romanzo a puntate (44)

Copyright © Eric Bandini 2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.

Una storia italiana
Capitolo XLIV°
(44)
Milano
Domenica, 22 Luglio 2001
La domenica mattina al commissariato c’era un po’ di movimento, la notte aveva prodotto qualcosa e sia il dott. Gridero che il Comm. Bellosi erano in attività; il dott. Gridero era fuori sede nell’ufficio del Comm. Bellosi, dove stavano considerando i frutti del lavoro della sera precedente, quando due squadre del commissariato, in seguito a pedinamento di Urfeo da parte di alcuni collaboratori, avevano intercettato il tipo mentre cercava di vendere mezzo chilo di bamba a un terzetto di extracomunitari ad una prima analisi incensurati, che probabilmente cercavano di integrare il magro stipendio derivante da mansione di fatica con l’intossicamento di indigeni disposti a rifornirsi da loro.

Le loro convinzioni al riguardo erano vagamente contrastanti ma puntavano su una comune direzione, il Cazzarola, il quale era stato sotto osservazione da parte di Rino e di Aldo senza che nulla di rilevante venisse fuori, poi d’improvviso la chiamata da una pattuglia in borghese che segnalava Urfeo in uno stabile abitato quasi esclusivamente da extracomunitari, e il sospetto che quello stesse tentando qualcosa aveva messo in moto una vicina squadra di colleghi a supporto per un intervento che fu rapido e propizio. Troppo propizio per il dott. Gridero, che si sentiva come se qualcuno gliela avesse messa sul tavolo direttamente quella partita di coca, neanche esagerata per una città come Milano, dove mezzo chiletto di barella viene smerciata in un lampo nelle mani di uno spacciatore capace e anche il Comm. Bellosi, pur soddisfatto della prova dei suoi, nutriva una certa dose di sospetti; il Cazzarola era stato pedinabile e visibile per tutta la serata come non ricordava fosse mai successo prima in tutti i tentativi – recenti, perché pur essendo il Walter un sospettato di molte cose solo di recente era entrato nell’olimpo dei grandi desiderati dalla polizia -, senza che vi fossero enormità o prove concrete a suo danno, ma la sua presenza si percepiva un po’ qua e un po’ là dovunque si delinquesse con arte e perizia, ma su di lui non risultava mai nulla, però i poliziotti se le ricordano queste coincidenze e alla lunga qualcosa possono produrre.
Che il Cazzarola fosse informato delle mire che la polizia aveva su di lui questo, nella mente del dott. Gridero, era una certezza, un po’ meno per il Comm. Bellosi, il quale era restio ad accettare che qualcuno all’interno della Forza ponesse le sue informative a servizio della parte negativa e il dott. Gridero cercava di convincerlo dicendogli che in una circostanza come quella, in cui uno come il Cazzarola sa che gli si sta addosso, tentare di fare smerciare un pacchetto di bamba a uno dei suoi significa solo voler forzatamente dimostrare di essere estraneo a quelle attività, quindi una conferma in negativo. In una serata come quella precedente, durante la quale lui e alcuni dei suoi sgherri erano tenuti sotto sorveglianza, voler mettere in azione qualcuno a smerciare un discreto pacchetto di coca era come ordinare ad un soldato di attraversare le linee nemiche con un berretto a sonagli in testa e una lanterna in mano. Direttamente il Cinese voleva dire «Io non c’entro nulla», indirettamente diceva «Rodetevi quest’osso e finitela», e a dire la verità sia il dott. Gridero che il Bellosi ci stavano facendo un pensierino a terminare lì la faccenda. Nessuno dei due lo diceva apertamente ma forse lo pensavano entrambi, non per tranquillizzare mire di carriera che si sarebbero opacizzate nell’ostinazione a perseguire quel filone di indagini, quanto per non volere apparire come dei falchi ostinati e buttare scompiglio nell’ambiente, dove già si vociferava se non di coinvolgimenti – perché nessuno aveva mai fatto nomi né rilevato alcunché dal momento che non esisteva nemmeno nelle concrete informazioni di Gridero e Bellosi – almeno un incremento di pressioni indebitamente subite da qualcuno che forse, non al pari di loro, poteva ritenersi sputtanabile, vale a dire grossomodo a una mezza misura fra il ricattabile e il ridicolizzabile, perché con i mezzi moderni si può fare molto e in fretta per annerire l’esistenza di una o più persone, senza che questo avvenga nell’ambito della Giustizia, per la quale l’atto diviene “denuncia” e poi procedura, e a seguito di ciò informazione.

Gridero e Bellosi sapevano dove volevano arrivare con la loro inchiesta ma sapevano di non poterselo permettere, non in quel momento e non con i pochi indizi che avevano. L’Urfeo pareva non sapere nulla, né da dove provenisse la roba né perché mai la volesse vendere a degli extracomunitari che forse non conosceva nemmeno, o comunque non troppo bene. Alla domanda «Chi ti ha fornito quella roba» si era limitato a rispondere che «Era nel posto dove qualcuno mi aveva detto che fosse», e alla domanda «Chi è questo qualcuno?» aveva risposto «Uno che vedevo per la prima volta», però quando Gridero e Bellosi si bisbigliarono il soprannome del Cazzarola Walter, alias “il” Cinese, proprio il soprannome come se fosse stato un loro amico di infanzia, l’Urfeo aveva assunto l’aria di un gatto che muove le orecchie per intercettare qualche cosa che non riesce a capire bene ma che lo preoccupa.
Ovviamente ciò non costituiva alcuna prova e se avessero tentato di ostinarsi, di accanirsi contro di lui per estrargli quel nome dalla bizzarra onomatopea anagrafica il tipo si sarebbe intestardito in un cupo silenzio e uno sguardo ottuso quanto vacuo. Avevano interrogato anche gli extracomunitari, uno dei quali aveva detto «Non zapere chi portato roba, noi lavorare» e si era guardato intorno come a cercare una scusa in qualcosa che non riusciva a trovare, e uno degli altri due extracomunitari, interrogato a sua volta si era limitato ad aggiungere «Io non conosce quello, non zo cosa voleva da noi», e alla domanda come facessero ad avere quel pacchetto di milioni di lirette, che guarda caso potevano costituire un controvalore appropriato per la barella che l’Urfeo aveva recato con sé, avevano risposto «Noi tenere zoldi con noi. Noi non fare entrare in banca, loro paura di noi» e qui Gridero e Bellosi, senza tirare in ballo razzismi o preconcetti, pensarono che forse i bancari qualche ragione la potessero avere, poi però pensarono anche che il denaro non puzza e quando mai s’è vista una banca respingere versamenti magari non propriamente enormi ma comunque di una certa consistenza? Sui biglietti di banca non c’è mica scritto sopra frutto di rapina, la firma del Governatore della Banca d’Italia garantisce indistintamente su tutte le banconote, per cui ordinarono una perquisizione nell’alloggio dei tizi, abbastanza sovraffollato, dove speravano di trovare riscontri di versamenti bancari e conti correnti a loro nome per eventuali indizi ulteriori, ma furono delusi, o dicevano la verità o qualcuno aveva ripulito il posto da possibili agganci e se avevano un conto corrente presso un banca scoprire quale restava un lavoro abbastanza improbabile per qualcuno che muove principalmente contante e ha un nome straniero storpiabile in modificazioni improbabili, ciò che stava scritto sulla carta di identità o sul passaporto poteva essere scritto diversamente nelle anagrafiche di una banca. I vantaggi di un extracomunitario.

Alla domanda «Come fate ad avere tanti soldi in contanti?» avevano risposto quasi in coro «Risparmiare per nostre familie, poi mandare zoldi a casa», cosa magari anche vera ma dopo avere smerciato un bel po’ di bamba. Poi erano arrivati gli avvocati, quelli d’ufficio perché nessuno dei tre extracomunitari, né l’Urfeo, aveva accennato ad averne uno per conto suo, e le domande divennero ufficiali, così come le menzogne e siccome le due pattuglie erano intervenute all’oscuro di quanto stava accadendo, cioè senza vedere per davvero su cosa stavano intervenendo, c’era la concreta ipotesi che nessuno dei quattro, incluso l’Urfeo, si facesse anche un solo giorno di galera, perché la roba era stata trovata dopo, in seguito ad una perquisizione più accurata e siccome si trovavano nelle parti comuni di uno stabile poteva non essere una cosa facile appioppare le responsabilità competenti a ciascuno, fermo restando l’ostinazione degli extracomunitari che si aggrappavano al loro contante sperando di poter uscire in giornata con il loro malloppo pagando solo lo scotto di un affare non concluso, ma su questo il dott. Gridero fu irremovibile e comunque mezzo chilo di cocaina che si trova a meno di tre metri da dove si viene arrestati in concomitanza del possesso di un controvalore in lire equiparabile forse lascia qualche dubbio, ma tocca al delinquente dimostrarlo, sebbene questi dietro suggerimento dei legali avessero ritrattato in blocco le affermazioni precedentemente rilasciate e comunque non verbalizzate.

E così erano stati trattenuti tutti e quattro, senza che nessuno dei rappresentanti della Giustizia fosse soddisfatto del proprio operato, regnava un’incertezza generale e un’ombra di sconforto su tutti quanti. Il dott. Gridero aveva ordinato un’analisi dello stupefacente per verificare se era possibile identificare un’origine o l’appartenenza a tipologie precedentemente rinvenute, alcuni sottoposti del Bellosi furono inviati a perquisire l’abitazione di Urfeo ma già il dott. Gridero e il Comm. Bellosi pensavano ad altro facendosi poche illusioni, gli accertamenti sugli extracomunitari diedero qualche frutto; i precedenti, benché non molto importanti servirono a confermare l’arresto, cosa che fu utile anche a mettere al fresco l’Urfeo, però nessuno cantava vittoria, c’era il sentore di una imbeccata, ad arte e in perfetto orario. Il dott. Gridero sgranocchiò un Maalox® nervosamente, non riusciva a decidersi ad abbandonare il commissariato per tornare a casa o rientrare nel suo ufficio, dove presumeva di potere oramai rimettere piede in conseguenza di questa che sembrava la fine auspicata da tutti tranne che da lui e Bellosi e che metteva per il momento – e forse per molto tempo a venire – la parola fine su tutte le intenzioni che lui e Bellosi avevano cullato nella loro fantasia senza dirselo mai veramente, perché certe cose si pensano, forse si desiderano, ma desiderarle ad alta voce è non solo scorretto ma quasi un’infamia, i fatti devono accadere, non essere causati, non è solo etica, è una precauzione perché ci si può scottare con il fuoco che si è causato.

Qualche giornalista stava tentando di entrare nel commissariato, chi li avesse informati era cosa sulla quale il dott. Gridero avrebbe aperto volentieri un’indagine seria e meticolosa, degli agenti che avevano compiuto l’azione e l’arresto nessuno era ancora smontato dal servizio e quei pochi che erano usciti per rientrare a casa forse non sapevano nemmeno che cosa fosse successo, ma le cose si sanno, inevitabilmente, ne aveva le prove nella sua borsa, e le serbava in quella borsa che si trascinava oramai come il guscio di una lumaca, come se contenesse le cose più preziose o forse le più pericolose, quelle che non devono cadere in mano a nessuno, quando sono invece partite dalle mani sbagliate e dalle stesse possono essere ancora usate.

Il senso di frustrazione che stavano sperimentando era aggravato dalle notizie della TV inerenti il G8. Nessuno osava fare commenti, anzi si eludeva l’argomento per evitare di dire cose che avrebbero richiesto molto tempo per essere dimenticate o digerite e i giornalisti alla porta vennero guardati con molto sospetto e tenuti alla larga il più a lungo possibile nel timore che esigessero un commento sui fatti di Genova, quando invece erano sul posto per avere ragguagli circa il reperimento di un mezzo chilo di cocaina durante un’azione della polizia nella notte.
Nessuno si sognò di farli entrare e il dott. Gridero domandò al Comm. Bellosi chi avesse divulgato la novella, perché nessuno di loro ne aveva né l’intenzione né l’interesse, essendo ancora orientati a proseguire le investigazioni per cercare di non mollare alcuni labili nessi; ed ora, svelati loro malgrado nelle intenzioni e nella congiuntura di una possibile posizione sfavorevole dell’opinione pubblica nei loro riguardi, si ritrovavano a dover fare buon viso a cattivo gioco per motivi diplomatici e convenienze di servizio, leggasi prossime conferenze stampa a svelare il grandioso rinvenimento di mezzo chilo di barella nella città di Milano dove un quantitativo simile lo si sniffa nel volgere di uno sbadiglio, con gli agenti in divisa che sotto al commento sonoro dello speaker TV indicano con il loro dito indice, solitamente protruso da una mano guantata, il luogo del misfatto, che a volte è una macchia di sangue, si sa, quello fa sempre notizia, a volte è un graffio sull’asfalto, che non fa molta audience ma è pur sempre una traccia del crimine, a volte è un androne di un palazzo di periferia, come nel caso attuale, dove erano intervenuti gli uomini del commissariato del Dott. Bellosi, e qui il probabile dito indice dell’agente incaricato di porgersi a servizio dell’informazione, sicuramente guantato perché fa molto professional, avrebbe indicato un sottoscala buio e umido malamente illuminato dove era stato trovato il pacchetto di cocaina imbustato in quel cellofan solito e involtolato da quell’adesivo marrone per pacchi, per la soddisfazione dell’utente televisivo che avrebbe visto i risultati tangibili di un’indagine conclusa.

I sospetti sulla divulgazione pilotata di una tale notizia non vennero nemmeno espressi, il dott. Gridero e il Comm. Bellosi si guardarono in faccia e senza dirsi nulla pensarono la stessa cosa e non la dissero, Aldo che li osservava distrattamente se ne fece un’opinione personale, non distante da quella dei suoi superiori. Certo si sarebbero fatte indagini sui probabili e possibili acquirenti ficcanasando per bene nelle esistenze dei tre extracomunitari e dell’Urfeo, ma oramai non ci si faceva più illusioni e solo all’idea di mettere su quel grande tavolone della sala riunioni, dove solitamente si tenevano le conferenze stampa, quella busta con il mezzo-chiletto-di-sostanza-stupefacente, il dott. Gridero sentiva dei rigurgiti di sardonica ironia, già l’idea di apparecchiare le tavolate per offrire al pubblico il prodotto della repressione era discretamente bislacca, le immagini televisive non sono garanzia di alcunché, per giunta nel contesto avevano da mettere in mostra un pacchetto abbastanza insignificante e nemmeno un’arma, perché non ne erano state trovate, vero che potevano distendere a ventaglio le banconote degli extracomunitari a fare scenografia colorata con le belle incisioni delle banconote italiane ma restava una cosa per lui detestabile, doppiamente quando ci si voleva a tutti i costi appioppare un merito esibendo della merce, e triplamente quando per esibire questo merito qualcuno, leggasi lui stesso, se la stava praticamente pigliando in quel posto.
Un graduato venne incaricato di dare informazioni a quei due o tre giornalisti che si erano presentati già discretamente informati, uno degli agenti del commissariato, di propria iniziativa e forse per genuina curiosità, mentre apriva loro la porta provò a domandare come avessero fatto a sapere, perché lui stesso, che non era uscito dalla sede del commissariato dalla sera precedente, ne sapeva meno di loro e questi dissero semplicemente che avevano i loro informatori ed entrarono macchine fotografiche alla mano, predisposti a dirigersi nella sala riunioni con il tavolone scodellato della merce requisita e degli accessori criminosi. Invece il graduato li distrasse dal percorso che conoscevano e li condusse nel suo ufficio dove dette loro i ragguagli, minimi come disposto dal Comm. Bellosi, per farli andare in pace alle loro quotidiane divulgazioni professionali, ed evitare l’assalto conseguente ad un cenno di mistero. Invece la minimizzazione del fatto e dei risultati produsse la conseguente noia e insoddisfazione adatte a far desistere da ulteriori domande, benché la notizia fosse già sufficiente di per sé a finire stampata, per lo meno nella cronaca locale.
Un agente dei Servizi Civili entrò nel commissariato e chiese del dott. Gridero, le cui mire di conoscenza circa agganci delle loro indagini fra gli studenti della Statale di filosofia erano state accolte e riscontrate celermente. Il Comm. Bellosi andò a riceverlo per conto del magistrato e mentre lo faceva accomodare notò, fuori dalla finestra, dall’altro lato della strada, un giovane che guardava ostinatamente in direzione delle finestre e degli ingressi del posto di polizia, si fermò un istante a cercare di capire e poi si convinse che stava guardando proprio in quella direzione. In preda alla paranoia conseguente ad una specie di smacco e alla rabbia di un’azione che costituiva praticamente un fallimento, nel ricordo delle missive minacciose che giravano per gli uffici della Procura, ordinò ad uno degli agenti di andare a chiedere i documenti a quel tizio, di farlo entrare e fargli dire che cosa cercava in quei paraggi.
Quando l’agente uscì dal commissariato Germano capì immediatamente che ce l’aveva con lui e prima che quello attraversasse la strada se la filò pedalando via più veloce che poté, senza voltarsi per almeno tre o quattro isolati, svicolando a tutti i cantoni per fare perdere le proprie tracce, fino a quando senza fiato si era fermato in una strada di grande passaggio, benché di domenica mattina, e in un’ora discretamente mattiniera per un giorno di festa, di passaggio ce ne fosse poco, e cercava di raccogliere le idee. Aveva seguito quel tizio che era entrato al commissariato dopo che casualmente e da una certa distanza lo aveva notato parlare con Sandro ed ora che sapeva che faceva parte delle forze dell’ordine non sapeva più cosa pensare del suo collega, ora il mondo intero sembrava crollargli addosso, anche i suoi più fidati amici potevano essere infidi e doppieschi da non dire. Sandro, verso cui provava una stima incondizionata, o almeno l’aveva provata fino a poco prima, era in qualche modo al servizio della Forza.

Ripensò alla giornata a Genova, a come si erano comportati tutti e tre insieme, cercò nel ricordo degli atteggiamenti che potessero dargli un’idea, una indicazione, una prova di una possibile doppiezza ma tutto ciò che ricordava di Sandro stava perfettamente nell’immagine che si era fatto di lui fino dall’inizio; eppure lo aveva visto con i suoi occhi, parlare a lungo con quel tale e poi salire nella sua Ypsilon Lancia e scomparire, e lui aveva seguito il tizio che aveva conferito con lui – benché a fatica e a distanza, perché in bicicletta per una passeggiata -, senza alcuno scopo, senza che cercasse di individuarne un motivo specifico, per curiosità e basta, e dopo un percorso nemmeno eccessivo e a blanda velocità, lo aveva visto posteggiare con calma e infilarsi nel commissariato, entrare e salutare come uno che ci va tutti i giorni e che è praticamente di casa e aveva tratto le inevitabili conclusioni. Ripensò al motivo che l’aveva fatto uscire di casa quella domenica mattina, all’instabile senso di frustrazione derivato dall’assenza di notizie di Mina dalla serata di giovedì e la cosa non gli piaceva per nulla. Era uscito di casa in bicicletta, per distrarsi, una domenica mattina soleggiata e pochissima gente per strada ma non aveva trovato alcun piacere a vedere una Milano un po’ detrafficata e quasi solitaria, tutti i pensieri più cupi gli vorticavano in testa e perfino il sole nel cielo pareva un oggetto appeso lassù, stupido e ottuso come un lampione.
Certo che in una metropoli della dimensione di Milano incappare in una scena che ti riguarda ci vuole della *****, o forse del ****, perché adesso sapeva e poteva prendere delle contromisure ma si rese conto che non gliene fregava alcunché, che andasse al diavolo il Sandro e la sua doppia personalità, Mina però gli mancava, caspita se gli mancava. Pensò di rientrare a casa, prendere la macchina e andare da qualche parte, o forse telefonare all’Oscuro alias lo Scuro, riguardo al quale sperava di poter ancora pensare qualcosa di decente; erano circa le nove e mezza, quasi aveva recuperato lo smacco della delusione causata dal Sandro quando da un alberghetto vide uscire mano nella mano Argia e il Prof. Gabborio, erano a circa settanta metri da lui ma li aveva riconosciuti comunque, pensò a quanto poteva essere piccola Milano in certi frangenti e soprattutto pensò alla fisionomia di Argia, che pareva camminare a fianco del professore con indifferenza. Li vide salire nella macchina del Gabborio, quella di lusso, quella che non usava mai per non farsi vedere da quelli della facoltà, vide la macchina partire e allontanarsi, restò lì fermo a cavallo della sua bicicletta senza sapere cosa pensare, una lunga domenica noiosa, tetra e senza amici lo stava aspettando e forse molte altre a venire.

Prossimamente il quarantacinquesimo (e ultimo) capitolo.