romanzo a puntate (42)

Copyright © Eric Bandini 2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.

Una storia italiana
Capitolo XLII°
(42)
Milano
Sabato, 21 Luglio 2001
Dopo avere abbandonato l’Antonnomi fuori dal parco Lambro, con pochi rimpianti e senza scene tragiche, Mina aveva vagato ancora per un po’ con la sua macchina prima di rientrare a casa, senza alcuno scopo preciso o meglio, senza che avesse la possibilità di formularne uno concreto. Per andare in centro era un’ora sconveniente, stante pure la stagione balneabile, e comunque non aveva impegni programmati, e poi, non ultima cosa, non se la sentiva di affrontare i problemi del !”suo” presente senza prima avere chiarito, per se stessa e per nessun altro, quale dovesse essere e se possibile come dovesse apparire agli altri il concetto e l’immagine che essa aveva di se stessa; provava un profondo senso di disagio e di sconforto che non sapeva arginare, quasi che la sua percezione di sé non le appartenesse più.
Ora aveva abbastanza chiaro in mente che qualcosa era stato organizzato ai suoi danni e sapeva anche da parte di chi ma non ne conosceva le ragioni, per lei il Cazzarola era un fossile della sua adolescenza che non avrebbe desiderato rivedere in nessuna circostanza però ora sentiva che per mettersi in pace con l’esistenza e trovare il coraggio di affrontare nuovamente persone e colleghi senza pensare di essere oggetto delle altrui calunnie – un pochino fondate forse – doveva trovare la maniera di risolversi ad un confronto con una parte del suo passato, per quanto non sapesse nemmeno lei che cosa inquisire, chiedere, analizzare, indagare in un soggetto obliquo e viscido come il Cinese; per certo non le incuteva alcun timore e insieme ad una rabbia profonda gli cresceva anche una curiosità che reputava legittima.

Una maniera per contattare quel tizio non riusciva proprio a farsela venire in mente, viste le cose dal suo lato le conoscenze erano tutte scadute in una degenerazione e un desiderio di dimenticare che avevano cancellato tutti i riferimenti possibili per un ritorno al passato, ma non la memoria di certe vicende che non aveva alcuna voglia di rivangare né di ripensare; come in una specie di tortura autoinflitta tentava di immaginarsi possibili motivi, circostanze, persone ormai dimenticate, luoghi frequentati che la potessero aiutare a rintracciare quel figuro senza che quello avesse possibilità di mettere in atto qualche trappola ai suoi danni, perché – e ciò rappresentava un suo timore non infondato – quel tizio poteva mettere in azione anche persone della sua cerchia attuale, e questo era quasi un fatto, benché non le riuscisse altro che di immaginarsi quel salame del Dabbono spenzolare dalle burattinesche mani del Walter, lui e nessun altro, per quanto anche sul Laszlo qualche ombra di dubbio le era fiorita.
In queste analisi di indagine a ritroso, a cercare spunti e idee per poter incontrare il Cazzarola in maniera non pericolosa per una ricaduta nel suo girone di malaffare, le affiorava alla mente di quando in quando il recente ricordo della delusione che la sua amica le aveva regalato in maniera subdola e mascherata da cosa ordinaria – per certo anche Guenda entrava nel gioco -, probabilmente, era sua debole convinzione, senza avere sentore del Cazzarola, perché questa era una delle specialità del soggetto: burattinare le persone e piegare la loro esistenza ai suoi interessi.
Arrivò a casa in un’ora sfalsata, troppo tardi per il momento del pranzo e troppo presto per l’eventuale daffare del pomeriggio; suo padre stava uscendo, si incontrarono nell’ingresso e sopportò la sua fessa melensaggine di buon paparino sbirciando la madre che guardava da un’altra parte con l’espressione del pesce in barile. Un bacino rapido sulla guancia del Gran Lavoratore per tenere bordone alla mammina e poi di corsa in camera sua, più che altro per togliersi dai piedi da quelle scene famigliari nelle quali si percepiva ormai come terzo – o forse quarto – incomodo e per il momento aveva deciso di evitarle ogni volta che poteva, si infilò un paio di pantofole, andò in bagno a darsi una rinfrescata, poi accertatasi della dipartita del genitore si presentò in cucina a reclamare qualcosa, qualunque cosa ci fosse di commestibile purché già pronto. L’espressione della genitrice era quella tipica, del genere c’è-qualcosa-che-non-va-ma-non-te-lo-chiedo-subito, Mina si accorse dell’espressione materna e si accorse che si prospettava una conversazione, di quelle tipicamente ziesche in cui il singolo e unico aspetto dell’argomento viene detto, controdetto, ridetto, ripetuto, replicato, confermato, ribadito e poi anche in senso inverso (ribadito, confermato, replicato, ripetuto, ridetto, controdetto, detto), e Mina non se la sentiva di starsene a parlare con sua madre come una vecchia zia, però aveva il sospetto che avesse lei qualcosa da comunicarle o da chiederle e senza sforzo presentiva il tentativo di sondaggio materno, nulla di preciso ma abbastanza facile da prevedere.
– Mi ha cercata qualcuno?
– Il tuo fessacchiotto… è venuto qui intorno alle nove e mezza… – disse la donna con un’espressione insieme complice e compiaciuta

– Per favore non chiamarlo così…
– Beh… un po’ fessacchiotto lo è.
– Mina finse di non sentire la reiterazione.
– E cosa voleva? Che cosa gli hai detto?
– Ti cercava e gli ho detto che eri uscita senza dire dove andavi. A proposito dove sei andata? – la madre di Mina assunse un atteggiamento di cauta e curiosa gentilezza vagamente distaccata, come se stesse parlando degli orari del treno o dei programmi della TV, non tanto per motivi di riservatezza, ché la donna se ne sbatteva abbastanza, quanto per paura di provocare una reazione da parte della figliola in una sua eventuale crisi di emancipazione mancata; riscontrato che la ragazza pareva non avere inteso la subdola allusione insistette – Ti sei vista di nuovo con quel tizio? E chi è?

– Senti mamma, io non ti ho chiesto nulla delle tue vicissitudini e il fatto che me le hai raccontate non significa che siamo intime confidenti delle reciproche magagne. Voglio solo sapere chi mi ha cercata. Germano è passato di qui, e mi pare di capire che devi averlo preso un po’ per i fondelli, poi? È passato qualcun altro?
– Guendalina, ti ha cercata; prima per telefono e poi è passata anche di persona ma non è salita. Ha chiesto se eri in casa e…
– Da ora in avanti per quella io non sarò mai in casa.
– Che cosa è successo? È una così brava ragazza, siete praticamente cresciute insieme…
– Senti mamma, rimettiamo le cose come stanno, sono figlia unica e non ho sorelle.
– Non vuoi dirmi che cosa è successo?
– Nulla che ti riguardi. Germano ti ha lasciato detto qualcosa?
– No, tu non c’eri, non riusciva a raggiungerti al telefono, voleva solo vederti. Se n’è andato praticamente subito, però a dire la verità mi era parso leggermente preoccupato quando è entrato… non è che si è accorto di qualcosa… eh?
– Di cosa avrebbe dovuto accorgersi?
La madre non rispose, Mina si pentì di essersi sfogata con la donna il giorno precedente; la cosa aggiungeva un motivo di tristezza alla peculiare situazione che si trovava a vivere. Se Germano aveva mostrato un’espressione preoccupata di certo ne aveva motivo, per come si erano lasciati giovedì notte, per le scarse e sbocconcellate notizie che aveva elargito a lui e ai suoi colleghi in seguito all’intercettazione di quella frase smozzicata dal Dabbono in Largo Richini durante l’orazione di Trifarro. Giustamente voleva essere messo a parte di qualcosa in cui era coinvolto insieme ad altri amici. Si sentì ottusa, stupida ed egoista a pensare per sé stessa calpestando le preoccupazioni degli altri ma ugualmente provava una rabbia sorda e indomabile nei confronti dell’inquisizione materna, del Cazzarola e di chiunque volesse sapere i fatti suoi e ricamarci sopra i propri commenti. Sentì che non era il momento di lasciarsi sopraffare dai sentimenti e di cercare di porre fine in prima persona al bailamme che le stava gravitando intorno. D’improvviso si rese conto che la sola presenza di sua madre le istigava un desiderio di violenza che forse avrebbe fatto fatica a reprimere e si alzò di scatto da tavola per evitare di scagliare qualche casalingo, giusto per il gusto di vedere qualcosa andare in frantumi.
– Non ho più fame – disse allontanandosi in direzione della sua camera – se mi cerca qualcuno io non sono in casa. Chiunque sia.
– Come vuoi – disse la donna sportasi dalla cucina ad osservarla allontanarsi nel corridoio.
In camera sua cercò inutilmente una distrazione che la allontanasse anche temporaneamente da quel senso di instabile e indomita indecisione che sentiva crescere come un senso di rabbia cieca che non avrebbe saputo verso chi o cosa indirizzare, le pareva di essere vittima di qualcosa di inspiegabile e allo stesso tempo se avesse dovuto dare spiegazioni avrebbe dovuto omettere parecchie cosucce, così che doveva ingannare se stessa prima di un eventuale o eventuali interlocutori altri; poi in un’analisi successiva si autoconvinceva di essere dalla parte del giusto e di soffrire i dubbi e le incursioni nella sua vita da parte di qualcuno o qualcosa che la voleva piegare, senza che riuscisse a formarsene un’identità precisa. Non si trattava più del Cazzarola, dell’Antonnomi, di sua madre, di Germano e i suoi colleghi, no, questa era una vicenda che doveva trovare uno sbocco logico, non in una conclusione o in una fine, perché la vita non si ferma, ma in un’evoluzione accettabile soprattutto per sé stessa e nessuno tranne lei poteva dare una svolta decisiva. L’aiuto dei colleghi e amici, il supporto di Trifarro, disinteressato e forse perfino premuroso, non avevano fatto altro che prolungare questa finta agonia esistenziale, questo teatrino delle convenienze segrete che si era concentrato sulla sua vita e i suoi conoscenti, senza che questi sapessero molte cose.
A dire la verità nemmeno lei aveva chiaro in mente l’origine e lo scopo di tutto ciò ma sentiva di essere l’unica persona in grado di trovare una via d’uscita, per le sue conoscenze adolescenziali e le vicende conseguenti, benché nemmeno lei avesse in mano elementi per determinare esattamente un chi, un come, un cosa e magari un dove che riuscissero a fare un po’ di luce sull’intera vicenda; su di un punto aveva raggiunto la decisione, avrebbe incontrato il Cazzarola, lo avrebbe affrontato, gli avrebbe chiesto che cosa pensava di avere a che fare – ancora dopo anni – con la sua esistenza, solo non sapeva come contattarlo. Prese in mano un libro per tentare una distrazione nella lettura ma si rese immediatamente conto che non riusciva a concentrarsi, che i pensieri fastidiosi che la tormentavano la circondavano anche durante la lettura e riprendevano possesso del centro delle sue attenzioni sovrapponendosi in maniera molesta alle parole che leggeva, così che si ritrovò a rileggere lo stesso paragrafo ripetute volte senza sapere cosa stava leggendo mentre la sua mente fantasticava rabbiosamente senza alcuno sbocco fintanto che le parole scritte le apparvero come un mero oggetto di distratta osservazione e allora rimise il libro dove lo aveva preso e si sedette in preda allo sconforto senza che la rabbia che provava fosse minimamente domata.

Fu la rabbia lo sprone a indurla a cercare fra le sue cose possibili riferimenti a qualcuno o qualcosa che potesse rimetterla in contatto con quel tipo; tenendo a bada la furia che le montava dentro per i cattivi ricordi che le sovvenivano frugò fra vecchi quaderni dell’età del liceo, fra vecchie (?) fotografie che teneva in un cassetto, diari di scuola di sei o sette anni prima, perché non li aveva mai buttati. Sperava di trovare un conoscente, un numero di telefono, benché in quel periodo i telefoni cellulari non fossero ancora molto diffusi ma le bastava poter individuare qualcuno che lei fosse in grado di raggiungere nel più breve tempo possibile e che la mettesse in contatto con il Cazzarola nel pomeriggio stesso. Voleva cercare di mettere una pietra sopra a tutto ciò in maniera da troncare ogni possibile ritorno del tipo nella sua vita, anche se il soggetto appariva per lei introvabile. Scorse rapidamente le pagine di diari e quaderni di appunti sentendosi sfumare in un sé di anni prima che quasi non riconosceva più, una versione di se stessa che in parte le faceva pena e in parte le faceva rabbia, ma soprattutto le evocava malinconici ricordi ai quali non pensava più da tempo, vicende che aveva dimenticato, tristi o allegre che fossero, che pallidamente riprendevano vita nella sua memoria e a tratti si imponevano come se fossero eventi vissuti il giorno prima per lasciarsi sopraffare da altre memorie ugualmente nostalgiche e refrattarie al suo presente. Era sempre lei stessa ma ora era una persona completamente diversa e quel flusso di reminiscenze la confondevano, in parte attenuavano la sua collera poi attraverso le medesime il rancore e il risentimento riconquistavano vigore ma erano trasformati, non proprio attenuati né giustificati ma visti attraverso una distorta forma di nostalgia assumevano sfumature più umane, per quanto non immuni da desiderio di azione e rivalsa.
Rivide i volti dei suoi compagni di liceo in fotografie di gruppo, rivide se stessa in compagnia di alcune amiche e amici del tempo, rivide Guenda in mezzo alle altre compagne di scuola e in quel suo volto allora adolescente non vi trovò traccia alcuna della perfidia che l’aveva condotta a produrle quello brutto tiro della sera prima, quasi si commosse ripensando ai momenti allegri che avevano trascorso insieme ma non si lasciò sopraffare dai sentimenti, Guenda era per lei caduta definitivamente nel dimenticatoio, dove sperava di buttarci anche il Cazzarola, e se fosse stato possibile magari con un bel calcione nel deretano. Scrutò attentamente le foto cercando di individuare i volti di quelli che lei sapeva, o almeno credeva, essere allora in contatto con il Cinese, cercando di cernere quelli che poteva essere in grado di rintracciare immediatamente e che secondo le sue stime avessero ancora possibili e probabili legami con il loro vecchio fornitore di mezzi di instupidimento. Si accorse che di quel gruppo di persone non era in grado di rintracciare nessuno, benché non fossero passati che pochi anni dalla fine del liceo, ciascuno aveva preso strade differenti e della sua classe nessuno frequentava la Statale di lettere e filosofia.
Si accorse di avere terminato il liceo come qualcuno che ha terminato un periodo di galera e vuole giustamente dimenticare brutti ricordi e persone che possono farteli ricordare, come se fosse stata in fuga da sé stessa, cosa che riconobbe in parte come vera. Sfogliando le pagine di uno di quei diari scorse a margine degli appunti giornalieri, scritto di traverso con una calligrafia non sua, il numero di telefono di un certo Noè, di cui rammentava che non era il suo vero nome ma un soprannome appioppatogli da altri coetanei e rammentava anche che il tipo bazzicava la corte del Cinese, benché da una certa distanza e con una certa autonomia, in effetti Noè ricordava essere l’abbreviazione di Noetico, Noè per gli amici più amici, e rammentando il tipo la cosa aveva un aspetto bifronte, di uno che capisce tutto al volo e di uno che è senza etica, in pratica un imitatore morale del Cinese ma senza la sua pericolosità. Se lo ricordava come un tipo simpatico e intrigante, anche se con lei ci provava sempre, cosa alla quale aveva fatto una certa abitudine, ma senza superare i limiti di una simpatia un poco aggressiva. Pensò che quello poteva essere il tipo giusto per quello che aveva in mente e che lo avrebbe rivisto volentieri, anche se quello per certo era a conoscenza delle sue trame giovanili con il Cazzarola, a quei tempi frequentatore di altro liceo, anzi, forse questa specie di connivenza poteva essere d’aiuto in una certa maniera, essendo a conoscenza di certe cose le spiegazioni si sarebbero probabilmente ridotte al minimo, certamente non i tentativi da parte sua ma da questo punto di vista sapeva come difendersi, e magari anche come attaccare.
Non era un numero di cellulare ma il numero di un telefono ordinario col prefisso di Milano, se lo appuntò su di un pezzo di carta, ripose i diari sperando di non doverci più ficcare il naso fino alla vecchiaia e accese il suo portatile, augurandosi di non essere infastidita da qualche chiamata di qualcuno al suo inseguimento mentre aveva il cellulare acceso per cui compose il numero più in fretta che poté.
Dall’altro capo del telefono una matura voce femminile rispose un timido pronto, Mina chiese di parlare con Evaristo, il vero nome di Noè-Noetico, al secolo Ganci Evaristo, Mina se lo ricordava, e come avrebbe potuto? Con tutte le volte che ci aveva provato…
Dopo qualche istante la voce di Evaristo rispose un pronto più deciso, Mina lo riconobbe e si presentò:
– Sono Mina, ti ricordi di me?
– Se è quella Mina che penso io come potrei scordarmela. Ci hai messo tanto a deciderti a chiamarmi.
– Senti… ho bisogno di parlarti…
– Giusto per evitare equivoci, sei Mina Calludole vero?
– Già, ex compagni di liceo.
– Beh, parlami e poi dammi appuntamento – Evaristo parve sorridere sommessamente vicino al microfono del telefono.
– Senti è una cosa seria, e…
– Ehi, ehi, tutto quello che vuoi ma niente fidanzamenti.
– Ma no che cosa hai capito, ho bisogno di parlarti di una cosa che riguarda una certa persona, una persona che tu conosci, però sarebbe meglio non parlarne al telefono.
– Quindi mi dai un appuntamento.
– Precisamente, dove ci vediamo?
– Piazzale Cadorna può andare?
– Va bene.
– D’accordo, in Piazzale Cadorna fuori dalla stazione della metro.

– Fra quanto?
– Posso uscire anche adesso. Facciamo così, il primo che arriva aspetta.
– Non mi fai il bidone?
– Dopo che mi hai fatto aspettare tanto per questa telefonata sarebbe il minimo, ma non ti preoccupare, sarò sul posto nel minor tempo che posso, metro permettendo.
– D’accordo, allora esco subito anch’io. Ci vediamo là.
Evaristo fu di parola, era già sul posto che si guardava intorno quando Mina sbucò sul piazzale, appena la vide sorrise e le andò incontro. Al telefono certi imbarazzi non parevano evidenti ma di persona certe formalità si intromisero nell’antica confidenza. Evaristo, benché sempre propenso al buon umore, non si scostò molto dalle solite battute tipo «È da parecchio che non ci si vede», «Sei sempre la stessa, non sei cambiata affatto», quando Mina, che aveva visionato poco prima le foto dei tempi “gloriosi” del liceo, aveva riscontrato in sé stessa dei mutamenti fondamentali e anche in Evaristo aveva notato una fisionomia diversa, nonostante le sue fattezze fossero sostanzialmente simili. Poi vennero i discorsi un poco più seri.
– Di che cosa dovevi parlami?
– Potrebbe essere un discorso un po’ lungo, hai tempo?
– Tutto il tempo che vuoi. Andiamo nel giardino laggiù, vicino a Via San Nicolao.
L’idea piacque a Mina e si avviarono verso gli ippocastani sotto cui speravano di trovare una panchina nell’ombra, concorrenza dei turisti permettendo. Quando si furono spianati e le formalità furono sbrigate completamente e le banalità furono superate senza danni per nessuno dei due il volto di entrambi assunse un’espressione leggermente cupa, perché Evaristo aveva capito che c’era qualcosa di serio da sviscerare.
– Senti, devo chiederti una cosa ma tu devi promettermi di non farmi troppe domande, non perché non mi fidi di te, ma perché potrei non avere le risposte e inoltre è un argomento che ha dei risvolti un poco pericolosi.
– E riguarda te questo mistero?
– Per una parte, che sarebbe la parte che non conosco. Lo so che è un’affermazione stupida e infantile ma devo chiederti di mantenere il riserbo su ciò che sto per chiederti. Detesto quelle frasi da ragazzini tipo «Però non dirlo a nessuno», oppure «Mi raccomando, è un segreto», che poi non appena hai voltato le spalle senti già l’eco della divulgazione. Devi fidarti di me se ti dico che qualche pericolo potrebbe esserci e capirai perché quando te lo spiegherò.
– Senti, di cazzate ne avrò dette e anche fatte ma non mi sembra di essere mai stato un fanfarone, se c’è qualcosa che posso fare per te la farò, punto e basta. Il resto è per i gonzi.
– Ti ricordi quella volta che ci siamo visti in discoteca?

– Una delle tante, e tu eri sempre o quasi nel giro di compagnie di quel delinquente, se non direttamente insieme a lui.
– Che tu ammiravi, se non ricordo male.
– È vero, ma non mi sono mai compromesso con quello là, almeno non tanto da restarci incollato.
– Lo so, è per questo che ti ho telefonato. Sapevo che tu lo avevi frequentato e speravo che mi potessi aiutare a rintracciarlo per parlargli di persona. Ti prego non guardarmi con quella faccia.
– Non sto facendo nessuna faccia.
– Beh, diciamo che ti leggo nel pensiero.
– Beh, allora dovresti legger qualcosa di diverso – disse Evaristo assumendo un’espressione da gattone che sta facendo le fusa.
– Dai, non fare lo scemo, sono in una specie di guaio e tu puoi darmi una mano.
– In che cosa?
– Devo mettermi in contatto con il Cazzarola.
Evaristo fece un’espressione molto seria poi disse:
– Guarda che quello adesso gioca con la seria A della delinquenza, se allora poteva considerarsi un tipo pericoloso adesso non è più questione di considerazioni, ora lo è per davvero.
– Se tu lo dovessi contattare sapresti fornirmi un numero di telefono per parlargli…
– Cosa credi che sia come prendere appuntamento dal dentista? Non si parla direttamente con lui, è più facile telefonare al Quirinale e chiedere di parlare al Presidente della Repubblica. Uno come lui si tiene a galla restando nell’ombra.
– Ma tu potresti trovare un contatto? Sono sicura che se gli fai sapere che l’ho cercato io si farà vivo.
– Cosa che sarebbe meglio evitare. In che guaio ti sei cacciata?
– Anche volendo non sarei in grado di spiegartelo però ho necessità di parlare con quel tipo.
– Che tu ne sia innamorata non ci credo nemmeno se me lo giuri.
– Ma cosa dici? Niente di tutto questo, voglio al contrario togliermelo dall’esistenza per il resto della vita e l’unica maniera può essere un confronto diretto, ci sono cose che devo sapere da lui e solo lui può rispondere alle mie domande.
Evaristo si guardò intorno come se cercasse di distrarsi da una richiesta poco conveniente per entrambi, poi si voltò verso Mina e le disse:
– Quando vorresti incontrarlo?
– Oggi stesso. Tu dovresti fargli sapere che questa sera ad una certa ora mi troverò in un certo locale e poi farmi avere la sua eventuale conferma. Come vedi non è necessario telefonargli direttamente e se lui lo saprà sono certa che si farà vivo.
– A costo di ripetermi… cosa che sarebbe meglio evitare, ma se proprio devi forse posso. Dammi il tuo numero di telefono.
– Il mio numero di telefono te lo do però ti avverto che lo terrò spento perché ci sono persone con cui non voglio parlare almeno fino a quando non avrò chiarito qualcosa. Facciamo così, tu contatti chi devi, prenditi il tuo tempo e poi questa sera sulle sette e mezza o le otto ti chiamo io e tu mi darai l’eventuale conferma o le necessarie variazioni che il soggetto avrà preteso.
Ci fu una breve pausa di silenzio imbarazzato; a nessuno dei due piaceva ricordare queste vecchie storie, neanche poi tanto vecchie considerata la loro età ma nessuno fra Mina e Evaristo voleva ripensarle per davvero e la conversazione aveva tirato in ballo cose di cui non avrebbero mai parlato con conoscenti e amici di ora, non per una presupposta facciata presentabile dietro cui ripararsi, quanto per evitare quel vago senso di nausea che certi ricordi fanno venire se tirati in ballo all’improvviso e senza nessun preallarme. Mina per trarsi da un senso di impaccio improvvisò una domanda che la incuriosiva per davvero e a cui non aveva mai avuto modo di trovare risposta.
– Non ho mai capito perché lo chiamano il Cinese – disse rivolta ad Evaristo come se stessero parlando di un soggetto estraneo ad entrambi, e che magari lo era anche ma tentava di non esserlo ad ogni occasione possibile.
– Credo che dipenda dal fatto che quello è il tipo che sta seduto sulla riva del fiume a guardare passare i cadaveri che qualcuno dei suoi sgherri butta nel fiume più a monte, dopo che glieli ha condotti o fatti condurre tramite le sue tresche, ma queste sono solo congetture e in fondo a chi gliene importa qualcosa del soprannome di colui che ti butta nella merda? È l’ultima delle preoccupazioni.
Evaristo sospirò e la guardò di sguincio, di quello sguardo tra il simpatico e il burbero. Mina sorrise, si accomodò diversamente sulla panchina, poi spiegò i dettagli necessari e senza perdere tempo ulteriore si alzò richiamando Evaristo che la seguì e insieme si diressero alla metro.


Prossimamente il quarantatreesimo capitolo