Una storia italiana – Romanzo a puntate (03)

romanzo a puntate (03)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo III°

(03)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

La casuale riunione s’era animata e più di qualcuno teneva banco sulle notizie del giorno circa il G8 di Genova, a cui alcuni fra di loro avevano in animo di presenziare per incrementare lo schieramento della protesta, cosicché il parlare di molti sovrastava l’ascoltare di pochi. Trifarro pareva distante, con un termine volgar folcloristico lo si sarebbe potuto definire scoglionato. Anche Trifarro aveva pianificato una sua partecipazione alla protesta di Genova, ma le difficoltà che l’amministrazione gli aveva creato lo avevano tenuto sulla corda fino all’ultimo nella speranza di poter esprimere alcune idee circa il suo modo di vedere le cose della storia, poi successe semplicemente quello che è nell’ordine delle cose, e come ebbe a dire un suo conoscente: «La storia ha una forma esatta e precisa, come quella di un sasso»; ciò che non può nemmeno essere messo in discussione, per quanto la storia sia una discussione continua. E ora, nell’incipiente calura della mattina di luglio, si trovava all’ombra degli alberi di Largo Richini in compagnia di studenti che si aspettavano da lui qualcosa per cui avevano rinunciato ad un allegro fine settimana estivo o forse, come egli stesso aveva in animo di fare, a qualcosa di più impegnativo ma non meno coinvolgente; non che fosse amareggiato, qualche piccola sconfitta personale non lo disturbava, ma gli pareva che qualcosa o qualcuno lo allontanasse sempre di più da un giusto senso delle cose e della vita, non tanto per una imposizione personale – l’arrivismo non era parte delle sue prerogative –, quanto per una nascosta istigazione alla omologazione che gli pareva di riscontrare e a cui non aveva il coraggio di opporre sufficiente resistenza, magari perché sarebbe stato perfettamente inutile.

Si domandò se avesse potuto semplicemente stampare la sua relazione al computer e distribuirla in maniera informale affinché quelli interessati se la fotocopiassero, ma nell’opposizione che la direzione aveva opposto alla sua intenzione una volta abbozzati con i sui superiori, anche solo sommariamente, gli argomenti di cui intendeva parlare, aveva intravisto qualcosa di segretamente ostile che non solo non riusciva a comprendere ma che gli metteva addosso un profondo disagio. A dire la verità nessuno gli aveva posto dei veti ma la sua posizione di precario lo teneva in uno strano equilibrio in cui cercava di non compromettere ipotesi di una carriera che per la sua età poteva già definirsi tardiva e uno sguardo non conciliante o un parere vagamente critico da parte dei titolari di cattedra o amministratori a pieno titolo lo mettevano in una condizione di introspezione eccessiva. Cosicché distribuire in forma stampata qualcosa nel cui riguardo aveva subodorato un certo antagonismo gli solleticava miriadi di sospetti sulla fiducia nel genere umano e nella bontà e disponibilità delle persone verso il prossimo, che d’altronde, come sapeva già dai tempi dell’asilo, è qualcosa che resta confinata nella mezz’ora di predicozzo domenicale presso le chiese di ogni ordine e grado.

I ragazzi intorno a lui sembravano intenzionati ad ascoltare qualcosa comunque, anzi, altri ne arrivavano. Dario, Fedora e Cesira si erano appena aggiunti all’assembramento; tutti intenti a parlare fra loro o a rivolgergli domande brevi da cui si aspettavano risposte altrettanto brevi, nella certezza che presto, in un modo o nell’altro, la relazione che Trifarro aveva in animo di tenere sarebbe stata espressa. Anche Laszlo era arrivato; Trifarro cominciò a convincersi che quattro chiacchiere in libertà all’ombra degli alberi in una bella giornata estiva lo avrebbero riconciliato con il mondo degli umani e alleviato di ombrosi sospetti, cosicché cominciò a guardarsi intorno per organizzare una lezione on the spot, tutta questa gioventù bene intenzionata non andava delusa. Alcuni avevano smesso di parlare fra loro e lo guardavano in attesa di indicazioni, attesa motivata da lui stesso per via delle aspettative che aveva creato proponendo come imminente qualcosa di cui aveva intenzione di parlare in qualità di assistente universitario. Cesira, tra gli ultimi sopraggiunti, chiese dove avrebbero tenuto la conferenza, mettendo un poco di enfasi burocratica nell’evocazione verbale di quel termine. Trifarro la guardò negli occhi con un’espressione neutra e distante che intendeva essere propedeutica alla decisione di sedersi sul prato e conversare su ciò di cui voleva parlare.

– Di che cosa ci parlerà? – incalzò Cesira.

– Del postmoderno e forse del ’68 – disse Trifarro guardandosi attorno per vedere come organizzarsi.

– E cosa sarebbe questo ’68? – chiese Pia.

– Qualunque cosa sia ho una mezza idea che non lo troverai sul Kamasutra – disse Gianni

– Scemo – fece eco una voce femminile dal mucchio.

– Sentite – disse Trifarro sedendosi sul prato – mettiamoci seduti qui e vediamo di non sprecare una giornata, visto che siamo rimasti a Milano.

I ragazzi cercarono di disporsi all’intorno in una specie di doppio semicircolo davanti a Trifarro; Bonbon maneggiò e trafficò per trarre da parte nella fila posteriore Laszlo, che era appena arrivato, ma questo pareva terribilmente incuriosito da ciò che Trifarro avrebbe detto e cercò di andare ad accomodarsi sul prato quasi di fianco a Trifarro, ma l’Oscuro, o anche lo Scuro dato l’incertezza sulla corretta dizione poiché i soprannomi di norma non vengono scritti, che non visto da alcuno dei presenti si era appena aggiunto all’assembramento, lo precedette con quel suo tipico modo di fare tra l’assente e il distratto che ti faceva notare la sua presenza solo quando te lo trovavi davanti come i gatti che non capisci mai da dove siano sbucati quando li vedi vicino a te, si spianò in posizione del loto esattamente alla destra di Trifarro; Zaira, Argia, Germano e alcuni altri subito a fianco in una progressione semicircolare che pareva un piccolo domino umano; così Laszlo senza ascoltare Bonbon lo assecondò senza volere sedendosi alle spalle di Germano che aveva trovato posto di fianco ad Argia. Bonbon si sedette alla destra di Laszlo. Germano si era accorto delle manovre di Bonbon e pensò che questi due avevano qualcosa di cui parlare, certamente Bonbon a Laszlo, non il contrario, poiché Laszlo aveva una innata abilità a stare alla larga dai problemi e a godersi ogni opportunità; non erano comunque fatti suoi.

lo stile dell’Oscuro, o lo Scuro; alias l’Alfeo

Zaira e Argia erano veramente due creature, in quel senso della sospensione dell’essere che contiene la parola “creatura” quando si vuole indicare leggerezza, gentilezza, ingenuità e innocenza. Si erano mutate e abbreviate reciprocamente i nomi in Zara per Zaira e Gìa per Argia, in un gioco soltanto loro e per loro stesse. Quelli che le conoscevano e le frequentavano non vi facevano caso per nulla e forse segretamente approvavano in loro quel desiderio esaudito di reciproca fiducia, alcuni le chiamavano con i nomi aggiornati, senza magari rendersi conto che la cosa non era esterna alle due ragazze, che non avevano alcun timore a chiamarsi con i nuovi nomi in presenza di altre persone che magari conoscevano i loro dati anagrafici reali; loro comunque rispondevano sempre allegramente ed ora osservavano Trifarro vagare con lo sguardo all’intorno com’era solito fare per cercare concentrazione ogni qualvolta doveva esprimersi davanti ad un uditorio. La cosa non appariva per nulla accademica; sedici ragazzi seduti su di un prato di fronte ad un assistente universitario in attesa di qualcosa che non aveva una classificazione e poteva essere condivisa solo in maniera informale li rendeva consapevoli magari non di una stramberia, ma di qualcosa che poteva essere o molto interessante o molto avvilente e alcuni fra loro si scambiavano furtive occhiate interrogative del tipo: «Siamo sicuri che ne valga la pena?»; per qualcuno il dubbio di avere rinunciato ad un fine settimana balneare per qualcosa di incerto restava ancora irrisolto. Trifarro trasse da una borsa a tracolla che aveva con sé un malloppetto di fogli in formato standard, in parte scritti a mano e inframmezzati da fotocopie frettolose di quelle che vengono con in bordi neri, orlati di post-it gialli e rosa a segnalare punti che riteneva salienti, li scorse frettolosamente in una caleidoscopica successione di variazioni espressive come a richiamare una intima epitome per un punto di inizio, poi Trifarro si schiarì la voce con qualche colpetto di tosse ed iniziò a parlare.

È conscio dell’evoluzione che questa convinzione ha sviluppato nel corso della sua esistenza, che nella stessa età dei suoi ascoltatori, e anche nel periodo del liceo e dell’adolescenza, ricorda di avere percepita dentro di sé senza averla ancora compresa, e cercato di sfogare indirizzandola verso l’impegno sociale ottenendo solo frustrazione e tentativi di isolamento. Ora, a quarantadue anni, vede chiaro a sufficienza per sentirsi vagamente voyeur di fronte a questi ragazzi, intelligenti sì, ma ancora sprovveduti di fronte alla concretezza della Vita, che ti stende molto, molto più spesso per offenderti che per scoparti, che non di rado ti scopa per offenderti e li osserva con uno sguardo che per se stesso avrebbe definito protettivo, per quanto può essere protettivo uno sguardo; più che altro si identifica in loro con un atteggiamento mentale che fatica sempre a trasformare in empatia. Irma si accende una Marlboro in una sequenza di mosse che, pur non studiate o premeditate, si riuniscono concettualmente nel big-bang del suo io e nell’esposizione di tutta la sua disponibilità positiva alla vita. Trifarro non ha mai fumato e benché pubblicamente disapprovato da un salutismo dilagante tanto utile quanto becero non l’approva né lo disapprova, per quanto una buona attenzione alle cose della salute sia auspicabile sotto molti punti di vista e trova ridicole quelle scritte sui pacchetti delle sigarette del tipo «Il fumo uccide», «Il fumo provoca malattie cardiovascolari», che scientificamente risultano dimostrate, ma che nell’ottica della vita umana appaiono socialmente o commercialmente comiche, ogni cosa al mondo è in grado di ucciderti se utilizzata nel modo sbagliato, senza tenere conto del fatto che non pochi salutisti fanno tendenzialmente cose spericolate o almeno pericolose per dimostrare di essere in salute, poi magari finiscono ugualmente in ospedale, solo che invece che in cardiologia finiscono magari in ortopedia. E comunque nessuno è mai morto sano come un pesce, e inoltre come si ripete nei testi propedeutici alla filosofia e alla logica, «Socrate è uomo», «Ogni uomo è mortale», quindi…

Irma si accende la sigaretta, espira il fumo in alto alzando la testa leggermente all’indietro e inarcando la schiena tenendo sempre i suoi occhi chiari puntati su di lui, poi si passa la Marlboro nella mano sinistra e riprende a scrivere tenendo il blocco degli appunti e la sigaretta con la mano sinistra, il volume del suo respiro descritto dal fumo azzurrino viene dilatato e disperso in alto da una debole brezza estiva, tiene una posizione del loto perfetta ma la sigaretta nella mano sinistra è fuori luogo per un simile immaginario; una polo attillata Q. B. esalta le sue forme, Fosco pensa che l’ovale del suo viso si accorda con il colore della sua maglietta e pensa anche che è un pensiero irrazionale, almeno per qualcuno che non si interessa di moda, come è il suo caso. I BDdLC sono momentaneamente scissi, Sandro e Mario in seconda fila, se così si può definire la posizione “campestre”, più o meno dietro Dario e Fedora, Gianni dietro ad Alfeo, che sa essere soprannominato lo Scuro, o l’Oscuro per via delle sue tendenze gotiche, ed in effetti anche oggi nella mattinata di luglio da almeno 28° all’ombra è regolarmente vestito di nero; non si volta a guardarlo perché Alfeo alias L’Oscuro/lo Scuro si trova immediatamente alla sua destra e se si voltasse a guardarlo direttamente o troppo spesso oltre a metterlo in imbarazzo lascerebbe pensare agli altri che Alfeo alias L’Oscuro/lo Scuro gli pare un tipo strano, il ché sarebbe ingiusto e non vero. Fosco non si abbassa mai ad usare soprannomi, a tale riguardo ha sempre in mente la leopardiana affermazione «i cui nomi strani è vanto saper», che descrive un popolino dedito a definirsi superficialmente e quasi mitologicamente, deve mantenere distanze professionali; però alcuni atteggiamenti lo intrigano, come i BDdLC, per esempio, di cui ha rilevato una momentanea separazione, Gianni da una parte, alla sua destra dietro allo Scuro, o l’Oscuro che dir si voglia, Sandro e Mario al centro in seconda fila e gli pare una novità, ma forse questa unità e compattezza non esistono, non si azzarda mai a intrufolarsi nelle loro discussioni o a lasciarsi agganciare in una delle loro tirate goliardiche, Sandro sa essere ficcante in senso logico e Gianni a tratti pare l’alter ego di Dott. Cynicus, niente di spaventoso ma i ruoli esigono distanze.

Trifarro nutre per Sandro una profonda ammirazione, che non ha il coraggio di esternare a causa dell’imparzialità che il ruolo gli impone, lo vede come immerso in un’aura ultraterrena, come se fosse lì per sbaglio oppure in missione segreta per conto di Hermes, il dio greco s’intende, il suo aspetto ha qualcosa di efebico e maturo ad un tempo, anche se non sempre è astuto come Hermes vorrebbe, i suoi capelli tagliati in una pettinatura stile anni cinquanta con la sommità del capo affollata di capelli assediata da una sfumatura sufficientemente alta da fare risaltare alcune ciocche spioventi sulla fronte si accordano perfettamente con i suoi lineamenti mediterranei ornati da lenti discretamente spesse, pare uscito da una foto di gruppo del dopoguerra. Argia e Zaira di quando in quando si scambiano domande e suggerimenti sottovoce, in quel flebile parolare di respiro e corde vocali mute da confessionale e si aggiornano vicendevolmente gli appunti fra sussurri e sospiri, sembrano due cherubini intenti a cazzeggiare di nascosto da Dio. Nota che hanno ciascuna un indumento dello stesso colore e il fatto non sembra casuale, lo ha già notato altre volte e la trova una cosa simpatica, per quanto vagamente sciocca. Fosco le guarda e gli paiono una unica unità umana, come quattro occhi che guardano da uno stesso volto, due bocche che si esprimono dallo stesso cervello, sono stupefacenti e ammalianti nella loro infantile gentilezza, ad osservarle le differenze fisiche sembrano scomparire, il differente colore dei capelli e degli occhi, la taglia corporea non esattamente uguale, Zaira è almeno cinque centimetri più alta, tutto scompare nella loro uniforme gentilezza verso il mondo. Germano sbircia in direzione di Mina, che non lo nota, anche perché coperta in parte da Fedora, che è sulla traiettoria dello sguardo di Germano, il quale si sbilancia un poco in avanti per aprire la visuale sulla sua ragazza. In quel preciso momento non sembra distratto, sembra diversamente attento, per usare un eufemismo politicamente corretto. Fosco però sa che non mancherà di approfondire quello che sta dicendo, magari aggiornandosi sugli appunti di qualcun altro.

Dott. Cynicus lo preoccupa, quella sicurezza che erige attorno a sé sembra più che altro una maschera proiettata contro lo sguardo degli altri a difesa di una sensibilità verso il mondo al limite del tollerabile, e in effetti, anche se è attento, lo sta guardando in una maniera peculiare e lontanamente estraniata e nei suoi occhi gli pare, magari con non poca fantasia, di leggere il messaggio «Sopportabilità esaurita. Attivare la vita di riserva», e questo a ventidue o magari ventitré anni, forse non ancora compiuti. Il suo aspetto sempre impeccabile pare nascondere una fragilità intima, non che sia costantemente “elegante” stile Via Montenapoleone, semplicemente non appare mai in disordine, e anche qui, seduto a gambe incrociate sul prato, riesce e sfoggiare una camicia dalle maniche rimboccate che sembra stirata da due minuti e ci puoi giurare che quando si alzerà i suoi jeans non avranno le borse alle ginocchia, sembreranno appena indossati. Fosco pensa che una cosa del genere deve richiedere un grosso sforzo umano. Bonbon e Laszlo parlano, non stanno ascoltando ciò che dice. Nulla di nuovo sotto al sole. Bonbon copierà gli appunti da Pia o Cesira, Laszlo… beh, Laszlo sembra che non abbia alcuna intenzione attiva al riguardo, a parte la distrazione di Bonbon, che gli parla ogni tre minuti, pare che lo stiano ascoltando come se si trattasse della televisione. Germano lo guarda, ma la sua attenzione sembra deviata da qualcosa, non è un atteggiamento normale in lui, ha come una specie di lieve, appena percettibile movimento compulsivo in direzione di Laszlo e Bonbon che sono seduti alla sinistra dietro di lui, forse lo stanno distraendo con le loro chiacchiere. Non ha idea di cosa si stiano dicendo; avendo avuto anch’egli la loro età, ed essendosene liberato come la serpe della sua vecchia pelle, potrebbe fantasticarci sopra, nulla di più inutile, la sua orazione deve procedere. Si domanda, in una forma retorico-fantastica della sua seconda attenzione, chi di essi lo tradirà, non è una cosa religiosa; è solamente vecchio a sufficienza per sospettare paranoiche intrusioni circa investigazioni dei servizi segreti civili e di fanatici politici a scopi denigratori nelle sue attività universitarie, e non solo. La sua domanda principale è «Sì, d’accordo, sono paranoico. Ma sono sufficientemente paranoico?». Qualcuno di questi ragazzi è probabilmente in contatto con la parte oscura della democrazia, e pensa che è anche inutile sapere chi. D’improvviso si sente ridicolo per avere evitato di stampare la sua relazione, su cui il suo uditorio sta prendendo appunti, con non poca meraviglia da parte sua dato che si tratta di una orazione molto informale per il quale nessuno chiederà opinioni o sviluppi individuali, certo non tutti, però si sente discretamente appagato dal punto di vista umano; e consapevole dell’adunata che ha organizzato qui all’aperto in Largo Richini si rende improvvisamente conto che ha esposto pubblicamente, vale a dire in senso proprio poiché sono in un giardino pubblico, ciò che in precedenza ha voluto evitare di diffondere per iscritto stampandolo al computer. Non ha nulla di cui rimproverarsi, si tratta solo di letteratura e opinioni in libertà ma statisticamente parlando è altamente probabile che almeno uno o forse due dei giovani che ha davanti sia cerebralmente molto più vecchio di lui stesso.

Alla citazione di Big Bill Broonzy qualcuno avanzò la richiesta di sentire un po’ di musica, un riflesso condizionato forse dalla necessità di una pausa o dalla stanchezza per la posizione scomoda. Seguirono commenti e mormorii, Trifarro chinò il capo da un lato per lasciare andare questo momento di distrazione, sapeva che in breve si sarebbero ricomposti autonomamente. Mentre alcune ragazze avevano alzato la testa dal blocco di appunti per scambiarsi qualche commento Germano, non coinvolto da nessuno e in parte distratto dalle battute, se ne stava con la testa fra le nuvole, un po’ perso in questa inedita novità di una specie di lezione all’aperto, sentiva le voci dei suoi compagni come in un sottofondo, una specie di colonna sonora e fra il blandi lazzi dell’intermezzo colse al volo alcune parole in parte smozzicate e incomprensibili ma a tratti bene udibili di cui però indovinava la voce, parole che non sembravano rivolte pubblicamente e che provenivano da dietro di lui; la voce pareva quella di Bonbon, il quale, approfittando della momentanea distrazione generale nel chiacchiericcio, chiedeva a Laszlo se poteva aiutarlo con un problema che gli era sorto improvvisamente quella stessa mattina. A Germano dei problemi di Bonbon non poteva fregargliene di meno, li aveva sentiti confabulare a mezza voce per tutta la tirata iniziale di Trifarro infischiandosene ma sentendosi un po’ disturbato, però incastrato com’era in mezzo a quel piccolo anfiteatro non aveva modo di allontanarsi o di distrarsi altrimenti. Cercò di darsi un contegno di indifferenza che non desse sospetto a Bonbon del fatto che di quello di cui stava parlando qualche brandello sconnesso da un senso compiuto arrivava anche alle sue orecchie, non sapeva nemmeno di cosa stessero parlando e a dirla tutta nemmeno voleva ascoltare e si sporse verso Argia chiedendo una banalità per darsi un tono, ma questo non bastò a distrarlo e captò, senza rendersene immediatamente conto, alcune parole che raggiunsero la sua attenzione in seconda battuta, essendo Gemano il tipo che non si interessa degli affari degli altri, anzi, quando troppo coinvolto si sente imbarazzato, però quelle parole, anche se in ritardo acuiscono la sua attenzione, sente il nome di Mina, che da almeno un anno o forse due considera la sua ragazza e dalla quale pare corrisposto, non esattamente la fidanzata ma qualcuno di speciale nella sua vita, e sente un nome singolare associato a quello della sua amica, sebbene disturbato dai rumori all’intorno e non è ben sicuro di ciò che sta udendo «…il Cinese vuole … la vuole incontrare … e a tutti i costi … … Mina … sì proprio Mina …» che desta completamente il suo interesse, la voce è quella di Bonbon, tarata su una nota di vago spavento, come se stesse rispondendo a qualcuno che gli chiede qualcosa di preoccupante mentre è intento a qualcosa che lo diverte o lo rilassa.

Germano anche senza guardarlo poteva immaginarselo non proprio calmo e freddo solo a sentirlo dal timbro di voce, il fatto stesso che non riuscisse controllarne pienamente il volume ne era un chiaro indice. Per Germano la parola “cinese” si associava inequivocabilmente con la Cina e tutto ciò che esce da quel paese, però il fatto che questo misterioso orientale volesse incontrarsi con la sua ragazza fece suonare un campanello nella sua testa. Riuscì a mantenersi calmo e a non voltarsi, gesto che sarebbe stato comunque superfluo, aveva già associato le voci alle persone; nessuno oltre a lui pareva avere colto quella frase, o comunque nessuno ne mostrava segno, tutti parevano interessati a Trifarro o a fare momentanea combriccola con il compagno che avevano di fianco nell’attesa che Fosco riprendesse a parlare. Guardò verso Mina, seduta a meno di tre metri da lui alla sinistra di Trifarro, dietro Fedora e Dott. Cynicus. L’ipotesi della gelosia pareva da scartare, da come l’aveva pronunciato Laszlo pareva più che altro una transazione, una vicenda burocratica, un vago rapporto sociale legato con vicende di Mina che non conosceva. Si domandò se fosse sicuro di ciò che aveva udito, ma si domandò soprattutto se la Mina che conosceva lui era la stessa che questo cinese voleva incontrare. Dal punto di vista dell’identità parevano non esservi dubbi, nessun altra persona fra le sue conoscenze si chiamava con quel nome, non che pretendesse di conoscere tutte le relazioni personali di Bonbon e Laszlo ma diverse frequentazioni in varie occasioni non avevano fatto emergere altra Mina all’infuori di quella con cui condivideva molti momenti da un paio d’anni a questa parte, ed ora lei, alla luce di questa frase captata, gli appariva in una prospettiva insolita e inaspettata.

Si voltò verso Argia e Zaira alla sua sinistra, che erano proprio davanti a Bonbon e Laszlo, ma queste parevano assorte nel loro pissipissi; scrutò rapidamente il loro atteggiamento ma non ne trasse alcuna indicazione. Dietro di lui Irma stava parlando con Mario e da ciò che dicevano concluse che non avevano udito ciò che gli stava facendo montare una vaga ma crescente preoccupazione. Da come si comportavano tutti intorno a lui pareva essere l’unico ad avere udito quella frase, ed anche l’unico apparentemente interessato, oltre a Mina, naturalmente. In due anni di stretti contatti, a tratti tanto stretti da compenetrarsi, Mina non gli aveva mai parlato di alcun cinese, né aveva mai palesato particolari interessi per l’oriente; né lei né la sua famiglia, che frequentava magari saltuariamente ma in cui non aveva riscontrato interessi o legami con l’estremo oriente. Argia con quella sua vocina dolce, ora col sonoro pieno delle corde vocali, gli chiese se quella sera stessa insieme a Mina avrebbe partecipato con loro ed altri ad una festa nella zona del Lorenteggio in casa di un tale del loro corso non attualmente presente. Richiamato alla realtà da una domanda proveniente da un umano si scollò di dosso immediatamente tutte le preoccupazioni inerenti Bonbon e Laszlo e disponendosi a rispondere ad Argia, con Zaira alla sinistra di lei che si sporgeva in avanti affabile e sorridente rivolta verso di lui ad ascoltare ciò che aveva da dire al riguardo, cadde momentaneamente dalle nuvole per riprendersi immediatamente e rispondere che la sua mondanità stava attualmente affidata interamente a Mina e se lei era informata della cosa e desiderava parteciparvi vi avrebbe partecipato anche lui. Gli pareva di rammentare al riguardo che Mina lo avesse già messo a parte del fatto per questo giovedì e che con tutta probabilità si sarebbero visti sul posto. Argia e Zaira sorrisero soddisfatte, Trifarro pareva avere ripreso la parola e l’uditorio si era zittito, la conferenza riprese.

La breve pausa aveva rilassato parecchie preoccupazioni e alimentato un certo interesse, l’attenzione pareva accresciuta. Fosco sentì di poter portare fino alla fine la sequenza di argomenti che si era preparato, gli sguardi dei giovani parlavano in questo senso, per un breve istante si sentì pervaso da un senso di entusiasmo, accentuato dall’isola di attenzione che aveva creato nel mezzo della vita milanese di tutti i giorni. La vita della città scorreva all’intorno e nulla e nessuno pareva intenzionato a distrarli. Un ragazzo, forse senegalese, si avvicinò per annusare la situazione e vedere se poteva vendere qualcosa della sua merce, ma comprese subito che avrebbe arrecato disturbo. Tuttavia non si allontanò immediatamente, si sedette sul prato per qualche istante ad ascoltare, più che altro in simbiosi con l’età dei ragazzi che Trifarro aveva davanti, ragazzi come lui, ma senza il problema immediato ed urgente di dovere riempire la pancia quanto basta per tirare avanti. Il tintinnare della sua paccottiglia aveva richiamato l’attenzione di alcuni di loro, che si erano voltati a guardare, ma senza fare commenti. Il giovane africano capì di essere un’appendice superflua. Fosco gli lesse sul volto qualcosa di malinconico quando si allontanò, le ragioni non mancavano. Nella sua visione laterale indovinò il capo di Dott. Cynicus voltato di profilo a seguire il dileguarsi di quel giovane africano.

Mario percepì una specie di sibilo in pretesa forma di musica, nel luogo aperto in cui si trovava non riuscì immediatamente a individuare la fonte e la cosa lo distraeva. Guardò verso i suoi compagni ma erano tutti o quasi attenti a Fosco e da nessuno di loro pareva provenire alcun sibilo o fischio sommesso, erano tutti nel pieno controllo della loro scheda audio, poi un leggero fruscio, sottolineato da una distrazione dello sguardo di Trifarro che fissava qualcosa un metro circa al di sopra di lui alle sue spalle, lo fece voltare per verificare. Un pensionato stazionava in contemplazione dell’assembramento e dalla bocca protrusa in forma di fischio gli usciva una melodia folcloristica del bel tempo che fu. Il vegliardo non pareva consapevole della fuoriuscita melodica in forma di soffio, poiché non era un fischio, o quanto meno aspirava ad esserlo senza realizzarsi completamente e il suo sguardo pareva dissociato dalle funzioni che la sua bocca stava compiendo. Mario avrebbe voluto chiedergli di smettere di fischiare, ma siccome, propriamente parlando, il soggetto non stava fischiando ma stava soffiando in variazioni tonali il suo respiro attraverso le labbra estruse a culo di gallina, ciò che pareva l’espressione di un disturbo più che una velleità artistica, ne avrebbe ricevuto una risposta sgradevole e si concentrò su ciò che Trifarro stava dicendo cercando di dimenticare la presenza alle sue spalle. Il pensionato andò ad appoggiarsi con una mano all’albero più vicino dandosi il contegno di chi sta pensando «Vediamo come va a finire!», poi però alcuni accenni all’Ulisse di Joyce gli risultarono poco interessanti, e forse anche il nome di Franz Kafka non gli rammentava alcunché di famoso, tolse quindi il disturbo, e sempre soffiando dalle labbra in forma di fischio quell’afflato di nenia dei bei tempi andati si allontanò con fare bighellone.

Prossimamente il quarto capitolo

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