romanzo a puntate (39)

Copyright © Eric Bandini 2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.

Una storia italiana
Capitolo XXXIX°
(39)
Milano
Sabato, 21 Luglio 2001
Come da ordini del commissario Bellosi, Rino aveva lasciato i fidanzatini al loro destino e si era concentrato su Mefistotele. Con molta cautela e con una certa difficoltà – perché il soggetto era segnalato come uno piuttosto accorto e sospettoso -, rischiando di perderlo almeno un paio di volte per non avvicinarsi troppo e farsi così notare, poi verso Piazza San Babila, lungo Corso Venezia, lo aveva visto parcheggiare un centinaio di metri prima dell’incrocio con la piazza e in fretta e furia aveva a sua volta lasciato la macchina dove aveva potuto per avvicinarsi a piedi, rischiando di perderlo definitivamente se il soggetto avesse cambiato veicolo o fosse salito in macchina con qualcun altro, non ultima l’ipotesi della metro, che ha una fermata giusto all’angolo della piazza con Via Montenapoleone. Lo vide scomparire all’angolo di Corso Venezia con Piazza San Babila, verso il lato opposto alla chiesa che dà il nome alla piazza stessa e con molta apprensione si avvicinò più in fretta che poté, rallentando ad una andatura da pedone ordinario prima di svoltare a sua volta sotto al porticato dalle colonne lastricate di un marmo verdognolo e nell’ansia più dissimulata cercare il suo soggetto fra le persone in movimento e i colonnati dei palazzi moderni che circondano lo spiazzo.

La paura di essersi fatto seminare gli era diventata concreta, pensò a ritroso in quale momento aveva potuto dare sospetto di essere al suo inseguimento durante tutto il tragitto da Via Crescenzago, in quali istanti aveva avuto la sensazione di essersi avvicinato troppo, a quali incroci aveva svoltato troppo presto dietro alla sua macchina, poi riconobbe la sagoma del suo soggetto sotto il porticato sul lato destro della piazza rispetto alla sua posizione, vicino alla scala di accesso alla metro. La sua posizione era abbastanza buona, avrebbe potuto vedere se si fosse incontrato con qualcuno, e la possibilità c’era, il tipo se ne stava fermo guardandosi intorno, atteggiamento tipico.
Da Via Montenapoleone vide arrivare a piedi la Bonfanti, la vide svoltare sotto al porticato dove si trovava il suo soggetto e notò, nonostante la distanza, il sorriso che gli illuminò il volto quando lui la scorse, andarle incontro, abbracciarsi, baciarsi e guardarsi intorno come se stessero aspettando qualcun altro; la cosa si stava facendo interessante, il commissario Bellosi aveva intravisto qualcosa senza muoversi dall’ufficio. I due facevano coppia, questo era ormai fuori dubbio, sorridevano fra loro e per loro, come se fossero isolati dal resto del mondo quando invece si trovavano in una delle piazze più trafficate della città, cercò di non farsi prendere la mano da congetture di faciloneria e lasciarsi seminare dalla coppia, quelli però parevano intenti ad aspettare e la sua prudenza fu premiata quando vide salire dalla scala della metro – che si apriva sulla piazza giusto nella sua direzione -, un terzo soggetto, già noto anch’egli, guardare la coppia sotto al porticato vicino alla ringhiera della scala, salutarli con un gesto della mano come normali amici e ordinarie persone, mentre invece il terzetto testé riunentesi, benché incensurato tranne la Bonfanti – la quale aveva un precedente per resistenza a pubblico ufficiale durante la prima della serie delle rivolte agli sgomberi che aveva subito da parte della polizia e che lei aveva capitanato -, era una specie di associazione temporanea di delinquenza spicciola, ma forse non così minuta; ora le cose cominciavano a prendere un certo senso, magari incompleto e fondato su congetture però la presenza del Cazzarola insieme alla ribelle e a Mefistotele creava una congiunzione di eventi che potevano condurre da qualche parte; non spettava a lui trarre conclusioni, la cosa andava comunque segnalata e subito, come da preventiva richiesta del commissario Bellosi.

Il commissario Bellosi si trovava nell’ufficio del dott. Gridero, con cui aveva pianificato l’organizzazione e i movimenti dei suoi agenti e insieme aspettavano conferme e notizie, l’azione aveva poche aspettative di riuscita, con gli scarsi elementi che avevano in mano non potevano sperare granché, però non avevano intenzione di mollare ed ogni conferma delle loro ipotesi, perfino in un attuale smacco, avrebbe potuto significare un passo avanti per qualche cosa di importante in un futuro non molto lontano se avessero saputo tenere le investigazioni ad un livello poco evidente, più che altro per la concorrenza interna perché i soggetti delle loro indagini apparivano in qualche maniera consapevoli di potere entrare in qualche indagine a qualunque titolo e apparentemente disinteressati della faccenda investigativa, troppo apparentemente. La telefonata di Rino incontrò una certa soddisfazione del commissario Bellosi e per estensione anche del dott. Gridero. Ora potevano fare qualche congettura in più e spostare le loro intenzioni in un terreno più concreto, ma non più sicuro.
– Pare che abbiamo elementi nuovi – esordì il commissario Bellosi, seduto davanti alla scrivania del dott. Gridero dopo avere risposto alla chiamata di Rino.
– Mi metta al corrente.
– Dunque… il Gaudenti Laszlo…
– Quello che voi chiamate Mefistotele – disse il dott. Gridero con un atteggiamento un po’ burbero.

– Devo lasciare un po’ di fantasia ai miei ragazzi, il lavoro a volte è pesante, ma lei come fa a saperlo?
– Vada avanti…
– Dunque il Gaudenti è in questo momento in compagnia della Bonfanti e del Cazzarola…
– Il Cinese – precisò il dott. Gridero – quindi?
– Le cose si fanno un po’ complicate e i nessi abbastanza labili, ma… – il commissario Bellosi fece una pausa portandosi il dito indice alle labbra come se volesse indicare silenzio mentre cercava di riordinare le idee – questo nesso sembra puntare sulle attività della Brigonzi, passando per quelle del Cazzarola, con l’ausilio di quegli pseudosatanisti…
– E per quali attività?

– Ci è noto da certi informatori, che non posso rivelare, che alcune delle brave ragazze che operano per la Brigonzi gli vengono dirottate o dalla coppia satanica Speddenno–Fernet o dallo studente fuori corso Laszlo Gaudenti. Su come agiscano i Fernet–Speddenno abbiamo poche informazioni, mentre sulle azioni del Gaudenti abbiamo fondati sospetti di tresche con forniture di droga, spaccio a vari livelli e sospette connessioni con il Cazzarola, che non siamo mai riusciti a dimostrare ma di cui abbiamo sempre fiutato l’intervento. Ora questo elemento nuovo, ma non troppo perché lo conoscevamo già, questo elemento nuovo della Bonfanti Bruna potrebbe rivelarsi il nostro punto di inizio, il punto debole da poter rivoltare come un calzino.
– Per esempio come?
– Sappiamo che abita in uno stabile occupato abusivamente, sappiamo che frequenta anche il Dino Dabbono, che lei ha interrogato recentemente senza particolari risultati… e che ora dovrebbe sentirsi la testa pesante, visto che la donna se la fa con un suo amico…

– Questi sono dettagli che in tribunale non hanno alcun senso – precisò il dott. Gridero per sottintendere che aveva capito l’allusione del commissario ma che non glie ne fregava nulla.
– Ma sono dettagli che forse possiamo usare a nostro vantaggio…
– Mmh, il forse è molto ipotetico.
– Va bene, comunque per cominciare si può perquisire l’alloggio della Bonfanti Bruna in qualsiasi momento e senza troppi complimenti, dato che ci abita abusivamente, sperando di trovare qualche nesso con ciò che più ci interessa, fargli sentire il fiato sul collo e vedere se ci porta a qualche traccia più sostanziosa.
– È un’ipotesi abbastanza blanda…
– Non abbiamo nient’altro e quelli – disse il commissario facendo un gesto verso il corridoio come a voler sottolineare oscure trame locali – si sono già fatti intendere, o magari ha intenzione di mollare?
– Non ancora – disse risoluto il dott. Gridero.
Il commissario Bellosi stava per proseguire con alcune pianificazioni che aveva già in mente di mettere in atto ma fu stoppato da una strana espressione del dott. Gridero, che si era rilassato contro lo schienale della poltrona della sua scrivania e pareva pensare a tutt’altra cosa, sembrava davvero distratto ma il commissario sapeva che lo stava ascoltando con un orecchio mentre con l’altro stava ascoltando una voce interna che alcuni chiamano quella della coscienza, dove non è proprio il caso di tirare in ballo le voci di Giovanna D’Arco; quando si va coscientemente e scientemente a influire sull’esistenza altrui, e di riflesso anche sulla propria – ché i riferimenti non mancavano – qualcosa nella mente può mettersi in movimento senza che sia particolarmente sollecitata.
– Sto dicendo qualcosa di sbagliato? – chiese il commissario Bellosi sporgendosi in avanti come a voler sottolineare una disponibilità a variazioni di programma.
– Mmh… no… – disse vagamente il dott. Gridero, che poi proseguì – mi chiedo, sì… mi sto chiedendo se non siamo troppo presuntuosi a volere a tutti i costi connettere cocaina con ipotetici trafficanti e rimestare in questa roba senza avere bene in mente quali possano essere gli sbocchi.
– Non capisco – disse il commissario – le missive anonime le avranno parlato chiaro, stiamo smuovendo qualcosa, è giusto che perseguiamo.
– Sì, sì, d’accordo, ma non le viene un sospetto, un dubbio, che sia tutto inutile? Ho come la sensazione che non stiamo combattendo un crimine ma uno stato di fatto della società civile, per gli stessi motivi che ha citato lei adesso. Quando mai un criminale propriamente detto ha modo e opportunità di fare una cosa del genere? Inviare missive paranoiche ad un magistrato nella sua sede? Non voglio nemmeno pensare a deviazioni caratteriali, o insanie mentali, questa mi pare una condizione generale che pervade tutto il sistema sociale, ho come la sensazione che stiamo per gridare che il re è nudo, quando tutti lo vedono nudo da sempre. Siamo davvero in condizione di esprimere una seria indagine o stiamo solo giocando in qualche modo contro noi stessi, intesi come esponenti e rappresentanti della società civile e dello Stato?

– Continuo a non capire – disse il commissario spostando un pochino più avanti la sedia su cui era seduto verso la scrivania del magistrato, come se volesse sottolineare una più profonda attenzione.
– Insomma, in questo paese le cose sono sempre equivoche, non è il caso ritirare in ballo i mulini a vento di Don Chisciotte ma semplicemente una certa consapevolezza della possibile inutilità della nostra azione. – il dott. Gridero sospirò, poi riprese – Forse è sempre stato così, qui si delinque in maniera trasversale, talmente obliqua che è molto difficile rinvenire motivazioni e moventi.
– Intende dire che molliamo?
– No, non molliamo ma non vogliamo nemmeno montarci la testa, dobbiamo cercare di capire le motivazioni, non solo i moventi. Sa cosa trovo strano? Che qui si delinque sfoggiando un’anima pura, si tiene il crimine compiuto come lontano da sé stessi e allo stesso tempo lo si ritiene giusto per se stessi.
– Cosa intende dire?
– Ho come la sensazione che tutto ciò che avviene, socialmente e culturalmente, sia compreso nella Commedia di Dante, il cui epiteto “divina” è un’aggiunta postuma. C’è una certa propensione a vedersi grandi o magnanimi nel crimine, e per giunta “già” celebrati e assurti all’intoccabilità di un oltremondo inarrivabile… e oserei dire intoccabile…
– Dottó, sta parlando del medioevo… – disse il commissario scimmiottando i suoi agenti per sdrammatizzare quello che riteneva un momento di depressione del magistrato.

– Il passato in qualche modo resta – proseguì mesto il Dott. Gridero -, mistificato, metabolizzato, ma non si cancella. Machiavelli ha generato la parola machiavellico, non è un caso. A volte ho l’impressione che stiamo a un “tutti contro tutti”, peggio che nel medioevo, è come se lo Stato fosse una inconcepibile astrazione, nessuno capirebbe frasi come «Lo Stato è la realtà dell’idea morale».
– Questa da dove l’ha pescata?
– Hegel, mi sembra, ma non ne sono sicuro. Siamo in qualche modo vittima dell’umanitarismo, il quale si giustifica solo in presenza della brutalità dell’uomo sull’uomo, così che la brutalità non potrà mai essere sconfitta perché è la dimostrazione vivente della bontà umanitaria. Borges, in un suo libro, Evaristo Carriego mi pare, parla en passant dell’umanitarismo e lo definisce disumano citando un film russo, che non conosco, dove si vuole dimostrare l’iniquità della guerra mediante la tremenda agonia di un cavallo ucciso a rivoltellate; da quelli che girano il film.
– Cosa intende dire?
– Che è difficile sapere qual è il confine, non è esclusa l’ipotesi che se premiamo troppo la mano possiamo essere noi, in una maniera che non conosciamo, a creare le condizioni del crimine, non le viene questo dubbio?
– Dimentica un dettaglio.
– Quale?
– Interveniamo sempre a crimine compiuto, non sulle intenzioni.

– È un’affermazione che non conclude il discorso, e insisto, qui in Italia le cose sono diverse. Altrove, in un’altra ipotetica situazione ci può essere un uomo con una pistola in una ventiquattrore, qui abbiamo qualcuno che piazza microfoni, spedisce fotografie, disegnini, ma che in qualche subdola maniera non rinuncia alla violenza – il dott. Gridero si guardò intorno come se stesse cercando qualcosa nella stanza – e chissà, forse siamo anche spiati, …però non molliamo.
– Beh, qualche volta i microfoni li piazziamo pure noi, comunque… d’accordo dottó, non si preoccupi, non supereremo i limiti della legge – disse il commissario insistendo in una maniera un po’ comica di rivolgersi al suo superiore, dacché non era romano ma veneto.
– Sì, ma resta il dubbio dell’utilità di questa indagine, abbiamo una montagna di sospetti e sospettati, intrighi possibili, connessioni con persone anche importanti ma nulla di concreto.
– Però siamo certi di avere scomodato qualcuno e ce lo hanno fatto sapere. Ora dico di andare a ficcanasare in casa della Bonfanti, oggi stesso. Lascio Rino al seguito del Cinese, anche se credo che si farà seminare, perché quello è svelto davvero, e poi con Aldo vado all’abitazione abusiva della donna. Non c’è quasi nessuno in questo periodo e a quest’ora specialmente, abbiamo verificato… in due siamo più che sufficienti.
– Va bene – disse il dott. Gridero fingendo una resa per fare capire al poliziotto che avrebbe proseguito le indagini – se devo firmarvi qualcosa o farvi avere delle autorizzazioni fatemi sapere.
– Ah, riguardo all’Antonnomi, abbiamo fatto un po’ di ricerche, pare che da giovane fosse un ribelle di piazza.
– Ed ora è il maturo uomo tutto d’un pezzo, poi magari diventerà il pezzo di qualcos’altro. E unibus pluram. Vediamo di stare alla larga dalla politica, sennò ci fanno a fettine, con l’aiuto di quelli – e il dott. Gridero mimò il gesto verso il corridoio che aveva visto fare al commissario poco prima.

– Inteso – disse il commissario, ed uscì di passo svelto.
In Piazza San Babila pareva in corso una piccola conferenza e Rino confermò telefonicamente la presenza in loco della Bonfanti, in compagnia del Cazzarola e del Gaudenti, così Aldo e il commissario si recarono allo stabile abbandonato dove aveva alloggio abusivamente la Bonfanti Bruna. Arrivarono nello spiazzo antistante, deserto e assolato, dai condomini intorno nessuno pareva curiosare, salirono le poche rampe di scale e si trovarono di fronte all’unica porta chiusa del piano, gli altri ambienti erano abbandonati e sapevano che solo una famiglia derelitta coabitava quell’edificio in maniera stabile, per il resto vagabondi e ospiti occasionali. L’idea era di non lasciare tracce della loro presenza, la serratura non pareva irresistibile e sia Aldo che il Bellosi furono sorpresi della sicurezza esistenziale della donna, loro mai al mondo avrebbero pensato di abitare in un luogo così infido al riparo di un uscio che non garantiva gran ché.
Il dott. Gridero nel frattempo era uscito dal suo ufficio e avvolto dalle sue ubbie camminava verso un intervallo prandiale senza alcun entusiasmo, quando nell’atrio fu raggiunto da una voce che subito non riconobbe ma che gli provocò un leggero sussulto quando la associò alla persona a cui apparteneva, anzi, alle persone, perché erano in due, l’avv. Brattagamo e l’avv. Pattichepi, che gli venivano appresso sorridenti, e quando mai s’è visto un legale apertamente minaccioso con intenti di violenza pratica? Si aspettava qualcosa di spiacevole – viste le informazioni sul duo che intersecavano da lontano le sue indagini -, ma non sapeva cosa e ne avrebbe fatto volentieri a meno ma la coppia di legulei pareva intenzionata ad esternarsi in qualunque maniera e di fuggire a gambe levate non era il caso, e comunque, qualora avesse sgamato quello che gli avrebbero voluto o dovuto comunicare gli sarebbe pervenuto in altra maniera. Si dispose così a tanta cortesia di facciata con altrettanta faccia di tolla, i «Buongiorno», i «Come va?», i «Tutto bene?», si sprecarono e terminarono in una sospensione dei convenevoli che era già un prodromo a qualcosa di difficile da dire, benché fosse certo che non avrebbero detto, ma avrebbero alluso. E allusero neanche poco.
– Pranziamo insieme? – chiese l’avv. Brattagamo con quel sorriso intrigante che a volte pareva una paresi tant’era fuori luogo, ma sorridere sempre è sinonimo di ottimismo e di sicurezza.
– Mah, veramente ho preso con me alcuni appunti che vorrei rivedere e… – si giustificò blandamente il dott. Gridero, consapevole che non avrebbero insistito e che nemmeno pensavano per davvero di sedersi a tavola con lui, infatti…
– Non avrà paura che ci prendano per colleghi in affari… – disse il Pattichepi con quel fare ruspante e differentemente ilare dal suo socio e compare.
Il dott. Gridero inarcò un sopracciglio, non tutti e due, non era il caso, uno bastava per intendersi ma i due parevano intenzionati a perseguire.
L’avv. Pattichepi, che dei due era di solito quello che giocava il ruolo dell’accomodante, con le sue battute in meneghino, il fare colloquiale e quasi confidenziale, lo prese sottobraccio e tutti e tre si avviarono verso l’uscita, con il Brattagamo un passo o due più indietro a fingere una distrazione conveniente e consentire una confidenza più stretta fra il magistrato e il Pattichepi, che nella sorpresa repressa del dott. Gridero gli sussurrava bonariamente:
– …non la voglio spaventare, poiché con lei sarebbe una cosa inutile, ma devo dirle in maniera del tutto confidenziale, che la sua ostinazione sta mettendo a rischio la carriera di qualcuno qui dentro, e non solo quella. Non è per interesse mio che glie lo dico ma…
– E per interesse di chi? – lo interruppe il dott. Gridero fermandosi di scatto e guardandolo faccia con un’espressione accigliata.
– Vede? Lei vuole sempre scovare qualcosa o qualcuno, lei è sempre sospettoso e sul chi va là, le cose vanno prese con più spirito, con più calma… – il Pattichepi smise di parlare, evidentemente non sapeva come proseguire un discorso che era stato interrotto troppo apertamente.

Il Brattagamo si era fermato due passi più in là e fingeva di non interessarsi alla discussione, il dott. Gridero gli gettò un’occhiata fintamente distratta e lo colse nell’atteggiamento tipico della dissimulazione malriuscita, poco ci mancava che si mettesse a fischiettare.
– Vi sfugge un dettaglio, signori – disse il dott. Gridero cercando di comprendere anche il Brattagamo, che perseguitava nella sua finta distrazione – non sono io che sto cercando qualcosa è questo qualcosa che si pone alla mia attenzione, e se omettessi il mio impegno…
– Lei non si deve giustificare con me, né con il mio collega – e tirato in ballo dal Pattichepi il Brattagamo finse di cadere dalle nuvole e si avvicinò con un’espressione curiosa del tipo «Che cosa sta succedendo qui? Voglio proprio vedere!» – lei sta smuovendo acque torbide che non daranno giovamento alcuno alla Giustizia.
– Pare che voi o chi per voi abbia già deciso un verdetto.
– Ecco ci risiamo – sbottò il Pattichepi sospirando un dissenso annoiato – vuole forse farmi credere che un magistrato non ha scelta nelle opportunità delle sue indagini? Che non può assolutamente escludere o includere a piacimento chi vuole e quando vuole? Che non può lasciare perdere una pista ritenendola cieca per opportune convenienze?
Il dott. Gridero si finse distratto per un istante, guardò a terra come a cercare qualcosa da dire che sul momento non gli veniva, osservò il collega del suo interlocutore, elegante e giovanile perfino nei suoi cinquanta passati, poi disse:
– Di minacce come queste…
– Minacce… minacce…! Santo cielo, lei non conosce altro linguaggio. Guardi che le sto facendo un favore, queste cose non si discutono, di solito avvengono e basta e lei proprio non vuole capire… non è per me o per la vuota parola Giustizia che le sto parlando, qualsiasi cosa facciamo qui dentro coinvolgiamo persone, la loro vita, i loro interessi, la loro riservatezza…
– Perché due bei tipi come voi, eleganti e intrescati, stanno lì a guardare per il sottile? Con chi crede di stare a parlare? Non sono nato ieri. Mi dica piuttosto, chi vi manda, chi vi ha incaricato di tenermi questo bel discorsetto?
– Questo bel discorsetto – e qui il Pattichepi con il dito indice della mano libera dalla borsa abbozzò un cerchio nell’aria – le viene fatto gratis e per sua convenienza e verrà negato a tal punto che noi non ci siamo nemmeno mai incontrati oggi.
Il dott. Gridero si guardò intorno, qualcuno era passato nei paraggi e probabilmente li aveva notati e se questi due si permettevano di promettere una futura menzogna su questo incontro le cose stavano ad un punto pericoloso, poi il Pattichepi continuò:
– Nessuno le sta chiedendo il suo aiuto, questo glielo specifico prima che lei si monti la testa…
– Si tranquillizzi, non sono il tipo…
– Staremo a vedere, ma non è per la sua persona che qualcuno si sta scomodando, non è una minaccia, dott. Gridero, la realtà non fa minacce, la realtà accade, faccia attenzione a ciò che accade o che farà accadere da oggi in avanti… e torno a ripeterlo, non è una minaccia e non è per me che sto parlando.
Poi, come se quel discorso non fosse mai avvenuto, entrambi i legulei tentarono di stringergli la mano con il più cordiale sorriso e la più squisita deferenza a cui Il dott. Gridero, sbattezzato, si sottrasse e li osservò allontanarsi restando sul posto come a volere riappropriarsi della sua presenza in sé e senza intromissioni, quindi uscì nella calura a cercare un luogo per pranzare.

Prossimamente il quarantesimo capitolo