romanzo a puntate (19)

Copyright © Eric Bandini 2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.

Una storia italiana
Capitolo XIX°
(19)
Luogo imprecisato fra Liguria e Piemonte
Venerdì, 20 Luglio 2001
La Ypsilon® di Sandro se ne stava ferma in un’area di sosta lungo l’autostrada A26 a forse sessanta –settanta chilometri da Voltri o forse meno, non importava loro di sapere dove fossero esattamente in quel momento; una specie di tattica di avvicinamento alla città di Genova era stata pianificata durante il tragitto ed erano giunti alla conclusione unanime che il momento migliore per giungere a Voltri, in considerazione della difficoltà di entrare a Genova o anche solo avvicinarvisi in qualità di non residenti, era il momento dell’alba, quel momento al contempo fosco e piacevole in cui le attenzioni si diluiscono in un involontario quanto inconsapevole buongiorno alla vita, qualunque siano le condizioni esistenziali che si stanno sperimentando e ciò unito al fatto che il momento successivo è quello dell’ora di punta, il periodo della giornata più caotico e trafficato per gli ordinari scopi umani tipo recarsi al lavoro, portare i figli all’asilo, fare la spesa, insomma, il normale industriarsi per il vivere in cui tutte le esistenze si mettono in moto alla stessa ora.
Era loro convinzione che se fossero arrivati nella città di Voltri in anticipo avrebbero dovuto aspettare il giorno girovagando o fermi in macchina, con il rischio di venire notati e inquisiti anticipatamente dalla pula. Entrando in città nel momento in cui la gente si mette in movimento sarebbero passati inosservati; Sandro, Germano e Dott. Cynicus erano certi di riuscire a intrufolarsi in un autobus diretto a Genova mescolandosi ai pendolari per poi raggiungere un corteo e unirsi la protesta. Mancando ancora più di un paio d’ore al sorgere del sole avevano deciso di fare una sosta e Sandro, fermato il veicolo, aveva reclinato il sedile e si era addormentato di botto chiedendo ai suoi colleghi di svegliarlo in tempo. Dott. Cynicus ci aveva provato a dormire ma non ci riusciva proprio, così era sceso dalla macchina e se ne stava sotto un lampione con in mano una specie di quadernetto o libello che attirava tutta la sua attenzione.

Anche Germano ci aveva provato a dormire rovesciandosi su un fianco nei sedili posteriori ma non era riuscito a trovare una posizione sufficientemente comoda da fargli dimenticare il caldo e la sconvenienza della sistemazione che dopo solo pochi minuti gli aveva fatto percepire l’esistenza della spina dorsale, del collo, della forza di gravità e di altre cose che normalmente non notava e che in quel contesto parevano aver formato una congiura contro la sua tranquillità e il desiderio di riposo, così ci aveva rinunciato e accortosi dell’assenza di Dott. Cynicus si era alzato per verificare la sua presenza nei paraggi e lo aveva reperito sotto il lampione di cui sopra, concentrato sulle pagine di qualcosa che nella poca luce assomigliava a un libro ma poteva anche non esserlo.
Germano non è proprio il tipo che ti vede fare qualcosa e deve chiederti immediatamente e senza concederti scampo «Che cosa stai facendo?», la quale molto spesso è una domanda davvero noiosa che per certi versi ha autorizzato l’esistenza di risposte goliardiche e folcloristiche a sottolineare il desiderio di non essere disturbati, però nell’auto si sentiva scomodo e gli doleva la schiena per quel tentativo di dormire in quello spazio angusto, così scese per sgranchirsi e cominciò a camminare un po’ all’intorno. Sandro pareva dormire della grossa e non aveva mostrato segno di disturbo all’agitazione che aveva provocato Germano per riprendersi la posizione eretta reclinando in avanti il sedile che occupava Dott. Cynicus uscendo dalla macchina dallo sportello lato passeggero fra i due disponibili nella piccola vettura; ciò dovuto anche a tutta l’attenzione che Germano aveva impiegato a non chiudere la portiera sbattendola, l’aveva invece accostata e poi l’aveva spinta fino a sentire un click, che non garantiva una chiusura ma ne faceva mostra.

Sull’autostrada un blando traffico notturno costituito per lo più da autocarri manteneva un costante e monotono rumore, poche vetture parcheggiate, un certo numero di autocarri in sosta, l’edificio di un autogrill che dalla loro posizione potevano solo vedere dal retro presso le cui entrate di servizio erano ammassati cartoni vuoti, sacchi di immondizia, un paio di cassonetti che non parevano di alcuna azienda e non si capiva da chi sarebbero stati svuotati, un certo numero di bidoni per la separazione dell’immondizia di cui nessuno pareva prendersi cura per cui l’immondizia separatista si era riunificata sul selciato per l’esaurita capienza dei contenitori stessi senza che il medesimo nessuno si accorgesse della necessità di svuotarli, alcuni grossi split esterni dell’aria condizionata appesi al muro che contribuivano al rumore di sottofondo dell’autostrada, un paio di ventole che si potevano presumere come appartenenti ad un sistema per l’estrazione dell’aria da un locale di cucina o bar o qualcosa del genere e che contribuivano anch’esse per una quota di decibel di sottofondo, carrelli zincati per il trasporto delle merci all’interno dell’autogrill in un tentativo di allineamento non molto riuscito.
Il mondo autostradale visto dal retro non era gran ché; Germano camminò un po’ all’intorno cercando spunti di interesse che non esistevano, Dott. Cynicus si accorse della sua presenza e si distrasse dall’oggetto delle sue attenzioni individuandolo nella luce oscura, fosca e lattiginosa di alcuni lampioni che irradiavano quel retro di autogrill restando per un istante fisso ad osservarlo cercando di capire quali fossero le sue intenzioni. Germano pareva non avere intenzioni, praticamente bighellonava a passo lento e inconsapevolmente in circolo per l’ovvia intenzione di non allontanarsi dalla macchina, dove Sandro, addormentato, era praticamente alla mercé di qualunque malintenzionato, benché l’ora fosse molto tarda, per non dire inoltrata o pressoché mattiniera, e di gente a zonzo nemmeno l’ombra, fatta la tara di un paio di camionisti di lingua sconosciuta di cui si percepivano le altercazioni in sonorità est europee ma di cui non si vedeva sagoma o fisionomia, probabilmente erano nascosti fra un camion e l’altro ad una ventina di metri da loro e a giudicare dal tono di voce o erano sordi o litigavano di brutto, o forse erano semplicemente sbronzi.
Il Cusani gli fece segno di avvicinarsi con un ampio gesto del braccio e senza dire alcunché, Germano lo osservò un istante e poi si diresse verso di lui a passo lento, guardandosi intorno e frugando l’oscurità con gli occhi per vedere se riusciva a notare quei due che si sentivano parlare; curioso, notò il Tirlonza, come in mezzo a tutto il frastuono di un’autostrada la cosa che si nota di più sia la voce umana. Il Cusani lo guardava avvicinarsi, o meglio, aveva l’esatta sensazione che lo stesse guardando perché nella poca luce non poteva esserne certo e il lampione che gli stava proprio sopra la testa creava un’ombra ancora più scura sotto al riparo dell’arcata sopraccigliare, stava seduto sul cordolo che separava una corsia dell’area di sosta, l’ultima verso il confine dell’autostrada, oltre la quale c’era un po’ di area verde, che di verde non aveva gran ché ed era infiorata dal luccichio di molte lattine di alluminio che rilucevano debolmente i riflessi dei lampioni, e poi, oltre, una campagna boscosa e montuosa nel nero della notte. Arrivato a tiro di visuale notturna constatò che il Cusani sorrideva, ma non sembrava il suo solito sorriso, non il ghigno divertente di Dott. Cynicus, era un sorriso bonario, non proprio rassegnato e nemmeno stanco, piuttosto distante e disilluso; Germano lo avrebbe quasi definito un sorriso triste o forse era solo la sua impressione nell’ora particolare e il posto quasi assurdo in cui si trovavano. Si sedette di fianco a lui sul cordolo, per qualche istante nessuno dei due parlò, poi il Cusani disse:
– Dorme ancora? – facendo un cenno con capo verso la macchina di Sandro col medesimo dentro e addormentato.
– Come un sasso, beato lui. Dobbiamo aspettare ancora un paio d’ore almeno. Dormirei volentieri anch’io, ma non ci riesco in quella macchina.
La risposta di Germano non trovò replica da parte del Cusani, che lo ascoltò parlare guardandolo e poi in silenzio diresse il suo sguardo verso un punto indefinito nel bordello di asfalto, reti metalliche, autocarri, macchine, guardrail, insegne al neon, lampioni, segnali stradali, pareva che cercasse qualcosa dentro di sé in quell’oscurità addomesticata e motorizzata, poi si riprese e disse:
– Pensi che stiamo facendo la cosa giusta?
Il Cusani gli rivolse la domanda guardandolo e nel contempo, sempre accucciato sul cordolo, teneva le braccia appoggiate sulle ginocchia e protese diritte in avanti con le mani congiunte da quel libello o quaderno che Germano aveva notato anche da dentro la macchina. Germano osservò ciò che il Cusani teneva in mano, ma senza curiosità, più che altro un gesto oculare, senza alcun interesse particolare ma con attenzione sufficiente per vedere una penna o matita fra l’indice e il medio della sua mano destra, Claudio però lo notò, poi Germano disse:
– Riguardo a cosa?
– A tutto in generale.
Germano restò perplesso un momento, gli era capitato qualche altra volta di sentire il Cusani dare una risposta vaga e ombrosa di significati nascosti e non vi aveva dato peso, perché queste altre volte erano sempre inscritte in contesti affollati di altre persone o impegnati in discussioni, di qualunque tipo, serio o anche faceto, come i BDdLC per esempio, ma ora, in quella desolazione notturna la risposta del Cusani lo metteva in una nuova luce e dimensione che Germano non riusciva proprio ad inquadrare, era sempre lui, il solito Dott. Cynicus ma non era lui per quella nota malinconica che quel «Tutto in generale» così espresso lasciava trapelare. Germano non sapeva cosa rispondere e restò in silenzio, un silenzio che si prolungò per qualche secondo di troppo finché Dott. Cynicus, forse deluso dalla mancata risposta di Germano, proseguì a parlare come rispondendo a sé stesso.
– Non hai la sensazione che sia tutto inutile? Protestare voglio dire. Stiamo andando a ribellarci al G8, va bene, ci vengo volentieri e tutto il resto, ma c’è qualcosa al fondo di tutto che mi fa percepire questo nostro agitarsi, certamente non solo nostro ma qui sto alludendo a noi come generazione, come giovani, nuove leve della società – e fece una pausa come a cercare una prosecuzione o un significato nella sua mente, poi proseguì – …questo nostro agitarsi come superfluo o inutile, non per il significato di opporsi ad una globalità che detta legge sulle nostre vite senza alcuna responsabilità individuabile, quanto per una mancanza di significato da parte nostra come membri della società. Sai qual è il problema? Che il problema siamo noi, noi giovani intendo. Noi siamo il problema e ho la sensazione che andando a protestare metteremo in evidenza questo problema aumentandone la difficoltà. Di fronte alla società in generale, che guarderà al telegiornale la protesta, noi giovani saremo quelli da combattere, da addomesticare, da tenere a bada, gli scapestrati, i buoni a nulla. Non ci è concesso avere un’idea perché le nostre idee non sono già comprese nel mondo che gli adulti hanno predisposto, e agli adulti, o forse in considerazione del fatto che adulti lo siamo anche noi sarebbe meglio dire ai vecchi, ai vecchi, insomma, non gli fai cambiare idea, non la cambieranno mai. La questione non è politica, è sociale. Nessuno vuole che qualcosa cambi e in definitiva dovessi io in prima persona esprimere un’idea di cambiamento sarei con le spalle al muro, è una responsabilità troppo grave, ma resta il fatto che siamo come bestie allo zoo, il nostro destino è rinchiuso, deciso in qualche imperscrutabile maniera. Tutta la nostra società è impostata su persone che definire vecchie è ancora un inutile eufemismo, direi piuttosto che, indipendentemente dall’età, sono adagiate nel meccanismo globale, e il meccanismo è l’identità, anche individuale, in cui avviene ciò che si vorrebbe combattere. Tutto ciò è quantomeno bizzarro, ma di fatto inevitabile. La realtà è l’identità; qualunque essa sia avrà logica.
La questione così come posta dal Cusani colse totalmente impreparato il Tirlonza che prese un istante di tempo per dire qualcosa di conveniente; sebbene sentisse che le ragioni di Dott. Cynicus erano tutt’altro che campate in aria non aveva mai meditato sull’argomento né lo aveva mai osservato sotto la prospettiva propostagli dal Claudio e confessò la cosa con un certo candore:
– Non ho mai guardato la cosa da questo punto di vista e non so cosa risponderti esattamente. In qualche maniera penso che hai ragione, ma tutto quello che hai detto si inscrive in quello che tu stesso hai definito un contesto di società civile, dove le regole vengono da molto lontano e non è così facile sovvertire certe priorità o certi punti di forza che hanno un’estesa coesione e agganci e ragioni di essere che si intessono fra le esistenze degli individui. Non è difficile comprendere questo pensando solamente alla gerarchia di un’istituzione come l’università, che si regge su una base gerarchica fra giovani e non giovani, dovresti essere un genio incredibile per poter sovvertire una cosa simile e sicuramente non basterebbe.
– Non ho voglia di sovvertire nulla, mi accontenterei di trovare un senso. E questo che resti fra noi, perché un senso te lo possono anche trovare, contro ogni tuo desiderio.
Qui Germano tacque, una certa idea di dove volesse andare a parare con quest’uscita poteva anche avercela ma apparteneva a quel genere di cose che si pensano magari, ma non si dicono. Anche Dott. Cynicus tacque e per un po’ se ne restarono in silenzio ad ascoltare il rumore di un’area di sosta dell’autostrada. Germano non resistette alla tentazione di dare un’altra occhiata a quella specie di libro che Claudio teneva ancora fra le mani protese in avanti nella medesima posizione, Claudio se ne avvide e lo guardò dicendogli:
– È il segreto su cui Sandro voleva fare domande ma si è addormentato prima – e sorrise.
– È un segreto di cui puoi parlare o devo far finta di non avere notato nulla?
– Ne posso anche parlare, d’altronde non ci sono grandi segreti dentro, è una specie di diario che tengo un po’ per divertimento, o meglio scimmiottamento letterario, un po’ per sfogarmi, come ho fatto poco fa con te.

Dott. Cynicus accostò il diario o libello al volto ad una distanza di lettura possibile nella poca luce disponibile, lo sfogliò senza dire nulla cercando un punto particolare e poi disse a Germano:
– Ne vuoi leggere qualche brano?
– Se è troppo personale no.
– Non è troppo personale – e gli allungò il suo diario aperto ad un punto preciso aggiungendo – questo dovrebbe dare un’idea di cosa contiene.
Germano prese il libello o piccolo quaderno che Dott. Cynicus gli allungava e si immedesimò nella lettura sentendosi lievemente in imbarazzo, in genere non si legge il diario di nessuno né esiste qualcuno che ti inviti a leggerlo e la cosa gli pareva anormale e magari un po’ troppo al di sopra della confidenza generale che tenevano ordinariamente fra loro, ma forse non c’era davvero nulla di squisitamente personale. La calligrafia era ordinata e precisa ed era scritto nel senso verticale del quaderno in modo che le pagine affiancate formassero un’unica pagina di larghezza doppia, l’oggetto aveva un certo spessore, sembrava una versione particolare di quaderno, di dimensioni generali più piccole del solito, con la copertina semirigida foderata di un tipo di tela che nell’oscurità pareva grigia scura, un tipo di notes non comunemente reperibile. In margine a sinistra erano riportate voci, sempre le medesime per ogni giorno, e alla voce corrispondente era affiancata una descrizione di qualche riga. Passò qualche minuto prima che Germano facesse una inevitabile domanda:
– Questa cosa del suicidio non sarà mica una cosa seria…
– Solo scimmiottamento letterario come ti ho detto, vuole essere una cosa fra il serio e l’ironico, non riguarda me, anche se l’ho scritto io, è una proiezione di una realtà fittizia come pensata o immaginata da qualcun altro che non sono io, d’altronde sai che noia tenere un diario del tipo «Oggi ho fatto questo, oggi ho fatto quello e ho mangiato questo e quello e tizio mi ha fatto la linguaccia» e sai che due palle, come se a qualcuno glie ne fregasse davvero qualcosa. E poi deve essere una sensazione poco piacevole vedersi il passato scritto lì che ti guarda e ti dice «Guarda quant’eri scemo quando scrivevi ‘ste cazzate», anche se di cazzate lì dentro ne ho scritte parecchie come puoi notare, ma le considero come non appartenenti a me, è un burattino letterario che si esprime così – e indicò il diario che Germano teneva in mano.
– Se Sandro legge ‘sta roba stai fresco per un bel po’, ci sguazza dentro per un mese almeno.
– Non credo, non è quel tipo di persona, non è per nulla un buzzurro.
– Hai ragione – e si immedesimò nuovamente nella lettura, Claudio lo distrasse di nuovo.
– E poi so che scrive anche lui, non so cosa esattamente ma scrive. Un giorno compreremo un suo libro e gli chiederemo di autografarcelo.
Germano rise poi ricominciò a leggere. Passato ancora qualche minuto riattaccò con un’altra domanda:
– Sei sicuro di non essere depresso e che è solo un gioco letterario?
Dott. Cynicus lo guardò per un lungo istante, nella poca luce e nella vicinanza fisica vedeva i suoi occhi puntati su di lui come se cercasse di leggere qualcosa dentro la sua persona, poi disse:
– Ho una mezza idea che se mi fai questa domanda sei anche tu al di qua di questa situazione, sebbene io non sia in grado di definire alcuna situazione in particolare. Non credo che il punto sia essere depresso oppure no, benché questo rappresenti una possibilità, il punto è a cosa serve essere felici… felici… – e ripeté due volte la parola felici con una pausa fra la prima e la seconda guardando lontano nell’oscurità – …che detto così suona un po’ come essere la Vispa Teresa. Non è la felicità a rappresentare una condizione criticabile è la consapevolezza di sé stessi che complica tutto…
Germano lo osservò, Dott. Cynicus continuava a guardare lontano nella notte e Germano pensò che stava guardando lontano dentro sé stesso. Passò un momento di silenzio in cui il Cusani perseverava nella sua fissità meditabonda e Germano si sentì legittimato a proseguire la lettura, poi dopo un po’ richiuse il diario e lo diede al Cusani dicendogli:
– Non mi sento autorizzato a proseguire oltre, anche se è uno scimmiottamento letterario come hai detto è comunque una cosa personale, ti ringrazio comunque per la fiducia.
– La tua opinione generale?
– Mmh, un simpatico maniaco suicida – e rise di gusto.
– Non sono un maniaco suicida – disse Dott. Cynicus associandosi alle risate di Germano e aggiunse – non sono io quello descritto lì, è una finzione per descrivere uno stato d’animo ipotetico attraverso un personaggio immaginario.
Per un po’ continuarono a scambiarsi battute ironiche o goliardiche e a ridere di sé stessi in una ilarità genuina e rispettosa delle rispettive intimità, quando le risa vennero meno e la notte riacquistò il predominio con il suo monotono ronron autostradale restarono in silenzio entrambi, come svuotati di energia. Si guardarono in faccia senza parlare e ad entrambi parve evidente che ciascuno aveva una domanda, o forse più di una da porre all’altro riguardo alla loro fuga da Milano e alla preoccupazione per Mina, sebbene fossero praticamente certi di averla consegnata in buone mani. Dott. Cynicus interruppe il silenzio:
– Nessuna notizia da Mina, suppongo.
– È ancora presto, l’abbiamo abbandonata meno di quattro ore fa.
– Che idea ti sei fatto della situazione, se non sono indiscreto a chiedertelo. Intendo la sua frequentazione con quel tipo pericoloso e tutto il resto…
Germano guardò un punto inesistente lontano davanti a sé assumendo un’espressione di incertezza e di dubbio, poi disse:
– Non mi sono ancora fatto alcuna opinione, che diritto ho di giudicare il passato di qualcuno? Per me resta Mina come l’ho conosciuta e come la conoscete voi per le nostre frequentazioni comuni.
Dott. Cynicus fece un gesto di assenso con il capo come a sottolineare la sua approvazione e la sua solidarietà, poi aggiunse:
– Dovrai convenire però che la cosa ha assunto un aspetto pericoloso davvero. Non ho alcuna dimestichezza con quel genere di esperienze ma quella è gente che non ti molla tanto facilmente ed è sostenuta da altri tipi altrettanto morbosi e ossessionati.
– Questo è l’aspetto che mi preoccupa di più, noi viviamo in un mondo in qualche modo protetto, ma è una protezione blanda, nulla e nessuno ti mette davvero al riparo da certe difficoltà. In concreto non so cosa pensare e vi sono grato per l’amicizia che dimostrate, sia a me che a Mina.
Milano, stessa data
Qualcuno predica la certezza della pena e della giustizia ma la prima certezza, quella da cui eventualmente consegue una sedicente certezza della pena, è la certezza del crimine. Ecco, il crimine è una cosa certa, molto più della giustizia (non fosse altro per il fatto che per avere una giustizia occorre necessariamente un delitto, da cui conseguono le priorità), nonostante l’impegno che questa tenta di profondervi ed è un battaglia impari perché la giustizia arriva sempre, o quasi, seconda, a delitto compiuto e il crimine trova molte strade per giungere ai suoi scopi, gli interessi del crimine, per coloro che li perseguono, appaiono sempre più allettanti di quelli della giustizia e i suoi addetti sono fagocitati dalle mire di molteplici profitti, anche irrisori o totalmente inutili, che nulla e nessuno può davvero tenere totalmente sotto controllo.
Fu attraverso una serie di coincidenze assurde ma ostinate che certi inconsapevoli della società nel perseguimento della loro ordinaria esistenza fecero in modo di metterete in comunicazione la posizione di Mina con le mire del Cinese sulla medesima. Scopi secondari tramite i quali il Cinese ricevette notizia della presenza di Mina in un luogo protetto, e la definizione di luogo protetto lo fece sorridere non poco. È penoso notare come tutto ciò che gravita attorno ad un tossico o a qualcuno che si fa di qualunque cosa, prima o poi diventi notizia per i suoi fornitori, come se oltre al problema della dipendenza dovessero affrontare anche quello di una totale mancanza di privacy, quasi fossero degli oggetti e tutto questo tenendo conto del fatto che gli assidui del crimine in genere non tengono archivi o anagrafiche, agiscono a memoria.
Anche se aveva dovuto darsi da fare nel cuore della notte, anche se lo avevano distratto da cose più piacevoli o forse semplicemente tranquille – e la cosa lo faceva spesso arrabbiare perché segnalava un’imperfezione nei piani da lui predisposti -, anche se materialmente Mina non era ancora in sua presenza e si trovava in una situazione che lui non poteva gestire in prima persona, anche se il luogo protetto poteva effettivamente vantare una certo tipo di protezione, fatta la tara di tutti questi anche il Cinese sentiva che la donna non sarebbe andata più oltre nel suo tentativo di sfuggirgli, si trattava solamente di trovare il grimaldello sociale adatto a forzare quella situazione in suo favore e al riguardo le idee non gli mancavano, vantando egli certi crediti in termini di favori e forniture che benché pagate in moneta corrente avevano lasciato scoperte certe debolezze su cui avrebbe potuto fare leva per mettere in moto le persone più adatte per giungere ai suoi scopi.

Prossimamente il ventesimo capitolo