romanzo a puntate (17)

Copyright © Eric Bandini 2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.

Una storia italiana
Capitolo XVII°
(17)
Milano
Venerdì 20 Luglio 2001
Da Milano a Monza è un tragitto breve, quasi non si separano le due città, tranne che per un groviglio di svincoli e intersezioni di autostrade compreso nel triangolo Cinisello Balsamo, Sesto S. Giovanni e Monza che definisce una terra di nessuno dominata dal traffico, come tutta la cintura milanese del resto.

Nell’ora notturna il movimento di veicoli è scarso e nell’abitacolo della VW Polo®, nonostante una confidenza di lunga data c’è una certa tensione, che non è diffidenza, almeno non completamente o forse solo una minima frazione fra le molte cose che la lunga amicizia può mettere insieme; c’è da parte di Mina come una ritrosia a voler accettare qualcosa di imposto dalla controparte maschile, Cinese e Germano inclusi entrambi in un coacervo inestricabile di incomprensioni e fraintendimenti che cozzano nell’intima personalità della giovane donna, e un desiderio di liberarsi di tutto ciò, inclusa l’amicizia ficcanaso della sua amica, che, sì, le vuole bene e le sta facendo un favore, ma si comporta come se fosse sua madre o la sorella maggiore, per giunta la confidenza forzata con cui è stata messa a parte della situazione la rende in qualche modo autorizzata a fare domande sempre più ficcanti, al limite dell’ottusità e dell’indelicatezza, nel nome dei bei vecchi tempi, in cui anche lei di quando in quando tirava di coca e molto più spesso se la spassava senza freni. Mina pensa a tutta questa confidenza come una sorta di falsa o eccessiva amicizia nel nome di un tempo che ha già dimenticato, Cinese compreso, e che trova corpo nell’esuberanza di qualcuno che ha condiviso con lei alcuni di quei momenti e pretende di farglieli nascostamente rivivere come se fossero le storie più belle del mondo, di un mondo suffragato da una diversa ottusità ma di mano più spiccia e violenta.

Guendalina non è così indelicata da citare frasi del tipo «Ti ricordi quando…» per tirare in ballo trascorsi che entrambe cercano di tenere alla larga, però non è nemmeno così sensibile da evitare di fare domande che tirano in ballo gli stessi argomenti in maniera alternativa. Mina sa che i desideri del Cinese saranno difficili da domare, primo per la smisuratezza del suo ego e poi per la concretezza dei suoi affari nei confronti dei quali se il Walter ha intravisto nella sua persona un mezzo per incrementarli non demorderà affatto e ha i mezzi per perseverare oltre molti limiti. Mina cerca di stare in silenzio, per quanto le è possibile con la loquacità di Guendalina senza urtare la sua sensibilità, perché dopo tutto anche lei ne ha una; cerca di minimizzare e di presentare un’espressione di gratitudine, certamente non felice o gioiosa che sarebbe fuori luogo, ma di temporanea preoccupazione, come di un disagio che può essere annullato in breve tempo.
Il prodigarsi della sua amica è discretamente al di sopra del necessario, un po’ come se tentasse di esagerare la situazione per dargli maggiore importanza, e per estensione dare maggiore rilievo anche al suo aiuto; gli chiede come mai un vecchio fantasma del passato tenta di ritornare nella sua vita e insiste per sapere che cosa ha fatto per incitare quel tipo a farsi vivo nuovamente, ma nonostante le più accorate rassicurazioni circa l’assenza di ogni rapporto con quel Walter da quel lontano periodo del liceo, alla Guendalina non riesce a dargliela a bere, eh no, a lei non la si fa. «Credo che tu non me la racconti giusta», insiste la ex liceale al volante di quella VW Polo® blu petrolio ormai alla periferia di Monza, se mai si può parlare di periferia monzese distinta da periferia milanese, o da quella di Cinisello, Sesto e altri comuni.
«Qualcosa devi avergli fatto credere o intuire, magari per errore», insiste l’amica con il fare di una madre preoccupata e inquisitrice, a cui Mina replica con tutte le rassicurazioni del caso e giura sulla loro amicizia, che nel contesto non è proprio una grossa garanzia, sul fatto di non avere rivisto quel Walter da quel periodo che lei conosce né di averlo mai incontrato nemmeno per caso e nemmeno, aggiunge per sovrappiù, di avere pensato a lui con qualche desiderio di incontrarlo di nuovo, sebbene certe notti carenti di affetto o semplicemente sull’onda della sensibilità corporea abbia lasciato libero il pensiero, profondamente desiderato, di sentirsi piena di lui e avvolta dal suo corpo e dal suo odore, fino a sentirsi eccitata, perfino in presenza di Germano a fianco a lei, come se quell’esperienza le avesse lasciato un segno indelebile come un marchio di possesso. All’amica non se lo sogna nemmeno di farle una confidenza simile, con tutti gli strascichi personali e le confidenze che inevitabilmente farebbe alle altre amiche comuni, cui già deve fare mostra di intima repressione per quel trascorso della sua adolescenza, di cui certune, ne ha netta l’impressione, sono venute a conoscenza. Non hanno in coraggio di dirglielo apertamente ma certi doppi sensi la mettono sempre in allarme, certe volte ha l’impressione di essere tollerata, soprattutto da certune, pochissime per fortuna, bacchettone e bigotte che una volta il Cusani aveva definito demi-vierges, con quella sua tipica ironia scanzonata.
Ora sente che le mancano tutti i suoi amici, sente che qualunque cosa la leghi o l’abbia legata all’esistenza del Cazzarola è fuori da ogni logica relazionale, sa che la sua vita è inestricabilmente legata a Germano, Sandro, Claudio e tutti gli altri che la fanno sentire a posto senza chiedere nulla in cambio e senza emettere sentenze e tutto questo si lega e stride ad un tempo con l’industriarsi di Guendalina nei suoi confronti e che le fa provare contrastanti pensieri e sentimenti che la rendono l’amica troppo inquisitrice e allo stesso tempo necessaria per ciò che le ha accomunate nel passato, ma al di sopra o al di sotto di tutto ciò, non è ben chiaro in lei l’importanza o la priorità, resta il desiderio respinto controvoglia di quei momenti di pieno erotismo trascorsi con il Walter, della totale libertà dei sensi che provava con lui. Non è una questione di confronti, Germano è una persona dolcissima, è come se qualcosa più forte di lei avesse preso sede nella sua persona, qualcosa che è lei stessa ed è come fuori dal suo controllo. Non c’è in lei alcun legame materiale con l’esistenza del Cinese o con le sue attività, gli anni trascorsi hanno reciso ogni connessione e ogni relazione esistenziale, tranne quel profondo, irresistibile desiderio, che più che altro è un desiderio di desiderio, perché mai al mondo andrebbe ad incontrarsi materialmente con il Walter per rovinare tutta le rete di relazioni che ha così faticosamente messo insieme e che le rendono gradevole il presente e possibile il futuro, ma quando la sensazione del desiderio l’afferra diventa tutto così instabile e indeciso che ogni cosa, anche la meno opportuna, diventa vicina e il presente quasi si confonde.
Mina non ricorda di essere mai stata a Monza, né di esserci mai passata neanche per caso, Guendalina guida con sicurezza attraverso strade che lei non ha mai visto prima, nella notte tutto le sembra nuovo e strano, nota che la sua amica si sta dirigendo fuori da quello che lei avrebbe giurato essere il centro della città, verso una periferia edilizia che sembra la proiezione di quella milanese, lo stesso affollarsi di condomini, forse meno imponenti ma ugualmente anonimi, quasi fosse la periferia di una città dell’ex Unione Sovietica in misura minore, solamente un po’ più colorata e sottodimensionata. Poi svolta in una strada alberata che sebbene sia fuori dal centro è fiancheggiata da case un po’ datate, stile urbanizzazione degli anni cinquanta – sessanta, case con aspirazioni da villino o di piccoli riservati condomini da quattro o sei appartamenti ma con identiche pretenzioni di villino. Guendalina, che ha smesso di parlare da qualche minuto, più o meno da quando è entrata nella città di Monza, guarda con attenzione alle case sporgendosi in avanti verso il parabrezza a cercare una visuale più ampia per reperire il luogo che sta cercando, poi si volta verso Mina e gli dice:
– Siamo arrivati.
E lo dice con un sorriso che sottintende una liberazione e una soddisfazione che a Mina le paiono proprio fuori luogo, neanche stessero andando ad una festa.

La VW Polo® blu petrolio parcheggia davanti ad un piccolo condomino che, dal numero dei terrazzi disposti simmetricamente sull’asse dell’entrata Mina indovina essere suddiviso in numero di quattro appartamenti. Davanti all’ingresso c’è un piccolo giardino dove anche nel buio Mina vi riconosce quegli stupidi pini argentati che con la flora italica c’entrano come i cavoli a merenda. Scendono dalla macchina, nessuno per la strada, il luogo è prettamente residenziale e decisamente tranquillo. La strada è ampia e alberata su entrambi i lati di quelli che nell’oscurità sembrano tigli e oltre ogni fila di alberi del viale, verso ciascuno dei due lati prospicienti le abitazioni, c’è spazio sufficiente per parcheggiare. Guendalina si dirige verso il cancello di quel condomino e voltandosi verso Mina la invita a seguirla. Sulla colonnina dei campanelli ci sono solo due targhette riempite con cognomi, le altre sei, nonostante la palazzina sia da quattro appartamenti, sono bianche, o meglio, retroilluminate di giallo nell’oscurità. Guendalina pigia un campanello che non reca alcun nominativo, Mina vorrebbe sapere come ha fatto ad indovinare il pulsante giusto e si volta verso Guendalina la quale, quasi avesse indovinato quello che sta pensando, le spiega.
– Fernanda mi ha detto che non mettono mai i nomi sulle targhette dei campanelli per motivi di sicurezza e poi perché ogni locale è lasciato in uso per poco tempo e sarebbe fatica sprecata cambiare le targhette ogni volta, senza contare che in certi casi più persone condividono lo stesso appartamento.

Mina sorride per la spiegazione tecnica, non ha domande da fare, le sembra di stare per essere abbandonata in un orfanotrofio o un nosocomio o un altro ricovero pubblico per derelitti e nella sua esistenza non avrebbe mai immaginato di dovere provare una sensazione simile. Le viene alla mente l’odore di cucina delle mense di bassa qualità, dei locali affollati da persone sconosciute, di autorità che esigono un comportamento, di nostalgia per una vita normale. Guarda la piccola palazzina e si rinfranca un po’, non sembra così spaventosa. Guendalina non tenta una seconda scampanellata, pazientemente aspetta che una voce femminile gracchi qualcosa al citofono.
– Chi è a quest’ora?
– Sono Guendalina, posso salire un momento? Avrei un’emergenza.
La voce non risponde, il tiro del cancello fa scattare la serratura e un altro clack fa eco dal portone dell’edificio. Le due ragazze entrano nel piccolo giardino e poi nella palazzina, chiudono il portone e salgono le scale, nell’ingresso c’è uno strano odore, che non è di cucinato, o meglio non solo di cucinato, è un misto di odori dei differenti appartamenti che si mescola nella zona comune, un misto di odori di lavanderia, di ferro da stiro, di dormito, di cucina, di fumo di sigarette, di garage, il cui accesso Mina ha notato all’ingresso a lato della scala che sale centrale come se fosse un palazzo nobiliare ma l’ampiezza standard di un metro o poco più unitamente alla ringhiera metallica con il corrimano in plastica frena la fantasia ad un banale edificio popolare. L’alloggio a cui sono dirette è al primo piano, che sarebbe un piano rialzato in considerazione dei locali adibiti a garage e cantine che occupano il piano terra e che hanno un soffitto più basso. La porta è aperta, Guendalina bussa dolcemente, quasi in silenzio, una voce dolce e lievemente roca come di sigarette fumate dice gentilmente un «Avanti», Guendalina entra con Mina al seguito e si trovano al cospetto di una ragazza che sembra una loro coetanea ma che pare consumata dalla vita e dimostra una trentina d’anni, che non è certamente la vecchiaia ma è quell’età in cui si perde inesorabilmente lo smalto della gioventù, senza che ciò rappresenti un confine fisso e immutabile. Fernanda, questo è il nome che dice presentandosi a Mina che vede per la prima volta e a cui allunga una mano che Mina afferra gentilmente dicendo il suo nome.
Guendalina inizia a spiegare a Fernanda il motivo di questa visita notturna e Fernanda l’ascolta alternando lo sguardo sulla sua interlocutrice e su Mina, che tace ascoltando e guardando le due amiche in attesa di una soluzione o di un esito. Fernanda ha un aspetto gentile, è carina, sebbene non bellissima, di taglia media in tutto, dalla sua persona promana però qualcosa che Mina non riesce ad afferrare, vorrebbe chiederle quanti anni ha, perché il suo aspetto è contrastante, il suo fisico dimostra vent’anni ma l’espressione del suo volto ne dimostra dieci di più, c’è qualcosa nella sua fisionomia che pare consumarle la vitalità, è allegra apparentemente ma è un’allegria che suona sforzata, Mina non sa quali siano i problemi che l’abbiano condotta a questa situazione, e non può nemmeno ancora dire di quale situazione si tratti, però ha la sensazione netta che sia certamente qualcosa che si impone sulla sua esistenza contro la sua volontà. Guendalina le sta dicendo che lei, cioè Mina, avrebbe necessità di un posto dove stare per qualche giorno, lontano da Milano, le dice che ora non ha tempo di spiegarle tutto ma che poi Mina le potrà chiarire ogni cosa, dice che fino a lunedì al massimo sarebbe l’ideale e le chiede se ha dei problemi con l’Amministrazione Comunale che gestisce i locali. Fernanda sorride e guarda Mina dicendo:
– Nessun problema, anzi mi fa piacere, al momento sono qui da sola e gradirei davvero un po’ di compagnia. Per il posto non c’è problema, ci sono due letti liberi e una stanza a disposizione che nessuno attualmente occupa. Non credo che a qualcuno freghi qualcosa se ospito una persona per qualche giorno.
Fernanda dice tutto questo gesticolando all’intorno come ad indicare i locali e i letti non occupati, il ché sottolinea la sua disponibilità e la sua gentilezza, Mina però nota qualcosa di stonato che non sa spiegarsi e nemmeno giustificarsi ma sente, lontano dentro di sé in un luogo inafferrabile del suo essere, che questa persona si allaccia con il mondo da cui era uscita da adolescente e in cui non vorrebbe ritornare, che qualcosa potrebbe rimettersi in movimento contro ogni suo desiderio, almeno di quelli confessabili, non è la sensazione di un pericolo, nemmeno un presentimento o una premonizione, solo un lontanissimo timore di qualcosa che non riesce a definire o a collocare nell’immediato ed è talmente flebile che le passa di mente in un momento mentre Fernanda le fa strada, accompagnata da Guendalina, a mostrarle dove dormirà nei prossimi due o tre giorni e tutta questa sensazione si perde nella concentrazione di dover rispondere convenientemente sia a Fernanda che a Guendalina ed osserva le stanze e i letti, al momento sguarniti di corredi, e ascolta Fernanda spiegarle che le preparerà il letto in un momento, completo di lenzuola e volendo anche coperte, sebbene la stagione non le richieda.

Le tre ragazze sono ferme intorno alla soglia della camera dove dormirà Mina fino a lunedì, o fino a ché qualcosa non la venga a trarre da quel posto per sollevarla da ogni problema o per gettarla in un problema peggiore. Non si sente pessimista ma nella sua concezione della realtà e delle possibilità del Cazzarola sa che molte cose, e molto diverse tra loro, possono accadere senza che lei vi possa nulla e questo nascondiglio nel lungo periodo può rivelarsi un luogo inopportuno, se non altro perché è lontana dalle persone che le possono stare vicino. Ma è solo fino a lunedì e adesso è praticamente iniziato il venerdì, può sperare di tenere duro. Guendalina la guarda sorridente e ugualmente fa la sua amica Fernanda, con cui si abbraccia in un saluto femminile del tipo baci-baci-ci-vediamo-domani e si scambiano le guance a destra e a sinistra per un arrivederci affettuoso, poi è la volta di Mina per la medesima cerimonia, quindi Guendalina la guarda sorridente, come se il sorriso fosse l’unica espressione che riesce a far esprimere al suo volto nella circostanza e le dice di stare tranquilla, che è in buone mani e che domani pomeriggio tornerà a farle visita, quindi saluta nuovamente Fernanda, solo a voce questa volta, fa un cenno a Mina e si avvia verso l’ingresso per scomparire nelle scale, scendere in strada e tornarsene a Milano.
Mina si guarda intorno, cercando di accasarsi almeno temporaneamente ma le manca ogni cosa, ogni riferimento alla sua quotidianità. Il luogo è decisamente improvvisato, non che manchino mobili e suppellettili ma si capisce che è tutto messo insieme senza un’idea di domicilio nel senso privato e personale del termine, è come se venti persone differenti avessero contribuito ad arredare quel luogo portando ciascuno qualcosa senza nemmeno consultarsi preventivamente con gli altri diciannove e il risultato è una specie di scenografia di teatro, in cui si capisce che la roba è stata messa lì per scena e nessuno ci deve vivere per davvero. Mentre Fernanda va a reperire i lenzuoli Mina osserva il materasso, almeno è pulito, o così sembra; nella stanza, per creare un posto in più, due letti sono stati addossati a pareti opposte con un lato e guardano entrambi verso la porta–finestra le cui imposte sono abbassate e si capisce che conduce ad uno di quei terrazzi che ha visto dall’esterno. Nella stanza c’è caldo e odore di chiuso, il lampadario di carta emette una luce debole e diffusa in ogni direzione che crea un leggero riverbero. Ai piedi di ogni letto e a ciascun lato della finestra ci sono due piccoli armadi, graziosi forse, ma scompagnati e anche i letti sono di fatte diverse.
Per cercare di rendersi utile esce dalla stanza e va alla ricerca di Fernanda, non è una ricerca lunga, l’appartamento è modesto, due stanze da letto, una cucina e un soggiorno presso l’ingresso, dove Mina ha notato un’altra porta–finestra che certamente sbocca sul medesimo terrazzo, l’unico lusso è un doppio bagno, uno fra le due camere da letto e uno di fianco alla cucina che sembra aggiunto posteriormente alla costruzione, quando qualcuno ha preso la decisione di adibirlo all’uso attuale per farvi convivere, nel caso, più persone. La stanza da letto di Fernanda ha l’ingresso opposto alla sua, fra i due locali c’è un bagno, il più piccolo dei due, quasi certamente quello originale dell’appartamento, l’altro bagno è fra la camera di Fernanda e la cucina. Nella stanza di Fernanda ci sono altri due letti, ma uno è senza materasso, il ché incrementa l’idea di provvisorio, di disordine e di impersonale. Fernanda è nella sua stanza e sta trafficando dentro un armadio piuttosto grande, tutto l’arredo è scompagnato ma è funzionale. Sta in punta di piedi per arrivare ad un piano dell’armadio che sta un po’ sopra le possibilità della sua statura, Mina la vede in difficoltà e l’aiuta, intuendo ciò che vuole tirare fuori. Mina le porge ciò che entrambe hanno estratto da quel mobile, Fernanda si ferma a guardarla come se la vedesse ora per la prima volta e rimane come attratta e stupita, con un sorriso di meraviglia sul volto. Mina le chiede:
– Cosa c’è?
– Accidenti, sei proprio una ragazza carina.
In effetti lo è. È di statura superiore alla media femminile, le sue forme sono proporzionate e snelle, ma ciò che attira di più l’attenzione è il suo viso, di un ovale perfetto, il naso e le labbra esprimono incredibile gentilezza e i suoi occhi grigi paiono nascondere qualcosa di prezioso e inarrivabile, i capelli biondo scuro sono incurvati attorno a quell’ovale a racchiudersi in prossimità del mento, a rimarcare la forma che adornano. Mina ricambia la gentilezza:
– Anche tu sei un bel tipo – e lo dice osservando le forme ugualmente snelle di Fernanda ma più minute e lievemente tondeggianti, sovrastate da un viso che sarebbe più bello se non fosse velato da qualcosa che Mina percepisce ma non riesce a comprendere e che sente in qualche maniera minaccioso, ma non osa dirlo. Però le chiede:
– Come mai ti trovi qui? Sì, insomma, Guendalina mi ha spiegato che questo non è proprio un appartamento privato.
– Beh, pensavo che saresti stata tu a spiegarmi perché sei qui. Comunque per farla breve sono qui per tentare di riprendermi un po’ della mia esistenza precedente a certi problemi… sai… droga, prostituzione, ecc. – fra prostituzione ed ecc. fa una breve, appena percettibile pausa, durante la quale sbircia Mina come da sotto in su –. Ci sono un po’ di uomini cattivi che pensano che il mio corpo serva loro a produrre denaro e ho bisogno di starne alla larga. E tu?
– Più o meno gli stessi problemi, ma meno in grande. C’è solo un tizio che conoscevo tempo fa e che ora pare si sia messo in testa che sono una sua proprietà o qualcosa del genere e alcuni amici, insieme a Guendalina, mi hanno convinto a cambiare aria per un paio di giorni, sperando che qualcosa si appiani. Tu e Guenda come vi siete conosciute?
– Abbiamo alcune amiche comuni che frequentavamo in quello che io definisco per me come il periodo normale della mia esistenza, anche se i problemi che mi hanno portata a questa situazione hanno un’origine in quell’epoca, che non è mai stato un periodo dell’innocenza.
Mina tace per qualche istante. L’affermazione di Fernanda le crea l’impressione che quella frase voglia dire troppe cose senza spiegarne nessuna e non osa inquisirla per non sembrare indelicata. Le prende le lenzuola di mano e sorridendo le chiede di darle una mano a fare il letto. Per un poco si industriano attorno ad uno dei due giacigli, Mina sceglie quello più vicino alla porta, dove spera di trovare un po’ di refrigerio per l’eventuale movimento d’aria fra la porta della stanza e la porta–finestra del terrazzo. Dispiegano i lenzuoli, li tendono sul materasso, dopo avere spostato il letto un poco verso il centro della stanza a creare lo spazio per industriarvisi intorno. Di sottecchi Mina osserva di quando in quando Fernanda con la fissa in mente di quello che ha sentito da lei poco prima nella stanza vicina, cerca in lei un’immagine di prostituzione, tenta di immaginarsela agghindata in maniera appariscente con pose e atteggiamenti provocanti, ma Fernanda emana l’idea di una ragazza troppo dolce o forse solamente molto ingenua, che a volte sembrano sinonimi comportamentali e creano non pochi fraintendimenti, ma che comunque sottintendono un comportamento remissivo o in ogni modo non aggressivo e per esigere denaro da qualcuno per una prestazione un po’ di pelo sul cuore ci vuole, non è esattamente come fare la commessa in un negozio. La cosa la incuriosisce parecchio, vorrebbe sapere, farle domande, non per morbosità o qualcosa del genere ma per comprendere, farsi un’idea e se possibile ricambiare l’aiuto che le sta offrendo però sa che l’argomento è spinoso e non facilmente affrontabile. Tutte queste domande vengono però sopraffatte da un’urgenza a cui non ha pensato da quando è arrivata in questo posto e le chiede:
– Oltre a te c’è qualcun altro che frequenta questo appartamento?
Fernanda distende con cura il risvolto di un lenzuolo e senza guardarla risponde:
– Prima di mandare qui qualcuno avvisano, dopo tutto anch’io ho diritto ad una certa riservatezza e rispetto. Adesso è praticamente venerdì e di certo fino a lunedì non manderanno nessuno, senza contare che in estate i problemi personali sono sempre rinviabili. C’è qualche amico che capita qui a farmi visita con una certa frequenza, anzi, aspettavo qualcuno proprio stasera e dovrebbe arrivare qui a momenti.
– Il tuo ragazzo? – osa inquisire Mina.

– Non esattamente, a dire la verità è il marito di qualcun’altra, un tipo sui trentacinque che mi ha conosciuto quando battevo – e dice battevo guardando Mina negli occhi come a cercare uno sguardo di commiserazione o di compatimento, che non reperisce. Mina la guarda seria, pensando a Fernanda come a quello che avrebbe potuto essere o diventare lei stessa se non avesse troncato con quel Cazzarola – e mi dice che vuole redimermi, o meglio, non me lo dice ma si comporta come se volesse aiutarmi quando invece ho la sensazione che mi usi come **** di scorta – e dice **** con la “c” gutturale dura invece della g più lassa del gergo del nord Italia, come a rimarcare l’oggettività del possesso –, dopo quella di sua moglie. Farei meglio a sbarazzarmi di lui e del suo perbenismo del ***** – il linguaggio di Fernanda diventa all’improvviso troppo spiccio e il suo volto assume un’aria che definire disillusa è ancora poco, è un misto di rassegnazione arrabbiata e impotenza repressa che non trova sfogo in altra maniera che nella rabbia di un turpiloquio diretto verso ciò che detesta – però mi fornisce un po’ di grana, praticamente sono la sua prostituta personale.
– Potresti mollarlo.
– In questo momento ho necessità di tutto quello che può tornarmi utile e i soldi che mi allunga non sono così pochi da potermi permettere di rifiutarli, al momento sono senza lavoro, aspetto un’imbeccata da quelli del Comune, ma i tempi sembrano lunghi.
Un campanello feroce emette un gracchiare rapido e sonoro, si capisce che qualcuno là fuori desidera entrare ed è consapevole dell’orario inconsueto ma sa che gli verrà aperto.
Fernanda issa un’espressione ironica con sfumature beffarde.
– Ecco il buon padre di famiglia che vuole la sua razione di scopate e pure di coccole. Dovrò presentarti, altrimenti se ti vede qui senza essere preavvisato penserà che sto tramando contro di lui.
Fernanda si avvia verso l’ingresso, pigia i pulsanti del cancello e del portone, nel silenzio della notte si sente un lontano doppio clack e di seguito il cancello e il portone che si chiudono. Mina è in piedi sulla porta che separa il soggiorno da quello che è il reparto notte ma in verità non c’è alcuna porta, solo un’apertura che immette nel disimpegno, Fernanda è in piedi vicino alla porta di ingresso aperta, si sentono i passi di qualcuno nelle scale e in breve un tipo dall’aspetto sportivo anche se non esattamente ricercato si fa sull’uscio e sorride a Fernanda, senza notare Mina, che lo osserva alla luce del disgusto che Fernanda le ha instillato con le sue spiegazioni; il tipo è sui trentacinque come annunciato da Fernanda, è ben rasato, sulla testa molti dei suoi capelli hanno dato forfait e il resto, molto corti, tentano di sopperire, il volto è gentile ma nasconde qualcosa di ingenuamente astuto, qualcosa che l’intuito femminile scova a prima vista, indossa una Fred Perry® nera su un paio di pantaloni grigi e ostenta un portachiavi con il marchio di una casa automobilistica dai modelli notoriamente costosi, scambia alcune effusioni a mo’ di saluto con Fernanda durante le quali si avvede di Mina e si drizza insospettito mantenendo il controllo sorridendo e chiede a Fernanda:
– E questa chi è?
– È un’amica che resterà qui per qualche giorno – dice Fernanda voltandosi verso Mina.
– Potresti presentarci – e senza aspettare l’introduzione di Fernanda allunga una mano verso Mina dicendo – molto lieto, Brando, Brando Gavani – e scodinzola la sua lingua fra le labbra carnose di un volto non cicciotello ma pienotto.
– Mina – risponde ingenuamente Mina dicendo il suo nome e scordando i motivi per cui è lì.

Prossimamente il diciottesimo capitolo