Una storia italiana – Romanzo a puntate (37)

romanzo a puntate (37)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXVII°

(37)

Milano

Sabato, 21 Luglio 2001

Nella volontà di una fuga dal suo presente Mina si era rifugiata in un voglia di shopping che non riusciva a concretizzare, parcheggiata la macchina passeggiava per il centro di Milano tentando di distrarsi dalle brutte sensazioni che aveva provato verso se stessa, il suo passato e certe persone che credeva amiche; sperava di sfuggire in avanti da ciò che pareva volerla legare al presente ma ogni vetrina che osservava, ogni prospettiva di strada verso cui tentava di gettare lo sguardo, la disinvoltura di certe persone sui marciapiedi, che osservava con un pizzico di invidia senza sapere neanche perché, la richiamavano alla presenza in sé e si sentiva vuota di ogni desiderio, pensò che se anche avesse comperato qualcosa che desiderava non avrebbe allentato minimamente quel senso di oppressione che non le dava scampo. Benché non ne avesse ritenuta un’immagine umanamente sontuosa pensava all’Antonnomi come all’unica persona con cui potesse parlare in quel momento, non per sfogarsi, poiché non gli avrebbe potuto raccontare alcunché delle sue vicende private, recenti o passate, ma giusto per fare due chiacchiere e cercare di ritrovare un po’ di sé stessa.

Tuttavia era riluttante a contattarlo, sì era stato carino e tutto il resto ma quella specie di fuga in quell’atelier con quel fico secco di stilista impettito che si muoveva come se avesse avuto un manico di scopa proprio in quel posto, quello strano colloquio con quello che gli era stato presentato come un magistrato, gli avevano aperto molti dubbi sulla sua sicurezza esistenziale, sì forse si era comportato da paraculo professionista, se l’era cavata con una bella figura, ma a pensarci bene gli appariva come il solito maschio pieno di scuse a scansare sue responsabilità, un debole che finge di essere un duro. Lo avrebbe rivisto volentieri ma pensò anche che avrebbe presto desiderato di non vederlo più, le pareva che non ci fosse nessuno al mondo in grado di gratificare il suo modo di vedere le cose della vita; certo lo sapeva che è più che altro un’utopia, un sogno irraggiungibile, che in un modo o nell’altro bisogna raggiungere un compromesso tra il proprio immaginario e il reale, ma le pareva di esserne così lontana e talmente isolata che provava quasi la sensazione di essere sotto assedio, non propriamente sola, poiché grazie alla sua bellezza qualche rompiscatole si faceva avanti nei casi e nei posti più impensati per delle avance troppo spesso insopportabili ma a volte anche divertenti, ora però l’immagine di sé che gli aveva reso la sua amica la sera prima l’aveva gettata in una tristezza da cui le pareva di non poterne uscire più, e per giunta il Cazzarola all’attacco non le dava certo una mano a dimenticare il passato.

L’Antonnomi

Non si rese conto di come le capitò ma si scoprì ad armeggiare col suo cellulare, lo accese e chiamò ColuiIlQuale, che nella sua considerazione nonostante i momenti di intimità del giorno precedente definiva per sé stessa freddamente come “l’Antonnomi”. Quando però udì la sua voce calda con quei bassi suadenti a valvole termoioniche, le sue considerazioni nei suoi confronti si ammorbidirono un pochino, senza abbassare la guardia di un certo sarcasmo in agguato. Lui le disse che aveva un paio d’ore libere e che gli sarebbe piaciuto molto incontrarla da qualche parte, dove lei avrebbe preferito, in un locale, in un giardino pubblico, giusto per stare un po’ in sua compagnia, perché, le spiegò, la domenica, cioè il giorno successivo, la trascorreva per tradizione con la sua famiglia e quella sera di sabato aveva degli impegni importanti che non poteva rimandare, però ci teneva a trascorrere un po’ di tempo con lei. Dopo avere ironizzato un poco sull’importanza che dedicava alla sua famigliola e sull’improrogabilità degli impegni serali del sabato accettò l’invito e gli disse che lo avrebbe incontrato a parco Sempione, da cui non era in quel momento troppo distante. La poca enfasi e l’ironia espressiva, benché blanda, avevano lievemente offeso l’Antonnomi il quale volle rassicurarsi che lei avesse davvero voglia di incontrarlo, e Mina troncò ogni ulteriore scemenza dicendogli di recarsi dove le aveva detto e che sarebbe stata con lui fintanto che egli avrebbe ritenuto di gratificarla con la sua presenza. L’Antonnomi emise un sorriso a bocca chiusa, o quello che tramite telefono poteva interpretarsi come tale poi però cambiò la destinazione dell’incontro dicendo che da parco Sempione in quel momento era troppo distante e le diede appuntamento a parco Lambro, che per lei sul momento era abbastanza fuori mano. Mina spense il telefono, proprio non aveva voglia di essere rintracciata dalla sua amica traditrice e tanto meno dai suoi colleghi, che in quel momento, sull’onda di uno stato di depressione, immaginava come perfidi chiacchieroni loquaci e ficcanaso.

Il mutamento del luogo di incontro da parco Sempione a parco Lambro non aveva soddisfatto Mina pienamente, le era rimasta un’ombra di sospetto che l’Antonnomi avesse voluto evitare luoghi molto affollati per non farsi vedere insieme a lei, per l’onorabilità della sua famigliola e dei suoi intrallazzi, benché avesse sentito dire in ambienti maschili che «La **** non guasta il galantuomo», però su questo bel pensierino nutriva una certa serie di ripugnanze femminili, confermate dai sotterfugi che il politicante pareva mettere in atto ad ogni passo. La solitudine però ebbe la meglio, voleva parlare con qualcuno, non perché avesse qualche cosa di specifico da dire o volesse mettere alla prova il suo fascino e l’esuberanza del suo fisico perfetto, quanto perché aveva bisogno di sentirsi confermata nel suo essere in rapporto con qualcosa di decente, o quanto meno affrontabile nell’ambito di relazioni umane che ora gli sembravano contorte e minacciose più di quanto mai avesse sperimentato nella sua ancora giovane vita; e lei ne aveva sperimentate per davvero.

Raggiunta la sua macchina prese la direzione di parco Lambro pensando che non le sembrava una destinazione romantica; quella zona di verde attraversata dal fiume omonimo dell’autentico significato di quella parola, che descrive un corso d’acqua con evocazioni di fauna e di flora correlate, manteneva solo l’aspetto esteriore di una canalizzazione idrica repellente che ha attraversato una zona densamente industrializzata e ne porta le conseguenze evidenti nell’aspetto e nell’odore della sua portata. La stagione però era bella e il parco abbastanza grande da potervi ricavare una scenografia personale per un appuntamento occasionale, nonostante il caldo estivo dell’ora mattutina avanzata. Non si aspettava grandi cose da questo incontro che già nelle premesse sanciva lo sfumare di una breve relazione nella fredda colloquialità del vivere comune, e vaghi sospetti sull’onestà e onorabilità dell’Antonnomi avevano già sbiadito parecchio la bella impressione del giorno precedente, quando tutto le era sembrato perfetto, lui così galante e educato e lei che in quella circostanza si era sentita per un breve momento «”»a posto«”» nel mondo. Ora, emerse le solite idiosincrasie della vita di tutti i giorni, se lo immaginava come avrebbe dovuto essere secondo le evidenze che le si manifestavano a mano a mano; fuori da quella villetta linda e pulita come la casetta di Heidi, il mondo le appariva sporco e lui non meno del mondo, però si sentiva sola, davvero sola, come non si era mai sentita in vita sua, nemmeno in certi periodi dei tempi delle sue esperienze con la bamba e le performance del Cazzarola, quando la sua giovane età le nascondeva il peggio del peggio dietro ad un velo di inconsapevolezza mascherato da voglia di vivere ad ogni costo e per ogni cosa, possibilmente proibita.

L’appuntamento con l’Antonnomi era all’incrocio fra Via Crescenzago e Via Sangro. A parco Lambro ci era stata un paio di volte, non rammentava nemmeno le occasioni né le persone che erano con lei, però ricordava quella specie di falsa frontiera fra civiltà industriale e la natura, con i capannoni e i magazzini che terminano all’improvviso e danno l’illusione che oltre la strada Crescenzago inizi un mondo verde e lussureggiante che si offre al di là di un confine netto con una visuale di piccole colline e alberi, quando sapeva benissimo che, per quanto grande rispetto all’idea del verde in Milano, quell’area era assediata dall’autostrada, dalla ferrovia, e oltre a ad essa altre urbanizzazioni industriali, villettopoli, aggregati di condomini–dormitorio e poca campagna inframmezzata da strutture della società tecnologica, dove è impossibile trovare uno scorcio di panorama che non sia inquinato da tralicci dell’alta tensione, segnali, cartelli pubblicitari, silos di varie fatte ma non di uso agricolo e strade di transito lungo le quali l’edificazione ha eretto un muro continuo di case, negozi, supermercati, pompe di benzina, gommisti, ciascuno con la pretesa di essere in evidenza in un monotono susseguirsi di insegne luminose, attrattive e distrazioni di vario tipo che fiancheggiano la direzione della strada come una scenografia che vuole occultare il verde della campagna.

L’idea che l’Antonnomi non volesse mostrarsi in sua compagnia si fece più reale ma non la scoraggiò, all’incrocio con Via Sangro lo vide sul marciapiede, rallentò e aspettò che gli dicesse dove lasciare la macchina, quando lo raggiunse ebbe l’impressione che fosse invecchiato di colpo, il fascino del giorno precedente si era trasformato in qualcosa di reale ed ora vedeva in lui una specie di coetaneo di suo padre, non che la cosa le ripugnasse ma provò un po’ di pena per lui, e di riflesso anche per sé.

Parcheggiò la macchina in Via Sangro e raggiunse l’Antonnomi con una corsetta felice, come in quei déjà-vu cinematografici pseudoromantici dove il lui e la lei si incontrano con una corsetta e si abbracciano in mezzo ad un campo di fiori, benché nel contesto i fiori non ci fossero e dietro a loro, riparato da una siepe, un parcheggio aziendale mostrasse la presenza industriosa della città con numerose vetture a segnalare attività produttive nell’edificio che delimitava uno dei lati dello spiazzo. L’Antonnomi non si mosse dalla sua posizione, che mantenne a piè fermo fino all’arrivo presso di lui della sua giovane e ormai ex concubina; sfoderava il sorriso più galante che poteva, però nonostante la voglia di intravedere qualcosa di positivo in quell’uomo, Mina vi percepì un velo di noia e di sopportazione e si sentì stupida per quell’entusiasmo che aveva espresso nell’approssimarsi a lui. Si abbracciarono ma non si baciarono, il decadimento relazionale era già evidente a entrambi, però tutti e due si dimostrarono gentili l’uno verso l’altro, per differenti e forse antitetiche motivazioni. Mina voleva dimenticare sé stessa per un po’, fosse anche solo per un’ora o due, l’Antonnomi voleva mantenere lo jus primae noctis sulla sua preda in spregio alle avvisaglie del Cinese il giorno precedente, benché consapevole che la prima notte della sua preda fosse avvenuta un certo numero di anni prima.

Era certo di avere preso tutte le precauzioni del caso, con il dovuto supporto e suggerimenti di collaboratori ai quali non aveva rivelato nulla ma richiesto semplicemente di coprire la sua assenza, e in quel posto poco frequentato avrebbe avuto modo di notare estranei e curiosi inopportuni, fidando sul fatto che il Cazzarola non lo avrebbe tampinato di persona, non era una cosa nello stile del soggetto. Fianco a fianco, vicini, Mina e l’Antonnomi presero la direzione di un vialetto che a poca distanza da Via Sangro si inoltra in parco Lambro, verso un boschetto folto a sufficienza da rendere l’idea di bosco ma razionalizzato al luogo comune del bosco delle favole per non spaventare l’utente medio tramite una natura autentica, spinosa, intricata e non comodamente passeggiabile.

Aldo aveva fermato la sua macchina lungo Via Crescenzago una cinquantina di metri prima dell’incrocio con Via Sangro quando aveva visto la vettura di Mina rallentare per confabulare con un tizio sulla cinquantina inoltrata fermo all’incrocio come un ghisa e poi vide passare un’altra macchina che veniva dietro quella della Calludole che l’aveva superata durante la breve sosta per poi girare lentamente in via Sangro, come se non fosse sicura della direzione da prendere. Per un momento temette di essere stato seminato e di avere preso la decisione sbagliata, poiché da quella distanza non era certo di avere riconosciuto il tipo e trascorse un paio di minuti nell’agitazione dovuta ad un eventuale smacco, poi riprese animo quando vide la sua sorvegliata arrivare di corsa e abbracciare il soggetto e allora si rallegrò con sé stesso, la cosa prendeva un certo interesse. Quando li vide entrare nel parco lungo il vialetto decise di non pedinarli, non c’era nessuno in giro e sarebbe stato notato, si rilassò contro lo schienale del posto di guida predisposto all’attesa, senza perdere di vista l’incrocio Crescenzago – Sangro.

Madama

Non passò un minuto che gli venne voglia di sgranchirsi le gambe, scese dalla macchina e si avviò verso l’incrocio per vedere dove aveva lasciata la macchina la sua osservata, era quasi in Via Sangro quando vide arrivare un tipo dal fare frettoloso che pareva intenzionato a dirigersi nel parco, da solo. Lo riconobbe, era il Gaudenti, noto alle forze dell’ordine, benché incensurato, per sue oscure attività collegate a fanatici del satanismo, al secolo Laszlo Gaudenti, che qualcuno del suo gruppo, in seguito a descrizioni delle sue attività congiunte, aveva soprannominato Mefistotele non riuscendo in ciò a coniugarvi aspirazioni da filosofo – ché lo si sapeva iscritto alla facoltà di lettere e filosofia della Statale – con certe propensioni al satanismo acclarate da segnalazioni e riscontri diversi. Finse di non vederlo, e per certo il soggetto non sapeva della sua appartenenza alla polizia, gli andò incontro distrattamente per fargli credere di essere diretto verso tutt’altre faccende, trasse di tasca il cellulare e si mise ad armeggiare con quell’oggetto senza guardare nella sua direzione aspettando che il tipo andasse oltre per capire cosa avrebbe fatto, ma già ne aveva il sospetto.

Laszlo scavalcò il guardrail sulla via Crescenzago e attraverso il prato prese grossomodo la direzione di Mina e dell’Antonnomi, costeggiando da lontano il vialetto come se non volesse essere notato, ad Aldo parve che avesse un oggetto in mano ma nel tentativo di dissimulare una perspicace attenzione nei suoi confronti non era riuscito a cogliere alcun dettaglio, l’unica cosa di cui era quasi certo era che non gli era parsa una rivoltella, per cui desistette da ulteriori elucubrazioni circa possibili responsabilità che avrebbero potuto essergli addebitate nel caso le cose prendessero una piega da thrilling. Mina e l’Antonnomi stavano scomparendo dentro il boschetto che pareva l’eco della canzone «Vieni c’è una strada nel bosco», col vialetto asfaltato, mentre Mefistotele si stava arrampicando sulla collinetta e Aldo lo vide scomparire sul declivio opposto immaginandolo acquattato dietro a qualche pianta a spiare i soggetti per conto di qualcuno. Si imponeva un aggiornamento con il commissario Bellosi perché la situazione si era fatta strabica e lui poteva seguire una sola direzione.

Copertina di fumetto

– Pensavo che non ci saremmo rivisti più – disse l’Antonnomi camminando lentamente sotto quell’ombra già afosa.

– Perché? – chiese Mina fingendo un’ingenuità quasi autentica.

– Mah, per come ci siamo lasciati ieri, quello strano incontro dal Vanzi, il colloquio con quel magistrato…

– A proposito, come si chiama? Non me lo ricordo più, è successo tutto così all’improvviso…

– Hai paura che si rifaccia vivo?

– No, ma visto che abbiamo fatto la pentola bisogna che teniamo bene stretto il coperchio.

– Hai ragione – sorrise fra sè l’Antonnomi – si chiama Gridero, dott. Romeo Febo Gridero.

– Che cosa pensi di me? – disse Mina svicolando dall’argomento per sorprenderlo.

– Che ti vedrei volentieri in qualsiasi occasione ma penso che non possa capitare spesso, la felicità è un’utopia. Secondo te che cos’è la felicità?

– È un prodotto secondario della funzione – rispose Mina come se fosse stata interrogata da un insegnante.

L’Antonnomi però la stupì un poco correggendo la sua affermazione, dopo avere tenuto in sospeso la conversazione lasciando che la sua amica si cullasse nella certezza di una bella risposta.

– La tua risposta è incompleta…

– Sentiamo la correzione…

– La felicità è un prodotto collaterale della funzione in un contesto di battaglia. Da qui l’errore fatale degli utopisti. Tutto quello che è successo ieri ci ha consentito di vivere qualche momento sereno in mezzo al bailamme da cui sono riuscito a trarti, non escluso il dott. Gridero, il quale per quanto si sfoghi di sostenere la parte che ritiene giusta contribuisce allo stato di battaglia.

Mina non rispose, non disse nulla, ebbe la sensazione che l’Antonnomi si stesse appuntando una medaglia sul petto da solo, o quanto meno stesse cercando di prospettarle una situazione meno sgradevole di quanto lei riteneva dovesse essere e inoltre, nella migliore tradizione del pensiero femminile, non riusciva a togliersi dalla testa che se aveva la Giustizia alle calcagna qualcosa la doveva avere combinata. Poi, siccome la risposta dell’Antonnomi glielo aveva rammentato, gli domandò:

– Chi è stato a chiederti di tirarmi fuori da quell’appartamento a Monza? Perché tu non potevi, da solo, sapere chi ero né dove fossi, non mi conoscevi, non sapevi nulla di me…

ksaM esenihC

L’Antonnomi non rispose subito, guardò avanti nel parco come se stesse cercando qualcosa o stesse scrutando un futuro migliore non ancor in vista, poi facendo appello ai toni bassi della sua voce a valvole termoioniche le chiese:

– Sei sicura di volerlo sapere? Potresti restare delusa, di me e forse anche di te stessa. È una situazione della quale non siamo padroni.

Mina non disse nulla e fu colpita dalla serietà con cui le aveva espresso quell’opinione dubbiosa su di loro e la loro breve congiuntura esistenziale. Nessuno dei due parlò per qualche minuto, camminavano fianco a fianco, troppo caldo per tenersi abbracciati, sarebbe stato per ciascuno come portare a spasso un termosifone e poi lo slancio del giorno prima si era placato, domande e dubbi si erano fatti concreti e Mina aveva la sensazione netta di essere in condizione di svantaggio per essere all’oscuro dei dettagli che l’avevano condotta fino a lui. Che non fosse una sua iniziativa ne era certa però non trovava motivazioni o sospetti per individuare l’elemento scatenante, le cose si erano svolte in fretta il giorno precedente e lei non aveva avuto modo di farsi un’idea neanche sommaria di ciò che si era trovata a sperimentare direttamente, la presenza di quell’uomo maturo, un po’ troppo forse ma galante e gentile, l’aveva colta di sorpresa in un momento in cui desiderava proprio ciò che le era capitato il pomeriggio scorso, poi le cose erano mutate all’improvviso e pur restando di un umore positivo non era riuscita a mantenere quell’ombra di dubbio sufficiente a fargli avere i giusti sospetti, ora, dopo le delusioni della sera precedente le si era spalancata una voragine di incertezze e aveva troppe domande a cui non riusciva a trovare risposta e le parve che la domanda principale, il punto di inizio, dovesse essere quello, almeno per cominciare a chiarire qualcosa.

– Penso che vorrei saperlo – disse Mina a bassa voce.

L’Antonnomi si fermò, la guardò intensamente soppesando ben bene i pro della sua bellezza e i contro delle minacce del Cinese, cercando di trarre la deduzione più conveniente alle sue propensioni scoperecce senza restare disarmato nei confronti del Cazzarola. Poi ispirandosi alla più seria teatralità, di cui era divenuto esperto nell’esercizio della sua ubiqua professione, si atteggiò alla migliore drammaticità e pathos tragico che poté e si espresse nella migliore performance della sua arte oratoria, fidando sul fatto che la giovane si sarebbe fatta abbindolare dalla descrizione delle circostanze, richiamando in gioco per cautela e ben mimetizzate nel discorso i suoi trascorsi non esattamente limpidi; insomma, un discorso del tipo siamo tutti e due nella stessa situazione, perché osteggiarci?

– Vedi – esordì l’Antonnomi spingendo il suo sguardo ancora più lontano a cercare un inesistente orizzonte migliore come per dare una maggiore profondità a ciò che stava per dire – nonostante la mia posizione non sono veramente quella limpida persona che credi – e qui, se avesse potuto leggerle nella mente sarebbe rimasto stupito – ho degli obblighi verso molte persone e non tutte presentabili, nulla di scandaloso o anche solo di illegale – Mina sorrise pensando al dott. Gridero ma l’Antonnomi finse di non avere inteso la sottile, inespressa ironia – però non posso fare davvero ciò che voglio e in qualsiasi momento. C’è un tale che mi ha chiesto di trarti da quel posto ed era una richiesta che non potevo rifiutare, sai com’è, ci si scambia favori, si fanno amicizie, sì insomma, la rete delle conoscenze…

– Chi è questo tizio?

– Un tale che si chiama Walter Cazzarola – disse l’Antonnomi omettendo la confidenza del soprannome.

Chinese Mask

Mina sgranò gli occhi e lo fissò con uno sguardo di terrore e ripugnanza, di nuovo il passato cercava di riappropriarsi del suo presente ma non si perse d’animo.

– E quale sarebbe stata l’idea? Sì, insomma, che programma aveva in mente?

– Per quello che ne so nulla di particolare, voleva soltanto tirarti fuori da quella che lui mi aveva descritto come una brutta situazione, ho dovuto mettere in azione qualcuno, cosa che mi costerà qualche favore da rendere, però…

– Non mi hai capito… intendevo dire cosa avresti dovuto fare se non fosse intervenuto l’intermezzo col magistrato…

– Non lo so, è una persona per bene, per come lo conosco…

– Ah, immagino, e magari tirate di coca insieme, anzi no, se ricordo bene il soggetto è lui che te la fornisce a pacchi, perché lui sta bene attento a non cascarci, non troppo comunque…

– Ma cosa dici, non faccio queste cose…

– Beh, se frequenti quella gente le farai, in un futuro non molto lontano le farai, sei già sulla strada giusta e in buona compagnia.

L’Antonnomi sapeva dei trascorsi di Mina, non dall’incontro con il Cazzarola nel negozio della Brigonzi durante il quale gli era stata fatta quella richiesta non rifiutabile, però appena aveva potuto aveva fatto fare rapide e abbastanza precise ricerche sulla ragazza, giusto per cautelarsi e prendere le misure opportune, senza scartare a priori l’idea di trombarsela ancora, e poi magari ancora, perché la cosa gli era piaciuta, e anche parecchio, però la professione, la famiglia, gli intrallazzi, le connivenze, le alleanze, insomma, le difficoltà di tenere tutto insieme gli avevano praticamente fatto scappare il giocattolo dalle mani, non era per timidezza che non gli aveva telefonato lui per primo e che aveva scelto quel luogo magari ameno ma non esattamente pieno di vita come si addice ad una grande città. A stento riuscì a trattenersi dal rinfacciarle le medesime cose delle quali era esperta pure lei, non per cortesia o galanteria ma solo per le mire di una eventuale ma attualmente poco possibile pacificazione e conseguente scopatina.

Mina era arrabbiata, non tanto con lui, che ormai considerava come un figuro qualunque, ma con qualcosa che era nella sua vita e di cui non riusciva a sbarazzarsi né sapeva come affrontare, si rendeva conto che troppi agganci riconducevano a vicende che trovavano attuazione in complicati e per lei offensivi compimenti del presente ma non sapeva come uscirne. Guardò l’Antonnomi, che ancora le parlava e lo osservava muovere le labbra e gesticolare come se fosse separata da lui tramite una barriera insonorizzata, voleva provare odio nei suoi confronti ma non vi riusciva, odiando lui avrebbe dovuto odiare anche sé stessa, poi con calma disse:

– Forse è meglio che ce ne ritorniamo ciascuno nella propria esistenza e mettiamo termine a questa cosa.

L’Antonnomi non disse nulla, chinò la testa, guardò per terra un istante e poi acconsentì con un cenno del capo, poi insieme ripresero in silenzio la direzione da dove erano venuti.

All’incrocio Via Crescenzago – Via Sangro le cose erano un po’ cambiate. In fretta e furia Aldo era stato sostituito da Rino, poiché per Mefistotele vederlo sempre lì nello stesso posto sarebbe stato sospetto; da almeno cinque minuti Rino teneva il cellulare incollato all’orecchio fingendo una telefonata un po’ agitata per fare scena, dando le spalle al parco da cui presto sarebbe ritornato il tipo che avrebbe dovuto pedinare. Il commissario Bellosi aveva dato ordine di lasciare perdere i due fidanzatini e concentrarsi sul satanista-filosofo, perché pareva promettere qualcosa di concreto.

Prossimamente il trentottesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (36)

romanzo a puntate (36)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXVI°

(36)

Milano

Sabato, 21 Luglio 2001

Quella mattina il dott. Romeo Febo Gridero arrivò nel suo ufficio come al solito senza che specifiche novità lo avessero tenuto desto la notte e senza che avesse particolari pianificazioni in mente circa le investigazioni sul giro della Brigonzi o i loschi traffici del Cazzarola, d’altronde è così, certe novità ti stupiscono sempre, cosa ovvia, altrimenti non si chiamerebbero novità. Nell’esistenza di tutti i giorni la sua attenzione si era abituata a tenere sempre in un cantuccio la persecuzione del crimine e la maniera migliore per attuarla ma si era reso ben presto conto che l’obbligo della legge, inscatolata nelle norme che la definiscono come tale e senza le quali sarebbe una diversa forma di arbitrio, è sempre all’inseguimento delle cosiddette novità della delinquenza, perché bisogna dirlo, ci vuole una certa dose di fantasia e di intelligenza anche per delinquere, almeno ad un certo livello; non è qui il caso di attribuire meriti o consentire a qualcuno di montarsi la testa ma se esiste questo eterno confronto occorre portare le cose sul piano del reale e affrontarle con la dovuta fermezza e determinazione. Questo vale fintanto che le cosiddette novità restano nell’ambito dei reati catalogati, sotto diverse forme e con varie pene associate, nei codici penali di tutti i paesi, ma quando la realtà diventa poco comprensibile e anche minacciosa il buon senso e la razionalità si trovano come disarmati.

Già discretamente stupefatto il giorno precedente per quella immaginetta con le tre donnine che scimmiottavano le famose tre bertucce il dott. Gridero trovò sul suo tavolo un’altra busta, una busta a sacco in formato 25 X 18 con la linguetta chiusa e senza nessuna indicazione scritta sopra circa mittente o destinatario e appena la vide, placidamente collocata sulla sua scrivania in bella vista nella sua postazione, ebbe un sussulto interiore; non uscì a guardare nel corridoio, primo perché non c’era nessuno – ne veniva ora -, secondo perché trascorsa la notte più di una persona poteva avere avuto modo di transitare in quei paraggi. Si fermò davanti al suo tavolo, la osservò come se si aspettasse che ne uscisse un sortilegio che gli rivelasse l’arcano, poi sopraffatto da un senso di delusione e di razionale rassegnazione fece il giro e si sedette alla scrivania davanti a quella missiva anonima senza decidersi ad aprirla e la fissò a lungo, con la mente svuotata di ogni iniziativa. Pensò che avrebbe potuto portarla alla scientifica per fare rilevare eventuali impronte, poi si adeguò a considerare che una persona che deposita una lettera anonima direttamente sul tavolo di un magistrato nel palazzo di Giustizia, quando questo è assente, certamente non è così scemo da non avere preso precauzioni in tal senso e inoltre, siccome era più che certo che il contenuto doveva avere a che fare con le sue attuali indagini non voleva mettere un asso nella manica di qualche oscuro opponente andando ad aprire la busta sotto gli occhi di persone che non conosceva. Per farsi coraggio e trovare un senso alla cosa si persuase che qualcuno lo voleva sfidare, c’era una contesa in atto, non era più una questione di delitto e castigo, no, questo era un duello, una lotta per la sopravvivenza senza esclusione di colpi, metaforicamente parlando, poiché le armi erano quelle della ragione, per quanto contorta.

Foto.

D’un colpo afferrò la busta e la aprì e per la sorpresa si lasciò letteralmente cadere contro lo schienale della poltrona da ufficio. La battaglia si faceva ardua. Qualcuno lo aveva fotografato nell’atelier del Vanzi in compagnia dell’Antonnomi, con la signorina Calludole di spalle a mostrare un ottima fisionomia, benchè di spalle e forse non facilmente identificabile, ma certamente molto apprezzabile. E adesso vai te a spiegare che si era recato lì per motivi di indagine e per chiarire la posizione – di interesse – dell’Antonnomi, che da certe sue informative e segnalazioni pareva non corrispondere a quella gran brava persona che vantava di essere nelle sedi e nelle occasioni ufficiali più disparate, e soprattutto, la signorina Calludole – identificabile senza scampo – poteva generare un equivoco di non poco conto per la sua sola presenza, essendo le indagini volte a far venire alla luce certi traffici di prestazioni sessuali patteggiate dietro non poca pecunia con incluso scambio di favoritismi e certo anche di qualche partitina di coca o altro stimolante della psiche.

Sul passato della filosofa aveva già avuto modo di dare un’occhiata, tramite le recenti informazioni prodotte dal commissario Bellosi, e benché consapevole che il giudizio a posteriori su vicende esistenziali è sempre un bassezza nessuno al mondo lo avrebbe convinto che una tale notizia, corredata da immagine, non sarebbe stata addentata immediatamente dalla stampa e dai media in genere e per l’importanza dell’Antonnomi e per la rilevanza del suo incarico professionale per conto dello Stato Italiano, e a tal riguardo già si immaginava a colloquio serrato per prima cosa con la sua consorte a dare spiegazioni e rassicurazioni, che di solito le donne accettano col più ampio sospetto e la peggiore rappresaglia, poi con i suoi superiori, perché esiste sempre qualcuno a cui dover rendere conto, oltre alla dolce metà.

Calma, si disse, calma. Occorre ragionare. Osservò attentamente la foto, scattata certamente con una fotocamera digitale e stampata in bassa qualità ma con dettagli più che sufficienti a riconoscere le persone inquadrate, una cosa un po’ artigianale quindi, con le cautele dell’autoproduzione per evitare lo screening spionistico dei fotografi o degli studi di professione che sviluppano i negativi e le stampe relative. C’era quindi un doppio messaggio, una specie di trattativa mediata dal mezzo, «Per ora l’immagine è solo in mano nostra, ma non è detto che lo resti». L’inquadratura era da una mezza altezza, come se fosse stata scattata con una fotocamera col mirino a pozzetto tipico delle 6X6 ma trattandosi di una foto digitale era un dettaglio specificamente posizionale, chi aveva scattato la foto non poteva assumere una posizione completamente eretta per non farsi vedere, ma nell’atelier del Vanzi le uniche persone che aveva notato erano quelle che gli erano stare presentate.

Forse l’Antonnomi si era cautelato facendo nascondere qualcuno a scattare foto eventualmente compromettenti o forse semplicemente giustificative della presenza in loco di determinati personaggi, o forse la “facile” disponibilità di tecnologia da geims bònd aveva consentito uno spionaggio artigianale. L’Antonnomi gli parve l’unico responsabile, il Vanzi gli era sembrato svampito e la vaporosa accompagnatrice di Mina – l’amica monzese dell’Antonnomi – incapace di attuazioni tecnologiche e comunque non era mai uscita dal suo campo visivo prima di andarsene definitivamente; la collaboratrice del Vanzi dopo le presentazioni si era allontanata di poco ed era sempre restata impegnata ad un tavolo per faccende sue, e comunque l’inquadratura non proveniva dalla posizione che quella donna aveva mantenuto per tutto il tempo che lui era rimasto là dentro. Tutto ciò benché, lontano lontano nella sua attenzione, anche la Brigonzi Wanda gli paresse averne donde. Il secondo messaggio che si poteva evincere era «Se cade Sansone qualche filisteo lo seguirà».

Locandina di film

Tutto sembrava quindi ricondursi all’Antonnomi ma per il fiuto del dott. Romeo Febo Gridero questa soluzione era troppo semplice e l’Antonnomi troppo smaliziato per una scemenza del genere, no, il colpo proveniva da un’entità trasversale coinvolta nelle indagini. Provò ad immaginarsi la Wanda Brigonzi in versione fotoreporter ma la cosa non gli rendeva una conseguenza logica, sebbene la matrona fosse certamente al corrente dei suoi piani, almeno in maniera approssimata, e poi forse la tipa neanche lo conosceva di persona, fisicamente si intende, così sarebbe stato improbabile che avesse mandato lei qualcuno a prelevare immagini per conto suo. L’unica spiegazione possibile era che tutta la sua indagine usciva dai suoi uffici senza che lui ne avesse mai avuto percezione mettendo in moto delle ripicche paranoiche a tutela di un Qualcuno che restava sempre un solenne pronome indeterminato.

Questa cosa non poteva sviscerarla da solo e l’aiuto del commissario Bellosi era l’unico su cui potesse contare, ma rammentava di aver concordato insieme con lui alcuni pedinamenti che avevano impegnato in differenti situazioni sia il commissario Bellosi che i suoi sottoposti preferiti, però ora c’erano novità da considerare in ufficio, sempre che anche questo fosse un posto riparato da intrusioni morbose. Telefonò al commissario Bellosi e praticamente gli impose di rientrare e farsi sostituire da qualcun altro. Il commissario Bellosi rispose che in meno di mezz’ora sarebbe arrivato da lui. Così Aldo abbandonò il pedinamento di Germano per quello apparentemente più promettente di Mina, or ora abbastanza vagante.

Nell’attesa del commissario cercò di concentrarsi su quelle immagini che gli erano pervenute in maniera sospetta e inaspettata, trasse dalla borsa quel disegno che aveva trovato in una busta gialla sul suo tavolo il giorno precedente e lo mise di fianco alla foto di lui con i suoi indagati, ancora abbastanza ignari ma apparentemente non sprovveduti, se non altro per interposti sconosciuti. Le due cose materialmente non avevano nulla in comune, nemmeno a volerci vedere forzatamente qualcosa, era solo nella sua mente che le due raffigurazioni prendevano un aspetto congiunto, uno sconosciuto che le avesse osservate anche insieme non avrebbe potuto connetterle con alcunché di logico. Il suggerimento che la considerazione di quelle immaginette gli instillava era una istigazione a lasciare perdere, completamente, senza avere compreso alcunché, e gli pareva un prezzo troppo alto per qualcuno che ha fatto della investigazione del crimine un motivo di esistenza prima ancora che una professione, una mano al buio non la avrebbe giocata ma i rischi ora si facevano evidenti. Non quei rischi da film poliziesco pieno di spari, di esplosioni, scazzottate, inseguimenti assurdi che fortunatamente non avvengono mai o quasi, quegli sceneggiati dove in primo piano c’è sempre una pistola puntata e uno o più crimini compiuti in evidenza, dove i ruoli dei cattivi sono sottolineati dalla colonna sonora tetra e dalle facce opportunamente scelte secondo l’immaginario tipo della persona cattiva, nulla di tutto questo, ciò che stava affrontando il dott. Romeo Febo Gridero si esprimeva in un metalinguaggio comprensibile solo individualmente, come nel racconto di Franz Kafka, La colonia penale, dove la pena della propria esistenza è l’esito dell’esistenza della pena.

Copertina di libro

Qualcuno lo voleva rinchiudere in un cantuccio e renderlo innocuo tramite sé stesso. Altre volte aveva sperimentato cose del genere ma mai così direttamente e con tale sfrontatezza; nelle sue precedenti esperienze era sempre giunto alla conclusione che bisogna sapere attendere, qualcosa di concreto può emergere da un momento all’altro per consentire di afferrare quella logica sconosciuta e renderla evidente nella sua irrazionalità o lasciare che lasci il posto ad una realtà conseguente dove non può più attuarsi nella medesima forma e con i medesimi risultati, più realisticamente però sapeva che certe volte la mano giocata al buio passa oltre il giocatore e lo mette con le spalle al muro, in special modo se non è possibile intraprendere le azioni necessarie per vincoli esistenziali, incapacità, incomprensioni e relazioni fra persone che comportano difficoltà insormontabili. Al fondo una logica c’è sempre ma quando l’irrazionalità ci si mette d’impegno è possibile il risultato inaccettabile perché in definitiva anche l’irrazionale è parte del razionale, lo dimostra il fatto che l’errore è sempre possibile.

Non sapeva se fosse trascorsa esattamente la mezz’ora che aveva predetto il commissario Bellosi, né si era curato di verificare, perso in uno stato d’animo piuttosto cupo, però questi comparve nel suo ufficio con un’espressione neutra e professionale e uno sguardo predisposto ad ascoltare qualcosa di strano e forse di interessante, il dott. Gridero gli fece cenno di sedersi e mentre questi si accomodava gli mise davanti i due prodotti grafici senza dire nulla. Il commissario Bellosi li osservò aggrottando un po’ le sopracciglia poi guardò il dott. Gridero aspettandosi un inizio di spiegazione ma questi si limitò a dire:

– Il disegnino con le tre donnine l’ho trovato ieri pomeriggio sul mio tavolo e questa foto – e indicò il foglio che rappresentava lui in compagnia dell’Antonnomi e Mina di spalle – era sul mio tavolo questa mattina.

– Uno strano servizio postale – disse il commissario continuando ad osservare i due fogli – Questa foto dov’è stata scattata?

– Nell’atelier di un certo Vanzi, dove ieri pomeriggio mi ha fatto convocare l’Antonnomi per dimostrarmi la sua estraneità alle vicende che stiamo indagando.

– Una specie di confessione al contrario.

– Oppure una riuscita discolpa. Ma il punto non è questo… supponiamo che questa foto salti fuori dopo che avremo dato il via alle investigazioni ufficiali con gli interrogatori in presenza di legali e notifiche di indagine eccetera, sarà difficile dare una spiegazione razionale vista la mia presenza in compagnia di certi indagati, supportata dalla testimonianza di presenti estranei alle indagini.

– E queste tre allegre donnine?

– Non so cosa dire. Il primo pensiero è stato verso la Brigonzi, però secondo me quella nemmeno sa che esisto, noi non abbiamo mai fatto alcun passo verso le sue attività, o almeno non alcuno che non sia già stato tentato da nostri predecessori in maniera piuttosto blanda…

– E allora? – domandò il commissario.

– Mi aspettavo una sua opinione.

– Al momento non ho un’opinione, questa roba mi manda in bestia.

– L’ultima cosa da fare.

– Qualcuno qui dentro gioca per conto di quelli di fuori.

– Questo era già evidente dalla difficoltà di mettere mano su certe informative…

– Vero. Continuiamo o molliamo?

Il dott. Gridero non fece in tempo a dare una risposta, qualcuno entrò nell’ufficio senza bussare con fare piuttosto allarmato e consegnò al dott. Gridero un foglio, una fotocopia più esattamente, su cui era rappresentato un altro disegno e nell’allungarlo oltre la scrivania verso il magistrato l’impiegato disse che era stato trovato in una bacheca all’interno del palazzo e che era stata diramata una circolare interna per fare pervenire presso l’ufficio di un suo collega ogni eventuale informazione che potesse essere utile a scoprire l’ideatore e il realizzatore dell’impresa. Il dott. Gridero prese il foglio dalle mani dell’uomo guardandolo in faccia come se si aspettasse ulteriori dettagli ma questi, con un mazzetto di altri fogli nell’altra mano, si era allontanato immediatamente. Il dott. Gridero e il commissario Bellosi si guardarono in faccia dopo avere gettato solo un’occhiata a quella fotocopia, che benché di scarsa qualità rendeva l’idea di qualcosa di cervellotico e sconnesso. Dei corvi appollaiati su di un albero senza foglie e sotto la scritta HARAB SERAPHEL.

– Non so cosa voglia dire questa roba però è forse ciò che aspettavamo.

– Cioè? – Interloquì il dott. Gridero.

– Ho una mezza idea che questo bel disegnino faccia parte della serie – e accennò con una mano agli altri due foglietti che il dott. Gridero aveva sepolto sotto un mucchio di carte quando si era accorto che stava entrando qualcuno.

– Vada avanti…

– Può darsi che se scopriamo cosa significano questi uccellacci e questa scritta forse possiamo trovare un indizio per agganciarci anche a quelli – e accennò nuovamente agli altri due fogli che ora il dott. Gridero aveva nuovamente messo in bella vista – se sono sempre le stesse persone si sono fatti prendere la mano e hanno fatto una mossa troppo ampia, si sono montati la testa.

– Sempre che siano i medesimi soggetti.

– Non credo che ci sia una gran folla di persone volenterose di distribuire grafica bizzarra nel palazzo di Giustizia, ora forse abbiamo un po’ di materiale su cui lavorare. Per non perdere tempo guardi un po’ cosa si può trovare su questa coppia di parole.

Il dott. Gridero trafficò un po’ al computer e dopo neanche un paio di minuti avvicinò la sua faccia allo schermo dicendo:

– Eccolo qua. HARAB SERAPHEL, i corvi della morte. Spiriti ribelli governati da Baal. Satanismo? – disse il dott. Gridero voltandosi verso il commissario.

– Parrebbe, e la cosa interessante è che la nostra pedinata, quella di cui si vede il bel fondoschiena nella foto insieme con lei, giusto ieri sera si è recata presso un’abitazione che già da molto tempo è tenuta sott’occhio per attività di questo tipo, e sa qual è la cosa strana?

– Sentiamo.

– Che i pochi tentativi di installare dei microfoni in quell’abitazione sono sempre andati a vuoto, quella casa è in qualche modo protetta, sorvegliata, c’è sempre stata un’intromissione da parte di sconosciuti che ha mandato all’aria i piani di sorveglianza.

– Quando ci mette lo zampino il demonio… – disse il dott. Gridero a cui parve essere ritornato un po’ di buon umore, e assunse un’aria un po’ buffa.

Il commissario sorrise, la tensione si allentò un po’ ma il problema restava, il dott. Gridero, che pareva essere in vena di ironia aggiunse:

– Forse sarebbe sufficiente mettere sotto sorveglianza questo edificio, magari ne sapremmo un po’ di più su questa gente, con tutte le consegne che fanno devono avere un bel traffico.

Il colloquio dei due funzionari fu interrotto dallo stesso tipo che era entrato poco prima a consegnare l’aggiornamento fumettistico e questo, con l’aria di voler dare una notizia di difficile reperimento entrando praticamente di spinta quasi strillò:

– Pare che quella scritta HARAB SERAPHEL significhi esattamente «I corvi della morte. Spiriti ribelli governati da Baal».

Il dott. Gridero e il commissario Bellosi lo guardarono attoniti, poi il dott. Gridero disse:

– Ah, esattamente?

E il tipo rispose.

– Sì, sì, esattamente, abbiano verificato!

Il dott. Gridero e il commissario Bellosi si guardarono in faccia, il tipo, che pareva un poco sovreccitato, voltò le spalle e prese la direzione della porta a recare altrove l’esatta notizia. Ci volle qualche secondo prima che entrambi riprendessero la facondia di routine, quella un po’ mesta e in perenne sospettosa rassegnazione.

– Se questa è l’attitudine media sembra che la manovalanza per la distribuzione porta a porta non manchi.

Il commissario rispose trasversalmente:

– Non penso che dobbiamo cercare dei satanisti, questo è solo un diversivo, fumo negli occhi. Non sarebbe stato razionale attuare una minaccia apertamente comprensibile, questa maniera di fare pervenire al destinatario missive criptiche ma non eccessivamente, neanche troppo velatamente minacciose, sì, insomma… ad un satanista propriamente detto non gliene potrebbe fregare di meno, non sa nemmeno che esistiamo.

– In effetti – concordò il dott. Gridero – per adorare Satana occorre prima ammettere l’esistenza di Dio e poi pregare la parte avversa, sarebbe come dire che una persona che potrebbe gustare una Sacher Torte preferisce mangiare una “luisona”, una mentalità bizzarra…

Il commissario non raccolse, forse non era nemmeno credente e comunque non era veramente spiritosa come uscita, fermo restando che forse non sapeva cosa fosse quella luisona di cui parlava il magistrato di origini bolognesi.

– Senta – disse il commissario avvicinandosi alla scrivania come per richiedere una maggiore e confidenziale attenzione – quella gente di cui le ho detto, sì, insomma… quell’appartamento dalle parti di Piazza della Vetra dove ieri sera si è recata la Calludole, beh … è sotto osservazione da un certo tempo, senza che sia mai venuto fuori alcunché, molte segnalazioni, molte stranezze, acquisti bizzarri però mai nulla di concreto, beh… guardi… io ho il sospetto che sia un paravento per altre attività più remunerative. Lo sa che si sono arredati la casa con autentici pezzi d’antiquariato? Quelli sono poco più che trentenni…

– Chi? – lo interruppe il dott. Gridero.

– Quei due… come si chiamano… ah sì… Sara Speddenno e Nardo Fernet, poi c’è un altro fanatico che frequenta la casa ma ieri sera non si è fatto vedere, quello si chiama… mi viene solo il nome… Laszlo, si chiama Laszlo e anche su di lui nulla tranne quelle stranezze che lo accomunano alla coppia.

– Quindi? – interloquì il dott. Gridero.

– Quindi è possibile che dietro la stranezza, paventata come autentica si dedichino con maggior profitto ad altre incombenze per conto proprio o per conto terzi, come per esempio…

– Calma, calma – si intromise il dott. Gridero – dovrebbero avere degli agganci altrettanto bizzarri qui all’interno…

– Esattamente! – lo interruppe il commissario.

Si guardarono in faccia senza dire nulla gettando un’occhiata alla porta come se il messaggero dell’esattezza dovesse comparire di colpo come richiamato, poi il commissario riprese:

– Senta forse non è importante scoprire chi è che collabora dall’interno, io direi di puntare su quella coppia e tenerla sotto controllo, questa storia degli uccellacci è stata forse come una firma, non sono pronto a giurarlo però ci sono alcune cose che convergono verso quei due, compresa la Calludole, che è tutt’ora sotto osservazione.

Posizione scomoda

– A me pare che ci siamo anche noi sotto osservazione.

– Non intenderà restarsene qui a collezionare foglietti disegnati…

Prossimamente il trentasettesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (35)

romanzo a puntate (35)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXV°

(35)

Milano

Sabato, 21 Luglio 2001

Giunto nei pressi di Milano il tassista gli aveva chiesto un indirizzo preciso e Germano s’era fatto portare a casa, primo per la stanchezza e poi per l’ora troppo mattutina, in conseguenza della quale non avrebbe potuto permettersi di andare a contattare amici e/o conoscenze senza suscitare allarmismi. La notte insonne, la giornata di protesta con la fuga precipitosa e il non facile ritorno a Milano – notturno anche questo -, gli avevano attenuato ogni timore nei riguardi di qualunque complotto potesse attuarsi nei suoi confronti, che venisse dal Cinese, dalla polizia, o da qualunque altra organizzazione dedita al controllo delle persone; voleva dormire, punto e basta. La sua incolumità, messa a repentaglio da un’errata valutazione di uno spiotto, gli pareva una cosa di minore importanza, trascurabile di fronte a quell’azione confusa e violenta da cui era scappato inseguito da una ostinazione al limite della ferocia, ma forse oltre. Voleva dormire, svegliarsi in un giorno diverso, allontanare quelle sensazioni di inutilità e di irrazionalità.

For Hire! – Disegno di Winsor McCay

Voleva pensare ad altro, i suoi compagni, vedere Mina, che non era riuscito a contattare e non se n’era fatta una ragione, ma ora la stanchezza aveva il sopravvento su tutto. I suoi genitori erano giustamente a letto e si fece scrupolo di non svegliarli, si svestì, si buttò sul letto come se la sua persona fosse stata di piombo e cadde in un sogno contorto, denso, avviluppato di figure indescrivibili che vorticavano in ambienti, luoghi, strade, città apparentemente ignote ma in cui a tratti si avvicendavano i volti e le fisionomie dei suoi amici e il volto di Mina di cui non riusciva ad udire la voce, soffocata da strepiti incomprensibili ma aveva la sensazione che volesse dirgli qualcosa di spiacevole, il volto era contratto in una smorfia che non era di dolore o di sofferenza ma piuttosto di indifferenza e se cercava di parlargli la vedeva allontanarsi trascinata via da sconosciuti, poi gli compariva la facciona della tenutaria del chiosco che correva via ridendo senza dirgli alcunché, e si voltava a guardarlo un’ultima volta con il medesimo sorriso, che ora nel sogno gli appariva scortese, stampato su una faccia irridente, che si mostrava come deformata da qualcosa che non riusciva a comprendere, per scomparire dietro ad un muro e lasciare campo a sconosciuti rumorosi che lo ignoravano e gli correvano a fianco gridando verso qualcosa o qualcuno che non riusciva a vedere, non riusciva a tenere il passo di quella folla, restava indietro, si muoveva sempre più lentamente in un ambiente che conosceva ma che non riusciva a sovrapporre a qualcosa di già visto.

Salvador Dalì – Donna

Alle nove sua madre venne a svegliarlo, in compagnia del cane che balzò festoso sul suo letto, gli parve di emergere da un luogo sotterraneo, di vedere la luce dopo molto tempo, ebbe la sensazione di avere dormito per una giornata intera mentre era a letto da meno di sei ore, la luce della giornata estiva lo rincuorò non poco, la fuori forse era tutto come prima.

– Mi ha cercato qualcuno? – chiese a sua madre che stava tentando di trascinare via il cane dalla sua camera.

– Ieri a mezzogiorno ha telefonato un certo Alfeo, lo conosco? È mai venuto qui?

– Alfeo… ah sì, mi pare che ci siamo incontrati qui un paio di volte, e cosa ha detto?

– Nulla, cercava te e io gli ho detto che non sapevo dov’eri. A proposito, dov’eri?

– Lascia perdere mamma, ora sono qui. Mina ha telefonato?

– No, solo quell’Alfeo e basta.

Sua madre abbandonò la stanza e Germano ricadde sul cuscino come se fosse stato calamitato poi di botto si alzò per andare a farsi una doccia per poi uscire a cercare magari qualcuno dei suoi amici, ma soprattutto Mina. C’era qualcosa che doveva capire e che in qualche modo gli ruzzolava nella testa senza che gli riuscisse di formarsene un’opinione. A quell’ora probabilmente Sandro e Dott. Cynicus erano ancora a letto, specie Sandro che non aveva una genitrice in loco a sorvegliarlo dappresso. Pensò che li avrebbe contattati nella tarda mattinata per avere loro notizie, ora voleva sapere di Mina e cominciò a prospettarsi ipotesi e congetture sull’opportunità di fare una capatina a casa di lei, dove dopo tutto non era un estraneo ma le convenienze e le precauzioni che avevano messo in moto quell’improvvisa separazione fuori dal Sole Nero lo inducevano a considerazioni prudenti, per non fare mosse sbagliate nei confronti della sua amica e nei confronti di una situazione di cui non era perfettamente al corrente e riguardo alla quale continuava a domandarsi, senza trovare una ragionevole risposta, perché mai la sua amica non lo aveva contattato né si era resa disponibile per ragguagliarlo circa gli sviluppi di quella informe minaccia (?).

Chinese Mask

Fu preso da una improvvisa frenesia di correre a verificare presso l’abitazione di Mina, a chiedere spiegazioni e novità, cui gli pareva di avere diritto, un forte desiderio di rivedere coloro da cui si era separato in maniera inaspettata il giorno precedente a Genova e ascoltare il loro rientro a Milano, aveva desiderio di notizie delle persone che gli premevano e perfino l’abituale abluzione mattutina gli parve un ostacolo da superare il più in fretta possibile. Pianificò di telefonare ad Alfeo per farsi venire a prendere con la sua macchina, che era rimasta in consegna all’amico e poi andare insieme alla ricerca dei colleghi ma fu prevenuto dallo stesso che arrivò a casa sua accolto dai genitori mente era in bagno, per cui poté felicitarsi di accorciare le incombenze prima di intraprendere il giro che si era imposto, ora poteva farlo in compagnia, e forse ne aveva bisogno, il sonno era stato denso e pesante ma non molto ristoratore, piuttosto foriero di strani presagi, quelle sensazioni che non sono delle premonizioni, perché Germano era un tipo coi piedi per terra, ma che ti inducono a guardare la realtà con una prevenzione sospettosa senza sapere bene perché e senza che alcunché di preciso prenda forma nella mente; uno stato d’animo più che altro.

La vista di Alfeo lo mise di un umore decente, non proprio di “buon” umore ma in uno stato d’animo sufficientemente positivo per potere affrontare la giornata, che presumeva ricca di novità, forse non tutte buone. La compagnia del collega gli consentì di scavalcare la dogana famigliare senza tante domande e discorsi ritriti, per via della differenza di generazione. Alfeo salutò la madre di Germano il quale fece altrettanto e uscirono di corsa in strada, dove Germano domandò all’amico se voleva accompagnarlo prima a casa di Mina e poi dai BDdLC, nelle persone di Sandro e Claudio, Alfeo ne fu felice e si avviarono.

l’Oscuro… lo Scuro… …

Forse è il caso di sottolineare che l’ingenuità di Mina era stata un po’ presuntuosa; l’essere consapevole di avere avuto un colloquio con un magistrato, sebbene in circostanze non formali e fuori da un palazzo di Giustizia, probabilmente era qualcosa che avrebbe dovuto condividere con le sue conoscenze, almeno quelle più coinvolte, ma era in preda ad una contraddizione logica e mentale che non riusciva a sanare, in cui non riusciva a trovare il senso, persa fra il desiderio di protrarre un po’ la sua storiella con l’Antonnomi e l’intima repulsione che aveva provato la sera precedente per la sua amica di sempre. Era come fuori di sé, non per un senso di rabbia, sentimento che provava raramente, quanto per l’inaspettata novità che con la subdola collaborazione di altri gli aveva propinato l’amica, di cui proprio non riusciva a trovare un nesso nella sua persona; se quello che ieri sera gli era stato chiesto neanche troppo velatamente era vero – e lo era -, qualche cosa nella sua vita doveva essere riveduto, forse non corretto perché il passato è monolitico, ma andava tenuto presente.

TV

La serata a casa dei Fernet–Speddenno era terminata in una noia mortale, per lei, che si era rintanata in una specie di mutismo ermetico attraverso il quale osservava i presenti auspicandosi la sortita da quello strano appartamento nel più breve tempo possibile, quelli però l’avevano tenuta sotto blandizia per un tempo che a lei parve infinito come se si aspettassero di essere ricompensati per la loro ostinazione e perseveranza e attendessero il giusto godimento delle loro istigazioni nella sua gioiosa accondiscendenza. Se lo potevano scordare, pensò Mina osservando quei due tizi strani che sembravano un’imitazione pretesca della cinematografica famiglia Addams. Mina si era trovata a sperimentare una realtà di sé stessa che non gli corrispondeva proprio nell’immagine che aveva di sé e l’amica di sempre le apparve d’improvviso una perfida idiota di cui non sapeva più cosa pensare, perché con tutti i segreti che avevano condiviso avrebbe potuto metterla in imbarazzo con più di qualcuno e intristirgli il presente oltre ogni previsione. Tenne duro e li prese tutti per stanchezza, riuscì a defilarsi insieme con la fedifraga Guendalina ad un’ora che non era ancora tarda, per cui la sua amica le propose una continuazione della serata a cui oppose la scusa di una provvida cefalea e si fece portare a casa ostinandosi nel suo mutismo mascherandolo con l’espressione del mal di testa tipo.

Quando arrivarono sotto casa sua e l’amica le augurò la buona notte scambiando con lei il classico bacini-bacini-ci-vediamo-domani, sperimentò la sensazione di Cristo nell’orto dei Getsemani.

La notte insonne non le portò alcun consiglio e la mattina, in preda ad un totale senso di ripicca verso alcuno di definito o verso il mondo tutto, era uscita di casa un po’ prima del solito senza una meta precisa ma con l’intenzione di attuare qualcosa o chiedere aiuto o consiglio, benché non avesse nessuno con cui potesse mettere in chiaro la sua vita senza mettere in imbarazzo il suo interlocutore e se stessa. Prese la macchina con l’intenzione di recarsi dalla sua vecchia conoscenza originaria di Gallarate – e non della Cina-, per chiedergli che cosa mai gli era venuto in mente di mandarla a cercare e rivangare un passato che lei considerava remoto e defunto, ma del soggetto non aveva notizia di recapiti recenti e validi, poi le indecisioni si fecero contorte e inestricabili, pensò di telefonare invece all’Antonnomi e cercare un po’ di sollievo nella sua (di lui…) sicurezza esistenziale, poi scartò anche quell’ipotesi e pensò a Germano, ai suoi colleghi, alle sue amiche, quelle del periodo positivo, dell’università, delle feste senza bamba e senza vecchi maiali e le venne il timore di non avere nulla in comune con loro, di essere terribilmente isolata senza alcuna prospettiva di superare difficoltà che trovavano radice nella sua adolescenza, si sentì terribilmente sola, ma non troppo o non per davvero, il commissario Bellosi in persona la stava tampinando per vedere dove l’avrebbe condotto e cosa gli avrebbe fatto scoprire, mentre Rino e Aldo stavano alla posta di soggetti a lei connessi.



Quando Germano scese in strada per dirigersi alla Panda parcheggiata lì vicino, Aldo si drizzò sul sedile della Tipo bianca fornita dai contribuenti e borbottò qualcosa fra sé in un tipico frasario ironico, come per annotare mentalmente, poi considerando la presenza di Alfeo a fianco del sorvegliato annotò sul suo taccuino l’ingresso in scena di un nuovo personaggio vestito di nero. Che cosa avesse fatto Mina il pomeriggio precedente era ormai acclarato agli atti della legge, ora si aspettavano che gli sviluppi si biforcassero o in direzione del Cinese o dell’Antonnomi, fino alla tana della Brigonzi e magari oltre… magari…

Saliti in macchina, Germano alla guida, Alfeo finse di essere distratto ma in realtà stava osservando il suo collega ed amico con una certa aspettativa di risposte su atteggiamenti di cui era stato inizialmente compartecipe e poi tenuto all’oscuro per sopravenute oscure urgenze. Per qualche minuto Germano non disse nulla, poi quando furono bene instradati nel flusso ordinario della circolazione guardò Alfeo e gli disse:

– Ti ringrazio per non avere fatto domande l’altra sera e per avere preso in consegna la mia macchina fino ad oggi.

– C’è qualcosa che sarebbe meglio che sapessi? – chiese Alfeo timidamente.

– Forse sì, anche se non ne sono completamente al corrente nemmeno io. Quello che so è che un tizio che Mina conosceva anni fa, un tizio davvero pericoloso, pare che sia una specie di delinquente, un trafficante di droga ad alto livello, uno che bazzica gente infida e che specula sulla vita delle persone, beh, pare che questo tizio si sia messo in testa di contattare Mina per motivi sconosciuti inerenti i suoi traffici.

Traffico

Germano guardò Alfeo per un istante e poi proseguì.

– Che cosa voglia non lo so ma di certo non è per amore dei loro vecchi tempi, di cui so poco o nulla, anzi, direttamente nulla. Però il professor Trifarro si è offerto, dietro un coinvolgimento un po’ casuale e un po’ ingenuamente cercato, di offrire il suo aiuto tramite conoscenze che ancora non mi so spiegare e ci ha consigliato caldamente di starcene alla larga da Milano per un po’ di giorni. Poi l’altra sera al Sole Nero, d’improvviso, come se ci stessero pedinando, s’erano fatti vedere alcuni tizi che il Cusani giura siano connessi con questo ex amico di Mina e tutto ad un tratto è successo che abbiamo deciso di lasciare Milano nella maniera che potevamo improvvisare e ci siamo separati, Mina con Guenda (e qui Germano fece una faccia strana guardando verso Alfeo), che mi pare interessata a te – e rise sommessamente e distrattamente guardando l’asfalto che scorreva davanti al veicolo in movimento – e io insieme al Cusani e al Marzenit ci siamo diretti al Genova per partecipare alla protesta contro il G8. Da allora non ho notizie di Mina, e di Claudio e Sandro so che dovrebbero essere rientrati a Milano ma non voglio disturbarli almeno fino a mezzogiorno.

– Siete stati a Genova? E cosa avete fatto? Avete davvero preso parte alla protesta?

– No, ci siamo limitati a sopravvivere, ed è stato anche impegnativo. Ehi, il professor Trifarro non ci ha più contattati, tu ne sai nulla di lui, l’hai visto per caso?

– Credo che abbia altro da fare in questo momento, è stato mandato a Trieste per un convegno e rientrerà lunedì, o forse già domenica sera ma questi sono fatti suoi.

Illiria

– Chi te l’ha detto?

– Me lo ha detto qualcuno … Dove stiamo andando?

– A casa di Mina, sono un po’ in pensiero per lei, non ci sentiamo dall’altra sera e con questa gente che gli gira intorno…

– Sei geloso? Che cosa hai paura che gli facciano?

– Geloso? A che cosa serve? No, qui c’è qualcosa di pericoloso che ci sta ronzando attorno e non ho la minima idea di chi o cosa, a parte quel tipo uscito dalla preistoria di Mina.

Alfeo non fece commenti ulteriori e comunque erano arrivati nei pressi dell’abitazione di Mina, Germano parcheggiò e gli chiese se voleva salire anche lui:

– Non mi sembra il caso, se avete qualcosa da chiarire potrei essere solo d’intralcio, ti aspetto qui, poi eventualmente andiamo da qualche parte insieme.

– Va bene, torno tra poco.

Con i genitori di Mina Germano non aveva un gran rapporto, non che gli stessero antipatici o li ritenesse strani, semplicemente non ne aveva uno. Il padre di lei era poche volte o quasi mai in casa in orari lavorativi e se non in ferie, e la madre aveva sempre un atteggiamento spiccio, non di rado ironico, di quell’ironia gratuita stile adulti delusi dalla vita e poco propensi a comprendere o soffermarsi a considerare punti di vista differenti, quegli adulti che evitano l’autocommiserazione sfogando il sarcasmo sull’esistenza altrui. Non che trovasse la cosa scandalosa o fosse egli stesso permaloso per certe affermazioni che si pretendevano spiritose sulle cose della vita in generale ma che dimostravano invece un arretramento in sé stessi piuttosto che una critica vera e propria, piuttosto per una irritante sensazione di stranezza che sfociava in una antipatia, tollerata per il bene della sua frequentazione con Mina. Germano a volte si domandava quale atteggiamento avesse tenuto quella donna durante le sue lezioni, perché aveva effettivamente insegnato per molti anni, e ogni volta giungeva alla conclusione che avrebbe preferito non averla mai avuta per insegnante e siccome così era stato si felicitava con sé stesso per il pericolo scampato.

– Mina non è in casa.

Fu la risposta secca e non specificamente richiesta della voce mammesca al citofono quando lui aveva semplicemente detto «Sono Germano». Quella risposta così immediata gli si era tradotta nella mente come una specie di «Che ***** vuoi?», mentre lui voleva semplicemente avere notizie, che avrebbe potuto fornirgli se gli avesse semplicemente detto «Sali», o se avesse semplicemente aperto il portone per farlo entrare nel condomino, così aveva dovuto insistere, e a nessuno piace essere insistente.

– Posso salire un momento?

Invece di dare una specie di benvenuto preventivo con un «Sali pure», la serratura si aprì con lo schiocco tipico mentre lui immaginava un «E vabbè, se proprio insisti ti faccio salire».

Festa della Mamma

La madre di Mina lo stava aspettando sulla porta come se temesse di lasciarlo entrare e quando se lo vide sul pianerottolo neanche si scansò per dire un semplice «Accomodati» e solo ostinandosi ad avanzare verso di lei la donna si scansò per farlo entrare, il Gran Lavoratore non era in casa. Ora, la madre di Mina non era certamente una persona sgarbata, visti anche gli studi e le esperienze scolastiche attraverso le quali si acquisisce sempre, o quasi, una certa attitudine alla convivenza civile, però Germano gli aveva sempre riscontrato quei modi che non sono proprio rudi ma che cercano sempre di metterti in buca, come se la vita dovesse essere necessariamente un campo da golf.

– Hai un aspetto strano – disse la donna osservandolo un po’ da sotto in su.

– Sarà perché ho mal di testa – disse Germano che aveva dormito sei ore su oltre quarantotto.

– Hai sbattuto la testa contro la colonna di Sant’Ambrogio?

Colonna del Diavolo – Milano

Ecco, questa era la tipica battuta mamma-di-Mina-«”»style«”». Sebbene non esista in Milano una colonna di Sant’Ambrogio, a Germano parve di cogliere un indizio deviante, per cui la colonna di Sant’Ambrogio si trasferì mentalmente nell’etimo colonna, e lui lo sapeva chi ci aveva sbattuto la testa contro la colonna di Sant’Ambrogio – che in realtà si chiama “Colonna del Diavolo” -, e con quali protuberanze, secondo la leggenda nota a tutti i milanesi. Restò un istante senza parole, perché sapeva che quella donna era priva del sense of humour, quello bonario del fare le battute tanto per ridere. No, alla donna piaceva essere ficcante e certamente credeva di stare un gradino al di sopra degli altri, quella minima altezza che la femmina riteneva essere la distinzione fra l’astuzia e la coglioneria. Germano non raccolse e si limitò a dire:

– Dove la posso trovare?

– Non ha detto dove andava e non so quando tornerà.

– Sa per caso per quale motivo tiene il cellulare spento? Non riesco nemmeno a telefonargli.

– Questo proprio non lo so, comunque anche ieri sera ha usato il telefono normale – e indicò l’apparecchio posato sopra un piccolo trumeau che cercava di stare appiattito contro il muro nel corridoio non troppo spazioso di un appartamento tipo dell’urbanizzazione da assalto frutto dello sviluppo del paese.

Germano si domandò se la donna sapesse degli interessi morbosi che il cosiddetto Cinese nutriva ultimamente nei confronti della sua figliola e senza esitare si rispose da sé che no, non lo sapeva e da Mina certamente non lo avrebbe saputo e tanto meno da lui. Si domandò anche se fosse proprio il caso di essere così strafottenti verso la vita, specie dopo avere tratto la propria bella figliola dalle grinfie di un futuro abbastanza pessimo, ma qui si fermò, il moralismo non era il suo campo e nemmeno lo sarebbe diventato, la donna comunque non si meritava la verità, per cui giunse ai saluti.

– Mi farebbe la cortesia di dirgli di mettersi in contatto con me appena può?

– Senz’altro – disse la donna con una gentilezza sospetta, e poi subito aggiunse – Vuoi qualcosa per il ma di testa?

– No grazie, adesso mi passa. Devo andare, grazie di tutto e scusi il disturbo.

Germano sorrise verso la madre di Mina, agitò una mano in segno di saluto e si avviò alla porta, con un certo sollievo. Gli parve di udire qualcosa che aveva la parvenza della voce della donna quando si chiuse l’uscio alle spalle ma non ne fu certo, però scese in strada accompagnato da una brutta sensazione che si dissolse quando vide il volto sereno e un po’ ingenuo di Alfeo che lo osservava avvicinarsi alla Panda.

– Non è in casa – disse Germano salendo in macchina.

– Quindi?

– Si va a casa di Dott. Cynicus o di Sandro, anzi, passiamo a svegliare Dott. Cynicus e poi andiamo a casa di Sandro, niente parenti in mezzo a fare domande.

Seduto nella Tipo bianca Aldo osservò il suo soggetto uscire dal condominio dove abitava Mina e si fece l’idea che quei due non lo avrebbero condotto ad alcuna novità. Non ebbe nemmeno bisogno di chiedere conferma o autorizzazione perché il commissario Bellosi lo contattò per farlo rientrare, novità in vista, pensò Aldo, e dal tono di voce non troppo buone.

Prossimamente il trentaseiesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (34)

romanzo a puntate (34)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXIV°

(34)

Milano

Venerdì, 20 Luglio 2001

Il breve colloquio con il dott. Gridero aveva messo Bonbon in uno stato di quasi agitazione, in specie la calma inquisitoria con cui gli aveva posto quelle poche e semplici domande, che dal suo punto di vista avevano assunto quasi immediatamente una sorta di considerazione sullo stato di fatto dando quasi come scontata una sua certa dipendenza da sostanze stupefacenti riassunta in quella parola quasi ridicola e orribile quando sentita pronunciare da un vegliardo e pure della pula, lo «sballo», e chi parla mai un tale linguaggio? Forse nei telefilm americani o di altra importazione, che essendo doppiati traducono alla meno peggio uno slang difficilmente sovrapponibile in un’altra lingua, vuoi per la fretta di mettere in palinsesto un prodotto da collocare in antagonismo alla concorrenza, vuoi per il dovere di fare combaciare il movimento labiale con qualche baggianata da far dire al doppiatore senza che via sia una scansione fra il sonoro e la pellicola.

William Girometti – Colonna sonora

Sballo era una parola che non usava nessuno di quelli che conosceva e la sentiva solo e unicamente alla televisione durante quelle trasmissioni-reprimende sull’uso di sostanze più o meno dopanti, oppure da parte di genitori timorosi del futuro della loro progenie, oppure da parte di giovani contadinotti intenti a dirigersi in discoteca ad una velocità sovrastimata rispetto alla tenuta di strada dell’utilitaria regalata da papà o acquistata a rate e ad un’ora abbastanza tarda da potersi dire antelucana e con sufficiente alcol in corpo da considerare i lampioni della pubblica illuminazione come un percorso da slalom gigante. Quella parola così vuota e assurda in un contesto di indagini – perché ormai era chiaro anche a quella zucca vuota di Bonbon che c’era un’indagine in corso e che gli stava girando intorno senza che ne avesse avuto alcun sospetto -, quella parola da tamarri o da coatti, gli diventava così odiosa quando la sentiva intrufolarsi nella sua esistenza che quasi crollava in uno stato di depressione catatonica, in una condizione di vita vissuta in differita, come se il mondo gli pervenisse attraverso uno schermo senza che avesse alcuna possibilità di interferire con ciò che gli capitava o con cui aveva a che fare.

Uno stato di inadeguatezza relazionale che gli presentava la parola «sballo» come una depravazione dell’intelligenza sociale prima ancora che di una pratica giovanile per sperimentare emozioni un po’ forti, che di solito le persone un po’ avanti con gli anni non fanno, o hanno imparato ad evitare. Ecco, ciò che gli riusciva difficile da mandare giù era il fatto che qualcuno pensasse che per lui la roba rappresentasse uno «sballo», quando invece altro non era che un tentativo di fuga da una realtà che non gli piaceva, dall’aggressività di certi personaggi che riusciva a sopportare o ad affrontare solo quando aveva in corpo una sufficiente quantità di coca, o anche solo di marijuana o hashish o una qualche maledetta pasticca che gli evitasse di percepire la crudezza della vita senza che ciò lo introducesse in alcun mondo piacevole o incantato, non c’era alcuno «sballo» nella vita di Bonbon, solo una fuga da se stesso e dalla realtà, e quando qualcuno gli faceva capire con quella specie di ammiccamento che la parola «sballo» rappresentava alle sue orecchie, che lui, Dino Dabbono alias Bonbon per gli amici, era uno che si dedicava allo «sballo», beh, allora si sentiva davvero incompreso ed escluso dalla società in maniera definitiva.

Locandina di film

Oltre a questo stato di quasi prostrazione nei confronti dell’esistenza Bonbon si sentì come scoperto davanti a coloro che riteneva non avessero mai nemmeno sospettato una sua dipendenza dalla roba, sì, un cannone ogni tanto durante qualche serata in compagnia se lo faceva volentieri davanti a tutti, ritenendo di restare nell’ambito di normali atteggiamenti in uso fra i suoi coetanei, ma quando si faceva le sue piste di coca cercava sempre la maggiore riservatezza possibile illudendosi che nessuno se ne sarebbe accorto, ed ora, questo benedetto dott. Gridero gli scodellava lo stato di fatto come se fosse una cosa già nota senza dovervi nemmeno fare commenti sopra. Bonbon cercò nella sua memoria i volti e le espressioni dei suoi conoscenti e amici negli incontri più recenti sforzandosi di individuarvi il ghigno ironico di malcelata disapprovazione o di uno sfottò represso o borbottato sottovoce in maniera incomprensibile ma tutto ciò che gli venne alla mente fu il comportamento usuale dei suoi colleghi di università, allegri quando in compagnia, impegnati e a volte piuttosto tesi in facoltà, ma nessun loro atteggiamento pareva indicargli qualcosa di spiacevole sul suo conto, come una fredda sopportazione, o anche solo una parola incauta gettata lì per malizia.

Si convinse che in qualche modo e a sua insaputa i suoi amici e colleghi lo stessero trattando con sufficienza, che fossero a conoscenza delle sue debolezze, della sua dipendenza, dei suoi traffici, che recentemente avevano coinvolto una persona che stimava e della quale si reputava amico, i suoi fingimenti, le sue trasformazioni per apparire “come sempre”, atteggiamento che adesso, visto da un’ottica di retrospettiva, gli appariva crudelmente ridicolo immaginandosi in un sé “come sempre” burattinato da un essere amorfo che sperimenta la vita da dietro uno schermo deformante.

Strane ipotesi e pensieri ubbiosi riguardo ai coinquilini del micro-locale sovraffollato in cui abitava vorticarono nella sua mente senza che riuscisse a giungere ad un risultato appagante per la sua autostima; dei suoi compagni di stanza sapeva quel tanto che bastava a raggiungere un equo e ragionevole accordo ogni qualvolta dovevano affrontare problemi comuni o spese collettive, oppure in caso di seccature tecnologiche con la caldaia o con lo scarico del lavandino per interpellare il proprietario dell’alloggio, il quale si limitava a far comparire un pensionato ex lavoratore di non-si-sa-bene-cosa pagato in nero che sbrigava alla meno peggio quanto gli era stato richiesto nel minor tempo possibile, come se avesse schifo di restare troppo a lungo in quel tugurio e avesse fretta di tornarsene al suo superattico con vista sulla Madunina (smog e nebbia permettendo), per il resto i suoi coinquilini non gli avevano mai fatto troppe domande, né lui ne aveva poste a loro. Due di questi erano studenti in altre facoltà, il quarto era un tipo taciturno che era emigrato dal suo paese per trovare lavoro e guardava i suoi compagni di stanza con un certo distacco, che Bonbon aveva interpretato come una specie di invidia, e per la poca confidenza che intercorreva fra lui e i tre studenti e per la stanchezza che il tipo pareva patire a causa dell’attività che svolgeva, sulla quale Bonbon non aveva mai investigato troppo limitandosi a riscontrare sul soggetto un’autentica spossatezza ogni qualvolta gli capitava di vederlo rientrare la sera, cosa che succedeva abbastanza di rado, essendo lui stesso impegnato nel suo personale stress alla ricerca di qualcosa contro lo stress, che gli procurava immancabilmente molto stress. La roba non gli bastava mai, ora ne aveva necessità come se fosse parte del suo sangue.

… contro il logorio della vita moderna …

Quando riusciva ad accaparrarsene un piccolo quantitativo bastante per un paio di giorni o anche più non se la portava mai appresso ma la nascondeva nel suo alloggio, come aveva fatto la mattina precedente quando Rico e Ahmed gli avevano dato una bustina panciuta non poco più grande del solito. Ancora non se l’era pippata tutta e se la coccolava mentalmente fra le angosce e i timori di essere scoperto e/o peggio ancora privato della sua roba dai suoi partner di stanza per paure – non tanto fuori luogo – riguardo la polizia, i carabinieri, la guardia di finanza e così via, e già si immaginava i suoi stimati coinquilini, scovato il suo malloppo, strillargli contro i peggiori improperi ad un volume talmente eccessivo che anche dal pianterreno avrebbero capito ciò che stava succedendo, per concludere la sceneggiata con il rumore dello sciacquone che inghiotte definitivamente le sue magre scorte, gettate nel sifone da uno dei suoi conviventi con un plateale gesto di spregio. Paure non campate in aria da quanto aveva sperimentato poche ore prima nell’ufficio del dott. Gridero, per cui si rese conto che qualche provvedimento andava preso, se non altro per non essere colto all’improvviso da un’irruzione nel suo alloggio.

Carta «”»Magic«”»

Frammezzo ai sensi di colpa, l’orrore di se stesso identificato nella sua persona come se fosse un altro sé da cui voleva prendere le distanze, la paura per le indagini, che al momento lo avevano solo sfiorato ma che gli avevano fatto percepire l’idea di un pericolo concreto per il suo perbenismo o almeno per l’aspirazione a tale status, i timori verso i suoi compagni di stanza, la vergogna di se stesso per non avere osato opporsi all’intromissione del Cinese nella vita di Mina, tutta la precauzione che la sua mente fu in grado di produrre fu la semplice idea di trasferire il suo tesoretto nell’alloggio abusivo di Bruna, ritenendolo luogo idoneo, senza beninteso renderne edotta la sua compagna.

Fu intorno nella tarda serata che la sua solitudine si fece pressante e insopportabile per uno come lui abituato a feste, ritrovi, riunioni con coetanei, bagordi stile micro rave party, come se la presenza di sé stesso a sé stesso gli fosse intollerabile e il silenzio attorno a lui gli sembrasse un anticipo dell’oltretomba. I suoi compagni di stanza quella sera erano tutti fuori e non poteva fruire nemmeno del piacere di potersi lamentare dell’insopportabile presenza di qualcuno che, sì forse contribuiva ad alleggerirgli i costi abitativi ma che si imponeva con la propria esistenza generando delle inevitabili insofferenze, amplificate dalla stretta coabitazione. Ciò che aveva appreso di Bruna, in seguito ad una certa sua inavvedutezza nei suoi confronti, era la sua decisa idea di libertà, quella strettamente personale e non quella sbandierata dai politici e attuata dalla impersonale Burocrazia, che si concretizza unicamente in nuove leggi e nuovi limiti per i cittadini; Bruna era il tipo di persona che vuole fare proprio ciò che vuole, con poche deroghe e mediazioni, prova ne era il fatto che abitasse un immobile occupato abusivamente quando, in virtù della sua attività e del suo lavoro, avrebbe potuto permettersi di vivere come qualsiasi altro cittadino della classe cosiddetta media, definizione sulla quale la matematica non ha alcuna influenza, e la contabilità correlabile è una pura apparenza che viene inscatolata negli estremi fiscali.

Seduto al tavolo che serviva da scrittoio, quando non serviva da mensa o per qualsiasi altro uso che prevedesse un piano di lavoro utilizzabile, si palleggiava il telefono da una mano all’altra come se stesse aspettando che suonasse da un momento all’altro, anche se dalla sera precedente non aveva concordato alcun appuntamento con la sua compagna. Superati i timori di una incazzatura da parte di Bruna, che sebbene cosa rara gli era capitato di sperimentare e non ne serbava un bel ricordo, si decise a chiamarla per sentire se era disponibile a vedersi da qualche parte per concludere poi la serata a casa di lei, ma questa seconda parte non gliela avrebbe enunciata telefonicamente.

Menadi – Bassorilievo

Quando il suo cellulare squillò Bruna era nella sua Twingo® nera, uscita da poco dalla casa dei Fernet – Speddenno, avendo terminato la sua comparsata come richiestogli gentilmente dalla sua amica Sara, la quale si era complimentata per la tempestività e la nonchalance del suo atteggiamento; quale fosse poi lo scopo di una tale richiesta era cosa che a lei interessava in maniera laterale, ciò che gli premeva era la gratificazione dei suoi amici per il prosieguo di un certo scambio di favori e di frequentazioni, soprattutto queste ultime per protrarre il più a lungo possibile una giovinezza un po’ stiracchiata ma comunque ancora molto vivace, per quanto a tratti un po’ ingombrante quando si mescolava a degli studenti mediamente di una quindicina d’anni più giovani, lei però sapeva imporre il suo atteggiamento gioviale e il suo aspetto fisicamente esuberante mostrandosi aggiornata agli andazzi giovanili e informata a sufficienza sugli argomenti in voga senza cadere in quelle gaffe colloquiali che possono distinguere una persona vecchia da una giovane; aveva ancora slancio per le novità e disposizione al divertimento fine a se stesso. La voce di Bonbon la colse in un momento di positività nei suoi riguardi, non avendo programmato alcunché nella serata a causa dell’impegno in casa di Sara, per cui assecondò immediatamente il desiderio del suo amico dicendogli che sarebbe passata a prenderlo per poi andare direttamente a casa di lei, dove con calma avrebbero deciso come e dove trascorre una nottata possibilmente piacevole.

Bonbon non la faceva mai salire nel suo alloggio, un po’ si vergognava, benché non ne avesse motivo, considerata la sistemazione abusiva di Bruna, più che altro non ne vedeva l’utilità, visto che in qualunque momento uno qualsiasi dei suoi coinquilini avrebbe potuto fare irruzione nell’unica stanza abitabile, in totale assenza di qualcosa di assimilabile alla privacy, lui glielo aveva spiegato e lei non aveva fatto la minima rimostranza e poi a Bonbon non andava di dovere dare spiegazioni ai suoi compari di alloggio, di fare quelle presentazioni che sono solo una farsa di tolleranza quando costa già fatica dovere sopportare qualcuno che forzatamente convive nello stesso monolocale; l’aspettò in strada e da lì Bruna passò a caricarlo per portarselo temporaneamente a casa.

Il buon umore di Bruna sollevò un po’ il morale di Bonbon, che non aveva voglia di sfogare con lei le sue frustrazioni personali e i suoi drammi interiori, però non resistette alla tentazione di metterla a conoscenza della sua puntata nell’ufficio del dott. Gridero, un po’ per verificare se aveva scoperto qualcosa delle sue tresche della sera precedente e un po’ per ascoltarsi parlare di qualcosa di interessante e darsi un atteggiamento colloquiale, Bruna fu molto curiosa del fatto.

Giustizia Corporativa – Bassorilievo

– E cosa ti ha chiesto di preciso?

– Mi ha fatto aspettare per un’ora e più e poi mi ha fatto pochissime domande.

– Quali domande?

– Mi ha mostrato delle foto di alcuni tizi e mi ha chiesto se li conoscevo.

– E tu li conoscevi?

– Ma certamente no – mentì spudoratamente Bonbon – e se anche li conoscessi non glielo avrei certo detto, se ti lasci sfuggire qualcosa con quelli non sei mai a posto. Ehi, a proposito di persone conosciute, sai chi credo di avere visto presso il suo ufficio?

– Sentiamo… chi?

– Non mi viene il nome adesso, ma è uno importante, mi pare di averlo visto un paio di volte in un notiziario locale, aspetta, si chiama… si chiama, ah, sì, Antonnomi. Ho sentito dire che è una persona molto influente, uno che può spianare parecchie cose se ci si mette e se sei nelle sue simpatie.

– E cosa ci faceva lì?

– Non lo so, ha parlato per un po’ con quel tipo che poi mi ha interrogato e poi sono andati via insieme e ho dovuto aspettare là per un’ora prima di potermi liberare.

– Ci hai parlato con questo Antonnomi?

– No, che mai avrei potuto dirgli? E comunque non c’era né il modo né l’occasione, pareva un po’ teso e io ho fatto finta di non averlo riconosciuto…

– Mmh, forse hai perso un’occasione per il tuo futuro… – disse Bruna sfottendolo un poco.

– Perché?

– Perché quello, come hai detto tu, può aprire molte strade…

– Sì, a uno studente squattrinato come me… per lui faccio parte della folla trasparente, non mi ha nemmeno notato, ma forse per altre persone… – e sbirciò i seni di Bruna – e comunque il tribunale non pare luogo adatto a certe conversazioni…. e comunque avrà il doppio della mia età… e comunque …

Bruna subito non disse nulla ma aveva notato quello sguardo di sguincio e il nesso sottinteso, poi aggiunse, come per maliziare sull’argomento:

– Se ho inteso chi è li porta molto bene i suoi anni e si dice che sia un tipo molto galante.

Bonbon non disse nulla, questo aspetto di Bruna lo sconvolgeva. Non gli riusciva di mettere insieme i pezzi caratteriali di una che abita in uno stabile occupato abusivamente con le aspettative riflesse su di un personaggio pubblico e importante, la ribellione insieme con l’adulazione del potere con mire di ritorno esistenziale. Quando lei aveva di queste uscite Bonbon restava in silenzio, non sapeva più come affrontare la conversazione, era come se Bruna lo scandalizzasse con qualcosa di incomprensibile e inaccettabile mettendolo da una parte in una – per lui – molto imprecisa interpretazione della vita.

Renault Twingo

Nessuno dei due disse più alcunché fino alla destinazione, dove, sotto gli sguardi annoiati di alcuni residenti dei condomini circostanti, quelli la cui residenza risulta regolarmente catalogata all’anagrafe, obbligati alla stanzialità estiva per carenza di pecunia, età avanzata, o disoccupazione protratta, abbandonarono il veicolo dirigendosi verso lo stabile ufficialmente inagibile ma regolarmente insediato. Il numero degli occupanti era mutevole come la stagione e il tempo, e il ricambio aveva una certa continuità, tranne pochi affezionati identificati, e questo termine non era casuale poiché erano stati “identificati” dalla polizia almeno un paio di volte durante i ciclici sgomberi in una famiglia derelitta con tre bambini in età scolare e la Bonfanti Bruna, più altri variamente numerosi che al momento non erano presenti; la Bonfanti Bruna occupava una serie di stanze, che lei chiamava appartamento benché non fossero molto organiche fra di loro ad essere definite con tale parola, disposte sul lato dell’immobile prospiciente l’ingresso, praticamente in bella vista dagli edifici di fronte.

In questi locali Bruna si era organizzata un minimo di riservatezza che riusciva a mantenere senza troppe difficoltà regalando consigli ai nuovi arrivati in qualità di decana e procurando loro informazioni sufficienti ad ottenere acqua potabile e corrente elettrica gratis, benché non con il dovuto confort e l’opportuna funzionalità, e non senza il pericolo di un’improvvisata manualità su apparecchiature da cui attingere i propri bisogni esistenziali; connettersi abusivamente alla rete elettrica pubblica è fattibile, ma altamente sconsigliabile. Da parte di Bruna occorreva anche una certa dose di coraggio, perché in quello stabile a volte si udivano strane discussioni e vi si intrufolavano soggetti mai visti prima per traffici sconosciuti e talmente temporanei da non lasciare la minima traccia, però il rispetto lei se lo era guadagnato con la prima occupazione, di cui era stata l’organizzatrice, per cui chi entrava in quell’edificio sapeva che era un po’ come entrare in casa sua, una di quelle leggi umane incomprensibili e sconosciute alla gente ordinaria, quella che si sente a disagio se non è classificata. A casa di Bruna non c’era “la privacy”, ma era meglio tossicchiare per annunciare il proprio passaggio, il proprio rientro o la propria sortita da casa; certe cose, certi avvenimenti è meglio che non vengano disturbati. A Bruna probabilmente andava bene così.

Nei pressi dell’ingresso Bruna domandò ad alta voce a Bonbon se aveva già cenato e Bonbon, accostumato alle usanze del luogo, rispose a tono in pari grado di decibel che aveva mangiucchiato qualcosa e comunque non aveva molta fame. Aldo, che aveva pedinato Bruna dando il cambio a Rino per conto del commissario Bellosi, annotò diligentemente l’ingresso della coppia nello stabile dimesso, qualcuno molto presto avrebbe fatto le opportune verifiche e riscontri. L’entrata era un portone senza chiusura su cui erano rimasti infissi gli anelli a suo tempo uniti da un lucchetto tagliato con le tronchesi la sera stessa dell’ultimo raid poliziesco, i cui sigilli della polizia erano l’unica garanzia per tenere alla larga la maggior parte della gente, quella meno pericolosa, le scale non erano illuminate perché nessuno si era preso la briga di allacciare abusivamente le parti comuni. Vicino al muro, lungo le scale, correvano alcuni cavi che portavano la corrente nelle parti abitate (?), c’era sempre da fare attenzione a non inciampare, salirono in silenzio, ciascuno concentrato sul proprio cammino. La zona che Bruna aveva riservato per sé era un piccolo gruppo di stanze che avevano un unico ingresso, sul quale lei era riuscita a fare installare, e poi conseguentemente a rabberciare in seguito alle incursioni delle forze dell’ordine, una porta che creava una piccola idea di una riservatezza che poteva venire aperta senza sforzo eccessivo e senza capacità di scasso, nessuno però si era mai azzardato a violare la sua intimità, e su questo fatto certuni giuravano su certe sue affiliazioni, amicizie, conoscenze, ammanicamenti pericolosi q.b. a far recedere da propositi sconvenienti nei suoi confronti. Bonbon un poco si adagiava nella sicurezza che quella donna esprimeva senza ostentazione, come se fosse la cosa più naturale del mondo, vi si crogiolava quasi intorpidito da tanta fiducia in sé e nelle proprie capacità, lui non ne sarebbe mai stato capace.

Copertina di libro

Non appena si furono appartati nelle stanze non sontuose ma abitabili (?) della residenza abusiva di Bruna Bonbon cercò una scusa per sgravarsi del piccolo fardello che intendeva mettere al sicuro e disse di avere necessità del bagno, dove si recò con una certa fretta, avendo già in mente il posticino che gli serviva per imboscare il suo tesoretto, essendosi già procurato di separarne una quantità per un po’ di righe da tirare in caso di necessità. Non che ne restasse una quantità ingente ma per alcune altre volte sarebbe bastata, l’unica cosa che lo preoccupava era il fatto di doversi recare in quel luogo, così privo di sicurezze civili e aperto all’intrusione di chiunque. Luogo sicuro per la sua bamba ma infido per qualcuno che teme l’aggressività delle persone. Dopo avere schiacciato la sua bustina – ora molto meno panciuta – nello stipite di una finestra che mostrava uno sbadiglio fra il telaio e la muratura nella parte alta e non esposta dell’infisso, se ne tornò nel reparto giorno insieme a Bruna, la quale se ne veniva dal frigorifero sbocconcellando qualcosa e con modi garbati e curiosi lo mise la corrente di avere incontrato la sua collega di università in casa di amici.

A Bonbon il ricordo dell’esistenza di quella persona, che gli aveva procurato conflitti interiori ed esteriori, causò un senso di nausea che riuscì a mascherare dissimulandolo in un atteggiamento distratto.

– Eh? – disse Bonbon voltandosi verso Bruna come se fosse arrivato adesso in casa sua.

– Sei con me o sei altrove? – lo rimbeccò Bruna – ho detto che stasera ho incontrato Mina, me l’hai presentata tu, ricordi?

Bonbon ricordava ma avrebbe preferito dimenticare e volare altrove con la conversazione, poi però, in un sussulto di consapevolezza, timore e forse anche per un fondo di rispetto per Bruna, si incuriosì del fatto, perché con le investigazioni che c’erano in corso era certamente meglio restare aggiornati.

– Dove per l’esattezza?

– Questo è un piccolo segreto.

– E di che avete parlato?

– Oh, l’argomento della conversazione mi sfugge, ci siamo solo salutati poi io sono stata impegnata con un’altra persona, ma dimmi… è vero che frequentava gente un po’ particolare? Da adolescente intendo.

Bruna civettava apertamente, si capiva, e a Bonbon questo atteggiamento da pettegola inscenato così inaspettatamente da Bruna risultò strano. Gente particolare? si domandò, e lo dice lei che vive in questo posto. Gli parve che Bruna lo volesse interrogare, che gli volesse estrarre informazioni sul conto della sua collega e in un sussulto di dignità si impose di tacere quello che sapeva, che poi non era molto, solo quell’accenno da parte degli sgherri del Cinese al suo primo anno di università, che gli aveva spalancato uno spiraglio abbastanza ampio per vedervi qualcosa ma che non era comunque sufficiente per snocciolare particolari senza fare entrare in scena la fantasia, quella più galoppante, perché lui Mina la conosceva solo dalla sua frequentazione della facoltà di lettere e filosofia. Il sussulto di dignità fu presto seguito da un’ombra di sospetto, perché Bruna non gli era mai parsa il tipo che fa domande insistenti sul conto della gente; in mezzo alla confusione che gli aveva causato la comparsa al cospetto del dott. Gridero trovò un barlume di consapevolezza sufficiente a farlo restare sulle sue, per cautelarsi da ulteriori domande che avrebbero potuto tirare in ballo il mancato inganno della sera precedente, cosa della quale si voleva cautelare con tutte le precauzioni, perché Bruna sì, faceva domande apparentemente sciocche, tipo vecchia comare, faceva affermazioni contraddittorie, come gli apprezzamenti sull’Antonnomi, però nel suo aspetto esteriore, nella sua facciata presentabile restava una specie di moralista, e se si fosse accorta di essere stata tirata in ballo per una tresca di cui era all’oscuro, apriti cielo, si sarebbe dovuto sorbire il suo lato peggiore, che non era mai abbastanza peggiore, specie per uno come lui, timorato di ogni atteggiamento aggressivo, da qualunque parte provenisse. Bonbon se la cavò dicendo semplicemente che la conosceva solo dall’inizio dei suoi studi in facoltà, Bruna però parve insistere.

– Mmh, dietro quell’aria da brava ragazza mi sa che cova una personalità un po’ più complicata. Ho idea che frequenti persone troppo diverse da loro e per interessi differenti che mi piacerebbe tanto conoscere.

– Non capisco proprio questa tua bramosia verso le persone, non ti ho mai sentito fare domande del genere sul conto delle persone che incontriamo.

– La gente che si conosce non la si conosce mai abbastanza. Prima o poi la gente che non conosci si incontra con gente che conosci, e viceversa, è solo questione di mettere tutto in relazione.

– E di questa relazione cosa intendi farne? – disse Bonbon facendo la faccia giusta, quel tanto che bastava per farla apparire un pochino severa e burbera da mettere un po’ allo scoperto la sua amica.

– Mah, nulla sono solo chiacchiere, sono un po’ stanca.

Prossimamente il trentacinquesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (33)

romanzo a puntate (33)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXIII°

(33)

Milano

Venerdì, 20 Luglio 2001

Lo spezzatino materno aveva messo Mina di buon umore, per tutta la cena aveva sbirciato i suoi genitori per immaginarseli nella nuova luce della confessione che sua madre le aveva fatto, tutta la bonomia di suo padre le appariva ora ridicola come non mai, tutte le gentilezze che le aveva profuso gli parevano così idiote e senza senso, quantunque ne serbasse un ricordo positivo e piacevole, però ora vedeva la sua famiglia sotto un aspetto diverso che lei si immaginò dover corrispondere ad una più matura comprensione della vita, dopo tutto nel mondo queste cose avvengo comunque. Quando si alzò da tavola salutò suo padre come se stesse gratificando un bambino, suo padre accettò quelle moine come un segno di rinnovata gratitudine filiale, poi i programmi da intraprendere con Guenda presero possesso di tutta l’attenzione e concentrazione di Mina, una serata tutta al femminile in compagnia di una conoscenza di vecchia data con cui condivideva molti momenti del suo passato, e a suo giudizio quasi tutti positivi, era una cosa che la riempiva di eccitazione e di un promettente divertimento, qualunque fosse.

Era occupata negli ultimi preparativi, agli ultimi ritocchi per una serata a sorpresa, come le aveva preannunciato Guenda al telefono, erano quasi le nove, ancora giorno quasi pieno, il sole intento a tramontare nella promessa di una caleidoscopica serata, di questo era convinta, perché l’amica aveva sempre risorse e sorprese condite da iniziative a cui lei non avrebbe mai pensato; quando suonò il campanello lei prevenne la madre, che era andata a rispondere al citofono, dicendo che era la sua amica e che sarebbe scesa lei a raggiungerla e le passò davanti in una corsetta felice diretta all’uscio dell’appartamento. Sua madre verificò dal terrazzo, riconobbe la vettura dell’amica di sua figlia e prima che questa sbattesse la porta uscendo riuscì a gridarle dietro un inutile:

– Non fate troppo tardi.

A cui non seguì alcuna risposta ma solo il lieve rumore dei passi di Mina che scendeva le scale invece di aspettare l’ascensore.

Mina raggiunse Guenda e si sedette in macchina e restò stupita per l’abbigliamento della sua amica, vestita in nero con un trucco un tantinino pesante per il suo solito e tutto sul nero:

– L’Alfeo deve averti proprio colpito.

– L’Alfeo…? Ah sì. Alfeo Tiranti, quello di ieri sera. In effetti è carino ma non è per lui che mi sono agghindata così. Ti piace? Ho pensato ad una serata dark, anzi di più… demoniaca! Ma solo per noi.

– Quale sarebbe il programma?

– Andiamo a casa di certi amici, sono persone un po’ particolari ma ti piaceranno.

Guenda osservò la mise di Mina aggrottando un occhio e alzando il sopracciglio di quell’altro, la scorse per tutta la lunghezza della sua figura e poi borbottò un bonario:

– Mmhsì… può andare. Il jeans stracciato è un po’ banale ma il top viola dovrebbe essere apprezzato.

– Pare che stiamo andando a casa di un duca, un marchese o qualcosa del genere.

– No, ma un certo protocollo non è fuori luogo.

– Che gente è?

– È una sorpresa – e sorrise maliziosamente fra sé, in un atteggiamento che a Mina non era nuovo e che aveva conosciuto anni addietro nell’ebbrezza di certe serate trascorse insieme.

L’idea di una serata a sorpresa parve scomparire nel desiderio insaziabile di chiacchiere che le due amiche avevano da scambiarsi, quasi non si vedessero da secoli. Guenda tentò con una certa insistenza di avere ragguagli circa l’avventura pomeridiana di Mina, di approfondire certi dettagli che ascoltati con l’orecchio di un uomo avrebbero sconfinato nel morboso, però Mina non dette troppo peso alla sottile insistenza dell’amica, la quale non finiva di meravigliarsi del fatto che la sua amica di sempre se la stesse intendendo con un tipo importante come l’Antonnomi e cercava di instillarle il tarlo dell’opportunità di una tale frequentazione, a cui lei però non prestò orecchio, o non più di tanto, accostumata alle precedenti esperienze della sua adolescenza con il Cazzarola, con il quale le cose funzionavano (?) nella misura in cui lei non ficcava troppo il naso nella sua esistenza, traendo le sue opportunità in maniera deviata e laterale aggirando le mascoline pretese di supremazia in una sorta di accondiscendenza tattica tramite la quale riusciva ad ottenere quasi ciò che voleva semplicemente lasciandogli credere di essere lui ad avere deciso.

Mina era di certo più accorta di Guenda e anche più intelligente, non nel senso scientifico del termine ma in quello di comprensione del mondo, verso il quale la sua amica le appariva a volte un po’ troppo credulona e non molto pratica ma comunque esperta a sufficienza da stupirla con novità, amicizie e conoscenze inaspettate. Di rimando Mina tentò di approfondire l’eventuale interesse che le sembrava essere fiorito fra lei e il suo collega di università, l’Alfeo Tiranti, ovvero Lo Scuro alias l’Oscuro, ma anche Guenda fu evasiva sull’argomento e forse ipereccitata riguardo a qualcosa che Mina ancora non comprendeva ma che doveva riferirsi alle persone che stavano andando ad incontrare, e a questo proposito Guenda per tutto il tragitto mantenne un sorriso malizioso sul suo viso carino ma dai tratti un po’ forti e quando la sua amica tentava di intrufolare una richiesta di spiegazione lei deviava dall’argomento con un silenzio malizioso accompagnato da un sorriso del tipo «aspetta e vedrai».

Tendenzialmente certe persone sono meno propense ad avere sospetti ed introspezioni paranoiche, si fidano del mondo, a modo loro ovviamente; tendono a vedere il lato buono della società, anche se stanno frequentando soggetti che starebbero meglio rinchiusi nelle patrie galere, o chissà, vedono in loro qualcuno che è perseguitato ingiustamente dalla società, qualcuno che in fondo non fa che fare i propri interessi, come tutti del resto, interessi dai quali traggono alcuni dei loro vantaggi sociali e dai quali non pensano minimamente a separarsi in una mentalità di comparazione che vede solo o quasi materialistiche opportunità, comunque innocue o innocenti nella loro ottica, senza domandarsi troppo da dove provengono.

Non è una caratteristica allocabile con esattezza, beninteso, ma certe persone vi indulgono un po’ di più e non vedono ragioni di sospetto quando invece la comunanza di vita con i soggetti sunnominati dovrebbe metterle in allarme, perché le cose “giuste” sono tali, eventualmente, solo a posteriori. E in effetti Mina e Guenda non si avvidero del controllo ravvicinato di uno dei ragazzi del commissario Bellosi, il quale le stava pedinando con una vettura di servizio dall’anonimo aspetto civile. Per ovvie ragioni il dott. Gridero, dopo la presentazione avvenuta nello studio-laboratorio del Vanzi aveva proceduto ad una immediata identificazione della bella topolona, alias Calludole Mina, e aveva ordinato una sorveglianza sufficientemente stretta da poter capire chi frequentasse e con che cosa e/o con chi si andasse a relazionare perché lui, il dott. Gridero, sentiva puzza di traffico di stupefacenti, di strozzinaggio, sfruttamento della prostituzione, corruzione e chi più ne ha più ne metta, ma aveva così pochi riferimenti che, sull’onda della tattica subita – prima nel suo ufficio poi nell’atelier del Vanzi – la cosa gli bruciava come se lo avessero offeso con un ferro rovente e su questo punto poteva contare sulla simpatia del commissario Bellosi, deluso altrettanto quanto lui. Le due giovani se ne andavano a zonzo per Milano come due scolarette ignare dell’attenzione che gravitava intorno a loro.

Nella vettura di Guenda il giochino della sorpresa teneva desta l’attenzione e la curiosità di entrambe in un indugio fatto di sguardi maliziosi e domande traverse per scoprire l’arcano da parte di Mina ma non vi fu verso. L’attesa non fu lunga e dalle parti di Piazza della Vetra Guenda cominciò a guardarsi intorno per cercare un parcheggio e in quella serata estiva con la città già in parte in vacanza la cosa non fu troppo complicata. Quando furono fuori dalla vettura e dirette a piedi in una direzione a Mina ignota, Guenda fermò la sua amica sul marciapiede e le tenne un breve corso di istruzione su come presentarsi a queste sue conoscenze.

– Senti… non è il caso che mi fai la sprovveduta, anche se non ci capirai nulla, devi solo evitare di stupirti e di fare domande imbarazzanti per cose che non conosci. Devi lasciare parlare loro, se avranno qualcosa da dirti o da chiederti. Sono persone affascinanti, vedrai, ti piaceranno.

– Ma insomma, chi stiamo andando ad incontrare?

– Ormai è inutile che ti risponda – disse Guenda fermandosi ad un portone austero di legno massiccio che introduceva ad un palazzo neoclassico restaurato ad ospitare appartamenti.

La facciata non aveva nulla di eclatante, le solite finestre con timpani triangolari alternati con quelli ad arco sopra ogni finestra e le bugne ad imitare un ingresso pomposo in pietra all’intorno del portone, la facciata tinta in ocra tranne le decorazioni architettoniche delle finestre, un edifico di quattro piani dall’aspetto di un monolite decorato in neoclassico incastonato nell’ordinaria architettura milanese, inframmezzata di edifici di varie fatte, epoche e stili.

Al citofono nessuno chiese alcun «Chi è?» e il portone si aprì con uno scatto secco riverberato dalla eco attutita dell’androne. Salirono senza parlare e Guenda si ostinava a tenere quell’espressione maliziosa e di aspettativa riflessa dal comportamento incuriosito della sua amica. Al terzo piano Guenda diede un ultimo intenso sguardo a Mina, in cui la malizia pareva cedere il posto a qualcosa di misterioso poi da una delle porte sul pianerottolo si affacciò una giovane donna che le fece accomodare, mentre dabbasso, in strada, Rino prendeva nota di tutti i nomi sulla campanelliera d’ottone, qualcosa sarebbe saltato fuori di certo.

– Questa è Mina – disse Guendalina presentando la sua amica – Mina questa è Sara.

Le due si strinsero la mano e si squadrarono rapidamente a vicenda. Sara indugiò un po’ troppo sulle fattezze di Mina, questa però vi era abituata, in qualche modo la sua bellezza, di cui era pienamente consapevole, faceva colpo su tutti, uomini e donne, non senza che qualche equivoco di quando in quando accadesse, ma in fondo lei non si scandalizzava e prendeva sempre la cosa più o meno come un complimento. Sara, il cui nome completo era Sara Speddenno, era di origini sarde e benché accostumata perfettamente alla tradizione milanese manteneva nel suo aspetto parte di quella greve femminilità antica e quasi mitologica che si esprimeva pienamente nei suoi lunghi capelli corvini e nei suoi occhi nerissimi dolcemente completati da un ovale quasi candido in cui le sue labbra piene, carnose e dall’aspetto soffice come un fiore o un frutto mediterraneo spiccavano di un rossore vivido un poco inquietante. Mina notò che Sara era vestita completamente di nero, sullo stile inalberato da Guenda per l’occasione, la quale di certo vi civettava un poco, mentre questa forse faceva sul serio.

Qualche sinapsi del suo cervello forse sbuffò per la noia, non le piacevano queste commedie esistenziali, la scuola del Cinese le aveva lasciato il segno con una spiccata avversione per i tipi strambi o non troppo coerenti con la vita di tutti i giorni, non che si scandalizzasse ma di fronte a queste persone si trovava sempre a disagio, in una incertezza comportamentale nella quale non sapeva risolversi se tacere o se dire banalità tipo «Chissà se pioverà», oppure «Giornata molto calda oggi», ma inevitabilmente queste frasi non bastavano mai e prima o poi si veniva ad un dunque nel quale lei ci sguazzava proprio male, mentre la sua accompagnatrice pareva in estasi, anzi era raggiante. Fortunatamente Guenda prese in mano la situazione e avviò una conversazione che pareva escludere la sua partecipazione e lei ne approfittò per guardarsi intorno a verificare quanto avesse dovuto sentirsi in imbarazzo e fino a quale misura avrebbe potuto eventualmente fare dell’ironia.

Copertina di libro

L’appartamento era signorile, il pavimento era di certo quello originale dell’edificio, in marmo e in graniglie decorate e l’arredo pareva di provenienza antiquaria, di quella autentica, costosa e ricercata, ad abbinare mobili, suppellettili e oggettistica in una specie di scenografia sulla cui espressività non potevano esserci dubbi: satanismo. Mina guardò la sua ospite a cercarvi conferma e non fece la minima fatica ad immaginarsela coinvolta in una cerimonia dell’occulto; tutto l’appartamento pareva un’appendice del locale in cui si erano ritrovati la sera precedente, una dependance nobile e riservata, senza intrusi, curiosi, e orpelli moderni o modernisti come i ritratti di Marilyn Manson e fotografie di scene cinematografiche, tutto appariva come l’apparecchiatura di una liturgia oscura, sebbene mancassero riferimenti iconografici diretti, come per esempio rappresentazioni di demoni, una specie di iconoclastia autoimposta doveva avere reso prevenuti i proprietari dell’appartamento, i quali in veste di co-abitanti di uno stabile condiviso, dovevano avere optato per un basso profilo, per quanto il luogo parlasse da sé; di certo i vicini non frequentavano questa casa, non volentieri almeno. Nel salotto Sara introdusse Mina e Guenda al suo compagno, il quale disse di chiamarsi:

– Nardo, Nardo Fernet – disse il tipo precisando nome e cognome.

Per qualche istante nessuno disse nulla, vi fu un lieve imbarazzo da parte di tutti e quattro durante il quale Nardo osservò le due ospiti soffermandosi particolarmente su Mina mantenendo un’espressione che non era di distacco, né di perversione o di perfido sentimento; era come se la guardasse intento a pensare alla maniera di aggirare la sua attenzione per sorprenderla in qualunque maniera possibile per imperscrutabili motivi. Guenda, con sollievo di Mina, riprese la sua solita loquacità, attirando su di sé l’attenzione della coppia in una conversazione molto generica e anche molto imbarazzata.

Mina si domandò se questi due sapessero o fossero stati informati della sua venuta nella loro casa, perché le parvero piuttosto indecisi nei suoi confronti. Si distrasse guardandosi intorno, la stanza era arredata nel medesimo stile austero, un paio di librerie esponevano da dietro vetrinette un buon numero di volumi, parte dei quali di aspetto antico, Mina non vi resistette e abbandonò mentalmente la compagnia concentrando la sua attenzione per cercare una conferma sui suoi sospetti ma si rese conto di non possedere le conoscenze opportune per valutare una cosa del genere, d’altronde sono pochissime le persone che si interessano di satanismo, occultismo, stregoneria, magia e cose del genere. Sbirciò Guenda, che ora aveva su di sé l’attenzione della coppia, e pensò che la sua amica doveva avere delle propensioni che non le aveva mai conosciuto e si domandò fino a che punto avrebbe dovuto assecondarla, perché le era chiaro che per parte sua non avrebbe desiderato minimamente restare invischiata in quel genere di conversazioni.

Non era la paura, poiché era una persona razionale, quanto piuttosto il desiderio di non trovarsi a dovere affrontare degli argomenti che lei avrebbe reputato di certo incoerenti, per lo meno con i suoi attuali impegni alla facoltà di filosofia. Si accostò ad una di quelle librerie e notò come tutti i volumi fossero messi lì un po’ a caso, in una specie di ordine imposto dalla necessità, non come quelle librerie dove i tomi se ne stanno tutti belli in riga, ordinati per colore molto più spesso che per argomento o autore, una casualità dettata di certo da una frequente consultazione, infatti dalla sommità di certuni spuntavano foglietti a mo’ di segnalibro, fra alcuni erano stipati fogli di carta come associazioni provvisorie di appunti presi in fretta. Lesse sul dorso alcuni titoli e autori ma i nomi di Anton LaVey e di Aleister Crowley non le dissero nulla, però i libri da loro prodotti, i cui titoli sottostavano al nome dell’autore, le diedero una conferma, poiché sotto al nome di Anton LaVey, su due volumi differenti, vi trovò scritti i titoli “La Bibbia Satanica” e “The Satanic Rituals”, cosa che gli fece stornare gli occhi rapidamente sulla schiera di libri senza fissarsi su alcuno in particolare, come se desiderasse di non aver visto ciò che aveva letto e lo sguardo si soffermò su di un tomo che doveva avere un bel po’ di anni, rilegato in cartapecora, cosa che gli dava un aspetto sinistro quasi fosse fatto di pelle umana, e sul dorso stava scritto in inchiostro nero e caratteri gotici solo una parola a lettere maiuscole: GRIMORIO, che sapeva essere una contrazione in volgare del francese grammaire e null’altro.

Locandina di film

Cercò di farsi un’idea di quale tipo di grammatica potesse trattarsi ma non riuscì ad andare oltre ad una serie di immagini banali viste in film horror o in servizi televisivi. In alcuni dei pochi spazi vuoti delle librerie c’erano dei soprammobili ed un paio di questi erano degli uccelli impagliati, una civetta e un gufo, la civetta con le ali aperte in un atteggiamento aggressivo mentre il gufo per la mole se ne stava compresso con le ali racchiuse. «Strigiformi», pensò Mina rammemorando una lezione di greco del liceo classico che le era rimasta impressa per i dettagli filologici che avevano suscitato la curiosità sua e dei suoi compagni per la derivazione del termine strige dal greco strix per civetta, accusativo strigga, da cui la facile derivazione, sulla quale ricordava le ridanciane suggestioni che ne erano seguite in classe, perché nonostante la frequentazione del criminale in carriera la scuola le piaceva, senza eccessi di zelo tipo prima della classe ma la appassionava comunque. Poi quasi inaspettatamente, come se non avesse dovuto succedere, l’ombrello protettivo della conversazione di Guenda cadde all’ improvviso, Sara e Nardo reclamarono la sua attenzione e pareva proprio che stesse per cominciare una noiosa chiacchierata su argomenti che non conosceva e di cui non poteva fregargliene di meno.

Tutti e quattro si sedettero sul divano o sulle poltrone, di pelle nera, di quelle che appena seduti appaiono comode poi ci si accorge, specie se sono nuove, che sono maledettamente scivolose agli indumenti e dopo un po’ ci si rende conto di non trovare una posizione veramente comoda o stabile. Nardo guardò Mina in maniera interessata e poi le chiese:

– C’è qualcosa che hai notato nella mia libreria? Qualcosa che ti interessa?

Mina non si lasciò sorprendere.

– Non sono in grado di rispondere a questa domanda, perché non ci ho capito nulla, sebbene trovi alquanto bizzarro tenere in casa una bibbia satanica.

– Ci sono libri di cui hai paura?

– I libri non mi spaventano ma certe cose sono oltre il mio interesse.

– Quindi un’idea te la sei fatta. E ti piace?

– Difficile dirlo ma sarei propensa a un no… se la cosa non vi offende…

Mina si avvide tardi che questa sua uscita avrebbe messo in moto una difesa del loro credo, o di quello che può definirsi tale, però Nardo non l’aggredì, anzi aggirò la questione.

– Beh, fare quello che si vuole è un diritto.

– Su questo sono d’accordo – rispose Mina.

– Vedi che siamo già in sintonia? – e sorrise verso Sara che ascoltava la conversazione senza interrompere.

Guenda sorrise verso Mina quando questa si voltò verso di lei e per un attimo, solo per un attimo, ebbe la sensazione di essere come blandita, vezzeggiata, direzionata verso uno scopo che non le era chiaro, perché mai e poi mai questi l’avrebbero invitata alle loro cerimonie senza una preventiva educazione e indottrinamento al quale non si sarebbe sottomessa nemmeno per tutto l’oro del mondo. Gli parve di cogliere qualcosa nei loro atteggiamenti ma senza percepirne alcuno scopo, alcun nesso. Nardo continuò la conversazione, il suo aspetto era banale, il volto glabro e i capelli altrettanto corvini di quelli della sua compagna erano tagliati corti, a spazzola, il suo viso pareva avere orrore del sole tanto era pallido, cosa alquanto inusuale in una persona dai capelli scuri, entrambi, sia Sara che Nardo, dimostravano poco più di una trentina d’anni e parevano bene inseriti, almeno finanziariamente a giudicare dall’alloggio. Mina notò fra le suppellettili bizzarre, che facevano mostra di soprammobili, un teschio umano, che pareva autentico e non resistette alla tentazione della battuta.

– Non è che avete rapinato l’ossario di San Bernardino?

San Bernardino alle Ossa – Milano

Nardo si voltò a guardare l’oggetto che aveva attratto l’attenzione di Mina e con una flemma britannica si limitò a precisare:

– Non si possono detenere resti umani in casa, a meno che non provengano da regolari vendite antiquarie, che io e la mia compagna, come puoi notare, frequentiamo con una certa passione. Quello lo abbiamo trovato da un robivecchi sui Navigli e per cautelarci ci siamo fatti rilasciare una dichiarazione del venditore. Pare che in origine appartenesse ad un medico del XIX secolo, non direttamente al suo corpo, faceva parte di materiale di studio o qualcosa del genere.

Mina e Guenda parvero afferrare la battuta che distingueva il teschio testè esposto da quello del suo antico proprietario e sorrisero con un certo imbarazzo. Il breve silenzio che seguì fu interrotto da Sara che si alzò chiedendo se gradivano qualcosa da bere; Mina e Guenda si scambiarono un’occhiata, indecisa quella di Mina, interrogativa quella di Guenda, poi quest’ultima prese la parola per tutt’e due e disse:

– Mmh… perché no, è molto caldo oggi.

Sara si allontanò dalla stanza, Nardo si rilassò contro lo schienale del divano. Mina, sentendosi come in obbligo ad intrattenere conversazione in qualità di ospite non resistette alla curiosità di chiedere delucidazioni su quel tomo dalla copertina in cartapecora con la semplice e misteriosa scritta GRIMORIO.

– Che cosa potrebbe essere un grimorio… beh, un’idea vaga ce l’ho ma non saprei a cosa riferirla con precisione.

Nardo guardò il tomo nella libreria alle spalle di Mina e poi con la medesima calma rispose:

– Ogni mistero ha le sue regole, le sue procedure, i suoi protocolli, esattamente come una grammatica, il GRIMORIO per l’appunto… – Mina lo interruppe.

– Da dove deriva grimorio lo so, è una contrazione volgare del francese grammaire ma sarei curiosa di sapere a quale grammatica si riferisce.

Nardo prese il suo tempo per rispondere anticipando il suo responso con un sorriso che pareva sottintendere una segreta felicitazione per l’interesse della sua ospite.

– È un grimorio di magia. Scandalizzata? – Mina non disse nulla e Nardo proseguì nella sua precisazione – È del XVI secolo ed è molto prezioso, non solo come oggetto di biblioteca…

stampa

Nardo lasciò in sospeso il termine della risposta come a voler sottolineare un mistero che le avrebbe eventualmente potuto specificare solo dopo un giusto apprendistato. Mina cominciò a sentirsi annoiata, non a disagio ma un pochino stufa, non le pareva un inizio grandioso per la serata, con queste frasi mozze e questi sottintesi in mezzo a questa scenografia inconsueta; pensò che sarebbe stato scortese tirare Guenda per la manica e lamentare una scusa per filarsela dopo avere appena appreso i nomi dei loro ospiti o poco più, per cui si rilassò contro lo schienale della poltrona cercando di trattenere la noia e meditando un prosieguo decente per la conversazione, che ora languiva proprio. Non riusciva a trattenere la sua fantasia dall’immaginarsi Sara e Nardo in tenuta da lavoro magico stile Maga Magoo e Mago Merlino dei film di Walt Disney®, le sue conoscenze sull’argomento non andavano oltre però ricacciò indietro l’infantile pensiero per allontanare la possibilità di gaffe.

Locandina di film

Nardo riprese la parola:

– Ho come l’impressione che tu abbia una specie di paura a voler fare ciò che vuoi veramente, lo colgo nel tuo atteggiamento, nella tua ironia, non che mi scandalizzi ma da una sveglia come te mi aspetterei di meglio, anche se ho qualche timore ad esprimermi perché non vorrei scandalizzarti.

– Scandalizzarmi? Per esempio come?

Il volto di Nardo assunse un aspetto che pareva ispirato direttamente da Satana, benché Mina fosse sveglia abbastanza da non lasciarsi influenzare, però il tipo la stupì:

– Potresti diventare qualcosa di diverso, in una tua vita parallela intendo, senza rinunciare a ciò che fai adesso, allargare le tue esperienze, le tue sensazioni. Potresti diventare una sacerdotessa – Mina trattenne le risa –, una donna di potere, o una prostituta…

Edgar Degas – Donna al bagno

Mina guardò Guenda che la osservava sorridente come se il tipo avesse detto una cosa innocua tipo dov’era la fermata dell’autobus più vicina e rimase sconcertata dall’assenza di disapprovazione sul volto dell’amica. Il momento di imbarazzo fu interrotto dal campanello-carillon che segnalava la presenza di qualcuno dabbasso, debitamente fotografato da Rino per l’incremento delle informative circa le indagini del dott. Gridero. Sara entrò nella stanza appoggiando su di un tavolinetto fra le poltrone e il divano un vassoio con quattro bicchieri e una caraffa colma di qualcosa color giallo cedro in cui galleggiavano abbondanti cubetti di ghiaccio:

– Vi piace la cedrata? – disse, e poi aggiunse – Vado ad aprire.

A Mina quella bevanda innocua le parve fuori luogo associata a quei due, non che si aspettasse dell’assenzio o una pozione in veste di cocktail, che avrebbe gentilmente rifiutato, però questo libare perbenista la sorprese, specie dopo l’uscita di Nardo riguardo ad una sua vita secondaria, no, com’è che l’aveva definita? Ah, «parallela». Nardo parve volere insistere sull’argomento:

– Non ho udito alcun commento da parte tua…

– Riguardo a cosa? – rispose Mina fingendo indifferenza.

Guenda intervenne:

– Non devi prendere alla lettera tutto ciò che Nardo dice, sono solo metafore, linguaggio traslato, tropi figurati per intendere qualcosa di misterioso.

A Mina non le parve la Guenda di tutti i giorni, non sapeva dire da cosa dipendesse ma la sua amica stava subendo una specie di trasformazione o di influenza da parte di questa coppia, che di mefistofelico aveva ben poco, bensì piuttosto qualcosa del losco ordinario che aveva già avuto modo di conoscere nel corso della sua esistenza. Nardo rincarò:

– Bisogna avere il coraggio di provare tutte le esperienze e le estasi che la vita può proporre, senza porsi limiti, recinti morali, timori reverenziali. C’è qualcosa di grandioso che si può fare, si può fare veramente tutto ciò che si vuole, è solo questione di volerlo. Basta lasciarsi andare alla voluttà dei sensi, tutto è permesso se lo si vuole.

Il tono di Nardo cominciava a debordare in un retorico di malafede piuttosto che nel demoniaco, Mina cominciò a sospettare che si volesse qualcosa da lei, senza che nessuno dei presenti si sbilanciasse a chiarire cosa. La conversazione fu interrotta da un vociare femminile che proveniva dall’ingresso e tutti sospesero questa specie di dialogo fra sordi volgendosi nella direzione da cui provenivano le voci, che presero presto corpo nelle fattezze di Sara e di Bruna, che Mina riconobbe per averla incontrata qualche volta in alcune feste e ritrovi fra studenti e che salutò con un timido «Ciao», domandandosi quale ruolo avrebbe assunto codesta praticamente ex giovane in questa che già le appariva come una messinscena senza sbocco. Bruna salutò calorosamente Nardo, fin troppo calorosamente con un bacio sulle labbra che Sara constatò con un sorriso poi mentre Sara riempiva i bicchieri Bruna osservò da capo a piedi la sua ospite e disse:

– Carino quell’abbinamento, dove l’hai trovato?

– Me l’ha procurato la Wanda. Conoscete la Wanda Brigonzi? Quel bellissimo negozio di abbigliamento? – e scorse con lo sguardo tutte e tre le sue ospiti.

Mina lo aveva sentito nominare, o forse ci era passata davanti ma non lo conosceva e si guardò intorno per sentire eventuali commenti e fu nuovamente sorpresa dalla sua amica Guenda nel sentirla tessere le lodi di questa sconosciuta negoziante, rincalzata da Bruna che si lamentava di non potersi permettere tutto ciò che avrebbe voluto farsi procurare da questa buona donna.

– Forse non fai abbastanza per lei, a me non rifiuta mai nulla – insistette Sara.

Nardo deviò la conversazione su Bruna:

– Scommetto che c’è qualcosa che vuoi conoscere? – Bruna sorrise come se stesse fingendo timidezza, Nardo proseguì – Vuole farsi leggere i tarocchi, che banalità – e sorrise di un’espressione annoiata – Perché, dico io, spendere tempo a voler conoscere il futuro quando puoi fare semplicemente tutto ciò che vuoi, che per una come te dev’essere una cosa abbastanza facile.

Nardo si alzò, con un braccio prese per la vita Bruna, che si era accoccolata sul bracciolo della poltrona dove stava seduta Mina come se nel posto fosse di casa e bottega, e la fece alzare trascinandola in un’altra stanza. I due si allontanarono mormorando qualcosa di incomprensibile fra di loro senza che Sara si volgesse a scrutarli e poi andò a piazzarsi sul divano, dov’era seduto Nardo, di fronte a Guenda e Mina.

Da dietro un particolare sorriso, metà infantile e metà malizioso, Sara osservò per un momento le due ragazze, ci fu un attimo in cui Mina percepì una specie di intesa fra Sara e Guenda ma scacciò il dubbio fidando sulla solida amicizia che intratteneva con la Tramazzi dai tempi remoti della scuola, percepì una specie di accordo, come una richiesta di consenso da parte di Sara verso Guenda, una percezione subliminale che aveva tratto da un fulmineo convergere di atteggiamenti, tanto rapido da non poterne essere veramente sicura e certa da potervi ribattere parole o gesti, per un breve istante si sentì come in balia di sconosciuti, ma il sorriso di Guenda la rassicurò. Poi Sara disse a Mina:

– Ti piacerebbe guadagnare un po’ di soldi? Un discreto «po’» di soldi?

soldi

Lo sguardo di Mina si bloccò per un istante sulla figura di Sara, poi guardò verso Guenda cercando una riprovazione che non vi trovò. Guenda la guardava sorridente come se stessero in camera sua a cazzeggiare su cose loro e sui vecchi tempi quasi gloriosi. Per un istante si sentì come smarrita, completamente fuori da ogni momento della sua esistenza, questa richiesta l’aveva scalzata dalla sua presenza in sé, però l’associazione della domanda postale da Nardo con quella che gli aveva ora rivolto Sara le dava un risultato sgradevole e non aveva idea di come trarsi d’impaccio, specie per la delusione che Guenda le stava regalando. È sempre un compito molto difficile dire un “No!” deciso a qualcuno che si conosce da molto tempo e di cui si è apprezzata l’amicizia così a lungo. Non voleva offendere nessuno e voleva trarsi d’impaccio col minor danno possibile. Sara parve non avere colto il disagio di Mina e proseguì:

– … frequentare gente importante, ricca, e spesso anche di bell’aspetto…

– Tipo ColuiIlQuale – si inserì Guenda riferendosi a un improvvisato nomignolo dell’Antonnomi senza nominarlo direttamente ma abbastanza in chiaro perché a Mina sorgessero idee confuse a sufficienza per continuare l’intortamento.

– … fare parte di un giro esclusivo, di classe – Sara accarezzò con lo sguardo tutta la figura di Mina, che era proprio una bella figura – serate in posti esclusivi, vestiti eleganti…

– Che non avrei maniera di giustificare con nessuno – disse Mina con un certo risentimento badando bene di non apparire aggressiva o scandalizzata

– Un arrangiamento si può sempre trovare – insistette Sara – e pensa al contante, quello scorre bene e non lo si deve giustificare se sai come maneggiarlo.

Quali tipi fossero Sara Speddenno e Nardo Fernet era cosa nota alla polizia, che con un termine in uso fra i colleghi del commissario Bellosi non facenti parte della sua squadra venivano genericamente definiti “attenzionati”, in uno spregio sociale che forse meritavano ma che era italicamente orecchiabile quanto la IX di Beethoven suonata con il kazoo, ma sarebbe forse meglio definirli “male-attenzionati” per via del fatto che nessuno tra le forze dell’ordine era ancora riuscito a trovare le connessioni giuste per relazionare la loro esistenza di reclutatori (ed altro) con gli appaltanti della reclutazione. Tutta l’attenzione delle forze dell’ordine si era focalizzata sul satanismo quando questo non era che una facciata, una burattinata per nascondere traffici di vario tipo che non avvenivano mai nella loro abitazione.

Rino dabbasso aveva annotato tutto, persone, orari, luoghi, nomi e indirizzi, restava da vedere che cosa questo avrebbe potuto produrre, perché il raggio delle indagini si stava ampliando in maniera inaspettata, quasi ad esaudire i desideri di qualcuno.

Prossimamente il trentaquattresimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (32)

romanzo a puntate (32)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXII°

(32)

Milano

Venerdì, 20 Luglio 2001

L’Antonnomi aveva una questione in sospeso, una questione da chiudere ad ogni costo per evitare che imprevedibili conseguenze irrompessero nella sua specchiata attività di politico. Il Cazzarola gli aveva dato una specie di ultimatum, oh, certamente non lo aveva espresso in questi termini ma l’Antonnomi era navigato a sufficienza per capire al volo ciò che gli veniva detto fra le righe e il Cinese era subdolo e astuto a sufficienza per tramargli contro qualcosa senza che ne avesse sentore né l’opportunità di opporvisi, e in virtù di certe comuni conoscenze il materiale non gli sarebbe mancato. Il problema però era duplice, non solo doveva mettere in atto sotterfugi ed espedienti per non essere intercettato dal dott. Gridero, sospetto ormai assodato in certezza grazie all’astuta presenza che aveva fatto poche ore prima nel suo ufficio al cospetto del medesimo e la conseguente intrusione dello stesso presso l’atelier del Vanzi, ma doveva inventarsi qualcosa per la mancata consegna della femmina nelle sue grinfie, e su questo indugiava gongolante nei recenti ricordi per avergliela fottuta e poi fottuta nuovamente in un prossimo e piacevole futuro, su ciò era quasi sicuro, ma questo bel pensierino era turbato dall’incertezza riguardo a ciò che avrebbe dovuto raccontare a quel bel soggetto.

La prima domanda che s’era posta riguardava l’opportunità di mettere al corrente il Cazzarola circa le esplorazioni del dott. Gridero nel sottobosco delle loro iniziative. Certo che qualcosa doveva dirgli, se non altro per il fatto di avere in comune con quel tipo un certo numero di esperienze e collegati compromettenti, ma se da un lato considerava utile mettere a parte il Cazzarola di certe informative dall’altro vedeva la cosa sotto un aspetto molto più minaccioso, perché il Cinese, rispetto a lui, era privo di certi scrupoli che tendono ad identificarsi nella facciata perbene della società, temeva di suscitare in lui qualche senso di minaccia che scatenasse il super-ego che alberga in ogni delinquente propriamente detto, l’ira dell’eroe negativo contro la società, che fa commettere scelleratezze e imprudenze da notiziario TV o almeno da cronaca locale. Però la scelta era obbligata, nei confronti del dott. Gridero stavano nella stessa barca ma di certo avrebbero avuto da dire sulla direzione verso cui remare.

Copertina di libro (antico)

Il soggetto, all’atto delle sue richieste, non gli aveva anticipato alcun rendez-vous ad operazione eventualmente compiuta, gli aveva lasciato il numero di telefono di un esercizio commerciale ma non si fidava per nulla di mandare un avviso compromettente in un luogo sconosciuto e per l’intanto il contatto si imponeva, e già questa non era una decisione facile, scartata l’ipotesi Wanda, sulla quale concordava circa i sospetti del Cazzarola sulle sue lunghe e capaci orecchie, restava da inventare un artificio che li facesse incontrare per mettere la sordina all’argomento e stare rintanati per un po’ ciascuno nella propria più o meno presentabile intimità, a fare la faccia dei bravi ragazzi ed evitare le incursioni del dott. Gridero o chi per lui. Non era in uno stato di agitazione ma la sua mente stava andando più veloce del normale e nell’alternarsi di vuoti di memoria alla ricerca di dettagli che gli sfuggivano – e vorticosi ricordi della sua vita non presentabile – si sovvenne di avere notato, in un lussuoso locale che non avrebbe mai frequentato con la consorte al seguito, il Cazzarola in compagnia dell’Attilio Marazzi, un bel duo di giovani promettenti, ciascuno per rispettive competenze su entrambi i versanti della Legge, e gli parve che quello potesse essere l’aggancio giusto, forse meglio tramite un galoppino dei suoi.

Ora, potrà sembrare strano che un politico in carriera come l’Antonnomi fosse a conoscenza di certi soggetti ma ci si dimentica spesso che la politica nasce sulla base di un certo spionaggio, sì, certo, le belle parole, i grandi pensieri, e la patria, e la famiglia, e il bene della gente, sì, sì, certo, però è nota anche la battuta che dice «la politica è sangue e merda».

L’Antonnomi li aveva notati quella sera – il Cazzarola e l’Attilio Marazzi – e già sapeva chi fossero entrambi e quale tipo di traffici tenessero, sebbene non nei dettagli precisi, ma della loro reciproca confidenza era certo come dell’aria che respirava egli stesso. Riguardo al fatto che il Cazzarola non gli avesse dato un appuntamento in anticipo, beh, qui le motivazioni per uno di quella risma erano più che abbondanti e giustificate dall’aura di ubiquità che quello si era costruita praticamente da sé: mai dare tempo a qualcuno di capire dove stai andando e cosa stai facendo. L’Antonnomi ebbe il sospetto di essere controllato da qualcuno dei suoi sgherri per verificare che tutto stesse andando per il verso predisposto anticipatamente dal Cazzarola ma si sentiva parato a sufficienza dagli stratagemmi messi in atto da lui e dai suoi collaboratori. Anche questo era un aspetto da non sottovalutare; una volta a colloquio col tipo questo però faceva parte delle sue abilità di oratore e mediatore.

Quello che gli occorreva sul momento era un tipo sveglio e pronto all’uso da pescarsi fra i suoi accoliti, in quell’accondiscendenza apparentemente amichevole che si mostra fintamente servile e che anzi, a volte si prostra al potente di turno, almeno finché il potente resta tale e quale nei confronti di interessate aspettative, non remunerate certamente ma corrisposte con vantaggi sociali, forse anche commerciali e di aggregazione affaristica. Nulla di scandaloso, di certo contatti di questo tipo avvengono ovunque ma non è mai un buon biglietto da visita per un politico quando viene scoperto mani in pasta in questo genere di intrallazzi. Buona norma vuole che i sunnominati accoliti siano bene invischiati negli interessi comuni, magari ad un livello minimo di interesse, ma pur sempre di interesse, a far credere loro di essere la sostanza in quanto parte integrante di questa libera associazione ma sganciati dal potere decisionale quanto basta per correre appresso al politico successivo quando quello precedente perde smalto e convenienza. Una specie di legge della giungla per definire i capibranco.

L’Antonnomi era molto smaliziato a questo riguardo e non si faceva troppe illusioni sui sorrisi da cui si vedeva spesso circondato, dal lato “umano” era molto più preparato di certi moralisti benpensanti che stanno lì a spaccare il capello in quattro e a cavillare sui comportamenti dell’uno e dell’altro come se temessero di venire schedati dalla Madama solamente fermandosi a parlare con persone che ritengono non degne, ecchè mai significa degne persone? L’importante è che la cosa, qualunque sia la cosa, vada in porto e a buon fine per il numero maggiore di accoliti, per sé stessi in maggior modo.

Copertina di libro

Certo non poteva mandare dal Marazzi un pivello, uno di quelli che credono davvero nella democrazia, nel potere del popolo su se stesso; gli occorreva qualcuno che conoscesse i meccanismi relazionali a sufficienza da poter parlare di cachi quando si intendono ciliegie ed esser certo di essere capito e corrisposto, con tutti gli origlioni che ci sono in giro… Fulvio gli parve essere il tipo adeguato, uno che pareva essere in grado di parlare e stare zitto nei momenti adatti di ciascuna delle due opportunità ed eventualmente sfoderare una faccia di bronzo decente per tenere duro se occorreva o fingere sufficiente ingenuità nel caso contrario. Cercò di immaginarsi il Fulvio per farsi un’idea convincente a sufficienza da persuaderlo e mandarlo in esplorazione presso lo studio legale dove apprendistava il Marazzi a concordare un rendez-vous con il Cinese, e se lo immaginò forse troppo bene. Se lo immaginò come il tipo di persona che riesce a fingere di interessarsi a te sorprendendoti con domande che frappongono un vivace interesse in ciò che gli stai dicendo, qualunque sia l’argomento della discussione, tanto che capitava a volte che se citavi en passant o ti lasciavi sfuggire, senza dare ragguagli, qualcosa che lui probabilmente non conosceva ti stupiva con una domanda azzeccata accompagnata da una mimica facciale del tipo «mi interessa proprio, ma davvero», insistendo con la mimica conseguente del tipo «guarda come sono simpatico», poi se ti lasciavi sfuggire ulteriori dettagli ti accorgevi che non gliene fregava nulla o non capiva alcunché e che probabilmente stava solo facendoti parlare, nel migliore stile degli indicatori.

Indicateur

E qui, nella mente dell’Antonnomi si aprirono voragini di dubbio circa la fedeltà dei suoi fedeli, più o meno issimi. Se il dott. Gridero se n’era venuto a sbirciare nella sua esistenza qualche falla più o meno importante fra le sue conoscenze ci doveva essere, perché da una roccaforte come quella della Wanda Brigonzi non doveva essere uscito molto materiale, sarebbe stato troppo facile risalire al delatore, la cerchia dei frequentatori era conosciuta e calibrata nei reciproci interessi e come gli aveva fatto rilevare il Cinese col suo trucchetto; la donna era accorta. Un momento di dubbio totale fece vacillare temporaneamente la sua fiducia in sé e nel suo sistema ma si riprese subito convincendosi che tutto ciò che lo riguardava era ancora nelle sue mani, almeno le cose più compromettenti, dalle quali si era garantito separando le connessioni che potessero formare un quadro d’insieme. Certo avrebbe potuto difendersi bene in caso di un attacco giudiziario ma avrebbe perso molto del suo fascino politico.

Scacciò questo pessimismo convincendosi che nulla era successo e che da questa rogna doveva uscirne autonomamente, così prese il coraggio a due mani, o forse anche a quattro, e si recò allo studio legale Brattagamo & Pattichepi, ben conscio di addentrarsi in un covo di serpenti variamente velenosi dalla infida posizione politica, cosa per la quale avrebbe potuto aspettarsi innominabili ritorsioni esistenziali, di quelle che ti tengono sveglio la notte a cercare di capire da che parte sono arrivate ma la vicenda col Cazzarola andava chiusa ad ogni costo, perché quello poteva essere pericoloso davvero, molto più dei serpenti legali, che certamente conoscevano il loro allievo molto più profondamente di quanto non lo conoscesse la sua mamma, traffici innominabili inclusi, dei quali, in una certa misura, forse erano i burattinai per opportune convenienze; legali, ça va sans dire. Si persuase che i titolari dello studio avrebbero fatto muro in ogni modo contro eventuali intromissioni circa le sue intenzioni di confabulare con il Marazzi, a modo loro certamente, in maniera a lui sgradevole, ma sarebbe rimasto tutto sotto la sabbia di seppellimento, quel materiale instabile e coprente che avvolge ogni malaffare quanto basta per fare in modo che si percepisca ma che non si veda a sufficienza per poterlo mettere in luce; quello che la gente come lui e gli avvocati di cui sopra avevano intuito era il semplice enunciato: «Alla gente non viene nascosta la verità, viene indotta a non capire».

L’avvocato Brattagamo e l’avvocato Pattichepi, a dispetto dei loro nomi non altisonanti, erano due autentici mastini del foro e pure dall’aspetto si capiva che se non lo erano lo apparivano per davvero e incutevano quella deferenza che si deve alle persone importanti, quasi che fosse circonfusa attorno alle loro persone come l’aura di santità nell’iconografia ecclesiastica. Il Brattagamo pareva la controfigura abbastanza esatta di qualche attore di Hollywood, e su questo ci marciava un po’, sia in tribunale che con le donne; il Pattichepi sembrava uno di quei fattori d’inizio XX° secolo, con tanto di baffi ruspanti e capelli arruffati all’indietro, dava l’idea di un uomo tutto d’un pezzo, di quelli che dopo avere scorrazzato per i campi a dare disposizioni poi si siedono alla tavola del contadino e spazzolano la mensa quanto più possono. In realtà questo era solo il loro aspetto, sul quale avevano saputo costruirsi un’immagine di successo e sapevano essere professionali oltre maniera, un po’ troppo oltre, ma il gioco è sempre duro a quei livelli e bisogna sapere giocare tutti i giochi, che in fondo non è proprio una giustificazione.

Copertina di libro

Quando entrò nello studio l’Avv. Pattichepi Dott. Valerio lo scrutò subito da lontano, erano quasi le sette e le segretarie e i collaboratori di rango inferiore erano già sloggiati, fu una specie di vis à vis silenzioso in cui ciascuno dei due in un istante valutò l’avversario soppesandolo con lo sguardo, qui non si trattava più del solito «io so che tu sai che io so», qui si sapeva e basta e le chiacchiere stavano a zero, di certo non l’ironia, che non mancava ad alcuno dei due. L’Avv. Pattichepi si alzò per andargli incontro sorridente e l’Antonnomi già si aspettava la frecciatina.

– Ci avrei giurato che prima o poi avrebbe dovuto fare ricorso alle nostre capacità.

– Troppo previdente avvocato, anzi prevenuto erroneamente… potrebbe succedere che tocchi a lei fare ricorso alle mie abilità e conoscenze.

– L’umiltà non le manca – insistette il Pattichepi.

– A nessuno dei due, credo – ribatté l’Antonnomi.

– Quando uno del suo calibro piove nel nostro studio fiutiamo subito lavoro grosso.

– Non voglio mandarvi disoccupati ma sono qui per tutt’altra faccenda.

L’Avv. Pattichepi sorrise e restò in silenzio un istante guardandolo con quell’espressione astuta e bonaria da reggitore di azienda agricola in cui traspariva un’intelligenza e una prontezza di spirito unita ad una perspicacia e maliziosità professionale che non si lasciava domare facilmente, la sagacia del contadino in un cervello di leguleio; nessuna opportunità gli sarebbe andata sprecata. L’Antonnomi si sentì scoperto nelle sue intenzioni, era ovvio che qualcosa aveva già subodorato e non sapeva fino a che punto; non avrebbe tardato a scoprirlo.

– Dunque, se non è per la legge che cosa possiamo fare per lei?

– Avrei solamente necessità di conferire con un vostro valido collaboratore, quel giovane di nome Attilio Marazzi, abbiamo una conoscenza comune che non riesco a contattare.

– Gran bravo ragazzo, una delle nostre migliori risorse. Eccolo qui che arriva.

L’Attilio uscì da una stanza adiacente in compagnia dell’Avv. Brattagamo, parlavano fra di loro e non si accorsero subito dell’ospite. Quando lo videro l’Antonnomi percepì immediatamente una segreta complicità che univa il trio cui si trovava al cospetto. Ovvio che ciò che avrebbe poi chiesto al Marazzi si sarebbe trasmesso, in un modo o nell’altro, alle conoscenze dei due professionisti ma non temeva questo aspetto, nell’eventualità non avrebbero mai osato un attacco così frontale, ne sarebbero rimasti coinvolti, e poi uno studio rispettabile mantiene segreti e si tiene alla larga dagli schiamazzi. Piuttosto temeva l’imponderabile.

– Vieni Attilio, questo signore vuole parlare con te.

– Riguardo a cosa? – chiese il Marazzi.

– Questo ancora non lo ha detto ma dalla faccia che ha pare che sia una cosa privata – disse il Pattichepi sfoderando il più ironico dei suoi sorrisi – ah… questo è il Sig. Antonnomi, che tu presumibilmente hai già sentito nominare.

L’Attilio annuì col capo e allungò la mano verso l’Antonnomi che ricambiò il saluto, poi chiese:

– C’è qualcosa che dobbiamo discutere?

L’Avv. Pattichepi si allontanò in direzione del socio e collega che era rimasto sulla soglia della porta e prima di scomparire si limitò a dire:

– Vi lascio soli, non mi trattengo oltre, dobbiamo preparare un incontro con il dott. Gridero, lei lo conosce? – disse rivolto all’Antonnomi.

– Sì, mi pare di averlo già sentito nominare – rispose questi evasivo, intimamente però gli era scattata una truppa di neuroni che cominciò a scorrazzare attraverso la sua attenzione generando un piccolo scompiglio che riuscì a domare in fretta prima che gli astanti se ne accorgessero.

Rimasto solo in presenza del Marazzi l’Antonnomi si guardò intorno come a sincerarsi della riservatezza di cui necessitava, il giovane lo prevenne dicendogli che poteva parlare liberamente. Non ci fu bisogno di preamboli, che nessuno dei due desiderava e fu presto messo in chiaro che l’Antonnomi avrebbe potuto raggiungere il Cazzarola praticamente subito in un locale del centro, ci avrebbe pensato lui, il Marazzi, ad avvertirlo.


Quando la gente sa come comportarsi e come muoversi è tutto più facile, il pericolo arriva quando le cose diventano troppo facili, come se il destino stesse spalancando le fauci per inghiottire la sua preda in un boccone. L’Antonnomi uscì da quello studio in uno stato di indecisione e di incertezza, non vedeva l’ora di concludere questa faccenda col Cazzarola per tornare alla sua vita onesta di tutti i giorni e rintanarsi in casa con la sua famiglia ad esercitare le funzioni del buon padre devoto. Si sentiva come sospeso in aria, non proprio come in un limbo neutro e blandamente accogliente, piuttosto come se una mano possente lo stesse trascinando per la collottola sollevato da terra inabile a prendere direzioni autonome; aveva una cosa da fare, contro voglia ma era da fare, una cosa che andava fatta ma non riusciva a persuadere il suo intimo sé, a tranquillizzare il suo ego relazionale circa eventuali pericoli e trappole sociali.

L’Antonnomi nella sua posizione

Fu in quello stato di semi ipnosi che giunse nei pressi del locale che gli aveva annunziato il Marazzi, un buon locale in effetti, ma ciò non garantiva alcuna sicurezza e lontano nella sua immaginazione, che cominciava ad avere inclinazioni paranoiche benché non avesse ancora le visioni, immaginò sé stesso in una scena sfocata presso l’interno di quell’esercizio che stava rimirando dall’esterno senza decidersi a entrare, una scena in cui vedeva irrompere le forze dell’ordine, risolute e decise come nei telefilm americani, affrontarlo con quella solita ironia nazionale che anche dal vero pare l’imitazione di un’imitazione di uno sceneggiato televisivo made in Italy, dove i congiuntivi paiono un’opzione fantasiosa, accidentale, non sempre riuscita e i futuri mescolati agli indicativi presenti dove il fantasma del congiuntivo viene esorcizzato senza complimenti – sorvolando sul fantozziano “vadi” ch’eppur s’è udito, e non solo da Fantozzi in persona -, con qualche ossessiva congiunzione reiterata meccanicamente fra una parola e l’altra in un tentativo di consequenzialità non troppo riuscito ma comunque comprensibile anche senza l’interprete, quantunque capiti che in televisione a volte mettano i sottotitoli in italiano, che non guasterebbero nemmeno in alcune interviste dei notiziari TV.

TV

Di tutte le sue inclinazioni – e quella per la lingua patria era una specie di fissa che si era imposto sin dagli albori della sua carriera in politica -, propensioni all’apertura verso la gente, cordialità e simpatia d’esercizio, quella per il parlar materno era al presente decisamente l’ultima a preoccuparlo, se avesse potuto a ‘sto Cazzarola gli avrebbe mandato un telegramma tipo «Consegna rinviata – STOP – Occhio al Gridero – STOP» e chi s’è visto s’è visto. Purtroppo però quando la vita ti prende in qualche modo ti inghiotte e sei costretto ad uscire dall’orifizio posteriore, a fare tutto il giro del suo intestino.

Come spesso capita, quando si sta facendo qualcosa controvoglia non si ha sete e non si ha fame, si agisce sull’onda delle intenzioni lasciando alla parte corporea la mera funzione di apparenza, così l’Antonnomi entrò nel locale ed ordinò un cappuccino, che alle sette di sera passate di un giorno di metà luglio non è proprio una cosa ordinaria, non che si venga additati ma c’è sempre qualcuno che sottilizza su queste cose, magari tracannando un doppio Stravecchio® osservando la stranezza del cappuccino e poi subito un altro per farsene una ragione scuotendo il capo come a voler sottolineare una bizzarria inconsueta. L’Antonnomi zuccherò il suo cappuccio rigirandolo col cucchiaino per darsi un contegno mentre spaziava con lo sguardo nel locale alla ricerca del suo contatto e se lo vide sfilare davanti a tre metri da dove si trovava diretto all’esterno dov’era assembrato un certo numero di avventori sparsi in vari capannelli, catturò il suo sguardo, rapido e apparentemente inespressivo, volgersi fugace verso l’uscita dove intuì che lo avrebbe aspettato per la sua relazione, tracannò il suo cappuccio, che forse gli procurò una lieve ustione all’esofago, e seguì il Cazzarola all’aperto.

Fuori dal locale l’Antonnomi individuò il Cazzarola sul marciapiede, camminava lentamente con la chiara intenzione di farsi raggiungere. L’Antonnomi accelerò il passo e gli arrivò al fianco, questi si fermò e lo fissò negli occhi con un’espressione che narrava buona parte della sua delinquenziale esistenza. Non era lo sguardo del duro, né quello dell’arrabbiato, era quel tipo di sguardo che è deciso quanto basta per farti sentire frugato nei tuoi pensieri e l’Antonnomi qualcosa da nascondergli ce l’aveva, oh se ce l’aveva, e stava combattendo dentro di sé il desiderio di ridergli in faccia o fargli qualche battutina sulle questioni di corna ma la paura di ritorsioni di tipo ricattatorio gli fecero mantenere il distacco sufficiente per apparire timoroso e preoccupato ma fermo nelle intenzioni, perché voleva chiudere questa storia.

– Che cosa è andato storto? – chiese il Cinese fermandosi di colpo.

– Per parte mia nulla, era andato tutto bene…

– Ma?

L’Antonnomi si guardò in giro temebondo, il Cinese capì i sui timori per eventuali sorveglianze indesiderate e gli disse:

– Ci si può nascondere solo fino ad un certo punto. Poi? Che cosa è andato storto?

Mask

– Non è che ci sia qualcosa che è andato storto, l’avrei accompagnata dovunque volesse e l’avevo convinta per bene circa l’assenza di pericoli, poi…

– Poi?

– Beh, poi ho ricevuto una telefonata da uno dei miei collaboratori…

– Che tipo di telefonata?

– Un’informazione circa certe indagini che un magistrato sta facendo su di lei e per conseguenza anche su di me, grazie alla sua testardaggine.

– Sa che cos’è che mi fa ridere di lei?

L’Antonnomi non disse nulla e lasciò che il Cinese proseguisse in quella che presentiva come un’offesa.

– Che lei crede davvero di essere una persona giusta e buona, ne è talmente convinto che non la sfiora nemmeno il dubbio che fra noi non c’è alcuna differenza e magari crede segretamente di essere più furbo di me.

L’Antonnomi non disse nulla, si guardò in giro come se la cosa non lo riguardasse, poi il Cinese lo stupì per davvero:

– Un gran bella tipa, non è vero?

– Di che cosa stiamo parlando?

– Non mi dica che non si è fatto un giretto…

L’Antonnomi fece finta di nulla e lo guardò stupito.

– E c’è un’altra cosa che non ha capito… che lei dovrebbe temere di più quella ragazza che il magistrato, perché il magistrato non si è ancora infilato nel suo letto mentre lei invece sì, e nella sua posizione di marito fedele o costretto a farne le mosse prima o poi le verrà a costare quella bella verginità sociale a cui tiene tanto. In ogni modo chi è questo giudice?

– Il dott. Gridero, ne ha mai sentito parlare?

– Non traffico quel genere di persone, né mi è mai capitata l’occasione. Ma in ogni modo che cosa le pare che abbiano in mano?

– Al momento solo dei sospetti a largo raggio.

– Bene, bisogna mantenere largo il raggio, così che abbiano molto spazio per muoversi senza incappare in quello che cercano. Dove ha accompagnato Mina?

– L’ho lasciata presso gente che conosco, poi una sua amica è venuta a prenderla. Adesso non so dove sia, forse a casa sua.

Il Cinese sorrise sornione poi disse:

– Non creda di chiuderla qui la faccenda, lei la vedrà di nuovo e allora la porterà dove le dirò.

– Ma che cosa ha capito? Non è come pensa… io…

– Sì, sì, certo… la prossima volta che vi vedrete, perché vi vedrete, prima di andare da lei mi dirà dove vi andrete ad incontrare e poi prenderò in mano io la situazione.

– Non può farmi questo, io devo chiudere qui questa vicenda, non posso permettermi di lasciarmi coinvolgere…

– Con gente come me? È questo che intende?

– No, io volevo dire che…

– Senta bamboccio… lei è in questa storia e adesso va fino alla fine della vicenda e la fine della vicenda la determino io. Il fatto che lei se la sia trombata forse le ha fatto perdere un po’ la testa, beh, giusto per rimettere le cose nel giusto binario l’avverto che non è il caso che lei si esalti troppo, dopo tutto è soltanto uno fra i molti che l’hanno conosciuta intimamente – e disse queste due parole modificando ironicamente la voce -. Che cosa temeva, che fossi geloso? Quella è una cosa troppo rumorosa che non posso permettermi e comunque in questa storia per i sentimenti non c’è posto e non ce n’è mai stato, io guardo agli affari e al resto se mi è conveniente.

Il Cinese gongolava, intimamente certo e ne aveva motivo. Ora teneva sotto mano anche l’Antonnomi, che poteva rappresentare una buona fonte di manovalanza burocratica.

L’Antonnomi non disse nulla ma era molto nervoso e nemmeno faceva qualcosa per nasconderlo, sembrava che volesse parlare ma non riusciva ad esprimere parola, si guardava intorno come smarrito. Il Cazzarola gli diede un numero di telefono senza alcun nome corrispondente scritto su di un foglietto e gli disse di non inserirlo nella rubrica del suo cellulare.

– Quando avrà l’appuntamento con quella bella tipa avvisi a questo numero. A risentirci. – poi il Cinese se ne andò senza aspettarsi di essere salutato.

Prossimamente il trentatreesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (31)

romanzo a puntate (31)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


Tutti i diritti sono riservati. È vietata qualsiasi manipolazione e/o alterazione, totale o parziale, dei contenuti di questo testo, ivi inclusa la traduzione in altre lingue senza previa autorizzazione della proprietà letteraria. È vietata la riproduzione a stampa senza previa autorizzazione della proprietà letteraria. È vietato l’utilizzo diverso, totale o parziale dell’opera, da quanto consentito tramite l’acquisizione legale di una copia con autorizzazione scritta della proprietà letteraria all’uso e/o commercializzazione. È vietata la riproduzione totale o parziale del testo di questo scritto in siti web senza l’autorizzazione della proprietà letteraria.



All rights reserved. This book or any portion thereof may not be reproduced or used in any manner whatsoever without the express written permission of the author and selfpublisher as owner of this website as well as of literary rights and copyrights, except for the use of brief quotations in a book review or scholarly journal.


Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXI°

(31)

Milano

Venerdì, 20 Luglio 2001

La Wanda Brigonzi proprio non l’aveva mandata giù; che l’Antonnomi e il Cazzarola se ne venissero a trafficare le loro iniziative all’ombra della sua attività era qualcosa che non doveva accadere, era indelicato da parte loro, dopo tutta la collaborazione che aveva loro offerto, ben ripagata certo, ma sempre preziosa e a volte anche rischiosa. Era indelicato venirsene qua e scansare il suo orecchio personale sui loro personali affari, di cosa avevano paura? Che li vendesse alla polizia? Aveva sempre garantito loro copertura, riservatezza e preziosi servigi, e loro? Gli piombavano in negozio e gli facevano capire che potevano scansare la sua sorveglianza, praticamente come volevano. Che ingrati, non capivano dunque che li sorvegliava per il loro bene? Per il bene dell’andamento di tutto il business? Il loro come il suo? Non capivano che si deve sapere tutto perché tutto funzioni come sempre? Ah, gli uomini, che bambinoni. Ma gliel’avrebbe fatto vedere lei, avrebbero capito di che pasta è fatta la Wanda Brigonzi.

Moda. Penultimi modelli.

Non appena i due sciovinisti se n’erano andati s’era rintanata nel suo ufficio, o quello che poteva apparire come tale, in realtà era uno sgabuzzino senza finestre, oh, ben arredato s’intende, e fornito di aria condizionata nello scantinato del negozio, e da lì cominciò a richiamare all’ordine le sue Lanzichenecche, confidenzialmente le “Lanze”, ossia le sue fernande d’alto bordo, vale a dire autentiche professioniste senza tutti quei problemi sociali, quegli strascichi famigliari e questioni a mezzo con la Giustizia, quando si parla d’affari non si sta mica lì a frignare e a fare la faccia contrita o a meditare che cosa penserà la gente, gli affari sono affari, che diamine.

La questione non era facile, innanzi tutto voleva scoprire che cosa le avevano taciuto i due mirmilloni, che cosa stavano bollendo in pentola, perché, non ultima delle sue preoccupazioni, una certa concorrenza c’era, non pressante o invadente ma si sa, la topa tira, e bisogna saper presentare il prodotto, ma soprattutto bisogna saper tenere un basso profilo insieme ad un’alta qualità e quei due là gli stavano tramando qualcosa. Un giro di telefonate, senza domande, una semplice chiamata a raccolta, a quattr’occhi, senza uomini in giro, un gineceo minaccioso e inquisitore si imponeva, perché quei due andavano stanati nelle loro intenzioni e qualcosa si sa sempre, c’è sempre un dettaglio che fa tornare i conti, di certo insufficiente per esser chiamato “prova” ma lei mica doveva istruire un processo, doveva solo scoprire la verità, la sua verità, la verità riguardo eventuali minacce alla sua attività.

Precisare quanto e come fosse esteso il suo giro non era una cosa descrivibile alla virgola; quello delle Lanze e non quello dell’abbigliamento, perché era da quell’altra attività che ricavava i suoi introiti, ché se fosse dipeso dal commercio di vestiario avrebbe dovuto chiudere bottega da un pezzo o al limite tirare avanti alla meno peggio. C’erano le “fisse”, quelle su cui poteva sempre contare, quelle che non avevano marito o ne avevano uno che era contento dei bei vestiti che la sua compagna si poteva permettere senza che alcun dubbio lo sfiorasse circa il costo di quegli stracciuetti, quelle erano la base esecutiva, con poche parole si intendeva sempre con queste, fidate e di classe; poi c’erano le “avventizie”, quelle che per integrare osavano qualche scappatella ben remunerata e per queste doveva mettere in piedi ogni volta dei piccoli sotterfugi per gli eventuali famigliari, certe volte gli si presentavano delle giovani di ottimo aspetto, libere e disinibite e allora erano affari grossi, perché i clienti più o meno erano gli stessi o amici degli stessi e volevano merce sempre di prim’ordine, possibilmente nuova.

Moda. Nuovi modelli in arrivo….

Ad alcuni clienti introdotti dagli stessi non veniva spiegato tutto il traffico nelle sue possibilità e venivano presentate loro le Lanze come accompagnatrici per cui chiedevano semplicemente una hostess e se la portavano a spasso a costo doppio o triplo di una trombata perché solitamente le tenevano impegnate per una giornata o due, parlando loro come se fossero ad un congresso di storia dell’arte; certo che ci provavano anche loro, sempre per il motivo del tiraggio, ma per loro la cosa era meno abbordabile per via della facciata di perbenismo che avevano preteso (Mai calare la maschera!) e quando succedeva le sue Lanze erano tanto abili da riuscire a far credere al tipo di turno che era successo solo per lui, che nella loro professione queste cose non si fanno e il tipo si innamorava un po’ nonostante la cifra che aveva dovuto sborsare, telefonava, mandava dei regalini, che teneri che erano, pagavano bene ed erano pure felici.

Le “fisse” erano una base di quattro o cinque ma estendibile a seconda della stagione, della presenza in città di fiere, feste e mercati, della disponibilità di collaboratrici su cui poter contare, dalla necessità di integrare gli introiti da parte di alcune ex. Jadranka, la sua fidata, una croata di un metro e ottantacinque dalla coscia infinita e dallo sguardo dominatore, non era solo bella, era anche sveglia e capace nel business. Essendo del ramo, pur non avendo mai battuto i marciapiedi, ogni tanto si divertiva a stuzzicare certi pappa in periferia, così, tanto per sondare il terreno, per capire che aria tirava perché se la pula si mette in testa una cosa la voce gira e prima o poi si viene a sapere e lei sapeva far parlare qualunque uomo, che in fondo nell’opinione della Brigonzi non è nemmeno un esercizio difficile. Jadranka era l’attrazione esotica, quell’italiano, ben parlato sì ma con modulazioni foreste, era un’attrattiva da non credere. Certe volte la teneva in negozio con lei e i mariti delle sue clienti, testa voltata verso di lei, incespicavano nel parquet come se stessero attraversando una morena; qualcuno di questi mariti aveva fiutato la possibilità, perché certi uomini lo intuivano ma nel dubbio non osavano. Guardavano la Brigonzi aspettandosi un segnale ma la clientela era filtrata per bene, solo gente conosciuta, e per diventare “Gente Conosciuta” c’era una procedura, perché le sue Lanze la davano, ma mica a tutti.

Lanzichenecchi. (foto d’archivio)

Qualche chiacchiera s’era sparsa riguardo questa sua attività, perché poi anche Milano è un paesone, con la sua piazza, le sue chiesette, i suoi ritrovi pubblici, qualcuno aveva seminato strane notizie sul suo negozio e un giorno era arrivata la Guardia di Finanza. Che forti! Cosa speravano? Di trovare i rendiconti degli introiti delle sue Lanze? Di trovare i tabulati delle marchette? Speravano di trovare delle fatture per prestazioni sessuali? Carico e scarico dell’IVA sulla topa? Avevano guardato il registro IVA del negozio (di abbigliamento), le fatture (dei fornitori di vestiario uomo e donna), il carico e scarico delle merci (quelle ufficiali), gli scontrini della cassa e tutto era risultato regolare. Che novità! La Brigonzi era quasi maniacale sull’argomento, perché era sempre stato chiaro nella sua mente che prima o poi qualcuno sarebbe venuto a controllare e non voleva essere colta in fallo. Il meretricio – ma a lei questa parola, come i suoi sinonimi, non piaceva e se qualcuno le avesse propinato una tale definizione avrebbe dovuto sopportare il lato feroce della Brigonzi, che è veramente sconsigliabile – veniva esercitato in maniera così dissimulata che solo uno dall’interno avrebbe potuto far crollare la faccenda e proprio per questo la clientela era setacciata con cura, in aggiunta la Brigonzi era stata tanto abile da coinvolgere qualcuno di quelli che contano, come l’Antonnomi, per citarne uno fra i non pochi, e per garantirsi ulteriormente aveva certi ammanicamenti con soggetti della Forza & Burocrazia veramente poco raccomandabili con uno scambio di informazioni da fare rabbrividire la democrazia dalle fondamenta. È dura la vita, la Brigonzi ne sapeva qualcosa.

Registro IVA

Alle dodici e trenta, appena chiuso il negozio la Wanda aveva suonato l’adunata e in meno di un’ora le mercenarie erano a consiglio nel magazzino dell’esercizio commerciale. La concione della boss fu breve e nessuna pose domande tranne per l’appuntamento per il briefing d’aggiornamento, su cui la Brigonzi non dette tregua: «Questa sera alle sette e mezzo voglio essere messa al corrente di qualcosa di concreto». Non c’era d’altronde molto da chiarire, l’Antonnomi e il Cazzarola li conoscevano tutte in differenti gradi di intimità, molto più l’Antonnomi che il Cazzarola, perché questo era sfuggente come un’anguilla mentre l’altro era molto più propenso alle mollezze del matriarcato, benché fedele al suo maschilismo canonico, e per un verso o per un altro ne avrebbero afferrato le intenzioni più facilmente che per il Cazzarola, ma anche per quest’ultimo esistevano ben pochi nascondigli per lo sguardo ficcante delle Lanze, benché riuscisse sempre a rilanciare la sua riservatezza con espedienti imprevedibili e risorse sconosciute; stava sempre un passo avanti ma prima o poi avrebbe commesso un passo falso e la sua verità sarebbe venuta all’evidenza, forse prima delle Lanze che della Giustizia, ma a questo aspetto nessuno pensava, prima di tutto gli affari con tutta la struttura di sostegno dei medesimi e la rete di connessioni.

Il pomeriggio della Wanda Brigonzi era trascorso apparentemente nel solito trantran ma intimamente in una specie di lucida agitazione, macchinazione di ipotesi, immaginazione di vendette pianificate e attuate, congetture su sospetti sia attuali che di vecchia data ma presenti nel suo risentimento come se fosse stata offesa sul momento, e di offese la Wanda Brigonzi ne aveva sperimentate ma aveva saputo tenere testa al momento giusto e ingoiare il rospo quando occorreva ma sempre nella conoscenza delle cose, nell’opportunità di poter decidere, opportunità che era sempre stata capace di costruirsi instaurando rapporti di delicata connivenza e complicità con relativa condivisione di piccoli segreti, che nella sua lucidità riusciva ad espandere in un’ampia conoscenza dei suoi soggetti. A lei bastava guardare come attraverso un foro la vita di una persona per capire buona parte della sua esistenza, vero è che si doveva impegnare con tutta la sua arte femminile, non esclusa a volte la parte erotica, poi in aggiunta si affidava ad informazioni carpite qua e là apparentemente per caso e si faceva un’idea del tipo che di solito corrispondeva abbastanza alla realtà, quella pratica almeno.

Le sue Lanze, mediamente di una decina d’anni almeno più giovani di lei, se le era allevate alla sua maniera scegliendole con cura fra le varie opportunità che aveva avuto ai suoi esordi, quando faceva lei stessa in prima persona e da sola quello che faceva loro fare ora, e non era stato facile trovare donne per un giro del genere ma un po’ di risentimento alberga spesso in un’anima femminile, quel risentimento che fa fare scelte un po’ ribelli e un po’ per vendetta, e sapendolo prendere dal lato giusto ci si può costruire sopra qualcosa di interessante. Delle sue Lanze facevano formalmente parte anche le due commesse ma più che altro per supplenza, senza una assidua partecipazione, per via della facciata da presentare alla Società nella sua rappresentanza di gente in divisa, benché più di una volta fosse successo che, in considerazione di una riservatezza eccezionale, anche loro si fossero date alla professione extra lavorativa, più che altro rappresentavano però la parte amministrativa della faccenda.

Alle sette e mezzo una dopo l’altra arrivarono al negozio Jadranka, Olga, Simona e Maria, tutte in cognome Rossi tranne Jadranka per cui l’espediente della Wanda Brigonzi non sarebbe stato possibile data la non italianità. Questo era un altro piccolo trucco dei suoi, nomi falsi e un cognome molto comune uguale per tutte, giusto per evitare connessioni e sospetti da parte di eventuali clienti – del negozio ufficiale di vestiario -, e nessuna di loro aveva fatto obiezione, anzi, questo cognome unificante era piaciuto. Le due commesse se le videro sfilare davanti e si fecero l’idea che qualcosa stesse per accadere, la loro femminilità le induceva alla curiosità ma seppero restare nel limite loro concesso da Wanda quando quest’ultima venne da loro seria e disse secco come uno sparo:

– Chiudete il negozio e andate a casa, al resto penso io.

Assemblea

Per dire la verità all’appello serale mancavano Claudia e Norma, sempre in cognome Rossi a rimarcare una sorellanza promiscua, ma l’urgenza induceva a sorvolare sull’appello e poi dopo tutto erano libere mercenarie mica un esercito ufficiale e comunque c’era tempo per vedersele arrivare a dare la loro eventuale cooperazione informativa. Angela e Aurelia, le due commesse i cui nomi erano veri come i contributi INPS, contributi sanitari, imposte fiscali, comunali, rateizzazioni IRPEF che versava per loro a mantenere una facciata di esercizio commerciale, avevano terminato di rimettere a posto alcuni indumenti, avevano chiuso la cassa, avevano gettato un’occhiata a quello strano ritratto della Pirata, che pareva la “donna impudica” in versione cinematografica – più o meno come “la” donna impudica in versione Long John Silver –, rivolto ora nel verso giusto a mostrare una ragazza agguerrita con una benda sull’occhio e un coltello in mano, segno che le Lanzichenecche erano in assemblea, in pericolosa assemblea. Loro non erano state convocate e quindi se n’erano andate e spente le luci della bottega le Lanze e la loro ducessa si erano acquartierate nel retro del negozio, la Brigonzi saltò eventuali preliminari, che in circostanze abituali avrebbero avuto per oggetto nuovi capi in arrivo, griffe in occasione, pettinature, serate con “clienti”, ecc. e facendo una panoramica visuale ad incontrare lo sguardo di tutte le presenti chiese:

– Che novità avete da riferire?

Le ragazze si guardarono in faccia, come a decidere chi avrebbe dovuto parlare per prima e la cosa piacque alla Brigonzi, perché era sintomo che qualcosa da mettere in chiaro c’era. Simona guardò le sue colleghe e poi prese la parola.

Chinese mask

– Pare che il Cazzarola, che nel giro qualcuno chiama il Cinese, abbia organizzato qualcosa per entrare in contatto con una tipa, si vocifera di una bella ragazza, l’ho saputo da un’amica che questa notte era ad una festa dove era presente uno dei suoi scagnozzi, che ora se la fa con questa mia amica, poi lui se n’è dovuto andare all’improvviso dopo avere ricevuto una telefonata. Nessuno conosce il nome di questa ragazza ma pare che il Walter gli stia ronzando intorno e stia cercando di agganciarla con tutti i mezzi.

– È ancora poco – disse meditabonda la Brigonzi.

Ragazza

– Beh, allora il quadretto possiamo tentare di metterlo in chiaro – disse Maria attirando l’attenzione della Brigonzi –. Oggi pomeriggio l’Antonnomi si è presentato dal Vanzi, lo conoscete il Vanzi no? Beh si è presentato in compagnia di uno sconosciuto a cui ha presentato una ragazza che era stata accompagnata lì dall’Ada. Ve la ricordate l’Ada?

– E chi se la scorda – interruppe Olga –, una sera s’è presentata da un cliente vestita come la donna di Roger Rabbit®, con tutte le sue curve abbondanti ben fasciate da un vestito lungo… a momenti lo spaventava…

Risatine generali, poi la Brigonzi richiamò l’attenzione generale sull’argomento principale.

– Questo chi te l’ha detto?

– La factotum del Vanzi, perché lui disegna i suoi bei vestitini ma senza l’ausilio della Jolanda non realizzerebbe una beata mazza, è lei che trasforma i suoi bozzetti in qualcosa di concreto che …

– Taglia corto – interruppe la Brigonzi – che cosa ti ha detto ancora?

– Che l’Ada l’aveva accompagnata lì dietro ordine dell’Antonnomi.

– Sempre la bella tösa… – precisò la Brigonzi con una connotazione interrogativa guardando Simona in attesa di una conferma che non venne.

– Cosa intendi? – chiese Olga.

– Insomma, questa misteriosa bella topa – precisò la Brigonzi.

Topa (?)

– Pare di sì, pare che l’Antonnomi se la sia presa sotto la sua protezione…

– Sì… nella posizione del frate – ironizzò Jadranka.

Risate generali, la Brigonzi dovette richiamare all’ordine.

– Se cominciamo a sparare ******* non si capisce un tubo. Dunque, riassumendo, il Cazzarola sta dietro a una bella tösa, fino a ieri sera, poi oggi pomeriggio questa misteriosa topolona compare in compagnia dell’Antonnomi, manca il nesso, che cosa stanno combinando questi due?

– Uno scambio di favori? – suggerì Simona.

– Sai che novità, quelli sono sempre intenti a scambiarsi favori, una mano lava l’altra e ci puoi scommettere che se li osservi bene gli sbucano di fianco altre due o tre paia di mani, quelli sono tentacolari come un polipo. Dunque c’è ‘sta bella ragazza, c’è il Cazzarola e c’è l’Antonnomi, e poi? Perché con questo siamo al punto di partenza.

– Forse c’è qualcosa che dovevo dirti già ieri sera – disse Olga guardando la Brigonzi con un atteggiamento sottomesso.

– Fuori il rospo – tagliò corto la maitresse.

Rospo (?)

– Quel cliente di ieri sera… quell’avvocato lì, come si chiama, coso…

– Sì, coso può bastare – ironizzò nuovamente Jadranka – tanto tirano fuori solo il coso…

L’atmosfera si fece di nuovo ridanciana, la Brigonzi richiamò nuovamente all’ordine.

– Sì, occhèi, l’avvocato Coso, cosa ti ha detto l’avvocato Coso? – insistette la Brigonzi.

– Lui aveva visto l’Antonnomi bazzicare il negozio e si è fatto certe idee… beh, pare che l’Antonnomi sia dentro ad un giro di intercettazioni, di indagini su non si sa bene cosa però il suo nome è saltato fuori da qualche parte e c’è un giudice che ha in mano la faccenda e pare uno disposto a tirare dritto su qualunque cosa gli capiti a tiro.

– Ah, un uomo tutto d’un pezzo – ironizzò la Brigonzi – e come si chiama questo eroe della Giustizia?

– Dott. Gridero – disse Olga a mezza voce quasi dispiaciuta ma più che altro rammaricata per i maltrattamenti verbali che la Brigonzi stava mettendo in pratica su tutte loro.

– E che idee s’è fatto l’avvocato Coso?

– Questo non me lo ha detto ma mi è parso che ne fosse un po’ contento.

– Di cosa?

– Del fatto che l’Antonnomi potrebbe incappare in qualcosa di spiacevole.

– Questo non dice nulla riguardo a ciò che mi interessa. Manca ancora il nesso, manca il motivo per cui l’Antonnomi e il Cazzarola dovrebbero trescare qualcosa di comunella, qualcosa per cui un giudice dovrebbe interessarsi a loro.

– Beh, riguardo al Cinese non c’è da farsi meraviglia, con quello che si sente dire sul suo conto… – suggerì Simona.

– Ma non capite che tramite loro possono arrivare al nostro bel giro di affari? Sapete quanta brava gente c’è qui a Milano che ci vedrebbe volentieri sbattute in prima pagina e poi in galera?

– Ma nessuno sa nulla – disse Olga ingenuamente.

– Oh, per sapere certuni sanno, ma non hanno prove, e forse a molti di loro torna comodo così e dobbiamo fare in modo che la cosa continui a tornare loro comoda per i più disparati motivi ma questi motivi non ci devono essere sconosciuti. Lo capite che tutto si regge sul famoso io so che tu sai che io so? Dobbiamo scoprire a tutti i costi che cosa hanno tramato l’Antonnomi e il Cazzarola.

Jadranka prese la parola.

– Capirlo alla lettera sarà difficile ma oggi pomeriggio ho saputo da un pappa che il Cazzarola questa notte ha disturbato un certo suo collega, un tale che chiamano il Giangi, tramite un altro pappa di cui non conosco il nome ma se mi date un giorno di tempo penso di venirlo a sapere…

– Sì, va bene, abbiamo capito che conosci molte personcine per bene, quindi? – Tagliò corto la Brigonzi.

– Quindi il Cazzarola di certo stava cercando quella bella tösa che a quanto pare si è andata a rintanare in un posto che non può raggiungere…

– E ha chiesto aiuto all’Antonnomi…

– E la Madama li ha intercettati…

– Ehi, un momento, ma allora l’avvocato Coso – risatine generali – Zitte sceme! L’avvocato Coso come faceva a saperlo in anticipo? – disse cupa la Brigonzi.

Le ragazze si guardarono in faccia, preoccupate forse è una definizione che non si attagliava al loro stato d’animo ma qualcosa di serio lo pensarono un po’ tutte. Era ovvio a questo punto che la questione non era più soltanto fra l’Antonnomi e il Cazzarola, era ovvio che c’era del movimento in atto da parte della polizia o chi per loro e la cosa le coinvolgeva. Per qualche minuto nessuna parlò, la Brigonzi parve estraniarsi completamente lasciando che un poco alla volta il silenzio si trasformasse in un crescente mormorio delle ragazze fino a trasformarsi in un cicaleccio generale in cui non si capiva chi stesse parlando né per dire cosa, quindi, con tutta l’autorità conferitale strillò un:

– Silenzio!

E il silenzio fu immediato, gli occhi delle ragazze erano tutti fissi su di lei.

– Qualunque baggianata abbiano combinato quei due ci hanno tirato addosso le attenzioni della polizia. Non mi frega chi possa esser questa misteriosa topolona ma ci hanno tirato in ballo e dobbiamo sapere fino a che punto. Inoltre dobbiamo starcene buone e tranquille per un po’, sospendiamo tutti gli appuntamenti per almeno una decina di giorni…

Qualche mormorio di disapprovazione ma non troppo convinto.

– Zitte! Ora dobbiamo lavorare per la nostra salvezza, dobbiamo scoprire tutto ciò che possiamo e cercare tutti gli alleati che conosciamo, per cui ciascuna di voi faccia la sua parte…

– Che cosa intendi dire?

– Intendo dire che, sospesi gli appuntamenti ufficiali, cercherete di incontrarvi casualmente con quelli dei nostri comuni clienti che pensate possano farvi avere delle informazioni, dovrete mettere a profitto le vostre amicizie e conoscenze e domani alle dodici e trenta di nuovo qui. Inoltre…

La Brigonzi guardò un di loro con un cipiglio particolare.

– Tu devi scoprire tutto quello che puoi su quello che si è presentato in compagnia dell’Antonnomi all’atelier del Vanzi. Non dobbiamo lasciare nulla di impreciso nelle nostre conoscenze.

Prossimamente il trentaduesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (30)

romanzo a puntate (30)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXX°

(30)

Milano

Venerdì, 20 Luglio 2001

Per Mina la giornata era stata densa di avvenimenti, perfino in confronto al periodo cinese della sua adolescenza, non aveva avuto un attimo di sosta, s’era in buona parte anche divertita, detratti gli aspetti amministrativi nella città di Monza, però ora desiderava un momento di quiete tutto per sé e il miglior rifugio per uno stacco generale era la casa dei suoi genitori, dove effettivamente abitava ma che cercava di evitare ogni volta che aveva la possibilità di starne fuori. La compagnia di Guenda le piaceva e ogni volta che si incontravano trovava con lei sempre nuovi stimoli per nuove esperienze però ogni tanto sentiva il desiderio di un ritorno all’ovile, alla normalità domestica della sua infanzia, non per nostalgia o per un esagerato amore filiale, quanto per un banale senso di stanchezza, per lei l’amore parentale era scontato come l’aria che si respira, sì, voleva bene ai suoi e tutto il resto ma erano sempre così assillanti, specie suo padre, con le sue preoccupazioni esagerate che dalla fine ufficiale delle sue vicende col Cazzarola avevano preso un aspetto di semi inquisizione nei riguardi della sua esistenza. Non che la pedinassero o cose del genere ma le davano la sensazione di averle costruito attorno una realtà ovattata nella quale lei avrebbe dovuto adagiarsi docile docile e sentirsi anche felice, quando invece a lei pareva di sentirsi felice nelle proiezioni dell’immediato futuro della sua esistenza, dei programmi che faceva con i suoi coetanei, delle cose che combinava con le sue amiche, ecc.

Dopo avere lasciato l’atelier del Vanzi ed essere andata a zonzo per un po’ con Guenda sentì di avere dato fondo momentaneamente alle novità da condividere con l’amica e si fece accompagnare a casa, con il presupposto di vedersi nella serata se non avesse avuto impegni importanti, dove, sulla parola “importanti” Guenda ironizzò non poco sulla possibilità di una telefonata da parte dell’Antonnomi a cui Mina rispose con un «Chissà…» lasciando in sospeso il programma della sera.

I genitori di Mina non erano ricchi, né lo erano mai stati e, a meno di una vincita alla lotteria non lo sarebbero neanche diventati, vivevano in quella che solitamente si definisce la classe media, con quella solita classificazione da telegiornale o da sociologo–economista che non identifica alcuna persona ma propone dei cliché senza confini precisi in cui i cittadini in qualche modo si vanno a collocare da sé davanti all’obbligo apparente di dover appartenere forzatamente ad una classe, quasi che l’anarchia fosse dietro l’angolo a minacciare chiunque non fosse andato ad ingrossare le fila di una classe qualunque.

Il padre di Mina era dipendente di una grossa azienda produttrice di componenti elettromeccanici e ricopriva una funzione di rilievo, con uno stipendio adeguato e qualche puntata all’estero per affari, aggiornamenti, seminari, fiere ed esposizioni, solo in Europa comunque; la madre era stata una insegnante di liceo che aveva colto al volo l’occasione di ritirarsi in pensione non appena le si era presentata l’opportunità, facendo convenientemente i conti con gli introiti del coniuge tutt’ora in servizio e apparentemente appassionato della sua professione; gran lavoratore, lo definiva la consorte, come se stesse citando un titolo nobiliare: Gran Lavoratore. Quale rapporto di affetto, amore, o sentimenti assimilabili intercorressero fra i due era affare che Mina non aveva mai indagato, erano i suoi genitori punto e basta, rispettava i compleanni, le feste natalizie, eventuali anniversari con scambio di regali come fanno un po’ tutti; con sua madre aveva un rapporto più stretto che con suo padre, cosa dettata più che altro dal fatto che le donne hanno sempre cose femminili di cui parlare o cose maschili che devono sviscerare in maniera femminile, non era l’intima confidenza ma di certo contava un po’ di più sul supporto di sua madre mentre al padre restava la parte finanziaria, non di minore importanza ma solitamente è quella che viene turlupinata un po’ più di frequente, e non solo negli ambiti familiari.

Quando entrò i suoi erano tutti e due presenti e sempre in conseguenza di quell’atmosfera ovattata che tentavano di erigerle intorno le si fecero incontro in coppia, la madre che proveniva dal corridoio che conduceva alle camere da letto e il padre dal salotto, dove si udiva la televisione accesa. Le si fecero incontro come se fosse un alpino di ritorno dalla campagna di Russia, quando era assente dal giorno precedente e una notte fuori casa non era una novità nei suoi comportamenti abituali, ma le sue esperienze adolescenziali avevano lasciato il segno nel rapporto fra di loro e la preoccupazione di entrambi al suo riguardo era sempre lievemente al di sopra del normale. Mina ormai accettava questo fatto e anzi, un po’ ci marciava, perché le consentiva qualcosina in più, per esempio maggiori attenzioni nell’ambito casalingo, una certa accondiscendenza per certi suoi atteggiamenti che non avrebbero altrimenti approvato ma che per quieto vivere si erano adeguati a ritenere non eccessivamente pericolosi per la sua esistenza e poi perché no, anche un po’ di denaro in più a disposizione, non a palate, ché non erano nell’abbondanza ma quel tanto che bastava a fare dello shopping decente di quando in quando.

– Ciao papà – bacino sulla guancia.

– Ciao mamma – bacino sulla guancia.

– Dove hai passato la notte? – chiese sua madre sotto lo sguardo interrogativo e curioso del padre, che avrebbe fatto la stessa domanda ma che lasciava alla consorte l’incombenza perché aveva capito che posta da lei sarebbe stata possibile una risposta decente.

– Da un’amica. Mi ha cercato qualcuno?

– No. – Rispose sua madre. – Sei stanca? Vuoi mangiare qualcosa?

– Adesso non ho fame ed è presto per cenare. Mi farò una doccia, mi cambio e poi ne parliamo.

– Come vuoi – rispose sua madre.

Suo padre, che era abituato ad essere escluso dalle chiacchiere fra di loro non disse nulla e tornò a sedersi in poltrona a guardare la TV, poi nel caso avrebbe chiesto aggiornamenti alla consorte.

TV

Mina scomparve in camera sua, non aveva alcuna fretta, non aveva fame, non aveva alcun desiderio, voleva solo un momento di calma tutto per sé. Si tolse i vestiti e si sdraiò nel letto guardandosi intorno riconoscendo l’ambiente familiare. Senza rendersene conto si trovò a confrontare la camera dell’appartamento in cui viveva Fernanda, quegli arredi scompagnati e la luce ottusa del lampadario con la sua camera bella, pulita, confortevole, con tutti gli accessori e i mobili scelti da lei anni addietro in compagnia di sua madre e sotto la sua guida, gli scaffali con i libri, lo stereo, l’armadio pieno delle sue cose e di nessun altro, gli sci in un angolo, perché non voleva lasciarli in garage o peggio ancora in cantina; una cosa un po’ maschile questa ma lo sci rappresentava una passione per lei e le vacanze invernali sulle Alpi, così vicine a Milano, erano un’occasione di divertimento a cui non aveva mai saputo rinunciare. Nei fine settimana invernali saliva in macchina con i suoi amici per andare a passare due giorni di svago, quando era bambina ce la portavano i suoi genitori ed era una festa per lei; suo padre che guidava e chiacchierava con sua madre e lei da sola sui sedili posteriori a fantasticare sulla bella vacanza che stava andando a trascorrere.

Il parallelo con la storia di Fernanda fu quasi inevitabile, la brutta vicenda l’aveva colpita e si sentiva come un superstite che sta guardando il luogo del disastro da cui è scampato. Quali guasti fossero intercorsi nelle vicende della Fernanda era una questione troppo difficile da comprendere e nemmeno Fernanda forse avrebbe potuto descriverglieli. Di certo non c’era stato rispetto, di certo molto più di quello che può definirsi screzio era successo nei suoi rapporti esistenziali, al punto da costringerla in una vita al limite.

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Cercò di scacciare quella brutta storia, fissò il soffitto cercando di svuotarsi la mente ma di cose ne erano capitate in quella giornata. Si sentì quasi in colpa per essere piombata nell’esistenza di quella ragazza e averle causato il dispiacere di vedersi arrivare in casa la Polizia Municipale, l’espressione desolata e di dolore che aveva fatto Fernanda quando si era resa conto della sua impotenza nei confronti di tutto quel dispiego di controllo. Ci fu un vuoto nel suo rammemorare, una pausa di attenzione in cui la buona sensazione di essere nella sua stanza in casa sua fu presto sostituita da quel pomeriggio in compagnia dell’Antonnomi, a cui in quel letto aveva sussurrato il suo nome di battesimo ma che lei preferiva continuare a pensarlo come “l’Antonnomi”, perché sapeva che nulla oltre al rapporto fisico avrebbe potuto esistere fra di loro e questo era chiaro per tutti e due.

Si accarezzò il ventre fissando il soffitto in maniera quasi sognante, la cosa le era piaciuta, non tanto per il sesso che aveva fatto con lui, perché nei tempi trascorsi col Cazzarola aveva conosciuto di meglio, quanto per la sicurezza che la sua presenza le infondeva, la sua calma, la sua astuzia e intelligenza (il bel trucchetto che avevano fatto ai danni di quel curiosone nell’atelier del Vanzi, che forte…), le belle maniere e la disponibilità di mezzi. Però in un certo qual modo le rammentava il Cinese, non avrebbe saputo dire come, né perché, ma qualcosa avevano in comune, poi si persuase che stava fantasticando troppo, stava esagerando. Si alzò per andare a farsi una doccia e notò sul cassettone la foto di Germano con lei, loro soli in un luogo vicino a Milano, un giorno che si erano concessi una scarrozzata fuori Milano senza una meta e senza uno scopo, e s’erano divertiti, di un divertimento gioioso e felice, e lei ricordò di essersi sentita come se stesse vedendo il mondo per la prima volta attraverso le maniere ingenue del suo coetaneo, come se dopo le subdole astuzie del Cazzarola Walter e le sue perversioni fosse pervenuta a qualcosa di sincero che non aveva mai sperimentato prima, come se una parte della sua adolescenza le venisse restituita. Distolse lo sguardo e si sentì diversa verso sé stessa, si infilò le pantofole e andò in bagno.

Una strana sensazione cominciò a farsi strada nel suo stato d’animo, la quasi felicità del momento precedente stava lasciando spazio a qualcosa di indefinibile che non prometteva nulla di buono, non che si sentisse spaventata da questi sentimenti perché ne aveva sperimentati di peggiori ma sentiva crescere il disagio di qualcosa che desiderava non avere fatto ma era tutto così confuso, contorto e avvinghiato fra la sua esistenza e quella degli altri che per un istante ebbe la sensazione di cadere in una specie di vortice, tutto le parve così indefinito e instabile, così distorto da connessioni con eventi e persone che ebbe quasi il terrore di non riuscire più a mettere insieme i pezzi della sua esistenza, come se ci fosse una discrepanza insanabile fra la sua vita interiore e la realtà delle cose, una scansione che rendeva fosco e complicato ogni singolo fatto della sua vita.

Si accorse di avere terminato di fare la doccia e di essere nuovamente in camera sua come se avesse attraversato un buco temporale, cercò di ricordarsi ciò che aveva fatto nella stanza da bagno ma tutto ciò che le tornava alla mente erano situazioni già vissute e già viste di giorni precedenti, quella sensazione negativa che le era sorta improvvisa pochi minuti prima non l’aveva abbandonata e non sapeva come liberarsene, si distese nel letto per cercare quelle belle impressioni che aveva provato, prima che un nuovo e negativo stato d’animo prendesse possesso del suo presente ma nulla cambiò. Si vestì lentamente osservando i suoi gesti nel tentativo di distrarsi, rassettò la sua stanza e si diresse in cucina, dove aveva sentito trafficare sua madre.

Suo padre stava ancora guardando la TV e non si accorse di lei. In cucina si accoccolò su di una sedia, con una gamba sotto la coscia dell’altra, come soleva fare a volte da bambina, sua madre notò la cosa ma si astenne dal fare commenti, di certo avrebbe tirato fuori vecchie memorie di quando era bambina e la cosa sarebbe risultata noiosa. Mina appoggiò un gomito sulla tavola e sopra alla mano vi appollaiò la sua faccia, senza dire nulla. Sua madre non si trattenne:

– Beh? Cosa succede?

– Niente. – rispose Mina annoiata.

– È un po’ che Germano non si fa vedere, cosa fa di bello?

– Uffa, cosa ne so io di cosa sta facendo Germano…

– Dicevo tanto per fare conversazione.

– Sarà andato a Genova con i suoi compagni, è da un po’ che ne parlava.

– Alla protesta contro il G8 dici? Lo sai che è morto un ragazzo?

– Come?

– Durante gli scontri con le forze dell’ordine.

– Di certo non è lui, sa stare alla larga dai guai. Hanno detto il nome?

– Carlo…

Mina non disse nulla. La conversazione cadde. L’argomento era troppo vasto e inaffrontabile, si può capire solo ciò che si può conoscere, che di solito è molto poco e perennemente assediato dalla realtà. Sua madre continuava a trafficare con le cibarie e gli arnesi di cucina, poi, come distrattamente le chiese:

– State ancora insieme?

– Chi? – rispose Mina come se la domanda riguardasse qualcun altro.

– Tu e Germano naturalmente.

– Cosa vuol dire se stiamo ancora insieme? Parli come se fosse una cosa da certificare all’anagrafe.

– Beh, non intendevo fino a questo punto ma mi sembrava che fra di voi ci fosse qualcosa di speciale.

Mina sbuffò e poi guardò sua madre, che distoglieva di quando in quando lo sguardo dalle sue faccende per osservarla.

– Può anche darsi che se c’era qualcosa sia già finita.

– Non mi pareva così l’altro ieri quando ha telefonato, mi sembrava il suo atteggiamento di sempre.

– E se avessi deciso io di mollarlo?

– E per quale motivo, lui stravede per te.

– Lui è così onesto, così ingenuo, così «bravo ragazzo»… insomma è una palla…

– Anche se va a protestare al G8?

– E cosa c’entra questo, protestare è un diritto e se a lui piace che ci vada. La faccenda non sta in questi termini.

– Ah… quindi qualcosa c’è che non va.

– Non credo che potrei vedermi di fianco a lui per molto tempo.

– Che cosa è successo? Perché è evidente che è successo qualcosa.

– E se lo avessi tradito?

– Tutto qui?

– Perché, non è importante?

– È importante solo se lui se ne accorge, altrimenti non ha alcuna importanza.

TV

Mina si voltò a guardare suo padre, in poltrona davanti alla televisione, anche sua madre lo guardò, poi guardò Mina che a sua volta le chiese:

– Tu hai mai tradito papà?

– Queste domande non si fanno ai genitori.

– Insomma tu pensi che la questione consiste solo nel fatto di esser scoperti.

– Tu ti fai degli scrupoli che non esistono, il mondo va avanti così da sempre.

– Mi pare di capire che anche tu… – e Mina si voltò a guardare il padre impoltronito.

Sua madre non disse nulla ma assunse un’espressione furbetta e maliziosa, sempre continuando a trafficare con le cibarie e gli arnesi da cucina. Mina si voltò di nuovo a guardare il genitore in salotto e poi si avvicinò a sua madre per quanto poteva restando seduta in quella posizione sulla sedia, poi le sussurrò:

– E con chi?

– Il “rag.” che sta al primo piano – disse sua madre a bassa voce sbirciando il coniuge.

– Chi? Il “ragioniere”? Quel bruttone del primo piano che pare senza collo?

– Si ma devi vedere che arnese che ha, e come lo sa usare…

– Mamma… – disse Mina, e si tappò la bocca con entrambe le mani per reprimere una risata. – E quando sarebbe successo?

– Oh, un sacco di volte, e la cosa va avanti, anche se ho già cinquantacinque anni. A lui – e fece un ceno verso il genitore/consorte – sembra che certe cose non interessino più.

TV

– Forse dipende da te.

– No, lui è tutto dentro al suo lavoro, dentro alle partite di calcio e dentro alla televisione, e a me chi ci pensa?

– Ma il bruttone è sposato se non sbaglio.

– Però la donna lavora e anche quando lavoravo io, siccome avevo degli orari convenienti capitava spesso che ci facessimo un incontro clandestino senza uscire dal condomino.

– E nessuno se n’è mai accorto.

– Abbiamo preso delle precauzioni, che se non devi uscire dall’edifico non sono neanche difficili da mettere in pratica, e la cosa va avanti… – ripeté la madre.

– Ho capito che va avanti ma lui – e Mina fece un cenno verso il padre, che pareva sull’orlo di appisolarsi in attesa della cena – non se n’è mai accorto?

– Ma di cosa vuoi che si accorga, guardalo…

Entrambe le donne si voltarono verso il padre/marito, che aveva reclinato il capo in un inequivocabile segno di abbiocco. Si guardarono in faccia e trattennero entrambe una risata.

– Una volta che sua moglie era in casa lo abbiamo fatto in garage, sui sedili della sua macchina.

Mina era sorpresa e stupita, e lontanamente, molto lontanamente, in un angolo del suo cervello anche un po’ scandalizzata ma la connivenza e la condivisione di questo segreto famigliare l’aveva intrigata, cercava di figurarsi il tipo del primo piano, questo rag., che le pareva davvero ripugnante, poi una domanda di sua madre la sorprese:

– Ne è valsa la pena?

– A cosa alludi?

– Lo hai tradito con qualcuno che ti piace?

– Se mi piace non lo so, però se alludi al fatto, beh… ne è valsa la pena.

– Allora non stare a pensarci su più di tanto, gli uomini sono tutti dei ******** e noi ci arrangiamo.

Mina si alzò in piedi, si stiracchiò le braccia e fece un giretto in cucina, guardando fuori dalla finestra, le parve che la vita avesse ripreso il suo solito colore, si voltò verso sua madre e le chiese:

– Cosa si mangia stasera?

– Non lo vedi? Sto preparando uno spezzatino.

– Non è un po’ caldo per un piatto del genere?

– Mah, direi che è un piatto per ogni stagione e poi a tuo padre piace, se lo mangerebbe anche con il caffelatte.

Mina sorrise, sbirciò nuovamente il padre appisolato immaginandosi la madre intenta a svicolare furtivamente dalla porta di casa per scendere di qualche piano ad incontrare il “rag.“, che lei, in virtù della tozza conformazione fisica aveva immaginato intimamente in una tauromachia mitologico-fantastica, figurandoselo come una specie di Minotauro arrapato all’inseguimento di sua madre Arianna, e il padre Teseo, telecomando in mano addormentato davanti alla tele. Cercò di figurarsi sua madre a letto con quel tipo ma non ci fu verso, le parevano due persone inconciliabili; le venne il dubbio che sua madre le avesse raccontato una frottola ma cancellò immediatamente il sospetto, non le aveva mai detto cose non vere, inesatte forse ma completamente non vere non se lo ricordava, di certo non avevano mai tenuto un gran dialogo, lei tendeva a scansare la compagnia dei suoi genitori almeno da quando aveva avuto la possibilità di uscire da sola la sera, cosa che era successa abbastanza presto, verso i quattordici anni se non prima, e si era sentita subito sganciata dal meccanismo parentale. Ritornò in camera sua con l’intenzione di agghindarsi un po’ o ficcanasare in internet, verificare la posta elettronica, ascoltare un po’ di musica, insomma, il buonumore le era tornato e le parve che non fosse neanche mai andato via.

Watts George Frederic – Labirinto dei pensieri

Dopo poco che era entrata in camera sua sentì suonare il telefono e la voce di sua madre rispondere qualcosa di incomprensibile, quindi chiamare il suo nome ad alta voce:

– È per te… vieni a rispondere.

Mina uscì dalla sua stanza immediatamente e raggiunse il telefono in cucina, sua madre disse:

– È Guendalina… una gran brava ragazza quella!

– Lo so mamma.

E prese il telefono per parlare con l’amica che aveva lasciato poco prima.

– Ma perché non ti ha chiamato sul cellulare?

– Perché l’ho spento e non ho voglia di accenderlo per un po’.

La madre scosse il capo continuò le sue faccende.

Al telefono Guenda le chiese come mai tenesse spento il cellulare e lei rispose che voleva farsi desiderare, e poi non aveva nulla di nuovo da comunicare a nessuno.

– Serata nostra allora? – rise Guenda all’apparecchio.

Prossimamente il trentunesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (29)

romanzo a puntate (29)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXIX°

(29)

Milano

Venerdì, 20 Luglio 2001

Nel tragitto che il dott. Gridero percorse con la sua vettura, al seguito del veicolo dell’Antonnomi con il suo chauffeur, un mucchio di idee, di sospetti e propositi gli si accavallavano in testa, prima fra tutte la falsa ingenuità con la quale il soggetto gli si era presentato, tutta la sua ipocrita cortesia, l’ostentata dabbenaggine e l’esposizione di qualcosa che nessuno gli aveva richiesto; bisognava ammetterlo, gli aveva praticamente smontato ogni velleità di accusa, non tanto per la voglia di incastrarlo, ché quella semmai gli era aumentata, quanto per tutto ciò che era stato messo in chiaro e che rappresentava il teatrino delle apparenze con le quali è sempre necessario fare i conti anche se sono palesemente fasulle. Mossa da autentico politico ma molte domande restavano in piedi e a questo punto avrebbe potuto fargliele solamente in maniera giudiziaria, da inquisitore, e non aveva dalla sua elementi importanti per forzare la mano e cominciare a mettere in connessione certe vicende che nella sua mente dovevano trovare una importante radice frammezzo alle subdole convenienze e connivenze dell’Antonnomi col Cazzarola. Per esempio, quell’informazione ottenuta tramite i Telecom® Services riguardo ad un certo tizio che sarebbe dovuto andare a Trieste dietro mallevata azione di quel giovane avvocato garantito da un importante studio legale come si andava ad incastrare nell’azione complessiva? Perché il fatto era assodato, quel tizio lo volevano fuori dai piedi, almeno temporaneamente, era una richiesta del Cazzarola o dell’Antonnomi?

Illiria

Del primo certamente, visto che il contatto fra questi due era avvenuto dopo la certificazione dell’allontanamento di questo soggetto, ma che ruolo aveva o avrebbe potuto giocare? In questi dettagli sentiva sfumare i suoi poteri di indagine, perché non avrebbe potuto inquisire mezza Milano rincorrendo tutte le connessioni, agganci, conoscenze di queste belle personcine, e quella donna di cui l’Antonnomi gli aveva parlato come di un’amicizia innocente rappresentava di certo una base avanzata nell’Amministrazione locale di Monza ma dimostrare questo e tutto il contesto del prelevamento di questa “giovane” sarebbe stata un’impresa impossibile.

Ora puntava molto su questa ragazza, sperava di ottenere indizi sufficienti per congiungere le vicende di quelli che riteneva i due principali protagonisti ma stava andando a giocare una mano al buio, senza alcun elemento in mano, senza informazioni al riguardo, avrebbe potuto contare solo sul suo intuito, se avesse chiamato in causa qualche agente – e qui pensò al commissario Bellosi con qualcuno dei suoi ragazzi – la vicenda avrebbe preso un andazzo incontrollabile con una diserzione generale di ogni indizio utilizzabile e deviazioni in ogni direzione con la finale rottura di ogni connessione fra il Cazzarola e l’Antonnomi.

In mezzo a questi dubbi vorticavano i fantasmi di certe comunicazioni subdole e nascoste, e apparentemente incongruenti, come se un misterioso personaggio muovesse a piacere certe azioni per scombussolare la vicenda o per darle una piega secondo le sue intenzioni, non che si sentisse manovrato ma occorreva essere guardinghi anche in quella direzione, nella vicenda percepiva importanti interessi ma non riusciva a dar loro corpo, a legarli l’un l’altro in una sequenza comprensibile e dimostrabile. Ora si scopriva piuttosto ingenuo a venirsene al seguito di questo furbone, come se si fosse fatto accalappiare e assecondare, lui, un magistrato, una persona importante, che se ne veniva ad agire così fuori dagli schemi ordinari delle indagini, che di norma faceva eseguire da personale delle forze di polizia; qui però non se la sentiva di mandare qualcuno che potesse scodellare un tesserino e dire bellamente di essere un poliziotto, qui la questione era sul piano personale fra sé e l’Antonnomi, se vi avesse frapposto un terzo la cosa avrebbe perso senso, quel contatto diretto con le investigazioni sarebbe stato attenuato e forse smarrito, non ultima l’ipotesi di vedersi rientrare i suoi messi con le orecchie basse per minacce di denuncia circa pretesi abusi e indebite intromissioni. Ora aveva il vantaggio di essere riuscito a farsi invitare dall’Antonnomi medesimo e ciò gli dava una buona scusa ma poche speranze.

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La macchina dell’Antonnomi si era fermata presso un edificio che aveva l’aspetto di un piccolo vecchio stabilimento, anche se la parola stabilimento era esagerata per la dimensione dell’immobile, in tempi non troppo remoti vi doveva essere stata esercitata una modesta attività artigianale, poi l’inurbamento e l’avanzamento della società moderna lo aveva inghiottito in un miscuglio di attività commerciali frammisto di edifici di tipo residenziale, una buona posizione per qualcuno che voleva mantenersi in vista senza perdere l’opportunità di uno spazio produttivo o creativo.

La facciata di stile liberty si focalizzava in un portone ampio presso cui lo stava aspettando l’Antonnomi, che aveva lasciato il suo amico nella vettura. Lo raggiunse in fretta e insieme entrarono in quello che avrebbe dovuto essere una specie di reception o ufficio di rappresentanza ma dietro ad un bancone di legno che occupava lo spazio frontale davanti all’entrata non c’era nessuno, da un lato un’apertura senza porta conduceva in un altro ambiente dove si sentiva vociare, Antonnomi fece strada, voltandosi verso il dott. Gridero, per fargli capire di seguirlo. Entrarono in un piccolo capannone adattato ad esigenze di sartoria, c’erano alcune macchine da cucire ma senza personale all’opera e grandi tavoli ingombri di tessuti e disegni, tutto l’ambiente era intonacato di bianco e illuminato artificialmente da neon e faretti che producevano una luce omogenea senza quelle sfumature che di norma stonano con la luce diurna, un ovvio dispositivo per operare scelte cromatiche azzeccate; rotoli di tessuto di varie dimensioni, forme e colori schierati su delle impalcature da un lato occupavano un’intera parete. Il dott. Gridero si guardò intorno incuriosito, sopra la porta da cui erano entrati c’era un’immagine e fu colpito da come quella figura, benché si capisse che era stata prodotta da una mano diversa, in qualche maniera gli facesse venire in mente il disegnino che aveva trovato sul suo tavolo al rientro dalla pausa pranzo, il soggetto però era singolo e raffigurava qualcuna di spalle, volto non visibile, a mostrare delle cosce e delle natiche ben tratteggiate, il tutto in un semplice bianco e nero graphic style.

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La sua mente elucubrava cose poco descrivibili e forse nemmeno esternabili in parole mentre il suo sguardo osservava un quartetto di persone che parlavano fra loro sorridendo amabilmente mentre si avvicinava in compagnia del suo ospite. Poi la sua mente riprese il senso dell’ordinario raziocinio quando estrapolò visivamente una giovane veramente di bell’aspetto che discorreva con un tale mingherlino e azzimato in un paio di calzoni attillati con una camicia che esaltava la forma del suo busto semi-anoressico e che parlava con una certa enfasi delle vocali centrali e finali di parola, molto sensuale e anche molto gaio, sulla trentina e con una calvizie travisata da una rasatura cortissima. Non erano ancora state fatte le presentazioni che il dott. Gridero aveva già capito quale fosse, in mezzo a quel quartetto, quella Mina Calludole salvata dall’Antonnomi, detratta la presenza dell’allegro intrattenitore, che di certo doveva essere il padrone della baracca, e una donna di circa cinquant’anni che si limitava a sorridere per compagnia affiancata da una vaporosa trentacinquenne dai capelli fulvi, imboccolati e voluminosi e con un fisico dalle forme aggraziate, benché pienotte. L’Antonnomi arrivò presso di loro, li salutò e poi presentò il dott. Gridero che era rimasto un passo indietro aspettando di essere introdotto.

I nomi confermarono in quella bella ragazza il presunto anello di congiunzione fra i due lati delle sue indagini, però la sua attenzione era un poco distratta quando, presentando la rossa formosetta con il nome di Ada l’Antonnomi sorvolò un po’ troppo in fretta sulla sua presenza per passare a introdurre l’ultima delle persone presenti, una collaboratrice di Teo Vanzi, stilista e realizzatore dei prodotti di sartoria creati in quel luogo, la quale si limitò a sorridere e a tendergli la mano per poi allontanarsi verso uno dei tavoli dove pareva avere a mezzo qualcosa. Anche Teo Vanzi, dopo avere fatto all’Antonnomi sperticati complimenti per la sua simpatia e amicizia e per la “bella improvvisata” si disimpegnò immediatamente dicendo:

– Sembra che abbiate faccende da discutere, vi lascio alle vostre cose. Poi fermati un minuto – disse Teo Vanzi verso l’Antonnomi –, ho alcune cose da domandarti.

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E mentre Teo Vanzi si allontanava con un passo impettito e allegro contemporaneamente l’Antonnomi, nascostamente dal dott. Gridero, con la mano fece verso Ada il classico segno di smammare, ché non era il caso di dare troppe opportunità al nemico. Ada sorrise senza riuscire a dissimulare completamente un leggero imbarazzo e l’Antonnomi sperò che il dott. Gridero stesse guardando da un’altra parte perché con uno di quella risma è meglio non provarci neanche a menarlo per il naso, non troppo comunque; quindi Ada se ne andò direttamente verso l’uscita senza più voltarsi e il dott. Gridero parve non curarsi di lei, cosa che rassicurò minimamente l’Antonnomi; era certo che non gliel’aveva proprio data a bere con la bella storiella che aveva scodellato nel suo ufficio poc’anzi, ma separare almeno temporaneamente i soggetti era il minimo che potesse fare.

L’atmosfera si fece immediatamente seria, benché tutti e tre, Mina, l’Antonnomi e il dott. Gridero si stessero sorridendo la più sfrontata cordialità. Mina qualcosa doveva avere intuito ma nelle presentazioni era stato fatto solo il nome del dott. Romeo Febo Gridero, la sua professione non era stata nominata, ora le cose andavano messe in chiaro.

– Questo signore – disse Antonnomi verso Mina – è un magistrato del tribunale e vorrebbe fare due chiacchiere con te, nulla di ufficiale o di preoccupante ma è meglio essere a posto nei confronti della Giustizia.

– Riguardo a…? – chiese Mina alternando il suo sguardo sui due.

– Beh, dovrai convenire che non è proprio una situazione usuale quella in cui ti sei venuta a trovare… intendo la tua presenza in quel luogo da dove ti ha tirato fuori la Polizia Municipale di Monza…

Mina capì che c’era qualcosa che non sapeva e che doveva certificare per conto dell’Antonnomi, per cui cercò di stare sul sicuro senza tirare in ballo estranei e circoscrivere la situazione per farla apparire terminata.

– Credo che stiate esagerando tutti quanti – Mina assunse un aspetto deciso che ColuiIlQuale alias l’Antonnomi non gli aveva ancora osservato e per un istante pensò che stesse per succedere l’irreparabile.

– Sarebbe a dire? – chiese il dott. Gridero con una gentilezza pelosa che malcelava la marea di domande che avrebbe avuto intenzione di porre a tutti e due.

– Non so come questa cosa si è prodotta, non so se dipende dalla scarsa comunicativa fra i sessi o dal fascino un po’ morboso che in genere l’allarmismo suscita nelle persone ma se sono andata in quell’appartamento è stato solo per compiacere un’amica, che è a sua volta amica di quella Fernanda che lo abita. Tutto qui.

«Capolinea», pensò il dott. Gridero che aveva già intuito la prontezza di spirito della ragazza, «Se c’è qualcosa da scoprire questa lo seppellirà». In ogni modo aveva individuato il soggetto e il commissario Bellosi avrebbe avuto presto qualcosa da verificare.

– E chi sarebbe questa amica? – insistette il dott. Gridero.

– Quella che passerà a prelevarmi da qui per portarmi a casa se mi date il tempo di telefonarle.

I due uomini si guardarono in faccia; la faccia dell’Antonnomi appariva molto più soddisfatta di quella del dott. Gridero, che sorrideva pure ma stava masticando amaro.

– Dunque nulla di cui preoccuparsi – disse l’Antonnomi al dott. Gridero.

– Apparentemente…

– Vede com’è semplice? Basta chiarirsi.

«Se pensi che la cosa finisca qui stai fresco», pensò il dott. Gridero.

– Chi sarebbe questa Fernanda? – insistette il dott. Gridero.

Mina aveva già il telefono in mano e guardò distrattamente Antonnomi quasi chiedendogli silenziosamente di rispondere al suo posto, cosa che avvenne nella più naturale delle maniere mentre Mina diceva:

– Scusate un momento… – e si indaffarò a comporre il numero.

– È una ragazza con problemi sociali che ha avuto la possibilità di abitare temporaneamente in quella struttura protetta…

casa protetta

– Protetta, certo… – ironizzò il dott. Gridero, che non aveva intenzione di mollare l’osso.

Il dott. Gridero si fece l’idea che non sarebbe stato male fare due chiacchiere anche con quest’amica in arrivo ma era un’opportunità un po’ troppo da forzare. Gli sarebbe bastato identificarla per cui si guardò intorno cercando qualche spunto per tirare in lungo fino alla comparsa di questa nuova persona coinvolta. Poi si persuase che qualche domanda generica non avrebbe fatto alcun danno e avrebbe potuto spingere la sua curiosità un po’ più addentro alla vicenda. Mina stava telefonando e si capiva che erano chiacchiere fra donne ma si capiva anche che stava parlando qualcosa nell’apparecchio mentre fingeva tutt’altro con la sua persona. Diede l’indirizzo del posto e chiese quanto ci poteva mettere ad arrivare a prelevarla perché non vedeva l’ora di arrivare a casa. Chiudendo la comunicazione disse al dott. Gridero:

– La mia amica sarà qui in una decina di minuti, se vuole può chiederlo a lei.

Questa disponibilità immediata gli parve subito sospetta, specie perché non richiesta, come una sorta di blando lapsus freudiano. «Ci puoi giurare che chiederò, bel faccino», pensò fra sé il dott. Gridero.

Per un breve lasso di tempo nessuno ebbe alcunché da dire, sebbene per parte del dott. Gridero l’argomento fosse tutt’altro che sviscerato e cercava di immaginarsi quella bella giovane in compagnia del Cazzarola al momento incensurato come se lo poteva immaginare dalla foto segnaletica che aveva mostrato al commissario Bellosi. Quale razza di favori o minacce s’erano scambiati i due per giungere ad un compromesso così contorto con al centro questa ragazza era ora una domanda centrale nella sua fantasia investigativa, perché qui nessuno gliel’aveva raccontata giusta, nemmeno questa “brava ragazza”, come l’aveva definita l’Antonnomi, che magari era brava all’università ma per il resto pareva esserci molto di ché. Poi pensò ad uno stratagemma per tirare in ballo il nome del Cazzarola, giusto per vedere che faccia avrebbero fatto entrambi e fare capire loro che lui, poi, aveva capito quello che aveva voluto capire. Si sovvenne che codesto Walter Cazzarola era noto presso alcuni come il Cinese e pensò di buttare là quel nomignolo giusto per veder che effetto avrebbe fatto, ma si ravvide convincendosi che affrontare l’argomento troppo frontalmente non avrebbe fatto altro che sobillare il bugiardo che si nasconde in ciascuno davanti alla Legge, meglio girarci intorno e tastare la situazione, e comunque sparare bordate a casaccio non era nel suo stile, anche se a volte ci provava.

Così prese a braccetto l’Antonnomi allontanandosi da Mina e facendogli al contempo un gesto come a scusarsi della riservatezza che voleva temporaneamente instaurare con il potente politico e quando furono a distanza di qualche metro dalla ragazza, assumendo un atteggiamento pensieroso e ingenuo gli chiese:

Chinese Mask

– C’è però una cosa che mi suona strana nella vicenda che mi ha raccontato, ciò che non capisco è dove sta tutta la pericolosità della situazione che questa bella giovane avrebbe sperimentato in quella struttura protetta – e disse protetta guardando l’Antonnomi tanto dritto negli occhi che pareva volesse ipnotizzarlo –, dov’è la minaccia? C’è qualcosa che mi sfugge o che non mi ha raccontato?

L’Antonnomi mascherò a fatica un’espressione del tipo «Se pensi di ciurlarmi su questo te lo puoi scordare», poi insistendo con le sue maniere cortesi, dopo una brevissima pausa di silenzio rispose:

– In effetti un particolare che non le ho detto c’è e spero che non mi coinvolga troppo se la metto a parte di qualcosa che un politico non dovrebbe sapere o trattare.

– Sentiamo… – disse il dott. Gridero

– Quella tipa che abita quella struttura…

– Protetta – lo interruppe ironicamente il dott. Gridero

– Beh, quella tipa – e qui il dott. Gridero percepì immediatamente la distanza fra “bella e brava ragazza” che indicava la Calludole Mina e “la tipa” che indicava genericamente un soggetto su cui potevano liberamente addensarsi tutti i peggiori sospetti – ha nei sui trascorsi delle frequentazioni davvero pericolose, per tacere di certe vicende che riempirebbero le pagine dei giornali e i notiziari della TV per un po’ di tempo.

– Per esempio? – insistette il dott. Gridero, che stava cercando di capire dove voleva andare ad estendersi questa informazione autentica usata come menzogna per coprire qualcos’altro.

– Non mi chiederà di fare dei nomi, sa… nella mia posizione…

Antonnomi, nella sua posizione (foto d’archivio)

– Uno sforzo non potrebbe farlo? Rimarrebbe solo fra noi, questo non è mica un interrogatorio – disse il dott. Gridero con la più subdola gentilezza che poteva esprimere.

– Anagraficamente parlando nomi non ne conosco ma so che un certo Giangi gli faceva da protettore…

– Insomma – sbottò il dott. Gridero – con tutta questa protezione queste donne si sentono così in pericolo da dover fare ricorso ad una persona come lei?

Era una battuta e forse anche un po’ infelice ma non voleva mollare l’osso e fargli capire che la sua posizione era un tantino stonata nella logica di quella vicenda.

– Ma guardi che di quel tizio mi hanno riferito cose orribili, è un violento, con un sacco di precedenti da fare spavento… e ci può giurare che gli sta alle costole per riprendersela come se fosse un oggetto.

– E lei di questo tizio conosce solo questo appellativo che ha tutta l’aria di un soprannome…

– È tutto quello che so, e anche riguardo alla richiesta di una mia intercessione non sono in grado di fornirle ragguagli precisi, sa con tutte le persone che conosco e con cui vengo in contatto…

– Naturalmente – insistette il dott. Gridero sul piano ironico.

Il dott. Gridero riprese a braccetto l’Antonnomi e si riavvicinarono a Mina che si era distratta ad osservare tessuti e creazioni nelle varie fasi di evoluzione e quando furono tutti e tre riuniti a normale tiro di voce il dott. Gridero pensò che forse un colpo di mortaio lo poteva anche sparare, giusto per vedere quale scompiglio avrebbe creato.

– A proposito di soprannomi… il nomignolo di Cinese le dice qualcosa? – disse allungando il viso in direzione dell’Antonnomi senza perdere di vista la “bella e brava ragazza”, da cui pure si aspettava una reazione.

Chinese Mask

Mina guardò in alto, verso il soffitto, come se la domanda non la riguardasse ma di sguincio il magistrato la colse in un atteggiamento troppo distratto per essere vero mentre il suo anfitrione guardò il pavimento fra la punta delle sue scarpe e poi alzando la faccia resse il suo sguardo dicendo il più convinto:

– Questo nome mi è sconosciuto.

«Che brava gente», pensò il dott. Gridero. Al contempo pensò anche che una verifica su questi dettagli il commissario Bellosi gliela avrebbe fatta più che volentieri e si senti lievemente appagato, solo lievemente perché non gli aveva estratto molto ma qualcosa da controllare ce l’aveva e a volte basta molto poco per aprire spiragli davvero interessanti.

Mina riprese l’atteggiamento di brava ragazza felicemente e ingenuamente distratta dalle cose del mondo e riponendo il telefono sfoderò il sorriso più gentile per dire all’Antonnomi:

– Penso che dei ringraziamenti siano d’obbligo nei suoi confronti, benché il suo aiuto si stato superfluo o forse perfino eccessivo, in quella casa non succede alcunché di equivoco e quella Fernanda è davvero un tipo simpatico…

– Lei non ha idea di chi possa essere stato a metterle a disposizione l’aiuto del dott. Antonnomi? – chiese il dott. Gridero guardando Mina dritto negli occhi e tenendo contemporaneamente d’occhio il politico di sguincio.

Mina alzò le spalle e fece una smorfia di allegro imbarazzo, poi disse:

– A dire la verità l’ho saputo dopo che c’era una persona così importante ad interessarsi della faccenda, io ho semplicemente visto qualcuno in divisa entrare nell’appartamento a fare domande a quella ragazza, che si è molto spaventata e ho pensato che non dovevo fare altro che seguirli, sennò mi avrebbero costretta, pare che siano necessarie delle autorizzazioni…

– Per proteggere, ovviamente… – interloquì il dott. Gridero, poi proseguì – Un’azione ben congegnata dott. Antonnomi…

– Tutto a fin di bene…

Il dott. Gridero capì che ormai facevano pappa e ciccia, se lo rimpallavano come volevano, gli avrebbero potuto raccontare qualunque cosa e avrebbero potuto giustificare qualsiasi situazione, benché sempre in maniera imperfetta, perché la puzza di imbroglio lui la sentiva benissimo anche lì, in presenza di quell’anima candida dalla meravigliosa fisionomia, in qualche maniera l’Antonnomi l’aveva subornata alle sue convenienze e lei ci stava, di certo non solo metaforicamente. Questa quasi certezza gli fece balenare un dubbio che volle togliersi lo schiribizzo di verificare immediatamente e disse rivolto a Mina:

– Lei conosce una certa Wanda Brigonzi?

Novità della moda

Mina a quel nome aggrottò le sopracciglia in maniera sincera ma l’Antonnomi questa volta non riuscì a mascherare un sussulto di qualche parte del corpo che il dott. Gridero non era riuscito ad identificare ma che aveva costretto l’Antonnomi a fare un movimento di gambe per cercare una posizione differente e poi s’era voltato a guardare all’intorno come se volesse a tutti i costi apparire estraneo alla vicenda, poco ci mancava che si mettesse a fischiettare un motivetto per ingannare l’attesa dell’amica di Mina e la fine di questa piccola tortura che si era autoinflitta nell’ufficio del dott. Gridero credendo di averla già sgamata quando invece s’era data al zappa sui piedi.

Poi Guenda arrivò per davvero, si udì una voce femminile nei pressi dell’entrata da dove erano passati il dott. Gridero e l’Antonnomi giungendo sul posto, una voce femminile che diceva:

– È permesso? Si può entrare?

Quindi la faccia di Guenda fece capolino dall’ingresso e quando vide Mina le corse incontro con un’affettuosità esagerata e di certo anche un po’ ipocrita. Quando furono vicine le due giovani si baciarono sulle guance. Teo Vanzi, occupato ad un tavolone immenso in compagnia della sua collaboratrice sorrise nel vedersela sfilare davanti per andare incontro alla sua amica verso il fondo del capannone, le osservò compiaciuto che il suo atelier fosse così utile alla felicità e alla buona disposizione della gente, che bel quadretto. Il dott. Gridero e l’Antonnomi si scambiarono un’occhiata silenziosa, forse l’unico punto di convergenza che avessero mai avuto dall’inizio dei loro colloqui in quella giornata, se avessero potuto parlare avrebbero detto all’unisono «Le donne…».

Il dott. Gridero però non perse la sua mordacia investigativa e appena le due giovani ebbero terminato le loro smancerie alzò un indice moderatamente gentile e inquisitore e chiese:

– Lei sarebbe la signorina…

– Guendalina Tramazzi – disse Guenda con una sollecitudine inaspettata, e gli tese la mano.

– Piacere, dott. Gridero – rispose il magistrato mantenendo le distanze, e poi senza darle tempo di sapere con chi stesse parlando continuò – Ha accompagnato lei la signorina Calludole in un certo appartamento di Monza, presumibilmente ieri?

L’Antonnomi non resistette:

– Il signore qui presente è un magistrato del tribunale… oh… è qui in visita di cortesia, non è mica un interrogatorio…

Il dott. Gridero lo fucilò con uno sguardo mentre Mina incalzava:

– Vuole sapere se ieri sera mi hai accompagnato tu spontaneamente a casa di Fernanda per una pura visita di cortesia o per altri motivi che non saprei…

Guenda, che era più navigata di Mina, non ebbe bisogno di ulteriori imbeccate:

– Oh, certo… per una visita di cortesia, siamo buone amiche…

– Oh… buonissime mi pare di vedere…

Quindi il dott. Gridero constatato che niente più poteva essere detto senza che uno dei tre o tutti e tre all’unisono lo pigliassero per i fondelli decise che ne aveva avuto abbastanza, salutò cortesemente e singolarmente ciascuno dei tre e tolse il disturbo limitandosi a lanciare un ultimo minaccioso:

– Arrivederci.

E scomparve da dove era entrato.

Quando furono liberi dalla presenza ingombrante della legge ciascuno a modo suo diede sfogo ai normali istinti di convivenza e cordialità. Guenda, che aveva riconosciuto l’Antonnomi lo osservava alternando lo sguardo fra lui e Mina con l’evidente domanda che gli stava ruzzolando fra un orecchio e l’altro senza che questa si decidesse a rimbalzargli definitivamente sulla lingua. Che la sua amica avesse agganciato un pesce di quell’importanza era una cosa che doveva sviscerare ad ogni costo ma data l’imponenza del personaggio aveva dei timori che riusciva a trattenere a stento esibendo delle piccole gaffe e incertezze. L’Antonnomi se ne accorse e pensò che era giunto anche per lui il momento di togliersi dal posto, che cosa si sarebbero poi raccontato le due era una faccenda che non osava approfondire ma fidava sulla prontezza e complicità che avevano mostrato in presenza del dott. Gridero per cui si limitò a stringere la mano ad entrambe facendo nascostamente l’occhiolino a Mina, quindi si allontanò da loro per andare a salutare il Vanzi. Le due non persero tempo, appena sole si guardarono in faccia e si misero immediatamente d’accordo per andare a casa di una delle due o in qualunque altro posto, qualche cosa di importante doveva essere divulgato. Passarono davanti al Vanzi, intento a dialogare con l’Antonnomi e di passo celere, quasi di corsa uscirono e si infilarono in macchina ridendo come due ragazzine.

La curiosità di Guenda non resistette. Appena sole in macchina, benché impegnata alla guida, la guardò stupefatta e le disse:

– Quello là è…

– Proprio lui – rispose Mina.

– Caspita ma dove l’hai rimorchiato?

– Non ci crederai ma è lui che mi ha fatta cercare e ora mi protegge da quel Cazzarola, non so ancora esattamente per quale motivo ma la cosa mi piace…

– Che tu fossi in fuga da quel tizio s’era capito, anche per quello che avevano detto i tuoi amici ma che tu poi in macchina non mi abbia voluto dare dettagli… a me, che sono la tua migliore amica! Questa poi…

– Non volevo coinvolgerti troppo, è stato per il tuo bene e forse anche per il mio.

Il silenzio che intercorse fra questa affermazione e la successiva domanda d’obbligo fu brevissimo e irresistibile:

– Te lo sei fatto? – chiese Guenda con un sorriso tra il malizioso e l’invidioso.

– Sono cose mie, che cosa vuoi sapere.

– Te lo sei fatto!

Mina non disse nulla e questo silenzio autorizzò Guenda a proseguire il suo balletto di domande piccanti.

– E a letto com’è? Sono curiosa da morire…

– Una roba ordinaria, però è stato carino… ed è anche stato così gentile, educato…

– Quindi vi vedrete ancora…

– Mmh, chissà… può darsi…

– Vi vedrete ancora!

– Ehi… – disse Mina a Guenda – queste sono cose molto riservate!

– Puoi contare su di me. E Germano?

– Per adesso li tengo tutti e due, tanto è molto difficile che entrino in contatto uno con l’altro, sono due mondi non comunicanti.

– Stai diventando intrigante, bisogna che mi tieni al corrente, voglio sapere tutto!

– Mmh… magari non proprio tutto…

– Ehi, ancora non ho capito come hai fatto a finire fra le braccia dell’Antonnomi e piantare Fernanda nel suo appartamento.

– In effetti ci siamo lasciate in una maniera poco piacevole.

– Spiegati meglio…

– Qualcuno ha mandato i vigili urbani, quelli di Monza intendo, a casa di Fernanda, ci hanno chiesto i documenti e poi senza tanti complimenti hanno fatto sloggiare me e lasciato la tua amica in uno stato di quasi prostrazione per il senso di colpa nei miei confronti.

– Ma non possono, è un abuso.

– Io non mi sono opposta, non c’era nulla che potessi fare. Poi l’Antonnomi mi ha fatto capire che c’è qualcuno che si è preoccupato per me e non mi ha voluto dire chi sia, però mi ha detto che sono stata praticamente prelevata su sua iniziativa

– Che idea ti sei fatta? Non è una cosa normale.

– Non so cosa pensare, però lui pare un tipo a posto, anche se dall’atteggiamento vagamente bigotto e tipicamente maschilista, nulla di particolare nel panorama generale della società in cui viviamo.

– Vabbè, adesso sei fuori dalla vicenda, vediamo di spassarcela un po’ – e sorrise verso l’amica.


Il dott. Gridero con le pive nel sacco se ne tornò al suo ufficio, dove aveva lasciato in attesa il Dabbono, che era restato là ad attendere, docilmente, passivamente. Ne ebbe un po’ pena quando lo vide seduto su quella panca ma non si lasciò commuovere, anche questo tizio doveva avere una parte nella vicenda e non gli avrebbe detto alcuna verità, avrebbe detto solo le menzogne che avrebbe pensato di potergli spacciare e/o le verità che a suo giudizio sarebbero state ininfluenti per sé e per i suoi complici eventuali. Lo fece accomodare nel suo ufficio e prima di iniziare a sondarlo cercò di metterlo a suo agio dicendogli che quello era solo un dialogo informale, che voleva sentire da lui certe conferme, certe informazioni riguardo a delle persone di malaffare che ruotavano intorno a certi giri di denaro e stupefacenti che sfioravano anche le facoltà di lettere e di legge.

Quando lo ebbe fatto sedere nel suo ufficio notò immediatamente il lieve nistagmo dei suoi bulbi oculari, lieve ma percepibile e capì subito che questo era una specie di vittima di quel Cazzarola, pensò che se lo avesse fatto trattenere per un motivo qualunque avrebbe potuto sfruttare il suo prossimo stato di astinenza per estorcergli qualche informazione e poi mollarlo al suo destino, perché quello era un soggetto non troppo coinvolto nella parte succulenta di ciò che stava cercando di scoprire, ma pur sempre agganciabile da quei tizi.

– Allora, Sig. Dabbono, lei è studente, vero?

– Sì, alla facoltà di lettere e filosofia.

– Lei conosce questo signore? – e gli scodellò sotto al naso la foto segnaletica di Ahmed con tutto il suo pedigree.

Foschi e dimenticabili ricordi

Bonbon alzò di scatto le sopracciglia e il cuoio capelluto con tutta la chioma evidenziando un tic e uno stato di sorpresa che non era riuscito a reprimere del tutto, scosse il capo in una negazione muta ma non disse nulla. Era evidente che lo conosceva, al dott. Gridero non era sfuggito quel movimento incontrollato, anzi, gliel’aveva fatta vedere a bell’apposta.

Nell’ostinazione del Dabbono il dott. Gridero tirò fuori la foto del Cazzarola, non “segnaletica”, colto di sorpresa in compagnia di sconosciuti e gli scodellò sotto al naso pure quella. Bonbon scosse il capo nuovamente a significare un ulteriore no, però la sua faccia era l’espressione del terrore, certo non di quelle espressioni cinematografiche o teatrali talmente stereotipate che devono essere intese a largo raggio, ma l’esperienza di interrogatori del dott. Gridero gli faceva capire molte cose che gli interrogati tendono stranamente a trascurare di dire o a ignorare scientemente. Dunque un nesso esisteva ma non aveva alcuna prova. Però era un nesso importante perché se questo Dabbono si congiungeva con il Cazzarola e i suoi loschi affari la sua frequentazione della facoltà di lettere e filosofia lo metteva in connessione con la Calludole Mina e per estensione con l’Antonnomi. Una tesi troppo ampia che richiedeva una mole di lavoro indicibile ma con le opportune scremature si sarebbe potuto intraprendere una direzione investigativa interessante. Pensò che da questo tizio non avrebbe potuto estrarre molto di più delle sue incontrollate esternazioni somatiche, però lo avrebbe potuto spaventare un po’, giusto per tenerlo sulla corda quanto basta per fargli commettere qualche imprudenza.

– Lei fa uso di droghe Sig. Dabbono?

– Può essere successo… casualmente… sa… alle feste a volte…

La sua risposta fu pronta e incerta a sufficienza per confermare la tendenza alla reticenza dei soggetti di quella risma, nulla di nuovo, ordinaria routine.

– Lo sballo, capisco – disse serenamente il dott. Gridero fingendo una conoscenza del gergo giovanile che in realtà, per la sua posizione e per il modo e il contesto in cui ne aveva fatto uso, certificava una distanza incolmabile fra sé e i “giovani”.

Bonbon fece una smorfia strana, come se gli avesse concesso per un breve istante il diritto di entrare nella sua vita e nei suoi divertimenti. Poi fece una domanda.

– Il motivo preciso per cui mi ha fatto convocare?

– Gliel’ho già spiegato, semplici domande come quelle che le ho appena posto – questa richiesta di ulteriori spiegazioni circa la sua convocazione segnò per il dott. Gridero il momento di mollarlo alla sua vita con il dubbio di essere sotto osservazione – anzi, se vuole può andare, è libero di andarsene anche subito.

Bonbon si alzò lentamente, come se temesse che una manona gigantesca gli piombasse sulla spalla per rimetterlo seduto a subire altre domande. Si guardò intorno con un imbarazzo dissimulato e nella lieve contentezza di potersi allontanare impunito salutò il magistrato e uscì dall’ufficio infilando il corridoio come se fosse la pista di lancio della libertà.

Prossimamente il trentesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (28)

romanzo a puntate (28)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXVIII°

(28)

Milano

Venerdì, 20 Luglio 2001

Il dott. Gridero stava aspettando con impazienza un certo Dino Dabbono, intercettato come Bonbon e in seguito identificato come incensurato studente propenso agli stupefacenti, ma più che l’impazienza stava sperimentando un senso di nullità che pareva emergere da tutto ciò che appariva all’attenzione delle indagini, un sacco di intrallazzi molto sospetti e al momento ancora nulla di concreto, con ciò che avevano in mano non avrebbe potuto istruire nemmeno un articolo su di un rotocalco di gossip, eppure era certo che dietro quella cortina di fumo ci dovesse essere qualcosa di concreto.

Già si figurava il tipo, che non aveva ancora visto nemmeno in fotografia, se lo immaginava trasversale ad ogni sondaggio, viscido come un’anguilla, negare con la più veemente innocenza ogni connessione con i soggetti a cui era stato collegato dai Telecom® Services e dalle indagini del commissario Bellosi e in cuor suo già si rammaricava di non poter tirare in ballo le intercettazioni telefoniche per sventolargliele sotto al naso a fargli vedere che razza di gente frequentasse, primo perché erano autorizzate per certi personaggi quando lui le aveva fatte estendere a certi altri, che se forniti di avvocato avrebbero potuto fare cadere quel poco che aveva eretto del suo palco accusatorio, e in secondo luogo se avesse messo in chiaro con qualcuno di questi che li stava ascoltando direttamente la notizia si sarebbe sparsa fra di loro con una tale rapidità che i bilanci delle compagnie telefoniche avrebbero avuto un tracollo in borsa a causa dello scarso utilizzo del telefono. Ciò su cui faceva affidamento era la pavidità di questo Dabbono, che gli era stata confermata da certi suoi atteggiamenti nei confronti di alcuni figuri già noti, come ad esempio quel nordafricano, quell’Ahmed, il cui sguardo pareva la finestra di connessione con l’oltremondo.

figuri «”» NOTI «”»

Il cancelliere che doveva assistere all’interrogatorio e redigere eventuali verbali era già arrivato e la cosa si aggiungeva a quelle che facevano massa dalla parte delle preoccupazioni, perché una volta accertata una certa propensione al depistaggio e alla disinformazione riguardo le sue indagini, concretizzatasi nello sparpagliamento delle informative negli uffici sbagliati in modo che cadessero in un dimenticatoio legale, ogni sospetto riguardo il personale del tribunale gli appariva più che legittimo, dovuto, e il dover fingere la più devota fiducia nei riguardi di questi non faceva un buon gioco sugli aspetti somatici del suo stato di salute, benché in ottima forma. Il Maalox® nel suo cassetto era presente da un po’ di tempo e ciò non dipendeva da quello che mangiava perché aveva sempre avuto lo stomaco di uno struzzo; prima di entrare in magistratura.

Questi sondaggi, che non avevano ancora l’aspetto di veri interrogatori, perché sennò avrebbe dovuto informare i soggetti di fornirsi di avvocato qualora lo avessero ritenuto opportuno altrimenti gliene avrebbero fornito uno d’ufficio, di norma si svolgevano in maniera bonaria e a tratti anche scherzosa, per il contributo del cancelliere col quale, nel caso fosse uno nelle simpatie del dott. Gridero, concordava dei siparietti che servivano a mettere a proprio agio il soggetto da interpellare e al contempo a farlo cadere in tranelli logici, a distrarlo dalle sue convenienze per fare emergere delle convergenze che avrebbe poi verificato tramite l’azione del commissario Bellosi o chi per lui, ma il cancelliere che gli era stato mandato oggi non gli andava proprio a genio e stava pianificando una serie di domande oscure per un estraneo ma di una certa rilevanza per le sue supposizioni, di cui non aveva ancora fatto parola ai suoi colleghi, il cui silenzio, specie quello da parte dei superiori, lo stava preoccupando. Nemmeno un «Come va la tua inchiesta?», che non avrebbe sancito un autentico desiderio di sapere ma semplicemente una cortesia, una gentilezza e al contempo avrebbe rappresentato in un certo qual modo una garanzia di disinteresse, perché fra colleghi certe domande si fanno ma senza aspettarsi una vera risposta, un po’ come l’«How are you?» degli inglesi, a cui non gliene può fregare di meno se stai bene o se hai un tumore all’ultimo stadio, vogliono solo farti sapere che te lo chiedono per farti capire che loro sono gentili e cortesi e che nel contempo sancisce una presa di distanza e disinteresse che, ugualmente e indifferentemente al tuo stato di salute, garantisce per la tua privacy e riservatezza.

Da un po’ di tempo percepiva attorno alla sua attività un silenzio più o meno ovattato, esasperato dalla mancanza di inquisizione da parte di chi avrebbe dovuto essere preposto a garanzia delle indagini; insomma, nessuno si curava di lui da quando si immischiava di questa faccenda e si era fatto l’opinione che lo stessero aspettando al varco senza dimostrargli apertamente l’eventuale ostilità, cosa d’altronde ovvia, avrebbero mostrato anche i loro presumibili interessi nascosti.

Stupefacente

Questo Dabbono rappresentava, nelle idee che si era fatto il dott. Gridero, un’altra pedina debole, cui uno scrollone ben assestato avrebbe potuto servire a smuovere le indagini e dare un’accelerazione a tutta la sua inchiesta e puntava molto sulla propensione del tipo agli stupefacenti combinata con la sua fedina penale immacolata, di norma è dura perdere la faccia tutto d’un botto, entrare di colpo nella schiera dei catalogati del crimine, dalla parte dei cattivi ufficiali. Le persone perbene di norma si sentono perbene fintanto che ne hanno la certificazione, è solo una questione burocratica, un timbro NULLA RISULTA sul certificato del casellario giudiziario: «Ecco, vedi? È scritto qui!». Molto semplice, troppo semplice; la realtà, quella vera, non ha una burocrazia, non c’è un confine netto e preciso, tutto dipende da te e molto spesso da quelli che frequenti o che vuoi frequentare o che non puoi fare a meno di frequentare, benché tu senta intorno a loro l’odore di gattabuia.

Gatta Buia (una stampa del Piranesi)

Il Dabbono Dino era già arrivato e da una decina di minuti maturava in attesa su di una panca nel corridoio presso la porta del suo ufficio, il dott. Gridero non si decideva a farlo entrare a causa di certe ubbie che gli erano sorte in conseguenza di sue iniziative. Non solo all’interno della procura c’erano depistaggi ma se cercava di affacciarsi fuori da quella, anche se tramite agenti o altro personale per accertamenti o ricerche su persone coinvolte nelle sue inchieste, riceveva strane comunicazioni, o almeno le riteneva tali senza esserne convinto al cento per cento, come se un’entità misteriosa si frapponesse fra lui e la verità che stava cercando.

Per esempio, era successo che immediatamente dopo avere congedato il commissario Bellosi poche ore prima aveva dato ordine ad altri agenti di cercare presso gli archivi se esistevano precedenti riguardo la Brigonzi Wanda e/o le sue accolite e di tenere d’occhio, non troppo da presso, la sua attività per rilevare qualunque cosa di anomalo risultasse alla loro attenzione, in special modo se soggetti già conosciuti alla Pubblica Sicurezza frequentassero troppo assiduamente quell’esercizio. L’intenzione era evidente, voleva trovare un grimaldello per forzare quella cassaforte di relazioni senza fare troppo rumore e senza coinvolgere nessuno dei sospettati.

Quando era tornato dalla pausa pranzo aveva trovato sul suo tavolo una busta arancione, non sigillata, senza alcun destinatario indicato. Ricordava di non avervela lasciata e sapeva che chiunque negli uffici volesse fargli pervenire qualcosa si preoccupava di farglielo sapere in anticipo o di mettere indicazioni che facessero capo al mittente. Aprì quella busta con un lieve timore, presentendo di trovarvi qualcosa di scoraggiante o poco divertente, e in effetti, sebbene si trattasse di una vignetta la cosa non lo divertì affatto, specie perché gli aveva immediatamente sobillato oscuri presagi. Dentro la busta c’era un foglio stampato tramite computer in cui erano rappresentate tre figure femminili stranamente abbigliate, o stranamente svestite che imitavano le tre scimmiette “non vedo, non parlo, non sento” in forma umana – o più esattamente «femminile» discinta –, l’ultima delle quali con in mano una bilancia a scimmiottare la Giustizia e prima di quella, alla destra della medesima, ce n’erano altre due, una con le orecchie tappate e un’altra con le dita sugli occhi mentre la terza della serie, quella abbigliata come la Giustizia con tanto di spadone e bilancia, manteneva uno sguardo pietrificato che pareva alludere a qualcosa di molto brutto, da non potersi dire con un indice irto sulle labbra a significare un silenzio tombale.

Carta dei Tarocchi

Il dott. Gridero si era guardato intorno, si era affacciato nel corridoio, vuoto e silenzioso e poi si era seduto al suo tavolo con quel foglio in mano senza sapere che pesci pigliare né a cosa associare quel disegnino. A dire la verità un piccolo dubbio circa le sue direttive mirate alla investigazione della Brigonzi Wanda gli era venuto, non fosse che per la semplice associazione di idee donne – donne, e poi il buio più pesto era calato sulla sua immaginazione, accompagnato da sospetti che non riuscivano ad acchiappare nessuna delle persone a lui più antipatiche, né riusciva a mettere in seria connessione la cosa con altro personale in servizio. Aveva ficcato il foglio nella sua borsa personale piccandosi di non pensare alla faccenda, almeno non immediatamente, per non turbare la sua giornata lavorativa. Da questo genere di segnali ricavava la sensazione di essere su una pista che valeva la pena di perseguire e al contempo l’idea di una minaccia se vi avesse perseguito; una specie di sfida che non si concretizzava in alcuno sfidante.

La cosa gli stava causando dei vuoti decisionali, dei momenti di incertezza che rasentavano l’oblio perché non c’è nulla di peggio di dover prendere decisioni che non si sa bene dove vadano a parare. Il Dabbono l’aveva fatto convocare la mattina stessa, tramite un agente in borghese, col massimo riguardo e senza preavvisare il commissario Bellosi, il quale gli aveva fornito le informative sul soggetto e i sospetti sulle relazioni inerenti l’affare che stava cercando di sbrogliare, ora dopo la missiva umoristica gli erano sorte delle remore sulla necessità di tastare questo tipo ma ormai la cosa era fatta e il cancelliere al computer in un tavolo adiacente pareva avere esaurito tutti gli stratagemmi per fare finta di avere qualcosa da fare. In soccorso a questa sua indecisione arrivò quasi trafelato un collega di un’altra sezione dicendo che doveva comunicargli urgentemente qualcosa.

Stupito e in parte momentaneamente sollevato lo assecondò facendo un cenno al collaboratore per fargli capire che avrebbe dovuto smammare temporaneamente, cosa che costui fece senza richieste di ulteriori precisazioni e poi disse al nuovo arrivato di accomodarsi e di spiegarsi. E la spiegazione lo stupì non poco. ColuiIlQuale in persona si trovava negli uffici per parlare direttamente con lui. A questa notizia il suo cervello si rimise in moto, il poliziotto che era in lui ritornò in servizio e con la massima cortesia e sollecitudine ordinò al tipo di fare accomodare ColuiIlQuale nel corridoio e dirgli che lo avrebbe ricevuto immediatamente.

ColuiIlQuale Immagine d’archivio

L’idea iniziale, solo per uno sfizio di verifica, era quella di mettere uno di fronte all’altro ColuiIlQuale e il Dabbono, giusto per vedere che faccia avrebbero fatto e se fosse emersa una connessione. Sospetti labili e praticamente inconsistenti ma nella sua ottica erano tentativi che non costavano nulla e che andavano fatti, vista anche la disponibilità dei soggetti. Il suo collega uscì, gli diede il tempo di scomparire nelle sue stanze e poi si affacciò nel corridoio, ColuiIlQuale stava proprio lì e pareva ignorare il Dabbono, il quale neanche lo aveva riconosciuto e se ne stava cupo ad attendere il suo turno, d’altronde ColuiIlQuale, sebbene notorio nell’ambiente della politica, non era una figura di rilevanza nazionale e raramente compariva nei notiziari per brevissime interviste e/o opinioni di interesse attuale; la migliore condizione per gestioni sottobanco, la posizione “defilata”. Trovò una scusa per passare davanti a loro e osservarli meglio, li osservò di nuovo ritornando da qualcosa di cui non aveva affatto bisogno e riscontrata la totale estraneità che mostravano l’uno nei confronti dell’altro, rientrando nel suo ufficio disse un «Prego!» all’indirizzo di ColuiIlQuale il quale si alzò sorridente come se si fosse trovato dal barbiere invece che in presenza di un magistrato inquirente sulle sue faccende.

Quella frase banale che si sente spesso nei film e nei polizieschi di taglio comico, quella frasetta «Io so che tu sai che io so», risuonò di certo nella testa di entrambi, ora la partita si faceva impegnativa, e il dott. Romeo Febo Gridero mai avrebbe sperato tanto, questa era quasi una conferma, certamente non una prova, ma segnava una buona direzione presa dalla vicenda senza che dovesse muoversi dal suo ufficio, bastava non montarsi la testa, le parole andavano pesate con il bilancino del tartufaio. I salamelecchi e i «Qual buon vento» si sprecarono, poi un “dunque” tentò di farsi strada. Un “dunque” molto contorto e circospetto ma se ci si vuole far capire qualcosa bisogna mettere in gioco. ColuiIlQuale tentò la carta del Salvatore della Patria, nel contesto il salvatore della Mina, fingendo un’ingenuità così realistica che il dott. Gridero dovette trattenersi parecchio dallo spanzarsi dal ridere ma le cose erano serie e gli toccava stare a sentire quella ramanzina e per di più prenderla sul serio, perché contro quel tale non aveva uno straccio di prova, di meno, non aveva un briciolo di nulla, tolto il fatto che la potenza del soggetto avrebbe potuto annerirgli l’esistenza quanto basta per un paio di ulcere, per cui, nell’esposizione dei fatti versione Salvatore della Patria, si attenne al classico “buon viso a cattivo gioco”, ficcando qua e là qualche sarcasmo appena appena percepibile.

– Ci sono cose – esordì ColuiIlQuale dopo i preliminari di rito – che un politico non dovrebbe fare, cose nelle quali non si dovrebbe immischiare ma a volte ci sono delle emergenze che nemmeno la forza pubblica potrebbe risolvere con profitto e senza pericoli.

Il dott. Gridero lo ascoltava con un’aria seria tentando di nascondere il divertimento, e in una pausa si limitò a dire:

– Continui, la sto ascoltando – ColuiIlQuale proseguì.

Chinese mask

– Stamane, con una certa urgenza, un mio collaboratore – e qui il dott. Gridero, richiamando alla mente l’incontro più che sospetto fra il tipo che aveva davanti e il Cazzarola Walter nei locali pubblici della Wanda Brigonzi, pensò che se fosse possibile provare questa collaborazione per il politico testé dissimulante tracotanza sarebbero stati problemi seri – mi ha fatto presente una richiesta decisamente fuori da ogni protocollo, una richiesta che ancora non ho capito bene da dove fosse pervenuta ma mi pareva buona cosa verificare senza fare intervenire la forza pubblica… deve capire che nella mia posizione posso mettere in movimento qualcuno, un po’ qui e un po’ là, senza strafare beninteso. Il problema riguardava una giovane, studentessa alla facoltà di lettere e filosofia…

– Come si chiama questa giovane? – lo interruppe il dott. Gridero fingendo il più genuino disinteresse e il più alto rispetto.

– Ah sì, certo… si chiama Mina, Mina Calludole. Oh, naturalmente non c’è nessuna relazione fra me e questa signorina…

– E naturalmente nemmeno c’è mai stata – lo interruppe il dott. Gridero alludendo al soggiorno pomeridiano della filosofa in un villino pseudo-agreste, mantenendo la più seria e attenta espressione nei confronti di ColuiIlQuale e fissandosi bene in mente il nome della ragazza che certamente era quella cui stavano cercando di dare un volto e un nome insieme con il commissario Bellosi, trattenendosi al contempo dall’appuntarsi il dato anagrafico per non turbare lo stato di falsità prolissa di ColuiIlQuale, perché nel suo lavoro è dalle menzogne che si estrae la verità.

– Naturalmente – incassò ColuiIlQuale – Ora, vede, siccome ho chiesto a certi colleghi e amici del Comune di Monza di fare accertare la cosa dalla Polizia Municipale devo mettere in chiaro che qualche piccola azione, che potrebbe essere fraintesa per abuso, è stata da me richiesta per appurare la verità di questa vicenda. Non farà fatica a capire che una persona nella mia posizione prima di esporsi deve fare certe verifiche.

Il dott. Gridero cominciò a pensare che per la sua inchiesta questo era un passo falso, questo tipo con la sua astuta ingenuità gli stava mettendo le carte all’aria, questo aveva subodorato parecchio, se non tutto, e se n’era venuto bellamente a scodellare una versione che egli avrebbe dovuto accettare in blocco per mancanza di riscontri in senso contrario; qualcuno doveva averlo informato a dovere che una specie di bomba inquisitrice stava per essere sistemata fra le attività della sua esistenza ed ora stava cercando di smontargli davanti al naso l’ordigno prima che gli esplodesse in faccia. ColuiIlQuale continuava a parlare, nel silenzio del dott. Gridero, che cominciava a sentirsi un poco spiazzato.

Carte all’aria

– In buona sintesi tutto ciò che ho intenzione di metterle in chiaro è che, sebbene mi sia avvalso della collaborazione di personale di un ente pubblico, tutto ciò è stato a fin di bene e questo può essere dimostrato dal rapporto che certamente hanno fatto gli agenti della Polizia Municipale di Monza circa questo intervento presso una struttura protetta. Il resto, beh, il resto è tutta una cosa quasi banale…

– Questo lo lasci decidere a me – disse autoritario il dott. Gridero – Per esempio, per quale motivo questa giovane sarebbe stata in pericolo in quella che lei ha definito una struttura protetta?

– Vede… la nomea di struttura protetta – e ColuiIlQuale fece un’espressione saccente e maliziosa ad un tempo – è da prendersi in senso nominale, in realtà vi vengono alloggiate persone che tentano di uscire da situazioni pericolose o al di fuori della legge, naturalmente nulla a che fare con il crimine in grande stile ma una persona perbene in un posto come quello è fuori luogo e le posso garantire che questa Signorina Calludole è davvero una persona ammodo e ci è finita a causa di certe amicizie, di cui non sono a conoscenza ma che mi sono state descritte come davvero pericolose, per cui, dietro pressanti richieste di conoscenti, sa come succede…

– No, a dire la verità non lo so come succede e mi piacerebbe saperlo. Per esempio, potrei sapere come si chiamano questi conoscenti che le hanno fatto una tale richiesta?

– Beh, questo potrebbe non essere semplice da dire. Come può facilmente immaginare nella mia professione si viene a contatto con molta gente, certe richieste pervengono tramite portavoce, non direttamente dall’interessato, sa… un po’ devo cautelarmi e al contempo fidarmi dei miei collaboratori. Molte volte non si fanno nomi, sono cose che emergono all’urgenza vuoi per amicizia o per alleanze politiche. Questa mattina ho ricevuto una telefonata che non è stata molto chiara al riguardo – il dott. Gridero capì che non avrebbe potuto mai contestargli questa bugia sulla telefonata, dacché ColuiIlQuale, sebbene sulla lista dei Telecom® Services, avrebbe potuto dire di avere telefonato o ricevuto la telefonata sul telefono di qualcun altro e aggrapparsi alle moltitudini di conoscenze e ammanicamenti ad libitum –, poi ho parlato a voce con qualcuno che mi ha garantito la necessità di una mia parola, per un buon motivo si intende, perché la ragazza ora è in un luogo sicuro.

– E dove si trova ora? È possibile palargli?

Chiese il magistrato pienamente convinto e persuaso che codesto ferro andasse battuto finché ancora rovente.

ColuiIlQuale fece un’espressione preoccupata e guardò in faccia il dott. Gridero, poi disse:

– Non vorrei che si spaventasse, sa… la presenza di un magistrato…

– Ma dal momento che non ha commesso nulla e che nulla di male c’è dietro alla sua persona, come lei mi assicura…

– Oh, questo senz’altro. È presso degli amici fidati, l’ho fatta accompagnare presso conoscenti da una mia amica…

– Di Monza? – chiese il dott. Gridero cercando di ficcare nel binomio la maggior quantità possibile di ironia.

– No, qui a Milano, ma è come dire lo stesso paese.

– Oh, non esattamente, come testimonia la differenza amministrativa a cui ha detto di aver dovuto fare appello (con enfasi su “aver dovuto”), ma tutta questa storia monzese dovrà avere dei protagonisti del posto…

– Si, certo; anzi un’amica di lunga data e si è comportata magnificamente nei confronti di questa giovane, che le posso garantire… vede…

– Sì. Sì, capisco – lo interruppe il dott. Gridero con fare vagamente burbero – ma c’è una domanda che vorrei farle per capire tutta questa vicenda, almeno nei confronti di ciò che la riguarda…

– Dica pure – disse ColuiIlQuale sporgendosi in avanti a sottolineare una finta disponibilità e sottomissione congiunta con un sorriso che pareva l’imitazione di un cherubino.

Antonnomi, alias «”» ColuiIlQuale «”» immagine d’archivio (… perché qui i nomi si fanno…)

– Vede Signor Antonnomi… o devo dire Onorevole Antonnomi? – e qui cadde l’anonimato di ColuiIlQuale, perché qui i nomi si fanno ed è ridicolo nascondersi. Il dott. Gridero sapeva che l’Antonnomi non era membro del Parlamento ma volle sondare fin dove avrebbe millantato il suo ego.

– No – si schermì l’Antonnomi alias ColuiIlQuale – non sono ancora parte di quell’élite, “Signor” va benissimo.

– Vede, la domanda che vorrei porle è la seguente – il dott. Gridero si rilassò contro lo schienale congiungendo le mani e guardando l’Antonnomi con uno sguardo bonariamente accigliato – Come mai lei si è presentato qui da me a raccontarmi questa vicenda? Probabilmente non sarebbe mai emersa, nessuno ne avrebbe fatto una questione e come ha detto lei stesso, esistono rapporti redatti da personale di un ente pubblico, quindi è tutto, in certo qual modo, alla luce del sole.

– Non è difficile da spiegare, anche se a dire la verità mi mette un po’ allo scoperto – il dott. Gridero osservava divertito e irritato ad un tempo questi atteggiamenti dell’Antonnomi, che nell’immediato immaginava dettati dal lato schizofrenico della sua personalità, ammesso che ne avesse una a tirare globalmente le fila delle sue azioni –, il fatto è che questa giovane, pur essendo una brava giovane come le ho detto, è stata a suo tempo irretita da un coetaneo in vicende poco confessabili e le sarei grato se lei non insistesse sull’argomento, d’altronde sono cose passate che non hanno prodotto altri guasti se non nella sua vita privata per cui posso dire che ha diritto al vostro disinteresse.

«Come ugualmente stai pretendendo tu, vecchio satanasso» pensò il dott. Gridero mantenendo un sorriso di circostanza, e in un momento di bizzarra fantasia si immagino l’Antonnomi in chiesa intento a fare l’elemosina estraendosi con le pinze una moneta da cinque lire dal taschino del gilè per gettarla nel sacco della questua, con malcelato disgusto.

Copertina di un fumetto di Tex Willer

Ci fu un momento di pausa, l’Antonnomi si guardò intorno nell’ufficio ingombro di carte per ogni dove e cercò di fingere di esser a suo agio quando tutto quello schifo di burocratico disordine lo solleticava ad abbandonare il posto gambe in spalla. Il dott. Gridero cercò di fare rapidamente il punto della situazione, le cose stavano piuttosto a suo svantaggio. Se questo aspirante Onorevole se n’era venuto nel suo ufficio a scodellare questa bella storiella ciò significava una cosa su tutte: le sue indagini erano praticamente pubblicate sui quotidiani, non c’era più nulla di segreto, per lo meno nei confronti di quelli più potenti, quelli che avrebbero fatto il tonfo più sonoro nell’eventuale caduta in trappola ma non poteva nemmeno giocare a carte scoperte, perché gli avrebbero sbarrato la strada con uno stuolo di avvocati, cavilli, difficoltà interne, intrallazzi sulla sua persona e chi più ne ha più ne metta. Ora doveva giocare al loro livello, fingersi il più tonto dei tonti e assecondarli nella speranza di accalappiare qualche dritta per smorzare quella bestia che teneva domata con il Maalox® e proseguire lo scavo della mina sotto quel letamaio per cercare di farlo saltare in aria con tutti quelli che avrebbe potuto coinvolgere. Non era una lotta personale, il dott. Gridero era intelligente a sufficienza per mantenersi distante ma le cose si facevano sempre più difficili e lasciare indietro la propria esistenza nell’esercizio delle sue funzioni gli risultava sempre più complicato ma ancora possibile, aiutandosi almeno con il Maalox® e la Citrosodina®. La vicenda andava mantenuta viva e l’unico e più importante aggancio era rappresentato da questa “giovane” che era proprio curioso di vedere di persona, almeno per farsi un’idea del tipo e di eventuali relazioni con quel Cazzarola, che poteva rappresentare l’anello mancante fra l’evoluzione criminale dell’Antonnomi e la sottospecie delinquente comune.

Copertina di libro (antico)

– Dove ha detto che ha fatto accompagnare questa giovane?

– Oh, da un amico, un giovane stilista di moda che ha un atelier di sartoria nel quartiere Vittoria–Forlanini, nei pressi del centro. Ci sono sempre delle ragazze nel suo laboratorio, sarte, modelle, clienti, ho pensato che si sarebbe sentita a suo agio.

L’Antonnomi disse questa frase con l’intonazione e l’atteggiamento di chi pensa di essere già uscito dal guado, come se si sentisse già fuori dalla porta di quell’ufficio e dal pericolo di quella persona curiosa, ma il dott. Gridero lo stoppò immediatamente.

– Un pensiero carino – ironizzò blandamente il dott. Gridero – sarebbe possibile parlargli? Ora, intendo. – E disse queste ultime due parole come se stesse parlando per bocca di un oracolo severo.

L’Antonnomi fu colto alla sprovvista, non se l’aspettava. Di trovarsi faccia a faccia con Mina in presenza di questo poliziotto d’altura non aveva fatto minimamente conto e non aveva tempo di trovare scuse, gli aveva fornito praticamente l’indirizzo e la disponibilità di trovarla sul posto seduta stante senza alcun alibi. Qualcosa nel suo portamento fu costretto ad imporsi una sottomissione forzata; visibilmente contro ogni sua spontanea volontà, l’Antonnomi fece un cenno di sì con la testa mentre tutta la sua fisionomia reclamava l’esatto contrario, cosa che non sfuggì minimamente al sottile, sadico e momentaneo piacere del dott. Gridero.

– Presumo che lei sia venuto in macchina – lo incalzò il dott. Gridero.

– Mi sono fatto accompagnare, mi stanno aspettando.

– Non le farò perdere molto tempo ma è necessario che facciamo due chiacchiere con questa giovane, per il bene di lei intendo, altrimenti una persona della sua importanza non si sarebbe scomodata a venire in questi uffici a bell’apposta. Possiamo usare la mia macchina, sarà questione di un’oretta al massimo, può dire al suo accompagnatore di seguirci presso questi suoi amici.

– Non sarebbe un problema – acconsentì nuovamente controvoglia l’Antonnomi – ma nella mia posizione si hanno sempre un sacco di cose da definire, di argomenti importanti da discutere e volevo cogliere l’occasione di parlare con questa persona durante il tragitto, credo che per lei non sarà un problema seguirci con la sua vettura, così poi ciascuno sarà autonomo.

Il dott. Gridero interpretò questa mossa come una svicolata bell’e buona, che non gli piacesse la sua compagnia era una cosa ovvia, forse c’era però qualcosa d’altro. Forse voleva evitare di farsi vedere in una troppo ravvicinata frequentazione con qualcuno che di certo stava cercando di tanare lui insieme con i suoi amici e questi non gli avrebbero perdonato una tale fraternità col nemico. Il dott. Gridero meditò se non fosse il caso di insistere per far salire l’Antonnomi in macchina con lui e magari farsi notare per creare un vuoto attorno alla sua preda ma si ricredette convincendosi che si sarebbe scoperto troppo insistendo su questo e avrebbe suscitato inutilmente ire e sospetti a coalizzarsi ulteriormente contro le sue indagini, forse era giusto così per il momento, il cane in una macchina e la lepre in un’altra, l’inseguimento sarebbe continuato.

Segugio italiano … … … lepre

Si alzarono entrambi e presero la direzione del corridoio, dove stava ancora seduto sulla panca il Dabbono, quieto e rassegnato. Quando li vide uscire li guardò dal basso in alto e il dott. Gridero si scusò con lui per averlo fatto attendere inutilmente ma aveva un impegno improrogabile e gli chiese se non fosse troppo disturbo per lui attenderlo sul posto, sarebbe rientrato entro un’ora, oppure in alternativa, gli disse, che stato sarebbe eventualmente disponibile per l’indomani mattina fra le nove e le undici, in un momento a sua scelta. La pavidità di Bonbon non ebbe cuore di negarsi né di tentare scuse, si capiva lontano un chilometro che moriva dall’impazienza di scoprire fin dove il suo perbenismo fosse stato intaccato e accettò di aspettare accennando un sì con la testa e optando con voce sommessa per la non breve attesa lasciandoli sfilare in direzione dei corridoi che si snodavano verso l’uscita. Il dott. Gridero registrò mentalmente questa docile disponibilità come una mezza confessione di qualcosa che ancora non conosceva ma di cui aveva certi presagi e fece strada all’Antonnomi andandolo per innanzi.

Prossimamente il ventinovesimo capitolo