Una storia italiana – Romanzo a puntate (45)

romanzo a puntate (45)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XLV°

(45)

Milano

Lunedì, 23 Luglio 2001

Lunedì mattina in facoltà non c’era movimento, però buona parte del gruppo che il giovedì della settimana precedente si era seduta sul prato di Largo Richini ad ascoltare opinioni in libertà di Trifarro era presente e c’era pure Fosco Trifarro, rientrato da Trieste il giorno prima e aveva un’espressione fra il rimbambito e l’irritato, non si capiva se era stanco per il viaggio del giorno prima o se era irritato per motivi suoi e che si poteva solo tirare ad indovinare quali potessero essere.

Illiria

Il precario si era reso disponibile in un’aula vuota senza chiedere niente a nessuno dell’amministrazione in cui avevano lentamente trovato posto alla spicciolata l’Oscuro alias lo Scuro, taciturno come al solito, Dott. Cynicus, che indossava occhiali da sole al chiuso ed era una cosa inedita per lui ma nessuno osò farglielo notare né lo stuzzicò con ironia a buon mercato. Poi Germano, che entrò quando già Dott. Cynicus e lo Scuro alias l’Oscuro erano già seduti e distanziati, Argia e Zaira, che entrarono in coppia sotto lo sguardo scrutatore di Germano che le sbirciava alternativamente prima una e poi l’altra come se volesse capire quali tracce avesse lasciato la frequentazione del Prof., ma desistette subito per la tristezza dell’argomento e perché non erano proprio affari suoi, anche se magari il Prof. avrebbe potuto eccedere un pochetto nella valutazione di qualche esame dell’Argia, ma tant’è così va il mondo, e anzi, guardando le cose al contrario si reputava fortunato a non avere incontrato un Prof. con gusti particolari e che a causa di ciò gli avesse messo gli occhi addosso, perché nel caso avrebbe preso brutti voti in sequenza.

Poi arrivò Sandro, che si sedette a fianco di Dott. Cynicus ma questi pareva non cagarlo proprio e se ne stava zitto dietro a quei Ray-Ban® a pera dalle classiche lenti verdi. Entrarono Mina, Cesira e Irma che parlottavano far di loro e si sedettero vicine continuando una conversazione che pareva escludere ognuno dei pochi presenti, visto che non li degnavano di uno sguardo. Germano ebbe un lieve sussulto, sentiva che sarebbe arrivata, la osservò cercando di non destare particolare attenzione poi desistette anche se lei per un istante sembrò cercare e incrociare il suo sguardo, un brevissimo momento in cui Germano si sentì sprofondare e poi lei e le altre ragazze continuarono la conversazione come se nulla fosse. Gianni e Mario non sarebbero venuti, di certo erano fuori Milano per sollazzi propri, Germano si accorse dell’assenza di Bonbon, non che si sentisse preoccupato per lui ma solitamente era sempre presente e in virtù delle sue propensioni l’ipotesi che avesse esagerato con qualcosa non era del tutto fuori luogo ma a tale scopo c’era il pronto soccorso, non sarebbero stati affari suoi.

L’atmosfera era strana, quella piacevole quasi spensieratezza del giovedì scorso era svanita irreparabilmente e senza che nessuno avesse osato minacciarla apertamente o evocarla in maniera sfrontata per farla evaporare nel nulla come accade ad ogni cosa fragile e lieve; qualcosa di strano accomunava i presenti senza che osassero farne menzione, ognuno pareva chiuso nel suo mondo, anzi di più, arroccato a difesa di qualcosa di sconosciuto. Nessuno dei presenti, di quelli che sapevano o potevano dire di essere a conoscenza di qualcosa di più, si perse troppo a considerare Mina, anzi nessuno se la filava punto e d’altronde che cosa era successo? Un falso allarme? Una presunzione da parte di Germano di avere capito qualcosa e di avere subodorato un sospetto che non avrebbe fatto altro che alimentare altri sospetti, su di lui magari? Il precario Trifarro Dott. Fosco fingeva indifferenza pure lui e non si sognò nemmeno di andare a chiedere aggiornamenti a Mina o ai suoi compagni, ora sparsi e indifferenti come non mai, tutta l’eccitazione che era stata messa in moto la settimana precedente era scomparsa, di più, annientata dalla realtà, ciascuno pareva volere apparire come il re di se stesso ma ad una più attenta osservazione ciascuno sembrava un cane bastonato, una realtà incomunicante e per molti versi incomunicabile li aveva raggiunti e avvolti, tranne lo Scuro alias l’Oscuro che non pareva mutato in nulla, vuoi perché nella sua solita scarsa loquacità c’era poco da variare. Sandro invece appariva eccessivamente garrulo agli occhi sospettosi di Germano e lo trovò losco come nessun altro al mondo; stuzzicava sovente Dott. Cynicus come se volesse estorcergli un certificato o un attestato di simpatia eterna mentre il Cusani pareva non filarselo punto e si ostinava a stare fisso dietro a quelle lenti a pera verdi o a girarsi lentamente come una civetta senza che si capisse chi o cosa stesse guardando; pareva una riunione di estranei, ma dopo tutto erano semplicemente studenti e non erano nemmeno in relazione di parentela, condizioni sufficienti per non sentirsi obbligati a nulla.

Copertiona di libro

Trifarro pareva concentrato su certi suoi fogli o appunti, non era ben chiaro lo scopo di questa seduta, auspicata ma non preventivata e organizzata improvvisamente in quel lunedì senza che nessuno avesse programmato o concordato nulla, eppure qualcuno s’era presentato e certuni avevano qualche domanda da porre ma non pareva esserci fretta da parte di nessuno, c’era nell’aria come l’attesa, o forse sarebbe stato meglio definirla speranza dell’arrivo di qualcun altro ma dalla porta nessuna si faceva più vivo da un po’ di minuti.

Germano si guardò all’intorno e constatò come, sia lui che i suoi colleghi, si fossero sparsi a distanze più o meno equivalenti gli uni dagli altri, come quando si entra in una sala d’attesa e nello spazio disponibile ci si pone alla maggiore distanza possibile da altri individui, per la propria e per l’altrui riservatezza, in virtù dell’abbondanza di posto; Germano però non ne vedeva i motivi, e per le frequentazioni reciproche, che non si potevano definire occasionali e per la recente serata al Sole Nero, dove la simpatia generale aveva trionfato, nonostante il finale imprevisto. Però in quel momento, lì in quell’aula, per il recente mutamento di Sandro nella sua opinione e per il ricordo delle telefonate a vuoto al cellulare di Mina fino al sabato sera – perché poi domenica aveva desistito in preda ad uno sconforto generale e una delusione verso il genere umano nel suo complesso -, per tutta l’agitazione provocata per scopi e motivi che non conosceva e forse non desiderava nemmeno conoscere, non si sarebbe accostato a nessuno dei suoi colleghi senza avere un motivo valido e una o più domande precise da porre e strettamente di ordine universitario e/o per motivi di studio.

Si domandò che cosa potessero avere percepito o intuito, o peggio ancora conosciuto in maniera maligna tramite il solito “si dice” quelli che non erano stati coinvolti direttamente come Claudio e Sandro, oppure l’Alfeo che era stato messo a parte solo di dettagli marginali, e pensò che la cosa non gli apparteneva più, era una questione che non faceva più parte della sua esistenza, benché se fosse stato possibile, se solo ne avesse fiutato la possibilità di un esito positivo, avrebbe cercato di rattoppare la sua relazione con Mina, poi a seguire magari anche con il resto del mondo, che aveva assunto un aspetto sinistro. Ripensò alla giornata trascorsa a Genova, in compagnia di un sospetto (ampiamente sospetto) informatore della polizia, rivide l’atteggiamento di Sandro, per tutto ciò che poteva ricordare di quella giornata, e per la plateale e pressoché sincera dimostrazione di amicizia nei suoi confronti e nei confronti di Claudio ebbe quasi orrore delle capacità umane di dissimulare, fingere, mentire, ingannare. Ripensò ai pericoli corsi, all’inseguimento subito per colpa di un madornale fraintendimento da parte di un collega del Sandro e pensò che essendo praticamente coinvolto anche lui la cosa, che era già passata nel suo personale dimenticatoio, sarebbe rimasta cosa morta anche per le forze dell’ordine e a dire la verità non gliene fregava nulla, non era più la questione di soprassedere o meno, era ormai una situazione di oblio reattivo, in cui cercava di dimenticare con rabbia qualcosa che non voleva andarsene dalla sua mente, perché avrebbe trascinato anche molte cose che aveva reputato degne di essere ricordate.

Ad un certo punto Trifarro si schiarì la voce, più che altro per richiamare l’attenzione, che fu immediata e totale da parte degli otto presenti, il suo sguardo vagò un po’ all’intorno e senza che lo dicesse apertamente notò la sparigliatura dei presenti, con una certa attenzione osservò Mina, Sandro e Germano per qualche istante escludendo momentaneamente gli altri dalla sua attenzione, considerò il Cusani per un momento ma lo schermo degli occhiali da sole fece deviare immediatamente il suo sguardo, poi abbassò gli occhi come se si fosse rassegnato a qualcosa che non avrebbe accettato ma su cui non aveva alcuna giurisdizione e su cui non avrebbe fatto commento alcuno, né avrebbe posto domande; la strana gita che gli avevano fatto fare a Trieste in quel fine settimana non solo gli aveva guastato pianificazioni che aveva in mente da tempo ma gli aveva fatto balenare più di un dubbio sulla pressante sollecitudine a cui era stato sottoposto per smuovere le sue chiappe da Milano e trasportarle in Illiria per sostituire un professore con cui non era nemmeno in particolari rapporti di collaborazione e per un convegno che sfiorava soltanto la sua specializzazione, per giunta al ritorno nessuno lo aveva contattato per chiedergli qualcosa, una relazione, un’opinione, un’impressione, nulla; era andato a Trieste, ci era restato come indicatogli e poi se n’era tornato a Milano come se avesse fatto una breve vacanza.

Il dubbio di avere pestato i calli di qualcuno e gli interessi relativi, probabilmente consistenti vista la pressione e la sollecitudine, era per lui quasi una certezza ed ora in presenza della Calludole provava strane e contrastanti impressioni, per non dire dell’ingenuità dei di lei colleghi che lo avevano messo in moto e che lui, altrettanto ingenuamente aveva aiutato. Ripensandoci però non aveva nulla da rimproverarsi, se si fosse ripresentata l’occasione probabilmente si sarebbe comportato alla stessa maniera e si convinse che con quella mentalità sarebbe diventato professore titolare soltanto qualora ci fosse stata una moria generale fra il corpo docente, cosa che non era il caso di preconizzare né di augurarsi. Sandro prese la parola per dire che c’erano domande circa ciò che aveva detto giovedì scorso in Largo Richini, Germano si voltò a considerarlo e il suo atteggiamento gli parve lievemente al di sopra del suo normale, percepiva un certo disagio nel modo in cui si era espresso e nell’atteggiamento generale che teneva nell’attesa della risposta da parte di Trifarro, ebbe la sensazione che fosse come lievemente agitato ma non essendoci alcuna peculiare situazione palesemente in atto si convinse che era solo una sua impressione, che nessun pungolo interiore stava costringendo il suo collega ad atteggiamenti incongrui, d’altronde se il soggetto era riuscito a conquistarsi la loro fiducia nonostante la sua doppiezza qualche risorsa extra doveva averla per tenere sotto controllo l’anima nera che albergava nella sua coscienza sdoppiata.

Locandina di film

Gli parve perfino di percepire un suono doppio nella sua voce, come nei film horror dove i mostri si esprimono con tonalità bivocali o multivocali, ma richiamò all’ordine la sua fantasia, aveva già sperimentato la difficoltà di fare venire alla luce la torbida realtà dei perfidi sentimenti e non si faceva illusioni in merito, anzi si persuase che nel prosieguo della sua esistenza, per intenderci l’esistenza personale del Sandro al secolo Sandro Marzenit, quella collaborazione segreta con le FFOO gli sarebbe stata ripagata in termini di carriera e di progresso nell’ambito di qualunque professione avesse avuto l’opportunità di intraprendere. Smorzò intimamente ogni pensiero di ripicca o rivalsa e si dispose ad ascoltare passivamente e perfino a contribuire con commenti e/o domande nel caso gliene venissero alla mente, ma senza troppo entusiasmo. Ebbe quasi un conato di vomito quando lo sentì tirare in ballo il “suo amico” Cusani, che si voltò verso di lui senza togliersi quei Ray-Ban® verdi con le lenti a pera con un’espressione immutata di passiva tristezza. Il Marzenit si rese conto di avere esagerato con la confidenza davanti a tutti e fece un sorriso di circostanza velato da un lieve imbarazzo nell’attesa che Trifarro riempisse quel vuoto immenso che aveva creato egli stesso nel magro uditorio. Trifarro si dispose a sentire le domande.

– Bene… sentiamo.

Ci fu una serie di piccoli scricchiolii e di aggiustamenti sulle rispettive scranne da parte di alcuni nel breve silenzio che seguì l’esordio di Trifarro, Sandro confabulò un po’ con Dott. Cynicus, dal cui breve conciliabolo Germano si fece l’idea che il Cusani non era a conoscenza dell’attività collaterale del “suo amico”, se era triste o stava sperimentando un momento di malinconia lo era per fatti suoi. Come sobillato o istigato e in un tono annoiato il Cusani quasi scusandosi per l’ardire di porre domande disse:

– Con tutto ciò che ha detto giovedì scorso non si è capito molto di specifico…

– Per esempio?

– Manca un senso di unità, senza contare altre cose che sarebbero da dettagliare.

– Riguardo al senso di unità potremmo aprire una discussione in merito e anzi ve ne parlerò direttamente, poi per il resto se ci sarà tempo vedremo.

Trifarro aprì una cartella da cui estrasse alcuni fogli e si dispose a rispondere alla domanda di Dott. Cynicus. Germano prese un blocco per appunti dalla sua tracolla posata a terra e nel farlo venne a trovarsi più o meno rivolto nella direzione di Mina, della cui presenza di lato alle sue spalle era sempre stato consapevole e allo stesso tempo in qualche modo distratto al solo pensiero e non si trattenne dal guardare verso di lei nel breve momento che il gesto di chinarsi a prelevare quegli oggetti gliene aveva offerto l’occasione, e i loro sguardi si incontrarono. Ebbe la certezza che la cosa non fu del tutto casuale, si convinse che anche lei cercò di non perdere l’occasione di incrociare il suo sguardo, fu quasi certo che nel campo visivo di Mina quell’occasione di guardarlo in volto era stata colta a bell’apposta e in quel breve istante, in cui mise tutta la sua arte di fingersi indifferente e trattenere la voglia di correre da lei a chiedergli di uscire di lì e ricominciare qualcosa di nuovo o dimenticare quello che era successo si sentì davvero triste, per se stesso, per Mina, per quel cretino di Sandro che faceva pure il simpatico, per Trifarro, che a causa loro era stato sbattuto fuori Milano come un appestato, o almeno questo era il dubbio che si era formato dalle notizie fornitegli il sabato mattina dall’Oscuro alias lo Scuro e dai commenti successivi, a cui – ora gli veniva in mente – Sandro aveva contribuito con la sua faccia simpatica da BDdLC. Si domandò se Mina fosse a conoscenza o se sospettasse questo genere di atteggiamenti in alcuni suoi colleghi e rifiutò di rispondersi, nella concezione che si era formato circa la situazione attuale più di qualcuno stava perfettamente rinchiuso nella sua esistenza a rincorre interessi propri e in certa parte contrastanti con quelli di certi altri e il resto viveva come in bambola, chi a inseguire un sogno gotico, chi a fuggire da un Cinese o chissà forse a rincorrerlo, chi a perseverare in lezioni amorose in alberghetti di basso rango…

Trifarro parlava, Germano prendeva appunti, annoiato, perso fra queste sue ubbie e tristezze, si sentiva come un meccanismo, senz’anima e senza scopo. Dopo una lunga tirata di Trifarro Alfeo pose un’altra domanda.

– Riguardo alla fine della storia, non credo che sia possibile affermare che termina con la fine della lotta fra il servo e il signore, di cose ne sono successe da quel momento in qua…

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Germano lo osservò parlare e la sua ingenuità in parte lo rasserenò e in parte lo inquietò; si convinse che la buona fede è il terreno di coltura per ogni gesto atroce, che la storia non finisce affatto, almeno fintanto che ci saranno dei pirla da maltrattare, da circuire, da convincere, subornare.

Trifarro aveva scartabellato un momento fra certi suoi appunti, più per un gesto nervoso che per consultarli per davvero, più per richiamare idee che aveva già chiare in mente e volesse avere una scusa per cercare un momento di concentrazione per individuare le parole giuste; si prese il suo tempo in un breve silenzio dopo avere abbandonato quei fogli sul tavolo che aveva davanti fissando per un istante un punto inesistente davanti a lui poi riprese a parlare per rispondere ad Alfeo.

Germano continuava a prendere appunti ed ascoltava cercando di dimenticare sé stesso sapendo che non è possibile, ma tentare di distrarsi è almeno attuabile, benché sentisse la presenza di Mina alle sue spalle e gli pesasse l’obbligo di doverla ignorare per convenienze personali e sociali. Improvvisamente desiderò di essere fuori da quell’aula, lontano da tutto e da tutti, desiderò che Trifarro dicesse che la conferenza era terminata e che nessuno avesse più domande da fare, desiderò che gli eventuali convenevoli di rito fossero già stati celebrati e/o scambiati in maniera indolore e frettolosa per potersene allontanare senza conseguenze e senza rimpianti, ma un rimpianto ce l’aveva. Non riusciva a darsi pace per il fatto di essere stato praticamente ignorato da Mina da quel giovedì sera che nella sua memoria pareva ormai un ricordo lontano e benché se ne stesse facendo una ragione, poiché certe cose capitano dappertutto e con una certa frequenza, non riusciva a darsi pace dell’improvvisa e totale distanza che la ragazza aveva messo fra lei e lui e questa domanda avrebbe cercato di porgliela prima di rientrare definitivamente nella sua personale esistenza.

Si domandava che cosa avesse potuto fare in suo danno che l’avesse fatta decidere a prendere le distanze da lui così all’improvviso, poi si rassicurava pensando che volesse soltanto restare per i fatti suoi per non scoprirsi troppo nei suoi confronti e per estensione anche nei confronti dei loro colleghi e amici (?), pensò che qualunque cosa fosse accaduta nella sua adolescenza a lui non sarebbe importato alcunché, che l’avrebbe accettata comunque come amica e come qualcosa di più di una semplice amica, nel ricordo della dolcezza che gli dimostrava nell’intimità e per la perspicacia e simpatia che gli dimostrava quando erano da soli o in compagnia. Poi questi ricordi e pensieri si affievolivano, perdevano quel convincimento e si tratteneva dal voltarsi per verificare una certa perfidia che, ci giurava, stesse covando da sempre in quella giovane e bella ragazza, che le aveva nascosto una discreta fetta di certi suoi trascorsi dei quali forse non gli avrebbe mai chiesto una confessione completa ma almeno una sommaria definizione ad uso e consumo della loro amicizia pensava di potersela meritare, e invece niente, quella s’era tenuta i suoi segreti, le sue paturnie e i suoi intrallazzi fregandosene di tutto e di tutti. Si stupiva di come potesse pensare queste cose mentre nel frattempo ascoltava Trifarro e perfino prendeva appunti, magari non con una continua attenzione ma sufficiente a non perdere il filo dell’argomento, come se cuore e cervello fossero per davvero due entità distinte e incomunicanti.

Trifarro giunse al termine delle spiegazioni richieste e pareva avere una certa fretta di togliere il disturbo, nessuno aveva più domande da porre e in considerazione dell’uditorio di otto persone la cosa non parve strana a Germano. Quando Trifarro cominciò a raccogliere i suoi appunti e a riordinare il tutto per rimetterlo nella borsa Germano pensò che avrebbe dovuto affrontare Mina per sapere, farsi un’idea, non proprio capire, perché era convinto che quella ormai non gli avrebbe fatto capire alcunché ma cercare di intuire una spiegazione gli sarebbe stato sufficiente, quanto ai colleghi ed amici (?), beh… non esistevano più i presupposti per una stretta confidenza e frequentazione, benché per certuni più ingenui e genuini provasse ancora una sincera amicizia. Gli dispiacque parecchio per Fosco Trifarro, che si era sbattuto per loro e probabilmente ci aveva anche rimesso una quantità di reputazione davanti a certi suoi colleghi e superiori ma non se la sentì di andargli a parlare per poi evitare argomenti riguardo ai quali non avrebbe saputo cosa dire di preciso e soprattutto cosa evitare di dire, chinò la testa e se ne andò.

Quando si voltò per dirigersi all’uscita, rialzando il capo vide Mina che stava attraversando la porta e affrettò il passo per raggiungerla e porre termine a questa tortura per lui sentimentale, mentre per lei forse si trattava d’altro. Gli altri erano già usciti tutti tranne Alfeo che era andato a parlare con Trifarro.

La raggiunse in Via Del Perdono, era da sola, Cesira e Irma se n’erano già andate, forse Mina prevedeva di dovergli parlare, forse le sue amiche avevano intuito, perché certe cose si capiscono e comunque le donne le intuiscono prima. Si era voltata e lo stava aspettando nella fetta d’ombra a ridosso dell’edificio della facoltà, sorrideva, anche lui cercò di sorridere ma il sorriso gli veniva male. Quando furono uno di fronte all’altra un improvviso silenzio e imbarazzo prese corpo nei loro atteggiamenti, Germano capì immediatamente che non ci sarebbe stato un seguito ma quello che non riusciva a capire era una strana luce negli occhi di Mina che ostentava una sicurezza e una nascosta baldanza che non gli aveva mai riscontrato, capì che un cambiamento era intervenuto e che lui non ne faceva parte. Le disse:

– Tutto bene spero.

– Tutto bene – come se non fosse successo nulla e si ritrovassero fuori dall’università come al solito dopo una tranquilla serata in famiglia o con gli amici (?).

Il silenzio prese di nuovo il sopravvento, Gemano era in imbarazzo, voleva chiederle qualcosa che gli consentisse di uscire dalla situazione nella migliore maniera possibile e allo stesso tempo gli permettesse di continuare a frequentare la facoltà senza doversi sentire strano nei suoi confronti, non in colpa o qualcosa del genere, poiché pensava di avere fatto quello che poteva, ma di potersi comportare nei suoi confronti senza rimpianti o senza dovere pensare a qualcosa di spiacevole che lo chiamasse in causa.

All’improvviso Mima disse:

– Guarda, c’è Sandro.

Germano si girò e vide Sandro che usciva dal portone, si voltò verso di loro, li vide e si girò di scatto dall’altra parte senza salutarli. Brutto segno pensò Germano, molto brutto, e peggio ancora Mina non gli fece notare che non li aveva salutati, anzi, se ne stava lì rilassata come se stesse aspettando un addio definitivo e tranquillo, che non si trattenne dal sollecitare.

– Beh… non poteva durare per sempre – disse Mina come se fosse proprietaria dell’eternità.

– Per sempre non rientra nel tempo – buttò lì Germano, senza alcuna aspettativa.

– Cosa vuoi dire?

– Che sarebbe sufficiente capire, nessuno chiede l’eternità.

Mina non disse nulla, cercò di baciarlo sulla guancia ma lui la prevenne e le allungò la mano per un saluto più formale e già distante.

FINE

Qualunque vita umana, per intricata o piena che sia, consiste in realtà di un solo momento: l’istante in cui l’uomo sa per sempre chi è.

Jorge Luis Borges

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