
romanzo a puntate (37)
Copyright © Eric Bandini 2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.

Una storia italiana
Capitolo XXXVII°
(37)
Milano
Sabato, 21 Luglio 2001
Nella volontà di una fuga dal suo presente Mina si era rifugiata in un voglia di shopping che non riusciva a concretizzare, parcheggiata la macchina passeggiava per il centro di Milano tentando di distrarsi dalle brutte sensazioni che aveva provato verso se stessa, il suo passato e certe persone che credeva amiche; sperava di sfuggire in avanti da ciò che pareva volerla legare al presente ma ogni vetrina che osservava, ogni prospettiva di strada verso cui tentava di gettare lo sguardo, la disinvoltura di certe persone sui marciapiedi, che osservava con un pizzico di invidia senza sapere neanche perché, la richiamavano alla presenza in sé e si sentiva vuota di ogni desiderio, pensò che se anche avesse comperato qualcosa che desiderava non avrebbe allentato minimamente quel senso di oppressione che non le dava scampo. Benché non ne avesse ritenuta un’immagine umanamente sontuosa pensava all’Antonnomi come all’unica persona con cui potesse parlare in quel momento, non per sfogarsi, poiché non gli avrebbe potuto raccontare alcunché delle sue vicende private, recenti o passate, ma giusto per fare due chiacchiere e cercare di ritrovare un po’ di sé stessa.
Tuttavia era riluttante a contattarlo, sì era stato carino e tutto il resto ma quella specie di fuga in quell’atelier con quel fico secco di stilista impettito che si muoveva come se avesse avuto un manico di scopa proprio in quel posto, quello strano colloquio con quello che gli era stato presentato come un magistrato, gli avevano aperto molti dubbi sulla sua sicurezza esistenziale, sì forse si era comportato da paraculo professionista, se l’era cavata con una bella figura, ma a pensarci bene gli appariva come il solito maschio pieno di scuse a scansare sue responsabilità, un debole che finge di essere un duro. Lo avrebbe rivisto volentieri ma pensò anche che avrebbe presto desiderato di non vederlo più, le pareva che non ci fosse nessuno al mondo in grado di gratificare il suo modo di vedere le cose della vita; certo lo sapeva che è più che altro un’utopia, un sogno irraggiungibile, che in un modo o nell’altro bisogna raggiungere un compromesso tra il proprio immaginario e il reale, ma le pareva di esserne così lontana e talmente isolata che provava quasi la sensazione di essere sotto assedio, non propriamente sola, poiché grazie alla sua bellezza qualche rompiscatole si faceva avanti nei casi e nei posti più impensati per delle avance troppo spesso insopportabili ma a volte anche divertenti, ora però l’immagine di sé che gli aveva reso la sua amica la sera prima l’aveva gettata in una tristezza da cui le pareva di non poterne uscire più, e per giunta il Cazzarola all’attacco non le dava certo una mano a dimenticare il passato.

Non si rese conto di come le capitò ma si scoprì ad armeggiare col suo cellulare, lo accese e chiamò ColuiIlQuale, che nella sua considerazione nonostante i momenti di intimità del giorno precedente definiva per sé stessa freddamente come “l’Antonnomi”. Quando però udì la sua voce calda con quei bassi suadenti a valvole termoioniche, le sue considerazioni nei suoi confronti si ammorbidirono un pochino, senza abbassare la guardia di un certo sarcasmo in agguato. Lui le disse che aveva un paio d’ore libere e che gli sarebbe piaciuto molto incontrarla da qualche parte, dove lei avrebbe preferito, in un locale, in un giardino pubblico, giusto per stare un po’ in sua compagnia, perché, le spiegò, la domenica, cioè il giorno successivo, la trascorreva per tradizione con la sua famiglia e quella sera di sabato aveva degli impegni importanti che non poteva rimandare, però ci teneva a trascorrere un po’ di tempo con lei. Dopo avere ironizzato un poco sull’importanza che dedicava alla sua famigliola e sull’improrogabilità degli impegni serali del sabato accettò l’invito e gli disse che lo avrebbe incontrato a parco Sempione, da cui non era in quel momento troppo distante. La poca enfasi e l’ironia espressiva, benché blanda, avevano lievemente offeso l’Antonnomi il quale volle rassicurarsi che lei avesse davvero voglia di incontrarlo, e Mina troncò ogni ulteriore scemenza dicendogli di recarsi dove le aveva detto e che sarebbe stata con lui fintanto che egli avrebbe ritenuto di gratificarla con la sua presenza. L’Antonnomi emise un sorriso a bocca chiusa, o quello che tramite telefono poteva interpretarsi come tale poi però cambiò la destinazione dell’incontro dicendo che da parco Sempione in quel momento era troppo distante e le diede appuntamento a parco Lambro, che per lei sul momento era abbastanza fuori mano. Mina spense il telefono, proprio non aveva voglia di essere rintracciata dalla sua amica traditrice e tanto meno dai suoi colleghi, che in quel momento, sull’onda di uno stato di depressione, immaginava come perfidi chiacchieroni loquaci e ficcanaso.
Il mutamento del luogo di incontro da parco Sempione a parco Lambro non aveva soddisfatto Mina pienamente, le era rimasta un’ombra di sospetto che l’Antonnomi avesse voluto evitare luoghi molto affollati per non farsi vedere insieme a lei, per l’onorabilità della sua famigliola e dei suoi intrallazzi, benché avesse sentito dire in ambienti maschili che «La **** non guasta il galantuomo», però su questo bel pensierino nutriva una certa serie di ripugnanze femminili, confermate dai sotterfugi che il politicante pareva mettere in atto ad ogni passo. La solitudine però ebbe la meglio, voleva parlare con qualcuno, non perché avesse qualche cosa di specifico da dire o volesse mettere alla prova il suo fascino e l’esuberanza del suo fisico perfetto, quanto perché aveva bisogno di sentirsi confermata nel suo essere in rapporto con qualcosa di decente, o quanto meno affrontabile nell’ambito di relazioni umane che ora gli sembravano contorte e minacciose più di quanto mai avesse sperimentato nella sua ancora giovane vita; e lei ne aveva sperimentate per davvero.

Raggiunta la sua macchina prese la direzione di parco Lambro pensando che non le sembrava una destinazione romantica; quella zona di verde attraversata dal fiume omonimo dell’autentico significato di quella parola, che descrive un corso d’acqua con evocazioni di fauna e di flora correlate, manteneva solo l’aspetto esteriore di una canalizzazione idrica repellente che ha attraversato una zona densamente industrializzata e ne porta le conseguenze evidenti nell’aspetto e nell’odore della sua portata. La stagione però era bella e il parco abbastanza grande da potervi ricavare una scenografia personale per un appuntamento occasionale, nonostante il caldo estivo dell’ora mattutina avanzata. Non si aspettava grandi cose da questo incontro che già nelle premesse sanciva lo sfumare di una breve relazione nella fredda colloquialità del vivere comune, e vaghi sospetti sull’onestà e onorabilità dell’Antonnomi avevano già sbiadito parecchio la bella impressione del giorno precedente, quando tutto le era sembrato perfetto, lui così galante e educato e lei che in quella circostanza si era sentita per un breve momento «”»a posto«”» nel mondo. Ora, emerse le solite idiosincrasie della vita di tutti i giorni, se lo immaginava come avrebbe dovuto essere secondo le evidenze che le si manifestavano a mano a mano; fuori da quella villetta linda e pulita come la casetta di Heidi, il mondo le appariva sporco e lui non meno del mondo, però si sentiva sola, davvero sola, come non si era mai sentita in vita sua, nemmeno in certi periodi dei tempi delle sue esperienze con la bamba e le performance del Cazzarola, quando la sua giovane età le nascondeva il peggio del peggio dietro ad un velo di inconsapevolezza mascherato da voglia di vivere ad ogni costo e per ogni cosa, possibilmente proibita.
L’appuntamento con l’Antonnomi era all’incrocio fra Via Crescenzago e Via Sangro. A parco Lambro ci era stata un paio di volte, non rammentava nemmeno le occasioni né le persone che erano con lei, però ricordava quella specie di falsa frontiera fra civiltà industriale e la natura, con i capannoni e i magazzini che terminano all’improvviso e danno l’illusione che oltre la strada Crescenzago inizi un mondo verde e lussureggiante che si offre al di là di un confine netto con una visuale di piccole colline e alberi, quando sapeva benissimo che, per quanto grande rispetto all’idea del verde in Milano, quell’area era assediata dall’autostrada, dalla ferrovia, e oltre a ad essa altre urbanizzazioni industriali, villettopoli, aggregati di condomini–dormitorio e poca campagna inframmezzata da strutture della società tecnologica, dove è impossibile trovare uno scorcio di panorama che non sia inquinato da tralicci dell’alta tensione, segnali, cartelli pubblicitari, silos di varie fatte ma non di uso agricolo e strade di transito lungo le quali l’edificazione ha eretto un muro continuo di case, negozi, supermercati, pompe di benzina, gommisti, ciascuno con la pretesa di essere in evidenza in un monotono susseguirsi di insegne luminose, attrattive e distrazioni di vario tipo che fiancheggiano la direzione della strada come una scenografia che vuole occultare il verde della campagna.
L’idea che l’Antonnomi non volesse mostrarsi in sua compagnia si fece più reale ma non la scoraggiò, all’incrocio con Via Sangro lo vide sul marciapiede, rallentò e aspettò che gli dicesse dove lasciare la macchina, quando lo raggiunse ebbe l’impressione che fosse invecchiato di colpo, il fascino del giorno precedente si era trasformato in qualcosa di reale ed ora vedeva in lui una specie di coetaneo di suo padre, non che la cosa le ripugnasse ma provò un po’ di pena per lui, e di riflesso anche per sé.

Parcheggiò la macchina in Via Sangro e raggiunse l’Antonnomi con una corsetta felice, come in quei déjà-vu cinematografici pseudoromantici dove il lui e la lei si incontrano con una corsetta e si abbracciano in mezzo ad un campo di fiori, benché nel contesto i fiori non ci fossero e dietro a loro, riparato da una siepe, un parcheggio aziendale mostrasse la presenza industriosa della città con numerose vetture a segnalare attività produttive nell’edificio che delimitava uno dei lati dello spiazzo. L’Antonnomi non si mosse dalla sua posizione, che mantenne a piè fermo fino all’arrivo presso di lui della sua giovane e ormai ex concubina; sfoderava il sorriso più galante che poteva, però nonostante la voglia di intravedere qualcosa di positivo in quell’uomo, Mina vi percepì un velo di noia e di sopportazione e si sentì stupida per quell’entusiasmo che aveva espresso nell’approssimarsi a lui. Si abbracciarono ma non si baciarono, il decadimento relazionale era già evidente a entrambi, però tutti e due si dimostrarono gentili l’uno verso l’altro, per differenti e forse antitetiche motivazioni. Mina voleva dimenticare sé stessa per un po’, fosse anche solo per un’ora o due, l’Antonnomi voleva mantenere lo jus primae noctis sulla sua preda in spregio alle avvisaglie del Cinese il giorno precedente, benché consapevole che la prima notte della sua preda fosse avvenuta un certo numero di anni prima.
Era certo di avere preso tutte le precauzioni del caso, con il dovuto supporto e suggerimenti di collaboratori ai quali non aveva rivelato nulla ma richiesto semplicemente di coprire la sua assenza, e in quel posto poco frequentato avrebbe avuto modo di notare estranei e curiosi inopportuni, fidando sul fatto che il Cazzarola non lo avrebbe tampinato di persona, non era una cosa nello stile del soggetto. Fianco a fianco, vicini, Mina e l’Antonnomi presero la direzione di un vialetto che a poca distanza da Via Sangro si inoltra in parco Lambro, verso un boschetto folto a sufficienza da rendere l’idea di bosco ma razionalizzato al luogo comune del bosco delle favole per non spaventare l’utente medio tramite una natura autentica, spinosa, intricata e non comodamente passeggiabile.
Aldo aveva fermato la sua macchina lungo Via Crescenzago una cinquantina di metri prima dell’incrocio con Via Sangro quando aveva visto la vettura di Mina rallentare per confabulare con un tizio sulla cinquantina inoltrata fermo all’incrocio come un ghisa e poi vide passare un’altra macchina che veniva dietro quella della Calludole che l’aveva superata durante la breve sosta per poi girare lentamente in via Sangro, come se non fosse sicura della direzione da prendere. Per un momento temette di essere stato seminato e di avere preso la decisione sbagliata, poiché da quella distanza non era certo di avere riconosciuto il tipo e trascorse un paio di minuti nell’agitazione dovuta ad un eventuale smacco, poi riprese animo quando vide la sua sorvegliata arrivare di corsa e abbracciare il soggetto e allora si rallegrò con sé stesso, la cosa prendeva un certo interesse. Quando li vide entrare nel parco lungo il vialetto decise di non pedinarli, non c’era nessuno in giro e sarebbe stato notato, si rilassò contro lo schienale del posto di guida predisposto all’attesa, senza perdere di vista l’incrocio Crescenzago – Sangro.

Non passò un minuto che gli venne voglia di sgranchirsi le gambe, scese dalla macchina e si avviò verso l’incrocio per vedere dove aveva lasciata la macchina la sua osservata, era quasi in Via Sangro quando vide arrivare un tipo dal fare frettoloso che pareva intenzionato a dirigersi nel parco, da solo. Lo riconobbe, era il Gaudenti, noto alle forze dell’ordine, benché incensurato, per sue oscure attività collegate a fanatici del satanismo, al secolo Laszlo Gaudenti, che qualcuno del suo gruppo, in seguito a descrizioni delle sue attività congiunte, aveva soprannominato Mefistotele non riuscendo in ciò a coniugarvi aspirazioni da filosofo – ché lo si sapeva iscritto alla facoltà di lettere e filosofia della Statale – con certe propensioni al satanismo acclarate da segnalazioni e riscontri diversi. Finse di non vederlo, e per certo il soggetto non sapeva della sua appartenenza alla polizia, gli andò incontro distrattamente per fargli credere di essere diretto verso tutt’altre faccende, trasse di tasca il cellulare e si mise ad armeggiare con quell’oggetto senza guardare nella sua direzione aspettando che il tipo andasse oltre per capire cosa avrebbe fatto, ma già ne aveva il sospetto.
Laszlo scavalcò il guardrail sulla via Crescenzago e attraverso il prato prese grossomodo la direzione di Mina e dell’Antonnomi, costeggiando da lontano il vialetto come se non volesse essere notato, ad Aldo parve che avesse un oggetto in mano ma nel tentativo di dissimulare una perspicace attenzione nei suoi confronti non era riuscito a cogliere alcun dettaglio, l’unica cosa di cui era quasi certo era che non gli era parsa una rivoltella, per cui desistette da ulteriori elucubrazioni circa possibili responsabilità che avrebbero potuto essergli addebitate nel caso le cose prendessero una piega da thrilling. Mina e l’Antonnomi stavano scomparendo dentro il boschetto che pareva l’eco della canzone «Vieni c’è una strada nel bosco», col vialetto asfaltato, mentre Mefistotele si stava arrampicando sulla collinetta e Aldo lo vide scomparire sul declivio opposto immaginandolo acquattato dietro a qualche pianta a spiare i soggetti per conto di qualcuno. Si imponeva un aggiornamento con il commissario Bellosi perché la situazione si era fatta strabica e lui poteva seguire una sola direzione.

– Pensavo che non ci saremmo rivisti più – disse l’Antonnomi camminando lentamente sotto quell’ombra già afosa.
– Perché? – chiese Mina fingendo un’ingenuità quasi autentica.
– Mah, per come ci siamo lasciati ieri, quello strano incontro dal Vanzi, il colloquio con quel magistrato…
– A proposito, come si chiama? Non me lo ricordo più, è successo tutto così all’improvviso…
– Hai paura che si rifaccia vivo?
– No, ma visto che abbiamo fatto la pentola bisogna che teniamo bene stretto il coperchio.
– Hai ragione – sorrise fra sè l’Antonnomi – si chiama Gridero, dott. Romeo Febo Gridero.
– Che cosa pensi di me? – disse Mina svicolando dall’argomento per sorprenderlo.
– Che ti vedrei volentieri in qualsiasi occasione ma penso che non possa capitare spesso, la felicità è un’utopia. Secondo te che cos’è la felicità?
– È un prodotto secondario della funzione – rispose Mina come se fosse stata interrogata da un insegnante.
L’Antonnomi però la stupì un poco correggendo la sua affermazione, dopo avere tenuto in sospeso la conversazione lasciando che la sua amica si cullasse nella certezza di una bella risposta.
– La tua risposta è incompleta…
– Sentiamo la correzione…
– La felicità è un prodotto collaterale della funzione in un contesto di battaglia. Da qui l’errore fatale degli utopisti. Tutto quello che è successo ieri ci ha consentito di vivere qualche momento sereno in mezzo al bailamme da cui sono riuscito a trarti, non escluso il dott. Gridero, il quale per quanto si sfoghi di sostenere la parte che ritiene giusta contribuisce allo stato di battaglia.
Mina non rispose, non disse nulla, ebbe la sensazione che l’Antonnomi si stesse appuntando una medaglia sul petto da solo, o quanto meno stesse cercando di prospettarle una situazione meno sgradevole di quanto lei riteneva dovesse essere e inoltre, nella migliore tradizione del pensiero femminile, non riusciva a togliersi dalla testa che se aveva la Giustizia alle calcagna qualcosa la doveva avere combinata. Poi, siccome la risposta dell’Antonnomi glielo aveva rammentato, gli domandò:
– Chi è stato a chiederti di tirarmi fuori da quell’appartamento a Monza? Perché tu non potevi, da solo, sapere chi ero né dove fossi, non mi conoscevi, non sapevi nulla di me…

L’Antonnomi non rispose subito, guardò avanti nel parco come se stesse cercando qualcosa o stesse scrutando un futuro migliore non ancor in vista, poi facendo appello ai toni bassi della sua voce a valvole termoioniche le chiese:
– Sei sicura di volerlo sapere? Potresti restare delusa, di me e forse anche di te stessa. È una situazione della quale non siamo padroni.
Mina non disse nulla e fu colpita dalla serietà con cui le aveva espresso quell’opinione dubbiosa su di loro e la loro breve congiuntura esistenziale. Nessuno dei due parlò per qualche minuto, camminavano fianco a fianco, troppo caldo per tenersi abbracciati, sarebbe stato per ciascuno come portare a spasso un termosifone e poi lo slancio del giorno prima si era placato, domande e dubbi si erano fatti concreti e Mina aveva la sensazione netta di essere in condizione di svantaggio per essere all’oscuro dei dettagli che l’avevano condotta fino a lui. Che non fosse una sua iniziativa ne era certa però non trovava motivazioni o sospetti per individuare l’elemento scatenante, le cose si erano svolte in fretta il giorno precedente e lei non aveva avuto modo di farsi un’idea neanche sommaria di ciò che si era trovata a sperimentare direttamente, la presenza di quell’uomo maturo, un po’ troppo forse ma galante e gentile, l’aveva colta di sorpresa in un momento in cui desiderava proprio ciò che le era capitato il pomeriggio scorso, poi le cose erano mutate all’improvviso e pur restando di un umore positivo non era riuscita a mantenere quell’ombra di dubbio sufficiente a fargli avere i giusti sospetti, ora, dopo le delusioni della sera precedente le si era spalancata una voragine di incertezze e aveva troppe domande a cui non riusciva a trovare risposta e le parve che la domanda principale, il punto di inizio, dovesse essere quello, almeno per cominciare a chiarire qualcosa.
– Penso che vorrei saperlo – disse Mina a bassa voce.
L’Antonnomi si fermò, la guardò intensamente soppesando ben bene i pro della sua bellezza e i contro delle minacce del Cinese, cercando di trarre la deduzione più conveniente alle sue propensioni scoperecce senza restare disarmato nei confronti del Cazzarola. Poi ispirandosi alla più seria teatralità, di cui era divenuto esperto nell’esercizio della sua ubiqua professione, si atteggiò alla migliore drammaticità e pathos tragico che poté e si espresse nella migliore performance della sua arte oratoria, fidando sul fatto che la giovane si sarebbe fatta abbindolare dalla descrizione delle circostanze, richiamando in gioco per cautela e ben mimetizzate nel discorso i suoi trascorsi non esattamente limpidi; insomma, un discorso del tipo siamo tutti e due nella stessa situazione, perché osteggiarci?
– Vedi – esordì l’Antonnomi spingendo il suo sguardo ancora più lontano a cercare un inesistente orizzonte migliore come per dare una maggiore profondità a ciò che stava per dire – nonostante la mia posizione non sono veramente quella limpida persona che credi – e qui, se avesse potuto leggerle nella mente sarebbe rimasto stupito – ho degli obblighi verso molte persone e non tutte presentabili, nulla di scandaloso o anche solo di illegale – Mina sorrise pensando al dott. Gridero ma l’Antonnomi finse di non avere inteso la sottile, inespressa ironia – però non posso fare davvero ciò che voglio e in qualsiasi momento. C’è un tale che mi ha chiesto di trarti da quel posto ed era una richiesta che non potevo rifiutare, sai com’è, ci si scambia favori, si fanno amicizie, sì insomma, la rete delle conoscenze…
– Chi è questo tizio?
– Un tale che si chiama Walter Cazzarola – disse l’Antonnomi omettendo la confidenza del soprannome.

Mina sgranò gli occhi e lo fissò con uno sguardo di terrore e ripugnanza, di nuovo il passato cercava di riappropriarsi del suo presente ma non si perse d’animo.
– E quale sarebbe stata l’idea? Sì, insomma, che programma aveva in mente?
– Per quello che ne so nulla di particolare, voleva soltanto tirarti fuori da quella che lui mi aveva descritto come una brutta situazione, ho dovuto mettere in azione qualcuno, cosa che mi costerà qualche favore da rendere, però…
– Non mi hai capito… intendevo dire cosa avresti dovuto fare se non fosse intervenuto l’intermezzo col magistrato…
– Non lo so, è una persona per bene, per come lo conosco…
– Ah, immagino, e magari tirate di coca insieme, anzi no, se ricordo bene il soggetto è lui che te la fornisce a pacchi, perché lui sta bene attento a non cascarci, non troppo comunque…
– Ma cosa dici, non faccio queste cose…
– Beh, se frequenti quella gente le farai, in un futuro non molto lontano le farai, sei già sulla strada giusta e in buona compagnia.
L’Antonnomi sapeva dei trascorsi di Mina, non dall’incontro con il Cazzarola nel negozio della Brigonzi durante il quale gli era stata fatta quella richiesta non rifiutabile, però appena aveva potuto aveva fatto fare rapide e abbastanza precise ricerche sulla ragazza, giusto per cautelarsi e prendere le misure opportune, senza scartare a priori l’idea di trombarsela ancora, e poi magari ancora, perché la cosa gli era piaciuta, e anche parecchio, però la professione, la famiglia, gli intrallazzi, le connivenze, le alleanze, insomma, le difficoltà di tenere tutto insieme gli avevano praticamente fatto scappare il giocattolo dalle mani, non era per timidezza che non gli aveva telefonato lui per primo e che aveva scelto quel luogo magari ameno ma non esattamente pieno di vita come si addice ad una grande città. A stento riuscì a trattenersi dal rinfacciarle le medesime cose delle quali era esperta pure lei, non per cortesia o galanteria ma solo per le mire di una eventuale ma attualmente poco possibile pacificazione e conseguente scopatina.
Mina era arrabbiata, non tanto con lui, che ormai considerava come un figuro qualunque, ma con qualcosa che era nella sua vita e di cui non riusciva a sbarazzarsi né sapeva come affrontare, si rendeva conto che troppi agganci riconducevano a vicende che trovavano attuazione in complicati e per lei offensivi compimenti del presente ma non sapeva come uscirne. Guardò l’Antonnomi, che ancora le parlava e lo osservava muovere le labbra e gesticolare come se fosse separata da lui tramite una barriera insonorizzata, voleva provare odio nei suoi confronti ma non vi riusciva, odiando lui avrebbe dovuto odiare anche sé stessa, poi con calma disse:
– Forse è meglio che ce ne ritorniamo ciascuno nella propria esistenza e mettiamo termine a questa cosa.
L’Antonnomi non disse nulla, chinò la testa, guardò per terra un istante e poi acconsentì con un cenno del capo, poi insieme ripresero in silenzio la direzione da dove erano venuti.
All’incrocio Via Crescenzago – Via Sangro le cose erano un po’ cambiate. In fretta e furia Aldo era stato sostituito da Rino, poiché per Mefistotele vederlo sempre lì nello stesso posto sarebbe stato sospetto; da almeno cinque minuti Rino teneva il cellulare incollato all’orecchio fingendo una telefonata un po’ agitata per fare scena, dando le spalle al parco da cui presto sarebbe ritornato il tipo che avrebbe dovuto pedinare. Il commissario Bellosi aveva dato ordine di lasciare perdere i due fidanzatini e concentrarsi sul satanista-filosofo, perché pareva promettere qualcosa di concreto.

Prossimamente il trentottesimo capitolo























































































