romanzo a puntate (30)

Copyright © Eric Bandini 2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.

Una storia italiana
Capitolo XXX°
(30)
Milano
Venerdì, 20 Luglio 2001
Per Mina la giornata era stata densa di avvenimenti, perfino in confronto al periodo cinese della sua adolescenza, non aveva avuto un attimo di sosta, s’era in buona parte anche divertita, detratti gli aspetti amministrativi nella città di Monza, però ora desiderava un momento di quiete tutto per sé e il miglior rifugio per uno stacco generale era la casa dei suoi genitori, dove effettivamente abitava ma che cercava di evitare ogni volta che aveva la possibilità di starne fuori. La compagnia di Guenda le piaceva e ogni volta che si incontravano trovava con lei sempre nuovi stimoli per nuove esperienze però ogni tanto sentiva il desiderio di un ritorno all’ovile, alla normalità domestica della sua infanzia, non per nostalgia o per un esagerato amore filiale, quanto per un banale senso di stanchezza, per lei l’amore parentale era scontato come l’aria che si respira, sì, voleva bene ai suoi e tutto il resto ma erano sempre così assillanti, specie suo padre, con le sue preoccupazioni esagerate che dalla fine ufficiale delle sue vicende col Cazzarola avevano preso un aspetto di semi inquisizione nei riguardi della sua esistenza. Non che la pedinassero o cose del genere ma le davano la sensazione di averle costruito attorno una realtà ovattata nella quale lei avrebbe dovuto adagiarsi docile docile e sentirsi anche felice, quando invece a lei pareva di sentirsi felice nelle proiezioni dell’immediato futuro della sua esistenza, dei programmi che faceva con i suoi coetanei, delle cose che combinava con le sue amiche, ecc.
Dopo avere lasciato l’atelier del Vanzi ed essere andata a zonzo per un po’ con Guenda sentì di avere dato fondo momentaneamente alle novità da condividere con l’amica e si fece accompagnare a casa, con il presupposto di vedersi nella serata se non avesse avuto impegni importanti, dove, sulla parola “importanti” Guenda ironizzò non poco sulla possibilità di una telefonata da parte dell’Antonnomi a cui Mina rispose con un «Chissà…» lasciando in sospeso il programma della sera.
I genitori di Mina non erano ricchi, né lo erano mai stati e, a meno di una vincita alla lotteria non lo sarebbero neanche diventati, vivevano in quella che solitamente si definisce la classe media, con quella solita classificazione da telegiornale o da sociologo–economista che non identifica alcuna persona ma propone dei cliché senza confini precisi in cui i cittadini in qualche modo si vanno a collocare da sé davanti all’obbligo apparente di dover appartenere forzatamente ad una classe, quasi che l’anarchia fosse dietro l’angolo a minacciare chiunque non fosse andato ad ingrossare le fila di una classe qualunque.
Il padre di Mina era dipendente di una grossa azienda produttrice di componenti elettromeccanici e ricopriva una funzione di rilievo, con uno stipendio adeguato e qualche puntata all’estero per affari, aggiornamenti, seminari, fiere ed esposizioni, solo in Europa comunque; la madre era stata una insegnante di liceo che aveva colto al volo l’occasione di ritirarsi in pensione non appena le si era presentata l’opportunità, facendo convenientemente i conti con gli introiti del coniuge tutt’ora in servizio e apparentemente appassionato della sua professione; gran lavoratore, lo definiva la consorte, come se stesse citando un titolo nobiliare: Gran Lavoratore. Quale rapporto di affetto, amore, o sentimenti assimilabili intercorressero fra i due era affare che Mina non aveva mai indagato, erano i suoi genitori punto e basta, rispettava i compleanni, le feste natalizie, eventuali anniversari con scambio di regali come fanno un po’ tutti; con sua madre aveva un rapporto più stretto che con suo padre, cosa dettata più che altro dal fatto che le donne hanno sempre cose femminili di cui parlare o cose maschili che devono sviscerare in maniera femminile, non era l’intima confidenza ma di certo contava un po’ di più sul supporto di sua madre mentre al padre restava la parte finanziaria, non di minore importanza ma solitamente è quella che viene turlupinata un po’ più di frequente, e non solo negli ambiti familiari.
Quando entrò i suoi erano tutti e due presenti e sempre in conseguenza di quell’atmosfera ovattata che tentavano di erigerle intorno le si fecero incontro in coppia, la madre che proveniva dal corridoio che conduceva alle camere da letto e il padre dal salotto, dove si udiva la televisione accesa. Le si fecero incontro come se fosse un alpino di ritorno dalla campagna di Russia, quando era assente dal giorno precedente e una notte fuori casa non era una novità nei suoi comportamenti abituali, ma le sue esperienze adolescenziali avevano lasciato il segno nel rapporto fra di loro e la preoccupazione di entrambi al suo riguardo era sempre lievemente al di sopra del normale. Mina ormai accettava questo fatto e anzi, un po’ ci marciava, perché le consentiva qualcosina in più, per esempio maggiori attenzioni nell’ambito casalingo, una certa accondiscendenza per certi suoi atteggiamenti che non avrebbero altrimenti approvato ma che per quieto vivere si erano adeguati a ritenere non eccessivamente pericolosi per la sua esistenza e poi perché no, anche un po’ di denaro in più a disposizione, non a palate, ché non erano nell’abbondanza ma quel tanto che bastava a fare dello shopping decente di quando in quando.
– Ciao papà – bacino sulla guancia.
– Ciao mamma – bacino sulla guancia.
– Dove hai passato la notte? – chiese sua madre sotto lo sguardo interrogativo e curioso del padre, che avrebbe fatto la stessa domanda ma che lasciava alla consorte l’incombenza perché aveva capito che posta da lei sarebbe stata possibile una risposta decente.
– Da un’amica. Mi ha cercato qualcuno?
– No. – Rispose sua madre. – Sei stanca? Vuoi mangiare qualcosa?
– Adesso non ho fame ed è presto per cenare. Mi farò una doccia, mi cambio e poi ne parliamo.
– Come vuoi – rispose sua madre.
Suo padre, che era abituato ad essere escluso dalle chiacchiere fra di loro non disse nulla e tornò a sedersi in poltrona a guardare la TV, poi nel caso avrebbe chiesto aggiornamenti alla consorte.

Mina scomparve in camera sua, non aveva alcuna fretta, non aveva fame, non aveva alcun desiderio, voleva solo un momento di calma tutto per sé. Si tolse i vestiti e si sdraiò nel letto guardandosi intorno riconoscendo l’ambiente familiare. Senza rendersene conto si trovò a confrontare la camera dell’appartamento in cui viveva Fernanda, quegli arredi scompagnati e la luce ottusa del lampadario con la sua camera bella, pulita, confortevole, con tutti gli accessori e i mobili scelti da lei anni addietro in compagnia di sua madre e sotto la sua guida, gli scaffali con i libri, lo stereo, l’armadio pieno delle sue cose e di nessun altro, gli sci in un angolo, perché non voleva lasciarli in garage o peggio ancora in cantina; una cosa un po’ maschile questa ma lo sci rappresentava una passione per lei e le vacanze invernali sulle Alpi, così vicine a Milano, erano un’occasione di divertimento a cui non aveva mai saputo rinunciare. Nei fine settimana invernali saliva in macchina con i suoi amici per andare a passare due giorni di svago, quando era bambina ce la portavano i suoi genitori ed era una festa per lei; suo padre che guidava e chiacchierava con sua madre e lei da sola sui sedili posteriori a fantasticare sulla bella vacanza che stava andando a trascorrere.
Il parallelo con la storia di Fernanda fu quasi inevitabile, la brutta vicenda l’aveva colpita e si sentiva come un superstite che sta guardando il luogo del disastro da cui è scampato. Quali guasti fossero intercorsi nelle vicende della Fernanda era una questione troppo difficile da comprendere e nemmeno Fernanda forse avrebbe potuto descriverglieli. Di certo non c’era stato rispetto, di certo molto più di quello che può definirsi screzio era successo nei suoi rapporti esistenziali, al punto da costringerla in una vita al limite.

Cercò di scacciare quella brutta storia, fissò il soffitto cercando di svuotarsi la mente ma di cose ne erano capitate in quella giornata. Si sentì quasi in colpa per essere piombata nell’esistenza di quella ragazza e averle causato il dispiacere di vedersi arrivare in casa la Polizia Municipale, l’espressione desolata e di dolore che aveva fatto Fernanda quando si era resa conto della sua impotenza nei confronti di tutto quel dispiego di controllo. Ci fu un vuoto nel suo rammemorare, una pausa di attenzione in cui la buona sensazione di essere nella sua stanza in casa sua fu presto sostituita da quel pomeriggio in compagnia dell’Antonnomi, a cui in quel letto aveva sussurrato il suo nome di battesimo ma che lei preferiva continuare a pensarlo come “l’Antonnomi”, perché sapeva che nulla oltre al rapporto fisico avrebbe potuto esistere fra di loro e questo era chiaro per tutti e due.
Si accarezzò il ventre fissando il soffitto in maniera quasi sognante, la cosa le era piaciuta, non tanto per il sesso che aveva fatto con lui, perché nei tempi trascorsi col Cazzarola aveva conosciuto di meglio, quanto per la sicurezza che la sua presenza le infondeva, la sua calma, la sua astuzia e intelligenza (il bel trucchetto che avevano fatto ai danni di quel curiosone nell’atelier del Vanzi, che forte…), le belle maniere e la disponibilità di mezzi. Però in un certo qual modo le rammentava il Cinese, non avrebbe saputo dire come, né perché, ma qualcosa avevano in comune, poi si persuase che stava fantasticando troppo, stava esagerando. Si alzò per andare a farsi una doccia e notò sul cassettone la foto di Germano con lei, loro soli in un luogo vicino a Milano, un giorno che si erano concessi una scarrozzata fuori Milano senza una meta e senza uno scopo, e s’erano divertiti, di un divertimento gioioso e felice, e lei ricordò di essersi sentita come se stesse vedendo il mondo per la prima volta attraverso le maniere ingenue del suo coetaneo, come se dopo le subdole astuzie del Cazzarola Walter e le sue perversioni fosse pervenuta a qualcosa di sincero che non aveva mai sperimentato prima, come se una parte della sua adolescenza le venisse restituita. Distolse lo sguardo e si sentì diversa verso sé stessa, si infilò le pantofole e andò in bagno.
Una strana sensazione cominciò a farsi strada nel suo stato d’animo, la quasi felicità del momento precedente stava lasciando spazio a qualcosa di indefinibile che non prometteva nulla di buono, non che si sentisse spaventata da questi sentimenti perché ne aveva sperimentati di peggiori ma sentiva crescere il disagio di qualcosa che desiderava non avere fatto ma era tutto così confuso, contorto e avvinghiato fra la sua esistenza e quella degli altri che per un istante ebbe la sensazione di cadere in una specie di vortice, tutto le parve così indefinito e instabile, così distorto da connessioni con eventi e persone che ebbe quasi il terrore di non riuscire più a mettere insieme i pezzi della sua esistenza, come se ci fosse una discrepanza insanabile fra la sua vita interiore e la realtà delle cose, una scansione che rendeva fosco e complicato ogni singolo fatto della sua vita.
Si accorse di avere terminato di fare la doccia e di essere nuovamente in camera sua come se avesse attraversato un buco temporale, cercò di ricordarsi ciò che aveva fatto nella stanza da bagno ma tutto ciò che le tornava alla mente erano situazioni già vissute e già viste di giorni precedenti, quella sensazione negativa che le era sorta improvvisa pochi minuti prima non l’aveva abbandonata e non sapeva come liberarsene, si distese nel letto per cercare quelle belle impressioni che aveva provato, prima che un nuovo e negativo stato d’animo prendesse possesso del suo presente ma nulla cambiò. Si vestì lentamente osservando i suoi gesti nel tentativo di distrarsi, rassettò la sua stanza e si diresse in cucina, dove aveva sentito trafficare sua madre.
Suo padre stava ancora guardando la TV e non si accorse di lei. In cucina si accoccolò su di una sedia, con una gamba sotto la coscia dell’altra, come soleva fare a volte da bambina, sua madre notò la cosa ma si astenne dal fare commenti, di certo avrebbe tirato fuori vecchie memorie di quando era bambina e la cosa sarebbe risultata noiosa. Mina appoggiò un gomito sulla tavola e sopra alla mano vi appollaiò la sua faccia, senza dire nulla. Sua madre non si trattenne:
– Beh? Cosa succede?
– Niente. – rispose Mina annoiata.
– È un po’ che Germano non si fa vedere, cosa fa di bello?
– Uffa, cosa ne so io di cosa sta facendo Germano…
– Dicevo tanto per fare conversazione.
– Sarà andato a Genova con i suoi compagni, è da un po’ che ne parlava.
– Alla protesta contro il G8 dici? Lo sai che è morto un ragazzo?
– Come?
– Durante gli scontri con le forze dell’ordine.
– Di certo non è lui, sa stare alla larga dai guai. Hanno detto il nome?
– Carlo…
Mina non disse nulla. La conversazione cadde. L’argomento era troppo vasto e inaffrontabile, si può capire solo ciò che si può conoscere, che di solito è molto poco e perennemente assediato dalla realtà. Sua madre continuava a trafficare con le cibarie e gli arnesi di cucina, poi, come distrattamente le chiese:
– State ancora insieme?
– Chi? – rispose Mina come se la domanda riguardasse qualcun altro.
– Tu e Germano naturalmente.
– Cosa vuol dire se stiamo ancora insieme? Parli come se fosse una cosa da certificare all’anagrafe.
– Beh, non intendevo fino a questo punto ma mi sembrava che fra di voi ci fosse qualcosa di speciale.
Mina sbuffò e poi guardò sua madre, che distoglieva di quando in quando lo sguardo dalle sue faccende per osservarla.
– Può anche darsi che se c’era qualcosa sia già finita.
– Non mi pareva così l’altro ieri quando ha telefonato, mi sembrava il suo atteggiamento di sempre.
– E se avessi deciso io di mollarlo?
– E per quale motivo, lui stravede per te.
– Lui è così onesto, così ingenuo, così «bravo ragazzo»… insomma è una palla…
– Anche se va a protestare al G8?
– E cosa c’entra questo, protestare è un diritto e se a lui piace che ci vada. La faccenda non sta in questi termini.
– Ah… quindi qualcosa c’è che non va.
– Non credo che potrei vedermi di fianco a lui per molto tempo.
– Che cosa è successo? Perché è evidente che è successo qualcosa.
– E se lo avessi tradito?
– Tutto qui?
– Perché, non è importante?
– È importante solo se lui se ne accorge, altrimenti non ha alcuna importanza.

Mina si voltò a guardare suo padre, in poltrona davanti alla televisione, anche sua madre lo guardò, poi guardò Mina che a sua volta le chiese:
– Tu hai mai tradito papà?
– Queste domande non si fanno ai genitori.
– Insomma tu pensi che la questione consiste solo nel fatto di esser scoperti.
– Tu ti fai degli scrupoli che non esistono, il mondo va avanti così da sempre.
– Mi pare di capire che anche tu… – e Mina si voltò a guardare il padre impoltronito.
Sua madre non disse nulla ma assunse un’espressione furbetta e maliziosa, sempre continuando a trafficare con le cibarie e gli arnesi da cucina. Mina si voltò di nuovo a guardare il genitore in salotto e poi si avvicinò a sua madre per quanto poteva restando seduta in quella posizione sulla sedia, poi le sussurrò:
– E con chi?
– Il “rag.” che sta al primo piano – disse sua madre a bassa voce sbirciando il coniuge.
– Chi? Il “ragioniere”? Quel bruttone del primo piano che pare senza collo?
– Si ma devi vedere che arnese che ha, e come lo sa usare…
– Mamma… – disse Mina, e si tappò la bocca con entrambe le mani per reprimere una risata. – E quando sarebbe successo?
– Oh, un sacco di volte, e la cosa va avanti, anche se ho già cinquantacinque anni. A lui – e fece un ceno verso il genitore/consorte – sembra che certe cose non interessino più.

– Forse dipende da te.
– No, lui è tutto dentro al suo lavoro, dentro alle partite di calcio e dentro alla televisione, e a me chi ci pensa?
– Ma il bruttone è sposato se non sbaglio.
– Però la donna lavora e anche quando lavoravo io, siccome avevo degli orari convenienti capitava spesso che ci facessimo un incontro clandestino senza uscire dal condomino.
– E nessuno se n’è mai accorto.
– Abbiamo preso delle precauzioni, che se non devi uscire dall’edifico non sono neanche difficili da mettere in pratica, e la cosa va avanti… – ripeté la madre.
– Ho capito che va avanti ma lui – e Mina fece un cenno verso il padre, che pareva sull’orlo di appisolarsi in attesa della cena – non se n’è mai accorto?
– Ma di cosa vuoi che si accorga, guardalo…
Entrambe le donne si voltarono verso il padre/marito, che aveva reclinato il capo in un inequivocabile segno di abbiocco. Si guardarono in faccia e trattennero entrambe una risata.
– Una volta che sua moglie era in casa lo abbiamo fatto in garage, sui sedili della sua macchina.
Mina era sorpresa e stupita, e lontanamente, molto lontanamente, in un angolo del suo cervello anche un po’ scandalizzata ma la connivenza e la condivisione di questo segreto famigliare l’aveva intrigata, cercava di figurarsi il tipo del primo piano, questo rag., che le pareva davvero ripugnante, poi una domanda di sua madre la sorprese:
– Ne è valsa la pena?
– A cosa alludi?
– Lo hai tradito con qualcuno che ti piace?
– Se mi piace non lo so, però se alludi al fatto, beh… ne è valsa la pena.
– Allora non stare a pensarci su più di tanto, gli uomini sono tutti dei ******** e noi ci arrangiamo.
Mina si alzò in piedi, si stiracchiò le braccia e fece un giretto in cucina, guardando fuori dalla finestra, le parve che la vita avesse ripreso il suo solito colore, si voltò verso sua madre e le chiese:
– Cosa si mangia stasera?
– Non lo vedi? Sto preparando uno spezzatino.
– Non è un po’ caldo per un piatto del genere?
– Mah, direi che è un piatto per ogni stagione e poi a tuo padre piace, se lo mangerebbe anche con il caffelatte.
Mina sorrise, sbirciò nuovamente il padre appisolato immaginandosi la madre intenta a svicolare furtivamente dalla porta di casa per scendere di qualche piano ad incontrare il “rag.“, che lei, in virtù della tozza conformazione fisica aveva immaginato intimamente in una tauromachia mitologico-fantastica, figurandoselo come una specie di Minotauro arrapato all’inseguimento di sua madre Arianna, e il padre Teseo, telecomando in mano addormentato davanti alla tele. Cercò di figurarsi sua madre a letto con quel tipo ma non ci fu verso, le parevano due persone inconciliabili; le venne il dubbio che sua madre le avesse raccontato una frottola ma cancellò immediatamente il sospetto, non le aveva mai detto cose non vere, inesatte forse ma completamente non vere non se lo ricordava, di certo non avevano mai tenuto un gran dialogo, lei tendeva a scansare la compagnia dei suoi genitori almeno da quando aveva avuto la possibilità di uscire da sola la sera, cosa che era successa abbastanza presto, verso i quattordici anni se non prima, e si era sentita subito sganciata dal meccanismo parentale. Ritornò in camera sua con l’intenzione di agghindarsi un po’ o ficcanasare in internet, verificare la posta elettronica, ascoltare un po’ di musica, insomma, il buonumore le era tornato e le parve che non fosse neanche mai andato via.

Dopo poco che era entrata in camera sua sentì suonare il telefono e la voce di sua madre rispondere qualcosa di incomprensibile, quindi chiamare il suo nome ad alta voce:
– È per te… vieni a rispondere.
Mina uscì dalla sua stanza immediatamente e raggiunse il telefono in cucina, sua madre disse:
– È Guendalina… una gran brava ragazza quella!
– Lo so mamma.
E prese il telefono per parlare con l’amica che aveva lasciato poco prima.
– Ma perché non ti ha chiamato sul cellulare?
– Perché l’ho spento e non ho voglia di accenderlo per un po’.
La madre scosse il capo continuò le sue faccende.
Al telefono Guenda le chiese come mai tenesse spento il cellulare e lei rispose che voleva farsi desiderare, e poi non aveva nulla di nuovo da comunicare a nessuno.
– Serata nostra allora? – rise Guenda all’apparecchio.

Prossimamente il trentunesimo capitolo