romanzo a puntate (07)

Copyright © Eric Bandini 2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.

Una storia italiana
Capitolo VII°
(07)
Milano
Giovedì, 19 Luglio 2001
Rinverdire vecchie e sgradevoli memorie era per Fosco una piccola tortura esistenziale, non provava rancore verso nessuno, ma certe cose gli piaceva che se ne restassero rintanate nel lontano passato a cui egli riteneva che appartenessero senza risorgere per motivo alcuno, inoltre l’acquisita maturità aveva posto queste connessioni con fatti trascorsi in una condizione di paranoia trasgressiva e relazionale tanto in uso da sempre fra i cosiddetti “umani” e la sola idea di dover contattare qualcuno di quel suo mondo adolescenziale lo catapultava in uno stato di quasi depressione. Riguardo a chi potesse essere il Cinese aveva una vaga idea però sapeva chi poter contattare per avere dettagli su quest’individuo e poter avere un confronto diretto, o detto in termini canonici, un appuntamento. In virtù dei rari contatti che ancora intratteneva con l’Armando e anche con l’Egisto e tutti gli altri della sua adolescenza, poiché non aveva mai abbandonato Milano, era grossomodo in condizione di reperirli nel giro di qualche telefonata per avere da loro più circostanziate notizie. Telefonata che fece non appena ebbe lasciato i suoi studenti in Via Del Perdono, o per meglio dire gli studenti del suo professore dei quali egli era il badante pro tempore.

Fare queste telefonate era una cosa poco simpatica per l’aggiunto di storia della filosofia moderna, a parte il rischio di essere intercettati, più che un rischio una certezza in virtù delle attività mai dismesse di alcuni dei suoi ex amici e anche per una innata tendenza della Società stessa alla morbosa auscultazione dell’altrui vita per cui bisogna sempre usare delle precauzioni da iniziati a riti segreti, Fosco ricavava sistematicamente la sgradevole sensazione di essere vagamente preso per il c*** nel momento in cui si metteva in contatto con quel mondo, non apertamente ma in una certa subdola maniera che neanche i più raffinati trasgressori avrebbero potuto mettere in atto. Sì perché la trasgressione è una moda, e come tutte le mode ha i suoi maestri. Che cosa abbia da trasgredire uno che è consapevole di trasgredire è cosa che, secondo Fosco Trifarro, bisogna chiedere agli addetti alla trasgressione. La cosa comica è che solitamente i trasgrediti s’in******* con i trasgressori, il ché sarebbe ancora normale, ma esiste uno scambio continuo di ruoli, così chi è trasgredito oggi diverrà trasgressore domani e l’in********* cambia ruolo e personaggio in continuazione, per cui l’uso di Citrosodina® non è una cosa rara per calmare quel gatto arrabbiato nella pancia, quindi…
Quel giorno evitò il giro di telefonate facendone semplicemente una, all’Arturo, da cui si fece dire dove trovare l’Armando nell’immediato mezzogiorno per informarsi in viva voce dall’ex amico riguardo a ciò che gli interessava.

Essendo il ramo del crimine fuori da ogni orario ufficiale delle attività riconosciute, la localizzazione dell’Armando rappresentava un problema ma era di fatto limitata a pochi luoghi assiduamente frequentati: l’abitazione, alcuni bar, e un paio di trattorie, il tutto racchiuso nel quartiere dove sia l’Armando che il Fosco avevano trascorso la loro adolescenza. Arturo confermò e Fosco prese un autobus per la zona che gli era stata indicata. La via crucis dei pochi bar elencati dall’Arturo portò subito all’individuazione dell’Armando, seduto in un locale anonimo intento ad un’analisi impegnativa della Gazzetta dello Sport®, Fosco si avvicinò e bussò sul tavolo per richiamare la sua attenzione, Armando lo guardò sorpreso, attraverso quel suo sguardo distante e apparentemente malinconico di cui Fosco aveva imparato a diffidare già molti anni addietro. Contemplò l’ex amico analizzando nella sua persona il trascorrere degli anni, considerò anche per la sua fisionomia un analogo decadimento, con la differenza di una capigliatura ancora folta a suo favore, non che l’Armando fosse calvo completamente, ma la sua fronte si era ampliata parecchio verso l’alto. Un tipo anziano dalla voce stridula, intento alla lettura di un differente quotidiano, alzò improvvisamente il capo richiamando l’attenzione del barista per commentare una rapina ad un distributore avvenuta il giorno precedente. Armando si alzò e senza dire nulla e senza che nulla gli fosse detto prese la direzione dell’uscita del locale insieme a Fosco, le rade frequentazioni avevano prodotto una sorta di distacco dalle banalità del tipo “come stai”, “cosa fai”, “come ti va”, e altre amenità che nella maggior parte dei casi si dicono più per ascoltare il suono della propria voce che per un vero interesse verso il proprio interlocutore, più per confermare a se stessi di essere davvero delle personcine ammodo, il ché non rappresenta un’offesa in sé, magari una larvata forma di presunzione. Fosco e Armando sapevano intimamente di frequentarsi poco volentieri e per motivi veramente necessari, anche se al fondo di ciascuno di loro era rimasto un briciolo di quell’affetto che si porta per tutte le persone conosciute nella propria gioventù; per la maggior parte delle persone odiare per davvero non è “davvero” possibile, come per Holden Caulfield si sente in qualche oscura maniera la mancanza di tutti, anche di quelli negativi.
Fuori dal bar il sole li abbacinò entrambi, Armando si mise un paio di Ray-Ban® di quelli con le lenti a pera e il cerchietto nella congiunzione alla radice del naso, una roba vagamente da squali, da tipi duri e magari anche aggressivi, mentre Fosco si ricacciò i suoi Ray-Ban® stile John Belushi in Blues Brothers, modello Wayfarer, però con la montatura “color” tartaruga, reminescenze anni settanta. Percorsero senza parlare qualche decina di metri in una direzione che nessuno dei due aveva deciso, poi Armando si voltò verso Fosco aspettando una domanda, che Fosco pose.
– Tu conosci un tale che chiamano “Il Cinese”?
– Non è un soprannome raro, sai quanti cosiddetti Cinesi nati a Milano e dintorni che parlano meneghino e mangiano il risotto allo zafferano ci possono essere da queste parti?
– È uno che ha la metà dei nostri anni, ed è un emergente, uno che non scherza, uno che non si tira indietro, probabilmente traffica.
– E chi è che non traffica nel nostro ambiente, a volte pure io, con un certo disgusto, ma si deve campare. Comunque credo di capire chi intendi, è uno che ha messo su un giro suo, con dei forestieri, dei… come si chiamano… extracomunitari. Nordafricani, gente dell’est Europa, qualche sudamericano, che non si capisce dove li ha pescati. Comunque si sta facendo largo e …
– Se avessi bisogno di parlargli adesso tu saresti in grado di …
– Cos’è, ti sei messo a sniffare?
– Che c**** dici… no, non è per me, è per qualcuno degli studenti, ma non nel senso che vuoi propinarmi. C’è qualcuno che si sta ficcando in un grosso guaio, o sarebbe meglio dire che questo Cinese lo vuole infilare in un grosso guaio, e vorrei evitarglielo se mi è possibile.
– Guarda che se quello che vuoi incontrare è il tipo che immagino, e se quel tipo che immagino che sia si è messo in testa una cosa tirerà dritto in ogni caso.
– Ma tu puoi mettermi in contatto con lui, adesso?
– Hai pure fretta…
– Questo genere di cose hanno la tendenza ad accadere con la rapidità di una mazzata, per cui la fretta è d’obbligo. Se posso fare qualcosa, e voglio poter fare qualcosa, la farò adesso, e comunque è possibile che lui mi conosca, non ne sono certo, ma può avere frequentato la facoltà o seguito un corso qualche anno addietro, oppure può essere in contatto con certuni degli studenti, non so bene. È uno della cintura milanese, della zona, o forse di un comune della provincia.
– Devi mettere in conto la differenza di età. Forse posso metterti in contatto con il Cinese che cerchi, ma la cosa non sarà facile né immune da pericoli. Non è più come ai nostri tempi, questi sono più arrabbiati di quanto potessimo essere noi, che dopo tutto credevamo di avere degli ideali…
– Datti una calmata, questo “noi” mi sembra un po’ fuori luogo. Mi basta solo che tu mi porti da questo tizio, o che mi introduci a qualcuno che mi ci possa accompagnare. Avrà un luogo dove abita, che frequenta, un ritrovo, o qualcosa di assimilabile.
– Sempre schizzinoso eh? Cos’è, hai paura di mescolare la tua posizione universitaria con qualcuno dei tuoi vecchi amici?
– Senti Armando, se sono qui è perché non sono schizzinoso e ti ho spiegato molti anni fa come stanno le cose; se puoi aiutarmi fallo adesso, ma niente prediche per cortesia, nessuno di noi due è in grado di fare la morale all’altro, ci conosciamo da troppo tempo.
Armando rimase in silenzio per qualche istante, osservò in tralice il suo coetaneo che ricambio lo sguardo senza dire nulla. Una strana sensazione di nostalgia mista a malinconia derivata dall’incomprensione reciproca teneva entrambi sulla difensiva, più che altro paura di scoprire sé stessi davanti a qualcuno che può confermare qualcosa di sgradevole del lontano passato. Armando prese la parola.

– Beh, senti, senza tergiversare, questi della nuova generazione sono molto più spicci, irruenti, fanatici quasi. Non hanno nessuna considerazione, non vedono oltre la sera stessa. Sono davvero pericolosi, sembrano totalmente fuori da ogni realtà, anche se bisogna ammettere che sono più svegli e intelligenti e questo fatto li rende ancora più imprevedibili. Non esistono più i personaggi mitici, i nomi da tenere a mente, tutto corre con una fretta indiavolata e nessuno si cura di nessuno né di alcunché. È come se non ci fosse più alcun confine, alcun limite, tutti vogliono tutto e subito. Sei sicuro di volere incontrare quel tipo?
– Sì, e subito.
– Sei in sintonia con i tempi. Beh, ci sarebbe un terrone che fa parte della ghenga di questo Cinese, un africano secco come il palo di un lampione, non proprio nero, sai… di quelli del nord Africa, marocchino, tunisino, non lo so di dov’è, però lui può portarti dalla persona che cerchi.
– Noto che il politically correct non ti ha contagiato.
– Cusa l’è?
– Portami da questo nordafricano.
– Ehi, calma. Non è mica come andare al cinema. Bisogna preparare l’incontro, non puoi presentarti lì da loro «Ueh, ciao, dobbiamo parlare!», quelli prima ti pestano e poi ti chiedono cosa vuoi prima di farti fuori, ma non è detto che lo facciano dopo.
– Ochéi, ochéi, và avanti con la procedura. Ma inizia subito il tuo protocollo.
– Mi sembra che non hai inteso quello che volevo comunicarti, è davvero gente pericolosa. Ma se proprio li devi incontrare, vieni con me.
Percorsero alcune centinaia di metri a passo spedito nella calura assolata, fra le case e i palazzi irrorati dalla luce verticale della giornata estiva, in ampi e forti controluce di ombre distinte e riflessi di asfalto e pareti illuminate dal sole, dettagli di palazzi in netto chiaroscuro, timpani dalle ombre allungate, sguardi di androni che sbucavano su cortili interni verdeggianti come piccoli paradisi recintati e splendenti dei riflessi del fogliame inframmezzato da riverberi variopinti, ingressi rabbuiati dal contrasto della luce che promettevano una piacevole frescura, facciate di case e palazzi dai dettagli assimilabili ma sempre diversi, mattoni a vista e tinte pastello, persiane richiuse, portoni semiaperti, qua e là rumore e tintinnare di stoviglie e posate. Milano in pausa pranzo, caso mai se lo possa permettere.

Nei pressi di un incrocio Armando si fermò, non aveva ancora parlato da quando si erano incamminati con decisione. Si voltò verso Fosco e gli disse di aspettare lì, sarebbe tornato lui a chiamarlo, quindi all’incrociò sparì dietro l’angolo. Mani in tasca e borsa a tracolla Fosco si rassegnò ad attendere.
Non gli era ancora venuto in mente di guardare l’ora che l’Armando sbucò da dietro l’angolo dov’era scomparso poco prima facendogli segno con una mano di seguirlo. Fosco raggiunse Armando e insieme, svoltato il cantone, si diressero verso un paio di tavolini esposti sul marciapiede davanti ad un bar, dove nell’ombra del telone di questo si indovinava qualcuno che guardava nella loro direzione, immersi nella luce verticale di luglio. Da lontano il tipo pareva totalmente inespressivo, da vicino lo era per davvero, di una inespressività minacciosa. Il nordafricano li osservava da dietro un paio di lenti a specchio di occhiali anonimi senza parlare e senza fare alcun movimento. Quando furono vicini il tipo si alzò senza dare loro l’opportunità di fermarsi e li precedette lungo il tragitto che già stavano compiendo, senza degnare di uno sguardo il locale dove era seduto il soggetto lo seguirono, Fosco al traino di Armando. Poche decine di metri più avanti la loro guida infilò un passo carraio che si introduceva in un caseggiato multiforme, ramificato in diversi cortili interni intercomunicanti e connessi ciascuno con strade diverse che giravano attorno allo stesso isolato. Nell’ombra densa di uno di questi androni carrabili il nordafricano si fermò di scatto e si voltò verso Fosco, che dovette manovrare un rallentamento per evitare di incespicare addosso ad Armando.
– Cosa vuoi tu dal Cinese? – disse rude il nordafricano in un italiano dalle eco strane.
– Ho bisogno di parlargli, è possibile?
Il nordafricano si tolse gli occhiali e la sua inespressività restò quasi immutata, sembrava lo sguardo di un serpente, più che guardarlo lo fiutava, e c’era da giurarci che era in grado di “fiutarlo” per davvero. Fosco non si lasciò impressionare, questi atteggiamenti erano da mettere in conto, in certi ambienti sono un obbligo, è l’istinto che comanda.
– Il tuo amico garantisce per te, se fai c****** pagate tutti e due. Che cos’hai nella borsa?
– Fogli di carta e qualche libro.
Fosco l’aprì verso il tipo che diede un’occhiata all’interno e vi infilò una mano per sfogliare i libri con un pollice e appurare che lo fossero per davvero quindi gli tastò la vita al di sotto della cintura sollevandogli i calzoni fino a scoprire le caviglie. Poi questo con un cenno del capo gli indicò una porta a vetri piuttosto larga oscurata da tende interne, che in tempi passati doveva essere l’ingresso di una bottega di qualche artigiano inghiottito dalla globalizzazione ed ora trasformata in qualcosa di vivibile per scopi non troppo evidenti. Fosco guardò in alto dove poteva da sotto l’ingresso carrabile in cui si trovava, come per sincerarsi che non vi fossero pericoli nascosti. L’irregolarità del caseggiato, i giochi di luce sulle superfici che si intrecciavano in molteplici direzioni con una disposizione architettonica imprevedibile ma gradevole gli evocarono reminiscenze della sua infanzia però la tensione che stava sperimentando mantenne il tutto ad un livello basso di coinvolgimento emotivo, la sua attenzione era tutta protesa verso quella vetrina adombrata e dalle tende e dalla sua esposizione a nord nella luce quasi verticale, uscito dall’androne vi camminava verso con il sole in faccia, si voltò verso Armando che dall’oscurità del voltone gli fece un gesto di assenso, come per dire “vai tranquillo”, caso mai fosse il caso, il nordafricano impassibile e immobile di fianco a lui. Dalle lontane aperture sulla strada giungevano incanalati come a ondate smorzati rumori di traffico. Nessuno alle finestre e i balconi erano deserti, si sentiva tuttavia tintinnare di cucina e qualche vociare neanche tanto sommesso ma comunque incomprensibile.
Davanti alla vetrina decise di non bussare, afferrò la maniglia ed aprì una porta che era inscritta nella globalità dell’apertura, un rettangolo inserito in un rettangolo più grande che copriva tutta la cavità nella muratura. Vi fu un gemito da parte della struttura intera nello sforzo dell’apertura figlia e un lieve dibattimento di qualche parte del serramento non bene connesso, l’interno piuttosto ampio era illuminato dalla vetrata stessa oscurata da tende bianche fissate nel telaio e la luce era lattiginosa e soffusa, come di nebbia calda. Non c’erano altre finestre né aperture dirette sull’esterno, da una porta sulla parete opposta all’ingresso proveniva una luce digradante nel giallo arancio che si stemperava nella vaga azzurrità dell’ambiente filtrato dalle tende candide, Fosco la indovinò provocata dalla luce diretta del sole sulla parete esterna posteriore di questa specie di antro. Sentiva parlare di voci maschili, accenti conosciuti e inflessioni esotiche, nessuno ad accoglierlo. Senza dire nulla si fece sull’ingresso senza porta che conduceva nel locale attiguo da dove provenivano il vociare e la gialla luce riflessa. Cinque uomini, tutti giovani, molto più giovani di lui, erano seduti su divani e poltrone scompagnate che parevano l’improvvisazione di un ritrovo occasionale. Su di un tavolinetto c’erano bicchieri e bottiglie, ma nessuno stava bevendo. Il posto si rivelò molto più ampio di quello che si poteva indovinare da dove era entrato. Un’altra porta conduceva in un locale adiacente alla sua sinistra, da cui proveniva una luce uguale, di fronte a lui, dietro le persone che lo stavano osservando senza parlare una finestra con una veneziana semi-abbassata, a tenere fuori i raggi diretti del sole. Fosco cercò di indovinare chi fosse il Cinese, scrutò i volti alla ricerca di indizi adatti a causare un soprannome del genere o da collegare ad un Cazzarola lombardo di nome Walter, cercò di farsi venire in mente volti noti della facoltà. Gli sguardi fissi su di lui gli parvero tutti uguali ed era ostacolato dal controluce che doveva affrontare per guardare verso di loro in direzione della finestra sulla parete di fondo, sembrava una posizione strategica studiata.
– Dott. Trifarro, buongiorno, qual buon vento…
Queste trite frasi di accoglienza le aveva messe in conto, magari non alla lettera ma il banale “qual buon vento” se lo aspettava, l’ambiente e l’andazzo parevano quelli di facciata. Fosco indovinò la persona a cui apparteneva quella voce, la cui sagoma si era sporta in avanti come ad esaminare più attentamente il suo ospite; la fisionomia non gli pareva nuova ma identificare perfettamente qualcuno nella marea di studenti che entravano e uscivano quotidianamente dall’università era qualcosa oltre le sue possibilità e i suoi reali interessi. Un viso apparentemente noto non collegabile a nessuno in particolare; un viso di un giovane in cui i tratti del crimine parevano non trovare posto, ma a parte la psicosomatica la situazione parlava da sé.
– È possibile che ci conosciamo dunque.
– Diciamo che io so chi è lei e lei forse sa chi sono io. Qual’è lo scopo della sua visita? Non è un ambiente culturale questo, qui si pianifica qualcosa di completamente diverso, si studiano le attività umane interpretandole dal lato ignaro delle persone, leggiamo la trama del tappeto dal suo rovescio e di solito non ci sbagliamo.
Alcuni degli altri seduti sulle poltrone sparse ebbero un moto di sorriso represso, l’atmosfera era già sul goliardico. Il presunto Cinese parlava con una cadenza misurata, la sua voce era gradevole e non tradiva emozioni, la voce di qualcuno che si sente sicuro di sé e a proprio agio nel suo ambiente.
– Il luogo comune a tutti è però sulla superficie del tappeto – disse Trifarro, pentendosi immediatamente di avere dato sfogo ad un pensiero banale senza sapere il valore e la consistenza culturale del suo avversario.
Il Cazzarola gli apparve improvvisamente molto più acculturato di quanto avesse potuto immaginare anche dal poco che aveva udito; non era rozzo, parlava con misura, non si atteggiava a sbruffone, almeno non apertamente e comunque non ancora. Non era il caso di tirare in ballo il ladro gentiluomo, che in termini logici è direttamente un ossimoro, più o meno come dire una prostituta vergine, il tipo appariva tosto e Fosco cominciò a temere per l’esito della sua missione, introdurre l’argomento Mina gli risultava al momento complicato, si era immaginato una persona più diretta, spiccia, con cui intavolare direttamente una trattativa, questo invece aveva aperto una conversazione, o almeno un tentativo di conversazione e la cosa invece di incoraggiarlo per via della sua preparazione a parlare e intrattenere studenti lo metteva lievemente in imbarazzo.
– È un luogo per gente che non riesce a vedere oltre, che non sa immaginare nulla di diverso.
In questa frase a Fosco parve di vedere realizzato lo stereotipo del creativo che diventa delinquente per contrasto. Il Cinese continuò.
– Ciascuno pensa che lo spazio comune in qualche maniera gli appartenga e a questo riguardo gli equivoci si sprecano. Non mi interessa lo spazio degli altri, sono in grado di crearmene uno per me, di sana pianta, non devo ossequiare un vecchio, o un ospizio di vegliardi perché mi lascino un posticino, quel posticino me lo prendo.
A Fosco l’allusione parve lampante e in maniera lontana e sfocata gli parve di intuire i motivi che avevano indotto il soggetto ad abbandonare gli studi. Tutto e subito, Armando non si era sbagliato. Ora il Cazzarola lo guardava senza parlare aspettando una risposta che tardava ad affiorare nell’attenzione di Trifarro. I suoi compari parevano annoiati e dai tratti somatici di alcuni fra loro intuì che avevano poca familiarità con la lingua italiana, la conversazione doveva risultare loro ostica e immensamente noiosa. Infatti uno tirò uno sbadiglio a fornace aperta. Fosco pensò che se avesse tagliato direttamente sulla questione che gli premeva il Cinese gli avrebbe immediatamente mostrato la porta da cui era entrato, questo voleva giocare e a quanto pareva poteva anche avere dei numeri da piazzare. Cercando di guardare oltre Fosco ipotizzò che il Cazzarola stava cercando di dare una sfumatura logica alla sua attività non esattamente specchiata e a questo riguardo la partita era tutta da definire e in considerazione della chiacchiera che stava mostrando nel contesto meditò di lasciarlo sfogare.
– Lo spazio comune è il luogo di competizione – continuò il Cinese – togliete questo e la competizione cessa. Immagini di dover creare un proprio spazio creativo autonomo da contrapporre alla società, quante persone sarebbero in grado? La società è il luogo dei mediocri – inferì il Cinese – di quelli che hanno bisogno del confezionato, del luogo già pronto, che non sanno creare da sé stessi e se vedono qualcuno che realizza qualcosa di anomalo e nuovo pensano subito che sia pazzo, a meno che quel qualcosa non torni direttamente a loro vantaggio. Immagini che questo luogo non esista, o che non sia localizzabile, sarebbero tutti fuori gioco.
Fosco sentì di dover fare percepire la propria presenza.
– La realtà però funziona al contrario, è il luogo comune, il centro in cui si determinano i valori.
– Ma vista da un punto di osservazione globale è un luogo “dopato” – Trifarro annotò mentalmente il termine – poiché dato come fisso. Nel lungo termine restano solo le versioni “originali”, quelle che emergono come luogo comune, perché in definitiva il luogo comune non esiste, è una pia illusione. Nel lungo termine la pietra batte la forbice che batte la carta che batte la pietra che batte la forbice, ecc., ecc., ma nessuno se ne accorge veramente. Il luogo comune non è il luogo della logica stretta, è solo il luogo della convenienza. – voi sapete trarre la vostra, pensò Trifarro – La vera fregatura è che non esiste il punto dato, il punto di inizio. E in questa assenza creo il mio spazio.
– La non esistenza del punto di inizio – disse Trifarro a mezza voce quasi parlando a se stesso – è resa possibile dall’ipotesi del punto di inizio, il luogo comune, appunto.
– Che cosa intende dire? – interloquì il Cinese.
– Che un’assoluta padronanza della vita non è possibile, l’imponderabile è sempre prevalente, così volere ricercare significati e connessioni in una “forma” che si esprime casualmente ai nostri sensi è totalmente fuori luogo. Gli eventi casuali insistono indipendentemente e influenzano inesorabilmente. Voler connettere forzatamente gli eventi porta fuori strada, o fuori dalla realtà, si rischia di costruire un percorso fittizio che non ha nessuna attinenza con l’universo, inteso come l’ambiente in cui tutto avviene.
Il Cinese si rilassò contro lo schienale della poltrona da cui si era sporto per fare la sua presentazione. Uno dei presenti si alzò e si diresse nella stanza attigua, Fosco non si distrasse a seguirne i movimenti, sebbene il suo sguardo non fosse inchiodato sul suo interlocutore diretto la sua attenzione non lo mollava. La conversazione parve languire per un breve istante, il Cazzarola non lasciò passare che un momento dalla risposta di Trifarro, e chiese diretto.
– Il motivo della sua presenza qui?
Questa volta fu Fosco a prendersi un istante di pausa, trasse un respiro non troppo profondo, che non desse l’idea di imbarazzo, un respiro mimetizzato da un’espressione lontanamente annoiata, che voleva trasmettere sicurezza senza ostentarla, poi cercò di prendere la questione da un punto non troppo centrale riguardo al suo scopo.
– Sembra che lei sia stato studente presso la facoltà dove lavoro o forse in qualche altra che posso avere frequentato per varie ragioni.
– Sembra – confermò freddamente il Cinese.
– Anche se non ricordo di averla mai incontrata, né di essermi mai intrattenuto con lei, sebbene la sua fisionomia non mi sia del tutto nuova.
– Veniamo al dunque.
– Sembra anche che lei abbia dei trascorsi con una ragazza, una dei miei studenti, a cui pare che lei voglia volgere le sue attenzioni, non apertamente da quanto sospetta il suo attuale compagno.
– Sono informato – disse il Cinese, e Trifarro ebbe conferma indiretta della dualità del Sapienza e/o di altri collaboratori.
Il tipo che si era spostato nell’altra stanza aveva ripreso il suo posto, ora tutti e quattro gli ospiti del Cinese lo guardavano con interesse, ora avevano l’aria di capire esattamente ciò di cui si stava discutendo, erano seri e attenti, una velata smorfia di disprezzo stampata sul volto, una maniera per fare capire la non appartenenza di Fosco al loro mondo, una superiorità gettata in faccia al loro ospite, l’azione contro l’idea, il gesto contro il pensiero, il fatto contro la meditazione. L’opposizione fra Trifarro e il Cinese con la sua banda era palpabile, percepì chiaramente e immediatamente la vanità della sua missione in quel posto, tuttavia cercò ulteriormente uno spiraglio, per lo meno per capire o intuire quali fossero le loro intenzioni al riguardo di Mina.
– Che cosa può guadagnare dall’infastidire una giovane, che a quanto pare può già includere nel suo passato e in virtù del quale potrebbe infischiarsene altamente?
– Quel c**** che mi pare – fu la risposta del Cinese.
L’uditorio mostrò apprezzamento per la sortita verbale, ci furono sorrisi e lievi sghignazzi di approvazione, Fosco mostrò un sorriso di circostanza, guardandosi all’intorno attendendo un minimo di calma per tentare un’altra domanda. Il Cinese lo anticipò.
– Lei se ne viene qua con il suo perbenismo a cercare di coprire qualcuno, di difendere una posizione che già appartiene a noi. Lei è sicuro di potersi permettere quella faccia onesta? È sicuro di poterci arronzare impunemente? E badi, non alludo ad una minaccia fisica nei suoi confronti, lei in questo momento non corre materialmente alcun pericolo. No, alludo ad un tale che faceva rapine da pochi soldi e che ora insegna all’università, un bell’esempio per i suoi studenti.

Il colpo era veramente basso, l’uditorio era surriscaldato, ora i compari del mandarino avevano il sorriso della beffa stampato fisso sulle loro facce e poco ci mancava che si mettessero a fare il tifo per il loro datore di lavoro. Il Cinese continuò l’arringa.
– Lei non è in grado di tutelare nessuno, primo perché io me ne frego delle sue opinioni e poi perché il passato della “giovane” – e disse “giovane” con una voce volutamente ridicola per rimarcare la differenza di vocabolario fra sé e il suo interlocutore – è ampiamente acquisito e giustificato dalle sue prestazioni sessuali, molto apprezzabili devo ammettere, e anche di un certo numero di tirate che ci siamo fatti insieme. Lei farebbe meglio a tutelare il suo di passato, le è andata bene ed ora viene qua a fare la predica. Non ci insegni come si delinque, quello glielo possiamo insegnare noi e le possiamo insegnare anche qualcos’altro… a farsi gli affari suoi, per esempio.
Quest’ultima sortita risultò veramente minacciosa per Trifarro; non capiva dove voleva andare a parare, ma percepiva qualcosa di remoto che ora congiungeva il Cazzarola con la sua esistenza. La volgarità del tipo era intollerabile, non per il linguaggio, che Fosco volendo sapeva maneggiare perfettamente, quanto per la protervia del ragazzo, che con i suoi ventitré o ventiquattro anni si atteggiava ad omone della mala; i presupposti per una rapida e cruenta fine gli parve vi fossero tutti, solo voleva tutelare una studentessa del suo corso e il compito era oltre le possibilità di chiunque. I delinquenti hanno una strana congiunzione con la fatalità, anzi, sembra che la fatalità esista solo ed esclusivamente per loro. I compari del gallaratese si erano scaldati, ora ridevano apertamente, non troppo sguaiati; ma senza alcun rispetto irridevano apertamente il loro ospite. Fosco azzardò un’altra sortita verbale, senza alcuna aspettativa di riuscita, giusto per non lasciare qualcosa al rimorso posteriore che sarebbe inevitabilmente seguito a questo colloquio.
– Lei non ha nulla a che fare con il mio passato ed è perfettamente ridicolo che si permetta di esprimere giudizi… – il Cinese non lo lasciò terminare.
– Non cerchi di ammantare di ideali i suoi trascorsi, conosciamo anche quelli. Con la scusa della ribellione, dell’idea, non si coprono certe cose. La differenza tra noi e lei è che noi siamo consapevoli e convinti di ciò che facciamo, non abbiamo scuse morali da porci o giustificazioni da avanzare a chi ci vuole infamare. –
Ora i suoi compari erano diventati seri, quasi a rimarcare una consapevolezza alla delinquenza sullo stereotipo del gangster cinematografico. Fosco li compatì intimamente sentendosi al contempo sconfitto.
La situazione generale era diventata per Trifarro indifendibile, la sua presenza sul posto oltre a non essere più di alcuna utilità era oltre modo imbarazzante, il Cinese e i suoi compari intuirono dalla sua posa l’intenzione di andarsene e non gli fecero alcun ostacolo.
– Vada, vada, Dott. Trifarro, torni alle sue lezioni – disse il Cazzarola ad alta voce in direzione del Fosco, poi rivolto ai suoi compari aggiunse qualcosa.
– Potrebbe essere uno di noi, ma non sa di esserlo – quindi fece un cenno ad uno di quelli seduti ai suoi lati, questo si alzò per accompagnare Fosco, che ne avrebbe volentieri fatto a meno data la breve distanza in direzione dell’uscita ma si sentiva in uno stato di completa passività e inoltre non voleva in alcun modo turbare le loro tradizioni e usanze. Se quello era il loro modo di congedarsi non vi avrebbe posto ostacoli.
Il tipo lo precedette verso l’uscita, prima di andarsene Fosco rivolse un cenno del capo in direzione del Cinese, che ricambiò con un sorriso ambiguo. Gli altri erano già distratti da qualcos’altro che non comprese.
La porta della vetrata ripeté il gemito precedente, il tipo gli fece strada nel cortile e richiudendo lo fece passare avanti, mentre Fosco lo affiancava questo a mezza voce gli disse «Occhio a stasera». Fosco non si voltò, recepì il messaggio senza darlo a vedere, o meglio, lo ascoltò in una seconda attenzione che differiva dalle urgenze immediate. Sotto l’androne stavano ancora l’Armando e il nordafricano, il quale nel vederlo uscire abbandonò il suo ex amico per raggiungere il tipo che lo aveva accompagnato ed insieme rientrarono alla corte del Cinese. Fosco si voltò per osservarli, un gesto istintivo senza alcuna motivazione e nella curiosità dell’osservazione notò, nella cintura del magrebino mentre si metteva una mano in tasca nell’allontanarsi, una porzione di un oggetto che assomigliava ad un manico di coltello e che nel caso che lo fosse di certo non aveva mai conosciuto scopi culinari.
L’Armando accolse l’ex amico con un’espressione di domanda, perché in realtà dall’atteggiamento del Fosco già si intuiva l’esito del confronto, e si limitò a dire un «Beh ?» a cui Fosco rispose con uno sguardo sconsolato e scrollando il capo in senso di diniego. In silenzio raggiunsero la strada, fuori dalla carraia Fosco si voltò verso Armando.
– Grazie comunque… e senza rancore per tutto quello che è stato.
Armando raccolse il ringraziamento con un cenno del capo limitandosi a fare un gesto di saluto con la mano, poi ciascuno prese una diversa direzione.

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