Una storia italiana – Romanzo a puntate (08)

romanzo a puntate (08)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo VIII°

(08)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Trifarro uscì da quel colloquio con le idee confuse, non per il solito imbarazzo riguardo a qualcosa che si deve fare e verso cui non si ha nemmeno cognizione di come cominciare, tutt’altro, si sentiva piuttosto rimescolato in tutte le sue convinzioni, il Wazzarola non lo aveva sopraffatto dialetticamente né gli aveva rivolto minacce e ingiurie ad evidenziare un pericolo per la sua vita, nulla di tutto ciò, il semplice contatto con quelle persone, così certe del rendimento economico, magari anche ideologico perché nessuno rinuncia alla scusa di avere un motivo per qualunque cosa stia facendo, così radicate nell’azione e nella convinzione riguardo al loro comportamento lo spiazzava da un punto di vista esistenziale, poneva in uno stato di inutilità tutta la sua esistenza, tutta la sua dedizione ad un senso delle cose; non che Fosco non prevedesse l’opportunità dell’errore, sempre in agguato, la distrazione che conduce ad un risultato o un atteggiamento incongruo, ma questa attitudine indomita ad eseguire atti violenti contro persone, o quanto meno ad approfittarsi delle persone contro la loro volontà – atti che gli umani intimamente aborriscono dalla notte dei tempi da quando hanno consapevolezza di sé e del gruppo di appartenenza ma che certuni per tramite di strani percorsi esistenziali mettono comunque in pratica -, queste cose gli pareva che uno le dovesse compiere in stato di ottundimento o di incapacità di ragionare.

In aggiunta a ciò, la vantata conoscenza dei suoi fatti adolescenziali da parte del Wazzanese lo faceva sentire esposto ad ogni rappresaglia verbale da parte di chiunque, e a questo riguardo aveva cominciato a domandarsi quale ruolo avesse avuto l’Armando nella divulgazione di fatti che erano accaduti: 1) molti anni addietro, 2) nella conoscenza dei soli esecutori. Poi però rimuginò su qualcosa a cui avrebbe dovuto pensare già molto tempo prima. L’Egisto, il fattore x, l’incognita ostinata e perseverante che sta dietro a tutto ciò che si muove, palpita, respira, vortica, orbita, nuota, fluisce, annichilisce, incrementa, causa, persevera, insomma il fattore incognito che sta alla base di tutto ciò che si muove ed è mosso in questo universo. Egisto, con la sua dabbenaggine poteva avere messo a disposizione di persone sbagliate le informazioni corrette su fatti sbagliati avvenuti per davvero, senza essere magari consapevole del danno a posteriori. Non era neanche il caso di fargliene una colpa, specie a venticinque anni di distanza, e ad ogni buon conto occorreva associarvi anche la dabbenaggine dell’Armando, che nel lontano 1975 si era fidato ad intraprendere un’azione di furto d’arma con qualcuno di cui egli stesso non aveva un giudizio molto positivo. Queste inutili recriminazioni non rappresentavano alcun supporto morale allo stato di prostrazione in cui si era improvvisamente trovato di punto in bianco. Sapeva di dovere fare qualcosa, e contattare Germano e gli altri ragazzi era pianamente nei suoi immediati pensieri, tuttavia il fatto di sentirsi sbalzato fuori dai programmi che aveva fatto per quel fine settimana e coinvolto in qualcosa il cui svolgimento di primo acchito pareva non prevederlo attivo o coinvolto in prima persona, e ritrovarsi poi agganciato da meccanismi umani che in aggiunta ad una parte attiva della sua esistenza stavano rimestando nella sua vita privata senza fare complimenti, lo rendeva alieno a qualsiasi forma di presente. Però, al fondo degli avvenimenti, si sentiva tirato in ballo dal fattore incognito, lo stesso inesorabile e per cause opposte ineliminabile, e allora arrabbiarsi, dannarsi, imprecare, è tutto inutile, ci sei e devi giocare la tua mano, pensò Fosco, puntualmente pensò anche un’altra cosa, che non è possibile determinare un’origine delle cose, e sentirsi trascinati controvoglia in qualcosa da cui si pensa di non poter uscire è già una valutazione errata, da un punto di vista estremo non è possibile dire se anche nella “pre-determinatezza” della vita vi siano unicamente caos e casualità e il fatto di trovarsi a pensare non giustifica un fondo organizzato a tale scopo; non era esattamente un sollievo ma in larga parte lo sganciava dalla logica dal Cazzarola, non una redenzione ma almeno una presa di distanze. Non si ricordò da dove gli provenisse ma si sovvenne di qualcosa che aveva letto: «Della realtà delle cose molti ne deducono con senno privatamente… e con gli occhi bassi giungo al termine della mia strada». Trasse il telefono per chiamare Germano.

Telefonate a colori.
Telefono modello «2001»

Alfeo aveva l’aspetto di un prete in vacanza, puntualmente nerovestito e un’aura di delusione costantemente repressa sul volto e al contempo una velatura di demoniaca propensione al lato oscuro dell’esistenza che lo redimeva da quella sensualità da sagrestia, da confidenza bonaria per il consiglio giusto da dare a tutti che si registra solitamente nelle persone di chiesa. Alfeo parlava raramente e quasi esclusivamente se interrogato. I BDdLC stavano muti per la calura e l’intontimento postprandiale, aggravato dai 34° C. Mina aveva recuperato un’amica in mensa e la presenza di questi aggiunti teneva l’argomento orientale fuori dalle topiche attuali di conversazione. Germano giocherellava con il telefono mentre questo squillò, lasciò sfilare tutta la compagnia lungo via Brera e rispose, Mina si voltò a guardarlo, come Sandro e Gianni. Mentre l’Oscuro/lo Scuro gli passava a fianco lo sentì chiedere a Mario «Ma che anno frequenta ‘sto Cinese?», a cui Mario fintamente sorpreso chiese di rimando «Cinese chi?», e candidamente Alfeo «Massì, quello di cui parlava Bonbon durante l’orazione di Trifarro», Mario fece spallucce inarcando le sopracciglia e accompagnandosi con una smorfia delle labbra per mostrare il più candido stupore senza profferire alcunché. Alfeo parve lasciare decadere l’argomento. Mario si voltò verso Germano con un’espressione interrogativa ma questo stava rispondendo all’apparecchio.

Mentre si predisponeva ad ascoltare le indicazioni e le informazioni di Trifarro Germano pensava a Bonbon e alla sua doppiezza, ma conoscendolo da qualche anno più che altro pensava alla sua pavidità, indotta o coadiuvata dalla dipendenza.

Descrivere una frase recepita a mezza voce dà sempre una sensazione di vecchie comari intente a spettegolare, eppure Fosco doveva comunicare quella cosa, in buona sostanza quella era l’unica affermazione concreta che avesse reperito con la sua sortita, il resto erano tutte chiacchiere e vanterie assurde. Cercò di ripensare al tizio che l’aveva pronunciata mentre usciva dal garage/bottega del Walter e tutto ciò che gli tornava in mente era la sagoma di un tizio sui trenta, trentacinque al massimo, e gli era rimasto il sospetto che la dritta gli fosse stata rifilata a bell’apposta; che senso aveva dargli indicazioni circa le loro intenzioni? Anche dalla differenza di età si rilevava una anomalia, tendenzialmente dieci o quindi anni di differenza possono separare più che unire, lì per lì non vi aveva fatto caso o impropriamente l’aveva giustificato come un normale rapporto di lavoro, benché illecito, che può raggruppare indistintamente persone di età differenti, però ora ragionando a mente fredda sulle indicazioni preventivamente fornite dall’Armando si stava facendo l’opinione che il suggeritore era un aggiunto che pareva non accordarsi con il “tutto e subito” indicato dall’Armando e indirettamente confermato dalla corte del Cinese. Cercava di rammentarsi il volto di questo tipo ma tutto era avvenuto così in fretta e in un vortice di sensazioni diverse che gli risultò inutile a formarsi un’immagine riconoscibile. Fantasticava su ignote e plausibili possibilità per dare un senso a quell’aiuto, nel caso lo fosse, che gli era arrivato quando aveva dato l’incontro per terminato, ma tutto rimaneva nel vago, restava da dire a Germano una cosa molto semplice.

– Qualunque siano i vostri programmi per stasera cambiateli e rimante in gruppo, non restate isolati, per nessuna ragione. Per domani vedrò di sistemare qualcosa. Ci sentiamo di nuovo questa sera.

La conversazione telefonica era stata secca, senza preamboli, senza saluti calorosi, senza repliche o richieste di spiegazioni. Germano era conscio almeno quanto Trifarro di ciò che poteva accadere. Non si trattava di sballi finiti male, di cose fra ragazzi, di dosi terminate in paranoia o al pronto soccorso, cose che, sebbene non ne avesse mai sperimentato gli effetti, non temeva in maniera particolare, forse perché necessariamente autoindotte e quindi ragionevolmente evitabili. Ora c’era qualcuno in questa città che per motivi che non era dato di conoscere, ma che di certo fiorivano da un’ignoranza coatta e inestirpabile, voleva qualcosa che si intrecciava con la sua esistenza e il fatto stesso di “volere” una persona come una cosa mandava Germano fuori dai gangheri, sentiva una rabbia sorda e bassa nella sua coscienza, come se dalla radice del suo essere emergesse un lato violento sconosciuto e inatteso, per quanto sperimentato in alterchi adolescenziali mai degenerati, una rabbia che poteva domare ma che portava sempre con sé pessimi suggerimenti.

Si era fatto un appunto, dietro consiglio di qualcuno più adulto di lui, di non prendere mai decisioni quando si è arrabbiati; il problema è che in stato di incazzatura le decisioni ti passano davanti al cervello, vedi come un altro te stesso fare una cosa che il te stesso razionale non condivide ma che non può più controllare, non è lo stato dissociativo, perché le due facce le vedi entrambe e le vedi comunicare fra loro senza risposta; è uno stato di trance consapevole e cosciente in cui la forza della coscienza è sopraffatta dalla forza dell’istinto e la cosa non è piacevole, non per Germano e sicuramente per nessun altro dotato di un cervello decente. Questo qualcuno più adulto lo aveva consigliato di mettere le cose da decidere davanti a sé stesso e restare in attesa che le cose producessero la soluzione, la decisione sarebbe arrivata da sé. Un’attività che poteva andare bene per un monaco o per qualcuno che ha del tempo a disposizione; ora nell’attuale non c’era tempo per la meditazione né per aspettare soluzioni illuminate. Finché devi decidere per te forse te lo puoi permettere, ma ora Germano doveva decidere anche per Mina, e occorreva anche il suo consenso per qualunque decisione.

Mina ora stava parlando con Guendalina, una sua amica dei tempi del liceo, e già questo non dava una mano. Quando osservava Guendalina parlare con la sua ragazza ne ricavava sempre l’impressione del tipo di donna che in confidenza avrebbe potuto domandare a Mina «…e a letto com’è?», e qualche dubbio sul fatto che Mina, nel caso, non si sarebbe trattenuta dal rispondere ce l’aveva e ogni volta che le vedeva confabulare immaginava senza alcuno sforzo la sua privacy messa a repentaglio. Germano considerava Guendalina un tipo deviante, obliquo, il tipo che cerca sempre e in ogni modo di infilarti un dito nel ****, metaforicamente parlando s’intende, giusto per vedere che cos’hai mangiato a colazione. Sapeva poco della sua vita privata, per intenderci quella che svolgeva lontano dai loro sguardi, e certamente anche lontano dagli sguardi e della Legge e della genitorialità, caso mai contasse ancora qualcosa, essendo la donna definitivamente adulta da almeno un lustro. Nonostante l’aspetto fisico piacevole, quel suo atteggiamento vissuto, che non era neanche il caso di dire provocatorio che nell’ordine dei significati ormai fa rima con fashion e con pubblicità, e di atteggiamento superiore la rendeva per metà patetica e per metà pericolosa, senza che nessuna delle due meta prevalesse per davvero a formare con decisione una persona patetica o una persona pericolosa, rendendola invece parzialmente abile per entrambe le cose, una specie di svampita trasgressiva. Guendalina aveva tutta l’aria di volersi imbucare nella serata dei BDdLC & C., si arruffianava Dott. Cynicus, blandiva un po’ per volta tutti i BDdLC e perfino con Alfeo si dimostrava gentile, il ché, considerata l’indole di entrambi come totalmente incomunicante, stante la prolissità della ragazza e il monastico quasi monosillabismo del goth, era già un chiaro indice. Germano poteva permettersi di temporeggiare ancora un po’, giusto per vedere se l’ospite non gradito si decidesse a togliere il disturbo in autonomia, ma le sue illusioni furono infrante dalla domanda della donna con nome adatto ad un palmipede che rivolgendosi a Mina pose la domanda killer.

– Allora dove andiamo questa sera?

Domanda che prevedeva acclusa la presenza della ex liceale nella forma “prendere o lasciare”, poiché l’altra ex liceale nonché amica della suddetta non avrebbe dissentito da una tale proposta. Le due ragazze si voltarono prima verso Germano, con il classico sorriso implorante che nasconde una decisione inoppugnabile, pena strascichi personali a non finire, e anche gli altri si voltarono verso Germano aspettando una risposta che non venne. Nel breve attimo di silenzio che seguì l’Oscuro/lo Scuro ipotizzò ad alta voce.

– E se andassimo al Sole Nero?

Ci fu un momento di interdizione, primo per la novità di una proposta da parte di Alfeo, che solitamente parlava in occasione di solstizi, equinozi, la notte di Santa Valpurga, la festa di Halloween e altre sue occasioni comandate, e poi per una sortita in un locale dark che rappresentava una cosa al di fuori degli schemi di tutti i presenti. Germano colse l’occasione al volo affermando un occhéi e cercando una conferma nello sguardo di tutti gli altri che assentirono previo rapido scambio di occhiate fra loro a verifica dell’unanimità; poteva così trasferire tutte le preoccupazioni al riguardo insieme con Mina e la ghenga al completo senza dover fare opera di convincimento né esposizione di minacce, come paventato dal Trifarro riguardo al cambio di piano.

… festa di àllouin?!?

Rimaneva il problema di disimpegnarsi per la serata al Lorenteggio come già accennato da Argia e Zaira ma l’occasione particolare poteva prevedere una trasgressione al protocollo sociale, poiché informare qualcuno del cambio di programma avrebbe significato fare un telegiornale con sottotitoli in cinese. Germano seguiva i suoi compagni nella passeggiata senza parlare, leggermente distaccato dal branco sovrastato dal cicaleccio monovocale della Guendalica che starnazzava di vestiti, pettinature, shopping, e altre femminilità, Mina in devota auscultazione. Li osservava senza avere né l’intenzione né l’occasione di far loro presente che il breve messaggio di Trifarro era stato comunicato con intonazioni di preoccupazione che andavano prese sul serio, Fosco non era il tipo da perdere la testa e dare falsi allarmi. Sandro si fermò per farsi raggiungere da Germano e quando furono vicini gli disse qualcosa a mezza voce.

– Allora? Che cos’ha detto Trifarro?

– Che butta male. Trifarro non è il tipo da creare falsi allarmi e va preso sul serio. Per fortuna sembra che grazie ad Alfeo questa sera resteremo uniti, in un luogo diverso da quello che avevamo preventivato. Che nessuno si sogni di avvisare Argia.

– Quella tipa chi è? – gesto corporeo mimato a indicare la Guendalina.

– Un’amica di Mina. Non chiedermi altro, ne so più o meno quanto te.


Il monolocale che Bonbon condivideva con altri tre studenti al quartiere Cagnola era talmente mono che i quattro occupanti che contribuivano per centomila ciascuno alle quattrocentomila mensili di affitto evitavano di frequentarlo per quanto loro possibile, non per motivi di socialità, che in genere nei vent’anni tendenzialmente non esistono, quanto per un reale sovraffollamento dell’ambiente ad appello completo, con conseguente carenza di spazio. I due letti a castello, che il proprietario aveva fornito doppi esclusivamente per i limiti del soffitto, erano posti paralleli l’uno all’altro contro una delle pareti ed erano inframmezzati da stipetti addossati al muro fra castello e castello che pretendevano di sopperire alle funzioni di armadi propriamente detti; i letti proiettavano la lunghezza delle loro strutture castellane quasi oltre la metà del restante ambiente il quale ospitava sul lato opposto al reparto notte un lavello affiancato da una cucina a gas e un tavolo con sedie in numero di tre, e già questo dava indicazioni a chi avesse voluto intendere. Un frigorifero, di evidente recupero, intralciava il disimpegno che introduceva al bagno e anche all’ingresso, oltre che al locale mono. In considerazione della bella giornata e dell’assenza da Milano di un paio di coinquilini per il fine settimana, Bonbon era rientrato al domicilio, combattuto fra i suoi doveri di studente, che lo guatavano dai libri ammonticchiati nel suo angolo/biblioteca e il desiderio di farsi una piccola parte di quella bustina ottenuta a scapito della privacy di una sua collega. Disteso nella sua branda tentava di prendere una decisione nel vuoto completo della sua mente, ripulita da ogni autentico interesse che non mostrasse propensioni al soddisfacimento del suo bisogno di endorfine, in costante aumento.

Qualunque cosa pensasse o tentasse di pensare includeva, in maniera lontana e volutamente ignorata, quindi presente, il desiderio di tirare la roba di quell’involto trasparente e lievemente panciuto e riappacificarsi con la scimmia. Il testo di filologia che stava tentando di leggere giaceva aperto sul suo ventre mentre il suo sguardo inseguiva la trama della rete della branda sovrastante che nell’intrecciarsi di molle di uguale dimensione lo rimandava a ricordi infantili in casa della nonna, quando richiamato dalle grida della medesima si andava a nascondere sotto il suo letto e al riparo di quelle impalcature e strutture di ferro e legno si sentiva protetto, pur nella consapevolezza di dover sortire prima o poi per fame o per altri bisogni. Quei momenti di sicurezza così rubati gli parevano ora delle isole temporali di felicità che non era più in grado di recuperare né di sperimentarne più gli eccitanti effetti, per quanto infantili. Ora qualsiasi cosa pensasse o tentasse di pensare sfociava in un nulla mentale che lo indirizzava al desiderio ineliminabile di soddisfarsi di roba, in alternativa se riusciva a mettere in moto pensieri e/o ragionamenti comuni questi contenevano sempre una distrazione, un’indicazione, un richiamo alla bamba. In questo stato di semi-consapevolezza trasse di tasca il telefono portatile che aveva già ripetuto alcuni squilli e si predispose a rispondere meccanicamente, vagamente distratto e un po’ annoiato. La voce di Rico chiuse il sipario delle sue rappresentazioni mentali e lo cacciò fuori dal teatro della sua mente richiamandolo a più urgenti e sgraditi impegni di cui si era reso debitore. La voce del sudamericano suonava strafottente come al solito e senza alcuno sforzo immaginò di fianco a lui Ahmed con la sua inespressività minacciosa.

– Devi darmi una risposta per questa sera. Le cose hanno preso un andazzo veloce.

Bonbon cercò di titubare, di esitare, quasi per darsi una scusa morale davanti a sé stesso, ma sapeva già in partenza che avrebbe snocciolato tutti i dettagli del ritrovo a casa del Beltrami per una festa definita “dei rimasti”, quelli che ancora non erano partiti per le vacanze, in occasione della dipartita per le stesse dei suoi procreatori, leggasi appartamento a completa disposizione. Rico non gli diede scampo e scosse il suo torpore con un incalzante.

– E allora?

– Sì… c’è una festa questa sera in un appartamento nel quartiere del Lorenteggio, non lontano dai navigli e…

– Stop, stop, stop… vediamoci a quattr’occhi…

– Dove?

– All’ultima consegna prima di oggi.

– C**** ma è lontano…

– Fatti un giro in metro, ci vediamo là fra mezz’ora.

– Non ce la faccio, la stazione più vicina è a un chilometro. Aspettami alla Crocetta.

– Idiota. D’accordo.

Da casa sua alla stazione metro più vicina c’era in effetti un chilometro forse più, il quartiere Cagnola non è servito direttamente, il tram e l’autobus sono troppo lenti, senza contare il caldo. Bonbon si avvia come un automa, accantona per il momento i suoi problemi per affrontarne altri o forse incrementarli. Scende rapido le scale e nella calura del primo pomeriggio si avvia a piedi verso la stazione metro QT8.


Alla stazione Crocetta Rico lo stava aspettando giusto fuori dai tornelli nelle interiora della metro, qualche grado più fresche del cemento asfalto sopra le loro teste. Gli occhi non erano quattro ma sei, Ahmed pareva inseparabile da Rico, nell’opinione di Bonbon facevano coppia come i carabinieri in servizio, con scopi contrari. Rico gli fece un cenno del capo per fargli capire di uscire all’aperto, in Corso di Porta Romana. A giudicare dai gesti bruschi e nervosi il duo pareva essere in preda ad una certa paranoia, lo precedettero lungo la scala che usciva all’aperto e lo attesero appoggiati alla ringhiera, quando anch’egli ebbe raggiunto il livello stradale gli indicarono la direzione della Velasca, che torreggiava lontano sulla dritta, oltre altre strade, pareva una direzione presa a caso. Bonbon non fece storie e non disse nulla, si incamminò verso dove gli era stato indicato e dopo pochi passi Rico lo raggiunse mentre Ahmed restò indietro fingendosi indifferente e ignorandoli.

Torre Velasca

– Ehi, sei rincitrullito? – gli chiese Rico con un tono *********.

– Di cosa stai parlando?

– Ehi, sembra che sei nato oggi… al telefono ascoltano tutti, non dovevi fare nomi di nessun tipo.

– Che nomi ho fatto?

– Della stazione della metro.

– E sai che roba, sta su tutte le piantine per turisti e non.

– Allora sei scemo. – gli gridò contro Rico con un’espressione arrabbiata che gli faceva risaltare tutte le rughe della fronte, quindi calmandosi un poco e nel contempo sbirciando all’intorno cambiò leggermente tono – Senti spiegami tutto per quello che hanno in mente per questa sera.

– Non c’è molto da spiegare. Ci sarà una festa organizzata da un tale che si chiama Beltrami, uno studente di Milano che abita con i suoi genitori in un appartamento fra Via Lorenteggio e Via Giambellino. I suoi genitori sono andati in vacanza e lui vuole organizzare una festa con un po’ di gente della facoltà. So per certo che Mina ci sarà, ma ci sarà anche Germano e un bel po’ di altra gente, ne ho avuto la conferma indiretta, ho sentito una ragazza che chiedeva a Germano se ci andavano anche loro e lui ha detto praticamente di sì.

– Praticamente quanto?

– Beh, l’ho sentito dire che lasciava decidere a Mina, di solito quella se c’è una festa non si tira mai indietro…

– Ci devi essere anche tu dentro a quella festa e devi tenere il telefono acceso.

– Sentite io la dritta ve l’ho data, adesso sono affari vostri, io non ne voglio sapere più niente…

– Eh no, non si abbandona così la situazione, tu ci devi garantire che là dentro ci sarà la persona che cerchiamo, la cosa non deve andare a vuoto.

– Ma ci saranno un sacco di persone, beh, insomma, almeno una ventina di persone e io non voglio entrare in nessun casino con gente che conosco…

– Tu in un casino ci sei già dentro fino al collo, tu sei esposto come pochi altri davanti al Cinese…

– Se è per quelle due o tre dosi che mi avete dato io ….

– Io, io, io… tu non decidi nulla, tu te le sei prese, te le sei fatte e adesso esegui.

Bonbon restò senza dire nulla, deluso e, per quanto se lo poteva permettere nei loro confronti, anche arrabbiato. Era convinto di avere compiuto ciò che gli era stato chiesto la mattina stessa ed ora gli veniva sottoposto un rilancio della situazione che non aveva nessuna intenzione di portare avanti. Però il tono del portoricano era convincente e Bonbon non era mai stato un tipo d’azione, uno pronto a sfidare la sorte anche per motivi non esattamente specchiati. E poi la bamba se l’era fatta per davvero almeno in parte e intimamente nel venire all’appuntamento si aspettava di essere ricompensato ulteriormente con un’altra fornitura extra e gratis, magari non un quantitativo così consistente come il resto di quella che aveva nascosto in uno degli incastri dei letti a castello prima di uscire e presentarsi qua in Corso di Porta Romana alla stazione metro della Crocetta.

Rico ora gli camminava al fianco senza parlare e lo osservava a tratti cercando di capire l’affidabilità del loro pollo. Che fosse necessaria una dose della tranquillità il Cinese l’aveva già messo in conto e gliela aveva fornita perché la rifilassero a Bonbon nel caso fosse necessario un convincimento con le buone. Prima però dovevano metterlo a cuccia con le cattive e fargli capire che non si piglia per il c*** gente come loro.

– Senti Bonbon – ora il tono di Rico era suadente, sembrava l’amicone dell’infanzia, il tipo che conosci da sempre, con cui puoi rammentare i bei vecchi tempi – se portiamo a buon fine questa faccenda qualcosa viene fuori anche per te, tu-sai-chi ci tiene parecchio a questa storia. Tu devi solo farci sapere quando arrivano alla festa, ci dai un colpo di telefono e al resto pensiamo noi…

– E poi sono fuori dalla vicenda? – querulò Bonbon uccidendo il suo amor proprio intuendo dove Rico volesse andare a parare.

– Diciamo di sì.

Bonbon restò in silenzio un istante voltandosi all’intorno con uno sguardo perso, poi come preso da un istinto di ribellione sortì qualcosa.

– Sentite io quelli li conosco troppo per permettermi di fare loro qualcosa di spiacevole. Io vi do l’indirizzo e poi ve la vedete da soli, che cavolo c’entro io con queste cose? Voi questa mattina avevate detto che sarebbe bastata una indicazione da parte mia, una semplice informazione e adesso volete che io vi tenga aggiornati su tutto quello che fanno e che hanno intenzione di fare, io…

– Senti Bonbon – il tono di Rico si manteneva suadente – ti ricordi quella bella bustina che Ahmed ti ha dato questa mattina? La vorresti un’altra?

Questa era davvero sporca, un brutto tiro. Nel cervello di Bonbon si combatté immediatamente e rapidamente una specie di guerra civile fra le forze del bene le forze del male, dove queste ultime, dopate e fuori da un ragionevole controllo da parte della coscienza vinsero a mani basse. Tuttavia l’opera di convincimento del sudamericano proseguì.

– …perché vedi, se Ahmed non è soddisfatto di come ti comporti invece della bella bustina ti farà sentire la lama del suo coltello.

Bonbon percepì dietro di sé la minacciosa presenza del nordafricano e sebbene non lo vedesse, né avesse voglia di voltarsi a guardarlo, gli riuscì facile associare la freddezza del suo sguardo con il gelo della lama del suo coltello. Snocciolò tutti gli ulteriori dettagli richiesti nel più breve tempo possibile; fra coloro che lo conoscevano la fama di Ahmed era preceduta da quella del suo coltello.

Prossimamente il nono capitolo.

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