romanzo a puntate (02)

Copyright © Eric Bandini 2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.

Una storia italiana
Capitolo II°
(02)
Milano
Giovedì, 19 Luglio 2001
I Beati Demolitori dei Luoghi Comuni erano riuniti in sessione informale in attesa di notizie del prof. Trifarro, che avrebbe dovuto iniziare un fugace seminario su qualcosa che aveva anticipato come “Storia ipotetica”. Nessuno si era fatto vivo, né Trifarro né l’altro assistente, perché Trifarro di fatto non era un professore, e questi si stavano logorando le meningi per sport su una disquisizione colta al volo fra due passanti che, quotidiano alla mano, discutevano su di un avvenimento di cronaca. Ignorato il fatto di cronaca, di cui non sapevano nulla, né avrebbero potuto non avendo sottomano il giornale, uno di essi si era lanciato a dire che il sintagma “perdere la vita”, come captato al volo dai passanti, era un luogo comune irrazionale, da non usare in nessun caso, tranne che per le notizie in TV o sui quotidiani che necessitano di semplificazioni e frasi fatte.

La questione andava presa con le molle. Alcuni anni di studi universitari avevano insegnato loro che i luoghi comuni sono inestirpabili come la gramigna, riaffiorano sempre da qualche parte e occorreva una attenta disamina per vedere la questione in tutti i suoi aspetti.
Sandro, al secolo Sandro Marzenit, presidente pro tempore in assenza di Laszlo, vero decano e creatore dei Beati Demolitori dei Luoghi Comuni, osservava Mario e Gianni infervorarsi scherzosamente. Questa cosa dei Beati Demolitori dei Luoghi Comuni, o anche BDdLC, lo aveva incluso in questa enclave goliardica vagamente contro voglia. Sandro aveva un anno in più di loro, non solo di età, ma anche di studi. Aveva frequentato per una anno la facoltà di ingegneria, regolare con gli esami come un orologio svizzero e con ottimi voti, poi aveva deciso di cambiare facoltà, suscitando le ire del genitore, proprietario di una fabbrichètta nel varesotto, il quale, al manifestarsi delle di lui intenzioni lo aveva affrontato come un’oca infuriata gridandogli in faccia «Che cavolo me ne faccio di un fabbricante di parole? Qui mi serve un ingegnere, qui si costruisce, qui si fa della meccanica, non della letteratura». Sandro, che sembrava uscito da un tempo precedente e pareva la controfigura di uno studente universitario dell’immediato dopoguerra, nella sua fisionomia esile e con il volto adombrato da rotondi occhiali con lenti discretamente spesse, aveva tenuto duro, ma il genitore pareva non demordere. Poi intervenne la genitrice, a rammentare al suo vecchio che la meccanica sì, magari costruisce, ma il fatto di essere proprietario del futuro lavoro non rende ugualmente proprietari sull’individuo, e così il vecchio aveva demorso latentemente, continuando però a masticare amaro ficcando frecciatine e sarcastiche battute contro il prodotto dei suoi lombi non appena gliene si presentava l’occasione. A guardarlo, Sandro dava proprio l’idea di essere una creatura fuori luogo in un ambiente di produzione industriale, con i linguaggi spicci e sgangherati, con i calendari pornografici appesi negli spogliatoi e nelle officine, questo sì un luogo comune irrazionale e duro da sfatare. Che cacchio c’entrava la nudità femminile con un motovariatore o con una serie di flange, ingranaggi e alberi motore? Questo sarebbe stato un luogo comune da discutere, magari senza riuscire a demolirlo.
Mario si buttava sempre per primo su queste discussioni, ci si divertiva proprio.
– L’affermazione “perdere la vita” non esclude la possibilità di un ritorno per cercarla, e a Milano non si sono mai visti zombie in giro alla ricerca della loro vita precedente, sebbene alcune fisionomie bizzarre all’uscita di certi locali notturni o alcuni figuri della televisione ne lascino il sospetto.
Gianni rintuzzò la sua ipotesi.
– Se la vita l’hai persa non ce l’hai più, e quindi non puoi più tornare indietro a cercarla.
Mario non si arrese.
– “Perdere la vita” sottintende una perdita che non è ancora la morte, che in altro luogo comune si definisce “trovare la morte”, per cui se perdi la vita e trovi la morte allora sei morto, ma se hai solo perso la vita allora non è detto che tu sia anche morto.
Sandro troncò la questione.
– Perdere significa il contrario di vincere, e se hai perso, hai perso, la vittoria non torna. Sarà magari un luogo comune, ma il suo senso è logico: se hai perso la vita hai perso.
Si guardarono in faccia senza parlare. Il divertimento era durato poco questa volta, Laszlo non ne sarebbe stato soddisfatto. Si rilassarono sulla panchina guardando all’intorno la gente affrettarsi sui marciapiedi verso via del Perdono o sul vialetto di Largo Richini, dove erano seduti, alla ricerca di altri spunti per cazzeggiare ulteriormente sui LC (Luoghi Comuni).
Una ragazza passò a grandi falcate davanti a loro, intenta a parlare al telefono e ci tenne a fare sapere al mondo che «Assolutamente no!».
– Questo è ottimo – disse Gianni – chi comincia?
– Premesso che l’unico sinonimo della parola no è no – esordì Mario – la parola “assolutamente” che la precede è pleonastica. La parola “assolutamente” anteposta alla particella negativa “no”, sottintende che se il “no” non è assoluto potrebbe anche essere un sì, e ciò contraddice il carattere olofrastico della particella “no”, che significa sé stessa senza fare riferimento ad altri vocaboli, è una parola “valore”.
– Ma in qualsiasi discorso umano vi è un gradiente di valore. – intervenne Gianni – C’è il gradiente ipotetico “forse”, quello sicuro “certo” e quello “assoluto”, per esempio.
– Allora diciamo che è l’uso arrogante di volere determinare un assoluto, “Assolutamente no!”, a classificarlo come LC da evitare. Chi può permettersi di determinare un “Assolutamente sì!” o un “Assolutamente no!”? Per quello che ne so esiste una teoria della relatività, ma nessuna teoria dell’assolutità.
– Sì, ma tu stai guardando la cosa dal punto di vista del linguaggio, mentre invece va esaminata dal punto di vista del parlante, e allora la anteposizione di “Assolutamente” alla particella valore “No” è una specie di scudo a garantirsi da rivendicazioni in senso opposto, del tipo «Non cambierò mai opinione!».
– Premesso che alla lunga anche i sassi mutano, non sembra un atteggiamento lungimirante. Un semplice “No” dovrebbe bastare.
– Come tu sai, e specialmente in questo paese, i “No” significano sempre dei “può darsi di sì” e/o dei “può darsi di no”, e più precisamente significano dei no per molti e dei sì per qualcuno, per cui se tu metti un cartello davanti ad una porta con sopra scritto semplicemente «vietato entrare», molto presto qualcuno entrerà, e questo stato di cose si è trasferito nel linguaggio, per cui non è più sufficiente dire “No”, ma occorre dire “Assolutamente no”, sperando che conti.

– Ho una mezza idea che questa teoria squisitamente italica non sia poi così vera. Ho una certa convinzione che si stata importata dall’anglosassone “Absolutely no/yes”. Tesi molto difficile da dimostrare, ma non del tutto improbabile
– Intendi dire che possiamo scaricare la colpa di questo luogo comune sugli anglosassoni?
– Temi che staranno svegli a pensarci sopra o pensi che ci bombarderanno di “pizza e mandolino”?

– Stiamo deviando dall’argomento. Il punto sta sull’”assolutamente”, non sul no, che è di per sé totalmente esplicito. Assolutamente no, quindi assolutamente libero da ogni vincolo, absolutus, per l’appunto.
– Ecco qualcuno che conosce il latino.
– Quindi assoluto è pertinente con “no” e con “sì”, è una parola “valore”.
– Sì, ma fa assolutamente ribrezzo – enfasi su “assolutamente” prima di “ribrezzo” – l’assolutamente sì/no, non è nemmeno il caso di dire che è una forma colloquiale, ha sempre un suono alieno quando viene pronunciato. Forse non è troppo remota l’ipotesi anglosassone.
– Ehi, se diciamo che l’origine è anglosassone non facciamo altro che cambiare un LC in un altro, voglio dire, non demoliamo…
– Nessuno sta dicendo nulla riferito ad alcuno im particolare, stiamo parlando di parole. Tu non hai ancora afferrato lo statuto non scritto dei BDdLC.
– Resta aperta una questione, se la parola no e la parola sì, che hanno un valore finito, possono legarsi con l’assoluto, che ha un valore infinito.
– Questa è una non-domanda, non esiste un limite in tal senso.
– Ma un no assoluto è un no in eterno, e di eterno c’è solo l’eternità, non la sua negazione o la sua affermazione.
– Quindi non abbiamo demolito nulla.
– Assolutamente no.
– Cioè, abbiamo demolito sì o abbiamo demolito no?
– Direi che abbiamo demolito. Per dimostrarlo è sufficiente chiedere al prossimo che farà un’affermazione assoluta di provare l’affermazione e anche l’assoluto, anzi, specialmente quest’ultimo.
– Mmh, posta la questione in questi termini sembrerebbe più facile riuscire a mordersi un orecchio voltandosi di scatto … ma non mi sembra la soluzione finale…
– Ehi, guardate chi arriva…
Bonbon camminava verso di loro sul marciapiede antistante la facoltà di legge, pareva provenire da vicolo Santa Caterina, e a quell’ora sembrava proprio uno strano percorso, visto che condivideva un monolocale in tutt’altra direzione.
– Chissà che diaframma oggi… – disse a mezza voce qualcuno del BDdLC alludendo alla variabilità delle pupille di Bonbon, quando e se in assetto “assunzione” oppure “astinenza”.
– Mmh… a quest’ora direi un f4, nonostante il sole azteco.

– Ogni volta che lo vedo mi si apre l’orizzonte. Se ce l’ha fatta lui ad arrivare così avanti nel corso universitario e in regola con gli esami e i crediti ce la posso fare anch’io.
– Sta venendo verso di noi.
Bonbon li aveva visti e si stava avvicinando con passo nervoso e celere, guardandosi intorno con scatti che parevano di sospetto ma che i tre avevano già identificato come una leggera nevrosi da astinenza. Si diresse verso il trio riunito sotto gli alberi vicino a via del Perdono. Questi avevano smesso di parlare e aspettavano che fosse a tiro di voce guardandolo avvicinarsi. Nessuno dei tre osava fare commenti che potessero essere uditi o interpretati da Bonbon, il quale dopo tutto era stato loro d’aiuto, specie nel primo anno accademico quando erano ancora delle matricole e cercavano di scambiarsi consigli ed esperienze e Bonbon pareva uno a posto.
Si fermò in piedi davanti a loro, seduti su di una panchina, e chiese se avessero visto Laszlo. Riposero di no e aggiunsero che lo aspettavano a momenti per la lezione prototipo di Trifarro, ma, aggiunsero, non ci avrebbero scommesso sulla sua presenza, data la sua tendenza a protrarre gli studi indefinitamente finché babbo paga. Secondo loro Lazlo esaudiva pienamente la teoria peterpanesca dell’eterno adolescente che ha trovato il paese di bengodi, il fuori corso più felice che avesse mai varcato l’ingresso della facoltà.
– È esattamente per questo che lo sto cercando – reiterò Bonbon – è nella condizione migliore per risolvere un sacco di problemi non accademici.
Il trio dei BDdLC non afferrò pienamente, ma intuì qualcosa, senza sapere bene cosa, qualcosa di congiungibile all’attività del doping, ma non fecero commenti. L’atteggiamento di Bonbon tentava di mascherare un’espressione che era a loro evidente, si guardava intorno stornando gli occhi di continuo per incomprensibili punti di interesse che pareva vedere solo lui. Sandro lo osservava di sottecchi senza parlare, il nistagmo nel suo sguardo era appena percepibile, ma comunque percepibile, anche dietro le lenti fotosensibili, che si erano oscurate discretamente alla luce di luglio, e anche i movimenti oculari, nei quali metteva un grosso impegno, ad un attento esame non mimetizzavano la situazione. Parve sul punto di allontanarsi verso la facoltà, poi come per un improvviso ripensamento si voltò verso di loro dicendo che la lezione obliqua di Trifarro aveva trovato degli ostacoli in amministrazione, il suo piano di lezione per una “Storia ipotetica” non aveva avuto l’avvallo della direzione né la disponibilità di un’aula, stante anche e soprattutto il periodo balneare, e non di lezioni. Detto questo farfugliò un «Ci vediamo fra dieci minuti» e prese la direzione del civico 7 di Via del Perdono.
La cosa era nell’aria, e non fu una sorpresa per i tre BDdLC. Non era stato dato un orario di lezione, né un’indicazione per l’aula o un luogo preciso. Nel frastuono del temporale pomeridiano del giorno precedente Trifarro aveva semplicemente detto “ci vediamo domattina”, alludendo alla pseudo-conferenza che già da qualche settimana annunciava come imminente, per quanto fuori da ogni canone accademico, quindi era scomparso tra fulmini e saette ed era uscito in strada sotto la pioggia scrosciante. Ora, domattina era stamattina, ma nessun Trifarro era in vista. La voce si era sparsa, il tamtam telefonico aveva raggiunto chiunque del corso potesse essere interessato e altri che semplicemente erano disposti ad ascoltare qualcosa di diverso dal solito. Sandro, Mario e Gianni, per cogenti interessi di comunità, si erano dati appuntamento in anticipo, ma presto altri sarebbero arrivati per questa non lezione, e tutto l’insieme si stava profilando una giornata da buttare. Eppure erano lì, presenti, e altri sarebbero arrivati. Non era la sconfinata fiducia in Trifarro, che dopo tutto era solo un assistente, impegnato e ben disposto certamente, ma solo una figura minore per quanto prodigo verso gli studenti.
C’era sotto traccia, da parte degli studenti, quell’atavica consapevolezza discretamente italica di preferire un subalterno al titolare. Non che i docenti non fossero degne persone, nessun dubbio su ciò, ma quando ti rivolgevi a loro ricavavi la sensazione che tu li stessi distraendo da qualcosa di molto, molto importante. Il Prof. Gabborio, per esempio, quando gli parlavi avevi l’impressione che stesse pensando qualcosa del tipo «Spicciati che ho un doppio di tennis!», e qualunque fosse la sua posizione geografica già te lo immaginavi con un piede fuori dalla porta con la borsa delle racchette in mano, e questo unito a un’espressione dello sguardo che pareva ti stesse nascondendo la compassione che aveva di te, come se ti avesse appena dato cappotto a ping pong o qualcosa del genere. Questa sensazione era emulata, quando non eguagliata, dal palese arrivismo di certi assistenti, in buona parte giustificato dalla precarietà della loro posizione che richiedeva, la precarietà, una quieta accondiscendenza verso i personaggi alfa della cultura, per cui il personale assistenziale imitava il distacco accademico limitando le posizioni geografiche di supremazia ai momenti di assenza del titolare, nella consapevolezza di agire in un territorio già marcato.

Germano e Dott. Cynicus comparvero all’angolo di via Sant’Antonio con via Chiaravalle, con loro c’erano Pia e Irma, formavano un piccolo branco disposto a coppie, Germano e Dott. Cynicus precedevano sul marciapiede Pia e Irma, ciascuno confabulava con chi aveva al fianco costeggiando il giardino di largo Richini verso via del Perdono. Gianni chiamò Germano per attirare la loro attenzione, quando si furono voltati verso di lui fece un gesto con la mano di avvicinarsi, scuotendo ripetutamente dall’alto verso il basso il palmo aperto con le dita riunite e distese. I quattro guardarono verso di lui, parvero esitare un istante come a valutare la congruità della deviazione, si guardarono in faccia un attimo e poi si diressero verso i BDdLC. Non era chiaro a chi dovesse essere indirizzato lo pseudo-corso di storia di Trifarro, ma lo si poteva considerare qualcosa a largo spettro di interesse, con la partecipazione, certamente non numerosa, di differenti studenti e di diversi corsi di studi, per cui Gianni aveva dato per scontato che i quattro si stessero recando in facoltà per qualcosa che probabilmente non vi avrebbe avuto luogo o comunque non là dentro e al contempo per informarsi di eventuali ulteriori notizie oltre a quelle nervose di Bonbon, giusto per non lasciare nulla di intentato davanti alla rinuncia di un fine settimana al mare in casa di amici per essere lì con l’intenzione di ascoltare un Trifarro che risultava tutt’ora introvabile. Certamente la mancanza di coordinate precise circa il luogo e l’ora ne aveva mandati in spiaggia parecchi, ma alcuni affezionati erano rimasti a Milano, contando sulla caparbietà di Fosco circa la sua attività di assistente e ricercatore; non risultava che avesse mai dato buca.
Giunti al cospetto dei BDdLC Pia chiese loro che cosa stessero facendo lì, e Mario rispose con una domanda chiedendo se avevano notizie di Fosco Trifarro perché da fonti certe, benché intossicate, sembrava che il meeting non fosse ancora ben definito. Germano e Dott. Cynicus si guadarono in faccia; dalla stessa direzione da cui erano appena giunti Germano vide, oltre la spalla di Dott. Cynicus, Mina e Zaira fare il loro stesso percorso e fece loro un gesto accompagnato da un verso di richiamo per attirare la loro attenzione e convocarle sul posto. L’assembramento divenne in breve sufficientemente popoloso per attivare differenti conversazioni e focalizzazioni e Gianni approfittò della presenza di Dott. Cynicus per aizzare i BDdLC, c’era pubblico per uno show, le migliori condizioni per la goliardia. Dott. Cynicus, il cui motto, almeno quello degli ultimi dieci giorni, era «single for ever», era una costola separata e volontariamente solitaria dei BDdLC. La presenza delle ragazze istigava, mancava un innesco, Dott. Cynicus era facilmente attivabile, ma occorreva trascinarlo su di un piano di discussione frontale, possibilmente con il gentil sesso. L’occasione la propose involontariamente Zaira, rispondendo ad una battuta.
– … secondo la logica delle relazioni … – Gianni colse al volo, e si intromise ad alta voce.
– Sentiamo qual’è la logica delle relazioni secondo Dott. Cynicus.
Più di una faccia si volse verso Dott. Cynicus, sbirciando Gianni di sottecchi, quasi a rimarcare la malizia con cui lo aveva tirato in ballo. Notoria la cavillosità arzigogolata dei BDdLC e dell’irredento Dott. Cynicus, l’uditorio si dispose ad ascoltare. Sebbene i BDdLC fossero una entità ristretta a pochi elementi, la loro attività era conosciuta, e non di rado consultata per semplice divertimento o anche per questioni serie legate allo studio, dopo tutto erano tutti studenti; in qualche modo il gioco andava oltre le intenzioni, nel bene come nel male, e Dott. Cynicus, così come i BDdLC, la maggior parte delle volte gigioneggiavano emulando in comico l’atteggiamento di emeriti insegnanti, ma non di rado creavano di sana pianta. Per qualche sconosciuto motivo Dott. Cynicus doveva avere in mente qualcosa di originale, perché fu colto in controtempo solo parzialmente, squadrò Gianni per un istante, prese il suo blocco per gli appunti e su un foglio bianco a tutta pagina scrisse qualcosa come “F” circa uguale a $ & Dm, ove $ & Dm stavano tra parentesi, più o meno così: ($ & Dm).
– Che sarebbe? – chiese Sandro.
– Sarebbe, in fantasia cinematografica, che la Fedeltà è circa uguale alla somma di $-denaro e Donna-è-mobile, per cui in assenza di costanti definibili, il circa (indice di Dott. Cynicus sul blocco appunti a indicare il segno “circa uguale”) equivale a qualsiasi circa, per qualsiasi condizione …
Sandro, memore delle scuole tecniche e dell’anno di ingegneria se ne venne fuori con un’affermazione nella sua caratteristica voce suadente e moderata colorata di intonazioni gentili quantunque non effeminate o bigotte.
– Mi pare di capire l’assenza di qualsiasi costante nella tua equazione di logica (scimmiottando un poco le tre parole “equazione di logica”), per cui se non attribuisci dei valori la cosa resta completamente oscura.
– Per avere una o più costanti occorrerebbe attribuire dei valori, nei quali l’unico ad essere valutato sarebbe l’essere umano. Che non mi sembra una cosa filosofica.
Dott. Cynicus finì la breve concione e si volse vero Gianni, a cui ora guardavano tutti in attesa di una replica, specialmente le ragazze, che normalmente si astenevano da questo tipo di discussione ma seguivano tutto con estrema attenzione e interesse; Gianni fece un’espressione buffa per trarsi d’impaccio, ammiccando di sguincio a Mario e Sandro per ottenere supporto, Mario guardò prima Pia e poi Irma cercando di attizzare una versione femminile circa l’esposizione di Dott. Cynicus, ma queste restarono salde sul mistero: la voce che ascolta.
Germano disse qualcosa ad alta voce.
– Ehi, arriva Trifarro, con Bonbon e Argia.
Da via del Perdono era sbucato il trio indicato da Germano. Bonbon e Argia ai lati di Trifarro intenti a parlare con lui.
Gianni notò, anche a circa quaranta metri di distanza, che Bonbon pareva più pimpante. Zaira fece un cenno di saluto verso Argia, non appena questa si volse nella loro direzione, e fu ricambiata da un sorriso.

Prossimamente il terzo capitolo