Una storia italiana – Romanzo a puntate (25)

romanzo a puntate (26)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXV°

(25)

Milano

Venerdì, 20 Luglio 2001

Alle undici passate Wanda vide entrare nel suo negozio ColuiIlQuale, da solo; pareva non avere quel solito aspetto di calcolata e compassata superiorità che mostrano solitamente i politici o gli alti funzionari, e ColuiIlQuale riassumeva entrambi questi ruoli; appena entrato cominciò a guardarsi intorno come se stesse cercando qualcosa o qualcuno e non un capo di abbigliamento o un accessorio di vestiario fra la merce griffata del suo negozio di classe per uomo e donna, cosa che fanno molte persone quando entrano in un esercizio commerciale di qualunque tipo, lo vide invece osservare una curiosa cornice rivolta all’incontrario, cioè a mostrare il dorso anziché l’oggetto incorniciato, affissa sullo stipite di uno scaffale ed era rimasto un istante ad osservarlo con atteggiamento curioso. Wanda aveva rilevato immediatamente una nota diversa nel suo comportamento, nonostante stesse tentando indifferenza ma dissimulò alla perfezione con la classica abilità femminile di deviare sospetti e curiosità inopportune con altri sospetti e altre curiosità inopportune, e comunque era già stata istruita dal Cazzarola, che attendeva il suo ospite nel retro bottega, che nel caso dell’attività della Wanda era molto di più di un deposito o magazzino, vi aveva ricavato una specie di salotto neanche troppo spartano per intrattenere certi facoltosi clienti e per mettere in debita comunicazione il reparto maschile con il reparto femminile in opportune convenienze che le fruttavano una percentuale su certi incontri facilitati dalla sua mediazione; ovvio che nulla di concreto si svolgeva in quell’esercizio ma la sua prodigalità all’altrui felicità sessuale riusciva a far trovare luoghi adatti e confortevoli per la continuazione di certi incontri, fuori dalla giurisdizione dell’attività annonaria testé esercitata.

È straordinario come tutto funzioni bene e senza intoppi quando ciascuno conosce la sua parte, e soprattutto i suoi interessi e le proprie propensioni; in quel giorno di luglio c’era solo un cliente presente in negozio, di quelli autentici, del tipo di quelli che entrano, comprano ed escono e morta lì, e Wanda l’aveva fatto tenere a bada da una delle commesse, le quali non erano all’oscuro dell’integrazione del reddito che la Wanda intrallazzava tramite il suo esercizio, così da potersi disporre completamente alle attenzioni che ColuiIlQuale pareva reclamare, perché sul suo volto stava stampato un punto di domanda, del tipo inquietante, quel tipo di interrogazioni intime che può capitare di porsi quando un lato privato della propria esistenza viene preso per mano da qualcuno che si vorrebbe ignorare e trascinato nel mezzo delle proprie incombenze a turbare progetti e pianificazioni molto importanti. Il dott. Qualcosa aveva eseguito la sua ambasciata, le conseguenze erano in moto. Di certo l’amicizia e l’intimità del dott. Qualcosa verso ColuiIlQuale avrebbero subito un raffreddamento ma gli interessi del Cazzarola, anche se nascostamente, si muovevano con la delicatezza di un rullo compressore e a lui non gliene fregava punto, erano faccende fra loro, come stavano per diventare faccende private fra lui e ColuiIlQuale riguardo agli scopi che si era prefisso per il recupero di Mina alla sua corte.

Wanda accolse ColuiIlQuale col più caloroso sorriso e un paio di baci su ciascuna guancia, stile vecchia zia verso giovane nipote, sebbene ColuiIlQuale fosse già in una matura cinquantina e la Wanda in una prosperosa quarantennità ma esistevano trascorsi sufficientemente intimi e promiscui per una confidenza un po’ al di sopra della convenienza, ColuiIlQuale era una persona molto importante e con Wanda non era neanche parente, ma certe esperienze comuni ammettevano un galateo particolare. ColuiIlQuale contraccambiò il caloroso saluto spenzolando la sua faccia di qua e di là a ricambiare i bacini zieschi senza smettere di guardarsi intorno con imbarazzo. Per sua fortuna il negozio era semideserto, detratta la presenza del cliente e della commessa che stavano parlando della taglia di una polo di marca e del colore che il tipo pareva desiderare, completamente avulsi dalla presenza di altri. ColuiIlQuale finse di essere interessato ad un paio di pantaloni che aveva visto in vetrina, Wanda lo lasciò recitare la sua parte e poi lo trascinò verso il retro dicendo che aveva dei nuovi arrivi da mostrargli e lo introdusse nel suo boudoir alla presenza del Walter, di cui ColuiIlQuale non ricordava esattamente il nome e solo vagamente la fisionomia per averlo visto una volta ma per interposte connessioni sapeva bene che genere di affari trattasse ed era consapevole di averne fruito a volte i godimenti, sempre tramite le predette connessioni. Wanda lasciò soli i suoi ospiti adducendo una scusa circa il reperimento di capi nel magazzino adiacente e non appena ebbe abbandonato il reservoir l’atmosfera si fece elettrica, ciascuno dei due sapeva che l’altro voleva qualcosa da lui e la situazione a una prima valutazione non appariva in parità, il Cinese aveva il vantaggio della sorpresa e della mancanza di scrupoli, sebbene riguardo a quest’ultimo particolare certi vantaggi si sarebbero potuti attribuire altrettanto bene a ColuiIlQuale, così che la situazione era pressoché in equilibrio.

ColuiIlQuale. Immagine d’archivio.

Il Walter allungò una mano per presentarsi, esponendo il sorriso più cordiale che poteva e in realtà la sua doppiezza gli consentiva parecchio in termini di finzione, così che la cortesia che ostentò verso ColuiIlQuale venne ricambiata con altrettanta faccia di bronzo. Ci fu un istante di indecisione durante il quale parve che il politico stesse per lanciarsi in una richiesta di chiarimenti ma il Cazzarola lo prevenne prendendolo per un braccio accompagnandolo verso il magazzino, dove s’era infilata la Wanda, la quale se li vide venire incontro diretti verso la serranda che dava nel cortile sul retro e si limitò a dire loro:

– La mia ospitalità non vi piace più?

– La tua ospitalità è perfetta – rispose il Walter – ma vogliamo prendere un po’ d’aria.

ColuiIlQuale si limitò a sorridere, non sapendo cosa dire. Gli parve di essere in balia di qualcosa che avrebbe voluto evitare ma che stava avvenendo per davvero. Wanda li guardò uscire nella luce estiva al riparo della poca ombra disponibile in quei pressi. ColuiIlQuale appariva sorpreso e il Cinese gli spiegò senza mezzi termini e a mezza voce che:

– Non si regge un giro del tipo di quello di Wanda senza informazioni sui propri clienti o soci che siano.

ColuiIlQuale non disse niente ma parve consapevole del fatto che le intercettazioni ambientali non erano e non sono un’esclusiva dei poliziotti e dei magistrati, e in parte rasserenato dalle precauzioni prese dal Walter si dispose ad ascoltarlo.

– Questi incontri non dovrebbero avvenire mai – disse il Cinese – ma ho una situazione di emergenza, che non è veramente pericolosa, non per me né per lei, ma deve essere risolta.

– Lei pensa davvero che le nostre attività si intersechino? – disse ironico ColuiIlQuale.

– Oh, certamente no – si umiliò il Cinese – ma a volte capita che i destini si incrociano e le necessità si scambiano e non c’è nulla di male ad essere d’aiuto a qualcuno.

– Di quale aiuto stiamo parlando?

ColuiIlQuale cercava di accelerare questa che pareva stesse per intavolarsi come una trattativa fra beduini, con un’infinita tiritera al ribasso da parte dell’uno e al rialzo da parte dell’altro; sapeva di essere scoperto nei confronti di costui e voleva giungere presto al quindi per poter valutare la possibilità di defilarsi o di dover fare materialmente qualcosa. Il Cinese prese un momento prima di rispondere, si guardò intorno nello squallido cortile adibito a parcheggio e circondato da alti palazzi, dei quali, dal riparo della tettoia che sovrastava la serranda alla cui ombra stavano al riparo, non vedevano che le finestre del primo o del secondo piano, molte della quali con le imposte chiuse o le persiane abbassate, veicoli parcheggiati disordinatamente sotto al sole e neanche un albero a dare un’idea di frescura, nessuno in giro.

Guardò in faccia ColuiIlQuale abbandonando quell’aria vagamente contrita che aveva espresso nel rispondere all’ironica domanda e passò direttamente al dunque parlandogli di Mina, di che bella e brava ragazza fosse, tacendo ovviamente dei trascorsi adolescenziali e insistendo sul pericolo che questa giovane stava correndo per il fatto di essere andata a stabilirsi nell’appartamento di una ex prostituta, della cui attività aveva avuto modo di appurare dettagli precisi consultando certe persone di sua conoscenza, sorvolando ovviamente i nomi e pure le descrizioni delle loro attività e alludendo alle intenzioni del pappa di cotale ex prostituta di rientrare in possesso della sua merce, mettendo così in pericolo la ragazza stessa, estranea a quei commerci.

“Questa (?) Ragazza”

ColuiIlQuale non se la bevve proprio ma gli diede corda chiedendogli, giusto a titolo precauzionale per la sua illibatezza nei confronti della Giustizia:

– Questa ragazza, questa Mina di cui mi parla… è incensurata?

– Sì, sono certo che lei potrebbe mettere in moto qualcuno del suo giro di conoscenze e farla uscire di là dentro per accompagnarla in un luogo sicuro, da dove poi la passerei a prendere io stesso.

– È così andicappata? – ironizzò ColuiIlQuale.

– Per nulla, è un tipo sveglio ma voglio che sappia chi la sta aiutando, a suo tempo, non subito. Voglio che sappia che non deve temere nulla – da me, aggiunse per sé medesimo il Cinese.

Il Cazzarola sapeva di mentire, se si fosse presentato a Mina, anche nella di lei migliore condizione d’animo si sarebbe beccato una serie di improperi e forse anche un ceffone, benché da questo si sentisse riparato dal timore che era sicuro di incutere ancora sulla ex amica, ma era certo di riuscire a invischiarla nuovamente nella sua esistenza facendo ricorso a vecchie comuni memorie che di certo la laureanda in filosofia cercava di dimenticare con tutte le sue forze, senza riuscirci, perché il vecchio Walter ogni tanto le organizzava dei bei quadretti a passata memoria per moniti futuri, senza strafare, giusto per fare sentire la sua presenza e ravvivarle la nostalgia dei bei giorni trascorsi. Ora doveva preparare il terreno per una re-inclusione della sua creatura nei suoi interessi e dalla sua aveva l’enorme vantaggio di essere l’unico conoscitore degli interessi suoi da un punto di vista globale. ColuiIlQuale avrebbe potuto subodorare qualcosa ma mai avrebbe avuto sentore del suo piano e in ogni modo qualunque cosa avesse sospettato la sua figura di uomo integerrimo non avrebbe retto al cozzo contro la meschinità collaudata dal Cazzarola.

ColuiIlQuale guardò lontano, per quanto gli consentivano i limiti del cortile in cui si trovavano, come a cercare inutilmente la sicurezza e la fiducia che questo soggetto poteva millantare e represse il desiderio di rispondergli a tono, più per timore di una rappresaglia verbale, la quale sarebbe stata inopportuna per entrambi, che per un reale stimolo di rettitudine e moralità, che per tutti e due era merce fuori portata.

– Dove sarebbe questo posto? – domandò ColuiIlQuale con certo un atteggiamento annoiato.

– È un appartamento dei servizi sociali del Comune di Monza.

Il Walter gli mostrò l’indirizzo su un foglio di carta e ColuiIlQuale se lo intascò dicendo:

– Vedrò cosa posso fare. Nel caso mi riesca qualcosa dove la posso trovare?

– Le do tempo fino a questa sera alle sette e deve lasciare un recapito a questo numero – e gli diede il numero di telefono del negozio della vegliarda, presso cui aveva iniziato la sua azione quella mattina stessa – poi se non ottiene nulla farò a modo mio.

E disse a modo mio lasciando sottintendere che le sue maniere avrebbero potuto inficiare la sua onorabilità di politico. Una piccola guerra dei nervi. Il Cinese gli allungò la mano per salutarlo, ColuiIlQuale gliela strinse guardando da un’altra parte, come se stesse pensando a ciò che doveva fare o piuttosto come se gli facesse ribrezzo allacciare contatti con gente del genere. Il particolare “bella ragazza” non gli era però sfuggito e gli aveva solleticato una certa curiosità di verificare, anche se da precedenti esperienze e conoscenze non aveva dubbi riguardo l’avvenenza di questa incensurata protetta del Cazzarola e in maniera lontana, per quanto non scevra da subdoli intenti, già pregustava qualcosa di allettante, magari nella più cauta attenzione a non strafare né a lasciare sulla preda eventuali desideri di ritorsione, che poi il suo qui presente ex amico o qualunque cosa fosse per lei avrebbe poi ritorto contro di lui; con molta circospezione e un’audacia pianificate non si sarebbe comunque astenuto dal provarci.

Il Cinese, dopo averlo salutato, se n’era andato attraverso il cortile e ColuiIlQuale lo osservò sparire nella strada principale, poi rientrò nel magazzino, dove Wanda gli chiese dove avesse messo il suo giovane amico e ColuiIlQuale la guardò senza rispondere, quindi farfugliò un arrivederci corredato da un sorriso di circostanza e se ne uscì dal negozio da dove era venuto, per la porta principale.

Per ColuiIlQuale stanare la tipa da quel posto non rappresentava il problema più grosso, il più sarebbe venuto dopo perché avrebbe dovuto farsi riconoscere da questa ragazza, tirando in ballo fisicamente la sua persona ma a tale riguardo si era già fatto un programmino, ancora in bozza e passibile di revisioni, un’idea che avrebbe potuto sfociare in qualcosa di interessante.

ColuiIlQuale + Questa (?) Ragazza = ???

Il fatto che la tipa si trovasse in un locale gestito da una pubblica amministrazione gli dava un certo spazio di manovra, tramite conoscenze giuste nella pubblica amministrazione non sarebbe stato difficile raggiungere la ragazza e farla accompagnare in un luogo idoneo, per cui per prima cosa si assicurò di avere a disposizione un’abitazione non di sua proprietà per la giornata stessa, cosa per la quale escluse immediatamente la negoziante quarantenne, che sebbene avesse ampia disponibilità di certi locali avrebbe fatto tesoro di una tale notizia al suo riguardo per tenerlo a bagnomaria ad uso dei suoi intrallazzi, come gli aveva già visto fare in danno di qualcun altro e contattò così un compare di burocrazia ingiungendogli un incontro immediato faccia a faccia.

In meno di mezz’ora tutta la cosa era già organizzata, un funzionario del Comune di Monza sarebbe andato subito presso l’appartamento dov’era alloggiata Fernanda – persona di cui ColuiIlQuale non aveva conoscenza – e se avesse riscontrato la presenza, non autorizzata, di qualcun altro oltre alla ex prostituta questa persona sarebbe stata trasferita immediatamente in un appartamento o altra abitazione “sicura” dove ColuiIlQuale l’avrebbe potuta incontrare da solo a sola. Il divertimento consisteva nel fatto che essendo la fruizione di quell’alloggio comunale da parte di Mina non autorizzato, l’azione del personale comunale sarebbe stata giustificata e nessuno avrebbe dovuto dare ulteriori spiegazioni circa il suo allontanamento, inoltre, essendo il personale comunale all’oscuro di tutta questa tresca non avrebbero fatto storie e soprattutto non avrebbero avuto sospetti di alcun tipo, nel caso qualcuno avesse piantato grane gli agganci in loco di ColuiIlQuale o chi per lui avrebbero provveduto. La legge è sempre legale.

Questa casa è protetta (?)

Era da poco passata la mezza quando nell’alloggio di Fernanda suonò il campanello, Mina andò a vedere chi fosse dalla porta finestra della terrazza, lasciando Fernanda a finire di rassettare la cucina dal breve spuntino che avevano consumato chiamandolo pranzo, era stato un momento di tranquillità come Fernanda non aveva provato da tempo. Mina se ne tornò di corsa presso di lei abbastanza allarmata dicendo che c’erano i ghisa e che volevano entrare. Fernanda le disse di calmarsi perché non avrebbero fatto altro che un breve controllo, non sarebbe accaduto proprio nulla. Fernanda andò ad aprire il cancello e il portone e in breve due vigili urbani entrarono nell’appartamento chiedendo i documenti a Fernanda, per identificare gli occupanti dell’alloggio, si giustificarono e poi li chiesero anche a Mina e qui cominciarono a venire fuori i problemi. Uno di loro aveva con sé alcuni documenti, fra i quali Fernanda riconobbe certe carte che aveva firmato presso i servizi sociali per avere a disposizione un posto dove stare, e dall’esame di questi documenti i due vigili urbani cominciarono a chiedere che cosa ci facesse Mina in quel posto, cominciarono a dire che non aveva il diritto di starci e che la dovevano accompagnare presso gli uffici dell’amministrazione comunale, e che questo era un ordine che avevano ricevuto.

– Ma se ho il diritto di abitare qui avrò anche il diritto di frequentare le persone che voglio – si giustificò Fernanda in un tentativo di difesa di Mina.

Prima che la cosa cominciasse a degenerare, perché Fernanda si rivelò essere molto più combattiva di quello che sembrava, Mina disse bonariamente che avrebbe seguito i vigili urbani e se ne sarebbe andata con loro. Fernanda, con gli occhi rossi per le lacrime incipienti si trattenne dal domandargli davanti a quelli che cosa avrebbe fatto e dove se ne sarebbe andata, dal momento che era arrivata lì praticamente in fuga da qualcuno, la qual cosa avrebbe messo in sospetto i tutori dell’amministrazione. Inoltre, questa improvvisata della polizia municipale l’aveva messa in allarme per i suoi appuntamenti notturni col Brando, il quale rappresentava praticamente la sua fonte di reddito e se i ghisa avessero scoperto la cosa, magari informati dai vicini, i quali non erano inquilini dell’istituzione ma privati cittadini, avrebbero potuto cacciare anche lei.

Servizi Sociali

– Prenda le sue cose e ci segua – fu l’ordine perentorio di uno di questi; poi, quasi per scusarsi della rudezza aggiunse –, per favore.

Colte così alla sprovvista le due giovani donne non tentarono alcuna difesa ulteriore, Fernanda si contorceva le mani dall’esasperazione del senso di colpa che provava per non avere alcuna possibilità di difendere eventuali suoi ospiti, Mina la rassicurò che non sarebbe successo nulla di grave, che tutto si sarebbe spianato, che le avrebbe telefonato e le avrebbe fatto sapere, magari tramite Guenda. Si scambiarono un bacio di saluto sotto gli sguardi dei ghisa che aspettavano sulla porta quindi Mina scese in strada e salì in macchina con loro. Fernanda osservò dal terrazzo la macchina della polizia municipale allontanarsi con Mina a bordo, e la casa ripiombò nella protezione.

Presso gli uffici dei servizi sociali del Comune di Monza qualcuno la stava attendendo, qualcuno che si premurava di rassicurarla, che le sorrideva e le faceva strada verso il suo ufficio, che si dimostrava galante verso di lei, e qui Mina avrebbe dovuto intuire qualcosa ma quando si è nel flusso degli eventi è sempre molto difficile. Questo tipo, che disse di chiamarsi Cerutti e che di galante nel suo metro e sessanta di flaccida pinguedine aveva ben poco, cominciò a parlargli senza spiegargli concretamente alcunché; Mina frastornata dall’increscioso evento, perché mai in vita sua era stata trasportata su un’auto della polizia sia in servizio che non, lo ascoltava senza capire nulla né dove volesse andare a parare questo chiacchierone, riguardo al quale aveva già notato che le aveva sbirciato le chiappe cogliendolo di sorpresa mentre si era voltata a chiedergli spiegazioni cui il pingue impiegato aveva risposto in maniera evasiva lasciando cadere gli occhi sui suoi seni con la naturalezza di chi sta guardando distrattamente fuori dalla finestra, tutto quello che era riuscita ad intuire era che qualcuno si era preoccupato per la sua incolumità e desiderava farla condurre in un luogo veramente sicuro. Questa affermazione circa tutti i riguardi verso la sua persona instillarono qualche dubbio nella mente di Mina ma in maniera così confusa che non si risolveva a prendere decisioni.

Certo sapeva di non essere in arresto, sapeva che avrebbe potuto prendere su e andarsene quando voleva ma temeva di mettere in moto dei dubbi sulla sua persona e indagini sul suo passato, cosa che, adesso ci pensava, aveva in un certo qual modo fomentato andando a rintanarsi in casa di una del giro, per cui se ne stette buona a sentire la predica nell’ufficio dell’impiegato comunale Cerutti, la cui conclusione fu che una delle assistenti sociali l’avrebbe accompagnata da una persona che l’attendeva per ragguagliarla di ogni cosa e per tranquillizzarla circa il trattamento non proprio urbano che i vigili urbani le avevano riservato.

Una certa rabbia le montava dentro, dalla sera prima veniva trattata come un pacco da spostare qui e là e la cosa non le andava proprio ma non aveva appigli per ribellarsi apertamente, d’altronde queste erano tutte persone tranquille, magari un po’ guardone, tipo il Cerutti, ma agivano nell’ambito dell’amministrazione pubblica, mentre ciò da cui se ne stava scappando dal giorno prima agiva contro la sua persona, sebbene non la sentisse come una minaccia così pericolosa da dovere architettare piani pazzeschi e coinvolgere addirittura persone di città vicine. Si rassegnò a questa cosa aspettando in quell’ufficio che questa assistente sociale la venisse a prelevare per uscire da questa situazione incresciosa, la qual cosa le solleticava una certa rabbia, mai in vita sua aveva pensato di diventare oggetto dei servizi sociali. Si dette però una calmata, perché non avrebbe potuto strillare qualcosa che non poteva dire, non avrebbe potuto giustificare in nessun modo la sua presenza in quell’appartamento, né gli eventi che ve l’avevano condotta, al contrario così facendo avrebbe attirato inutili attenzioni sulla sua vita. L’attesa fu abbastanza breve, nel giro di una quindicina di minuti una donna dai modi gentili entrò, salutò il Cerutti e le disse di seguirla. Il Cerutti si alzò in piedi per stringerle la mano e congedarla ma Mina si allontanò salutandolo con una specie di ciao-ciao con la manina e se ne andò al seguito della ragazza appena entrata che la condusse fuori verso una macchina parcheggiata che recava le insegne del Comune di Monza.

Chinese Mask

Che tutta la mossa, partita dal suo prelievo fisico presso la casa protetta ove risiedeva attualmente Fernanda, fosse una specie di copertura Mina ne aveva una quasi certezza, ma neanche lontanamente avrebbe mai immaginato che la regia, la pianificazione originale fossero opera del Cinese. Di congetture circa colui o coloro che si stavano interessando alla sua persona ne aveva già passate in rassegna fin dal momento in cui era salita in macchina con i ghisa e la più plausibile le pareva l’ipotesi del professor Trifarro, poi però, ripensandoci si era convinta che il precario di filosofia moderna non avrebbe mai avuto la possibilità di mettere in moto apparati amministrativi, gente in uniforme, personale di un altro comune con automezzi a disposizione e tutto il resto, quindi l’aveva scartata.

Nell’ufficio di quel Cerutti aveva immaginato l’interessamento dei suoi genitori ma era certa che fossero all’oscuro delle sue destinazioni dal giorno precedente e inoltre non li avvisava quasi mai su dove aveva intenzione di andare, solo sporadicamente, su cortesi pressioni da parte loro, diceva vagamente «Vado qui con la tale», oppure «Vado là con i tali» ma senza mai dare troppe indicazioni che d’altronde i suoi vecchi avrebbero faticato ad interpretare, una generazione di differenza nel tempo presente mette senza scampo fuori dal mondo dei giovani. Aveva avuto l’idea di questionare il Cerutti ma le aveva fatto un po’ ribrezzo quella sua maniera di palparla con gli occhi e aveva desiderato che quella maledetta assistente del cavolo si facesse viva quanto prima per portarla dovunque a patto di toglierla dalla presenza di quel tizio.

Poi la tipa era arrivata, gentile, certo, educata, senz’altro, sorridente, quanto uno spot del dentifricio, per cui l’impressione che quella era caso mai più viscida del Cerutti prese immediatamente corpo nella sua immaginazione e ancora si vietò di chiedere qualcosa, e poi magari era una psicologa e avrebbe cominciato a farle domande del cavolo per capire cose che non avrebbe capito mai neanche se avesse campato nove vite come i gatti. Mina detestava di essere capita, che cosa c’è da capire in una persona? Che cos’è? Un meccanismo che si smonta? Un nuovo programma per il computer? Un gioco di società? Tutti vogliono capire e poi per prima cosa le guardano il culo, poi le tette, poi la faccia e se ne vengono fuori a dire delle stronzate che camminano con le loro gambe oppure delle banalità che capisci subito che ti stanno sondando per vedere se sei una che la dà, tutti trasgressivi e tutti al contempo moralisti bacchettoni, certi commenti non aveva bisogno di sentirli di persona, li leggeva stampati sulla faccia di quelli che la incontravano, non tutti per fortuna, Germano non era così ma era un po’ imbranato.

Inutile dire che aveva fin dall’inizio meditato di sottrarsi a questo trasloco umano ma sentiva di dovere affrontare troppi avversari e troppo ottusi, Cerutti in testa, per poter pensare di riuscire a soddisfare le loro certe/sicure richieste di delucidazioni complicate da un burocratismo di basso livello che esprimeva la fisionomia del guardone amministrativo, e inoltre una curiosità sotterranea alla sua consapevolezza la spingeva a desiderare di vedere un esito a questo sballottamento.

L’assistente sociale disse di chiamarsi Ada e mentre la conduceva non si sa dove le sorrideva e cercava di mostrarsi gentile, Mina sorrideva di contraccambio senza sapere cosa dire, situazione d’altronde ovvia, la polizia ti preleva da un posto e qualcuno che non conosci ti trasporta in un altro, cose del genere accadono solo nei film e se ti ci trovi dentro in una specie di surrealtà non hai nemmeno il copione per dire le battute giuste, sei totalmente fuori dal mondo, che cosa resta da dire? Per fortuna la tipa parlava e si dava le risposte, pensò che in un passato neanche troppo remoto doveva avere avuto degli antenati in comune con Guenda, poi venne la domanda che temeva, perché tutti fanno i gentili, i discreti, i riservati e rispettosi dell’altrui esistenza, poi quando meno te l’aspetti ti buttano là la versione morbosa della loro interpretazione riguardo l’altrui défaillance.

Gessica

– Certo che la Fernanda sta cercando di uscire da una brutta situazione… – buttò là Ada distraendosi un istante dalla guida per guardarla.

– Sì? – chiese curiosa Mina – E quale situazione?

– Non gliene ne ha parlato?

– No, abbiamo parlato di vestiti e cose del genere?

– Beh… deve sapere…

No, questa non l’avrebbe sopportata per cui troncò decisa con una domanda:

– Posso sapere dov’è che mi sta portando?

– Da una persona che la sta aspettando, qualcuno che sa che una come lei non deve stare in compagnia di certa gente.

Ma guarda te, pensò Mina, l’assistente sociale viene fuori finalmente, Fernanda le era parsa simpatica, un po’ pericolosa nelle sue stranezze però con un certo carattere a modo suo, anche se un dubbio lontano se l’era fatto venire circa quelle telefonate che le aveva sentito fare nel cuore della notte, perché l’appartamento aveva le pareti sottili e le porte che parevano di carta. Che l’avesse venduta? Non sarebbero venuti i ghisa a prelevarla, no, Fernanda se l’immaginava a posto, beh… per quello che avrebbe potuto con i trascorsi che si ritrovava.

– E posso sapere chi è questo qualcuno? È una persona che conosco?

– Non sono in grado di dirle chi conosce oppure no ma di certo è una persona gentile e a modo, adesso la vedrà.

La macchina rallentò, avevano percorso solo qualche chilometro e si trovavano nella periferia di Monza in direzione di Milano in quello che si poteva definire un residuato di campagna urbanizzato disordinatamente. La casa nel cui accesso stavano svoltando era un villino modesto ma dall’aspetto garbato e pulito, il giardino in ordine e un breve vialetto che conduceva ad una rimessa con un portone in legno dipinto di verde separata dall’abitazione ad un piano rialzato con un interrato che già dall’esterno si indovinava attrezzato a tavernetta, in quello stile anni settanta – ottanta o giù di lì. Tutt’intorno una recinzione nascosta da una siepe fitta alta almeno due metri, un posto intimo, pensò Mina.

La porta di ingresso della piccola villa era riparata da un patio modesto sorretto da colonne di cemento armato e coperto di coppi come il resto del tetto. La porta si aprì ed uscì un signore distinto, sorridente, alto più di lei, snello e abbigliato con una camicia bianca dalle maniche rimboccate su un paio di pantaloni blu, che non erano jeans e non erano di lino. Ada scese per andare incontro a questo signore, Mina la lasciò passare avanti per capire qualcosa di ciò che stava accadendo, chi fosse questo tizio e che cosa avesse mai in comune con la sua vita. Ada la presentò:

– Questo è ColuiIlQuale – e qui lasciamo il pronome fittizio inventato dalla Voce Narrante.

Mina non conosceva fisicamente e personalmente ColuiIlQuale ma il suo nome non gli era estraneo, benché poco famigliare.

– Lei è Mina Calludole, suppongo – disse ColuiIlQuale.

– Sono io, a cosa debbo? – disse Mina ostinando la sua non conoscenza del tipo in una finzione che manteneva come uno scudo a pararsi da intrusioni ulteriori nella sua esistenza.

– SSSì… – disse ColuiIlQuale grattandosi la testa – effettivamente c’è qualcosa da spiegare. Cosa ne dice di entrare e metterci comodi per chiarire tutto? Vuole entrare anche lei? – Disse rivolto all’assistente sociale.

– La ringrazio ma devo rientrare, il mio turno sta per finire e poi può spiegare tutto lei, io non sono al corrente di nulla – e gli allungò la mano per salutarlo.

Ada risalì in macchina e riprese la via per Monza, ColuiIlQuale e Mina restarono un istante a guardare la macchina che usciva dal vialetto poi si guardarono in faccia e ColuiIlQuale le fece strada verso l’ingresso facendola entrare per prima. L’interno era arredato con gusto, forse con troppo gusto, Mina avrebbe dovuto subodorare ma gli eventi l’avevano superata e la sua immaginazione stava all’inseguimento. C’era fresco all’interno, forse c’era un impianto di condizionamento in funzione ma non se ne sentiva il ronzio.

villino

– Ha già pranzato? – le chiese ColuiIlQuale.

– Sì, qualcosa da Fernanda – disse Mina presumendo che questo tizio la conoscesse.

E invece le rispose:

– Chi è Fernanda? – mentì cortesemente ColuiIlQuale.

– La persona presso cui sono stata prelevata e portata qui, presumo su sua iniziativa.

– Ah… sì, l’appartamento dei servizi sociali. Comunque non conosco chi lo abita, non mi occupo di queste cose. Lei sta meglio qui.

– E cosa glielo fa pensare?

– Si fidi di me, ora provvederemo a farla rientrare a casa sua o a farla riaccompagnare da qualcuno. Posso fare molte cose ma non posso abusare dei mezzi e del personale di un municipio, è già molto che l’abbiano accompagnata qui. Si metta comoda, ora provvediamo.

ColuiIlQuale andò verso il telefono fisso facendo allo stesso tempo segno a Mina di approfittare del bagno o della cucina nel caso ne avesse bisogno:

– Faccia come se fosse a casa sua.

– E se io non volessi rientrare a casa mia?

– Beh… in questo caso mi dia un’alternativa – ColuiIlQuale posò il telefono.

Mina non seppe cosa rispondere, questo tizio le appariva gentile e non le aveva neanche guardato il culo, lo aveva tenuto d’occhio fin da quando l’aveva visto sbucare dalla porta della casa e ora la guardava dritto negli occhi ed il suo era un bello sguardo, il volto glabro e ben rasato, la capigliatura grigia e folta, nessuna traccia di pinguedine, probabilmente faceva del tennis o roba del genere, non pareva il tipo da palestra.

– Chi è che li ha mandati da me? I vigili urbani, intendo… solo una persona oltre a Fernanda sapeva che ero là.

– Poche cose succedono a questo mondo senza che si sappiano e prima o poi si sapranno anche quelle – disse ColuiIlQuale «”quale”» profeta in patria.

– Detto così suona preoccupante. Ho già sentito il suo nome, prima che Ada lo dicesse presentandoci, voglio dire. Come mai una persona così importante si occupa di me?

– Diciamo che lei ha qualcuno a cui sta molto a cuore, una specie di angelo protettore.

Mina fece rotare gli occhi e il capo accompagnandosi con una smorfia della bocca, poi disse:

– Di nuovo tutta sta gente che vuole proteggermi… beh… lo vuole sapere? Anche Fernanda ha qualcuno che la protegge e farebbe meglio a non incontrarlo mai più.

– Niente di tutto questo, lei qui è al sicuro più che in ogni altro posto.

E forse era vero, non si va a turbare la quiete di una persona come ColuiIlQuale e forse nessuno era a conoscenza della sua presenza in quel villino, in qualche modo la sua copertura continuava ma non era ancora riuscita a farsi dire chi lo avesse messo sulle sue tracce e dubitava di riuscirci, perché con un tipo abituato a trattare e a parlare la cosa poteva anche riuscire difficile. Non sapeva dove farsi portare, dove farsi accompagnare. A casa dei suoi era un’idea da scartare, il Cazzarola sapeva dove abitava, Germano, Sandro e Claudio erano a Genova e non li avrebbe disturbati, anzi per precauzione aveva spento il telefono, Guenda nemmeno a parlarne, avrebbe fatto dei telegiornali incredibili, altri colleghi dell’università erano al mare o in vacanza oppure non ne era in sufficiente confidenza da poterli disturbare per una cosa del tipo «Puoi ospitarmi per un giorno o due? Sai, sono inseguita da un pappone strozzino spacciatore di droga», non praticabile. Prese tempo e si sedette su di una poltrona.

Nell’ambiente c’era un buon odore, un odore che non era profumo ma che dava una sensazione di cose buone, indefinite e indefinibili, come lo sono gli odori in genere, in special modo quelli che si sentono come se fosse la prima volta, la casa era accogliente, discretamente silenziosa, nonostante la strada di grande passaggio a meno di cinquanta metri, le finestre erano chiuse, di certo l’aria condizionata era in funzione. ColuiIlQuale le sorrise e andò verso la cucina tornando con una bottiglia di vino in mano e un paio di bicchieri, la bottiglia appena tratta dal frigorifero era lievemente appannata per la condensa. ColuiIlQuale stappò con un piccolo botto, era un frizzantino non troppo secco che Mina gustò con piacere. Per qualche istante nessuno dei due parlò, ColuiIlQuale tornò in cucina e se ne venne con un piatto in ciascuna mano su cui stavano alcuni pomodori ripieni di qualche salsa e un po’ di pollo freddo. Mina sorrise per cortesia e un po’ per imbarazzo, ringraziò e sbocconcellò un pomodoro sporgendosi in avanti per evitare di macchiarsi i vestiti. Osservò ColuiIlQuale, che si era allontanato da lei e ora guardava fuori dalla finestra nel giardino sorseggiando quel frizzantino dal bicchiere a calice con una naturalezza e una disinvoltura che nei suoi coetanei non avrebbe potuto riscontrare. Poi lui si voltò e le sorrise affabilmente senza dire nulla, guardò nuovamente fuori dalla finestra per un istante e poi si mosse verso di lei chiedendole:

– Ha preso una decisione?

La sua voce era calda e suadente, come se uscisse da un amplificatore a valvole, con quei bassi lievemente ronzanti e pieni e modulazioni morbide e gradevoli nelle tonalità medie. Mina lo fissò senza parlare, si guardava intorno, quel posto le piaceva, era davvero accogliente e la frescura dell’aria condizionata le rafforzava l’idea di essere al di fuori di tutti i pericoli e separata da tutte le brutture che aveva visto e sentito nel corso della sua giovane vita. Quell’uomo maturo aveva all’incirca l’età di suo padre, forse qualche anno in meno ma dimostrava una certa classe e belle maniere. Osservò le sue mani, bianche e curate, le dita sottili di chi non fa lavori manuali, il portamento sicuro e i modi affabili. Si scoprì a pensare che non faceva l’amore con Germano da una decina di giorni, che non è esattamente la castità ma un po’ di voglia se la sentiva e questo pensiero in presenza di quell’uomo la fece sentire strana, non a disagio ma come un po’ scoperta davanti a lui. Improvvisamente le parve che fosse passato un tempo incredibile dall’ultima domanda che il tipo le aveva rivolto e pensò a qualcosa da rispondere in fretta:

– Le sto portando via molto tempo? Non vorrei diventarle un peso.

– Non si preoccupi, abbiamo tutto il tempo, decida quello che vuole e me ne metta a parte – la sua cortesia le pareva sempre nuova ogni volta che lo ascoltava parlare, in qualche modo la colpiva con le sue belle maniere. La sua espressione era sicura di sé e rasserenante.

– Posso andare in bagno?

– Certamente.

Si alzò dalla poltrona e gli passò davanti sorridendo, per passare tra lui e il divano dovette avvicinarglisi abbastanza, a una distanza di rispetto minimo ma sufficiente a farle pervenire l’odore di lui, e le piacque.

Nel bagno scoprì di non avere grandi cose da fare, aveva fatto la doccia a casa di Fernanda poco prima che i ghisa la venissero a prelevare e non era passato molto tempo, era stata una scusa, si era inventata quella piccola necessità per trovarsi da sola per un istante dopo tutta la sequenza forzata di frequentazioni che durava dalla sera precedente senza interruzioni ma non riuscì a trovare se stessa, contrariamente a quanto si era immaginato. Pensò che la sua libertà stava subendo delle ingiuste intrusioni, che nessuno aveva il diritto di dirle di fare questo e fare quello, andare lì o andare là, e i ghisa che l’erano venuta a prelevare, e il tipo grassoccio dagli occhi al Bostik® e l’assistente sociale che più che altro pareva un inquirente pubblico, insomma, cominciava a sentirsi pressata nella sua vita dall’azione di qualcuno che voleva farle credere di volerle bene e tutto ‘sto bene si concretizzava in qualcosa che le riusciva totalmente sgradito.

Si guardò nello specchio, aprì il rubinetto, tirò l’acqua nello sciacquone, fece quel minimo di rumori che giustificassero la sua presenza lì e poi si guardò ancora nello specchio domandandosi se avrebbe fatto l’amore con quell’uomo, senza rispondersi immediatamente. Si aggiustò i capelli con le mani, trucco non ne portava e non necessitava di restauri, si controllò i vestiti, era in ordine. Cancellò tutti i pensieri negativi che le erano passati per la mente in quei pochi minuti che era rimasta da sola in bagno. Quando riapparve sulla soglia del salotto ColuiIlQuale la guardò con uno sguardo che le parve dolcissimo e autoritario nello stesso tempo, quando lei si avvicinò lui si alzò in piedi e le parve un gesto di galanteria dissimulato perché le sorrise e poi si diresse verso la cucina ritornando poco dopo con una piccola caraffa di sangria e due thumblers serrati a fatica fra le dita aperte di una mano a mo’ di vassoio.

– Ce la prendiamo comoda allora.

Disse ColuiIlQuale sedendosi accanto a lei, che ora aveva scelto il divano, e riempì i due bicchieri con fermezza sorridendole, poi posò la caraffa su di un vassoio di cristallo rotondo al centro di un tavolinetto fra la poltrona e il divano, le passò uno dei bicchieri e si rilassò contro lo schienale. Mina guardò un attimo nel bicchiere pensosa e poi disse:

– Senta, io le sto facendo perdere un sacco di tempo, ma vorrei sapere chi o cosa l’ha spinta a tirarmi fuori da quel posto.

– Gliel’ho detto, qualcuno che si preoccupa di lei, qualcuno che le vuole bene. E poi trovarla non è stata tutta quella fatica che crede, magari non si sa esattamente cosa succede tutti i giorni in quegli appartamenti ma a grandi linee certe cose si sanno e mi creda… lei è più al sicuro qui, deve solo decidere dove vuole andare, ma con calma – e sorseggiò dal bicchiere un po’ di quel vino alla frutta.

Sangria

Mina non rispose e sorseggiò anche lei, era fresco e dolce, non troppo alcolico, la fece sentire bene ma quella omertà circa questo angelo custode la preoccupava. Ripensò a quell’affermazione «a grandi linee certe cose si sanno» e le venne in mente il Brando con la Fernanda e i loro traffici ma si convinse che quella tresca non era ancora fra le informative dell’amministrazione comunale di Monza o di ColuiIlQuale, magari la moglie del Gavani qualcosa aveva intuito ma senza dettagli specifici.

– Lo so cosa sta pensando. Lei sta pensando che siccome non le dico chi mi ha mandato da lei posso essere dalla parte sbagliata della sua vita. Non è così. Una persona della mia posizione deve muoversi con cautela e lasciare meno informazioni possibili sul suo conto, questo non le riuscirà difficile da capire.

– In effetti… – si lasciò sfuggire Mina, che fissava davanti a sé lasciando trascorrere una pausa di silenzio che non osava riempire con altre interrogazioni.

Per qualche istante nessuno dei due disse nulla, Mina sorseggiò la sua sangria in silenzio, poi si voltò verso di lui, che le stava alla destra e lo guardò nelle labbra e poi in quegli occhi così calmi e sicuri di sé, ColuiIlQuale le si avvicinò:

– C’è qualcosa che non va?

Mina aveva lo sguardo fisso sul suo volto, colmo di un’espressione calma e disarmata ad un tempo, commise l’ingenuità di schiudere le labbra e dare un tono languido al modo in cui lo guardava. Il suo respiro lievemente alcolico odorava di sangria, la sua faccia era ad un palmo dalla sua, posò il bicchiere e le prese il suo appoggiando anche quello sul tavolinetto senza staccare gli occhi dai suoi, le afferrò la mano e senza che Mina ne fosse pienamente avvertita nel suo essere lasciò che le loro labbra si toccassero. Prima dolcemente, poi una certa passione prese il sopravvento e si abbracciarono continuando a baciarsi. Mina si era rilassata completamente a quell’abbraccio e si sentì sollevare di peso per essere trasportata in un altro locale della stanza ma non aprì gli occhi e lasciò che i suoi sensi gioissero di ogni contatto e di ogni carezza che le braccia di ColuiIlQuale le prodigavano. Il materasso era fresco, solido e confortevole, si spogliò guardando ColuiIlQuale negli occhi, impaziente per il desiderio. Lui si tolse i vestiti in un lampo e subito le fu sopra.


La stanza era in penombra, fresca e silenziosa, ColuiIlQuale si voltò ad osservarla, nuda, scarmigliata, indifesa e bellissima. Ogni particolare del suo corpo armonizzava con ogni altra e quel viso, ora adombrato in una specie di sonno, lo aveva colpito davvero quando poco prima lo aveva osservato da vicino in quella maniera sensuale e disarmante, si convinse che ci dovesse essere un’intesa speciale fra loro, qualcosa che li aveva fatti cadere uno tra le braccia dell’altra così piacevolmente e in così poco tempo da lasciare senza fiato e senza programmi, d’improvviso si scoprì a pensare a quella ragazza in una maniera che non aveva mai provato per nessun altra. Non era amore, ovvio, alla sua età era già vaccinato da un pezzo e non era solo sesso, quello lo avrebbe potuto ottenere a buon mercato dalle colleghe della Wanda o in altre occasioni più divertenti e intriganti, no, c’era di più, molto di più. Quelle sensualità vera e autentica che le aveva regalato in quel primo rapporto con lei lo aveva colpito nel profondo, era come se avesse fatto l’amore con un’amica di sua figlia diciassettenne, come se avesse infranto un tabù restando impunito e pieno di gioia, era come se avesse raggiunto il segreto femminile, il talamo assoluto, questa giovane donna in così poco tempo lo aveva affascinato come nessuna mai prima, e di bonazze ne aveva passate il trescone. Mina in realtà non dormiva e si voltò lentamente verso di lui aprendo dolcemente gli occhi in un sorriso soddisfatto, malizioso, infantile e aggraziato tutto in una volta, lui le prese la mano e si voltò verso di lei, che lo accarezzò sui capelli e poi sul volto per poi abbracciarlo e baciarlo sulle guance, sul collo, sul petto non molto villoso e neanche tanto muscoloso.

ColuiIlQuale incassò queste cortesie quasi in deliquio, intimamente si spanzava dal ridere, ripensò al Cazzarola che aveva chiesto il suo aiuto e lui glielo stava dando, che diamine; pensò che il Cinese poteva attaccarsi al tram, col cavolo che gliel’avrebbe resa. La situazione si era fatta davvero intrigante ed eccitante, ColuiIlQuale era conscio del fatto che la ragazza mai e poi mai si sarebbe lasciata sfuggire qualcosa del loro incontro, lui era a conoscenza di molti dettagli (detratti quelli che erano a conoscenza esclusiva del Cinese), anche se incompleti, ed era praticamente certo che la pregressa promiscuità con il Cazzarola l’avrebbe trattenuta dal fare confidenze pericolose a persone inopportune, benché egli non avesse un quadro molto esatto di questi precedenti. A volte la mente genera bizzarre convinzioni.

Prossimamente il ventiseiesimo capitolo

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