romanzo a puntate (22)

Copyright © Eric Bandini 2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.

Una storia italiana
Capitolo XXII°
(22)
Genova
Venerdì, 20 Luglio 2001
Germano non si è voltato a vedere cosa è successo dietro di lui, ha capito che quel piccolo gruppo di dimostranti ha svolto un’azione di ostacolo per la sua cattura da parte delle FFOO, ha fatto in tempo a rialzarsi prima che gli agenti gli mettessero le mani addosso dopo essere caduto in seguito a qualcosa che lo aveva colpito alle gambe da dietro e ha preso a correre nonostante un dolore ad un polpaccio ed ha corso finché aveva fiato, finché non aveva la certezza che nessun rumore sospetto gli segnalasse la corsa di qualcuno dietro di lui, poi in parte sopraffatto dalla stanchezza e in parte resosi conto che le persone che incrociava lo guardavano strano per via della sua andatura ha deciso di fermarsi per darsi un’occhiata alle spalle, dove ha potuto verificare che tutto ciò che è accaduto poco prima ai suoi danni è rimasto focalizzato nell’incrocio di Via Casaregis con Via Invrea, non ci sono agenti al suo inseguimento ma la cosa non lo tranquillizza, anzi è davvero inquieto. Vorrebbe avere vicino a sé i suoi colleghi, vorrebbe farsi un’opinione del perché con Sandro e Claudio ma nel momento della fuga si è accorto che loro stavano prendendo la direzione opposta ed ora sono separati dalla distanza di una protesta e dalla minaccia di un cretino che non ha capito nulla.
Ora gli torna alla mente ciò che Sandro voleva fargli intendere in Piazza Alimonda, ora capisce cosa voleva quel tipo grassoccio che strillava poco fa dietro di loro, e attraverso vaghe reminiscenze offuscate dal sonno mancato di una notte di viaggio ricorda di averlo notato la mattina stessa, anche se dire che lo riconosce per quel tale è una sussunzione derivata dall’atteggiamento di Sandro e dagli eventi conseguenti, se dovesse descrivere quel tipo non saprebbe da che parte cominciare, tranne che per la corporatura che non identificherebbe proprio nessuno. Tutti questi ragionamenti caotici, tutti questi tentativi di capire, che sono una conseguenza forzata dalla fuga da qualcosa che non si aspettava proprio e che non riesce ad agganciare ad alcunché di sensato, vengono spostati lontano nella sua attenzione nel tentativo di associare un evento al rumore di due scoppi improvvisi in quella piazza da cui sono corsi via.
Tutto si è svolto in maniera così caotica che non riesce a isolare l’evento nella sua mente, probabilmente perché non ha visto o notato nulla, o forse la sua attenzione non è riuscita a catturare dettagli con sufficiente chiarezza. Si sente disgustato e depresso, oltre che in una relativa ansia per la sua incolumità, ma per quest’ultimo punto pensa che con tutta la gente che in questi giorni è in movimento in questa città sarebbe davvero da paranoici preoccuparsi sul serio dell’eventualità che la sua persona venga segnalata e ricercata dalle forze dell’ordine. In fondo alla strada, due o trecento metri davanti a lui, le case finiscono e capisce di essere in prossimità del mare, la frustrazione dell’inseguimento e la testimonianza degli eventi della giornata che ancora turbinano nella sua testa lo inducono in una melanconia rabbiosa e struggente al tempo stesso. Non ha nessuna violenza da reprimere, nessun moto di vendetta vuole prendere corpo in lui, ma nessuna particella del suo cervello è disposta ad accettare e dimenticare. Sa che gli passerà ma sarà una persona diversa, il segno rimarrà e sarà parte di lui e della sua vita.
Nonostante i movimenti di protesta più pericolosi fossero ragionevolmente lontani, sebbene inclusi nella medesima città di Genova, Germano non si sentiva davvero fuori da tutto ciò; la cosa appariva perfettamente comprensibile, un ordinario studente di lettere e filosofia che non ha mai avuto a che fare con le forze dell’ordine e che si trova improvvisamente a dovervi sfuggire si sente davvero sbalzato dalla sua realtà ordinaria. Nel raggiungere il lungomare si domandava come fare ad uscire da Genova, separato dai suoi amici e dalle stazioni ferroviarie, che stavano nella parte della città che aveva appena lasciato e che certamente era ancora occupata dagli scontri. Queste urgenze immediate gli richiamarono alla mente le cose della sua vita presente, quella specie di fuga da Milano, Mina ospitata in casa di chissàchi a nascondersi da quel tizio e la mancanza di lei, che nell’arco della giornata non gli era pesata per l’incalzare degli eventi ma che ora in quel sentimento pervasivo di malinconia si distendeva come un velo uniforme su ogni cosa che gli passava per la mente. Non si erano sentiti neanche per telefono, e dire che il telefonino lo usavano spesso e volentieri entrambi e già questo fatto, detratta la metà di responsabilità che gli competeva per non avere telefonato lui per primo, cominciava ad indisporlo, ora però era più necessario contattare Sandro e Claudio.
Stava per mettere mano alla sua tracolla per prendere il telefono e chiamare uno dei due quando si ricordò di averlo disattivato la mattina prima di abbioccarsi su quella sedia a ridosso della vetrina del bar e da allora non lo aveva riacceso, questo in parte lo riconciliò con Mina. Tirò fuori il telefono e lo accese riscontrando una chiamata senza risposta dal numero che l’apparecchio gli segnalava essere quello di Claudio e ricambiò la chiamata, rattristato dal fatto che non c’erano state chiamate dal numero di Mina. La voce di Dott. Cynicus gli apparve diversa e non per il mezzo attraverso il quale si stavano parlando; c’era un timbro differente che non riusciva ad identificare e in lontano sottofondo si udivano rumori del tipo di quelli che aveva udito per tutta la giornata.

– Perché non hai risposto?
– Mi ero dimenticato di accenderlo. Dove siete?
– Siamo ancora bloccati nella zona di Via Tolemaide, c’è ancora battaglia qui ma pare che ci siano pallidi tentativi di cessare la protesta, sono tutti sparsi e disorganizzati e il corteo dei Disobbedienti sta arretrando verso il punto da cui sono partiti. Come facciamo a ritrovarci?
– Considerato ciò che è successo poco fa è meglio se non ci ritroviamo. Voi andate alla macchina, che non dovrebbe essere troppo lontana da lì, io me ne torno con altri mezzi.
– Con quali? La stazione è da queste parti.
– Da quelle parti non ho intenzione di tornarci e comunque se quel tizio o chi per lui sta cercando tre persone stare separati potrebbe essere d’aiuto, inoltre ci puoi giurare che le stazioni pulluleranno di polizia. Non preoccupatevi per me, torno a casa per conto mio.
– Hai dimenticato cosa ti aspetta a Milano?
– Ormai non so più che cosa è peggio, comunque prenderò delle precauzioni. Fatemi sapere quando siete fuori da qui. Sandro è con te?
– Sì.
– Mi mancate…
– … Mina ha chiamato?
– No. La chiamerò io tra un po’.
– Ci sentiamo più tardi.
Germano ripose il telefono e cercò di guardare lontano nell’orizzonte del mare ma dallo sbocco di Via Casaregis su Corso Italia la vista del mare è bloccata da una serie di costruzioni basse, anche se effettivamente la passeggiata del lungomare vi passa davanti; sulla sinistra quelle casupole terminavano e si vedeva lo spazio aperto, attraversò il corso e vi si diresse. Alla fine di quei fabbricati si apriva una piccola insenatura occupata quasi interamente da piccole imbarcazioni disposte sulla spiaggia come autoveicoli in un parcheggio, qualcuno, isolato, prendeva il sole nello spazio fra le barche e la battigia, Germano si fermò sulla passeggiata del lungomare e scrutò nella lontananza del mare senza alcuno scopo, come si può guardare qualcosa che non si può abbracciare completamente, la si guarda e basta. Un senso di solitudine lo pervase ma non era un sentimento negativo, era piuttosto una consapevolezza del presente, un momento di pausa per se stesso dopo la puzza dei lacrimogeni e le scene di violenza, nonché il pericolo scampato.
Per un breve momento sentì che in quella luce calda del tardo pomeriggio estivo poteva lavare via le brutte sensazioni provate in quella giornata e guardare agli eventi con un distacco più logico ma non meno pervasivo, la realtà dopotutto restava intera tale e quale, e comunque fu solo il pensiero di un istante, come se con la fantasia avesse per un momento sentito di poter colorare quell’immagine in bianco e nero che la società italiana si ostina a dare di se stessa, un bianco e nero alleviato solo dal grigio del cemento, che non mancava nemmeno attorno a lui in quell’istante. Si rammentò della lezione di Trifarro della mattina precedente in Largo Richini a Milano e pensò che è difficile cambiare veramente le cose perché ciascuno vive una località temporale che considera come assoluta e vede nelle reminiscenze della sua gioventù il bel tempo che fu, «com’erano belli i miei tempi», che in termini generali è una cosa assurda e ridicola, fra molti anni i giovani di oggi ricorderanno questi tempi cementificati e inquinati come il più bel periodo della loro vita e tutto andrà avanti come sempre, cioè praticamente a rotoli, una consapevolezza della realtà è davvero difficile e comunque impraticabile, stante la concorrenza di qualche miliardo di diverse percezioni della medesima realtà; la civiltà avanzata (?) perde l’aggancio con la poesia delle cose della natura, l’arte in qualche maniera muore. Essere o non essere rimane un sofisma, quando sei assediato da tutto ciò quello che resta è non essere, oppure essere molto limitatamente. Forse, pensò Germano, anche per la coscienza vale la legge della termodinamica che prevede il necessario logoramento nella funzionalità, ma questo non era il suo campo e rimpianse di non avere al suo fianco Sandro, che aveva fatto scuole tecniche e che avrebbe potuto controbattere o illuminarlo.

Protrasse quel momento più indefinitamente che poté senza curarsi di nulla, lasciò che la malinconia venisse rimpiazzata dal presente materiale, non che fosse una tregua della stessa ma piuttosto una specie di convivenza patteggiata con il presente finché le incombenze del duplice problema gli fecero notare la necessità di una decisione abbastanza immediata: in qualche maniera occorreva tornare alle grane di Milano evitando le grane genovesi. Non era la sconfitta dello stato d’animo ma una presa di distanza, un voler guardare oltre restando conscio di ogni cosa, certamente non la migliore situazione mentale per sfuggire a qualcosa e ripararsi contemporaneamente da un’altra; è in questa molteplicità di situazioni che è più facile commettere errori. Ripercorse a ritroso la passeggiata del lungo mare fino a quegli edifici bassi, che si percepivano di utilizzo balneare o marittimo e si fermò ad un chiosco per mangiare qualcosa e riposarsi un poco. All’interno del chiosco un televisore trasmetteva un notiziario con le immagini che egli aveva visto in prima persona in Piazza Alimonda, erano solo le sei e mezza forse le sette e già il circuito mediatico si era impadronito della faccenda.
Quando la notizia lo raggiunse egli connetté i due scoppi con il nome di quel ragazzo, e ugualmente l’inutilità della sua presenza in quella piazza, cosa che d’altronde non avrebbe aggiunto o tolto nulla alla sopraffazione che sentiva dentro di sé. Un nome, che cos’è un nome? Abbiamo bisogno della carta di identità per dire chi siamo? Per la burocrazia certamente, per lo spettacolo pure, con gli strascichi delle interviste e dei commenti che non diranno mai veramente com’era quel ragazzo né cosa pensava né cosa gli piaceva, sulla bocca di qualcun altro si diventa tutti degli oggetti, degli argomenti, dei ragionamenti che vivono di sé stessi e che nulla hanno a che spartire con la vita vera, la quale dei commenti se ne infischia. I giornalisti riassumono in un servizio o in un articolo ciò che colpisce la loro fantasia e ciò che pensano colpisca anche la gente che li legge o li guarda in TV, un sommario di esistenza, un bignamino delle vite altrui, oppure in gergo professionale un coccodrillo, nome molto azzeccato, per via delle lacrime che questo animale verserebbe dopo essersi rimpinzato della sua prole (ciò che in fondo non è neppure vero). Si narra che certi giornalisti tengano già pronti in un cassetto, oggi come oggi forse nel computer, i “coccodrilli” delle personalità più prossime al fatale trapasso, vuoi per l’età, vuoi per informazioni circa il loro stato di salute, vuoi semplicemente perché antipatici e quindi metterli fra i quasi trapassati o trapassanti è una piccola ripicca non divulgabile verso qualcuno di cui non possono parlare male.

Un tipo loquace sbocconcellava una focaccia salata restando appoggiato al banco inframmezzando masticazione e commenti in genovese tenendo gli occhi sul teleschermo. La tenutaria del chiosco annuiva annoiata e quando troppo pressata rilasciava dei commenti neutri che non propendevano per nessuno e che davano l’idea dell’atteggiamento di una badante o di un’assistente sociale, che d’altronde è la funzione principale di ogni gestore di locale di mescita, ascoltare confessioni, pareri, commenti, opinioni senza dare troppo ragione, solo quanto basta a ché il cliente torni e quanto basta per non mettersi in lite con gli altri clienti, la maggiore difficoltà del barista e anche la maggior fatica. Nel caso l’espressione barista suonava un po’ altisonante, come può chiamarsi il gestore di un chiosco? Un facente funzioni di barista? Di solito prende il nome dall’oggetto principale del suo commercio ma questa donna non aveva in vendita alcunché di così tipico da poterla identificare in una categoria precisa. La donna guardò Germano mentre in sottofondo il cliente ciarliero continuava il suo soliloquio fissando il teleschermo credendo di avere audience e gli chiese cosa poteva servirgli. Germano guardò la focaccia che aveva in mano il tipo alla sua sinistra e disse qualcosa come «Una roba come quella e una Fanta®», mantenendo un’espressione distaccata, quasi da duro, appoggiato al banco con una mano sotto al mento.
Le donne a volte ti stupiscono, ti mettono davanti un tuo sé in maniera differente, insospettabile e un’ironia che sembra arrivare da molto lontano ma che viaggia molto terra terra. Quella gli rispose:
– Œh… una roba come quella – e disse “una roba come quella” imitando o cercando di imitare la sua voce e la sua intonazione, preceduta da un “Eeh” che pareva pronunciato con un “œ” dal suono chiuso e dall’intonazione canzonatoria mentre lo fissava con un’espressione di una cordialità sopraffacente ma dalle sfumature navigate.
Ci fu un attimo di pausa in cui Germano parve indeciso se cogliere il buon umore della tipa, almeno per formalità di cortesia, o perseverare nello stato malinconico che aveva fondati motivi per non lasciarsi rallegrare e si limitò a sollevare un angolo della bocca per abbozzare un sorriso. La donna mantenne il suo sguardo allegro su di lui fissandolo fugacemente sugli estremi dei lobi frontali per poi sortire un improvviso:
– Ti senti la testa pesante?
– Non l’ho mai pesata.
La donna sorrise continuando le sue faccende guardandolo fra un’operazione e l’altra con un sorrisetto malizioso di cui Germano non capiva la perseveranza né la congruità, la guardò in faccia, era una donna di circa trentacinque anni, ma agghindata per il servizio ne dimostrava una decina di più; formosa quanto basta per dare un senso alla sua professione senza che la sua taglia degenerasse in obesità, un tipo dall’aspetto simpatico e dalla faccia curiosa nell’espressione. Probabilmente aveva notato la cupezza di Germano e come poche donne sanno fare lo aveva preso dal lato scherzoso, perché uno della sua età è sempre sensibile a questo atteggiamento. Germano la guardò di nuovo nella modificazione intervenuta da questa sua risposta e alzò nuovamente un lato della sua bocca per abbozzare un sorriso senza che il suo atteggiamento generale abbandonasse una palese nota di tristezza. Il tipo al suo fianco ora taceva e azzannava mordacemente gli ultimi brandelli della sua focaccia, occhi incollati alla TV. Germano guardò il soggetto al suo fianco e poi guardò la donna che non gli aveva staccato gli occhi di dosso mentre si era chinata a reperire un barattolo di Fanta® da uno degli sportelli del frigorifero sotto al piano di lavoro, il posto non era grande ed ogni cosa era praticamente a portata di mano. Nell’attesa di essere servito della focaccia Germano si voltò a guardare i paraggi all’intorno del chiosco; nulla di interessante né di romantico, un classico ex paesaggio italiano arricchito di cemento e imbellettato per dare un senso all’eventuale definizione di lungomare, poiché in effetti era “lungo il mare” anche se questo si trovava un cento o duecento metri oltre queste casupole sparse. La donna gli chiese:
– Non ti interessa la TV?

A Germano quel tu confidenziale pareva un po’ fuori luogo ma non vi diede peso, il tipo pareva simpatico per davvero e chissà, magari aveva un fratello della sua età e in qualche maniera si sentiva in confidenza con i suoi coetanei, o forse era il suo modo di fare, spiccio e di buon umore. Germano buttò un’occhiata distratta alla TV poi si voltò di nuovo a guardarsi all’intorno, quindi sbirciandola come da sotto in su disse:
– Quello che c’era da vedere l’ho già visto.
Il notiziario era finit0 e la TV aveva cambiato argomento, il tipo aveva terminato di mangiare e si stava scolando in fretta i resti di una birra, poi posò energicamente il bicchiere emettendo un “Ahhh” sonoro e soddisfatto, pose sul banco una banconota da diecimila lire e si alzò in piedi aspettando il resto, che la donna gli porse prontamente, quindi se ne andò borbottando un “Ci vediamo”, cliente abituale evidentemente, pensò Germano.

La strada del lungomare, che in quel punto si chiama Corso Italia, era piuttosto trafficata, il via vai quasi continuo di un venerdì pomeriggio forse incrementato dai vari divieti che la presenza degli otto aveva imposto per cui molti cittadini dovevano sobbarcarsi gite improvvisate in paraggi della città che in condizioni ordinarie non avrebbero preso in considerazione.
Germano guardava quei veicoli pensando che certamente ciascuna di quelle persone si stava recando al proprio domicilio o al ricovero alternativo imposto dagli otto sunnominati nel caso fossero cittadini residenti della zona interdetta. La stanchezza della giornata, trascorsa quasi totalmente in piedi e in stato di allerta, cominciava a pesargli e in una specie di sogno-desiderio si immaginò a casa sua intento a farsi una doccia prima di mettersi a tavola ma l’immagine della tranquillità del suo trantran di studente era offuscato dalla protesta che aveva visto e vissuto quel giorno. Desiderava non essere lì e al contempo non desiderava essere a casa, tutto ciò che era accaduto dalla sera precedente in poi, nonostante vi fosse stata la sua partecipazione attiva nelle decisioni, sfuggiva al suo controllo, alla sua volontà.
Sì, aveva desiderato di essere presente alla protesta contro il G8, ne aveva parlato anche la mattina precedente con i suoi colleghi ma il fatto di essere stato praticamente scalzato da Milano, e in fretta e furia, il fatto di ritrovarsi ad avere un nemico in una persona che non conosceva, e che allo stato di fatto neanche aveva mai visto, il fatto che Mina fosse al tempo in pericolo e in qualche modo all’origine del pericolo, il fatto che dalla protesta fosse emerso un panzone presuntuoso che pretendeva di domare la rivolta facendo arrestare tre estranei, tutto questo lo faceva sentire come un oggetto in balia di qualcosa che stava molto al di sopra della sua persona; non era il caso di tirare in ballo il destino, che ha sempre una connotazione superstiziosa, o la fatalità, che suona sempre arrendevole, niente di tutto questo ma percepiva al presente una scansione rimarchevole fra le sue aspettative e la realizzazione delle stesse, non che si aspettasse di essere esaudito in ogni suo desiderio, piuttosto di essere semplicemente parte attiva della sua vita quando questa pareva aver preso l’autonoma decisione di volersene andare a zonzo per conto suo e senza preavviso, non era il miglior presupposto per un filosofo o aspirante tale.
Senza che lui se ne fosse accorto la donna lo sbirciava di sguincio di quando in quando, intenta alle sue faccende di gestione del chiosco, il suo aspetto assorto e al contempo distratto gli davano un’aura di innocenza quasi infantile, era praticamente sopraffatto dalla stanchezza e spaesato. Quando la donna gli presentò la focaccia che aveva ordinato Germano gli chiese:
– Sa mica se c’è un pullman a quest’ora che vada fino a Piacenza?
Germano dimenticò la confidenza che lei si era presa nei suoi confronti rivolgendoglisi direttamente col tu, sebbene tenesse un atteggiamento simpatico su cui poteva accondiscendere. Evitò di citare Milano, un minimo di precauzione era necessaria e Piacenza rappresentava già un buon passo verso casa.
– A quest’ora nessun pullman fa un percorso così lungo, devi prendere il treno oppure aspettare domani mattina.
La donna gli rispose guardandolo in faccia sporgendosi un poco verso di lui con le braccia divaricate e le mani appoggiate sul bancone e il viso proteso in avanti; sotto al peso della sua persona le sue mani apparivano energiche e probabilmente lo erano per davvero.
– La stazione è dall’altra parte della città e non ho voglia di scarpinare fin là, pensavo che qui avrei potuto trovare una fermata di qualche autobus di linea.
– E in effetti ci sono ma a quest’ora arrivi a dir molto fino a Camogli o al massimo a Sestri Levante

La donna continuava a guardarlo, Germano si sentì leggermente in imbarazzo, qualcosa nel suo sguardo pareva leggergli dentro, poi quella disse:
– Non hai l’aspetto di un rivoltoso, però scommetto che sei scappato dalla protesta che c’è stata fino ad ora dalle parti della zona rossa.
Germano la guardò un po’ di traverso, questa confidenza cominciava a pesargli e la corporatura della donna poteva vantare parentele sospette, nulla di personale contro le persone pingui ma un precedente recente lo metteva in guardia dai ciarloni e dai simpaticoni sovrappeso. Il tipo però pareva innocuo, sebbene piuttosto maliziosa e dopo tutto non aveva neanche chiamato la polizia. Ora lo guardava sorridendo di una tranquillità che pareva distante anni luce da connessioni ambigue. Germano la guardò senza rispondere, si sentiva in imbarazzo ad opporre un ottuso silenzio a quella simpatia ma di raccontare ciò che aveva visto non ne aveva voglia e parlare gli appariva come un’attività superflua e faticosa.
– Puoi fare l’autostop fino a La Spezia e poi fino a Parma.
– Un giro troppo lungo, fra tre ore sarà buio e non voglio essere per strada a fare l’autostop, di notte ci puoi giurare che non ti carica nessuno.
– Almeno sarai arrivato fino a La Spezia…
L’idea non pareva peregrina, per intanto allontanarsi da Genova era già qualcosa.
La donna cambiò tono di voce e disse in un tono confidenziale:
– Con quello che hanno da fare in centro non staranno sottilizzare per un autostoppista e poi ci sono molti turisti in questa stagione, puoi sembrare uno di loro… anche se sei bianco come un lenzuolo…
In effetti Germano non aveva ancora visto il mare quell’anno, per via degli impegni di studio, e questo rilievo del suo stato di abbronzatura e le sue necessità di abbandonare Genova così evidenziate, sebbene non rassicuranti, non sollevarono sospetti sulla genuinità della simpatia un po’ ficcanaso di quella donna, però gli parve più prudente stornare l’argomento.
– Non sono mica in fuga da qualcosa, è solo che ho necessità di arrivare a casa, possibilmente entro stanotte. Su una cosa ha ragione, non sono affatto abbronzato, e le dirò di più… la cosa non mi preoccupa.
La donna rise, neanche lei era abbronzata, evidentemente la gestione del chiosco la teneva impegnata per tutto il giorno. Un paio di persone si avvicinarono per ordinare qualcosa e la donna lasciò Germano alle sue decisioni che si risolsero nell’opzione autostop, immaginandosi già a sbirciare lontano per notare le macchine della polizia, ma voleva andarsene in quel momento ad ogni costo.
Sul lungomare il traffico non era diminuito e le probabilità di trovare un passaggio erano buone, però il lungomare non è ancora la strada statale, che incrocia qualche chilometro più avanti e Germano già preventivava diversi cambi di veicolo, ammesso che ne trovasse. La fortuna si concretizzò in un camper guidato da un tipo dall’accento meridionale i cui famigli o congiunti, che non vide, se ne stavano tranquillamente nel van e che lo tradusse senza troppe inquisizioni fino a Rapallo, dove Germano, sentendosi ormai sulla via di casa senza nessuno alle spalle optò per la soluzione ferroviaria, prendendo il primo treno per Firenze e poi uno per Milano, avendo cura di fermarsi prima in una città vicina. E fu così che scese a Melegnano per evitare di arrivare in una stazione della metropoli dove temeva di incontrare un altro tipo di problemi in maniera inaspettata e affrontò la non modica cifra di un centomila per arrivare in taxi fino a Milano, combattuto nell’indecisione di andare a casa sua o riparare temporaneamente in casa di qualche collega, cosa che alle tre e mezza di notte non era facilmente attuabile.
Tutto il viaggio, che per le coincidenze e la percorrenza non era stato proprio breve né agevole, era stato da lui vissuto nell’appagamento di un ritorno a casa e nonostante gli imbrogli in corso il ritorno a Milano gli appariva come una bella cosa. Il desiderio del ritorno a casa era stato offuscato da un fatterello che aveva attivato lo stato di allarme che presumeva di essersi lasciato alle spalle abbandonando Genova, accaduto nell’uscire dalla stazione di Melegnano, dove aveva casualmente ascoltato un paio di tizi, che dall’aspetto parevano commessi viaggiatori o agenti commerciali di qualunque cosa possa essere venduta o pubblicizzata, i quali borbottando fra loro ad alta voce lo avevano involontariamente informato che la polizia pareva essere sulle tracce di tre rivoltosi che avevano recato devastazioni a Genova e che questi sarebbero di origine italiana, più precisamente del nord Italia, la qual cosa aveva messo in moto nella sua mente una ricerca di connessioni fra la sua esistenza e la possibilità reale di tale diceria. Ma il nord Italia non è esattamente un quartiere per cui non gli diede peso, al confronto con il suo ritorno al buio in Milano questo problema appariva veramente trascurabile, da queste parti c’erano certamente altri tizi che stavano sulle tracce di qualcuno che gli stava a cuore, non escluso lui stesso come cointeressato.

Questa involontaria informativa lo aveva comunque richiamato a più reali necessità e aveva in larga parte annullato la buona sensazione di essere più o meno a casa richiamandolo ad urgenze che non erano ancora trascorse e di cui non era riuscito ad avere aggiornamenti. A qualunque tentativo di chiamata che aveva fatto dal trasbordo del van fino ad un’ora telefonabile il cellulare di Mina ripeteva ossessivamente “il numero da lei chiamato non è al momento raggiungibile, ecc. ecc., ecc.”, evidentemente lo aveva spento, come aveva fatto lui a Genova del resto, nulla da recriminare quindi, però le preoccupazioni tendevano al rialzo. Gli unici con cui aveva parlato erano Sandro e Claudio, con i quali non era riuscito a concordare gran ché per via di esagerate precauzioni che i due erano intenzionati a mettere in pratica, neanche fossero dei clandestini in un paese sconosciuto, esasperavano parecchio la vicenda e ne erano consapevoli, lo intuiva dai loro modi nei suoi confronti, che apprezzava per via della dimostrata amicizia ma certamente loro a quest’ora erano già a casa a ronfare della grossa, agevolati dal viaggio in macchina e per conseguenza dalla brevità dello stesso. Non se la sentiva di disturbarli, specie a un’ora del mattino che per via della luce cade ancora nel dominio della notte, primo per evitare di rammemorare gli eventi che avevano vissuto il giorno precedente e secondo perché, riguardo alle vicende di Mina, non aveva sostanzialmente nulla da comunicare loro o su cui chiedere un’opinione, si sentiva come se non la vedesse da molto, molto tempo, con la curiosità e il timore di aggiornamenti sgradevoli, e certamente molti imprevisti collaterali.

Prossimamente il ventitreesimo capitolo