Una storia italiana – Romanzo a puntate (01)

romanzo a puntate (01)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo I°

(01)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Li aveva notati da lontano. Li aveva visti sghignazzare su qualcosa, o probabilmente su qualcuno del loro giro d’affari. Ahmed e Rico gli facevano sempre un’impressione stridente, i loro atteggiamenti appariscenti e volgari non si associavano proprio al desiderio di anonimato dei loro clienti. Ahmed, secco e dalle guance leggermente butterate, quando rideva mostrava i suoi denti accavallati in un ghigno equino circonfuso da un’aura di peluria nera tra la fine del naso e la fine del mento, delimitata ai lati dal deserto butterato delle guance. I suoi capelli ricci, molto più ricci di quelli di Rico, erano tagliati corti e contribuivano all’immagine di secchezza del soggetto, lasciando emergere la sua capa come un torrione roccioso privo di vegetazione, al contrario di Rico, il portoricano, la cui lunga capigliatura corvina ondeggiava intorno alla sua testa negli sgrullamenti indotti dalle risate. Il suo fisico, addestrato da ore di palestra, si distingueva per l’accentuata muscolosità da quello del nordafricano, che appariva come il più debole dei due; per chi non lo avesse mai visto con il coltello in mano.

Che cosa avesse spinto un portoricano ad emigrare in Lombardia era una domanda a cui Bonbon non sapeva trovare una risposta. Abbandonare un paese pieno di sole e di vita per finire a Milano, città della nebbia, era qualcosa sulla cui convenienza non riusciva a trovare indizi, ma tanto lui quanto Ahmed, nella mentalità di Bonbon erano inscritti a qualche livello nel ritratto generale dei terùn, nella tradizione e nel folclore locale; indifferentemente se nazionali o di importazione.

La nebbia a Milano

Gli restavano una trentina di metri per inventarsi una scusa. Quelli lo notarono. Rico diede di gomito ad Ahmed, che si voltò smettendo di ridere. Bonbon temeva come il demonio quell’espressione trasognata che Ahmed riusciva a mantenere anche nelle situazioni più critiche e disperate, era l’espressione di una innocente convinzione al crimine, l’idea di essere inafferrabile; anche se per la verità un paio di volte lo avevano già afferrato e aveva trascorso qualche anno in carcere a perfezionare il master in crimine applicato. Aveva giurato più volte davanti a sé stesso o davanti a qualcosa o qualcuno, di uscire da quella gabbia, ma ogni volta che ci provava sentiva irrefrenabile il richiamo della roba, e ricadeva in ciò che voleva evitare. Più che dalla dipendenza dalla roba era disgustato dal dover trafficare persone che avrebbe evitato, e peggio ancora, dal dover sottostare ai loro voleri; per penuria di pecunia più che altro, perché se hai soldi paghi, ti porti via la roba e chi s’è visto s’è visto. Ma Bonbon di soldi non ne aveva, e stava seriamente rischiando di mettere a repentaglio le sue possibilità di laurearsi, la “roba” gli sottraeva tutte le risorse, ma a scadenze dettate dall’astinenza si ripresentava davanti a quei figuri a pietire una dose con i soldi contati, se ne aveva, o per chiederla a credito, come gli era capitato l’ultima volta. Stranamente Ahmed e Rico gliel’avevano data ugualmente, ma dietro quella loro strisciante e rozza gentilezza non aveva faticato a percepire i prodromi di una trappola in cui era caduto, però l’urgenza di farsi una dose aveva annullato ogni difesa e ogni ragione. Ora stava qui ad abbisognare di un’altra dose e senza averne ugualmente i soldi. Bonbon era un tipo razionale, e si meravigliava di sé stesso davanti a sé stesso per queste scelte irragionevoli, ma al di sopra di ogni ragione aleggiava il desiderio di farsi una dose, fosse anche quella che porta alla morte.

– Ciao Bonbon – disse Rico con quella tipica suadenza stonata che ogni malavitoso ostende, convinto di essere per davvero una creatura gentile.

Ahmed aveva esposto quella temuta espressione, sembrava guatare inespressivo, come se di nulla gli importasse, a tutto fosse attento e da tutto fosse distratto in un’aura di delirante immediatezza dell’esistenza. Un atteggiamento serpigno, che non prevedeva ragionevolezza.

Bonbon non sapeva come iniziare a giustificarsi, poiché non poteva addurre altro che giustificazioni. Non solo non aveva i soldi per comprare una dose, ma non aveva neanche quelli per pagare la dose avuta in anticipo il giorno prima. La cosa gli appariva molto strana, anzi gli era apparsa strana fin dall’inizio. Gli spacciatori non danno mai dosi a credito. Ma la voglia di farsi aveva superato ogni ragionevole dubbio. Ora non capiva se doveva chiedere o ascoltare, spiegare o prendere ordini. Stranamente l’espressione erpetica di Ahmed si trasformò in un sorriso, da una delle sue tasche emerse una bustina di nylon un po’ panciuta, più grande delle solite argentate che parevano confezioni improvvisate di medicinali sfusi e che mostrava in trasparenza un’insolita abbondanza di contenuto rispetto alle confezioni standard. Gettò un’occhiata ai lati, per verificare la presenza di ficcanaso o di bargelli, poi rimettendo via ciò che aveva mostrato sorrise di nuovo verso Bonbon, che continuava a non comprendere.

– Ce l’hai le sessanta dell’altra volta? – Esordì Ahmed.

– No.

– E con che faccia ti presenti qui? chiese Rico, che dopo una breve pausa, ammiccando verso Ahmed, proseguì – Forse oggi è il tuo giorno fortunato. Ahmed ha una sorpresa per te.

– Ma non sarà proprio gratis – disse il nordafricano – Sei già in debito di sessanta, questa la puoi avere se ci combini un lavoretto – ed estrasse nuovamente di tasca la bustina mostrandola a Bonbon.

Bonbon sbuffò chinando il capo e guardando da un lato come per distrarsi. Questa proposta non era di sicuro farina del loro sacco. Sapeva per conto di chi lavoravano quei due. Pur avendo la fama di duri non erano all’altezza di condurre affari di grossa portata in prima persona, restavano nel piccolo cabotaggio della delinquenza, all’ombra di qualcuno più ingombrante di loro. Bonbon si faceva di roba da tempo sufficiente per sapere chi fosse il Cinese, il loro boss, che non era della Cina, ma originario di Gallarate e all’incirca suo coetaneo, come i due compari che si trovava di fronte. Con il Cinese non aveva alcuna confidenza ma lo aveva incontrato occasionalmente nell’ambiente delle università, avendo il giovane boss frequentato, o meglio tentato di frequentare, la facoltà di Legge, vicina a quella di Lettere e Filosofia. Il giovane boss aveva però capito che dalla legge non si estrae direttamente molta grana e non era propenso ad apprendistati con il necessario dispendio di umiltà, che non possedeva; per cui aveva abbandonato quasi subito per dedicarsi a tempo pieno all’intossicazione dei suoi coetanei, affare questo che gli rendeva molto e subito, magari con qualche rischio. Bonbon tentò di fantasticare sulle possibili richieste che i due mandarini gli avrebbero sottoposto per non essere colto di sorpresa, ma si scoprì desolatamente inerme per la pressante necessità di farsi, per cui si voltò verso Ahmed cercando di assumere l’espressione più conveniente possibile.

– C’è una ragazza che tu conosci, si chiama Mina. L’hai presente? Frequenta l’università insieme a te.

Bonbon tentò di progettare una momentanea smemoratezza, ma era come voler fuggire da sé stesso. La voglia di farsi e soddisfarsi lo resero immediatamente arrendevole, e come se si trattasse di chiacchiere fra comari buttò là una frase sperando che concludesse l’argomento.

– Sì, credo di avere capito chi dici.

Ma quasi immediatamente, Bonbon cominciò a sentire un profondo senso di disgusto serpeggiargli nel ventre, non sapeva ancora che cosa volessero questi due, ma il fatto che avessero tirato in ballo il nome di una persona di sua conoscenza significava che in qualche maniera avrebbe dovuto agire contro di essa per avere in cambio quella bustina tanto desiderata. Tentò di schermirsi.

– La conosco a malapena, ci frequentiamo raramente, non …

– Oh, non devi fare granché. Devi solo fargli capire che il Cinese desidera vederla.

– Non in cartolina, ma a quattr’occhi – aggiunse Rico.

– Anzi, devi fare in modo che il Cinese la incontri come per “caso”, che…

– Sei un tossico di bell’aspetto – interruppe Rico – non lo sembri neanche. Tu frequenti quasi tutti i ritrovi e le feste dei tuoi compagni di università. Lei ci va certamente, magari non sempre, e per certo insieme a quel gonzo con cui sta da un po’ di tempo. La devi solo agganciare…

– Sì, … nulla di violento, la devi solo attirare da parte, magari il Cinese sarà lì sul posto… come per caso…

– Niente pressioni, niente forzature…

Rico e Ahmed si rimpallavano la conversazione con un metodo studiato e collaudato per rimbambire l’oggetto delle loro attenzioni. Bonbon, con la voglia di farsi che aveva era già abbindolato a sufficienza; praticamente si stavano divertendo alle sue spalle.

Bonbon, dallo sguardo vagamente stranito, in una lontana retroguardia di sé stesso ormai definitivamente sconfitta, si domandava quali fossero i meccanismi che lo conducevano ad incontrare questi tizi nei posti più impensati e agli orari più inconsueti. Era convinto che nessuno avrebbe sospettato un’attività così assidua e regolare, quasi da ragionieri o burocrati dello spaccio, che li tirava fuori dal letto ad un orario insospettabile per degli addetti al crimine. Non erano neanche le otto e mezza del mattino e questi erano già operativi in una zona a dir poco inconsueta. Strani percorsi mentali o stradali lo conducevano a vedersi con questi tizi, quasi che sapessero in anticipo dove incontrarlo, e quasi fosse egli stesso teleguidato ad incontrarsi con loro, e concretamente lo era, per via della necessità di trovare sfogo alla sua dipendenza e gli capitava di seguire a posteriori come un automa le decisioni prese in autonomia dalla sua cervice dopata ma non ottusa. Come nell’attuale mattinata, in cui non ricordava di avere pianificato alcun incontro, eppure, spinto dalla voglia della roba si era avventurato a piedi in via Castelbarco, senza nemmeno sapere perché, una zona inconsueta, e questi gli erano fioriti davanti all’improvviso, come se fossero stati parte dell’arredo urbano riagganciando tutto il procedimento che lo legava ad essi, poi si sovvenne di essere stato lui il promotore dell’incontro, ma come se fosse un altro sé su cui non aveva alcun controllo. C’era una sorta di simbiosi che lo portava incontro a questi tizi, qualcosa da cui si sarebbe allontanato definitivamente più che volentieri, ma che stranamente lo teneva e lo spingeva a questi percorsi irrazionali, a questi incontri apparentemente senza appuntamenti concordati ma più concretamente gestiti dal lato narcotizzato del suo cerebro, quello più propenso all’oblio. Queste sue meditazioni erano però distratte dalla voglia di perbenismo, di segretezza del suo uso privato di sostanze, per quanto spesso ne avesse solo una illusione di riservatezza. Lampi di paranoia lo inducevano a sospettare dei suoi conoscenti, ad incontrarsi con i suoi fornitori in luoghi strambi e sempre diversi, o almeno a lui pareva. Poi a mente fredda, razionalizzando, arrivava alla conclusione che questi incontri avvenivano quasi sempre negli stessi luoghi, magari non assiduamente sempre gli stessi, ma c’era come un legame, una traccia, un sentiero che li accomunava fra loro. Questi colloqui per rifornirsi, solitamente brevissimi, mettevano alla prova la sua determinazione all’autocontrollo. L’idea di farsi vedere da persone conosciute a colloquio con Rico e Ahmed lo sobillava alla conclusione più rapida possibile per potersi riappropriare del suo perbenismo, del suo aspetto di laureando, di bravo studente.

La transazione si stava prolungando oltre il suo limite di resistenza, non che stesse per avere una crisi di agorafobia, ma il suo comune buon senso stava cedendo parecchio terreno. Il rispetto per Mina, la vittima indicatagli dai due pusher, stava scemando, sopraffatto dal desiderio di mettere le mani su quella bustina trasparente e panciuta che prometteva qualche giorno di tranquillità, di farsi e non pensare più a niente, fino alla prossima necessità, che in considerazione del suo stato di assuefazione non era molto lontana nel futuro, ma in quel momento riusciva a vedere solo la soddisfazione istantanea della sua astinenza.

Le voci di Rico e Ahmed gli si confondevano nella testa smorzando le labili resistenze della sua volontà. Non aveva capito bene che cosa avrebbe dovuto fare, ma sembrava tutto sommato una cosa non pericolosa. Se il Cinese voleva parlare con Mina, che cosa c’era di male o di strano? Tutto sommato avrebbe dovuto soltanto mettere in comunicazione due persone. «Quand’è che mi dà quella maledetta bustina?» La frase era diventata un ritornello nella sua testa. Rico stava citando il nome di un locale che tutti e tre conoscevano molto bene, Bonbon in qualità di cliente, Rico e Ahmed in qualità di fornitori mimetizzati da clienti. Forniture non in esclusiva comunque, la concorrenza era libera e molto agguerrita. Bonbon era sempre aggiornato e informato su questi locali e di tutti i ritrovi ad essi collegati. Li frequentava e se ne teneva al corrente, una volta vi aveva rimediato una pasticca gratis e la cosa gli era rimasta impressa nella mente e sperava o si illudeva di potere reperire qualcosina ad un prezzo speciale; le paste non era la roba, ma in qualche modo sopperivano. Tutta la concentrazione di Bonbon mulinava ostinatamente sulla voglia di farsi e ascoltava Rico e Ahmed con un’espressione fissa e stralunata che quelli conoscevano molto bene, in virtù di un certo esercizio della professione, magari interrotto da soggiorni non desiderati, per cui meditarono che il cliente era cotto a sufficienza e convinto di quanto avrebbe dovuto fare. Restava il problema di fargli capire esattamente il cosa ma a questo avrebbero provveduto in seconda battuta, una volta che Bonbon avesse raggiunto la tranquillità conseguente all’assunzione della roba.

– Allora lo farai? – Disse Ahmed.

Bonbon fece cenno di sì con la testa.

– Non ho sentito – incalzò Rico.

– Sì, sì – disse Bonbon.

Ahmed si voltò di scatto da un lato reprimendo un sorriso, poi trasse di tasca il piccolo involucro e lo porse a Bonbon, che cercò di artigliarlo immediatamente. Rico gli fermò la mano. Ahmed si guardò intorno. I gesti erano troppo espliciti e si trovavano all’aperto, in strada. Non c’era nessuno nei paraggi, ed erano anche riparati in parte da alcuni veicoli in sosta, ma le precauzioni non erano mai abbastanza. Di solito non tenevano la roba addosso, l’accusa di spaccio sarebbe stata immediata, ma oggi erano stati incaricati direttamente dal Cinese, che conosceva i suoi polli e non agiva mai a caso.

Rico trasse di tasca il cellulare e compose il numero di Bonbon e quando sentì il telefono trillare in qualcuna delle sue tasche chiuse la chiamata. Bonbon istintivamente aveva messo mano al suo cellulare nel momento in cui la suoneria aveva cessato. I due spacciatori avevano semplicemente voluto sincerarsi che il loro pollo non si fosse venduto il portatile per garantirsi una dose in un momento di crisi ma evidentemente l’oggetto gli serviva per davvero e non lo avrebbe scambiato, non ancora per lo meno.

– Ti chiamiamo noi – disse Ahmed allungandogli la bustina.

Bonbon era sorpreso e indeciso, non gli avevano chiesto soldi; sebbene gli ripugnasse coinvolgere carne fresca da condire con la “roba”, il fatto che si trattasse di un incarico mondano aveva allentato i rimorsi della sua coscienza inebetita. Però, però… ottenere per due volte la roba senza pagare… la voglia di farsi ebbe comunque il sopravvento. Afferrò la bustina e disse ai due che sarebbe restato in ascolto per quello che volevano. Ahmed lasciò la presa sul piccolo involucro reiterando la temuta espressione e Rico lo guardò truce di quello sguardo che parla di restituzioni.

Bonbon era come in trance, combattuto fra l’euforia di soddisfare la sua astinenza e la volontà, flebile, di rendersi conto di ciò in cui si stava cacciando. Tolta immediatamente dalla vista la roba, tentò il commiato per potersi gratificare in solitudine, ma lo sguardo dei due non gli aveva ancora dato il nulla osta.

– Ricordati che con questa fanno duecentocinquanta, se non rispondi al telefono.

Disse Ahmed, che quando inalberava la sua espressione da battaglia pareva che parlasse tramite un ventriloquo; i suoi muscoli facciali avevano dei movimenti appena percepibili attorno alle sue labbra. Bonbon dondolò un sì col capo, guardandoli entrambi da sotto in su, e si girò per andarsene.

Da via Castelbarco, dove si trovava, all’università c’è poco più di un chilometro, nei bagni della facoltà avrebbe trovato la necessaria intimità. Il lasso di tempo che intercorreva tra la fase di possesso e la fase di assunzione assomigliava per lui ad una felice sovreccitazione per la certezza acquisita di potersi dopare e affrontare le cose della vita dall’interno di un circolo chiuso, di cui per larghe estensioni della sua consapevolezza non si rendeva conto e non si capacitava di volerne uscire. Camminava a passo spedito verso via Del Perdono, il ricordo di Rico e Ahmed era già sfocato e lontano, tenuto alla debita distanza dalla bamba che aveva in tasca e di cui avrebbe tirato una piccola parte di lì a poco. Solo il nome di Mina continuava a ruzzolare di qua e di là nel suo cervello obnubilato, indebolendo a ondate cicliche quella sensazione di giusta felicità verso cui stava marciando. Mina non era per lui quella vaga conoscenza che aveva annunciato ai due emissari del Cinese, e certamente chi li aveva mandati aveva conoscenze e informazioni aggiornate e attendibili. Mina era ed era stata la compagna di molti corsi e lezioni alla facoltà di letteratura, un’amica loquace e gentile, insieme a Germano, uno fra i suoi compagni da un tempo che non datava addietro oltre l’anno, e altri della schiera mutevole della facoltà. Tra le frasi di Ahmed e Rico che ancora gli facevano blanda eco nella testa e lo scopo urgente verso cui marciava, fugaci immagini di momenti gioviali attraversavano la sua attenzione spingendo sempre più alla superficie della sua mente qualcosa legato a Mina, qualcosa di cui aveva udito parlare, ma a cui non aveva dato peso, qualcosa che tirava in ballo il Cinese e non riusciva a ricordare come, ma sapeva che se il destino di Mina si intrecciava con quello del trafficante i rapporti non dovevano essere idilliaci e il compito impartitogli per certo sconfinava nel malefico. D’improvviso si rammentò. Qualcosa gli ritornò alla mente. Di quei ricordi distratti che affollano la memoria e se ne stanno in un cantuccio pressoché ignorati, sopraffatti dalle urgenze e dall’incalzare dell’esistenza. Prima dell’università era stata la ragazza del Cinese, per uno strano giro di amicizie che conduce molti giovani dell’hinterland milanese a cercare il loro svago nella milanodabere, o da sniffare magari.

Era stato uno dei galoppini del Cinese di quel periodo a parlarne con lui come di una vanteria sessuale per interposta persona durante il primo anno, anzi durante i primi mesi, perché l’aspirante boss aveva mollato la facoltà di Legge dopo nemmeno tre mesi per interessi diversi e certi suoi sgherri reggevano per lui certi affarucci non direttamente in sede universitaria ma gravitando attorno al mondo studentesco nei locali e nei luoghi da questi frequentati; a quel tempo Bonbon era agli inizi della sua caduta nel vortice. Di quel colloquio, del tutto occasionale in un locale abbordabile anche da persone non danarose in cui Bonbon andava a cercare quella roba che lo intrappolava sempre più, sebbene non fosse ancora divenuto dipendente dalla bamba, conservava un nebuloso ricordo, sopraffatto dalle urgenze di una matricola in un nuovo universo e soprattutto da voglie inadeguate alle sue possibilità. Rammentava solo il modo in cui questo tizio, di cui non ricordava il nome, gliene aveva parlato, una mera fanfaronata sessuale che gli era stata sussurrata all’orecchio mentre quel tale ammiccava con un gesto del capo senza che la ragazza ne fosse consapevole o che li avesse minimamente notati; non era pensabile che una splendida ragazza come Mina fosse abbordabile da una mezza tacca di aspirante delinquente come quel tizio, Mina non se lo sarebbe filato punto, e per certo nemmeno sapeva che fossero presenti e loro ci tennero a non farsi notare per via di certe transazioni che non avvenivano mai al cospetto del Cinese ma che ugualmente non avvenivano senza una sua segreta benedizione, comunque a distanza di legge dalla sua presenza fisica.

Ora, che il Cinese fosse innamorato era una cosa talmente bizzarra da non essere nemmeno presa in considerazione. Probabilmente la voleva usare come esca per allargare il giro dei suoi affari senza esporsi in prima persona, e magari una degna trombata ogni tanto non avrebbe guastato. Questa ipotesi, avvalorata dal ricordo delle confidenze sessuali riguardo al Cinese, estendeva una sensazione triste e negativa sulla sua euforia di farsi e soddisfarsi. Una macchia nera fomentata dal suo perbenismo, che trovava eco nella rispettabile nomea di Mina, la cui famiglia l’aveva tratta in salvo in tempo da una pessima situazione adolescenziale aprendogli una prospettiva di istruzione e di tranquille trasgressioni ordinarie nel solco dell’ordinario. Bonbon attualmente conosceva bene sia la ragazza che la famiglia, la cui casa aveva frequentato occasionalmente per motivi di studio, e la richiesta di azioni nei loro confronti ampliava sempre più il senso di negatività intorno al suo bisogno e alla sua euforia fino a sentirsi in uno stato di merda, amplificato dalla consapevolezza, desiderata e respinta contemporaneamente, di esaudire il suo bisogno di endorfine. Il possesso della bamba – o qualsiasi altro eccitante illecito – in queste condizioni, lo faceva oscillare fra ondivaghe pulsioni che lo spingevano alternativamente fra il desiderio di allentare la morsa dell’astinenza e la repulsione della roba e di se stesso, come tossico e come dipendente, in cui la vibrante indecisione lo faceva propendere per il soddisfacimento pressante e coatto, che alla luce della transazione avuta con i due pusher lo faceva scendere in un inferno di indecisioni. A tratti pensava di telefonare a Rico per restituirgli la roba e pattuire un rifiuto della sua collaborazione, a tratti la memoria gli richiamava la felice sensazione del soddisfacimento, che in ragione della sua assuefazione era ormai soltanto un lontano ricordo.

In corso Italia, giunto all’incrocio con via S. Sofia, si guardò intorno tentando di percepire sé e il mondo e gli ci volle un po’ per riconoscere i luoghi, che ora gli si dimostravano ostili e inquietanti senza che in essi alcunché fosse mutato. Fiancheggiò il giardino ad un angolo dell’incrocio chiedendosi che avessero mai da verdeggiare quelle piante, radicate sotto un cielo così ottusamente azzurro. I casermoni di via S. Sofia, diseguali, ma compulsivi in una V prospettica gli parvero impedire ogni decisione che non fosse la coazione alla roba e una caduta conseguente davanti al sé stesso razionale. La precisa sensazione di essere cascato in una trappola toglieva senso ad ogni cosa e ad ogni pensiero. Cercava una fuga in avanti, ma il sorriso gelido dei suoi creditori lo inseguiva e lo raggiungeva. Fino ad allora la questione era stata una cosa privata, nel senso che riguardava solo lui, la sua decisione di farsi e tutto il resto, ora qualcosa o qualcuno si introduceva nella sua esistenza, con agganci a relazioni e fatti della sua vita che avrebbe desiderato mantenere in compartimenti stagni. Primo per una inclinazione al perbenismo, la facciata del bravo studente, poi per una tendenza alla reciprocità del rispetto, in attuazione della quale mirava sempre ad astenersi dall’essere causa di fatti negativi per il prossimo, anche di fatti che molti avrebbero ritenuto irrilevanti, e questo non tanto per un fondo di moralità, quanto per una illusoria aspettativa di riconoscenza e reciprocità di atteggiamenti. In buona sostanza Bonbon cercava di essere corretto con tutti nella prospettiva che questi tutti lo avrebbero ripagato con la stessa moneta, e perseverava in questo atteggiamento nonostante la vita e il prossimo lo avessero già preso a schiaffi precedentemente e più di una volta, a tratti anche sonoramente. Non era il caso di definirla una “filosofia”, non era il caso di tirare in ballo il karma, era più che altro una tattica passiva. Capitava però, che il lato negativo dell’Universo lo venisse a cercare nella sua tranquillità assuefatta, ed egli ne restava scosso e sorpreso, in una certa maniera ignaro, come se l’innocenza fosse la legge della sua vita e non vedeva le relazioni messe in atto da lui medesimo, alcune delle quali pericolose anche da un punto di vista legale, oltre che esistenziale. Oppure se le vedeva gli pervenivano offuscate dalla nebbia della roba e non si rendeva conto che presto o tardi qualcosa di negativo sarebbe affiorato.

Prossimamente il secondo capitolo

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