romanzo a puntate (34)

Copyright © Eric Bandini 2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.

Una storia italiana
Capitolo XXXIV°
(34)
Milano
Venerdì, 20 Luglio 2001
Il breve colloquio con il dott. Gridero aveva messo Bonbon in uno stato di quasi agitazione, in specie la calma inquisitoria con cui gli aveva posto quelle poche e semplici domande, che dal suo punto di vista avevano assunto quasi immediatamente una sorta di considerazione sullo stato di fatto dando quasi come scontata una sua certa dipendenza da sostanze stupefacenti riassunta in quella parola quasi ridicola e orribile quando sentita pronunciare da un vegliardo e pure della pula, lo «sballo», e chi parla mai un tale linguaggio? Forse nei telefilm americani o di altra importazione, che essendo doppiati traducono alla meno peggio uno slang difficilmente sovrapponibile in un’altra lingua, vuoi per la fretta di mettere in palinsesto un prodotto da collocare in antagonismo alla concorrenza, vuoi per il dovere di fare combaciare il movimento labiale con qualche baggianata da far dire al doppiatore senza che via sia una scansione fra il sonoro e la pellicola.

Sballo era una parola che non usava nessuno di quelli che conosceva e la sentiva solo e unicamente alla televisione durante quelle trasmissioni-reprimende sull’uso di sostanze più o meno dopanti, oppure da parte di genitori timorosi del futuro della loro progenie, oppure da parte di giovani contadinotti intenti a dirigersi in discoteca ad una velocità sovrastimata rispetto alla tenuta di strada dell’utilitaria regalata da papà o acquistata a rate e ad un’ora abbastanza tarda da potersi dire antelucana e con sufficiente alcol in corpo da considerare i lampioni della pubblica illuminazione come un percorso da slalom gigante. Quella parola così vuota e assurda in un contesto di indagini – perché ormai era chiaro anche a quella zucca vuota di Bonbon che c’era un’indagine in corso e che gli stava girando intorno senza che ne avesse avuto alcun sospetto -, quella parola da tamarri o da coatti, gli diventava così odiosa quando la sentiva intrufolarsi nella sua esistenza che quasi crollava in uno stato di depressione catatonica, in una condizione di vita vissuta in differita, come se il mondo gli pervenisse attraverso uno schermo senza che avesse alcuna possibilità di interferire con ciò che gli capitava o con cui aveva a che fare.
Uno stato di inadeguatezza relazionale che gli presentava la parola «sballo» come una depravazione dell’intelligenza sociale prima ancora che di una pratica giovanile per sperimentare emozioni un po’ forti, che di solito le persone un po’ avanti con gli anni non fanno, o hanno imparato ad evitare. Ecco, ciò che gli riusciva difficile da mandare giù era il fatto che qualcuno pensasse che per lui la roba rappresentasse uno «sballo», quando invece altro non era che un tentativo di fuga da una realtà che non gli piaceva, dall’aggressività di certi personaggi che riusciva a sopportare o ad affrontare solo quando aveva in corpo una sufficiente quantità di coca, o anche solo di marijuana o hashish o una qualche maledetta pasticca che gli evitasse di percepire la crudezza della vita senza che ciò lo introducesse in alcun mondo piacevole o incantato, non c’era alcuno «sballo» nella vita di Bonbon, solo una fuga da se stesso e dalla realtà, e quando qualcuno gli faceva capire con quella specie di ammiccamento che la parola «sballo» rappresentava alle sue orecchie, che lui, Dino Dabbono alias Bonbon per gli amici, era uno che si dedicava allo «sballo», beh, allora si sentiva davvero incompreso ed escluso dalla società in maniera definitiva.

Oltre a questo stato di quasi prostrazione nei confronti dell’esistenza Bonbon si sentì come scoperto davanti a coloro che riteneva non avessero mai nemmeno sospettato una sua dipendenza dalla roba, sì, un cannone ogni tanto durante qualche serata in compagnia se lo faceva volentieri davanti a tutti, ritenendo di restare nell’ambito di normali atteggiamenti in uso fra i suoi coetanei, ma quando si faceva le sue piste di coca cercava sempre la maggiore riservatezza possibile illudendosi che nessuno se ne sarebbe accorto, ed ora, questo benedetto dott. Gridero gli scodellava lo stato di fatto come se fosse una cosa già nota senza dovervi nemmeno fare commenti sopra. Bonbon cercò nella sua memoria i volti e le espressioni dei suoi conoscenti e amici negli incontri più recenti sforzandosi di individuarvi il ghigno ironico di malcelata disapprovazione o di uno sfottò represso o borbottato sottovoce in maniera incomprensibile ma tutto ciò che gli venne alla mente fu il comportamento usuale dei suoi colleghi di università, allegri quando in compagnia, impegnati e a volte piuttosto tesi in facoltà, ma nessun loro atteggiamento pareva indicargli qualcosa di spiacevole sul suo conto, come una fredda sopportazione, o anche solo una parola incauta gettata lì per malizia.
Si convinse che in qualche modo e a sua insaputa i suoi amici e colleghi lo stessero trattando con sufficienza, che fossero a conoscenza delle sue debolezze, della sua dipendenza, dei suoi traffici, che recentemente avevano coinvolto una persona che stimava e della quale si reputava amico, i suoi fingimenti, le sue trasformazioni per apparire “come sempre”, atteggiamento che adesso, visto da un’ottica di retrospettiva, gli appariva crudelmente ridicolo immaginandosi in un sé “come sempre” burattinato da un essere amorfo che sperimenta la vita da dietro uno schermo deformante.
Strane ipotesi e pensieri ubbiosi riguardo ai coinquilini del micro-locale sovraffollato in cui abitava vorticarono nella sua mente senza che riuscisse a giungere ad un risultato appagante per la sua autostima; dei suoi compagni di stanza sapeva quel tanto che bastava a raggiungere un equo e ragionevole accordo ogni qualvolta dovevano affrontare problemi comuni o spese collettive, oppure in caso di seccature tecnologiche con la caldaia o con lo scarico del lavandino per interpellare il proprietario dell’alloggio, il quale si limitava a far comparire un pensionato ex lavoratore di non-si-sa-bene-cosa pagato in nero che sbrigava alla meno peggio quanto gli era stato richiesto nel minor tempo possibile, come se avesse schifo di restare troppo a lungo in quel tugurio e avesse fretta di tornarsene al suo superattico con vista sulla Madunina (smog e nebbia permettendo), per il resto i suoi coinquilini non gli avevano mai fatto troppe domande, né lui ne aveva poste a loro. Due di questi erano studenti in altre facoltà, il quarto era un tipo taciturno che era emigrato dal suo paese per trovare lavoro e guardava i suoi compagni di stanza con un certo distacco, che Bonbon aveva interpretato come una specie di invidia, e per la poca confidenza che intercorreva fra lui e i tre studenti e per la stanchezza che il tipo pareva patire a causa dell’attività che svolgeva, sulla quale Bonbon non aveva mai investigato troppo limitandosi a riscontrare sul soggetto un’autentica spossatezza ogni qualvolta gli capitava di vederlo rientrare la sera, cosa che succedeva abbastanza di rado, essendo lui stesso impegnato nel suo personale stress alla ricerca di qualcosa contro lo stress, che gli procurava immancabilmente molto stress. La roba non gli bastava mai, ora ne aveva necessità come se fosse parte del suo sangue.

Quando riusciva ad accaparrarsene un piccolo quantitativo bastante per un paio di giorni o anche più non se la portava mai appresso ma la nascondeva nel suo alloggio, come aveva fatto la mattina precedente quando Rico e Ahmed gli avevano dato una bustina panciuta non poco più grande del solito. Ancora non se l’era pippata tutta e se la coccolava mentalmente fra le angosce e i timori di essere scoperto e/o peggio ancora privato della sua roba dai suoi partner di stanza per paure – non tanto fuori luogo – riguardo la polizia, i carabinieri, la guardia di finanza e così via, e già si immaginava i suoi stimati coinquilini, scovato il suo malloppo, strillargli contro i peggiori improperi ad un volume talmente eccessivo che anche dal pianterreno avrebbero capito ciò che stava succedendo, per concludere la sceneggiata con il rumore dello sciacquone che inghiotte definitivamente le sue magre scorte, gettate nel sifone da uno dei suoi conviventi con un plateale gesto di spregio. Paure non campate in aria da quanto aveva sperimentato poche ore prima nell’ufficio del dott. Gridero, per cui si rese conto che qualche provvedimento andava preso, se non altro per non essere colto all’improvviso da un’irruzione nel suo alloggio.

Frammezzo ai sensi di colpa, l’orrore di se stesso identificato nella sua persona come se fosse un altro sé da cui voleva prendere le distanze, la paura per le indagini, che al momento lo avevano solo sfiorato ma che gli avevano fatto percepire l’idea di un pericolo concreto per il suo perbenismo o almeno per l’aspirazione a tale status, i timori verso i suoi compagni di stanza, la vergogna di se stesso per non avere osato opporsi all’intromissione del Cinese nella vita di Mina, tutta la precauzione che la sua mente fu in grado di produrre fu la semplice idea di trasferire il suo tesoretto nell’alloggio abusivo di Bruna, ritenendolo luogo idoneo, senza beninteso renderne edotta la sua compagna.
Fu intorno nella tarda serata che la sua solitudine si fece pressante e insopportabile per uno come lui abituato a feste, ritrovi, riunioni con coetanei, bagordi stile micro rave party, come se la presenza di sé stesso a sé stesso gli fosse intollerabile e il silenzio attorno a lui gli sembrasse un anticipo dell’oltretomba. I suoi compagni di stanza quella sera erano tutti fuori e non poteva fruire nemmeno del piacere di potersi lamentare dell’insopportabile presenza di qualcuno che, sì forse contribuiva ad alleggerirgli i costi abitativi ma che si imponeva con la propria esistenza generando delle inevitabili insofferenze, amplificate dalla stretta coabitazione. Ciò che aveva appreso di Bruna, in seguito ad una certa sua inavvedutezza nei suoi confronti, era la sua decisa idea di libertà, quella strettamente personale e non quella sbandierata dai politici e attuata dalla impersonale Burocrazia, che si concretizza unicamente in nuove leggi e nuovi limiti per i cittadini; Bruna era il tipo di persona che vuole fare proprio ciò che vuole, con poche deroghe e mediazioni, prova ne era il fatto che abitasse un immobile occupato abusivamente quando, in virtù della sua attività e del suo lavoro, avrebbe potuto permettersi di vivere come qualsiasi altro cittadino della classe cosiddetta media, definizione sulla quale la matematica non ha alcuna influenza, e la contabilità correlabile è una pura apparenza che viene inscatolata negli estremi fiscali.
Seduto al tavolo che serviva da scrittoio, quando non serviva da mensa o per qualsiasi altro uso che prevedesse un piano di lavoro utilizzabile, si palleggiava il telefono da una mano all’altra come se stesse aspettando che suonasse da un momento all’altro, anche se dalla sera precedente non aveva concordato alcun appuntamento con la sua compagna. Superati i timori di una incazzatura da parte di Bruna, che sebbene cosa rara gli era capitato di sperimentare e non ne serbava un bel ricordo, si decise a chiamarla per sentire se era disponibile a vedersi da qualche parte per concludere poi la serata a casa di lei, ma questa seconda parte non gliela avrebbe enunciata telefonicamente.

Quando il suo cellulare squillò Bruna era nella sua Twingo® nera, uscita da poco dalla casa dei Fernet – Speddenno, avendo terminato la sua comparsata come richiestogli gentilmente dalla sua amica Sara, la quale si era complimentata per la tempestività e la nonchalance del suo atteggiamento; quale fosse poi lo scopo di una tale richiesta era cosa che a lei interessava in maniera laterale, ciò che gli premeva era la gratificazione dei suoi amici per il prosieguo di un certo scambio di favori e di frequentazioni, soprattutto queste ultime per protrarre il più a lungo possibile una giovinezza un po’ stiracchiata ma comunque ancora molto vivace, per quanto a tratti un po’ ingombrante quando si mescolava a degli studenti mediamente di una quindicina d’anni più giovani, lei però sapeva imporre il suo atteggiamento gioviale e il suo aspetto fisicamente esuberante mostrandosi aggiornata agli andazzi giovanili e informata a sufficienza sugli argomenti in voga senza cadere in quelle gaffe colloquiali che possono distinguere una persona vecchia da una giovane; aveva ancora slancio per le novità e disposizione al divertimento fine a se stesso. La voce di Bonbon la colse in un momento di positività nei suoi riguardi, non avendo programmato alcunché nella serata a causa dell’impegno in casa di Sara, per cui assecondò immediatamente il desiderio del suo amico dicendogli che sarebbe passata a prenderlo per poi andare direttamente a casa di lei, dove con calma avrebbero deciso come e dove trascorre una nottata possibilmente piacevole.
Bonbon non la faceva mai salire nel suo alloggio, un po’ si vergognava, benché non ne avesse motivo, considerata la sistemazione abusiva di Bruna, più che altro non ne vedeva l’utilità, visto che in qualunque momento uno qualsiasi dei suoi coinquilini avrebbe potuto fare irruzione nell’unica stanza abitabile, in totale assenza di qualcosa di assimilabile alla privacy, lui glielo aveva spiegato e lei non aveva fatto la minima rimostranza e poi a Bonbon non andava di dovere dare spiegazioni ai suoi compari di alloggio, di fare quelle presentazioni che sono solo una farsa di tolleranza quando costa già fatica dovere sopportare qualcuno che forzatamente convive nello stesso monolocale; l’aspettò in strada e da lì Bruna passò a caricarlo per portarselo temporaneamente a casa.
Il buon umore di Bruna sollevò un po’ il morale di Bonbon, che non aveva voglia di sfogare con lei le sue frustrazioni personali e i suoi drammi interiori, però non resistette alla tentazione di metterla a conoscenza della sua puntata nell’ufficio del dott. Gridero, un po’ per verificare se aveva scoperto qualcosa delle sue tresche della sera precedente e un po’ per ascoltarsi parlare di qualcosa di interessante e darsi un atteggiamento colloquiale, Bruna fu molto curiosa del fatto.

– E cosa ti ha chiesto di preciso?
– Mi ha fatto aspettare per un’ora e più e poi mi ha fatto pochissime domande.
– Quali domande?
– Mi ha mostrato delle foto di alcuni tizi e mi ha chiesto se li conoscevo.
– E tu li conoscevi?
– Ma certamente no – mentì spudoratamente Bonbon – e se anche li conoscessi non glielo avrei certo detto, se ti lasci sfuggire qualcosa con quelli non sei mai a posto. Ehi, a proposito di persone conosciute, sai chi credo di avere visto presso il suo ufficio?
– Sentiamo… chi?
– Non mi viene il nome adesso, ma è uno importante, mi pare di averlo visto un paio di volte in un notiziario locale, aspetta, si chiama… si chiama, ah, sì, Antonnomi. Ho sentito dire che è una persona molto influente, uno che può spianare parecchie cose se ci si mette e se sei nelle sue simpatie.
– E cosa ci faceva lì?
– Non lo so, ha parlato per un po’ con quel tipo che poi mi ha interrogato e poi sono andati via insieme e ho dovuto aspettare là per un’ora prima di potermi liberare.
– Ci hai parlato con questo Antonnomi?
– No, che mai avrei potuto dirgli? E comunque non c’era né il modo né l’occasione, pareva un po’ teso e io ho fatto finta di non averlo riconosciuto…
– Mmh, forse hai perso un’occasione per il tuo futuro… – disse Bruna sfottendolo un poco.
– Perché?
– Perché quello, come hai detto tu, può aprire molte strade…
– Sì, a uno studente squattrinato come me… per lui faccio parte della folla trasparente, non mi ha nemmeno notato, ma forse per altre persone… – e sbirciò i seni di Bruna – e comunque il tribunale non pare luogo adatto a certe conversazioni…. e comunque avrà il doppio della mia età… e comunque …
Bruna subito non disse nulla ma aveva notato quello sguardo di sguincio e il nesso sottinteso, poi aggiunse, come per maliziare sull’argomento:
– Se ho inteso chi è li porta molto bene i suoi anni e si dice che sia un tipo molto galante.
Bonbon non disse nulla, questo aspetto di Bruna lo sconvolgeva. Non gli riusciva di mettere insieme i pezzi caratteriali di una che abita in uno stabile occupato abusivamente con le aspettative riflesse su di un personaggio pubblico e importante, la ribellione insieme con l’adulazione del potere con mire di ritorno esistenziale. Quando lei aveva di queste uscite Bonbon restava in silenzio, non sapeva più come affrontare la conversazione, era come se Bruna lo scandalizzasse con qualcosa di incomprensibile e inaccettabile mettendolo da una parte in una – per lui – molto imprecisa interpretazione della vita.

Nessuno dei due disse più alcunché fino alla destinazione, dove, sotto gli sguardi annoiati di alcuni residenti dei condomini circostanti, quelli la cui residenza risulta regolarmente catalogata all’anagrafe, obbligati alla stanzialità estiva per carenza di pecunia, età avanzata, o disoccupazione protratta, abbandonarono il veicolo dirigendosi verso lo stabile ufficialmente inagibile ma regolarmente insediato. Il numero degli occupanti era mutevole come la stagione e il tempo, e il ricambio aveva una certa continuità, tranne pochi affezionati identificati, e questo termine non era casuale poiché erano stati “identificati” dalla polizia almeno un paio di volte durante i ciclici sgomberi in una famiglia derelitta con tre bambini in età scolare e la Bonfanti Bruna, più altri variamente numerosi che al momento non erano presenti; la Bonfanti Bruna occupava una serie di stanze, che lei chiamava appartamento benché non fossero molto organiche fra di loro ad essere definite con tale parola, disposte sul lato dell’immobile prospiciente l’ingresso, praticamente in bella vista dagli edifici di fronte.
In questi locali Bruna si era organizzata un minimo di riservatezza che riusciva a mantenere senza troppe difficoltà regalando consigli ai nuovi arrivati in qualità di decana e procurando loro informazioni sufficienti ad ottenere acqua potabile e corrente elettrica gratis, benché non con il dovuto confort e l’opportuna funzionalità, e non senza il pericolo di un’improvvisata manualità su apparecchiature da cui attingere i propri bisogni esistenziali; connettersi abusivamente alla rete elettrica pubblica è fattibile, ma altamente sconsigliabile. Da parte di Bruna occorreva anche una certa dose di coraggio, perché in quello stabile a volte si udivano strane discussioni e vi si intrufolavano soggetti mai visti prima per traffici sconosciuti e talmente temporanei da non lasciare la minima traccia, però il rispetto lei se lo era guadagnato con la prima occupazione, di cui era stata l’organizzatrice, per cui chi entrava in quell’edificio sapeva che era un po’ come entrare in casa sua, una di quelle leggi umane incomprensibili e sconosciute alla gente ordinaria, quella che si sente a disagio se non è classificata. A casa di Bruna non c’era “la privacy”, ma era meglio tossicchiare per annunciare il proprio passaggio, il proprio rientro o la propria sortita da casa; certe cose, certi avvenimenti è meglio che non vengano disturbati. A Bruna probabilmente andava bene così.
Nei pressi dell’ingresso Bruna domandò ad alta voce a Bonbon se aveva già cenato e Bonbon, accostumato alle usanze del luogo, rispose a tono in pari grado di decibel che aveva mangiucchiato qualcosa e comunque non aveva molta fame. Aldo, che aveva pedinato Bruna dando il cambio a Rino per conto del commissario Bellosi, annotò diligentemente l’ingresso della coppia nello stabile dimesso, qualcuno molto presto avrebbe fatto le opportune verifiche e riscontri. L’entrata era un portone senza chiusura su cui erano rimasti infissi gli anelli a suo tempo uniti da un lucchetto tagliato con le tronchesi la sera stessa dell’ultimo raid poliziesco, i cui sigilli della polizia erano l’unica garanzia per tenere alla larga la maggior parte della gente, quella meno pericolosa, le scale non erano illuminate perché nessuno si era preso la briga di allacciare abusivamente le parti comuni. Vicino al muro, lungo le scale, correvano alcuni cavi che portavano la corrente nelle parti abitate (?), c’era sempre da fare attenzione a non inciampare, salirono in silenzio, ciascuno concentrato sul proprio cammino. La zona che Bruna aveva riservato per sé era un piccolo gruppo di stanze che avevano un unico ingresso, sul quale lei era riuscita a fare installare, e poi conseguentemente a rabberciare in seguito alle incursioni delle forze dell’ordine, una porta che creava una piccola idea di una riservatezza che poteva venire aperta senza sforzo eccessivo e senza capacità di scasso, nessuno però si era mai azzardato a violare la sua intimità, e su questo fatto certuni giuravano su certe sue affiliazioni, amicizie, conoscenze, ammanicamenti pericolosi q.b. a far recedere da propositi sconvenienti nei suoi confronti. Bonbon un poco si adagiava nella sicurezza che quella donna esprimeva senza ostentazione, come se fosse la cosa più naturale del mondo, vi si crogiolava quasi intorpidito da tanta fiducia in sé e nelle proprie capacità, lui non ne sarebbe mai stato capace.

Non appena si furono appartati nelle stanze non sontuose ma abitabili (?) della residenza abusiva di Bruna Bonbon cercò una scusa per sgravarsi del piccolo fardello che intendeva mettere al sicuro e disse di avere necessità del bagno, dove si recò con una certa fretta, avendo già in mente il posticino che gli serviva per imboscare il suo tesoretto, essendosi già procurato di separarne una quantità per un po’ di righe da tirare in caso di necessità. Non che ne restasse una quantità ingente ma per alcune altre volte sarebbe bastata, l’unica cosa che lo preoccupava era il fatto di doversi recare in quel luogo, così privo di sicurezze civili e aperto all’intrusione di chiunque. Luogo sicuro per la sua bamba ma infido per qualcuno che teme l’aggressività delle persone. Dopo avere schiacciato la sua bustina – ora molto meno panciuta – nello stipite di una finestra che mostrava uno sbadiglio fra il telaio e la muratura nella parte alta e non esposta dell’infisso, se ne tornò nel reparto giorno insieme a Bruna, la quale se ne veniva dal frigorifero sbocconcellando qualcosa e con modi garbati e curiosi lo mise la corrente di avere incontrato la sua collega di università in casa di amici.
A Bonbon il ricordo dell’esistenza di quella persona, che gli aveva procurato conflitti interiori ed esteriori, causò un senso di nausea che riuscì a mascherare dissimulandolo in un atteggiamento distratto.
– Eh? – disse Bonbon voltandosi verso Bruna come se fosse arrivato adesso in casa sua.
– Sei con me o sei altrove? – lo rimbeccò Bruna – ho detto che stasera ho incontrato Mina, me l’hai presentata tu, ricordi?
Bonbon ricordava ma avrebbe preferito dimenticare e volare altrove con la conversazione, poi però, in un sussulto di consapevolezza, timore e forse anche per un fondo di rispetto per Bruna, si incuriosì del fatto, perché con le investigazioni che c’erano in corso era certamente meglio restare aggiornati.
– Dove per l’esattezza?
– Questo è un piccolo segreto.
– E di che avete parlato?
– Oh, l’argomento della conversazione mi sfugge, ci siamo solo salutati poi io sono stata impegnata con un’altra persona, ma dimmi… è vero che frequentava gente un po’ particolare? Da adolescente intendo.
Bruna civettava apertamente, si capiva, e a Bonbon questo atteggiamento da pettegola inscenato così inaspettatamente da Bruna risultò strano. Gente particolare? si domandò, e lo dice lei che vive in questo posto. Gli parve che Bruna lo volesse interrogare, che gli volesse estrarre informazioni sul conto della sua collega e in un sussulto di dignità si impose di tacere quello che sapeva, che poi non era molto, solo quell’accenno da parte degli sgherri del Cinese al suo primo anno di università, che gli aveva spalancato uno spiraglio abbastanza ampio per vedervi qualcosa ma che non era comunque sufficiente per snocciolare particolari senza fare entrare in scena la fantasia, quella più galoppante, perché lui Mina la conosceva solo dalla sua frequentazione della facoltà di lettere e filosofia. Il sussulto di dignità fu presto seguito da un’ombra di sospetto, perché Bruna non gli era mai parsa il tipo che fa domande insistenti sul conto della gente; in mezzo alla confusione che gli aveva causato la comparsa al cospetto del dott. Gridero trovò un barlume di consapevolezza sufficiente a farlo restare sulle sue, per cautelarsi da ulteriori domande che avrebbero potuto tirare in ballo il mancato inganno della sera precedente, cosa della quale si voleva cautelare con tutte le precauzioni, perché Bruna sì, faceva domande apparentemente sciocche, tipo vecchia comare, faceva affermazioni contraddittorie, come gli apprezzamenti sull’Antonnomi, però nel suo aspetto esteriore, nella sua facciata presentabile restava una specie di moralista, e se si fosse accorta di essere stata tirata in ballo per una tresca di cui era all’oscuro, apriti cielo, si sarebbe dovuto sorbire il suo lato peggiore, che non era mai abbastanza peggiore, specie per uno come lui, timorato di ogni atteggiamento aggressivo, da qualunque parte provenisse. Bonbon se la cavò dicendo semplicemente che la conosceva solo dall’inizio dei suoi studi in facoltà, Bruna però parve insistere.
– Mmh, dietro quell’aria da brava ragazza mi sa che cova una personalità un po’ più complicata. Ho idea che frequenti persone troppo diverse da loro e per interessi differenti che mi piacerebbe tanto conoscere.
– Non capisco proprio questa tua bramosia verso le persone, non ti ho mai sentito fare domande del genere sul conto delle persone che incontriamo.
– La gente che si conosce non la si conosce mai abbastanza. Prima o poi la gente che non conosci si incontra con gente che conosci, e viceversa, è solo questione di mettere tutto in relazione.
– E di questa relazione cosa intendi farne? – disse Bonbon facendo la faccia giusta, quel tanto che bastava per farla apparire un pochino severa e burbera da mettere un po’ allo scoperto la sua amica.
– Mah, nulla sono solo chiacchiere, sono un po’ stanca.

Prossimamente il trentacinquesimo capitolo