Una storia italiana – Romanzo a puntate (35)

romanzo a puntate (35)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXV°

(35)

Milano

Sabato, 21 Luglio 2001

Giunto nei pressi di Milano il tassista gli aveva chiesto un indirizzo preciso e Germano s’era fatto portare a casa, primo per la stanchezza e poi per l’ora troppo mattutina, in conseguenza della quale non avrebbe potuto permettersi di andare a contattare amici e/o conoscenze senza suscitare allarmismi. La notte insonne, la giornata di protesta con la fuga precipitosa e il non facile ritorno a Milano – notturno anche questo -, gli avevano attenuato ogni timore nei riguardi di qualunque complotto potesse attuarsi nei suoi confronti, che venisse dal Cinese, dalla polizia, o da qualunque altra organizzazione dedita al controllo delle persone; voleva dormire, punto e basta. La sua incolumità, messa a repentaglio da un’errata valutazione di uno spiotto, gli pareva una cosa di minore importanza, trascurabile di fronte a quell’azione confusa e violenta da cui era scappato inseguito da una ostinazione al limite della ferocia, ma forse oltre. Voleva dormire, svegliarsi in un giorno diverso, allontanare quelle sensazioni di inutilità e di irrazionalità.

For Hire! – Disegno di Winsor McCay

Voleva pensare ad altro, i suoi compagni, vedere Mina, che non era riuscito a contattare e non se n’era fatta una ragione, ma ora la stanchezza aveva il sopravvento su tutto. I suoi genitori erano giustamente a letto e si fece scrupolo di non svegliarli, si svestì, si buttò sul letto come se la sua persona fosse stata di piombo e cadde in un sogno contorto, denso, avviluppato di figure indescrivibili che vorticavano in ambienti, luoghi, strade, città apparentemente ignote ma in cui a tratti si avvicendavano i volti e le fisionomie dei suoi amici e il volto di Mina di cui non riusciva ad udire la voce, soffocata da strepiti incomprensibili ma aveva la sensazione che volesse dirgli qualcosa di spiacevole, il volto era contratto in una smorfia che non era di dolore o di sofferenza ma piuttosto di indifferenza e se cercava di parlargli la vedeva allontanarsi trascinata via da sconosciuti, poi gli compariva la facciona della tenutaria del chiosco che correva via ridendo senza dirgli alcunché, e si voltava a guardarlo un’ultima volta con il medesimo sorriso, che ora nel sogno gli appariva scortese, stampato su una faccia irridente, che si mostrava come deformata da qualcosa che non riusciva a comprendere, per scomparire dietro ad un muro e lasciare campo a sconosciuti rumorosi che lo ignoravano e gli correvano a fianco gridando verso qualcosa o qualcuno che non riusciva a vedere, non riusciva a tenere il passo di quella folla, restava indietro, si muoveva sempre più lentamente in un ambiente che conosceva ma che non riusciva a sovrapporre a qualcosa di già visto.

Salvador Dalì – Donna

Alle nove sua madre venne a svegliarlo, in compagnia del cane che balzò festoso sul suo letto, gli parve di emergere da un luogo sotterraneo, di vedere la luce dopo molto tempo, ebbe la sensazione di avere dormito per una giornata intera mentre era a letto da meno di sei ore, la luce della giornata estiva lo rincuorò non poco, la fuori forse era tutto come prima.

– Mi ha cercato qualcuno? – chiese a sua madre che stava tentando di trascinare via il cane dalla sua camera.

– Ieri a mezzogiorno ha telefonato un certo Alfeo, lo conosco? È mai venuto qui?

– Alfeo… ah sì, mi pare che ci siamo incontrati qui un paio di volte, e cosa ha detto?

– Nulla, cercava te e io gli ho detto che non sapevo dov’eri. A proposito, dov’eri?

– Lascia perdere mamma, ora sono qui. Mina ha telefonato?

– No, solo quell’Alfeo e basta.

Sua madre abbandonò la stanza e Germano ricadde sul cuscino come se fosse stato calamitato poi di botto si alzò per andare a farsi una doccia per poi uscire a cercare magari qualcuno dei suoi amici, ma soprattutto Mina. C’era qualcosa che doveva capire e che in qualche modo gli ruzzolava nella testa senza che gli riuscisse di formarsene un’opinione. A quell’ora probabilmente Sandro e Dott. Cynicus erano ancora a letto, specie Sandro che non aveva una genitrice in loco a sorvegliarlo dappresso. Pensò che li avrebbe contattati nella tarda mattinata per avere loro notizie, ora voleva sapere di Mina e cominciò a prospettarsi ipotesi e congetture sull’opportunità di fare una capatina a casa di lei, dove dopo tutto non era un estraneo ma le convenienze e le precauzioni che avevano messo in moto quell’improvvisa separazione fuori dal Sole Nero lo inducevano a considerazioni prudenti, per non fare mosse sbagliate nei confronti della sua amica e nei confronti di una situazione di cui non era perfettamente al corrente e riguardo alla quale continuava a domandarsi, senza trovare una ragionevole risposta, perché mai la sua amica non lo aveva contattato né si era resa disponibile per ragguagliarlo circa gli sviluppi di quella informe minaccia (?).

Chinese Mask

Fu preso da una improvvisa frenesia di correre a verificare presso l’abitazione di Mina, a chiedere spiegazioni e novità, cui gli pareva di avere diritto, un forte desiderio di rivedere coloro da cui si era separato in maniera inaspettata il giorno precedente a Genova e ascoltare il loro rientro a Milano, aveva desiderio di notizie delle persone che gli premevano e perfino l’abituale abluzione mattutina gli parve un ostacolo da superare il più in fretta possibile. Pianificò di telefonare ad Alfeo per farsi venire a prendere con la sua macchina, che era rimasta in consegna all’amico e poi andare insieme alla ricerca dei colleghi ma fu prevenuto dallo stesso che arrivò a casa sua accolto dai genitori mente era in bagno, per cui poté felicitarsi di accorciare le incombenze prima di intraprendere il giro che si era imposto, ora poteva farlo in compagnia, e forse ne aveva bisogno, il sonno era stato denso e pesante ma non molto ristoratore, piuttosto foriero di strani presagi, quelle sensazioni che non sono delle premonizioni, perché Germano era un tipo coi piedi per terra, ma che ti inducono a guardare la realtà con una prevenzione sospettosa senza sapere bene perché e senza che alcunché di preciso prenda forma nella mente; uno stato d’animo più che altro.

La vista di Alfeo lo mise di un umore decente, non proprio di “buon” umore ma in uno stato d’animo sufficientemente positivo per potere affrontare la giornata, che presumeva ricca di novità, forse non tutte buone. La compagnia del collega gli consentì di scavalcare la dogana famigliare senza tante domande e discorsi ritriti, per via della differenza di generazione. Alfeo salutò la madre di Germano il quale fece altrettanto e uscirono di corsa in strada, dove Germano domandò all’amico se voleva accompagnarlo prima a casa di Mina e poi dai BDdLC, nelle persone di Sandro e Claudio, Alfeo ne fu felice e si avviarono.

l’Oscuro… lo Scuro… …

Forse è il caso di sottolineare che l’ingenuità di Mina era stata un po’ presuntuosa; l’essere consapevole di avere avuto un colloquio con un magistrato, sebbene in circostanze non formali e fuori da un palazzo di Giustizia, probabilmente era qualcosa che avrebbe dovuto condividere con le sue conoscenze, almeno quelle più coinvolte, ma era in preda ad una contraddizione logica e mentale che non riusciva a sanare, in cui non riusciva a trovare il senso, persa fra il desiderio di protrarre un po’ la sua storiella con l’Antonnomi e l’intima repulsione che aveva provato la sera precedente per la sua amica di sempre. Era come fuori di sé, non per un senso di rabbia, sentimento che provava raramente, quanto per l’inaspettata novità che con la subdola collaborazione di altri gli aveva propinato l’amica, di cui proprio non riusciva a trovare un nesso nella sua persona; se quello che ieri sera gli era stato chiesto neanche troppo velatamente era vero – e lo era -, qualche cosa nella sua vita doveva essere riveduto, forse non corretto perché il passato è monolitico, ma andava tenuto presente.

TV

La serata a casa dei Fernet–Speddenno era terminata in una noia mortale, per lei, che si era rintanata in una specie di mutismo ermetico attraverso il quale osservava i presenti auspicandosi la sortita da quello strano appartamento nel più breve tempo possibile, quelli però l’avevano tenuta sotto blandizia per un tempo che a lei parve infinito come se si aspettassero di essere ricompensati per la loro ostinazione e perseveranza e attendessero il giusto godimento delle loro istigazioni nella sua gioiosa accondiscendenza. Se lo potevano scordare, pensò Mina osservando quei due tizi strani che sembravano un’imitazione pretesca della cinematografica famiglia Addams. Mina si era trovata a sperimentare una realtà di sé stessa che non gli corrispondeva proprio nell’immagine che aveva di sé e l’amica di sempre le apparve d’improvviso una perfida idiota di cui non sapeva più cosa pensare, perché con tutti i segreti che avevano condiviso avrebbe potuto metterla in imbarazzo con più di qualcuno e intristirgli il presente oltre ogni previsione. Tenne duro e li prese tutti per stanchezza, riuscì a defilarsi insieme con la fedifraga Guendalina ad un’ora che non era ancora tarda, per cui la sua amica le propose una continuazione della serata a cui oppose la scusa di una provvida cefalea e si fece portare a casa ostinandosi nel suo mutismo mascherandolo con l’espressione del mal di testa tipo.

Quando arrivarono sotto casa sua e l’amica le augurò la buona notte scambiando con lei il classico bacini-bacini-ci-vediamo-domani, sperimentò la sensazione di Cristo nell’orto dei Getsemani.

La notte insonne non le portò alcun consiglio e la mattina, in preda ad un totale senso di ripicca verso alcuno di definito o verso il mondo tutto, era uscita di casa un po’ prima del solito senza una meta precisa ma con l’intenzione di attuare qualcosa o chiedere aiuto o consiglio, benché non avesse nessuno con cui potesse mettere in chiaro la sua vita senza mettere in imbarazzo il suo interlocutore e se stessa. Prese la macchina con l’intenzione di recarsi dalla sua vecchia conoscenza originaria di Gallarate – e non della Cina-, per chiedergli che cosa mai gli era venuto in mente di mandarla a cercare e rivangare un passato che lei considerava remoto e defunto, ma del soggetto non aveva notizia di recapiti recenti e validi, poi le indecisioni si fecero contorte e inestricabili, pensò di telefonare invece all’Antonnomi e cercare un po’ di sollievo nella sua (di lui…) sicurezza esistenziale, poi scartò anche quell’ipotesi e pensò a Germano, ai suoi colleghi, alle sue amiche, quelle del periodo positivo, dell’università, delle feste senza bamba e senza vecchi maiali e le venne il timore di non avere nulla in comune con loro, di essere terribilmente isolata senza alcuna prospettiva di superare difficoltà che trovavano radice nella sua adolescenza, si sentì terribilmente sola, ma non troppo o non per davvero, il commissario Bellosi in persona la stava tampinando per vedere dove l’avrebbe condotto e cosa gli avrebbe fatto scoprire, mentre Rino e Aldo stavano alla posta di soggetti a lei connessi.



Quando Germano scese in strada per dirigersi alla Panda parcheggiata lì vicino, Aldo si drizzò sul sedile della Tipo bianca fornita dai contribuenti e borbottò qualcosa fra sé in un tipico frasario ironico, come per annotare mentalmente, poi considerando la presenza di Alfeo a fianco del sorvegliato annotò sul suo taccuino l’ingresso in scena di un nuovo personaggio vestito di nero. Che cosa avesse fatto Mina il pomeriggio precedente era ormai acclarato agli atti della legge, ora si aspettavano che gli sviluppi si biforcassero o in direzione del Cinese o dell’Antonnomi, fino alla tana della Brigonzi e magari oltre… magari…

Saliti in macchina, Germano alla guida, Alfeo finse di essere distratto ma in realtà stava osservando il suo collega ed amico con una certa aspettativa di risposte su atteggiamenti di cui era stato inizialmente compartecipe e poi tenuto all’oscuro per sopravenute oscure urgenze. Per qualche minuto Germano non disse nulla, poi quando furono bene instradati nel flusso ordinario della circolazione guardò Alfeo e gli disse:

– Ti ringrazio per non avere fatto domande l’altra sera e per avere preso in consegna la mia macchina fino ad oggi.

– C’è qualcosa che sarebbe meglio che sapessi? – chiese Alfeo timidamente.

– Forse sì, anche se non ne sono completamente al corrente nemmeno io. Quello che so è che un tizio che Mina conosceva anni fa, un tizio davvero pericoloso, pare che sia una specie di delinquente, un trafficante di droga ad alto livello, uno che bazzica gente infida e che specula sulla vita delle persone, beh, pare che questo tizio si sia messo in testa di contattare Mina per motivi sconosciuti inerenti i suoi traffici.

Traffico

Germano guardò Alfeo per un istante e poi proseguì.

– Che cosa voglia non lo so ma di certo non è per amore dei loro vecchi tempi, di cui so poco o nulla, anzi, direttamente nulla. Però il professor Trifarro si è offerto, dietro un coinvolgimento un po’ casuale e un po’ ingenuamente cercato, di offrire il suo aiuto tramite conoscenze che ancora non mi so spiegare e ci ha consigliato caldamente di starcene alla larga da Milano per un po’ di giorni. Poi l’altra sera al Sole Nero, d’improvviso, come se ci stessero pedinando, s’erano fatti vedere alcuni tizi che il Cusani giura siano connessi con questo ex amico di Mina e tutto ad un tratto è successo che abbiamo deciso di lasciare Milano nella maniera che potevamo improvvisare e ci siamo separati, Mina con Guenda (e qui Germano fece una faccia strana guardando verso Alfeo), che mi pare interessata a te – e rise sommessamente e distrattamente guardando l’asfalto che scorreva davanti al veicolo in movimento – e io insieme al Cusani e al Marzenit ci siamo diretti al Genova per partecipare alla protesta contro il G8. Da allora non ho notizie di Mina, e di Claudio e Sandro so che dovrebbero essere rientrati a Milano ma non voglio disturbarli almeno fino a mezzogiorno.

– Siete stati a Genova? E cosa avete fatto? Avete davvero preso parte alla protesta?

– No, ci siamo limitati a sopravvivere, ed è stato anche impegnativo. Ehi, il professor Trifarro non ci ha più contattati, tu ne sai nulla di lui, l’hai visto per caso?

– Credo che abbia altro da fare in questo momento, è stato mandato a Trieste per un convegno e rientrerà lunedì, o forse già domenica sera ma questi sono fatti suoi.

Illiria

– Chi te l’ha detto?

– Me lo ha detto qualcuno … Dove stiamo andando?

– A casa di Mina, sono un po’ in pensiero per lei, non ci sentiamo dall’altra sera e con questa gente che gli gira intorno…

– Sei geloso? Che cosa hai paura che gli facciano?

– Geloso? A che cosa serve? No, qui c’è qualcosa di pericoloso che ci sta ronzando attorno e non ho la minima idea di chi o cosa, a parte quel tipo uscito dalla preistoria di Mina.

Alfeo non fece commenti ulteriori e comunque erano arrivati nei pressi dell’abitazione di Mina, Germano parcheggiò e gli chiese se voleva salire anche lui:

– Non mi sembra il caso, se avete qualcosa da chiarire potrei essere solo d’intralcio, ti aspetto qui, poi eventualmente andiamo da qualche parte insieme.

– Va bene, torno tra poco.

Con i genitori di Mina Germano non aveva un gran rapporto, non che gli stessero antipatici o li ritenesse strani, semplicemente non ne aveva uno. Il padre di lei era poche volte o quasi mai in casa in orari lavorativi e se non in ferie, e la madre aveva sempre un atteggiamento spiccio, non di rado ironico, di quell’ironia gratuita stile adulti delusi dalla vita e poco propensi a comprendere o soffermarsi a considerare punti di vista differenti, quegli adulti che evitano l’autocommiserazione sfogando il sarcasmo sull’esistenza altrui. Non che trovasse la cosa scandalosa o fosse egli stesso permaloso per certe affermazioni che si pretendevano spiritose sulle cose della vita in generale ma che dimostravano invece un arretramento in sé stessi piuttosto che una critica vera e propria, piuttosto per una irritante sensazione di stranezza che sfociava in una antipatia, tollerata per il bene della sua frequentazione con Mina. Germano a volte si domandava quale atteggiamento avesse tenuto quella donna durante le sue lezioni, perché aveva effettivamente insegnato per molti anni, e ogni volta giungeva alla conclusione che avrebbe preferito non averla mai avuta per insegnante e siccome così era stato si felicitava con sé stesso per il pericolo scampato.

– Mina non è in casa.

Fu la risposta secca e non specificamente richiesta della voce mammesca al citofono quando lui aveva semplicemente detto «Sono Germano». Quella risposta così immediata gli si era tradotta nella mente come una specie di «Che ***** vuoi?», mentre lui voleva semplicemente avere notizie, che avrebbe potuto fornirgli se gli avesse semplicemente detto «Sali», o se avesse semplicemente aperto il portone per farlo entrare nel condomino, così aveva dovuto insistere, e a nessuno piace essere insistente.

– Posso salire un momento?

Invece di dare una specie di benvenuto preventivo con un «Sali pure», la serratura si aprì con lo schiocco tipico mentre lui immaginava un «E vabbè, se proprio insisti ti faccio salire».

Festa della Mamma

La madre di Mina lo stava aspettando sulla porta come se temesse di lasciarlo entrare e quando se lo vide sul pianerottolo neanche si scansò per dire un semplice «Accomodati» e solo ostinandosi ad avanzare verso di lei la donna si scansò per farlo entrare, il Gran Lavoratore non era in casa. Ora, la madre di Mina non era certamente una persona sgarbata, visti anche gli studi e le esperienze scolastiche attraverso le quali si acquisisce sempre, o quasi, una certa attitudine alla convivenza civile, però Germano gli aveva sempre riscontrato quei modi che non sono proprio rudi ma che cercano sempre di metterti in buca, come se la vita dovesse essere necessariamente un campo da golf.

– Hai un aspetto strano – disse la donna osservandolo un po’ da sotto in su.

– Sarà perché ho mal di testa – disse Germano che aveva dormito sei ore su oltre quarantotto.

– Hai sbattuto la testa contro la colonna di Sant’Ambrogio?

Colonna del Diavolo – Milano

Ecco, questa era la tipica battuta mamma-di-Mina-«”»style«”». Sebbene non esista in Milano una colonna di Sant’Ambrogio, a Germano parve di cogliere un indizio deviante, per cui la colonna di Sant’Ambrogio si trasferì mentalmente nell’etimo colonna, e lui lo sapeva chi ci aveva sbattuto la testa contro la colonna di Sant’Ambrogio – che in realtà si chiama “Colonna del Diavolo” -, e con quali protuberanze, secondo la leggenda nota a tutti i milanesi. Restò un istante senza parole, perché sapeva che quella donna era priva del sense of humour, quello bonario del fare le battute tanto per ridere. No, alla donna piaceva essere ficcante e certamente credeva di stare un gradino al di sopra degli altri, quella minima altezza che la femmina riteneva essere la distinzione fra l’astuzia e la coglioneria. Germano non raccolse e si limitò a dire:

– Dove la posso trovare?

– Non ha detto dove andava e non so quando tornerà.

– Sa per caso per quale motivo tiene il cellulare spento? Non riesco nemmeno a telefonargli.

– Questo proprio non lo so, comunque anche ieri sera ha usato il telefono normale – e indicò l’apparecchio posato sopra un piccolo trumeau che cercava di stare appiattito contro il muro nel corridoio non troppo spazioso di un appartamento tipo dell’urbanizzazione da assalto frutto dello sviluppo del paese.

Germano si domandò se la donna sapesse degli interessi morbosi che il cosiddetto Cinese nutriva ultimamente nei confronti della sua figliola e senza esitare si rispose da sé che no, non lo sapeva e da Mina certamente non lo avrebbe saputo e tanto meno da lui. Si domandò anche se fosse proprio il caso di essere così strafottenti verso la vita, specie dopo avere tratto la propria bella figliola dalle grinfie di un futuro abbastanza pessimo, ma qui si fermò, il moralismo non era il suo campo e nemmeno lo sarebbe diventato, la donna comunque non si meritava la verità, per cui giunse ai saluti.

– Mi farebbe la cortesia di dirgli di mettersi in contatto con me appena può?

– Senz’altro – disse la donna con una gentilezza sospetta, e poi subito aggiunse – Vuoi qualcosa per il ma di testa?

– No grazie, adesso mi passa. Devo andare, grazie di tutto e scusi il disturbo.

Germano sorrise verso la madre di Mina, agitò una mano in segno di saluto e si avviò alla porta, con un certo sollievo. Gli parve di udire qualcosa che aveva la parvenza della voce della donna quando si chiuse l’uscio alle spalle ma non ne fu certo, però scese in strada accompagnato da una brutta sensazione che si dissolse quando vide il volto sereno e un po’ ingenuo di Alfeo che lo osservava avvicinarsi alla Panda.

– Non è in casa – disse Germano salendo in macchina.

– Quindi?

– Si va a casa di Dott. Cynicus o di Sandro, anzi, passiamo a svegliare Dott. Cynicus e poi andiamo a casa di Sandro, niente parenti in mezzo a fare domande.

Seduto nella Tipo bianca Aldo osservò il suo soggetto uscire dal condominio dove abitava Mina e si fece l’idea che quei due non lo avrebbero condotto ad alcuna novità. Non ebbe nemmeno bisogno di chiedere conferma o autorizzazione perché il commissario Bellosi lo contattò per farlo rientrare, novità in vista, pensò Aldo, e dal tono di voce non troppo buone.

Prossimamente il trentaseiesimo capitolo

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