Una storia italiana – Romanzo a puntate (43)

romanzo a puntate (43)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XLIII°

(43)

Milano

Sabato, 21 Luglio 2001

Nelle convinzioni del Cinese non c’era mai stato posto per le moralità, i perbenismi, il rispetto delle norme sociali, delle leggi, per lui tutto ciò era il guazzabuglio in cui riusciva a trovare spazi e convenienze per il suo interesse, riusciva sempre ad intravedere lo spiraglio per far procedere il suo business e per mantenere una facciata decente per i moralismi, i perbenismi, ecc., per lui era solo questione di tattica e non di coscienza; se mai si fosse accorto di averne una se la sarebbe fatta togliere con un intervento chirurgico. Però da questo a pensare che fosse quel buzzurro che la Brigonzi riteneva ci correva parecchio, il Cazzarola era il tipo di persona capace di gettare negli occhi dei suoi avversari il fumo giusto per farsi ritenere il soggetto con cui si aspettavano di avere a che fare, tranne quando doveva fare la faccia feroce o doveva difendere a spada tratta il suo tornaconto, ché allora veniva fuori il Walter verosimile, quello che non ha proprio intenzione di pigliarsela in quel posto, specie se ciò deve avvenire in vece di qualcun altro e soprattutto con notevole calo degli affari.

Piazza Affari – Milano

La superiorità che poteva vantare sulla tenutaria del negozio di abbigliamento era abbastanza cospicua e dettata da molteplici relazioni di cui riusciva a vedere tutti gli estremi senza che le propaggini avessero sentore diretto del vertice. Certo non poteva incastrare la donna e aveva convenienze a non tirarla in ballo nel caso le cose volgessero al brutto, ma di sicuro la ducessa non lo avrebbe incastrato. Negli ultimi giorni molte cose si erano evolute e troppo in fretta ma aveva saputo mantenere informative sufficienti a subodorare la preparazione di un parapiglia generale movimentato da qualcuno della polizia, e anche se non gli era ben chiaro dove terminasse l’azione presuntuosa delle sue mire di intrallazzo focalizzate sulla sua ex e dove cominciassero le ******* combinate dall’Antonnomi sulla medesima, che nel contesto gli apparivano come l’unico elemento che avevano in mano i suoi nemici, era già preparato a stornare dalla sua persona e dagli affari relativi ogni nesso che conducesse a lui; e tutto questo in un’apparenza di calma e disinteresse che a qualunque osservatore parevamo genuini, così non modificò in nulla le sue abitudini, certo che se solo si fosse semplicemente defilato si sarebbe probabilmente ritrovato a dovere spiegare qualcosa di sgradevole in qualche ufficio della burocrazia all’opera, in ogni caso ospite di gente da cui si era sempre tenuto alla larga e con cui non voleva per nulla avere a che fare, tranne che per occasionali ungimenti a far filare liscio qualche cosa che richiedeva di essere oliata con qualche bustarella qui o là e il tutto sempre sotto l’imbeccata garantita da certe sue conoscenze per tramite di altre conoscenze, però mai di persona.

A volte se la rideva quando veniva a sapere di certi tizi beccati con le mani nel sacco; non tanto per il fatto che si fossero fatti beccare quanto per lo stupore della gente comune che si aspetta di vedere il crimine scoperto, messo alla luce e i responsabili in gattabuia, quelli, la gente comune, non avrebbero mai capito che il crimine perfetto è sempre quello che non viene scoperto, e questa nella sua filosofia, perché il tipo riteneva di averne una, non era una specie di tautologia, tipo il crimine per il crimine, ma era una profonda conoscenza e compartecipazione del substrato oscuro della società, della zona buia in cui non è possibile scendere se non mescolandosi inevitabilmente e inestricabilmente con la parte sbagliata, quella zona in cui il bene e il male sono semplicemente la convenienza e la non convenienza, senza mezzi termini e senza rispetto per alcunché, tranne che per la convenienza stessa.

Ragionamento un po’ difficile per molti o forse per tutti quelli che non si dedicano ad attività di delinquenza e pensano alle Istituzioni, alla Religione, alla Società come qualcosa di integro e funzionale al bene collettivo e non riescono – perché non possono per i motivi di cui sopra – vedere l’inestricabile intreccio fra il bene e il male nella semplice parola convenienza, così semplice e innocente; che male c’è nella convenienza? Nell’opinione del Cinese nulla di male. Se un membro delle forze dell’ordine ritiene che sia per lui conveniente ricevere una somma indebita per tenere coperto qualcosa, che male c’è? È solo convenienza. Se un amministratore ritiene di supportare un illecito tramite il suo potere perché ne avrà convenienza personale (molto personale), che male c’è? È solo convenienza. Se una curia qualunque di una qualunque diocesi decide di intrattenere affari con qualche praticone bene ammanicato o di stipulare remunerosi contratti con parti sociali o politiche in palese incongruità con la Società o la Politica, che male c’è? È solo convenienza, d’altronde lo ha già detto il Manzoni, chi manterrebbe la povera gente quando i signori fossero spazzati via? È solo convenienza, c’è bisogno di molti poveri per fare in modo che i signori si sentano utili al prossimo. È solo convenienza. Se qualcuno vuole comprare un po’ di bamba che male c’è? È solo convenienza, basta tenere tutto coperto, al più alto livello possibile, perché nessuno andrà a fare tintinnare le manette sotto al naso di quelli che contano, per lo stesso motivo, la convenienza; perché certuni sanno ma si guardano bene dal divulgarlo. Per lo stesso motivo, la convenienza. Però la convenienza termina dove inizia la sfrontatezza e a quel punto qualcosa bisogna dare in pasto a quegli idealisti della Giustizia. Nulla di più facile, un capro espiatorio si trova sempre, e il business continua come sempre, per lo stesso motivo, la convenienza.

Quel pomeriggio il Cinese aveva fatto le solite cose di un suo sabato pomeriggio standard, d’altronde aveva messo in piedi un sistema così complesso e così apparentemente smembrato e incomunicante fra le sue parti che la sola ipotesi che qualcuno riuscisse a mettere insieme i cocci e ricostruire il suo vaso di Pandora era talmente impensabile e impraticabile che il dubbio, pur essendo un’ipotesi, era tenuto in considerazione come ultima possibilità, però mica era tonto e non si cullava in alcuna certezza, semplicemente tirava le fila delle sue informative, e con abilità machiavellica gestiva il tutto per compartimenti stagni ma con intelligence centrale, la sua. Verso metà di quel pomeriggio ricevette una telefonata da uno dei suoi informatori più esterni, di quelli che manteneva curati a distanza tramite forniture particolari o più concretamente teneva legati per vincoli di strozzo o altre forme di legame di connivenza, perché aveva saputo distribuire incarichi a lui convenienti al riparo delle convenienze delle sue vittime, gran bella cosa la convenienza, se mai avesse avuto uno stemma araldico il suo motto sarebbe stato il classico do ut des, il motore della società umana.

bouc émissaire

La notizia che aveva ricevuto gli era piaciuta e si sentiva attizzato dalle prospettive che questa nuova pareva mettere in atto. Dunque Mina aveva cercato di lui, un’ottima cosa che capitava al momento giusto e che gli avrebbe dato la possibilità di essere altrove e in compagnia giustificatrice mentre il capro espiatorio veniva caricato delle sue colpe, dove l’aggettivo possessivo “sue” aveva un valore piuttosto ambiguo, e avrebbe avuto inoltre un’ultima possibilità di portare a compimento il piano che si era prefissato, perché poi anche lui sapeva che convenienza e insistenza magari fanno rima però non sono complementari, e insistere oltre ogni misura significa solo attirare l’attenzione di qualcuno, cosa che era già successa in buona parte per i meriti dell’Antonnomi, e questa se l’era legata al dito, prima o poi il politicante avrebbe subito uno sgambetto nella sua corsa al potere. Ora però voleva calarsi nella parte del vecchio amico della bèla fiöla con tutti i crismi e il rispetto delle norme sociali, perché sì, la vita vissuta fa gossip ma fa anche una certa invidia e sotto sotto si trovano sempre delle approvazioni, dei sostegni “morali”, dei tifosi, basta solo comportarsi in maniera civile. E quale occasione migliore di una serata galante a mostrare la sua sincera amicizia verso la ragazza? La sua risposta affermativa e la sua disponibilità all’incontro furono immediate e verso le sette e mezza o le otto come preventivato fra Evaristo e Mina vi fu la conferma telefonica del rendez-vous.

Con una certa preoccupazione Mina si recò presso il locale che aveva indicato a Evaristo come luogo dell’appuntamento, non era spaventata da un incontro con il Walter, quanto piuttosto da eventuali testimonianze che la riportassero ai suo amici e colleghi come una specie di traditrice dei comuni intenti, dopo che si erano sbattuti per lei e la sua tranquillità, e le sarebbe stato praticamente impossibile giustificare quell’incontro nella luce dei recenti “precedenti” conosciuti dai suoi compagni di studio. Quella fuga precipitosa da Milano, il pericolo paventato dell’incursione di questo Cinese nella sua vita, gli allarmismi causati da tutto ciò sarebbero parsi come una commedia, una finzione a tutelare certi suoi segreti interessi personali e nessuno avrebbe mai accettato pienamente alcuna giustificazione per quanto plausibile, ammesso che fosse riuscita a produrne una esternabile davanti a tutti loro. Però era quasi certa che a nessuno dei suoi conoscenti sarebbe mai venuto in mente di bazzicare un locale tanto costoso e snob e pieno di vecchiacci danarosi, però il timore che le coincidenze la sorpassassero nelle sue previsioni restava sempre in agguato nella sua mente; Milano è grande ma a volte non abbastanza.

Quando entrò in quel posto pensò a come avrebbe dovuto comportarsi nei confronti del Cazzarola e se il soggetto fosse già presente in loco; si avvicinò al banco del bar, in genere luogo di stazionamento dei maschi, con i loro bicchieri in mano e le loro ciance da pacche sulle spalle, il posto però era abbastanza raffinato e nonostante una discreta numerica presenza dei sunnominati vegliardi danarosi al bar c’era poca ressa, il locale era semipieno ma non affollato, gettò uno sguardo in sala e si fece l’idea di essere una delle poche abbondantemente sotto i trent’anni ma la serata era ancora agli inizi, di solito i suoi coetanei iniziano la serata quando per altri già la si definisce notte inoltrata ed è ora di prendere la pastiglia per la pressione e andare a nanna. Stava per ordinare qualcosa, perché sedersi da sola ad un tavolo le pareva una cosa fuori luogo, quando udì alle sue spalle una voce maschile conosciuta che non udiva più da tempo, provò un brivido di sorpresa e attese un istante prima di voltarsi, per dare l’impressione di non essere tesa, o magari di non esserlo troppo, ma sapeva che la voce che aveva parlato apparteneva a qualcuno che magari non ti legge nel pensiero ma il dubbio che lo possa fare ti sfiora la mente.

– Eccoti qua – disse la voce alle sue spalle.

Mina si voltò lentamente, quasi volesse fingere una casualità d’incontro. Non disse nulla e il Walter proseguì fingendo di giocare a carte scoperte:

– Dopo averti tanto cercata finalmente ti ritrovo.

Mina abbozzò un sorriso di circostanza, più per gli astanti che per il suo ospite. Si guardò intorno chiedendosi quanti e/o chi fra i presenti sarebbe stato in grado di identificare il Cinese per il soggetto che stava catalogato nei suoi ricordi, ma soprattutto quanti lo avrebbero riconosciuto per il tipo pericoloso da cui certuni, lei inclusa, cercavano di star alla larga. Poi si accorse che qualcosa la doveva dire, perché quell’incontro lo aveva organizzato lei.

– Ci sediamo?

– Certamente, seguimi.

Il Cazzarola fece strada nel locale e a quanto sembrava aveva già predisposto e riservato il tavolo più appartato che ci fosse; benché non separato dal resto della sala avrebbe consentito una tranquilla conversazione senza timori di intrusione da parte di altre persone, per quanto una certa lussuosità del posto sembrasse mettere al riparo da seccature. Quando si furono sistemati e non vi fu altra procedura a frapporsi tra le loro intenzioni il Walter esordì:

– Sembra che hai chiesto di vedermi, ma prima lasciami dire che sei sempre in splendida forma.

– Lasciamo da parte le banalità – rispose Mina – c’è qualcosa che devo chiarire con te.

– Sentiamo… – disse il Cazzarola sporgendosi leggermente in avanti con il più gradevole sorriso esposto a dimostrare il contrario della sua personalità.

– Che cosa vuoi da me? Che cosa cerchi?

– Di cosa stiamo parlando?

– Non stiamo tanto a girarci intorno, l’Antonnomi mi ha detto che è stato messo sulle mie tracce su tua disposizione.

L’Antonnomi, nella sua posizione

– Ehi calma… qui non si fanno nomi… – rispose deciso il Walter guardandosi intorno con una preoccupazione non eccessiva. Evidentemente aveva preso delle precauzioni anche in senso antispionistico perché recuperò subito la solita presenza di spirito – diciamo che un conoscente comune afferma delle cose e che tu gli credi.

– Dimostrami il contrario se non è vero.

Il Cazzarola fece spallucce e una lieve smorfia con le labbra ad indicare un certo disinteresse, Mina aggiunse:

– Che cosa vuoi da me? Voglio saperlo. È una domanda molto semplice che richiede una semplice risposta. Perché mi hai fatta cercare in una maniera così subdola? Se proprio vuoi saperlo questa volta hai scazzato, se ne sono accorti in troppi e io non voglio avere nulla a che fare con te, mai più.

Il Cinese si rilassò contro lo schienale della sedia, si guardò in giro. Mina conosceva questi suoi atteggiamenti, stava solo preparando la sua mossa, nel caso ne avesse una, però Mina sapeva che in qualche modo l’avrebbe stupita, perché questa era la sua arte e lei era pronta a non farsi intortare.

– Vedi, tu non hai mai capito l’importanza di certe cose, l’importanza delle persone, di certe opportunità o disponibilità…

A quest’ultima parola Mina ripensò alla sera precedente in casa dei finti satanisti, dove le opportunità parevano avere modo di concretizzarsi in maniera subdola, avrebbe voluto chiedergli se era stato lui a fare su la Guendalina per convincere lei a certe prestazioni ma pensò che le cose andavano affrontate una per volta e non voleva cadere nei tranelli del suo interlocutore, che aveva avuto modo di vedere attuati su altri. Il Cinese non era uno che parlava eccessivamente, più che altro ascoltava, e poi attaccava sulla base di ciò che aveva ascoltato, una serpe astuta. Così lo lasciò sfogare cercando di attuare la sua stessa tattica e se ne restò zitta aspettando i suoi commenti, e il Cinese continuò.

– Non immagini nemmeno l’importanza che avevi per me nei nostri vecchi tempi…

A questa Mina non resistette:

– Ah sì… certo… forse era per questo che mi portavi a casa di tizio e di caio per certe cosette affollate…

– Cosette affollate, buona questa… no vedi, tu semplifichi troppo, tu vedi un atteggiamento sotto l’aspetto della vita ordinaria mentre ciò che io vorrei proporti… perché è vero, ti ho fatta cercare… è qualcosa di più grandioso e importante, tu non puoi farmi credere che stai veramente impegnandoti negli studi e tutto il resto, sì magari sei brava e ottieni dei risultati ma il tuo posto non è là dentro. Non immagini nemmeno l’importanza che avevi in quei tempi perché non sei in grado di capire quanto la tua presenza al mio fianco sia stata fondamentale. La tua sola presenza in certe circostanze mi ha fruttato così tanto che non puoi immaginare, la tua capacità di capire, perché non puoi venirmi a dire che la cosa non ti piaceva e non stavi in mia compagnia di tua spontanea volontà, la tua capacità di agire come mediatrice involontaria è una risorsa straordinaria…

– E cosa pretendi? Che diventi una tua dipendente?

– Ecco, vedi? Tu butti tutto alle ortiche senza meditare. Pensa per esempio a quel tipo che hai nominato prima, come pensi che si costruiscano certe convenienze, certi legami…

– Sì, insomma ti serve una prostituta…

– …àrieccola – disse il Cinese scimmiottando un romanesco cinematografico – c’è qualcosa di più importante, di molto importante. Come credi che si formi il denaro, te lo sei mai chiesto? Come credi che si crei la ricchezza? Forse certuni la ereditano, forse altri l’accumulano con il lavoro, ma alla base è sempre un frutto di relazioni sociali, sono le persone che creano la ricchezza, che la manipolano, che la gestiscono. È così da sempre ma terminata l’epoca del rapporto diretto con la produzione e il lavoro si sono ampliate le possibilità di inserirsi nel business, e questo avviene tramite le persone e una persona come te sarebbe per me un’opportunità molto importante. Bada che non ti sto chiedendo di diventare una specie di fidanzata o come hai detto tu una dipendente, solo un libero rapporto di interesse reciproco. Tu non lo sai, ma mi hai fornito delle possibilità importanti, se tu ne fossi pienamente consapevole potremmo fare insieme un bel po’ di cose, basta volerlo, basta trovarlo conveniente per entrambi. Ci sono certi tipi che davanti ad una bellezza simile mollano parecchia della loro prudenza, non sto parlando di malaffare ma di semplici affari, e io sono uno che se ne intende.

Il Cinese smise di parlare e guardò sorridente la sua ex amica, quasi compiaciuto che non sapesse o sapesse solo una metà della tresca, quella che faceva capo a lui e non dei tentativi della Brigonzi, che aveva agito su di lei per fagocitarla ai suoi affari e detenere così sotto la sua mano un ulteriore controllo su certi personaggi, non senza pericoli per il business di entrambi, perché qualcosa era trapelato e c’era un po’ di movimento nell’aria. C’era una specie di gara all’accaparramento di esseri umani, perché è su questi e con questi che si crea il denaro, sì certo, la Zecca lo stampa, le banche lo manipolano, ma la cosa si fa interessante quando entra in circolo, allora le persone diventano il mezzo e il fine del denaro, dove il fine è di qualcuno e il mezzo rappresentato da tutti gli altri. Il Cinese era un artista in ciò, manipolare le persone, il suo vero business. Mina deviò il discorso:

– Sai, ieri sera ero in casa di gente strana, gente che mi ha fatto strane proposte e non so perché ma ho percepito la tua presenza dietro a tutto…

Il Cazzarola rise e poi disse:

– Ti stai sbagliando di grosso e tra poco verrà qui una persona a dimostrartelo, però ora voglio farti una domanda… pensaci bene prima di rispondere… ti ho mai spinta a fare qualcosa veramente e ostinatamente contro la tua volontà?

Mina rimase in silenzio e si accorse che questa domanda era abbastanza subdola. Ripensò alla sua adolescenza e rivide come in un rapido film alcune scene che avrebbe voluto dimenticare ma che restavano indelebilmente impresse nella sua memoria e capì che nessuno l’aveva veramente spinta a ciò, capì che nello slancio della sua giovane età si era lasciata coinvolgere volontariamente nella convinzione che quello fosse il mondo, e per molti versi lo era per davvero e certe volte, quando riusciva a nascondere davanti a se stessa il rimpianto di avere fatto certe scelte le affiorava il ricordo del sottile piacere di quella cosa che chiamano trasgressione e l’ebbrezza di certi momenti a tratti sopraffaceva l’orrore conseguente alle tirate di coca, quando passato l’effetto si sentiva terribilmente depressa e la realtà così deforme e inaccettabile che non vedeva l’ora di tirarne ancora, e poi ancora come se fosse l’unico scopo della sua vita. Però doveva ammetterlo, il Cinese aveva saputo tenerla a bada, senza farla cadere in quel gorgo senza fine da cui si esce a brandelli e la vita diventa un surrogato di quella brutta esperienza; aveva qualcosa in comune con quel coetaneo, qualcosa che non capiva e che contemporaneamente la terrorizzava e l’attraeva, ma non sapeva come definire questo stato d’animo. Mina era persa in queste strane e bizzarre rievocazioni del suo passato che le scorrevano davanti alla sua attenzione come un film e a malapena percepì il Cinese avvicinarsi a lei e sussurrare in maniera comprensibile ma bisbigliata:

– Sei una mia creatura, non puoi pretendere di svincolarti.

E allo stesso tempo vide avvicinarsi una donna dal fisico statuario, dalla strana capigliatura viola e dai lineamenti dolci e mediterranei, era talmente soprappensiero che non tentò nemmeno di metterla a fuoco, convinta che fosse una qualunque cliente del locale e quindi un’estranea, poi questa donna si sedette al loro tavolo e lei, quasi come se stesse uscendo da un sogno, la riconobbe.

– Tutto occhèi? – chiese Bruna rivolgendosi a Mina.

– Ehi, non la saluti? – chiese di rimbalzo il Cinese – Eppure vi conoscete.

Mina riprese contatto con la realtà ma era come se irrompesse in una scena nuova della quale non sapeva i precedenti. Bruna l’aveva ora riconosciuta ma non sapeva connetterla con il Cazzarola. Guardò la quasi quarantenne, la salutò e poi guardò il Walter aspettandosi una spiegazione. Il Cazzarola rise, poi disse:

– Scommetto che ti stai ponendo delle domande circa ieri sera…

Mina non disse nulla, pensò che il Cinese stesse per tramare qualcosa contro di lei e allo stesso tempo lo percepiva ammaliante e affascinante come un tempo, e in definitiva sette – otto anni di tempo a cavallo dei vent’anni anche se modificano la fisionomia non invecchiano per nulla e forse migliorano l’aspetto fisico. Il Cazzarola era per davvero un bell’uomo e per chi lo conosceva bene anche una bella faccia da culo, ma forse non lo conosceva abbastanza bene per sapere che lui ci teneva ad essere così.

Mina non riusciva a recuperare la parola e guardava Bruna e Walter senza esprimere alcunché, poi il Walter diede leggermente di gomito a Bruna, che le sedeva a fianco mentre Mina gli stava di fronte, e la trentottenne sorrise a Mina e le disse:

– Non mi dire che ieri sera ti sei spaventata…

Mina non rispose, era ancora intenta a cercare di capire ma difficilmente ci sarebbe riuscita. Bruna proseguì.

– Riguardo a cosa? – trovò il coraggio di rispondere Mina.

– Beh, riguardo a quei due tizi, non sono proprio rassicuranti e…

– A dire la verità – la interruppe Mina riprendendo una certa verve – mi ha spaventata di più la mia amica. Anzi, ex amica.

– Stai prendendo tutto troppo sul serio, era solo un gioco, uno scherzo. Sai quelli sono convinti di essere in qualche modo per davvero in contatto con l’oltretomba e ci marciano. Ci fanno anche un po’ di grana, sì insomma, un po’ è una burla e un po’ è un business, non sai mai quando scherzano o quando dicono per davvero, e di solito scherzano per davvero per cui la gente si spaventa…

Bruna sembrava rassicurante e continuava a parlarle a ruota libera; mentre l’ascoltava se la immaginava in quelle occasioni in cui l’aveva incontrata, i suoi modi un po’ esagerati per apparire come le coetanee di Mina ma tuttavia gentili anche se bizzarri, le particolari amicizie con Bonbon, a cui Mina non osava fare accenno, una certa intimità con Laszlo che aveva notato ma che non osava approfondire. Insomma, Bruna sotto sotto le piaceva come personaggio anche se tendeva ad evitarla perché non aveva mai capito bene che cosa ci venisse a fare una di quell’età alle feste di studenti universitari, però appena la vedeva insieme a Laszlo o a Bonbon smetteva di chiederselo, non erano affari suoi e poi era simpatica. Ad un tratto il Cinese mise una mano sulle spalle di Bruna, Mina capì che c’era qualcosa di particolare ma non osò chiedere, poi Bruna smise di parlare e il Walter disse a Bruna guardando Mina:

– Dille quanto hai messo insieme negli ultimi cinque o sei anni…

– Settecentosessantamilioni e spiccioli, per la maggior parte investiti in titoli di Stato, sai – disse Bruna guardando di sguincio il Cinese – è meglio andare sul sicuro. E poi mi sono fatta mancare poche cose, tranne forse il fatto che ultimamente ho dovuto abitare per un bel pezzo in uno stabile occupato, per fare scena… un suo consiglio – e additò il Cinese – e senza la sua protezione non ci avrei pensato nemmeno, ci bazzicano certi tizi là dentro, se penso a quella povera famiglia che ci vive da almeno un anno e mezzo…

£ire #760’000’000# & spiccioli.

Diconsi Lire#Settecentosessantamilioni&spiccioli#

Mina li guardava e continuava a non capire, o meglio capiva che avrebbe dovuto andarsene ma in qualche maniera non riusciva a trovare lo spunto per prendere la decisione, in primo luogo perché era venuta lì a fare delle domande e cercare delle risposte mentre questi la stavano tirando per le lunghe senza concludere alcunché, e lei continuava a rinviare certi argomenti che voleva affrontare tanto che ormai se li stava dimenticando, e poi sentiva di essere in qualche modo attratta da quelle persone, non sapeva dire il come né il perché ma tutto l’odio che pensava di provare nei confronti del Cazzarola stava scemando in un confuso stato d’animo nel quale il gentile aspetto di Bruna mitigava l’orrendo ricordo che aveva del Cazzarola e si accorse di essere rimasta lì molto più del tempo che aveva preventivato, si accorse che tutta la rabbia che aveva dentro le si era affievolita un po’ alla volta e ora le pareva di essere in compagnia di vecchie conoscenze con cui non sapeva come continuare la conversazione.

Mina uscì da quel locale ad un’ora troppo tarda per poter avere risolto i suoi problemi, mentre da qualche parte nella notte di Milano Urfeo stava operando uno scambio di merce per conto del Cinese, certo di essere lontano da sguardi inopportuni.

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Prossimamente il quarantaquattresimo capitolo

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