Una storia italiana – Romanzo a puntate (20)

romanzo a puntate (20)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XX°

(20)

Genova

Venerdì, 20 Luglio 2001

La decisione di svicolare dal casello più prossimo alla città di Genova deviando sul paese di Voltri con un giro più ampio si rivelò indovinata a metà. Giunti nell’abitato di Voltri e acquistato un quotidiano per avere aggiornamenti sulla situazione si resero conto di trovarsi dalla parte opposta della zona di Genova in cui si svolgevano le manifestazioni, Voltri si trova infatti a una dozzina di chilometri a ovest di Genova, la quale è disposta in maniera tale da avere la parte storica, quella asserragliata nella così designata zona rossa, distesa sulla zona orientale del golfo portuale, quella con il Palazzo Ducale, i vicoletti, i carrugi, la parte più antica insomma. Si procurarono uno stradario di Genova e cercarono un percorso che li conducesse il più vicino possibile allo stadio Carlini, che pareva essere il luogo di assembramento per l’inizio del corteo di protesta che parve loro più interessante, riservandosi di variare il programma a seconda di ciò che avrebbero riscontrato sul posto. Nessuno di loro tre, infatti, apparteneva ad organizzazioni, associazioni o formazioni schierate di qualunque tipo, la loro era una semplice adesione di supporto in pura linea di principio, coartata da necessità e situazioni che non avevano previsto, incentivata forse da una ricerca di logica, come un’indagine filosofica “sul campo“, ciò in special modo da parte del Cusani.

L’idea dell’autobus venne scartata per la complessità della zona di Genova e la totale nescienza della toponomastica locale. Una sommaria occhiata allo stradario e alla piantina di Genova li convinse che la macchina di Sandro avrebbe servito egregiamente allo scopo facendo il giro più periferico della città nella zona residenziale, che appariva abbastanza tortuoso sulla mappa, per via di salite e discese, tornanti, curve, intersezioni, però era affrontabile e molto probabilmente non affollata di poliziotti.

Nel flusso del traffico mattutino Dott. Cynicus, di fianco a Sandro al posto di guida, cercava indicazioni sullo stradario, Germano, proteso in avanti e appoggiato allo schienale del sedile, offriva il suo supporto sbirciando sulla mappa e verificando direttamente sulla strada la corrispondenza; alla loro destra appariva e spariva il mare in un alternarsi di centri abitati, piccole marine, insenature addobbate a spiaggia in procinto di essere assediate da brutture cementizie.

Il tragitto era breve ma il caos mattutino lo rese difficoltoso; a Voltri regnava quella calma indaffarata dei luoghi turistici ma appena superata la zona balneabile e penetrata la vasta zona portuale il traffico si fece pesante, pareva di stare in un suburbio industriale di Mosca e il cielo estivo faceva contrasto con il paesaggio addomesticato ad utilizzo specifico, il sole era una semplice fonte di luce che produce illuminazione a scopo di mantenimento delle attività, come se il cielo fosse il coperchio sbagliato di un contenitore bizzarro.

A7

A Sampierdarena cominciarono a guardarsi attorno per cercare un percorso adatto e si trovarono nel groviglio di svincoli e deviazioni formato dalle derivazioni del casello terminale della A7, la Milano–Genova che avevano scartato inizialmente. Si guardarono in faccia ma nessuno fece il commento che tutti pensarono, riuscirono a districarsi e ritrovarsi in Piazza Di Negro, una specie di autostrada cittadina con un bel fronte marino rallegrato da una strada sopraelevata intersecata al di sotto da una serie di binari ferroviari e oltre, prima del mare, una cala portuale per giganti della navigazione all’interno del golfo portuale di Genova. Il panorama li distrasse, certe cose attraggono inesorabilmente, che siano belle oppure orribili, poi imboccarono Via Venezia in direzione delle colline e si resero conto di essere appena usciti dal limitare della zona gialla che avevano sfiorato deviando su Via Venezia da Piazza Di Negro e si sentirono direttamente ridicoli ma nuovamente nessuno fece commenti.

Ora il percorso si faceva tortuoso, percorse poche centinaia di metri la città di Genova, che dalle superstrade che avevano lasciato si intravedeva ad oriente, era scomparsa dietro una collina e stradario alla mano cercavano di districarsi fra contorte strade dai nomi di città, per lo più italiane, percorrendo zone residenziali di varia foggia, poi da Via Bologna sbucarono su Largo San Francesco da Paola e da quella posizione sopraelevata riuscirono a vedere nuovamente la città distesa sulle colline e protesa verso il mare nell’abbraccio del porto, poi nuovamente in discesa verso una valle che stando alla mappa andava a sfociare presso la stazione Principe poi nuovamente in salita attraverso tornanti e incroci e curve in una serie di salite e discese e cambi di direzione di cui avevano perso il conto e se avessero dovuto ripercorrerlo a ritroso non ne avrebbero trovato la traccia, fisso nella mente avevano l’obiettivo del cavalcavia denominato Via Terralba che avevano localizzato sullo stradario come punto di riferimento per avvicinarsi al punto di partenza del corteo, anche se non intendevano andare fino allo stadio Carlini, che si trovava a circa un chilometro dal cavalcavia di Via Terralba, si sarebbero aggregati lungo il tragitto del corteo oppure, in alternativa, avrebbero tentato di avvicinarsi alla zona recintata, dove sicuramente erano in programma altre manifestazioni di protesta, il programma non mancava di suggerimenti.

In Via Cellini parcheggiarono e si diressero a piedi verso quella che ritenevano la direzione di via Terralba, sbirciando nelle vetrine lungo la via l’esistenza di un bar, la traversata di Genova, ma soprattutto la notte quasi insonne, faceva loro desiderare una colazione decente completa di caffè che non avevano fatto a Voltri una volta usciti dall’autostrada nell’agitazione di dover giungere a destinazione all’interno di una zona strettamente sorvegliata, o quasi. Ora, compiuta questa prima parte della loro missione di protesta si sentivano rilassati, sebbene un po’ stanchi, tranne Sandro che appariva fresco come un bocciòlo, ma pronti per aggregarsi ad un corteo di loro gradimento. Erano le nove passate, non avrebbero mai immaginato di impiegare così tanto dal casello di Voltri alla destinazione ma avevano dovuto cambiare direzione più volte e anche rifare certi tratti a ritroso a riprendere la via giusta. La zona appariva tranquilla e si sentivano blandamente eccitati per la giornata che li attendeva, non che avessero grilli in capo per commettere chissà chè in danno di chissà chi, semplicemente la novità della protesta li aveva immedesimati in un ruolo per loro inedito e tendevano a sparlare di questo e di quello senza trattenersi troppo, i loro freni inibitori erano al riguardo un poco allentati, non erano agli schiamazzi, che non facevano parte del loro bagaglio comportamentale, ma l’eccitazione sobillava la parlantina più del normale.

Il bar aperto lo trovarono, nulla di più facile e banale in una zona della città esclusa dagli interessi di protesta e frequentata dal passaggio di persone dedite ai loro affari e ai loro interessi. Il locale non era ampio però aveva qualche tavolino a ridosso delle vetrine a cui stavano seduti alcuni avventori impegnati nella lettura dei quotidiani, sportivi nella migliore tradizione dei bar ma data l’occasione particolare anche quelli che riportano la cronaca nazionale con commenti ad alta voce sulla situazione attorno alla fortificazione del centro storico.

Germano, Sandro e Claudio si accostarono al banco per ordinare gettando un’occhiata ai tavoli nella speranza di trovare posto e rilassarsi un po’ prima di affrontare la città, al momento erano tutti occupati e coperti da giornali dispiegati a pieno tavolo a mo’ di tovaglia, ciascuno con un cliente intento a sbocconcellare una brioche o qualcosa di simile con la faccia piantata sul quotidiano; le urgenze della vita però generavano un certo ricambio cosicché molto presto qualcuno lasciò libero un tavolo e Claudio se ne appropriò richiamando gli altri due.

Un tizio sui quaranta seduto al tavolo vicino li notò sedersi, pareva il classico tipo molto spigliato, di quelli che non mancano mai in qualunque bar, quelli che ti possono attaccare un bottone su qualunque argomento, dal campionato di calcio allo sbarco sulla luna passando per tutti i luoghi comuni sulle donne, la politica, il tempo atmosferico e le condizioni di salute di sé e i propri parenti fino al terzo grado di parentela e forse anche oltre. La sua espressione era tipicamente gaia come se la felicità fosse la sua condizione perpetua e immutabile e la sua simpatia e fiducia fossero garantite da istituzioni plurisecolari, e su questo riguardo i tre avrebbero fatto meglio a porre attenzione, i servizi segreti della gioventù sguazzano in condizioni di protesta o forse di guerriglia urbana. Il tipo se ne venne fuori con una banalità sul calcio:

– Allora ragazzi, cosa fa la Sampdoria? – che non c’entrava con alcunché, tranne che con la città di Genova e gli eventuali tifosi non genoani.

I tre si guardarono in faccia cercando di individuare a chi fra loro tre fosse diretta la domanda e avvedendosi che era stata sganciata su di loro senza un bersaglio preciso come una bomba d’aereo della IIa guerra mondiale ebbero un attimo di indecisione, Claudio prese l’iniziativa affermando semplicemente che:

– Il campionato è finito due mesi fa e un posto a metà classifica della serie B non è qualcosa per cui vale la pena di esaltarsi, e comunque non tifo per la Sampdoria.

Sandro e Germano si guardarono in faccia, non avrebbero mai sospettato questo interesse e questa precisione di cronaca da parte di Dott. Cynicus verso il calcio e i suoi risultati. Durante la risposta di Claudio il tipo li squadrò rapidamente uno ad uno e un certa indecisione prese corpo sul suo volto, evidentemente non sapeva come classificarli, certamente non erano di Genova, questo l’aveva capito di sicuro dall’accento, forse gli parevano troppo educati per essere dei rivoltosi e abbigliati troppo decentemente, e la loro educazione e posatezza lo teneva sulle sue, per un istante parve come sopraffatto dalla sua uscita imprecisa, i tre lo guardavano con una certa espressione di stupore che sottolineava un’intima interrogazione sulle possibilità di prosieguo della conversazione da lui iniziata, constatato che alcun argomento pareva tenere insieme un interesse comune al dialogo. La pausa di silenzio non durò più di un paio di secondi che parvero minuti per la strana atmosfera che s’era instaurata fra i due tavoli poi il tipo fece una domanda più diretta insistendo su di una confidenza che alcuni soggetti ritengono d’obbligo nel dialogo fra vecchi e giovani, dove ovviamente i vecchi si sentono in diritto di una confidenza di cui i giovani farebbero volentieri a meno, non fosse altro che per la solita incongruenza e incompatibilità fra gli interessi di generazioni diverse:

– Allora ragazzi, si va a protestare o si va in spiaggia?

– Per adesso si fa colazione – intervenne Sandro che aveva fiutato qualche anomalia – poi si fa i turisti.

Qualcuno dei tre stava sicuramente pensando un vdvic (và [a] dà via i ciàp) ma essendo in trasferta in una città foresta e sotto possibile minaccia di “agenti”, radunati in gran numero in più di qualche angolo, se ne stettero in silenzio e si limitarono ad assecondare la risposta di Sandro quale portavoce senza fare commenti. Il tipo non parve intenzionato a demordere, pareva che volesse estrarre a forza qualche commento, qualche spunto, qualche giustificazione per inquadrarli in qualcosa che avrebbe soddisfatto una deplorevole bramosia di malafede e doppia personalità.

– Da qui l’unica strada per andare in centro è il ponte sopra la ferrovia di via Terralba o il sottopasso di via Torino, però non è giornata per visitare la città, se andate oltre potreste incontrare dei manifestanti e poi anche dei poliziotti in tenuta antisommossa…

– Vedremo di stare lontano dai guai – lo interruppe Sandro per chiudere la conversazione che stava diventando una specie di interrogatorio mediato.

Il tipo parve arrendersi, ripiegò il giornale sportivo che stava spulciando e lo lanciò con un debole gesto sul tavolo come a sottolineare la decisione di abbandonare il posto; cosa che fece alzandosi stancamente e salutando con un sorriso i tre e prese la direzione della porta dicendo un Buona Giornata al barista che non lo degnò di uno sguardo, nessun altro dei presenti lo prese in considerazione. Sandro lo osservò allontanarsi senza fare commenti, Germano e Claudio avevano addentato la loro colazione rilassati contro lo schienale delle rispettive sedie. Sandro osservava il tipo che li aveva apostrofati per attaccare discorso, se ne stava immobile sul marciapiede fuori dal bar e pareva indeciso sulla direzione da prendere, Sandro fece un cenno del capo a Claudio e Germano per indicare loro il soggetto e tutti e tre lo rimarcarono fuori dalle vetrine come se fosse un essere vivente in una gabbia di vetro, davvero un tipo strano, talmente strano che nessuno dei tre osò esprimere un commento o fare una critica anche solo goliardica, poi il soggetto prese la direzione di via Terralba con un passo che appariva svogliato o incerto, pareva che stesse cercando qualcosa senza sapere cosa.

Germano si rilassò contro lo schienale della sedia con i gomiti appoggiati ai braccioli, gettò uno sguardo ai suoi due amici prima di infilarsi gli occhiali da sole poi disse:

– Buonanotte. Svegliatemi quando è ora di andare via. E vedete di non lasciarmi qui da solo con il conto da pagare – e appoggiò la testa contro la vetrina che gli stava alle spalle.

– Potrebbe essere un’idea – rispose Sandro.

– Ehi, allora mangio un’altra brioche – rincarò Dott. Cynicus.

Germano sorrise da dietro gli occhiali poi assunse un aspetto quasi severo, si capiva che si stava impegnando a dormire per davvero, il cappuccino non lo aveva svegliato punto. Il rumore di sottofondo del bar già gli arrivava come se provenisse da venti metri di distanza in maniera uniforme senza una direzione definita, solo i “belin” che inframmezzavano la conversazione generale degli avventori eccedevano di quando in quando il livello sonoro come parole forestiere e perciò catturate più facilmente dal contesto generale, nel dormiveglia che si era impadronito di lui si accorse di pensare «Ecco cos’è l’Italia, fai appena duecento chilometri ed è come se fossi all’estero», poi altre cose strane e bizzarre popolarono la sua mente, la cadenza della parlata locale con quell’ascendere degli accenti fino a metà frase per poi ricadere come a rimbalzi lo cullava e si sentiva come condotto per strani vicoletti, stradine strette fiancheggiate da alti caseggiati e una fessura di cielo lassù come una fetta di azzurro, frasi incomprensibili di dialetto genovese stretto gli pareva provenissero da portoni, cortili, ingressi, negozi, scalinate, androni aggettanti su questi viottoli urbani che stava sognando di percorrere, bambini che si rincorrevano su e giù per le salite, donne affacciate o intente a stendere panni sui fili tesi fra una finestra e l’altra nell’armonia di un calore estivo umbratile e avvolgente, poi una voce ostinata che diceva EHI, EHI, una voce conosciuta e un tempo amica che ora stava distruggendo questo mondo fantastico, poi una manona che lo scuoteva per una spalla e infine la visione, reale, di due netturbini che parlavano in dialetto genovese appoggiati al banco del bar e la faccia di Sandro che lo sovrastava intento a scuoterlo per una spalla ridendo senza rumore accompagnato dall’uguale ilarità di Dott. Cynicus che lo osservava seduto di fronte. Con voce sonnolenta Germano rispose:

– Grazie per non avermi lascito il conto da pagare.

– Quello lo faremo a mezzogiorno quando andremo nel ristorante più caro della città – rispose Dott. Cynicus – per una colazione non valeva la pena.

Germano si stirò alzando le braccia ed emettendo un debole verso animale e ricomponendosi sulla sedia, poi chiese:

– Perché non mi avete lasciato dormire ancora un po’?

– Perché sono già le dieci passate, hai ronfato quasi un’ora e il barista aveva cominciato a guardarti strano, forse pensava che fossi fatto.

– Non mi sono mai fatto di nulla e nel contesto l’unica cosa che mi sono fatto è il suo cappuccino… parli bene tu che hai dormito della grossa fino a quando non abbiamo lasciato l’area di servizio…

– Mentre noi ricostruivamo il mondo – rincarò Dott. Cynicus.

– Che sarebbe? – inquisì curioso Sandro con un’espressione aggrottata che sottolineava voglia di sapere e ugualmente il dubbio di una presa per i fondelli.

– Grandi segreti sono stati scambiati questa notte – disse Germano ridendo di una voce ancora stanca del repentino risveglio – forse Dott. Cynicus ti metterà al corrente.

– E abbiamo perfino demolito…

– Beh, non proprio. Abbiamo cercato di contribuire con una piccola spallata.

Sandro guardava alternativamente Germano e Claudio cercando di capire chi dei due lo stesse pigliando in giro di più, poi Dott. Cynicus estrasse quel libello dalla piccola tracolla che aveva con sé e si dette un contegno sussiegoso sbirciando il Marzenit da sotto in su e ridendo in combutta con Germano poi buttò là:

– Segreto per segreto. Vogliamo sapere quale romanzo stai scrivendo… perché lo so che stai scrivendo un romanzo.

Sandro guardò entrambi con un’espressione inquisitrice, i suoi occhi neri parevano bucare le spesse lenti degli occhiali e la presbiopia sembrava sopraffatta da un desiderio di rivalsa verso i suoi due amici, poi riprese possesso della sua bonomia goliardica e disse con tono di superiorità:

– Cronache erotiche potrebbe essere il titolo.

– Ah – interviene Germano – sembra una roba molto commerciale, ma non pare una forma confidenziale, diariesca intendo….

– Di quale diario stiamo parlando?

– Questo lo chiariremo dopo, spiegaci che cosa sarebbero queste cronache erotiche…

– Beh, semplicemente questo, …ehi, vi espongo solo la trama, non pensate di poter sbirciare nei miei appunti. Beh la storia si svolge a Torino, dove un giovane, diciamo sui ventisei, ventisette anni, si dedica a rapporti erotici con donne sempre differenti e tiene una specie di diario su tutte le sue conquiste…

– Ehi, il diario pare una moda – interrompe Germano.

– Lascialo continuare – interviene Dott. Cynicus.

– Beh, dicevo tiene un diario su tutte queste avventure erotiche che avvengono esclusivamente nella città di Torino. Un giorno gli capita di rileggere questi appunti di vita e si convince che gli amplessi che ha avuto hanno tutti un riferimento con il demoniaco… non il “peccato”… insomma, come saprete Torino ha questa nomea di città del Diavolo, per certi edifici, certe strutture e tradizioni…

– Certa gente con la fissa, magari…

– Beh, però esiste questa relazione culturale col demoniaco nella città di Torino, ne è stato già scritto abbastanza in merito, il punto del romanzo non è però il demoniaco, non si parla del Demonio né dei suoi adepti o dei riti che questi mettono in piedi nascostamente, quanto dello strano effetto che la scoperta induce sul personaggio principale del romanzo e la nuova luce con cui inizia a considerare la sua vita e le sue relazioni, e qui mi fermo sennò mi copiate l’idea… e adesso fuori con i vostri segreti, perché avete la faccia di qualcuno che pretende di averne…

Germano guarda Dott. Cynicus sorridendo il quale a sua volta inalbera la sua espressione migliore e guardando Germano fa:

– Pare che anche Sandro denigri il diario, non apertamente come me ma preferisce parlare d’altro, metafore, invenzioni, oscure tradizioni, sesso, tutto tranne il personale… sono perfettamente d’accordo si “Je” c’est un autre alors il faut parler d’autre.

– Di quale diario stiamo parlando? – inquisì Sandro gentilmente.

– Di nessun diario a questo punto – intervenne Germano –, poiché pare una forma negata da tutti e usata ugualmente da tutti. Ti ricordi di quel segreto divulgabile di cui ci ha parlato Dott. Cynicus stanotte quando lo abbiamo accompagnato a casa? – Sandro accenna di sì con la testa – Ecco, è un finto diario, un diario della vita immaginaria di qualche sconosciuto personaggio, in pratica un finto diario, dove le cose narrate sono rigorosamente inventate…

– Non mi sembra un grosso segreto, dopo tutto, anche se in maniera blanda ci eravamo scambiata qualche opinione al riguardo, senza entrare in dettagli…

Il barista venne al loro tavolo, più che un’ordinazione pareva stesse verificando che tutto fosse a posto; i tre smisero di parlare e porsero la loro attenzione. Alla domanda se serviva qualcos’altro Germano rispose immediato:

– Un caffè.

– Uno anche per noi due e ce lo veniamo a prendere al banco. – E si alzarono tutti al seguito del barista.


L’interludio del caffè aveva posto fine alla discussione e richiamato i tre allo scopo per cui erano giunto a Genova. Fuori dal bar consultarono lo stradario e presero la direzione di Piazza Terralba e dell’omonimo cavalcavia che andava a sbucare su via Tolemaide, dove sarebbe passato il corteo a cui intendevano aggregarsi, per il momento di avvicinarsi al centro non ne avevano voglia e pareva loro che la zona assediata sarebbe stata maggiormente teatro di eventuali scontri per il tentativo di infrangere il limite delle barriere e poter vantare in tal modo una specie di successo. A dirla tutta il corteo che sarebbe passato da via Tolemaide non lo si prevedeva esattamente pacifico, era il corteo dei disobbedienti, un nome un programma, ma in virtù del fatto che la zona rossa era relativamente lontana non avevano ravvisato particolari problemi ad aggiungersi al corteo in quel punto. Poi eventualmente avrebbero proseguito autonomamente o con altri manifestanti, la gente che intendeva protestare non mancava. Camminavano chiacchierando e cazzeggiando diretti al luogo del rendez-vous non concordato, un tizio in compagnia di una donna molto anziana aveva suonato un campanello di un condomino e si era voltato verso la stessa a dire:

– Non c’è nessuno.

Dott. Cynicus s’infervorava facilmente per le cose dei BDdLC, forse non come Mario e Gianni ma era comunque un discreto segugio dei luoghi comuni, forse a volte un po’ eccessivamente. Si fermò sul marciapiede facendo un passo avanti e voltandosi di scatto a bloccare i suoi colleghi con un’espressione spiritata sul volto prese a dire con una certa enfasi:

– Ehi… “non c’è «nessuno»”….

– E a noi che ce ne frega – rispose Sandro gettando un’occhiata al tipo che aveva suonato il campanello ed ora se ne tornava verso una vettura parcheggiata a bordo strada in compagnia di una ultrasettantenne.

– Non hai capito, Non c’è … “Nessuno” … – insistette Dott. Cynicus separando “Non c’è” da “Nessuno”.

– Continuo a non capire –insistette a sua volta Sandro.

– Vuole dire – interruppe Germano – che se “Non c’è… Nessuno” allora c’è qualcuno.

Sandro si era fermato in mezzo al marciapiede e guardava alternativamente Claudio e Germano, poi, assumendo un’aria compita e severa disse:

– Occhéi, occhéi, ho capito, due negazioni affermano e quindi se non c’è nessuno allora c’è qualcuno, ma prima che vi montiate la testa vi rammento che demolire questo è pressoché impossibile, è un errore logico radicato nella nostra lingua e nulla e nessuno vi darà ragione al riguardo. Ora immaginate di rispondere ad uno psichiatra che vi domanda “Chi c’è?” in una stanza dove non c’è nessuno e voi rispondete “C’è Nessuno”, quello vi dirà che avete letto l’Odissea e vi siete montati la testa e magari pensa che vedete anche il Ciclope.

– Quindi?

– Ce ne freghiamo – concluse Germano.

Sandro rise sonoramente, Dott. Cynicus fece una delle sue smorfie verso Sandro che faceva finta di non avere visto ma rideva di nascosto. L’atmosfera era delle migliori e ciascuno dei tre si sentiva addosso la migliore energia che potesse desiderare, non che fossero esaltati ma vedevano il mondo davanti a loro come un immenso caleidoscopico, multiforme oggetto di interesse. A questo punto i loro sensi erano tesi alla ricerca di qualunque spunto potesse accendere la miccia dei BDdLC, ma il materiale mancava.

Piazza Terralba era al prossimo isolato e quando vi giunsero vi trovarono una calma talmente ordinaria che pensarono di avere sbagliato città, sapevano che a Piazza Novi doveva essere in corso una differente manifestazione e in linea d’aria era a sei settecento metri, una passeggiata. Attraversarono il cavalcavia e su via Tolemaide girarono a destra e poi imboccarono Via Montevideo per raggiungere Piazza Novi.

Prossimamente il ventunesimo capitolo

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