Una storia italiana – Romanzo a puntate (32)

romanzo a puntate (32)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXII°

(32)

Milano

Venerdì, 20 Luglio 2001

L’Antonnomi aveva una questione in sospeso, una questione da chiudere ad ogni costo per evitare che imprevedibili conseguenze irrompessero nella sua specchiata attività di politico. Il Cazzarola gli aveva dato una specie di ultimatum, oh, certamente non lo aveva espresso in questi termini ma l’Antonnomi era navigato a sufficienza per capire al volo ciò che gli veniva detto fra le righe e il Cinese era subdolo e astuto a sufficienza per tramargli contro qualcosa senza che ne avesse sentore né l’opportunità di opporvisi, e in virtù di certe comuni conoscenze il materiale non gli sarebbe mancato. Il problema però era duplice, non solo doveva mettere in atto sotterfugi ed espedienti per non essere intercettato dal dott. Gridero, sospetto ormai assodato in certezza grazie all’astuta presenza che aveva fatto poche ore prima nel suo ufficio al cospetto del medesimo e la conseguente intrusione dello stesso presso l’atelier del Vanzi, ma doveva inventarsi qualcosa per la mancata consegna della femmina nelle sue grinfie, e su questo indugiava gongolante nei recenti ricordi per avergliela fottuta e poi fottuta nuovamente in un prossimo e piacevole futuro, su ciò era quasi sicuro, ma questo bel pensierino era turbato dall’incertezza riguardo a ciò che avrebbe dovuto raccontare a quel bel soggetto.

La prima domanda che s’era posta riguardava l’opportunità di mettere al corrente il Cazzarola circa le esplorazioni del dott. Gridero nel sottobosco delle loro iniziative. Certo che qualcosa doveva dirgli, se non altro per il fatto di avere in comune con quel tipo un certo numero di esperienze e collegati compromettenti, ma se da un lato considerava utile mettere a parte il Cazzarola di certe informative dall’altro vedeva la cosa sotto un aspetto molto più minaccioso, perché il Cinese, rispetto a lui, era privo di certi scrupoli che tendono ad identificarsi nella facciata perbene della società, temeva di suscitare in lui qualche senso di minaccia che scatenasse il super-ego che alberga in ogni delinquente propriamente detto, l’ira dell’eroe negativo contro la società, che fa commettere scelleratezze e imprudenze da notiziario TV o almeno da cronaca locale. Però la scelta era obbligata, nei confronti del dott. Gridero stavano nella stessa barca ma di certo avrebbero avuto da dire sulla direzione verso cui remare.

Copertina di libro (antico)

Il soggetto, all’atto delle sue richieste, non gli aveva anticipato alcun rendez-vous ad operazione eventualmente compiuta, gli aveva lasciato il numero di telefono di un esercizio commerciale ma non si fidava per nulla di mandare un avviso compromettente in un luogo sconosciuto e per l’intanto il contatto si imponeva, e già questa non era una decisione facile, scartata l’ipotesi Wanda, sulla quale concordava circa i sospetti del Cazzarola sulle sue lunghe e capaci orecchie, restava da inventare un artificio che li facesse incontrare per mettere la sordina all’argomento e stare rintanati per un po’ ciascuno nella propria più o meno presentabile intimità, a fare la faccia dei bravi ragazzi ed evitare le incursioni del dott. Gridero o chi per lui. Non era in uno stato di agitazione ma la sua mente stava andando più veloce del normale e nell’alternarsi di vuoti di memoria alla ricerca di dettagli che gli sfuggivano – e vorticosi ricordi della sua vita non presentabile – si sovvenne di avere notato, in un lussuoso locale che non avrebbe mai frequentato con la consorte al seguito, il Cazzarola in compagnia dell’Attilio Marazzi, un bel duo di giovani promettenti, ciascuno per rispettive competenze su entrambi i versanti della Legge, e gli parve che quello potesse essere l’aggancio giusto, forse meglio tramite un galoppino dei suoi.

Ora, potrà sembrare strano che un politico in carriera come l’Antonnomi fosse a conoscenza di certi soggetti ma ci si dimentica spesso che la politica nasce sulla base di un certo spionaggio, sì, certo, le belle parole, i grandi pensieri, e la patria, e la famiglia, e il bene della gente, sì, sì, certo, però è nota anche la battuta che dice «la politica è sangue e merda».

L’Antonnomi li aveva notati quella sera – il Cazzarola e l’Attilio Marazzi – e già sapeva chi fossero entrambi e quale tipo di traffici tenessero, sebbene non nei dettagli precisi, ma della loro reciproca confidenza era certo come dell’aria che respirava egli stesso. Riguardo al fatto che il Cazzarola non gli avesse dato un appuntamento in anticipo, beh, qui le motivazioni per uno di quella risma erano più che abbondanti e giustificate dall’aura di ubiquità che quello si era costruita praticamente da sé: mai dare tempo a qualcuno di capire dove stai andando e cosa stai facendo. L’Antonnomi ebbe il sospetto di essere controllato da qualcuno dei suoi sgherri per verificare che tutto stesse andando per il verso predisposto anticipatamente dal Cazzarola ma si sentiva parato a sufficienza dagli stratagemmi messi in atto da lui e dai suoi collaboratori. Anche questo era un aspetto da non sottovalutare; una volta a colloquio col tipo questo però faceva parte delle sue abilità di oratore e mediatore.

Quello che gli occorreva sul momento era un tipo sveglio e pronto all’uso da pescarsi fra i suoi accoliti, in quell’accondiscendenza apparentemente amichevole che si mostra fintamente servile e che anzi, a volte si prostra al potente di turno, almeno finché il potente resta tale e quale nei confronti di interessate aspettative, non remunerate certamente ma corrisposte con vantaggi sociali, forse anche commerciali e di aggregazione affaristica. Nulla di scandaloso, di certo contatti di questo tipo avvengono ovunque ma non è mai un buon biglietto da visita per un politico quando viene scoperto mani in pasta in questo genere di intrallazzi. Buona norma vuole che i sunnominati accoliti siano bene invischiati negli interessi comuni, magari ad un livello minimo di interesse, ma pur sempre di interesse, a far credere loro di essere la sostanza in quanto parte integrante di questa libera associazione ma sganciati dal potere decisionale quanto basta per correre appresso al politico successivo quando quello precedente perde smalto e convenienza. Una specie di legge della giungla per definire i capibranco.

L’Antonnomi era molto smaliziato a questo riguardo e non si faceva troppe illusioni sui sorrisi da cui si vedeva spesso circondato, dal lato “umano” era molto più preparato di certi moralisti benpensanti che stanno lì a spaccare il capello in quattro e a cavillare sui comportamenti dell’uno e dell’altro come se temessero di venire schedati dalla Madama solamente fermandosi a parlare con persone che ritengono non degne, ecchè mai significa degne persone? L’importante è che la cosa, qualunque sia la cosa, vada in porto e a buon fine per il numero maggiore di accoliti, per sé stessi in maggior modo.

Copertina di libro

Certo non poteva mandare dal Marazzi un pivello, uno di quelli che credono davvero nella democrazia, nel potere del popolo su se stesso; gli occorreva qualcuno che conoscesse i meccanismi relazionali a sufficienza da poter parlare di cachi quando si intendono ciliegie ed esser certo di essere capito e corrisposto, con tutti gli origlioni che ci sono in giro… Fulvio gli parve essere il tipo adeguato, uno che pareva essere in grado di parlare e stare zitto nei momenti adatti di ciascuna delle due opportunità ed eventualmente sfoderare una faccia di bronzo decente per tenere duro se occorreva o fingere sufficiente ingenuità nel caso contrario. Cercò di immaginarsi il Fulvio per farsi un’idea convincente a sufficienza da persuaderlo e mandarlo in esplorazione presso lo studio legale dove apprendistava il Marazzi a concordare un rendez-vous con il Cinese, e se lo immaginò forse troppo bene. Se lo immaginò come il tipo di persona che riesce a fingere di interessarsi a te sorprendendoti con domande che frappongono un vivace interesse in ciò che gli stai dicendo, qualunque sia l’argomento della discussione, tanto che capitava a volte che se citavi en passant o ti lasciavi sfuggire, senza dare ragguagli, qualcosa che lui probabilmente non conosceva ti stupiva con una domanda azzeccata accompagnata da una mimica facciale del tipo «mi interessa proprio, ma davvero», insistendo con la mimica conseguente del tipo «guarda come sono simpatico», poi se ti lasciavi sfuggire ulteriori dettagli ti accorgevi che non gliene fregava nulla o non capiva alcunché e che probabilmente stava solo facendoti parlare, nel migliore stile degli indicatori.

Indicateur

E qui, nella mente dell’Antonnomi si aprirono voragini di dubbio circa la fedeltà dei suoi fedeli, più o meno issimi. Se il dott. Gridero se n’era venuto a sbirciare nella sua esistenza qualche falla più o meno importante fra le sue conoscenze ci doveva essere, perché da una roccaforte come quella della Wanda Brigonzi non doveva essere uscito molto materiale, sarebbe stato troppo facile risalire al delatore, la cerchia dei frequentatori era conosciuta e calibrata nei reciproci interessi e come gli aveva fatto rilevare il Cinese col suo trucchetto; la donna era accorta. Un momento di dubbio totale fece vacillare temporaneamente la sua fiducia in sé e nel suo sistema ma si riprese subito convincendosi che tutto ciò che lo riguardava era ancora nelle sue mani, almeno le cose più compromettenti, dalle quali si era garantito separando le connessioni che potessero formare un quadro d’insieme. Certo avrebbe potuto difendersi bene in caso di un attacco giudiziario ma avrebbe perso molto del suo fascino politico.

Scacciò questo pessimismo convincendosi che nulla era successo e che da questa rogna doveva uscirne autonomamente, così prese il coraggio a due mani, o forse anche a quattro, e si recò allo studio legale Brattagamo & Pattichepi, ben conscio di addentrarsi in un covo di serpenti variamente velenosi dalla infida posizione politica, cosa per la quale avrebbe potuto aspettarsi innominabili ritorsioni esistenziali, di quelle che ti tengono sveglio la notte a cercare di capire da che parte sono arrivate ma la vicenda col Cazzarola andava chiusa ad ogni costo, perché quello poteva essere pericoloso davvero, molto più dei serpenti legali, che certamente conoscevano il loro allievo molto più profondamente di quanto non lo conoscesse la sua mamma, traffici innominabili inclusi, dei quali, in una certa misura, forse erano i burattinai per opportune convenienze; legali, ça va sans dire. Si persuase che i titolari dello studio avrebbero fatto muro in ogni modo contro eventuali intromissioni circa le sue intenzioni di confabulare con il Marazzi, a modo loro certamente, in maniera a lui sgradevole, ma sarebbe rimasto tutto sotto la sabbia di seppellimento, quel materiale instabile e coprente che avvolge ogni malaffare quanto basta per fare in modo che si percepisca ma che non si veda a sufficienza per poterlo mettere in luce; quello che la gente come lui e gli avvocati di cui sopra avevano intuito era il semplice enunciato: «Alla gente non viene nascosta la verità, viene indotta a non capire».

L’avvocato Brattagamo e l’avvocato Pattichepi, a dispetto dei loro nomi non altisonanti, erano due autentici mastini del foro e pure dall’aspetto si capiva che se non lo erano lo apparivano per davvero e incutevano quella deferenza che si deve alle persone importanti, quasi che fosse circonfusa attorno alle loro persone come l’aura di santità nell’iconografia ecclesiastica. Il Brattagamo pareva la controfigura abbastanza esatta di qualche attore di Hollywood, e su questo ci marciava un po’, sia in tribunale che con le donne; il Pattichepi sembrava uno di quei fattori d’inizio XX° secolo, con tanto di baffi ruspanti e capelli arruffati all’indietro, dava l’idea di un uomo tutto d’un pezzo, di quelli che dopo avere scorrazzato per i campi a dare disposizioni poi si siedono alla tavola del contadino e spazzolano la mensa quanto più possono. In realtà questo era solo il loro aspetto, sul quale avevano saputo costruirsi un’immagine di successo e sapevano essere professionali oltre maniera, un po’ troppo oltre, ma il gioco è sempre duro a quei livelli e bisogna sapere giocare tutti i giochi, che in fondo non è proprio una giustificazione.

Copertina di libro

Quando entrò nello studio l’Avv. Pattichepi Dott. Valerio lo scrutò subito da lontano, erano quasi le sette e le segretarie e i collaboratori di rango inferiore erano già sloggiati, fu una specie di vis à vis silenzioso in cui ciascuno dei due in un istante valutò l’avversario soppesandolo con lo sguardo, qui non si trattava più del solito «io so che tu sai che io so», qui si sapeva e basta e le chiacchiere stavano a zero, di certo non l’ironia, che non mancava ad alcuno dei due. L’Avv. Pattichepi si alzò per andargli incontro sorridente e l’Antonnomi già si aspettava la frecciatina.

– Ci avrei giurato che prima o poi avrebbe dovuto fare ricorso alle nostre capacità.

– Troppo previdente avvocato, anzi prevenuto erroneamente… potrebbe succedere che tocchi a lei fare ricorso alle mie abilità e conoscenze.

– L’umiltà non le manca – insistette il Pattichepi.

– A nessuno dei due, credo – ribatté l’Antonnomi.

– Quando uno del suo calibro piove nel nostro studio fiutiamo subito lavoro grosso.

– Non voglio mandarvi disoccupati ma sono qui per tutt’altra faccenda.

L’Avv. Pattichepi sorrise e restò in silenzio un istante guardandolo con quell’espressione astuta e bonaria da reggitore di azienda agricola in cui traspariva un’intelligenza e una prontezza di spirito unita ad una perspicacia e maliziosità professionale che non si lasciava domare facilmente, la sagacia del contadino in un cervello di leguleio; nessuna opportunità gli sarebbe andata sprecata. L’Antonnomi si sentì scoperto nelle sue intenzioni, era ovvio che qualcosa aveva già subodorato e non sapeva fino a che punto; non avrebbe tardato a scoprirlo.

– Dunque, se non è per la legge che cosa possiamo fare per lei?

– Avrei solamente necessità di conferire con un vostro valido collaboratore, quel giovane di nome Attilio Marazzi, abbiamo una conoscenza comune che non riesco a contattare.

– Gran bravo ragazzo, una delle nostre migliori risorse. Eccolo qui che arriva.

L’Attilio uscì da una stanza adiacente in compagnia dell’Avv. Brattagamo, parlavano fra di loro e non si accorsero subito dell’ospite. Quando lo videro l’Antonnomi percepì immediatamente una segreta complicità che univa il trio cui si trovava al cospetto. Ovvio che ciò che avrebbe poi chiesto al Marazzi si sarebbe trasmesso, in un modo o nell’altro, alle conoscenze dei due professionisti ma non temeva questo aspetto, nell’eventualità non avrebbero mai osato un attacco così frontale, ne sarebbero rimasti coinvolti, e poi uno studio rispettabile mantiene segreti e si tiene alla larga dagli schiamazzi. Piuttosto temeva l’imponderabile.

– Vieni Attilio, questo signore vuole parlare con te.

– Riguardo a cosa? – chiese il Marazzi.

– Questo ancora non lo ha detto ma dalla faccia che ha pare che sia una cosa privata – disse il Pattichepi sfoderando il più ironico dei suoi sorrisi – ah… questo è il Sig. Antonnomi, che tu presumibilmente hai già sentito nominare.

L’Attilio annuì col capo e allungò la mano verso l’Antonnomi che ricambiò il saluto, poi chiese:

– C’è qualcosa che dobbiamo discutere?

L’Avv. Pattichepi si allontanò in direzione del socio e collega che era rimasto sulla soglia della porta e prima di scomparire si limitò a dire:

– Vi lascio soli, non mi trattengo oltre, dobbiamo preparare un incontro con il dott. Gridero, lei lo conosce? – disse rivolto all’Antonnomi.

– Sì, mi pare di averlo già sentito nominare – rispose questi evasivo, intimamente però gli era scattata una truppa di neuroni che cominciò a scorrazzare attraverso la sua attenzione generando un piccolo scompiglio che riuscì a domare in fretta prima che gli astanti se ne accorgessero.

Rimasto solo in presenza del Marazzi l’Antonnomi si guardò intorno come a sincerarsi della riservatezza di cui necessitava, il giovane lo prevenne dicendogli che poteva parlare liberamente. Non ci fu bisogno di preamboli, che nessuno dei due desiderava e fu presto messo in chiaro che l’Antonnomi avrebbe potuto raggiungere il Cazzarola praticamente subito in un locale del centro, ci avrebbe pensato lui, il Marazzi, ad avvertirlo.


Quando la gente sa come comportarsi e come muoversi è tutto più facile, il pericolo arriva quando le cose diventano troppo facili, come se il destino stesse spalancando le fauci per inghiottire la sua preda in un boccone. L’Antonnomi uscì da quello studio in uno stato di indecisione e di incertezza, non vedeva l’ora di concludere questa faccenda col Cazzarola per tornare alla sua vita onesta di tutti i giorni e rintanarsi in casa con la sua famiglia ad esercitare le funzioni del buon padre devoto. Si sentiva come sospeso in aria, non proprio come in un limbo neutro e blandamente accogliente, piuttosto come se una mano possente lo stesse trascinando per la collottola sollevato da terra inabile a prendere direzioni autonome; aveva una cosa da fare, contro voglia ma era da fare, una cosa che andava fatta ma non riusciva a persuadere il suo intimo sé, a tranquillizzare il suo ego relazionale circa eventuali pericoli e trappole sociali.

L’Antonnomi nella sua posizione

Fu in quello stato di semi ipnosi che giunse nei pressi del locale che gli aveva annunziato il Marazzi, un buon locale in effetti, ma ciò non garantiva alcuna sicurezza e lontano nella sua immaginazione, che cominciava ad avere inclinazioni paranoiche benché non avesse ancora le visioni, immaginò sé stesso in una scena sfocata presso l’interno di quell’esercizio che stava rimirando dall’esterno senza decidersi a entrare, una scena in cui vedeva irrompere le forze dell’ordine, risolute e decise come nei telefilm americani, affrontarlo con quella solita ironia nazionale che anche dal vero pare l’imitazione di un’imitazione di uno sceneggiato televisivo made in Italy, dove i congiuntivi paiono un’opzione fantasiosa, accidentale, non sempre riuscita e i futuri mescolati agli indicativi presenti dove il fantasma del congiuntivo viene esorcizzato senza complimenti – sorvolando sul fantozziano “vadi” ch’eppur s’è udito, e non solo da Fantozzi in persona -, con qualche ossessiva congiunzione reiterata meccanicamente fra una parola e l’altra in un tentativo di consequenzialità non troppo riuscito ma comunque comprensibile anche senza l’interprete, quantunque capiti che in televisione a volte mettano i sottotitoli in italiano, che non guasterebbero nemmeno in alcune interviste dei notiziari TV.

TV

Di tutte le sue inclinazioni – e quella per la lingua patria era una specie di fissa che si era imposto sin dagli albori della sua carriera in politica -, propensioni all’apertura verso la gente, cordialità e simpatia d’esercizio, quella per il parlar materno era al presente decisamente l’ultima a preoccuparlo, se avesse potuto a ‘sto Cazzarola gli avrebbe mandato un telegramma tipo «Consegna rinviata – STOP – Occhio al Gridero – STOP» e chi s’è visto s’è visto. Purtroppo però quando la vita ti prende in qualche modo ti inghiotte e sei costretto ad uscire dall’orifizio posteriore, a fare tutto il giro del suo intestino.

Come spesso capita, quando si sta facendo qualcosa controvoglia non si ha sete e non si ha fame, si agisce sull’onda delle intenzioni lasciando alla parte corporea la mera funzione di apparenza, così l’Antonnomi entrò nel locale ed ordinò un cappuccino, che alle sette di sera passate di un giorno di metà luglio non è proprio una cosa ordinaria, non che si venga additati ma c’è sempre qualcuno che sottilizza su queste cose, magari tracannando un doppio Stravecchio® osservando la stranezza del cappuccino e poi subito un altro per farsene una ragione scuotendo il capo come a voler sottolineare una bizzarria inconsueta. L’Antonnomi zuccherò il suo cappuccio rigirandolo col cucchiaino per darsi un contegno mentre spaziava con lo sguardo nel locale alla ricerca del suo contatto e se lo vide sfilare davanti a tre metri da dove si trovava diretto all’esterno dov’era assembrato un certo numero di avventori sparsi in vari capannelli, catturò il suo sguardo, rapido e apparentemente inespressivo, volgersi fugace verso l’uscita dove intuì che lo avrebbe aspettato per la sua relazione, tracannò il suo cappuccio, che forse gli procurò una lieve ustione all’esofago, e seguì il Cazzarola all’aperto.

Fuori dal locale l’Antonnomi individuò il Cazzarola sul marciapiede, camminava lentamente con la chiara intenzione di farsi raggiungere. L’Antonnomi accelerò il passo e gli arrivò al fianco, questi si fermò e lo fissò negli occhi con un’espressione che narrava buona parte della sua delinquenziale esistenza. Non era lo sguardo del duro, né quello dell’arrabbiato, era quel tipo di sguardo che è deciso quanto basta per farti sentire frugato nei tuoi pensieri e l’Antonnomi qualcosa da nascondergli ce l’aveva, oh se ce l’aveva, e stava combattendo dentro di sé il desiderio di ridergli in faccia o fargli qualche battutina sulle questioni di corna ma la paura di ritorsioni di tipo ricattatorio gli fecero mantenere il distacco sufficiente per apparire timoroso e preoccupato ma fermo nelle intenzioni, perché voleva chiudere questa storia.

– Che cosa è andato storto? – chiese il Cinese fermandosi di colpo.

– Per parte mia nulla, era andato tutto bene…

– Ma?

L’Antonnomi si guardò in giro temebondo, il Cinese capì i sui timori per eventuali sorveglianze indesiderate e gli disse:

– Ci si può nascondere solo fino ad un certo punto. Poi? Che cosa è andato storto?

Mask

– Non è che ci sia qualcosa che è andato storto, l’avrei accompagnata dovunque volesse e l’avevo convinta per bene circa l’assenza di pericoli, poi…

– Poi?

– Beh, poi ho ricevuto una telefonata da uno dei miei collaboratori…

– Che tipo di telefonata?

– Un’informazione circa certe indagini che un magistrato sta facendo su di lei e per conseguenza anche su di me, grazie alla sua testardaggine.

– Sa che cos’è che mi fa ridere di lei?

L’Antonnomi non disse nulla e lasciò che il Cinese proseguisse in quella che presentiva come un’offesa.

– Che lei crede davvero di essere una persona giusta e buona, ne è talmente convinto che non la sfiora nemmeno il dubbio che fra noi non c’è alcuna differenza e magari crede segretamente di essere più furbo di me.

L’Antonnomi non disse nulla, si guardò in giro come se la cosa non lo riguardasse, poi il Cinese lo stupì per davvero:

– Un gran bella tipa, non è vero?

– Di che cosa stiamo parlando?

– Non mi dica che non si è fatto un giretto…

L’Antonnomi fece finta di nulla e lo guardò stupito.

– E c’è un’altra cosa che non ha capito… che lei dovrebbe temere di più quella ragazza che il magistrato, perché il magistrato non si è ancora infilato nel suo letto mentre lei invece sì, e nella sua posizione di marito fedele o costretto a farne le mosse prima o poi le verrà a costare quella bella verginità sociale a cui tiene tanto. In ogni modo chi è questo giudice?

– Il dott. Gridero, ne ha mai sentito parlare?

– Non traffico quel genere di persone, né mi è mai capitata l’occasione. Ma in ogni modo che cosa le pare che abbiano in mano?

– Al momento solo dei sospetti a largo raggio.

– Bene, bisogna mantenere largo il raggio, così che abbiano molto spazio per muoversi senza incappare in quello che cercano. Dove ha accompagnato Mina?

– L’ho lasciata presso gente che conosco, poi una sua amica è venuta a prenderla. Adesso non so dove sia, forse a casa sua.

Il Cinese sorrise sornione poi disse:

– Non creda di chiuderla qui la faccenda, lei la vedrà di nuovo e allora la porterà dove le dirò.

– Ma che cosa ha capito? Non è come pensa… io…

– Sì, sì, certo… la prossima volta che vi vedrete, perché vi vedrete, prima di andare da lei mi dirà dove vi andrete ad incontrare e poi prenderò in mano io la situazione.

– Non può farmi questo, io devo chiudere qui questa vicenda, non posso permettermi di lasciarmi coinvolgere…

– Con gente come me? È questo che intende?

– No, io volevo dire che…

– Senta bamboccio… lei è in questa storia e adesso va fino alla fine della vicenda e la fine della vicenda la determino io. Il fatto che lei se la sia trombata forse le ha fatto perdere un po’ la testa, beh, giusto per rimettere le cose nel giusto binario l’avverto che non è il caso che lei si esalti troppo, dopo tutto è soltanto uno fra i molti che l’hanno conosciuta intimamente – e disse queste due parole modificando ironicamente la voce -. Che cosa temeva, che fossi geloso? Quella è una cosa troppo rumorosa che non posso permettermi e comunque in questa storia per i sentimenti non c’è posto e non ce n’è mai stato, io guardo agli affari e al resto se mi è conveniente.

Il Cinese gongolava, intimamente certo e ne aveva motivo. Ora teneva sotto mano anche l’Antonnomi, che poteva rappresentare una buona fonte di manovalanza burocratica.

L’Antonnomi non disse nulla ma era molto nervoso e nemmeno faceva qualcosa per nasconderlo, sembrava che volesse parlare ma non riusciva ad esprimere parola, si guardava intorno come smarrito. Il Cazzarola gli diede un numero di telefono senza alcun nome corrispondente scritto su di un foglietto e gli disse di non inserirlo nella rubrica del suo cellulare.

– Quando avrà l’appuntamento con quella bella tipa avvisi a questo numero. A risentirci. – poi il Cinese se ne andò senza aspettarsi di essere salutato.

Prossimamente il trentatreesimo capitolo

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