romanzo a puntate (05)

Copyright © Eric Bandini 2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.

Una storia italiana
Capitolo V°
(05)
Milano
Giovedì, 19 Luglio 2001
La cosa era ormai decisa, Germano sarebbe andato a conferire con il Sapienza, i BDdLC con l’aggiunto Dott. Cynicus lo stavano indottrinando rapidamente su ciò che avrebbe dovuto dire, su come comportarsi e cosa evitare, sulla localizzazione della biblioteca della facoltà di Giurisprudenza e sulla posizione del soggetto all’interno del locale, posizione pressoché fissa; occupava quasi sempre lo stesso tavolo e la stessa sedia, da cui la definizione di “ufficio”. Solo Sandro restava in silenzio, intento ad esprimere quello scetticismo di fondo che gli si leggeva costantemente in volto dal quale emergeva per esprimere battute pertinenti quando non anche ironiche, o magari solamente curiose, giusto per dimostrare di essere vivo e presente.
– Ma questo Cazzarola perché diavolo lo chiamano “il Cinese”? Il cognome pare lombardo, o comunque italico.

– Che importanza ha? – chiese Mario sbirciando Mina, quasi si aspettasse una spiegazione da lei.
– Potrebbe averne – rispose Mina con fare seccato, come se stesse parlando a dei bambini –, è uno che può permettersi molte cose al di sopra delle righe, quel genere di cose per le quali uno qualsiasi di noi dovrebbe dare lunghe e penose spiegazioni alla polizia. Comunque, perché lo chiamino così non l’ho mai saputo.
– Ah, bene – disse Germano – stiamo per pestare i piedi a qualcuno che potrebbe troncare le nostre semplici velleità culturali per tutelare i suoi loschi interessi. Perché per essere loschi sono loschi, vero? – e concluse girandosi verso Mina, la quale ebbe un moto di stizza e di sopportazione.
– Ehi, non ci stiamo mica rivolgendo a lui, non sappiamo neanche dov’è, dove vive e cosa fa, a parte Mina, che forse potrebbe illuminarci.
– No, è proprio fuori dalla mia vita attualmente e non ci voglio avere niente a che fare e soprattutto non sono sicura che stiamo facendo la cosa giusta. Quello è il tipo che è meglio non andare a stuzzicare.
– Germano non ha avuto allucinazioni o traveggole uditive, quello che ha sentito si allaccia a qualcosa della tua vita che tu hai confermato, qualcosa la dobbiamo fare.
– Potremmo andare alla polizia – disse ingenuamente Sandro.
– A dire cosa? Che un nostro collega ha sentito bisbigliare un altro nostro collega che citava un cinese? Sai che risate si fanno? E dimentichi un dettaglio molto importante. La polizia interviene a crimine commesso, non prima o preventivamente per arrestare qualcuno che ha intenzione di fare qualcosa per cui è previsto un soggiorno a spese dello Stato. Non è nemmeno il caso di tirare in ballo le capacità della polizia, o la sua funzionalità. È semplicemente una questione di diritto, non si arresta qualcuno per l’intenzione di commettere un crimine. La democrazia non ti mette al riparo da queste cose.
– Mario ha ragione – disse Gianni –, e poi non stiamo facendo nulla di pericoloso o di illegale. Germano adesso andrà a parlare con questo tizio alla facoltà di Giurisprudenza. Il Cazzanese non lo verrà neanche a sapere.
– Ma non so cosa chiedergli – sbottò Germano –, io non ho mai trafficato quella roba e quella gente. Quelli hanno un linguaggio e un immaginario tutto loro, mi sento come se dovessi discutere con il cane dei miei genitori.
– Ti preoccupi inutilmente. Come hai detto tu hanno un linguaggio di riferimento, ma non hanno nulla contro i potenziali clienti. Devi solo cercare di far parlare il Sapienza per capire se sa qualcosa, basta un accenno, una frase mozza, un’allusione. Non puoi pensare che quello si metta a snocciolare dettagli riguardo a tutto ciò che sa sul Wazzanese e sulla sua parentela fino al quarto grado. Devi solo capire se esiste un pericolo reale oppure no e a questo riguardo sei maturo a sufficienza per comprenderlo da te. Germano Tirlonza, vai e torna vincitore.
– Grazie per la fiducia – disse ironicamente Germano. Beh, allora vado. Aspettatemi qui.
Germano si incamminò verso l’ingresso della facoltà di Giurisprudenza, connessa con quella di Lettere e Filosofia, dove, nonostante l’attiguità degli immobili, non aveva mai messo piede, non sapeva neanche dove fosse la biblioteca della facoltà e le poche indicazioni di Dott. Cynicus più che altro lo avevano confuso. Varcato il portone di ingresso si ritrovò nell’androne che conduce alla corte circondata da colonnati. Incontrò un coetaneo e gli chiese indicazioni su dove trovare la biblioteca. Questo gli diede le indicazioni richieste e poi uscì su Via Del Perdono a passo svelto senza voltarsi. Si era appena incamminato verso lo scopo della sua esplorazione in una nuova facoltà quando due tizi dall’aria non troppo accademica lo raggiunsero e lo affiancarono chiedendogli se si stava dirigendo ai locali della biblioteca e se potevano seguirlo; evidentemente avevano udito il suo colloquio. Germano cercò di inquadrarli in una logica di pertinenza al luogo in cui si trovava, ma non gli riusciva di stabilire una connessione con alcuna delle attività che si svolgevano lì dentro. Potevano essere studenti, in effetti gli sembravano coetanei, ma se lo fossero stati avrebbero saputo come muoversi e sarebbero stati a conoscenza dell’ubicazione dei locali. Il fatto che due persone, tre compreso lui, si stessero dirigendo nello stesso momento alla biblioteca della facoltà di Giurisprudenza senza esservi mai andati prima e senza sapere dove fosse ubicata gli pareva una cosa davvero poco probabile, considerato anche il periodo dell’anno, e i loro comportamento era strano, lo seguivano a breve distanza scambiando sottovoce brevi frasi che non riusciva a capire, gli pareva che stessero litigando fra di loro ma non ne era sicuro; non si azzardò a rivolgere loro la parola.

Si trovò davanti all’ingresso della biblioteca senza avere percezione del percorso che aveva compiuto per giungervi; a parte la distrazione procurata dai due intrusi tutta la sua attenzione era tesa a quello che avrebbe dovuto chiedere a questo soggetto, ed era nervoso non tanto per sé stesso, quanto per la sua ragazza. Era preoccupato, oltre che per una brutta figura facilmente rimediabile stante l’assurdità della situazione, per la possibilità di fallire nell’accertamento di ciò che aveva udito, perché era strasicuro di avere sentito quella frase e riteneva probabile una situazione imbarazzante o forse perfino pericolosa per Mina, ma ciò che sentiva mancargli era quella vaga eppure certa determinazione che hanno quelli che si muovono di sghimbescio attraverso le relazioni sociali, o almeno tale riteneva lo stato d’animo di quelli che sono consapevoli di stare sul confine del lecito, anche dal punto di vista umano oltre che legale. Nella biblioteca c’erano poche persone, un paio stavano uscendo; individuò pressoché immediatamente il soggetto. Sulla soglia dell’ingresso i suoi due accompagnatori involontari parvero indecisi, si misero a discutere sommessamente, consci forse di essere in un luogo in cui il silenzio non è solo auspicato, è direttamente richiesto. Questa volta litigavano per davvero ma in una strana maniera, come se si trovassero di fronte ad un ostacolo imprevisto che ciascuno dei due voleva affrontare alla propria maniera. Germano ne prese le distanze e cercò di attenersi allo scopo per cui si trovava lì. Dott. Cynicus era stato preciso al riguardo. Attraversò l’ingresso e si diresse al tavolo dov’era seduto il Sapienza. Pensò che forse avrebbe dovuto munirsi di un volume della biblioteca stessa giusto per darsi l’aspetto di qualcuno che è attinente al luogo, ma questo pensiero gli giunse troppo tardi, quando ormai il Sapienza aveva percepito il movimento di qualcuno e lo vide alzare il capo da un grosso tomo e fissarlo in volto mentre gli si avvicinava. Cercò di essere naturale, per quello che può essere naturale qualcuno che “vuole” essere naturale. L’approccio gli fu facilitato dal fatto che nei ristretti dintorni non c’era nessuno.

– Hai d’accendere? – chiese Germano a bassa voce tastandosi la borsa che aveva a tracolla, come a sottolineare il possesso di sigarette che non aveva.
Il tipo prese il suo tempo, non che gli rispose dopo una settimana, ma prese quell’attimo di pausa in cui Germano si sentì osservato molto da vicino. Lo fissò in faccia con la tipica espressione di chi è intento a pensare a qualcos’altro, poi con un fare distratto, quasi come se stesse parlando a sé stesso disse la frase di rito come prevista da Dott. Cynicus.
– Sei sicuro di volere fumare?
Germano questa domanda se l’aspettava e non gli riuscì difficile essere naturale nel rispondere. Il momento gli parve davvero peculiare, sebbene non un’esperienza nuova. La sensazione simile al momento che precede un esame e il tempo si dilata sino ad apparire immobile, quel tempo in cui ti viene da cogliere milioni di dettagli tanto che ti pare stiano trascorrendo ore, giorni quando invece è solo un breve momento. Ciò che davvero lo colpì fu l’aspetto fisico del Sapienza. Lui si aspettava un persona dai tratti caratteristici delle persone cattive o almeno birbantelle, tipo Lucignolo o qualcosa del genere, come negli sceneggiati TV, dove i cattivi hanno tratti da cattivi, gli imbranati da imbranati e i drittoni sono sempre alti, belli e spesso anche ricchi e fanno l’amore come dei ricci, maschi e femmine indistintamente per la sopraggiunta parità dei sessi, mentre invece gli altri, quelli brutti sporchi e cattivi, scopano solamente. La faccia del Sapienza, di cui avrebbe tanto voluto sapere il nome anagrafico ma era una domanda talmente lontana e assurda nel contesto che gli ondeggiò nell’attenzione solo per un breve istante, era al contrario di una delicatezza forse non efebica ma diametralmente opposta ai canoni della cattiveria televisiva e la doppiezza – ne era certo per la previa informazione di Dott. Cynicus – con cui gli si espresse era così dissimulata che per un istante ebbe il dubbio di essersi sbagliato persona, ma la locuzione interrogativa circa la sicurezza da parte sua della disponibilità ad intossicarsi con tabacchi di Stato aveva indirettamente confermato le ipotesi di Dott. Cynicus: era una procedura.
Gli occhi castani del Sapienza non tradivano alcuna emozione, interrogavano; nell’ovale del suo volto, angoloso quanto basta per decidere un aspetto maschile, si inscrivevano e si mescolavano tratti mediterranei, caravaggeschi e nordici ad un tempo e vi si poteva leggere la fisionomia di un giovanetto nella rude e ingenua postura di uno scaltro popolano. Irrazionalmente cercò nella sua fisionomia qualche conferma del tratto d’unione con il losco Wazzanese, come se le frequentazioni sociali lasciassero una traccia, un’evidenza percepibile ad un livello di realtà, quelle domande volatili e assurde che chiedono ragione di qualcosa che ti sfugge senza averne gli elementi, ma come aveva già scritto il poeta tutto passa e quasi orma non lascia, e Germano abbandonò le questioni irrazionali per concentrarsi sulle necessità sue e di Mina. Poteva questo soggetto conoscere la ragazza, anche solo di vista? La sua ingenuità gli era d’ostacolo, non riuscì ad immaginare alcunché al riguardo, come in una partita di scacchi immaginò il suo interlocutore fantasticare le mosse che lui avrebbe intrapreso dietro quella maschera di perbenismo italico sentendosi vuoto di iniziativa, e con bovina obbedienza replicò alla richiesta con un sì, come addestrato da Dott. Cynicus, mimando quella naturalità che gli pareva proprio naturale.
Il Sapienza si alzò in piedi, raccolse il volume che stava consultando e una borsa con tracolla che aveva posato in terra e gli fece cenno col capo di seguirlo. Presso il banco amministrativo della biblioteca c’era un certo fermento, l’avvicinarsi dell’ora della pausa pranzo stava predisponendo i dipendenti ad una gratificazione di panza, e ad un allentamento dell’attenzione, vuoi per un calo di zuccheri; il Sapienza posò sul banco dell’accettazione il suo volumone abbondantemente maneggiato da precedenti generazioni di aspiranti avvocati, come ne testimoniavano i bordi consunti e logori della copertina rigida, una signora lo raccolse distrattamente e lo posò su uno scaffale dietro di lei. Vi fu uno scambio di segnali e ammiccamenti oculari fra l’addetta e il procacciatore di informazioni di dosi che il Germano interpretò come un accenno a tenergli in caldo il tomo per il prosieguo della sua erudizione, quindi il broker dell’informazione al doping, o metapusher, fu tutto per lui. Oltre la soglia dell’ingresso alla biblioteca stazionavano ancora i due soggetti che il Germano aveva poc’anzi abbandonato, per parte sua non infelicemente. Stavano ancora a litigare e sbirciarono il duo appena uscito, il Sapienza li guardò strano e gli chiese se li conosceva. Germano issò la più distanziata espressione di disinteresse che gli riuscì possibile di inscrivere nella sua fisionomia facciale.
– Si ritrovarono nell’androne prospiciente Via Del Perdono, senza che nessuno dei due avesse aperto bocca; Germano sapeva che nel giardino pubblico antistante, nel Largo Richini, c’erano i suoi colleghi ad attenderlo, insieme a Mina, e avvedutamente virò verso il cortile interno rallentando il passo percorsi pochi metri affinché il suo accompagnatore lo potesse superare e fare strada. Rallentarono l’andatura entrambi, quindi il Sapienza trasse di tasca un accendino e lo porse a Germano, che leggendo negli occhi del suo interlocutore lo stoppò con un gesto della mano sinistra aperta e distesa.
– Non è esattamente quello che cerco.
– Il mondo è pieno di tante cose, ma mi era sembrato che ti dovesse bastare un accendino.
Il Sapienza parlava come da dietro una maschera, non nel senso che tentava di nascondersi, ma rendeva piuttosto palese il fatto di essere a conoscenza dell’incomunicabilità di quanto Germano stava per profferire, era chiara la posizione dominante di chi è richiesto e può guatare nei confronti di chi chiede ed è costretto ad esporsi. In questo difficile equilibrio umano il vantaggio di molte precedenti esperienze rendeva sicuro di sé l’interlocutore di Germano e difficile la sua comunicativa. Era come in bilico su qualcosa di molto instabile. Questo non era il solito spacciatore da quattro soldi che si ferma ai semafori o lungo i viali e i corsi e si fa notare e arrestare nel giro di una settimana. Questo fiutava molto più lontano di quanto si potesse immaginare, e l’aveva capito anche uno come Germano, che in fatto di trasgressione non era una volpe. Camminavano a passo talmente lento che quasi erano fermi, la murata del chiostro si ergeva tutt’intorno, il sole a picco del mezzogiorno di luglio si ostinava in un’azzurrità da fine della scuola dei bei tempi spensierati; smorzati e lontani rumori di traffico giungevano da oltre il perimetro claustrale del cortile. Germano provò un forte senso di solitudine.
– A dirla tutta è altro quello che mi serve e mi piacerebbe sapere dove trovarlo.
– Ma se tu non fumi che cos’è che ti serve? – il tono era pacato, quasi suadente, pareva la lenta cautela del gatto che sta per acchiappare il passerotto.

Germano sapeva di non dover nominare in maniera gretta o aggressiva parole o sostanze che potessero alludere a traffici illeciti di gratificanti impropri. Il fatto che lo avesse condotto nel suo luogo di affari significava che il suo volto non gli era sconosciuto e probabilmente non gli era sconosciuta la connessione della sua esistenza con quella di Mina. Ebbe la sensazione di essere disarmato, privo di ogni difesa di fronte a qualcosa che direttamente non lo interessava punto, ma restava intera la minaccia di questo Cazzarola nei confronti della sua ragazza e qualcosa la doveva fare o esprimere. L’espansione temporale che aveva sperimentato poc’anzi si era ristretta nel suo contrario, gli parve di essere privo di risorse temporali e incalzato ad una risposta immediata che non aveva la minima intenzione di palesarglisi, come nei sogni si tenta di inseguire qualcosa che sfugge inesorabilmente e senza possibilità di ritorno in un rallentamento dei propri passi e delle proprie forze che esaspera e getta nello sconforto fino ad estrarti dal sogno in una veglia incredula circondato dal buio della notte. In effetti Germano si sentì esattamente come appena sveglio nel cuore della notte, alla ricerca di riferimenti che lo ricollocassero nella realtà conosciuta. Si accorse che il Sapienza gli stava concedendo una finestra temporale molto ristretta, e se avesse sforato i tempi dimostrando indecisione i sospetti circa sue indagini personali in vicende non comunicabili avrebbe evidenziato i segni del suo desiderio di approfondire agganci con persone di cui non si fanno direttamente nomi, come il Cinese; cercò di condensare tutto ciò che voleva sapere in un’unica domanda che riassumesse e mettesse in congiunzione i due estremi della questione, Mina e il Cazzarola, senza sbilanciarsi in qualcosa di evidente o di personale.
– Mi servirebbe della roba per una festa.
– Mi piacciono le feste, che tipo di festa sarebbe?
– Una di quelle dove, sai com’è…
– No, non lo so com’è, spiegami.
Questa ritrosia bloccò lo slancio di Germano, gli giunse sentore di ostacolo imprevisto e prevenzione nei suoi confronti. Troppe richieste di spiegazioni da parte del suo interlocutore lo fecero sentire dietro uno steccato di sfiducia che, anche se ancora lontanamente e in embrione, cominciavano a dare una risposta alla sua escursione nella facoltà vicinale. Temporeggiò ulteriormente in attesa di sviluppi più consistenti.
– Non mi dire che non hai mai partecipato ad una festa, con un minimo di sballo, se capisci cosa intendo.
A Germano il calore della giornata giunse improvviso oltre la superficie dei sensi, come un’accentuazione dell’imbarazzo che stava sperimentando. Campane milanesi stormivano il mezzogiorno italico, campane di tutti i suoni e di tutte le tonalità, vicine, meno vicine e lontane; melodie e carillon campanilistici si mescolavano in una cacofonia indistinguibile a sancire la metà del giorno. In una diffrazione mentale gli parve di rincorrere un sé stesso avulso da una situazione irreale per i suoi standard, l’imbarazzo incrementò.
– Oh, certo; ho visto e ho partecipato a decine di feste, con o senza lo sballo. Posso chiederti per chi sarebbe la festa?
Il tono gli risultò ulteriormente inquisitorio. Era venuto per chiedere e veniva richiesto. Ma chi era costui? Uno pseudo-spacciatore o un informatore della polizia, o tutt’e due insieme? Si lasciò sfuggire qualcosa che avrebbe fatto meglio a tenere per sé.
– Mah, per un’amica… – Lapsus freudiano, pensò Germano mordendosi la lingua in senso figurato non appena la sua risposta aveva fatto il giro per rientrare dalle orecchie.
– Ah, interessante – fece il Sapienza, mostrando una morbosità velata e ironica che cominciava ad illuminare a sufficienza la poliedricità del suo atteggiamento.
Per un istante parve davvero interessato, per un rapidissimo momento il suo volto parve colorarsi della congiunzione di Mina col Cinese, o almeno così parve a Germano, ma di una parvenza che egli non capiva se gli proveniva da errori nei suoi recettori sensoriali o da una interpretazione indotta dalla sua presenza in quel posto e in quel momento a cercare la cosa specifica che gli pareva di essere intento a sospettare, o magari da interpretazioni sbagliate dell’aspirante avvocato. L’ingenuità gli venne fuori genuina, ma l’impressione esatta che si stava formando era che il Sapienza aveva fiutato in lui qualcosa di sbagliato.
– Interessante? …cosa?
– Sì, insomma, … le feste sono una gran bella cosa ma io non so proprio che cos’è che ti serve. Buon divertimento comunque. E… a proposito, non so neanche come ti chiami, ma non preoccuparti, non me ne frega niente.
E se ne andò verso Via Del Perdono con passo deciso dopo averlo salutato agitando in alto una mano con un sorriso di distacco che invitava a stare alla larga. Germano restò piantato lì nel chiostro della facoltà di Giurisprudenza a guardare il tipo che infilava l’androne e scompariva nell’ombra. Fattosene una ragione intraprese lo stesso percorso per raggiungere i BDdLC e Dott. Cynicus. Arrivato su Largo Richini si guardò attorno per vedere i suoi colleghi, ma non li trovò; si diresse alla facoltà e sulla striscia d’ombra antistante l’edificio vide il capannello che cercava raggruppato intorno a Trifarro. Sandro lo vide arrivare quando era ancora lontano e lo indicò agli altri, che si voltarono a verificare il verdetto; la sua camminata era davvero eloquente.
Quando li raggiunse erano tutti voltati verso di lui, Trifarro compreso, attorniato dai BDdLC, Dott. Cynicus e Mina. L’espressione di Trifarro pareva più atona del solito, perché in effetti non era il tipo da sdilinquirsi in smancerie e/o complimenti o frasi superflue su qualsivoglia argomento o inalberarsi per situazioni impreviste o sgradevoli, aveva sempre un distacco che pareva essere stato prodotto dalla tempra delle cose della vita, riguardo alle quali non è mai il caso di montarsi la testa. Germano notò questa posa, replicata nei suoi compagni in coloriture ed espressioni diverse, e intuì che l’assistente Trifarro Dott. Fosco doveva essere stato messo a parte della sua missione alla facoltà di Giurisprudenza e a giudicare dalle facce che lo accolsero pareva non essere necessario aggiornare i presenti sul risultato. Tuttavia la domanda fu posta.
– Allora?
– Nulla di fatto, … cioè…
– Che cosa ti ha detto quel tizio?
– Le previsioni del tempo, come aveva detto Dott. Cynicus.
– Che cosa?
– Sì, insomma, è caduto dalle nuvole, mi ha fiutato e poi mi ha evitato, … però è sospetto…

Trifarro ascoltava senza parlare e osservava alternativamente Germano e gli altri ragazzi, si capiva che stava meditando qualcosa, certamente con poco entusiasmo ma pareva propenso a buttarsi al soccorso di questi sprovveduti, che tentavano di inquisire un mondo tanto sotterraneo quanto pervasivo della realtà senza avere le necessarie conoscenze circa la pericolosità dei soggetti con cui tentavano di entrare in contatto. Quando Germano riferì di non avere citato il nome del Cinese, Trifarro scosse la testa con disapprovazione e compatimento, Germano non si interruppe e relazionò le sue impressioni circa l’atteggiamento del Sapienza, sottolineando il fatto che pur non avendo menzionato nomi quando aveva parlato genericamente di una “ragazza” il tipo aveva avuto una lieve alterazione espressiva, come se avesse voluto fargli nascostamente capire che lui sapeva chi era e di chi era amico, «Tutto qua», concluse Germano guardando Trifarro, come se si aspettasse un voto.
Per un istante nessuno disse nulla, poi Trifarro, alzando lo sguardo da terra e fissando Germano gli chiese qualcosa.
– Tu sei sicuro di avere udito ciò che i tuoi compagni mi hanno riferito?
Germano parve titubare, guardò i suoi colleghi e alternativamente Fosco Trifarro, e tutti capirono ciò che si stava domandando.
– Lo abbiamo messo a parte della cosa – disse Sandro –.
Germano parve pensarci un istante poi confermò senza parlare ciò a cui alludeva l’assistente con un gesto di assenso del capo. Ci fu una pausa indotta dall’aspetto serio e pensieroso di Trifarro, durante la quale Mina disse che forse non era il caso di preoccuparsi, che stavano esagerando e si stavano montando la testa per una situazione inesistente.
– Ma tu lo conosci sto’ Cazzarola, lo hai mai frequentato? Intendo il Cazzarola che risponde al soprannome del Cinese – disse Trifarro guardando in faccia la ragazza.
– Sì – rispose Mina.
– Allora temo che la situazione sia più reale di quello che pensi, non so quali siano i tuoi trascorsi nei suoi confronti – Trifarro era passato ad un tu che sottintendeva una coevità virtuale verso i ragazzi – ma se quel tipo si muove nella tua direzione è opportuno prendere delle precauzioni, perché quel tale che Germano è andato a inquisire è bifronte, e se possibile anche trifronte. Adesso questo Cinese sa che voi sapete, o comunque se non lo sa adesso lo saprà di certo entro breve tempo. Non si mantiene un mercato del genere senza agganci a largo raggio, e gli agganci sono bidirezionali, forse tridirezionali. In questo genere di cose l’entropia dell’informazione non è caotica, o almeno lo è solo apparentemente, in realtà il disegno che persegue finisce sempre contro l’individuo, incluse le fonti e il tramite di essa. È una merda che ti travolge.
– Ma lei come fa a conoscere il Sapienza?
– Alla mia età non si ha bisogno di conoscere direttamente cose o persone, è sufficiente fiutare le situazioni. Certe cose emergono all’evidenza praticamente da sé, senza bisogno di cercare o indagare, cosa che esula completamente dalla mia attività e dalle mie aspirazioni, anche quelle più recondite.
I ragazzi rimasero un poco sorpresi nel riscontrare questo lato di Trifarro così attento e perspicace verso un genere di persone e attività che ritenevano escluso dalle sue attenzioni; attenzioni che presumevano di leggergli in faccia nei suoi modi rigorosamente diretti alle materie di studio e attinenze necessarie a quanto accadeva in facoltà. Non che lo ritenessero una persona rigida o schematica al limite della pedanteria, ma di sicuro una persona concentrata sulle sue attività senza distrazioni. E ora questa esternazione circa il Sapienza, che molti conoscevano, magari solo per sentito dire, e il Cinese, che molti non conoscevano, ma che avrebbero dovuto, non fosse altro per poterne stare alla larga, illuminavano l’assistente Fosco Trifarro di una personalità affascinante agli occhi di questi giovani, o li induceva almeno ad una curiosità verso di lui per individuare ulteriori sfumature interessanti nella sua personalità, come se stessero scoprendo un mondo nuovo che avevano sempre avuto davanti e non avevano mai considerato. Trifarro si accorse che quei giovani si aspettavano qualcosa, lo guardavano attenti, come in procinto di porre una o più domande che non avevano chiare in testa o forse non avevano il coraggio di formulare. Si accorse che stava a lui indicare loro una maniera per trarsi d’impaccio o forse perfino di soccorrerli per quello che poteva essere nelle sue possibilità. La situazione era come eccitata, non concitata al punto di sovrapporre e accavallare interventi e domande, ma si percepiva una tensione che Fosco sentiva il dovere di allentare, perché una esagerata attenzione e considerazione di questo genere di eventi conduce sempre, o almeno spesso, a conclusioni e azioni sbagliate. Un pericolo esisteva, ed egli ne aveva conoscenze ed esperienze radicate nel suo passato.
– Non prendete nessuna iniziativa, lasciatemi un paio d’ore per parlare con qualcuno e poi vi farò sapere se è il caso di prendere decisioni al riguardo. Non sognatevi di potere andare a contattare soggetti di quella fatta impunemente; e dico impunemente sia da un punto di vista della pericolosità che aleggia sempre intorno a loro, sia dal punto di vista dell’illegalità sorvegliata dalla polizia. Credo di avere in memoria il numero di telefono di quasi tutti voi. Vi farò sapere entro le due.
Mina, che era la vittima attorno a cui ruotava tutto questo piccolo bailamme, aveva un’espressione che la si sarebbe potuta definire “neanche troppo interessata”; sì, ascoltava e interveniva, ma gli si leggeva in faccia un disinteresse discretamente celato, non proprio menefreghismo o atteggiamenti superficiali connessi, ma la sfumatura di un’espressione che pareva indicare l’intima domanda “Ma perché si agitano tanto?”, quantunque partecipasse alla discussione e intervenisse pure con opinioni sue. “In fondo – pensava Mina – è solo un ex”.

Prossimamente il sesto capitolo
Eric Bandini