romanzo a puntate (04)

Copyright © Eric Bandini 2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.

Una storia italiana
Capitolo IV°
(04)
Milano
Giovedì, 19 Luglio 2001
Il sole si era alzato di almeno un paio d’ore e la temperatura di almeno un paio di gradi quando Trifarro pronunciò un noto motto che non suscitò alcuna ilarità. La fine della sua relazione li aveva lasciati in silenzio e secondo Trifarro era un buon indice, stavano meditando su ciò che avevano ascoltato; la controprova consisteva nella permanenza in loco ad orazione terminata e nella maggior parte degli sguardi rivolti a lui, come se si aspettassero ancora qualcosa, nonostante fossero seduti a gambe incrociate dalle nove e mezza circa. Il silenzio da parte sua cominciò a sgranchire qualcuno e in pochi attimi tutti furono in piedi a stirarsi come gatti appena svegli, e i jeans di Dott. Cynicus non avevano le borse alle ginocchia. Lo aveva visto armeggiare per sollevarli un poco nel sedersi e ora lo aveva guardato spianarseli nel rialzarsi, a lui quel giochetto non gli sarebbe riuscito neanche se lo avesse studiato per vent’anni. E la camicia non aveva una piega. Tutta questa perfezione doveva trovare uno scambio in una lacuna, ma chissà, forse si sbagliava. Il chiacchiericcio prese in breve il sopravvento, qualcuno chiese a Trifarro se intendeva andare a Genova per il G8 e lui rispose che sarebbe stata sua intenzione essere già sul posto nella giornata odierna, ma ci teneva ad esporre quella roba e ad averne un’opinione in contraccambio, di certo non immediatamente, sarebbe comunque partito per Genova quanto prima per essere parte della protesta per l’indomani almeno, senza precisare nulla al riguardo.
– Chi di voi ha intenzione di andarci? – chiese senza rivolgersi ad alcuno in particolare.
Qualche io e anch’io di provenienza sessuale mista si accavallarono, nessuno capì chi sarebbe andato e chi no, però un certo entusiasmo per la protesta contro il G8 pareva coinvolgerli.
– Non pensa che avremmo potuto ascoltare un po’ di musica? Giusto per entrare nello spirito del periodo – sorrise Irma rivolgendosi a Trifarro.
– Sarebbe stato inutile, la musica è finita. Quello che ci arriva è solo l’eco di un periodo terminato, che non ha prodotto invano, ma che ha prodotto troppo e in troppe direzioni per poter essere compreso.
– Cosa intende dire? – chiese Mario.
– Che la portata degli eventi significativi è dispersa dall’abbondanza degli elementi di contorno con cui sono stati prodotti e soprattutto dalla scala abnorme di produzione e diffusione che lo sminuiscono, e dal nostro punto di osservazione erroneamente ne semplificano la portata. Per fare un esempio molto semplice, la famosa frase di una nota canzone, “Shine on you crazy diamond”, genera un corto circuito logico che sembra andare oltre “Song of myself” di Walt Whitman, oppure oltre l’”E tu…” di Montale, ma nessuno si prenderà la briga di andare ad indagare quel testo o altri testi di quella specie perché secondo i canoni attuali della cultura quel fenomeno appartiene al folclore popolare e quindi inferiore; nessun professore universitario con uno stipendio adeguato all’opportunità di fregiarsi di tale titolo si degnerebbe di tenere lezioni al riguardo, se non per argomentazioni di tipo artistico, però succede sempre che davanti alla cultura l’arte è sempre una colpa. E infine può anche darsi che abbiano ragione i “Professori”, perché gli eventi degni di indagine sono talmente diluiti in una marea di cose superficiali che distillare qualcosa di interessante diventa un’attività non remunerativa. È come volere sfruttare una miniera in cui la ganga supera di gran lunga il limite di convenienza rispetto al minerale. Ma chissà, forse fra cinquant’anni qualcuno andrà a recuperare quel materiale come oggi alcuni vanno a reperire vecchie tradizioni locali per evitare che se ne perda la memoria, e magari allora perfino Gianni Pettenati finirà nell’enciclopedia del Rock.

– Chi è Gianni Pettenati?
– Non mi ricordo. Beh ragazzi, ci si vede. – Trifarro salutò e si incamminò verso il civico 3 di Via Del Perdono.
– Domani a Genova magari – rispose Dott. Cynicus fra i gesti di saluto di tutti gli altri.
Allontanandosi nel rispondere con un gesto ai saluti Trifarro lo squadrò in tralice con un sorriso di sorpresa che gli fece inclinare un poco il capo. Non avrebbe mai pensato che un quasi fighetto come Dott. Cynicus potesse desiderare di andarsi a stropicciare la camicia in una roba come la protesta del G8. Ebbe il dubbio che lo stesse pigliando per il culo, l’espressione però era verace. Fedora e Cesira lo rincorsero per chiedergli qualcosa accompagnandolo per un tratto.
Mina era intrappolata in una conversazione con Zaira e Argia. Germano ascoltava ad un paio di metri di distanza, in attesa di potere parlare con lei direttamente riguardo ad un certo cinese, sempre che riuscisse a trovare il coraggio di affrontare l’argomento. Bonbon si era avvicinato e si era intromesso nella discussione delle tre ragazze. Pareva terribilmente interessato alla festa della sera stessa, di cui Germano aveva scarsi dettagli. Germano osservava Mina e Bonbon chiedendosi che cosa li legasse ad un certo cinese. Mina gli pareva quella di sempre. Bonbon aveva un non so ché di subdolo, un lontano sentore di falso che emanava dal suo atteggiamento; eccessivamente infervorato rispetto ai suoi standard, quando aveva la parola si esprimeva a mitraglia e gesticolava come un ghisa in mezzo al traffico, quasi che fosse l’ospite e l’organizzatore della serata, quando invece, con tutta probabilità, si sarebbe più o meno imbucato, non come suo solito, poiché aveva buone relazioni con tutti, ma una certa tendenza a non volere restare indietro o escluso lo spingeva ad aggregarsi anche quando forse non esistevano i presupposti.
Gianni gli si avvicinò. Germano lo guardò in faccia e già gli venne da ridere. Conosceva quell’espressione. La tipica espressione da BDdLC. Si predispose al cazzeggio. Mario venne in supporto e Sandro non volle restare indietro.
– Fammi un’affermazione assoluta – gli chiese Gianni con fare imperioso.
– Per poter fare un’affermazione assoluta dovrei potere uscire dall’universo e non ho tutta questa fretta.
– Sembra che non abbiamo demolito – disse Gianni rivolto a Sandro e Mario.
– Che cosa intendevi dire con quell’affermazione? – chiese Sandro a Germano.
– Che se vi fosse una determinazione assoluta questa sarebbe esterna all’universo, al Tutto, e se vi fosse qualcosa di esterno al Tutto questo cesserebbe di essere Tutto. Inoltre le parole “determinazione” e “assoluto” insieme formano una specie di controsenso, non può esistere un assoluto determinabile, proprio perché assoluto, libero da ogni vincolo.
– Ecco un altro che conosce il latino.
– Non esattamente – sorrise Germano.
Si era avvicinato anche Dott. Cynicus, la riunione non era passata inosservata.
– Ehi, mi sono scordato di fare alcune domande a Trifarro.
– Su cosa?
– Sulla fine della storia. L’ha esposta come una specie di controsenso, non credo che basti dire che il Servo e il Signore cessano il loro rapporto idilliaco.
– La prossima settimana glielo potrai chiedere, sempre che non abbia la testa troppo malconcia per le randellate che prenderà a Genova. Avete letto i giornali? Sembra una città sotto assedio.
– Io ho intenzione di andarci – disse Sandro.
– Anch’io – rispose Dott. Cynicus – per cui è meglio che ci sbrighiamo, è quasi mezzogiorno, possiamo organizzarci per essere là domani mattina. Tu cosa fai? – chiese Dott. Cynicus a Germano.
– Questa sera sono al rimorchio – disse Germano accennando a Mina – ma non è detto che non possa essere là domani mattina. Teniamoci in contatto, poi vediamo, magari vengono anche loro – disse indicando le ragazze.
– Non mi sembrano molto per la quale, e poi le ragazze protestano diversamente.
Bonbon se n’era andato all’improvviso trotterellando attraverso il prato verso Via Chiaravalle con un gesto di saluto vago e impreciso. Zaira e Argia salutarono Mina, sorrisero verso i BDdLC in riunione e se ne andarono anche loro. Mina si avvicinò a Germano, che ancora sotto l’effetto del buon umore dei BDdLC e quindi vagamente euforico e distratto, e domandò a secco.
– Chi è il cinese?
Il volto di Mina assunse un’espressione rigida. Germano capì di avere detto qualcosa di strano, ma ormai era stato detto. Mina prese il suo tempo per replicare, poi tentò una distrazione.
– Chi ti ha parlato di quello lì? No, aspetta, lasciami indovinare. Quel vuoto a perdere di Bonbon.
– Non direttamente. Ho colto una conversazione fra lui e Laszlo, poco fa mentre Trifarro parlava. Sembra che questo cinese voglia vederti a tutti i costi. Chi è questo cinese?
– Uno che è meglio perdere che trovare, se è quello di cui si dice in giro – disse Dott. Cynicus – se ha deciso di “vederti” troverà la maniera.
I BDdLC erano lì con Mina e Germano, coinvolti senza volerlo nella loro conversazione. Germano aveva notato il particolare accento con cui era stata pronunciata la parola “vederti”, tentò di fantasticare su pericoli e situazioni di cui non aveva idea e non giunse ad alcun risultato.
Mina guardò torva Dott. Cynicus, che abbassò gli occhi e poi si guardò in giro come per distrarsi.
– Cosa vuole da te questo cinese? – insistette Germano con Mina.
– Non lo so – disse Mina stizzita.
La sua vita esposta, sebbene fra amici, gli dava una estrema sensazione di disagio. Certamente non conoscevano i dettagli dei suoi trascorsi col Cinese, ma una volta avuti dettagli sul tipo avrebbero fatto presto a fare due più due. Decise che non gliene fregava, decise che qualunque cosa fosse successa non sarebbe tornata da quel figuro per nessuna ragione. Meglio la loquace amicizia di questi, a qualsiasi condizione.
– Un modo per saperlo ci sarebbe – replicò Dott. Cynicus, che sebbene in vita sua non si fosse mai fatto neanche una canna – né mai aveva assunto -, sapeva dove trovare i rivenditori o gli indicatori per reperire certa merce, e sapeva anche chi fosse il Cinese, non fino al punto da poterlo collegare a Mina, ma quanto poteva bastare per attivarsi ad aiutare qualcuno che ne voleva stare alla larga tanto quanto lui stesso.
– E quale? – inquisì Mina decisamente alterata.
– Il Sapienza.
– Chi, quella doppia serpe? Da quelli che lo conoscono si sente dire solo che non è amico di nessuno, è inaffidabile, e forse anche introvabile – rispose Germano, che conosceva il mito del Sapienza per sentito dire, come molti di quelli delle facoltà nel raggio di un paio di chilometri da quella di legge.
– Trovabile lo è, il problema è un altro – si intromise Dott. Cynicus senza essere ascoltato, alludendo alla doppiezza del soggetto, come aveva appena ingenuamente alluso Germano senza essere certamente consapevole del fatto che l’informazione viaggia sempre nei due sensi.
– Però è dentro alle cose della roba, e quindi è al corrente quanto basta per ottenere informazioni, sempre che abbia voglia di dartele, quanto a trovarlo lascia fare a noi – disse Gianni.
– Non posso andare a parlarci, sarebbe ridicolo – disse Mina.
– Ci andrà Germano – replicò Dott. Cynicus – magari lo accompagniamo noi.
Che il Sapienza fosse un viscido era cosa risaputa, però molti lo tolleravano per la sua ubiquità sociale, un po’ di qua un po’ di là dalla legge senza mai strafare, senza mai deludere troppo, e cosa più importante senza dare nell’occhio. Il suo mito era nato all’università di Padova, facoltà di legge, dove aveva insultato un professore che, a suo dire, lo aveva preso di mira sminuendo le sue capacità, dicendogli di fronte a testimoni: «Io penso che lei sia un cretino», a cui l’offeso, vuoi per stanchezza, vuoi per una momentanea sottovalutazione del soggetto, vuoi perché anche lui immaginava il suo io scritto a lettere maiuscole e possibilmente cubitali, aveva abboccato come un paganello. Il professore aveva esatto delle scuse che il Sapienza – non si conosce la sua anagrafica, si sa solo che è già vecchiotto per l’università, è forse intorno ai venticinque anni, ma probabilmente oltre, quasi ai trenta – non aveva concesse e il vegliardo lo aveva minacciato di denuncia all’autorità costituita.
Promessa che tentò di mantenere, stante la più desolata assenza di scuse da parte del Sapienza, ma che fu anticipata da un’iniziativa interna proponendo un processo-lezione nello stile dell’arte declamatoria dell’antica Roma. Quando il Sapienza venne ad essere informato di dover affrontare un professore di diritto in un aula di quella stessa accademia in conseguenza di quella frase, cominciò a spavaldeggiare in facoltà, irridendo il suo insegnante e vantandosi di volersi difendere da solo – poiché la cosa si stava organizzando con accusa e difesa come in un vero processo –, rinunciando ad un patrocinio legale “vero e proprio” da parte di qualche studente-collega, ma rinunciò soprattutto alla possibilità di una riconciliazione pacifica per evitare la comparsata del processo-lezione; il suo giga-ego non voleva prendere in considerazione la possibilità di chiudere la vicenda offrendo all’insegnante qualcosa che assomigliasse a delle scuse da parte sua. Qualcuno tentò di richiamarlo alla cosiddetta ragione ma il tarlo della vanità doveva averlo bacato nel profondo perché non volle ascoltare nessuno.
Tuttavia essendo stato evitato il tribunale propriamente detto, colleghi del professore, come anche alcuni studenti, si adoperarono al meglio per inscenare quella specie di processo-lezione. Il giorno fatidico del processo-lezione arrivò e il Sapienza giunse all’arringa della sua stessa difesa, che, tralasciando il peana introduttivo sull’accanimento del tale professore contro le sue aspirazioni, così si può sintetizzare: «Il fatto che io abbia detto al professor ——- “Io penso che lei sia un cretino” non significa che egli lo sia. Magari egli è la persona più intelligente del mondo, io però penso che egli sia un cretino. A prescindere dal fatto che sarà capitato a chiunque di voi di dire “Penso che il tale sia un cretino”, il fatto che io pensi una cosa del genere del professor ——- non può costituire un reato, perché da ciò che recita quell’articolo del Codice di Procedura Penale, “assicurare il colpevole alla Giustizia per impedire che il reato venga reiterato e/o portato a conseguenze ulteriori”, si evince che il fatto che io “pensi” che il professor ——- sia un cretino, e il congiuntivo del verbo essere può essere confermato da testimoni, non può essere incluso in questa casistica, poiché nessuno potrà impedirmi di pensare che il professor ——- “sia” (enfasi su “sia”) un cretino, nemmeno se venissi rinchiuso in prigione, e vorrei sapere come farà questa Corte – mimica corporea ad includere l’uditorio del processo-lezione – ad impedirmi di portare a conseguenze ulteriori questo addebito di colpa di cui la controparte intende farmi carico. Questo è un “reato” di opinione ed è un fatto che non può costituire un reato». In conseguenza di questa bella tirata “la corte” assolse il Sapienza dall’accusa perché il fatto non costituisce reato, e da questa vicenda ne viene appunto il soprannome. La realtà delle cose andò però discretamente contro il destino del Sapienza, perché non si insulta un professore di diritto sul piano del diritto, nemmeno per imbastire un processo per mimare l’arte declamatoria dell’antica Roma.

La sua carriera di studente, già di per sé non brillante, vuoi per la presunta (e non dimostrata) persecuzione del professor ——-, stando alle affermazioni del soggetto, vuoi per altri e più ordinari motivi, prese un andazzo negativo sotto tutti i punti di vista e per avere l’opportunità di terminare il suo percorso di studi, ormai discretamente fuori corso, dovette risolversi a cambiare facoltà e si trasferì a Milano, facoltà di Giurisprudenza, dove non brillava ugualmente, e dove i suoi trascorsi lo inseguivano nelle battute sardoniche di certi insegnanti che facevano sfoggio oltre misura di espressioni tipo “io penso che lei…” e poi aggiungevano una lunga pausa che poteva essere facilmente riempita con ciò che la fantasia si trovava a pensare per caso in quel momento, oppure alludevano più direttamente con il ritornello “non penserà mica che io sia un cretino”; insomma il successo del Sapienza gli si ritorse contro. Per aspera ad astra, e ritorno. Però la sua abilità di trafficone e di maneggione lo teneva a galla, aveva ancora speranze di terminare gli studi, ma soprattutto di destreggiarsi fra le necessità vagamente illegali dei suoi coetanei, attività per la quale, se si fosse sparsa la voce nell’ambiente sbagliato, avrebbe dovuto rinunciare agli studi, e forse non solo a quelli.
Ora, la facoltà di Giurisprudenza di Milano è giusto attaccata a quella di Lettere e Filosofia e Dott. Cynicus sa che il Sapienza è spesso in ufficio, così come lo sanno certi studenti dell’una o dell’altra facoltà, i miti sbagliati si diffondono più in fretta, non si sa perché ma è così.
– D’accordo, ma con quale scopo ci presentiamo? Non possiamo andare là a chiedergli «Ehi, cosa vuole il tuo amico dalla nostra collega?».
– Facciamo finta di cercare un po’ di bamba, no meglio un po’ di maria, insomma facciamo finta di avere bisogno di qualcosa che lui ci possa fornire e intanto proviamo a sondarlo.
– Potrebbe essere la tattica sbagliata. Non puoi presentarti da uno che “si dice” che spacci e chiedergli papale papale: «Ehi, hai un po’ di neve?», penserà che lavori per la pula o per la DIGOS. Esiste una procedura, e io so qual è. – Dott. Cynicus gongolò leggermente, non troppo, solo quanto bastava per attirare gli sguardi dei suoi colleghi-amici.
– Sentiamo – disse qualcuno.
– Quel tizio, quel Sapienza, sta sempre o quasi in biblioteca, intendo la biblioteca della facoltà di Giurisprudenza. Per essere studioso è studioso, e magari un giorno o l’altro diventerà pure avvocato, solo che tra lo studio di una sentenza e l’analisi di una normativa integra la sua sussistenza fornendo indicazioni di dosi. Badate, non ho detto che spaccia. Fornisce indicazioni di dosi. Funziona così. Tu ti presenti lì da lui, che è intento a studiare come Thomas Hobbes o come Baruch Spinoza, e gli chiedi se ha da accendere esibendo magari una sigaretta, lui ti dice che in biblioteca non si può fumare, cosa perfettamente esatta, sancita anche dai Vigili del Fuoco oltre che dai medici condotti, e allora tu gli chiedi se può uscire per fornirti d’accendere e lui con una faccia dalle mille espressioni che sembrano ispirate al racconto di Alì Babà e i quaranta ladroni ti dice, quasi fosse una formula di rito: «Sei sicuro di voler fumare?» oppure «Quanto vuoi fumare?», che tradotto significa “Posso procurarti di meglio” e tu devi rispondere “certamente” oppure “parecchio”, quindi lui si alza e ti accompagna nel cortile della facoltà, dove lontano da orecchie indiscrete senza mai citare la “merce” avvengono gli scambi di informazioni. Lui non chiede mai soldi, anche perché non vende direttamente la roba; lui ti dice dove andare e con chi parlare e ti indica personaggi sicuri, non gente di strada o loschi fantocci affamati di denaro, sono agganci insospettabili, per lo più gente di livello o luoghi che non penseresti mai, la cosa stupefacente è che non fa mai nomi e la gente trova sempre “quello di cui pensa di avere bisogno ma che farebbe meglio a non desiderare”, qualcuno certamente lo paga e non è difficile capire perché. Le università sono affollate di giovani che rappresentano una grossa potenziale clientela, specie se bene addestrati durante le medie superiori. Alcuni lo considerano un’istituzione, altri, quelli discretamente dipendenti, una tendenza. Il suo successo è determinato dal fatto che nessuno ormai vuole più farsi vedere a comprare losche bustine da un pusher di strada, almeno non quelli che hanno disponibilità di soldi. Qualcuno si chiede come faccia a non essere scoperto, l’unica cosa che posso dire al riguardo è che il Sapienza ha una memoria fotografica, ci puoi scommettere che le facce di tutti gli studenti che incontra nelle facoltà che frequenta gli rimangono impresse e se qualcuno con una faccia che non conosce gli si presenta davanti a fare strane affermazioni lui assume un’espressione tipo “sto cadendo dalle nuvole così bene che potrei darti anche le previsioni del tempo”.

Sandro intervenne.
– Non sarebbe meglio informarsi prima da Trifarro? Insegna in questa facoltà da anni, ci ha perfino studiato, si è laureato qui e conosce di sicuro le problematiche e le loro origini, intendo quelle umane, quelle con cui stiamo cercando di entrare in contatto; sono sicuro che esponendogli la cosa troverebbe maniera di intervenire in maniera positiva.
Nessuno gli rispose. Germano si rivolse a Mina con una domanda che lei si aspettava già da un po’.
– Ma tu con questo Cinese che cavolo c’entri? – Nella mente di Germano “il” cinese non era più anonimo, sebbene non lo conoscesse la definizione che lo identificava nominalmente aveva assunto una minacciosa iniziale maiuscola.
Gli sguardi dei BDdLC, Dott. Cynicus e Germano erano fissi su di lei in attesa di una risposta. Mina capì che qualcosa la doveva dire, quel mondo “normale” che le consentiva di divertirsi e la coccolava pure, quel mondo che le permetteva di pensare a tempi sbagliati come a qualcosa di remoto che non sarebbe più ritornato meritava una spiegazione, magari non completa, magari in parte omessa o travisata, ma qualcosa la doveva tirare fuori. Sandro, Mario, Gianni, Dott. Cynicus le avevano regalato dei momenti davvero divertenti e soprattutto Germano meritava una onesta risposta. Magari non troppo onesta. Beh, onesta quanto basta per evitare ulteriori domande.
– Lo conosco dai tempi del liceo. Si chiama Cazzarola, Walter Cazzarola. Non è di Milano, o almeno allora non lo era, cioè non abitava qui, dove viva adesso non lo so. Ci vedemmo per la prima volta in una discoteca di periferia, ci siamo frequentati per un periodo e poi fortunatamente ci siamo persi di vista e ora non ho la più pallida idea di cosa possa volere da me, ma so che è diventato un tipo pericoloso.
– La spiegazione parve bastare.
– Sentite – disse Dott. Cynicus –, se questa cosa è stata davvero attivata da questo Wazzarola è il caso di prendere iniziative prima che siano le iniziative a prendere Mina. Bonbon può essere umanamente un tipo scarso ma è attendibile, specie se colto di sorpresa. Lui non sa che Germano ha udito quella frase, adesso se vuoi che ti diamo una mano – disse rivolto a Mina – il vantaggio è nostro. Bisogna sapere quello che vuole il Cinese alias Walter, e il Sapienza potrebbe essere il mezzo per ottenere l’informazione, manca poco a mezzogiorno, se ci spicciamo possiamo questionarlo, a quest’ora è certamente ancora là – e indicò il civico 7 di Via Del Perdono.
Germano lo guardò con un’espressione strana stampata sulla faccia, consapevole di essere l’incaricato della missione. Si era sempre tenuto alla larga da questioni di questo tipo, non tanto per pavidità, quanto per una sorta di irrazionalità che aleggia sempre intorno agli attori di queste vicende discretamente losche, quella irrazionale consapevolezza di essere intenti a qualcosa di sbagliato ed erigerla contemporaneamente a scopo di vita, come se questi fossero intenti ad inchiappettare l’universo sperando, o forse nell’irrazionale certezza, che l’universo non se ne accorga. Che tipo di discorsi puoi intavolare con soggetti di questo tipo? Si domandava Germano, e la risposta era perfino banale: tattiche di fregatura molto più reale che virtuale, quei discorsi mitoparanoici basati su certezze assurde, sulla convinzione di supremazia o di impunità, che nella lunga prospettiva appaiono il miraggio della stessa cosa. Questi non mirano ad una conquista logica del senso dell’esistenza, caso mai sia perseguibile, questi mirano direttamente all’impunità, ai discorsi da telefilm di basso livello, dove i cattivi, inesorabilmente irrazionali all’inverosimile, inscenano il loro crimine basato sulla frase assurda: «Non avranno mai prove contro di noi». Tuttavia pensava anche che un tale soggetto non può essere consapevole della sua presunzione, e quindi la tattica di Dott. Cynicus poteva anche essere razionale, ma entrare nella mentalità contorta di un tipo di tale fatta, per una persona decente e consapevole di se stessa, comporta dei rischi, uno principalmente: l’esposizione delle proprie aspirazioni alla stramberia esistenziale di qualcuno che pensa di vincere contro l’universo, che pensa di essere impunito in eterno. Non per una errata convinzione circa l’esistenza di una punizione ultraterrena, che sarebbe ugualmente irrazionale, quanto per un’assurda affermazione del proprio ego al cospetto dell’immensità, come se la formica dicesse all’universo: «Ehi, non mi rompere le scatole!».

Prossimamente il quinto capitolo