ripetuti con persone dedite all’assunzione di sostanze, in qualunque maniera introiettate, già il fatto di dover poi fumare collettivamente gli faceva percepire un desiderio di distanza (in contrasto con il desiderio di pippare anche lui, come poi nel caso avrebbe effettivamente fatto, ma con quella distanza tipica di chi vuole mimare una prima volta, un po’ troppe volte ripetuta) ad evitare maldicenze, perché poi si sarebbe saputo chi c’era e chi non c’era alla festa e cosa si era fatto e chi si era fatto e chi si era ubriacato, e chi si era…
La Mina non c’era e una decisione andava presa. Un quarto alle undici, a quell’ora non si sarebbero fatti più vedere, sebbene certuni continuassero ad arrivare, sempre più radi ma di quando in quando qualcuno si aggiungeva. Bonbon si illudeva ogni volta che fossero quelli che aspettava, sentiva suonare il carillon del campanello e qualunque conversazione avesse in atto teneva d’occhio l’ingresso nella speranza di vedere Mina Calludole e porre fine a questa prova, e magari intascarsi una grassoccia bustina gratis. Però ogni volta si aggiungevano persone diverse da quelle che aspettava, più o meno conosciute o sconosciute. Sentiva di dover agire in qualche maniera ma temeva di incrociare Rico oppure Ahmed fuori dal palazzo, o magari entrambi a tenergli quelle prediche stereofoniche da cui usciva rimbambito come dopo due ore di seduta dal dentista. Bruna ogni tanto lo guardava strano, non proprio strano ma in una maniera nascostamente supplichevole, come fanno i bambini quando si stufano di sentire chiacchiere adulte noiose e non divertenti e cominciano a fare le bizze tipo «Andiamo?!? Allora andiamo?!? Andiaamoooo!», solo che Bonbon non sapeva dove andare, o meglio, un posto dove andare era sempre in grado di trovarlo ma quella sera c’erano ostacoli nuovi e terribili, però era certo di dover produrre un risultato per uscire da quell’impasse, un risultato di qualunque tipo e non c’era verso di produrlo lì dentro.
Bruna aveva appena ripreso la sua posizione dopo una puntatina in bagno che non aveva funto da diversivo anzi, la sua espressione parlava chiaro, la ex punk voleva smammare. In effetti i ragazzi più giovani avevano dato l’impostazione generale alla festa e quelli di qualche anno più grandi che non s’erano associati all’entusiasmo si stavano adattando a passare la serata. Bonbon non ricordava di avere mai abbandonato alcuna festa a metà, né di essere mai stato il primo ad andarsene ma quella era un’occasione difficile che desiderava concludere al più presto, si accostò a Bruna per concordare una scusa da giustificare al Beltrami, quale patron della serata, e fatto il giro per saluti sommari uscirono dall’appartamento, non senza il rimpianto di avere abbandonato prima della canna cerimoniale e delle eventuali successive, perché il Bonbon di erba ne aveva vista una certa abbondanza sotto le grinfie di Bob su quel tavolo di preparazione.

Non avevano percorso che pochi metri sul marciapiede fuori dal condominio del Beltrami in direzione della Twingo® nera della matura squinzia parcheggiata poco distante che il telefono portatile di Bonbon vibrò e trillò in maniera soffocata dall’interno di una delle sue tasche, Bruna non si voltò e non se ne avvide ma il Bonbon ebbe un sussulto improvviso, come se si fosse reso conto di avere un serpente nei pantaloni. Nel breve tragitto in ascensore, con qualche scambio di deboli effusioni con la sua amica, aveva dimenticato il suo personale mondo reale, che non lo aveva mollato minimamente, anzi lo guatava da un paio di vetture appostate in posizione strategica fuori dall’abitazione del Beltrami sulla pubblica via e non appena adocchiato era scattata la telefonata a sondare le motivazioni del fallimento dell’agguato. Bonbon disse pronto come al solito, ma lo disse più che altro per Bruna, perché non si facesse idee strane sul suo conto, quantunque la 38n fosse accostumata a stranezze di ogni fatta il Bonbon temeva più di tutto le sue eventuali reprimende. Dall’altro capo le inflessioni sudamericane di Rico inquisivano sul fiasco della serata e sulla dritta farlocca che aveva rifilato loro e dalle intonazioni della voce, che non abusò minimamente di parole sconce o metafore da Pietro Aretino, quanto meno non in misura eccessiva, ricavò l’esatta sensazione di dover intendere le più fosche e triviali parole che si potessero mai esprimere unitamente a intimidazioni dirette alla sua personale esistenza in ogni qualsivoglia occasione applicabili.
In presenza di Bruna Bonbon non osò fare sfoggio della sua pavidità adducendo pietose e lamentose scuse telefoniche che poi avrebbe dovuto giustificare con una persona dall’altro capo del telefono oltre che con Bruna nell’immediato, non era coraggio, beninteso, era la totale indecisione di scegliere fra un male peggiore e un male peggiore, per cui l’unica scelta era la non scelta e di conseguenza un silenzio di assensi e di «Sì, Sì», «Noooo… ma dài…», «Sì d’accordo, va bene», «Poi ci vediamo e ci mettiamo d’accordo…», mentre dall’altra parte dell’apparecchio una voce portoricana si esprimeva in un italiano minaccioso e concreto di «Stai attento!», «…molto attento!» e inframmezzato di più concreti «Non pensare di essertela cavata, adesso telefoni a qualcuno di quelli, ti fai dire dove sono e ci troviamo sul posto», a cui Bonbon tenne arduamente testa lasciando sfilare Bruna perché non sentisse e dicendo nella mezza voce più convincente che aveva, parandosi la bocca accostata all’apparecchio con la mano libera, che se gli avesse telefonato quelli avrebbero sospettato qualcosa, di qualunque tipo ma qualcosa avrebbero subodorato, erano suoi colleghi e magari anche amici, ma non fino al punto di farsi dire dov’erano per imbucarsi direttamente, cosa non completamente vera, dati certi suoi precedenti, ma convincente a sufficienza per il sudamericano. La telefonata ebbe fine in breve e paradossalmente Bonbon si sentì sollevato, non esattamente felice o in pace con sé stesso e la vita ma come liberato da un peso, che tornò a gravarlo quasi immediatamente quando il desiderio della bamba riprese possesso della sua cervice, allora ritornò nella sua cupezza mascherata da felicità per l’apparenza davanti al prossimo. Giunti alla macchina di Bruna la donna esitò un istante prima di salire e aprire la portiera a Bonbon, lo guardò un istante e poi gli chiese:
– Sono appena le undici, non ho voglia di ritornare al mio tugurio, andiamo da qualche altra parte?
Bonbon accennò un sì interrogativo, come a lasciare a lei la scelta. Bruna lo guardò fisso un istante e poi con un sorriso a piena bocca disse:
– Andiamo al Sole Nero.

– Che sarebbe? – inquisì Bonbon.
– Un posto che ti piacerà. – e sempre con il medesimo illuminato sorriso salì in macchina e aprì la portiera per Bonbon che si accomodò per seguire le sue intenzioni.
La piccola Renault® nera aveva appena preso la direzione di via Lorenteggio per andare verso la Ghisolfa senza che i suoi occupanti si avvedessero di una Ford Fiesta® che aveva abbandonato il posteggio in fila lungo il marciapiede per seguire la loro stessa direzione, imitata da una Fiat Punto® che li aveva lasciati sfilare e poi vi si era accodata a una certa distanza. Bonbon non era stato capace di mettere in relazione la telefonata alla presenza in loco di qualcuno che lo aveva osservato uscire e immediatamente lo aveva contattato, nemmeno se fosse stato al volante avrebbe avuto in mente di guardare nello specchietto retrovisore per verificare un inconsueto piccolo corteo in una traversa così poco trafficata, specie alle undici di sera; se ne stava beatamente al traino della Bruna e vi si crogiolava, per quello che le sue dipendenze potevano permettergli.
Presso il Sole Nero, al tavolo illuminato di giallo il cabernet-sauvignon aveva rallegrato i cuori e alleviato le menti, una certa euforia non ancora ebbra teneva in vita la discussione della Guendalina, ancora fissata con lo zodiaco, ma i 13,5° alcolici del prodotto di Bacco, o chi per lui, avevano dato parlantina un po’ a tutti quanti e le chiacchiere si sovrapponevano alle chiacchiere in un incrociarsi di interessi e argomenti, fatta la tara della fissa di Guendalina, su cui tutti intervenivano più o meno a proposito, incluso l’Alfeo che tentava di liberarsi dalla morsa zodiacale per agganciarsi alle argomentazioni dei suoi colleghi, ora focalizzate su Mina che, in seguito alle puntualizzazioni mattutine del Trifarro, si domandava e domandava se il postmoderno non avesse preso origine da Joyce e Kafka più che da un dopoguerra letterario liberato da schemi accademici e volto ad un immaginario che coinvolge in una maniera narrativa in cui i canoni classici della realtà, per esempio il tempo e lo spazio nella conseguenza narrativa comunemente percepita, vengono in qualche modo rimescolati per produrre uno sguardo differente sulla realtà o forse semplicemente sul romanzo o il testo medesimo. Alfeo tentava di inserirsi nelle argomentazioni di Mina ma Guendalina, che si sentiva estromessa dalla discussione letteraria, aveva piantato le unghie sull’unico interlocutore apparentemente disponibile e non aveva intenzione di mollare l’osso per ascoltare conversazioni che non gli interessavano, così l’Oscuro/lo Scuro si sdoppiava in «Sì-sì, sì-sì» verso Guendalina con l’attenzione verso Mina e gli altri e quando tentava di dare piena attenzione ai suoi colleghi questa lo redarguiva, forse con troppa foga dovuta certamente al sunnominato cabernet-sauvignon.
Nessuno sembrava più pensare alle motivazioni che avevano condotto la compagnia in questo locale, Germano ne prese atto quando vide la combriccola delle cinesine illuminate di blu alzarsi dal tavolo per uscire in un cocoricò incomprensibile e leggermente rumoroso ma gradevole. Le osservò sfumare dal blu alla zona intermedia di luce neutra poi ad un rosso carminio poi ad un’altra zona intermedia quindi ad un viola e nei pressi del bar le vide rilucere di molteplici colorazioni e indescrivibili riflessi, forse sottolineati dagli effetti dei due bicchieri del sunnominato succo di Bacco, ma si riebbe dalla stranezza e riacquistò consapevolezza di dover fare attenzione, c’era sempre qualcuno in agguato che voleva qualcosa contro la volontà di qualcun altro e la serata stava andando troppo liscia per le avvisaglie che aveva prodotto la telefonata di Trifarro.

D’improvviso si ricordò che Trifarro aveva accennato che si sarebbe fatto vivo e ancora non aveva chiamato, se avesse chiamato in questo momento Guendalina e Alfeo, che non sapevano nulla sebbene l’Alfeo avesse subodorato qualche cosa la mattina stessa in Largo Richini, avrebbero potuto farsi strane idee, Guendalina di gran lunga più dell’Oscuro/lo Scuro per via della propensione ad auscultare gli altrui fatti. Pensò di proporre alla compagnia di abbandonare il posto e nel frattempo trovare il modo di telefonare ma sembravano tutti molto radicati nel momento e infervorati a gioire della convivialità e dell’amichevole discussione da essi stessi prodotta, magari con l’aiuto di un paio di bocce del sunnominato. Decise di alzarsi, appartarsi fuori dal locale e chiamare lui l’aggiunto Fosco Trifarro, all’insaputa della compagnia. Nessuno gli chiese alcunché quando abbandonò il tavolo ma con Sandro scambiò un’occhiata che fu eloquente per entrambi, quelli che contavano non avevano dimenticato, anche se Mina se la stava spassando un po’ troppo. Attraversò le zone variopinte sentendosi addosso quella luce colorata come un mantello e si diresse al vestibolo vegliato dai dracula cinematografici, supponendolo un posto adatto per telefonare senza essere ascoltati, anche se un po’ disturbati dalla musica. Compose il numero di Fosco Trifarro, il telefono non fece nemmeno un paio di squilli che la voce del precario Dott. Trifarro rispose con uno stanco pronto. Quando riconobbe il Germano si rianimò immediatamente scusandosi di non avere telefonato prima.
– … ho avuto l’intenzione di chiamare però aspettavo una conferma per la situazione, conferma che non è arrivata ma che non muta le cose. Esiste un pericolo per la tua amica ed è meglio che lasciate Milano per qualche giorno, almeno tu e lei e in posti separati. Non è il caso di drammatizzare, lei può stare da un’amica per qualche giorno e tu magari puoi andare a Genova, come mi sembrava di averti sentito dire stamattina, molto probabilmente ci andrò anch’io; da quello che vi sta succedendo non può definirsi una città tranquilla ma sempre meglio che avere alle costole certi figuri. Non vi ho dimenticato, non preoccupatevi, ho il tuo numero di telefono, se ho notizie o se capita qualcosa di importate che vi riguardi ti faccio sapere. Ho un unico consiglio al momento, lasciate Milano prima che potete senza dire dove andate e questo non è un consiglio da prendere sottogamba, c’è qualcosa in movimento che non riesco ad inquadrare, puoi pensare che sono paranoico ma la cosa è reale, non posso dirti nulla di più preciso ma insisto, prendete sul serio il mio consiglio.
– Con chi ha parlato, qualcuno le ha detto qualcosa?
– Ascoltami Tirlonza, prendimi sul serio, non posso dirti di più.
Germano rimase in silenzio per qualche istante e nemmeno Trifarro disse nulla in quel lasso di tempo, ciascuno dei due percepiva nell’altro un’attenzione e una disposizione ad una soluzione positiva verso qualcosa che non sapevano e che temevano, poi Germano si rese conto che non c’era alcunché da aggiungere, un consiglio l’aveva avuto, non restava che attenervisi.
– Grazie comunque Dott. Trifarro, a risentirci allora.
– D’accordo, ci sentiamo presto.
Stava armeggiando con il telefonino quando Dott. Cynicus lo raggiunse in quell’ingresso vampiresco, Germano si voltò pensieroso, dietro ai vetri della porta che introduceva al locale vide passare come un’ombra nera la cameriera che aveva preso le ordinazioni, la porta aveva i vetri solo da metà in su e la vide sfilare come un mezzobusto scuro circondato dalla luce rossa dell’ingresso in cui si trovava, la sua espressione era strana, pareva nascondere una curiosità incomprensibile e fuori luogo, non aveva mai visto prima di allora quella persona e negli immediati paraggi dell’ingresso non c’erano tavoli, uno strano percorso l’aveva condotta a passare di lì. Restò fisso così per un istante e Dott. Cynicus gli chiese se andava tutto bene. Germano lo guardò dimenticando immediatamente la cameriera vestita di nero, poi scuotendo il capo disse:
– Sembra di no. Trifarro dice che dovremo cambiare aria per qualche giorno a causa di qualcosa che ruota attorno all’esistenza di Mina. Mi ha detto testualmente di prenderlo sul serio.
– Riguardo a cosa?
– Ecco, questo non è stato in grado di dirlo ma mi ha lasciato capire che ha contattato o ha parlato con qualcuno che lo ha convinto dell’esistenza di qualcosa di poco piacevole nei nostri confronti e in particolare per Mina.
– Quindi?
– Dice che dovremmo cambiare aria per un paio di giorni almeno per lasciare che qualcosa si chiarisca. Dice che Mina dovrebbe andare a casa di un’amica per un po’ e anch’io dovrei stare alla larga da qui. Ha detto che potrei andare a Genova, che in questo periodo non è proprio un posto tranquillo.
– Potremmo vedere di andarci insieme, magari col Sandro. Stamattina me n’era venuta l’idea. Andiamo ad aggiungerci alla protesta, magari evitando le cariche della pula.
Germano sorrise, la cosa forse lo attirava anche ma restava il problema di Mina e di come convincerla, specie in presenza di Guendalina.
– Ho una mezza idea che la serata sia finita qui, credo che dovremmo prendere su e andarcene in ogni modo.
– Sandro sarà sicuramente d’accordo e più o meno anche l’Alfeo, l’ostacolo resta l’amica di Mina.
– Beh, andiamo a vedere.
Si diressero verso il locale principale, aperta la porta Germano istintivamente scrutò per cercare la ragazza in minigonna e corsetto nero ma non era in vista, guardò verso il loro tavolo dipinto da quella particolare luce gialla e vide Guendalina e Alfeo impegnati in un colloquio animato che non pareva litigio ma poteva anche sembrarlo. Sandro guardò verso di loro come a sincerarsi che stavano tornando al tavolo, anche Mina li osservò un istante prima di volgere la sua attenzione a quello che Alfeo e Guendalina si stavano dicendo incuranti del resto della compagnia.
L’atmosfera della serata si era in qualche modo esaurita, coadiuvata dall’insistenza di Guendalina nei confronti dell’Alfeo che tentava invano di difendersi dagli attacchi zodiacali protestando inutilmente la sua felice non credenza nell’oroscopo, a cui la ragazza ribatteva che se gli piacevano posti simili doveva in qualche modo percepire la necessità dell’astrologia, e Alfeo dibatté secco:
– Guarda che non è mica una religione.
Guendalina restò finalmente senza parole e Dott. Cynicus ne approfittò per dire:
– E se cambiassimo aria? Giusto per vedere di recuperare un po’ di spirito.
– Va bene – disse Sandro alzandosi immediatamente – un’ottima idea.
Mina, Alfeo e Guendalina si guardarono in faccia e poi si alzarono anche loro, si diressero al bar per pagare le consumazioni dove la cameriera in minigonna, calze a rete e corsetto neri comparve dietro la cassa. Germano la studiò attentamente da dietro alcuni dei suoi colleghi cercando di non farsi notare da lei, intenta a fare conti e verificare le consumazioni, notò il rossetto che avrebbe definito piuttosto un neretto con strane bordature di rosso cupo come di brace che lumeggia attraverso i carboni ardenti, le sopracciglia marcate sebbene sottili e sensuali rese più cupe dal pallore di un volto che pareva odiare l’abbronzatura a dispetto del luglio e dei desideri di balneazione della stagione, un ovale pressoché perfetto decorato a make-up gotico contornato da una capigliatura corvina perfettamente intonata agli occhi neri, vagamente languidi ma non distratti. Una persona che non aveva mai visto prima di allora, però l’idea che cercasse qualche cosa dalla sua/loro esistenza prese a gironzolare nella sua mente, immediatamente rifiutata come irrazionale. Pagò la quota, suddivisa in sesti per semplificare, per sé e per Mina quando fu il suo turno e dimenticò il nesso che stava cercando su quel volto femminile e prese la direzione dell’uscita insieme agli altri.
Proseguirono in silenzio, uno dietro l’altro, fino oltre il vestibolo, direttamente fuori dal locale nel piccolo spiazzo antistante l’ingresso evidenziato dalla porta a vetri illuminata di rosso, il quasi silenzio della Milano notturna con lontani rumori di traffico, li bloccò su quel piccolo sagrato profano, senza parole e senza che nessuno paresse avere intenzione di parlare per primo. Una tipica situazione dei saluti a fine nottata. Qualcuno disse:
– Dove abbiamo parcheggiato?
Involontariamente il gruppetto si spostò sul marciapiede alla sinistra dell’ingresso del Sole Nero, fuori dalla luce delle insegne delle pubblicità delle varie birre e dal rossore dell’ingresso, che visto nella notte pareva provenire dalla fornace di Satana e che unitamente alle scritte pubblicitarie proiettava un alone di luce policroma oltre la carreggiata ad illuminare la strada e quasi il marciapiede opposto. Si fermarono dietro l’angolo di una recinzione che delimitava la fine del marciapiede e il confine di un condomino percorso all’interno da una fitta siepe di alloro lungo lo spazio antistante l’ingresso del locale, nell’oscurità pressoché completa sancita da un furgone accostato in parcheggio al marciapiede giusto al limite dello spiazzo antistante il locale e che oscurava la pubblica illuminazione proveniente dalla parte opposta della strada; si erano fermati istintivamente, consapevoli di avere le vetture in direzioni sconosciute e magari opposte.

Germano aveva parecchie cose da dire ma non sapeva come cominciare né cosa esternare in presenza di Guendalina e Alfeo, nel timore di includerli in qualcosa che non apparteneva alla loro esistenza. Però riguardo a Guendalina ebbe il dubbio che almeno in parte la loquace amica di Mina dovesse essere al corrente delle vicissitudini adolescenziali della stessa. Germano dava di spalle alla recinzione, dietro alla quale la siepe lasciava a malapena trapelare qualche barlume delle insegne da dietro l’angolo, l’oscurità avvolgeva lui e tutti i suoi amici ed era rivolto verso la strada. Dalla sua sinistra sentì provenire il rumore di una macchina, in quel momento nessuno pareva avere intenzione di prendere la parola e Germano era come distratto dalla compagnia. Osservò da lontano quel veicolo transitare, che notò essere nero o comunque scuro sebbene non fosse certo della marca e del tipo, quasi con noia e desiderio di distrazione. Non andava forte, anzi si muoveva a bassa velocità, come quando qualcuno cerca un luogo, un indirizzo, un posto specifico mentre è alla guida. La cosa lo incuriosì, si fece l’opinione che fossero avventori del Sole Nero, dal fondo della strada era comparsa un’altra macchina e poi un’altra ancora. Tutto questo traffico gli fece pensare ad una comitiva tipo la loro, con una curiosità involontaria si assentò mentalmente dalla combriccola per osservare dall’oscurità in cui si trovavano questi nuovi arrivati nella luce dello spiazzo e della pubblica illuminazione.
La piccola vettura nera scomparve dietro il furgone che avevano davanti e ricomparve oltre lo stesso fermandosi davanti all’accesso stradale dello spiazzo antistante il Sole Nero, un volto si affacciò dal finestrino aperto e Germano riconobbe Bonbon che guardava verso l’ingresso illuminato dalla luce policroma e della porta e delle insegne di birra parlando con qualcuno che non vedeva e che stava alla guida, non capì quello che disse, in parte stupito dalla combinazione di vedere un conoscente ad un’ora simile in un luogo mai frequentato prima, si limitò a sottolineare la presenza del suo collega agli altri:
– Ehi, guardate… c’è Bonbon, non riesco a vedere con chi sia…
Dott. Cynicus si voltò a guardare, così come tutti gli altri, e confermò.
– È proprio lui… sarà certamente con quella Bruna che si porta a tutte le feste.
– Quella tipa è proprio fuori, però è simpaticissima – sottolineò Sandro.
La macchina di Bruna si mosse e proseguì, probabilmente per cercare parcheggio. Dietro giunsero le altre due vetture che Germano aveva notato arrivare dopo quella su cui era Bonbon, la curiosità ormai aveva distratto l’attenzione generale e tutti, dall’oscurità in cui si trovavano, stavano voltati verso la strada incuriositi dalla combinazione e nell’aspettativa di vedere passare qualcun altro di loro conoscenza, magari al seguito della compagnia di Bonbon. La seconda macchina rallentò davanti all’ingresso, una faccia sconosciuta, più matura di loro, guardò verso il locale senza dire nulla e il veicolo proseguì, poi la terza vettura si fermò anch’essa davanti alla luce dell’ingresso del Sole Nero, il volto di Rico si inquadrò nel finestrino aperto e Dott. Cynicus ebbe un sussulto.
– Ehi, quello è il sudamericano che spaccia, l’ho visto una volta a parlare con Bonbon in vicolo Santa Caterina, credevano di essere inosservati. Se sta al seguito di Bonbon la cosa butta male, stanno cercando qualcuno – e si voltò verso Germano a cercare una conferma.
– Sembra proprio così.
Germano guardò Guendalina e Mina con aria interrogativa come a chiedere senza parlare se poteva esprimersi in presenza della sua amica e Mina, guardando Alfeo che taceva, disse:
– Il Cinese lo conosce anche lei, lo sa chi è.
– Alfeo devi farmi un favore – disse Germano – Hai presente dove abbiamo parcheggiato? Dovresti prendere la mia macchina e tornare a casa per conto tuo, io ho una cosa da fare per i prossimi giorni, poi ti telefono e ci chiariamo, ma ora ti prego, fammi questo semplice favore – e gli allungò le chiavi della Fiat Panda®.
Alfeo senza dire nulla prese le chiavi e guardò interrogativamente Germano e tutti gli altri, la sua gentilezza gli impediva di fare domande ulteriori e conosceva fin troppo bene la buona fede dei suoi colleghi e amici per avere dubbi circa una fregatura che volessero eventualmente tirargli, piuttosto aveva fiutato una situazione anomala e un imbarazzo diffuso su tutte le facce per cui si limitò ad eseguire ciò che Germano gli chiedeva senza fare al momento domande che avrebbero potuto incrinare l’amicizia, d’altronde si trattava di una cosa banalissima. Germano aggiunse:
– Poi ti spiegherò ma adesso non c’è tempo, ti prego vai subito, noi ci arrangeremo.
Sandro e Dott. Cynicus salutarono cordialmente l’Alfeo e lo ringraziarono per la bella serata e l’ottima iniziativa, Guendalina gli sussurrò un arrivederci che mirava a qualcosa di più e si separarono in opposte direzioni, Alfeo superò il sagrato del Sole Nero e prese la medesima direzione che aveva preso Bonbon.

Prossimamente il sedicesimo capitolo