romanzo a puntate (33)

Copyright © Eric Bandini 2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.

Una storia italiana
Capitolo XXXIII°
(33)
Milano
Venerdì, 20 Luglio 2001
Lo spezzatino materno aveva messo Mina di buon umore, per tutta la cena aveva sbirciato i suoi genitori per immaginarseli nella nuova luce della confessione che sua madre le aveva fatto, tutta la bonomia di suo padre le appariva ora ridicola come non mai, tutte le gentilezze che le aveva profuso gli parevano così idiote e senza senso, quantunque ne serbasse un ricordo positivo e piacevole, però ora vedeva la sua famiglia sotto un aspetto diverso che lei si immaginò dover corrispondere ad una più matura comprensione della vita, dopo tutto nel mondo queste cose avvengo comunque. Quando si alzò da tavola salutò suo padre come se stesse gratificando un bambino, suo padre accettò quelle moine come un segno di rinnovata gratitudine filiale, poi i programmi da intraprendere con Guenda presero possesso di tutta l’attenzione e concentrazione di Mina, una serata tutta al femminile in compagnia di una conoscenza di vecchia data con cui condivideva molti momenti del suo passato, e a suo giudizio quasi tutti positivi, era una cosa che la riempiva di eccitazione e di un promettente divertimento, qualunque fosse.
Era occupata negli ultimi preparativi, agli ultimi ritocchi per una serata a sorpresa, come le aveva preannunciato Guenda al telefono, erano quasi le nove, ancora giorno quasi pieno, il sole intento a tramontare nella promessa di una caleidoscopica serata, di questo era convinta, perché l’amica aveva sempre risorse e sorprese condite da iniziative a cui lei non avrebbe mai pensato; quando suonò il campanello lei prevenne la madre, che era andata a rispondere al citofono, dicendo che era la sua amica e che sarebbe scesa lei a raggiungerla e le passò davanti in una corsetta felice diretta all’uscio dell’appartamento. Sua madre verificò dal terrazzo, riconobbe la vettura dell’amica di sua figlia e prima che questa sbattesse la porta uscendo riuscì a gridarle dietro un inutile:
– Non fate troppo tardi.
A cui non seguì alcuna risposta ma solo il lieve rumore dei passi di Mina che scendeva le scale invece di aspettare l’ascensore.
Mina raggiunse Guenda e si sedette in macchina e restò stupita per l’abbigliamento della sua amica, vestita in nero con un trucco un tantinino pesante per il suo solito e tutto sul nero:
– L’Alfeo deve averti proprio colpito.

– L’Alfeo…? Ah sì. Alfeo Tiranti, quello di ieri sera. In effetti è carino ma non è per lui che mi sono agghindata così. Ti piace? Ho pensato ad una serata dark, anzi di più… demoniaca! Ma solo per noi.
– Quale sarebbe il programma?
– Andiamo a casa di certi amici, sono persone un po’ particolari ma ti piaceranno.
Guenda osservò la mise di Mina aggrottando un occhio e alzando il sopracciglio di quell’altro, la scorse per tutta la lunghezza della sua figura e poi borbottò un bonario:
– Mmhsì… può andare. Il jeans stracciato è un po’ banale ma il top viola dovrebbe essere apprezzato.
– Pare che stiamo andando a casa di un duca, un marchese o qualcosa del genere.
– No, ma un certo protocollo non è fuori luogo.
– Che gente è?
– È una sorpresa – e sorrise maliziosamente fra sé, in un atteggiamento che a Mina non era nuovo e che aveva conosciuto anni addietro nell’ebbrezza di certe serate trascorse insieme.
L’idea di una serata a sorpresa parve scomparire nel desiderio insaziabile di chiacchiere che le due amiche avevano da scambiarsi, quasi non si vedessero da secoli. Guenda tentò con una certa insistenza di avere ragguagli circa l’avventura pomeridiana di Mina, di approfondire certi dettagli che ascoltati con l’orecchio di un uomo avrebbero sconfinato nel morboso, però Mina non dette troppo peso alla sottile insistenza dell’amica, la quale non finiva di meravigliarsi del fatto che la sua amica di sempre se la stesse intendendo con un tipo importante come l’Antonnomi e cercava di instillarle il tarlo dell’opportunità di una tale frequentazione, a cui lei però non prestò orecchio, o non più di tanto, accostumata alle precedenti esperienze della sua adolescenza con il Cazzarola, con il quale le cose funzionavano (?) nella misura in cui lei non ficcava troppo il naso nella sua esistenza, traendo le sue opportunità in maniera deviata e laterale aggirando le mascoline pretese di supremazia in una sorta di accondiscendenza tattica tramite la quale riusciva ad ottenere quasi ciò che voleva semplicemente lasciandogli credere di essere lui ad avere deciso.
Mina era di certo più accorta di Guenda e anche più intelligente, non nel senso scientifico del termine ma in quello di comprensione del mondo, verso il quale la sua amica le appariva a volte un po’ troppo credulona e non molto pratica ma comunque esperta a sufficienza da stupirla con novità, amicizie e conoscenze inaspettate. Di rimando Mina tentò di approfondire l’eventuale interesse che le sembrava essere fiorito fra lei e il suo collega di università, l’Alfeo Tiranti, ovvero Lo Scuro alias l’Oscuro, ma anche Guenda fu evasiva sull’argomento e forse ipereccitata riguardo a qualcosa che Mina ancora non comprendeva ma che doveva riferirsi alle persone che stavano andando ad incontrare, e a questo proposito Guenda per tutto il tragitto mantenne un sorriso malizioso sul suo viso carino ma dai tratti un po’ forti e quando la sua amica tentava di intrufolare una richiesta di spiegazione lei deviava dall’argomento con un silenzio malizioso accompagnato da un sorriso del tipo «aspetta e vedrai».
Tendenzialmente certe persone sono meno propense ad avere sospetti ed introspezioni paranoiche, si fidano del mondo, a modo loro ovviamente; tendono a vedere il lato buono della società, anche se stanno frequentando soggetti che starebbero meglio rinchiusi nelle patrie galere, o chissà, vedono in loro qualcuno che è perseguitato ingiustamente dalla società, qualcuno che in fondo non fa che fare i propri interessi, come tutti del resto, interessi dai quali traggono alcuni dei loro vantaggi sociali e dai quali non pensano minimamente a separarsi in una mentalità di comparazione che vede solo o quasi materialistiche opportunità, comunque innocue o innocenti nella loro ottica, senza domandarsi troppo da dove provengono.
Non è una caratteristica allocabile con esattezza, beninteso, ma certe persone vi indulgono un po’ di più e non vedono ragioni di sospetto quando invece la comunanza di vita con i soggetti sunnominati dovrebbe metterle in allarme, perché le cose “giuste” sono tali, eventualmente, solo a posteriori. E in effetti Mina e Guenda non si avvidero del controllo ravvicinato di uno dei ragazzi del commissario Bellosi, il quale le stava pedinando con una vettura di servizio dall’anonimo aspetto civile. Per ovvie ragioni il dott. Gridero, dopo la presentazione avvenuta nello studio-laboratorio del Vanzi aveva proceduto ad una immediata identificazione della bella topolona, alias Calludole Mina, e aveva ordinato una sorveglianza sufficientemente stretta da poter capire chi frequentasse e con che cosa e/o con chi si andasse a relazionare perché lui, il dott. Gridero, sentiva puzza di traffico di stupefacenti, di strozzinaggio, sfruttamento della prostituzione, corruzione e chi più ne ha più ne metta, ma aveva così pochi riferimenti che, sull’onda della tattica subita – prima nel suo ufficio poi nell’atelier del Vanzi – la cosa gli bruciava come se lo avessero offeso con un ferro rovente e su questo punto poteva contare sulla simpatia del commissario Bellosi, deluso altrettanto quanto lui. Le due giovani se ne andavano a zonzo per Milano come due scolarette ignare dell’attenzione che gravitava intorno a loro.

Nella vettura di Guenda il giochino della sorpresa teneva desta l’attenzione e la curiosità di entrambe in un indugio fatto di sguardi maliziosi e domande traverse per scoprire l’arcano da parte di Mina ma non vi fu verso. L’attesa non fu lunga e dalle parti di Piazza della Vetra Guenda cominciò a guardarsi intorno per cercare un parcheggio e in quella serata estiva con la città già in parte in vacanza la cosa non fu troppo complicata. Quando furono fuori dalla vettura e dirette a piedi in una direzione a Mina ignota, Guenda fermò la sua amica sul marciapiede e le tenne un breve corso di istruzione su come presentarsi a queste sue conoscenze.
– Senti… non è il caso che mi fai la sprovveduta, anche se non ci capirai nulla, devi solo evitare di stupirti e di fare domande imbarazzanti per cose che non conosci. Devi lasciare parlare loro, se avranno qualcosa da dirti o da chiederti. Sono persone affascinanti, vedrai, ti piaceranno.
– Ma insomma, chi stiamo andando ad incontrare?
– Ormai è inutile che ti risponda – disse Guenda fermandosi ad un portone austero di legno massiccio che introduceva ad un palazzo neoclassico restaurato ad ospitare appartamenti.
La facciata non aveva nulla di eclatante, le solite finestre con timpani triangolari alternati con quelli ad arco sopra ogni finestra e le bugne ad imitare un ingresso pomposo in pietra all’intorno del portone, la facciata tinta in ocra tranne le decorazioni architettoniche delle finestre, un edifico di quattro piani dall’aspetto di un monolite decorato in neoclassico incastonato nell’ordinaria architettura milanese, inframmezzata di edifici di varie fatte, epoche e stili.
Al citofono nessuno chiese alcun «Chi è?» e il portone si aprì con uno scatto secco riverberato dalla eco attutita dell’androne. Salirono senza parlare e Guenda si ostinava a tenere quell’espressione maliziosa e di aspettativa riflessa dal comportamento incuriosito della sua amica. Al terzo piano Guenda diede un ultimo intenso sguardo a Mina, in cui la malizia pareva cedere il posto a qualcosa di misterioso poi da una delle porte sul pianerottolo si affacciò una giovane donna che le fece accomodare, mentre dabbasso, in strada, Rino prendeva nota di tutti i nomi sulla campanelliera d’ottone, qualcosa sarebbe saltato fuori di certo.
– Questa è Mina – disse Guendalina presentando la sua amica – Mina questa è Sara.
Le due si strinsero la mano e si squadrarono rapidamente a vicenda. Sara indugiò un po’ troppo sulle fattezze di Mina, questa però vi era abituata, in qualche modo la sua bellezza, di cui era pienamente consapevole, faceva colpo su tutti, uomini e donne, non senza che qualche equivoco di quando in quando accadesse, ma in fondo lei non si scandalizzava e prendeva sempre la cosa più o meno come un complimento. Sara, il cui nome completo era Sara Speddenno, era di origini sarde e benché accostumata perfettamente alla tradizione milanese manteneva nel suo aspetto parte di quella greve femminilità antica e quasi mitologica che si esprimeva pienamente nei suoi lunghi capelli corvini e nei suoi occhi nerissimi dolcemente completati da un ovale quasi candido in cui le sue labbra piene, carnose e dall’aspetto soffice come un fiore o un frutto mediterraneo spiccavano di un rossore vivido un poco inquietante. Mina notò che Sara era vestita completamente di nero, sullo stile inalberato da Guenda per l’occasione, la quale di certo vi civettava un poco, mentre questa forse faceva sul serio.
Qualche sinapsi del suo cervello forse sbuffò per la noia, non le piacevano queste commedie esistenziali, la scuola del Cinese le aveva lasciato il segno con una spiccata avversione per i tipi strambi o non troppo coerenti con la vita di tutti i giorni, non che si scandalizzasse ma di fronte a queste persone si trovava sempre a disagio, in una incertezza comportamentale nella quale non sapeva risolversi se tacere o se dire banalità tipo «Chissà se pioverà», oppure «Giornata molto calda oggi», ma inevitabilmente queste frasi non bastavano mai e prima o poi si veniva ad un dunque nel quale lei ci sguazzava proprio male, mentre la sua accompagnatrice pareva in estasi, anzi era raggiante. Fortunatamente Guenda prese in mano la situazione e avviò una conversazione che pareva escludere la sua partecipazione e lei ne approfittò per guardarsi intorno a verificare quanto avesse dovuto sentirsi in imbarazzo e fino a quale misura avrebbe potuto eventualmente fare dell’ironia.

L’appartamento era signorile, il pavimento era di certo quello originale dell’edificio, in marmo e in graniglie decorate e l’arredo pareva di provenienza antiquaria, di quella autentica, costosa e ricercata, ad abbinare mobili, suppellettili e oggettistica in una specie di scenografia sulla cui espressività non potevano esserci dubbi: satanismo. Mina guardò la sua ospite a cercarvi conferma e non fece la minima fatica ad immaginarsela coinvolta in una cerimonia dell’occulto; tutto l’appartamento pareva un’appendice del locale in cui si erano ritrovati la sera precedente, una dependance nobile e riservata, senza intrusi, curiosi, e orpelli moderni o modernisti come i ritratti di Marilyn Manson e fotografie di scene cinematografiche, tutto appariva come l’apparecchiatura di una liturgia oscura, sebbene mancassero riferimenti iconografici diretti, come per esempio rappresentazioni di demoni, una specie di iconoclastia autoimposta doveva avere reso prevenuti i proprietari dell’appartamento, i quali in veste di co-abitanti di uno stabile condiviso, dovevano avere optato per un basso profilo, per quanto il luogo parlasse da sé; di certo i vicini non frequentavano questa casa, non volentieri almeno. Nel salotto Sara introdusse Mina e Guenda al suo compagno, il quale disse di chiamarsi:
– Nardo, Nardo Fernet – disse il tipo precisando nome e cognome.
Per qualche istante nessuno disse nulla, vi fu un lieve imbarazzo da parte di tutti e quattro durante il quale Nardo osservò le due ospiti soffermandosi particolarmente su Mina mantenendo un’espressione che non era di distacco, né di perversione o di perfido sentimento; era come se la guardasse intento a pensare alla maniera di aggirare la sua attenzione per sorprenderla in qualunque maniera possibile per imperscrutabili motivi. Guenda, con sollievo di Mina, riprese la sua solita loquacità, attirando su di sé l’attenzione della coppia in una conversazione molto generica e anche molto imbarazzata.
Mina si domandò se questi due sapessero o fossero stati informati della sua venuta nella loro casa, perché le parvero piuttosto indecisi nei suoi confronti. Si distrasse guardandosi intorno, la stanza era arredata nel medesimo stile austero, un paio di librerie esponevano da dietro vetrinette un buon numero di volumi, parte dei quali di aspetto antico, Mina non vi resistette e abbandonò mentalmente la compagnia concentrando la sua attenzione per cercare una conferma sui suoi sospetti ma si rese conto di non possedere le conoscenze opportune per valutare una cosa del genere, d’altronde sono pochissime le persone che si interessano di satanismo, occultismo, stregoneria, magia e cose del genere. Sbirciò Guenda, che ora aveva su di sé l’attenzione della coppia, e pensò che la sua amica doveva avere delle propensioni che non le aveva mai conosciuto e si domandò fino a che punto avrebbe dovuto assecondarla, perché le era chiaro che per parte sua non avrebbe desiderato minimamente restare invischiata in quel genere di conversazioni.
Non era la paura, poiché era una persona razionale, quanto piuttosto il desiderio di non trovarsi a dovere affrontare degli argomenti che lei avrebbe reputato di certo incoerenti, per lo meno con i suoi attuali impegni alla facoltà di filosofia. Si accostò ad una di quelle librerie e notò come tutti i volumi fossero messi lì un po’ a caso, in una specie di ordine imposto dalla necessità, non come quelle librerie dove i tomi se ne stanno tutti belli in riga, ordinati per colore molto più spesso che per argomento o autore, una casualità dettata di certo da una frequente consultazione, infatti dalla sommità di certuni spuntavano foglietti a mo’ di segnalibro, fra alcuni erano stipati fogli di carta come associazioni provvisorie di appunti presi in fretta. Lesse sul dorso alcuni titoli e autori ma i nomi di Anton LaVey e di Aleister Crowley non le dissero nulla, però i libri da loro prodotti, i cui titoli sottostavano al nome dell’autore, le diedero una conferma, poiché sotto al nome di Anton LaVey, su due volumi differenti, vi trovò scritti i titoli “La Bibbia Satanica” e “The Satanic Rituals”, cosa che gli fece stornare gli occhi rapidamente sulla schiera di libri senza fissarsi su alcuno in particolare, come se desiderasse di non aver visto ciò che aveva letto e lo sguardo si soffermò su di un tomo che doveva avere un bel po’ di anni, rilegato in cartapecora, cosa che gli dava un aspetto sinistro quasi fosse fatto di pelle umana, e sul dorso stava scritto in inchiostro nero e caratteri gotici solo una parola a lettere maiuscole: GRIMORIO, che sapeva essere una contrazione in volgare del francese grammaire e null’altro.

Cercò di farsi un’idea di quale tipo di grammatica potesse trattarsi ma non riuscì ad andare oltre ad una serie di immagini banali viste in film horror o in servizi televisivi. In alcuni dei pochi spazi vuoti delle librerie c’erano dei soprammobili ed un paio di questi erano degli uccelli impagliati, una civetta e un gufo, la civetta con le ali aperte in un atteggiamento aggressivo mentre il gufo per la mole se ne stava compresso con le ali racchiuse. «Strigiformi», pensò Mina rammemorando una lezione di greco del liceo classico che le era rimasta impressa per i dettagli filologici che avevano suscitato la curiosità sua e dei suoi compagni per la derivazione del termine strige dal greco strix per civetta, accusativo strigga, da cui la facile derivazione, sulla quale ricordava le ridanciane suggestioni che ne erano seguite in classe, perché nonostante la frequentazione del criminale in carriera la scuola le piaceva, senza eccessi di zelo tipo prima della classe ma la appassionava comunque. Poi quasi inaspettatamente, come se non avesse dovuto succedere, l’ombrello protettivo della conversazione di Guenda cadde all’ improvviso, Sara e Nardo reclamarono la sua attenzione e pareva proprio che stesse per cominciare una noiosa chiacchierata su argomenti che non conosceva e di cui non poteva fregargliene di meno.
Tutti e quattro si sedettero sul divano o sulle poltrone, di pelle nera, di quelle che appena seduti appaiono comode poi ci si accorge, specie se sono nuove, che sono maledettamente scivolose agli indumenti e dopo un po’ ci si rende conto di non trovare una posizione veramente comoda o stabile. Nardo guardò Mina in maniera interessata e poi le chiese:
– C’è qualcosa che hai notato nella mia libreria? Qualcosa che ti interessa?
Mina non si lasciò sorprendere.
– Non sono in grado di rispondere a questa domanda, perché non ci ho capito nulla, sebbene trovi alquanto bizzarro tenere in casa una bibbia satanica.
– Ci sono libri di cui hai paura?
– I libri non mi spaventano ma certe cose sono oltre il mio interesse.
– Quindi un’idea te la sei fatta. E ti piace?
– Difficile dirlo ma sarei propensa a un no… se la cosa non vi offende…
Mina si avvide tardi che questa sua uscita avrebbe messo in moto una difesa del loro credo, o di quello che può definirsi tale, però Nardo non l’aggredì, anzi aggirò la questione.
– Beh, fare quello che si vuole è un diritto.
– Su questo sono d’accordo – rispose Mina.
– Vedi che siamo già in sintonia? – e sorrise verso Sara che ascoltava la conversazione senza interrompere.
Guenda sorrise verso Mina quando questa si voltò verso di lei e per un attimo, solo per un attimo, ebbe la sensazione di essere come blandita, vezzeggiata, direzionata verso uno scopo che non le era chiaro, perché mai e poi mai questi l’avrebbero invitata alle loro cerimonie senza una preventiva educazione e indottrinamento al quale non si sarebbe sottomessa nemmeno per tutto l’oro del mondo. Gli parve di cogliere qualcosa nei loro atteggiamenti ma senza percepirne alcuno scopo, alcun nesso. Nardo continuò la conversazione, il suo aspetto era banale, il volto glabro e i capelli altrettanto corvini di quelli della sua compagna erano tagliati corti, a spazzola, il suo viso pareva avere orrore del sole tanto era pallido, cosa alquanto inusuale in una persona dai capelli scuri, entrambi, sia Sara che Nardo, dimostravano poco più di una trentina d’anni e parevano bene inseriti, almeno finanziariamente a giudicare dall’alloggio. Mina notò fra le suppellettili bizzarre, che facevano mostra di soprammobili, un teschio umano, che pareva autentico e non resistette alla tentazione della battuta.
– Non è che avete rapinato l’ossario di San Bernardino?

Nardo si voltò a guardare l’oggetto che aveva attratto l’attenzione di Mina e con una flemma britannica si limitò a precisare:
– Non si possono detenere resti umani in casa, a meno che non provengano da regolari vendite antiquarie, che io e la mia compagna, come puoi notare, frequentiamo con una certa passione. Quello lo abbiamo trovato da un robivecchi sui Navigli e per cautelarci ci siamo fatti rilasciare una dichiarazione del venditore. Pare che in origine appartenesse ad un medico del XIX secolo, non direttamente al suo corpo, faceva parte di materiale di studio o qualcosa del genere.
Mina e Guenda parvero afferrare la battuta che distingueva il teschio testè esposto da quello del suo antico proprietario e sorrisero con un certo imbarazzo. Il breve silenzio che seguì fu interrotto da Sara che si alzò chiedendo se gradivano qualcosa da bere; Mina e Guenda si scambiarono un’occhiata, indecisa quella di Mina, interrogativa quella di Guenda, poi quest’ultima prese la parola per tutt’e due e disse:
– Mmh… perché no, è molto caldo oggi.
Sara si allontanò dalla stanza, Nardo si rilassò contro lo schienale del divano. Mina, sentendosi come in obbligo ad intrattenere conversazione in qualità di ospite non resistette alla curiosità di chiedere delucidazioni su quel tomo dalla copertina in cartapecora con la semplice e misteriosa scritta GRIMORIO.
– Che cosa potrebbe essere un grimorio… beh, un’idea vaga ce l’ho ma non saprei a cosa riferirla con precisione.
Nardo guardò il tomo nella libreria alle spalle di Mina e poi con la medesima calma rispose:
– Ogni mistero ha le sue regole, le sue procedure, i suoi protocolli, esattamente come una grammatica, il GRIMORIO per l’appunto… – Mina lo interruppe.
– Da dove deriva grimorio lo so, è una contrazione volgare del francese grammaire ma sarei curiosa di sapere a quale grammatica si riferisce.
Nardo prese il suo tempo per rispondere anticipando il suo responso con un sorriso che pareva sottintendere una segreta felicitazione per l’interesse della sua ospite.
– È un grimorio di magia. Scandalizzata? – Mina non disse nulla e Nardo proseguì nella sua precisazione – È del XVI secolo ed è molto prezioso, non solo come oggetto di biblioteca…

Nardo lasciò in sospeso il termine della risposta come a voler sottolineare un mistero che le avrebbe eventualmente potuto specificare solo dopo un giusto apprendistato. Mina cominciò a sentirsi annoiata, non a disagio ma un pochino stufa, non le pareva un inizio grandioso per la serata, con queste frasi mozze e questi sottintesi in mezzo a questa scenografia inconsueta; pensò che sarebbe stato scortese tirare Guenda per la manica e lamentare una scusa per filarsela dopo avere appena appreso i nomi dei loro ospiti o poco più, per cui si rilassò contro lo schienale della poltrona cercando di trattenere la noia e meditando un prosieguo decente per la conversazione, che ora languiva proprio. Non riusciva a trattenere la sua fantasia dall’immaginarsi Sara e Nardo in tenuta da lavoro magico stile Maga Magoo e Mago Merlino dei film di Walt Disney®, le sue conoscenze sull’argomento non andavano oltre però ricacciò indietro l’infantile pensiero per allontanare la possibilità di gaffe.

Nardo riprese la parola:
– Ho come l’impressione che tu abbia una specie di paura a voler fare ciò che vuoi veramente, lo colgo nel tuo atteggiamento, nella tua ironia, non che mi scandalizzi ma da una sveglia come te mi aspetterei di meglio, anche se ho qualche timore ad esprimermi perché non vorrei scandalizzarti.
– Scandalizzarmi? Per esempio come?
Il volto di Nardo assunse un aspetto che pareva ispirato direttamente da Satana, benché Mina fosse sveglia abbastanza da non lasciarsi influenzare, però il tipo la stupì:
– Potresti diventare qualcosa di diverso, in una tua vita parallela intendo, senza rinunciare a ciò che fai adesso, allargare le tue esperienze, le tue sensazioni. Potresti diventare una sacerdotessa – Mina trattenne le risa –, una donna di potere, o una prostituta…

Mina guardò Guenda che la osservava sorridente come se il tipo avesse detto una cosa innocua tipo dov’era la fermata dell’autobus più vicina e rimase sconcertata dall’assenza di disapprovazione sul volto dell’amica. Il momento di imbarazzo fu interrotto dal campanello-carillon che segnalava la presenza di qualcuno dabbasso, debitamente fotografato da Rino per l’incremento delle informative circa le indagini del dott. Gridero. Sara entrò nella stanza appoggiando su di un tavolinetto fra le poltrone e il divano un vassoio con quattro bicchieri e una caraffa colma di qualcosa color giallo cedro in cui galleggiavano abbondanti cubetti di ghiaccio:
– Vi piace la cedrata? – disse, e poi aggiunse – Vado ad aprire.
A Mina quella bevanda innocua le parve fuori luogo associata a quei due, non che si aspettasse dell’assenzio o una pozione in veste di cocktail, che avrebbe gentilmente rifiutato, però questo libare perbenista la sorprese, specie dopo l’uscita di Nardo riguardo ad una sua vita secondaria, no, com’è che l’aveva definita? Ah, «parallela». Nardo parve volere insistere sull’argomento:
– Non ho udito alcun commento da parte tua…
– Riguardo a cosa? – rispose Mina fingendo indifferenza.
Guenda intervenne:
– Non devi prendere alla lettera tutto ciò che Nardo dice, sono solo metafore, linguaggio traslato, tropi figurati per intendere qualcosa di misterioso.
A Mina non le parve la Guenda di tutti i giorni, non sapeva dire da cosa dipendesse ma la sua amica stava subendo una specie di trasformazione o di influenza da parte di questa coppia, che di mefistofelico aveva ben poco, bensì piuttosto qualcosa del losco ordinario che aveva già avuto modo di conoscere nel corso della sua esistenza. Nardo rincarò:
– Bisogna avere il coraggio di provare tutte le esperienze e le estasi che la vita può proporre, senza porsi limiti, recinti morali, timori reverenziali. C’è qualcosa di grandioso che si può fare, si può fare veramente tutto ciò che si vuole, è solo questione di volerlo. Basta lasciarsi andare alla voluttà dei sensi, tutto è permesso se lo si vuole.
Il tono di Nardo cominciava a debordare in un retorico di malafede piuttosto che nel demoniaco, Mina cominciò a sospettare che si volesse qualcosa da lei, senza che nessuno dei presenti si sbilanciasse a chiarire cosa. La conversazione fu interrotta da un vociare femminile che proveniva dall’ingresso e tutti sospesero questa specie di dialogo fra sordi volgendosi nella direzione da cui provenivano le voci, che presero presto corpo nelle fattezze di Sara e di Bruna, che Mina riconobbe per averla incontrata qualche volta in alcune feste e ritrovi fra studenti e che salutò con un timido «Ciao», domandandosi quale ruolo avrebbe assunto codesta praticamente ex giovane in questa che già le appariva come una messinscena senza sbocco. Bruna salutò calorosamente Nardo, fin troppo calorosamente con un bacio sulle labbra che Sara constatò con un sorriso poi mentre Sara riempiva i bicchieri Bruna osservò da capo a piedi la sua ospite e disse:
– Carino quell’abbinamento, dove l’hai trovato?

– Me l’ha procurato la Wanda. Conoscete la Wanda Brigonzi? Quel bellissimo negozio di abbigliamento? – e scorse con lo sguardo tutte e tre le sue ospiti.
Mina lo aveva sentito nominare, o forse ci era passata davanti ma non lo conosceva e si guardò intorno per sentire eventuali commenti e fu nuovamente sorpresa dalla sua amica Guenda nel sentirla tessere le lodi di questa sconosciuta negoziante, rincalzata da Bruna che si lamentava di non potersi permettere tutto ciò che avrebbe voluto farsi procurare da questa buona donna.
– Forse non fai abbastanza per lei, a me non rifiuta mai nulla – insistette Sara.
Nardo deviò la conversazione su Bruna:
– Scommetto che c’è qualcosa che vuoi conoscere? – Bruna sorrise come se stesse fingendo timidezza, Nardo proseguì – Vuole farsi leggere i tarocchi, che banalità – e sorrise di un’espressione annoiata – Perché, dico io, spendere tempo a voler conoscere il futuro quando puoi fare semplicemente tutto ciò che vuoi, che per una come te dev’essere una cosa abbastanza facile.
Nardo si alzò, con un braccio prese per la vita Bruna, che si era accoccolata sul bracciolo della poltrona dove stava seduta Mina come se nel posto fosse di casa e bottega, e la fece alzare trascinandola in un’altra stanza. I due si allontanarono mormorando qualcosa di incomprensibile fra di loro senza che Sara si volgesse a scrutarli e poi andò a piazzarsi sul divano, dov’era seduto Nardo, di fronte a Guenda e Mina.
Da dietro un particolare sorriso, metà infantile e metà malizioso, Sara osservò per un momento le due ragazze, ci fu un attimo in cui Mina percepì una specie di intesa fra Sara e Guenda ma scacciò il dubbio fidando sulla solida amicizia che intratteneva con la Tramazzi dai tempi remoti della scuola, percepì una specie di accordo, come una richiesta di consenso da parte di Sara verso Guenda, una percezione subliminale che aveva tratto da un fulmineo convergere di atteggiamenti, tanto rapido da non poterne essere veramente sicura e certa da potervi ribattere parole o gesti, per un breve istante si sentì come in balia di sconosciuti, ma il sorriso di Guenda la rassicurò. Poi Sara disse a Mina:
– Ti piacerebbe guadagnare un po’ di soldi? Un discreto «po’» di soldi?

Lo sguardo di Mina si bloccò per un istante sulla figura di Sara, poi guardò verso Guenda cercando una riprovazione che non vi trovò. Guenda la guardava sorridente come se stessero in camera sua a cazzeggiare su cose loro e sui vecchi tempi quasi gloriosi. Per un istante si sentì come smarrita, completamente fuori da ogni momento della sua esistenza, questa richiesta l’aveva scalzata dalla sua presenza in sé, però l’associazione della domanda postale da Nardo con quella che gli aveva ora rivolto Sara le dava un risultato sgradevole e non aveva idea di come trarsi d’impaccio, specie per la delusione che Guenda le stava regalando. È sempre un compito molto difficile dire un “No!” deciso a qualcuno che si conosce da molto tempo e di cui si è apprezzata l’amicizia così a lungo. Non voleva offendere nessuno e voleva trarsi d’impaccio col minor danno possibile. Sara parve non avere colto il disagio di Mina e proseguì:
– … frequentare gente importante, ricca, e spesso anche di bell’aspetto…
– Tipo ColuiIlQuale – si inserì Guenda riferendosi a un improvvisato nomignolo dell’Antonnomi senza nominarlo direttamente ma abbastanza in chiaro perché a Mina sorgessero idee confuse a sufficienza per continuare l’intortamento.
– … fare parte di un giro esclusivo, di classe – Sara accarezzò con lo sguardo tutta la figura di Mina, che era proprio una bella figura – serate in posti esclusivi, vestiti eleganti…
– Che non avrei maniera di giustificare con nessuno – disse Mina con un certo risentimento badando bene di non apparire aggressiva o scandalizzata
– Un arrangiamento si può sempre trovare – insistette Sara – e pensa al contante, quello scorre bene e non lo si deve giustificare se sai come maneggiarlo.
Quali tipi fossero Sara Speddenno e Nardo Fernet era cosa nota alla polizia, che con un termine in uso fra i colleghi del commissario Bellosi non facenti parte della sua squadra venivano genericamente definiti “attenzionati”, in uno spregio sociale che forse meritavano ma che era italicamente orecchiabile quanto la IX di Beethoven suonata con il kazoo, ma sarebbe forse meglio definirli “male-attenzionati” per via del fatto che nessuno tra le forze dell’ordine era ancora riuscito a trovare le connessioni giuste per relazionare la loro esistenza di reclutatori (ed altro) con gli appaltanti della reclutazione. Tutta l’attenzione delle forze dell’ordine si era focalizzata sul satanismo quando questo non era che una facciata, una burattinata per nascondere traffici di vario tipo che non avvenivano mai nella loro abitazione.
Rino dabbasso aveva annotato tutto, persone, orari, luoghi, nomi e indirizzi, restava da vedere che cosa questo avrebbe potuto produrre, perché il raggio delle indagini si stava ampliando in maniera inaspettata, quasi ad esaudire i desideri di qualcuno.

Prossimamente il trentaquattresimo capitolo