Una storia italiana – Romanzo a puntate (06)

romanzo a puntate (06)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo VI°

(06)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Visti dalla distanza di una generazione gli atteggiamenti e la mentalità di Trifarro avevano una lontana e collocabile origine nella sua gioventù, in un’adolescenza “anni settanta” a cavallo fra la trasgressione già decadente del rock, o anche dell’uso di droghe, da cui si era tenuto a debita distanza, e l’impegno sociale, e nel suo caso politico, in cui si era buttato a capofitto con tutta l’energia dei suoi anni migliori. Passati gli anni sessanta e la sbornia conseguente, di cui non era stato parte per momento di nascita, si era fatto l’opinione che i vegliardi non avevano mollato un centimetro del loro potere, a loro era bastato fare niente altro che aspettare l’azione della realtà da essi prodotta, come il mercato, la politica – quella politicata – le “regole sociali”, quelle stesse contro cui si scagliavano i giovani, il perbenismo e tutta l’impalcatura di moralità moralizzata, e irridersene delle colorate espressioni “artistiche” dei giovani e del ròc, anzi certuni si tuffavano nelle attività dei coetanei dei loro figli immaginando di essere come loro e ciò creava delle situazioni discretamente ridicole il cui spettacolo gettava nello sconforto il giovane Fosco, consapevole che tutto sarebbe stato vanificato in una omologazione collettiva, sbagliata non tanto per la partecipazione, che sarebbe di per sé equa e giusta, quanto per il solito atteggiamento al ribasso del vecchiume, l’impronta del fare per ottenere in maggior quantità, qualunque cosa significasse “quantità”, che fosse f***, denaro, potere, influenza sul prossimo o altro. Il giovane Fosco sentiva di doversi impegnare per qualcosa che ne valesse “davvero” la pena.

…anni settanta

Il periodo della sua adolescenza non mancò di fornirgli amicizie, connessioni ed esperienze adeguate alle sue esigenze, specie in una grande città come Milano, dove le proteste e i cortei completi di cariche della polizia non mancavano e alla cui partecipazione attiva si era rodato un po’ alla volta insieme ad alcuni coetanei con i quali condivideva, o credeva di condividere, molte delle sue convinzioni. Il desiderio di riconoscersi in una ideologia, in un simbolo, di identificare sostanzialmente la propria appartenenza senza necessità di una continua verifica spronava verso non so cosa molti di questi adolescenti, larga parte dei quali se avessero dovuto spiegare la propria scelta avrebbero balbettato non poco girando intorno a frasi fatte e a “sentito dire”. Fosco, con altri non numerosi, stava un passo più avanti di questi, per lui l’ideologia era un mezzo, non un fine o un club, la visione che aveva della realtà lo incitava a una intima ribellione che aveva trovato sfogo in un ideale, che intimamente non aveva mai abbandonato ma da cui si era ritratto a causa di errate interpretazioni in cui si era trovato coinvolto a sua insaputa, o magari in forma non del tutto consapevole. In un novembre nebbioso di quegli anni settanta, quando la nebbia era ancora ligia al suo nome, l’intraprendenza di alcuni suoi amici e conoscenti ipotizzò un intervento – così lo chiamarono – per “ripristinare la giustizia del popolo”, così si espresse l’ideatore dell’”intervento”, usando un vocabolario che definire frusto era già allora una descrizione appropriata.

Il Fosco qualcosa aveva intuito, forse dire “qualcosa” è sicuramente troppo, diciamo che il gergo usato poteva avergli già fornito indizi sulle intenzioni, anche se non sulla materia di “intervento”, tuttavia l’esuberanza dell’adolescenza ottunde in parte la lucidità quando si tratta di azioni e di partecipazione, a volte la paura di restare isolati prevale, cosicché il Fosco finì per trovarsi imbarcato in una missione che a mente fredda avrebbe evitato senza neanche dire forse, non per paura o conformismo o altro, quanto per una sua logica delle cose che lo istigava in maniera naturale a tenersi alla larga da gesti di violenza senza mezzi termini e fini a se stessi.

Reparto Celere

Un conto era affrontare i celerini nelle manifestazioni, altra cosa era affrontare persone civili o inermi, le quali anche se avevano combinato qualche c****** non spettava certo a lui ripristinare “la giustizia del popolo”. Tutta la cosa prese un suo tempo e lui insieme al “gruppo d’azione” – perché già si definivano così e il Fosco, a cui avrebbero dovuto fischiare le orecchie, si ostinava a non pensare male dopo tutto erano suoi amici che diamine – entrarono in un tunnel temporale la cui unica uscita pareva essere il compimento di questa loro impresa, l’ideale dell’azione entrava per dritto e per traverso quasi in ogni loro conversazione. Il fatto più strano era che nessuno aveva definito alcunché, Armando aveva parlato di un “intervento”, astrattamente, senza dare a vedere di avere qualche programma preciso in mente e tutta la combriccola, che nel concreto assommava a cinque amici che condividevano il medesimo ideale, che forse intendevano politico ma che in realtà non comprendevano (… e chi mai può comprendere “la vita”?) e si incontravano anche al di fuori dei tafferugli con la polizia e le proteste o altre attività che richiedevano più larga partecipazione di altri giovani o associazioni con cui erano in contatto per i motivi più disparati; la “cosa” si era messa in moto, non con entusiasmo, che sarebbe stato fuori luogo e ridicolo, ma con severo cipiglio di ribelli che si apprestano ad una azione con la “a” maiuscola.

Nella periferia della Milano di allora esistevano, o forse sopravvivevano assediate dalla cementificazione incombente, attività di commercio o di artigianato relegate in polverosi ambienti che parevano sopravvissuti ai bombardamenti degli Alleati, nei bassi di case di ringhiera che in larga parte non erano ancora diventate le abitazioni snob dei tempi attuali, o ambienti condominiali da proporre per la tutela alla Sovrintendenza ai Beni Architettonici. In quegli edifici intercomunicanti fra corti di vecchie cascine e carraie assediate da un’edilizia da immaginare in bianco e nero come nel vecchio intervallo arpeggiato della RAI, fra ringhiere di terrazzi aggettanti, androni carrabili, panni stesi su fili che connettevano edifici differenti, fragore di ragazzini e attività di adulti al lavoro in officine, laboratori artigiani nei pianterreni più improbabili e forse perfino introvabili, stante la difficoltà di accedervi, si potevano reperire le cose più disparate, a patto di esservi introdotti o di sapervisi introdurre nel modo appropriato. C’erano sostanzialmente tre maniere per entrare in quel mondo di periferia milanese. L’ignaro, tipo quello del parente in visita o del conoscente a cui si è dato appuntamento, poi c’era il cliente di qualcuna delle attività che solitamente erano persone dei dintorni, e infine il ficcanaso o anche il poliziotto, e quest’ultimo tipo di solito passava meno inosservato di chiunque altro.

Non è il caso di tirare in ballo organizzazioni dedite al crimine su vasta scala, semplicemente due mondi si fronteggiavano e il più debole dei due cercava di difendersi dagli intrusi, sopravviveva ancora quella tradizione tra il meneghino e il bertoldesco di tirare “bidoni” e caso mai di arrotondare con attività sgradite ai ghisa e i loro colleghi. Nulla di nuovo sotto al sole e il politically correct nessuno sapeva ancora cosa fosse. Non che l’arte della fregatura sia scomparsa ma ha perso quel suo fascino goliardico che gli derivava dal contatto diretto e dall’azione aperta. È però impossibile definire un sistema e qualcosa sfugge sempre, così occorre ammettere che in quel periodo non ancora invaso da apparecchi elettronici e computerizzati esistevano maniere per passare inosservati anche in un mondo che pretendeva di essere ermetico per propria difesa, o che forse non era poi così organizzato e coeso come si sarebbe tentati di immaginare. Tendenzialmente un adolescente avrebbe avuto discrete possibilità di passare senza farsi notare al vaglio dei residenti, in prima analisi per una persistente tendenza di quei tempi al machismo, che valutava i minorenni come una sottospecie o una razza inferiore come le donne e i bambini, e inoltre per l’assenza di uniformità e di aggregazione che non andasse oltre il proprio cortile e caseggiato, già la strada aperta rappresentava il limite delle colonne d’Ercole, praticamente un arcipelago di aggregazioni. È noto che il crimine affratella, oddìo, non nel senso ecumenico né sociale, diciamo che nelle cattive intenzioni è molto facile trovare punti in comune, momenti d’accordo. Poi commesso il fatto e spartito il bottino nemici come prima. Fino alla prossima occasione. La necessità può spianare qualche problema, e si può soprassedere se il compare vota o tifa per la sponda opposta, d’altronde nessuno, o quasi, sceglie i propri colleghi di lavoro.

Il Fosco e i suoi amici, identificati in Armando, Egisto, Terzo e Arturo non erano introdotti in alcun mondo della loro città, sperimentavano la loro voglia di sentirsi adulti negli anfratti lasciati liberi da adulti propriamente detti già occupanti spazi precisi della società, con vago sentore di eventuali pericoli e sconsiderati desideri di confrontarvisi; il cosmo della periferia di Milano era vasto a sufficienza per scatenare le fantasie di ragazzi come loro, che si muovevano per le loro esigenze senza alcun imbarazzo né alcun limite.

… tramonto sciroccoso…

Una sera di un giorno del novembre 1975, un tardo pomeriggio sciroccoso, una di quelle giornate in cui il cielo sembra dipinto direttamente da un impressionista, con tutte quelle nuvole in varie tonalità e il sole già basso all’orizzonte verso un tramonto policromo, Armando con la sua Vespa® 125 piombò di spinta a motore già spento nella bottega del Bartoli, detto Camisa per sconosciuti motivi. Il detto Camisa, alias Bartoli, al secolo Bartoli Virgilio di professione meccanico, non si era avveduto dell’Armando, né si era accorto del suo arrivo a causa del motore che l’Armando aveva spento prima di entrare e appena dentro a colpo d’occhio aveva intravisto il Camisa nello sgabuzzino adibito a bagno nell’angolo a sinistra del capannone, la cui porta era semiaperta, intento a riporre dietro la cassetta dello sciacquone a fianco della finestrella un oggetto nero di aspetto metallico le cui estremità emergevano dalla manona intrisa di morchia a formare una “L”. L’Armando fece finta di nulla e fischiò come aveva visto fare da altri clienti del Camisa per richiamare l’attenzione del meccanico, guardandosi all’intorno in tutte le direzioni tranne che in quella del bagno. Il Bartoli, avvedutosi della presenza di qualcuno, prima socchiuse la porta fra rapidi tramestii e poi abbandonò il piccolo locale nell’atto di aggiustarsi la tuta presentandosi nell’officina, al cui centro stava l’Armando ancora a cavallo della motoretta apostrofandolo.

– Ueh, c**** fischi, non sono mica il tuo cane, e poi se pretendi che metta di nuovo le mani in questo catorcio te lo puoi scordare…

Vespa 125

– E dai, non so perché ma non tiene il minimo e fatica ad andare in moto.

– Ma te non fai l’ITIS? Non ti intendi di meccanica? Non te la puoi aggiustare da te?

– Le ho provate tutte ma non sono riuscito. Ascolta, te la lascio qui, passo domani sera.

– Guarda che non lavoro mica gratis.

– Sì, lo so. Poi magari mi spieghi cos’è che non va in ‘sto coso.

– E allora mi faccio pagare doppio, prima per la riparazione e poi per la lezione. Dai cacciala là nell’angolo, vicino a quell’altro catorcio – disse il Bartoli indicando una Seicento famigliare che cozzava con le leggi dell’aerodinamica.

FIAT 600 multipla

L’Armando salutò con la mano uscendo senza aggiungere altro, sapeva che qualunque cosa avesse detto non avrebbe fatto altro che suscitare la goliardia del Camisa, che in fondo era un tipo divertente, ma lo era sicuramente di più quando l’oggetto dei suoi lazzi era qualcun altro. Però quell’oggetto nero che aveva visto maneggiare metteva ora il meccanico in una nuova e strana luce e sobillava tentazioni da non accondiscendere.

La sera stessa Armando si trovò con Fosco, Egisto, Arturo e Terzo. Il desiderio di comunicare loro la possibilità di impossessarsi di un ferro fu per lui incontenibile ma si trattenne dal fare nomi e indicare situazioni, si buttò invece a fantasticare sulla possibilità di “azioni” che avrebbero potuto compiere, come una cellula terroristica segreta se solo fossero stati in possesso di un’arma. Il Fosco non lo prese sul serio e anche Terzo insieme con Arturo espressero la loro contrarietà. Egisto non disse nulla, non si espresse e la cosa non fu rimarcata da nessuno. In mezzo alle fantasticherie l’Armando esprimeva frasi che parevano estratte da un volantino di una qualunque delle organizzazioni terroristiche in auge a quel periodo, vere o farlocche, brandendo esclamazioni “tipo”, già confezionate e diffuse dai quotidiani, definizioni generiche come “avanguardia”, “lotta”, “clandestinità”, “autofinanziamento”, “contropotere”. Citò un tizio che gestiva una piccola attività commerciale in un quartiere non distante, indicandolo come un possibile bersaglio per via dell’ostensione di simboli politici all’interno del suo negozio. Gli altri cercarono di dissuaderlo e di disilluderlo da erronee valutazioni, tutti tranne l’Egisto, che pareva sempre sul punto di dire qualcosa ma che poi si tratteneva dall’esprimere, non era neanche il caso di dire che fosse indeciso, non si capiva proprio che cosa avesse in mente. Il Fosco cercò di far capire all’Armando che, al di là del fatto che la violenza è sempre da evitare, cinque soggetti come loro sarebbero stati individuati subito, come cinque polli. Su questo fatto risero tutti d’accordo e la vicenda parve morta lì, la serata prese il solito andazzo da cazzeggio adolescenziale e il Fosco non ripensò più all’episodio.

Qualche giorno dopo, in uno di quei tipici pomeriggi brumosi e freddi, con quella nebbia soda di quei tempi là, l’Armando passa da casa del Fosco lì verso le cinque o un po’ prima, stava già facendo scuro.

La nebbia a Milano

– Dai, vieni con me. Ho la Vespa® in perfetto stato. Andiamo a fare un giretto.

– Ma è un freddo che pela.

– Mettiti qualcosa di pesante.

Il Fosco aveva notato che l’Armando aveva due caschi. Cosa del tutto anomala. Non esisteva allora alcun obbligo ad indossarlo, ed infatti quasi nessuno lo portava, tranne i fanatici con le Kawasaki®, le Honda®, o le moto da cross per fare le impennate davanti alle scuole mentre escono le ragazze. Infatti gliene chiese immediatamente spiegazione e l’Armando rispose che era per il freddo. Non del tutto convincente per Fosco ma plausibile, in effetti l’umidità faceva percepire una temperatura molto più bassa, quantunque per Fosco un berretto sarebbe bastato.

Armando ha una espressione nuova, non strana, ma nel suo sguardo c’è qualcosa che lo tiene leggermente al di sopra del suo standard di comportamento, non è agitato ma sembra più gestuale del solito, davanti alla motoretta gli fa:

– Dai, guida te.

Fosco non replica, è successo altre volte che Armando gli abbia fatto guidare la sua Vespa®, la cosa non rappresenta un problema, hanno preso insieme la patente “A” all’inizio di quell’anno, sebbene Fosco non sia ancora riuscito a convincere i suoi a fornirgli un mezzo simile. La patente se l’è pagata con fondi propri, sperando in un contributo genitoriale per una Lambretta® necessariamente usata, ma da quell’orecchio paiono proprio non volerci sentire, e inoltre le finanze sono quelle di una famiglia di operai, poco da scialare.

Si infilano il casco entrambi, Fosco si mette i guanti e poi scalcia con la messa in moto, Armando sale dietro e partono per quella che sembra una normale vasca per i Navigli e poi per il centro. Armando non dice niente, Fosco si dirige verso le vie più trafficate, giunti a Porta Ticinese Armando gli dice di voltare in Corso Gottardo, verso la periferia sud, Fosco non ha nulla in contrario, stanno solo girovagando a caso. Giunti su Via Meda svoltano su Viale Tibaldi e poi Armando lo instrada sempre più verso la periferia. Fosco pensa che Armando debba andare da qualche parte in particolare e lo asseconda senza fare domande.

Il percorso si fa sempre più desolato, la periferia dei casermoni, delle strade dei pendolari, distributori di benzina e capannoni, vecchie cascine assediate dall’industria. Non è ancora l’ora di punta, dell’uscita dalle fabbriche, c’è traffico modesto a scorrimento veloce. Passano davanti ad un distributore discretamente desolato, in quel momento non transita proprio nessuno sulla strada in cui si trovano, Armando fa segno a Fosco di fare inversione e di fermarsi, Fosco rallenta fa una manovra a “U” e si ferma al ciglio della strada dalla parte opposta, sente Armando scendere e trafficare al posteriore della Vespa® e poi risalire di botto indicando il distributore che è a cento metri davanti a loro e presso cui sono passati pochi minuti prima in direzione contraria. Fosco pensa che Armando voglia fare benzina e si dirige al distributore, quando sono nell’area di questo Armando gli dice di fermarsi un po’ più avanti delle pompe, Fosco non capisce ma obbedisce.

Armando scende rapido e deciso e va verso il gabbiotto del benzinaio dove c’è un tizio sui sessanta che si fa sulla porta. Fosco si volta e nota che Armando non si è tolto il casco, hanno entrambi caschi integrali, Armando tiene una mano dietro la schiena all’altezza della cinta, sotto al giaccone, quando il vecchio lo apostrofa dicendo qualcosa che Fosco non capisce Armando tira fuori un oggetto nero e opaco e lo punta contro il benzinaio, che non arretra, anzi, gli si fa incontro gridando in meneghino, Armando spara un colpo ad altezza d’uomo ma puntando volutamente fuori bersaglio, contro il terreno ingombro di macerie oltre una recinzione sbrindellata alle spalle del vecchio, che resta interdetto, arretra senza parlare verso il chiosco illuminato da un triste neon che pretende di vantare le coloriture dei poster pubblicitari sparsi dentro e sulle vetrine, ma il tutto è così tetro e triste e opacizzato dalla nebbia che a Fosco sembra la giusta scenografia per la c****** che sta facendo Armando.

Space Oddity – LP di David Bowie

Vorrebbe scappare ma significherebbe abbandonare un amico, però pensa che in seguito a questo lo abbandonerà comunque. Fosco si guarda intorno, il colpo di pistola potrebbe avere attirato l’attenzione di qualcuno, ma in vista non c’è nessuno, solo un autocarro vuoto passa rombando e sferragliando e Fosco si fa l’idea che potrebbe avere coperto il rumore dello sparo. Si volta verso il gabbiotto per vedere cosa succede, il vecchio è in ginocchio, Armando alle sue spalle gli lega le mani con qualcosa che ha trovato lì dentro, lo tiene sotto tiro con quell’arnese nero e lo vede frugare con la mano libera in un mobiletto dalle gambe rastremate stile anni sessanta che funge da scrivania e da banco. L’immagine di una persona col casco dentro quel capanno vetrato è completamente surreale, Space Oddity gli balena per un attimo nella mente ma è subito scacciata da una nausea cerebrale che annulla ogni distrazione piacevole. Fosco lo vede agire deciso e imperterrito e ha la sensazione che il tempo non passi mai, gli sembra che sia trascorsa un’eternità dacché Armando ha assalito il benzinaio, si chiede quanto tarderà ancora, comincia ad avere paura, quel tipo di paura che potrebbe anche indurre ad errori fatali, poi Armando dà una spinta all’anziano benzinaio che crolla inerme in avanti per via delle mani immobilizzate dietro la schiena quindi esce rapido e dopo essersi chinato un attimo a raccattare qualcosa da terra, corre verso Fosco che ha tenuto in moto la Vespa® e sta sgasando per tenere alti i giri, vuole che tutto finisca al più presto per dimenticare, il fatto e l’amico. Sente la Vespa molleggiare verso il basso, Armando è saltato a cavallo della motoretta e gli dà una botta sulla spalla gridando forte «Vai, vai!». Fosco gira tutta la manetta del gas e il motore della Vespa® arranca una fuga in direzione del centro di Milano.

Lire #10’000#, diconsi Lire =diecimila=

L’asfalto è viscido, snebbia leggermente e Fosco sa che la Vespa®, più di altri motocicli, non è molto affidabile in queste condizioni, specie se aggravati da una fretta non divulgabile. Armando dentro al casco grida cose incomprensibili in un tono di voce che ha il suono dell’esaltazione, Fosco vorrebbe girarsi e prenderlo a calci in culo fino a casa, ma vuole uscire da questa storia il prima possibile e con il minor strascico di conseguenze. La Vespa® strilla tutta la sua modesta potenza al massimo della sua velocità e Fosco si rende conto che è meglio rallentare per non dare nell’occhio, ormai sono a più di un chilometro dal luogo del misfatto. Armando gli dice di fermarsi, Fosco si ferma. Armando scende un istante per fare qualche operazione al retro della motoretta, la cosa non prende più di qualche secondo e quando sale, nel rimbalzo che fa la sospensione con il peso, gli dice forte all’altezza dell’orecchio ostacolato dalla parete del casco: «Avevo coperto la targa!», e poi ride forte come un pazzo sventolandogli davanti al naso un mazzetto di carte da diecimila lire col Michelangelo barbuto che così a occhio e croce assommeranno a un trecentomila. Fosco toglie una mano dal manubrio per respingere quell’ostensione del bottino, come se si trattasse di una cosa orrenda e immonda, sente Armando pronunciare la parola “autofinanziamento” frammezzo ad altre grida derivate da uno stato d’animo euforico che non garantisce alcuna impunità. Passano di fianco ad una gora, scoperta per un tratto, nudità di un paesaggio d’altri tempi, Fosco si ferma, si toglie il casco e lo butta nell’acqua, l’oggetto galleggia sulla capoccia e la corrente lo trascina immediatamente, poi si volta verso Armando gli chiede di togliersi il casco, che butta ugualmente nell’acqua, e quindi gli dice rude:

– Da qui io vado a casa a piedi, perché per colpa tua di certo stanno cercando due tizi in motoretta. Questa sera alle otto e mezzo fatti vedere da solo sotto casa tua, c’è qualcosa che dobbiamo chiarire una volta per sempre.

– Ehi, è andato tutto bene – dice Armando inseguendo Fosco a bordo della Vespa®.

– T’ho detto stasera alle otto e mezzo, cretino. Cavati dal c****. Hai fretta di finire in galera?

E liberandosi da un tentativo di stretta al braccio che Armando ha cercato di artigliare con la mano lasciando momentaneamente la manopola del gas si allontana a piedi verso casa, stizzito e rigido nel portamento. Armando gli passa di fianco lentamente a bordo della sua Vespa® guardandolo in silenzio e poi si allontana nella nebbia e nel buio lattiginoso dei lampioni di periferia.

Alle otto e mezzo Fosco è davanti all’abitazione di Armando, che non si fa attendere, scende puntuale e i due si incamminano in silenzio prendendo una direzione qualunque. Armando prova a rompere il ghiaccio e tenta un po’ di conversazione. Sa che Fosco è proprio arrabbiato ma pensa di poterlo tranquillizzare.

– Ci andiamo a fare una partitina a biliardo con gli altri?

Fosco non risponde, non lo guarda neanche e trova totalmente fuori luogo quella richiesta di sollazzo collettivo dopo un fatto di cronaca nera compiuto, e lo ritiene ancora più deprimente se pensa che è stato portato a termine con lo scopo di un ideale politico. Armando è fuori da ogni realtà, pensa Fosco, quindi chiede a Armando:

– Dove hai trovato quell’arnese?

Armando non risponde subito, vorrebbe mantenere una specie di segreto, non coinvolgere nessun altro, ma sa che Fosco la verità al riguardo se l’è guadagnata poche ore prima e qualcosa la deve dire.

– L’ho ciulata al Camisa.

– Chi, il meccanico?

– Sì.

– E come facevi a sapere che ce l’aveva?

– Qualche sera fa ho portato la Vespa® a fare riparare e sono entrato nella sua officina a motore spento, lui non mi ha sentito arrivare e io l’ho visto che tentava di nasconderla dietro la cassetta dello sciacquone, vicino alla finestra. La notte stessa sono andato là con Egisto e dal finestrotto del bagno siamo riusciti a fregargliela. È una semiautomatica, è brutta da vedere, troppo spigolosa, ma spara in ogni condizione.

– Ma che c**** di dettagli mi stai dando? Pensi che me ne freghi qualcosa? Hai ciulato una pistola, e già questo è una cosa terribile, per giunta hai ciulato una pistola di cui non conosci la provenienza. Potrebbe essere stata usata per altri crimini, per omicidi, o altre cose del genere. Sei proprio scemo. Di Egisto non me ne faccio meraviglia, non è mai stato un’aquila. Ma te ci dovevi pensare. Stai andando nella direzione sbagliata.

– Ma tutto quello che ci siamo detti, i nostri ideali, le nostre convinzioni, la ribellione al sistema…

– Il sistema ci inghiotte senza neanche masticarci, e la rivoluzione si fa dopo avere compiuto fino in fondo il proprio dovere, noi quale dovere abbiamo compiuto? Abbiamo sedici anni Armando, siamo dei ragazzi e se usi gli ideali per commettere dei crimini comuni non farai alcuna rivoluzione, alcuna ribellione. Non dovevi coinvolgermi, soprattutto senza dirmi niente.

– Pensavo che saresti stato d’accordo, non abbiamo mai litigato su nulla, abbiamo sempre diviso tutto.

– Nella consapevolezza, non nell’inganno. Adesso dove c**** l’hai messa quella pistola? Non pensare di tenertela, se ti scoprono trascineresti anche me.

– Non ti tradisco, stai tranquillo.

– Ma di che c**** parli… non è un film, non è un romanzo, la pula ci mette nulla fare quattro e quattr’otto…

Armando restò un istante in silenzio, pareva voler trattenere qualcosa, poi senza guardare Fosco disse:

– Questa sera, prima di venire qui, l’ho rimessa al suo posto, mi ha aiutato di nuovo Egisto. Il Camisa non dovrebbe accorgersene.

– Ah no, non se ne accorge che manca un colpo, sempre che tu non ti sia divertito a spararne altri…

– No, beh … insomma…

– L’Egisto ti ha dato una mano… una bella coppia, si… fate proprio un duo perfetto, non si capisce se siete scemi o se fate finta di essere intelligenti.

Passò qualche istante senza che nessuno dei due dicesse alcunché. Armando si sentiva in obbligo di recuperare l’amicizia del Fosco, un’amicizia di sempre, dai tempi della scuola elementare.

– Ti ricordi di Egisto alle elementari? Si metteva le dita nelle orecchie e poi se le infilava in bocca, e la maestra gli diceva «La merenda la facciamo durante l’intervallo, vero Egisto?», e lui manteneva sempre la stessa espressione, dubito che abbia mai capito il doppio senso.

Fosco non rise.

– Senti Armando, la nostra amicizia finisce qui, noi non ci frequenteremo più, o comunque non più come negli anni trascorsi, né con te, né con gli altri. Dì loro quello che ti pare, dopo tutto spetta a te, sei tu la causa. Ciao.

Fosco prese la strada di casa senza voltarsi. Formalmente la loro amicizia terminò per davvero, ma si frequentarono ancora, è impossibile troncare i legami esistenziali, la vita prima o poi ti rincorre e ti acchiappa, e nella vita di Fosco questo episodio è riaffiorato più volte in maniere insospettabili e non narrabili. Armando non è mai diventato un ribelle, si è accontentato del crimine, in cui eccelle tutt’ora, con riconoscimenti anche da parte dello Stato.

Qualche giorno dopo l’accaduto, in un trafiletto della cronaca locale milanese un giornalista che si firmava solo con le iniziali riportava del ritrovamento di una pistola semiautomatica in un terreno abbandonato nei pressi della tangenziale, l’unico dettaglio al riguardo indicava che tutti i particolari che potevano fare identificare l’oggetto erano stati alterati o danneggiati, anche la rigatura della canna e il percussore erano stati abrasi. Il Camisa evidentemente sapeva contare.

Prossimamente il settimo capitolo

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