Thomas Pynchon, un’opinione

Articolo di Eric Bandini

Copyright 21/04/2026

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Ci sono momenti che marcano una differenza; epoche? Generazioni? Forse… periodi storici?

Illustrazione dei periodi storici dall'età della preistoria al futuro, evidenziando eventi chiave come l'antichità, il medioevo, il rinascimento, l'industriale, le guerre mondiali e l'era contemporanea.
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No… la storia è un’immagine, le cui classificazioni ricadono nella storia,  come le “Epoche”, eccetera… (…molti «eccetera») …quindi?


Esistono momenti letterari che sono tali  solo umanamente (cioè letterariamente nella condivisione di linguaggio e pensiero [linguaggio + pensiero]; fuori dal pensiero essi sono solo linguaggio, ovvero letteratura, ovvero scambio di significati possibili che “il” pensiero può, oppure no, ritenere per sé), e solo per coloro che “li” ritengono come tali, e che perciò sono ampiamente discutibili, ma che “poi“, col senno di poi, divengono umanamente limiti, confini che separano (poiché in effetti ogni forma di linguaggio «”significa”», ovvero è un contenuto di valore ” per” il pensiero). Codesti “limiti” separano non tanto un prima da un dopo, che sono elementi della Storia nella Storia, ma un concetto dal suo essere concetto ulteriore in sé stesso, per cui un “vero” discrimine tra Vero e Falso è pura illazione (“il” Vero era Vero anche centinaia di anni fa quando “il” Vero era il mondo piatto esattamente come «un» piatto, per molte o anche moltissime persone); il concetto procede in se stesso come se stesso, incluso nei suoi momenti, dai quali non può uscire.


Letterariamente è stato più volte affermato che l’opera di James Joyce ha segnato un punto di svolta; principalmente per l’Ulisse, ma segnatamente anche per La veglia di Finnegan, che per i non-anglosassoni, come colui che qui scrive, è un libro illeggibile, che però ha apportato molte più conseguenze con la sua non-lettura piuttosto che altro.

Un uomo dorme su un letto galleggiante, circondato da lettere e immagini allegoriche, tra cui una nave in mare, castelli, candele, e volti sorridenti, creato in uno stile pittorico sognante.
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In un’opera come l’Ulisse il tempo diviene indifferente, e “quel” Mito a cui il titolo allude è una reiterazione temporale che «”il”» Mito non conosceva-conosce-conoscerà (Il Mito è indifferente al tempo); il Mito era-è-sarà la presenza di se stesso a se stesso.

Un'opera d'arte che rappresenta scene mitologiche con divinità, eroi e creature leggendari in un paesaggio drammatico, inclusa una donna su un cavallo, una figura saggia, ed elementi iconici come una piramide e un labirinto.
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Leopold Bloom è la sua stessa presenza al tempo burocratico che ne decreta il tempo. Il concetto qui espresso è autoreferenziale, da ciò non si esce; il tempo è l’essere di se stesso come identità. Letterariamente James Joyce ha formato un discrimine, una linea di demarcazione, che è solo interiore, e che il soggetto deve umanamente percorrere e ri-percorrere per ottenere la sua stessa identità, i medesimi momenti che costituiscono il suo essere nel luogo scandito dal tempo in cui il luogo stesso è contenuto  e costituito. Ciò è la Burocrazia, che prima di divenire il nemico del pensiero è la sua stessa costituente ancora priva di autorità ma carica della relazione soggettiva-oggettiva, e di ritorno oggettiva-soggettiva, della individualità che pensa e si pensa. L’equazione è semplice: niente concetto, niente oggetto, e viceversa.

Rappresentazione allegorica della burocrazia, con una figura centrale che simbolizza la legge, circondata da personaggi che affrontano vari aspetti burocratici come moduli e attese.
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Il presente diviene una relazione molteplice ripetibile, in quanto “contiene” il suo stesso tempo-significato come referenza a se stesso, come da ripetere continuamente e coattivamente, ogni giorno, ogni momento, per ogni pensiero. Pensare è un’attività non disattivabile. Sovrapponendo Finnegan a Leopold Bloom, ora Finnegan sogna il suo essere sveglio in un pensare-pensarsi-pensando che è una veglia in cui il reale si deforma in una traccia ribelle che lega il linguaggio a un pensiero ancora pensabile ma non più “certo”, ed eccessivamente personale per essere davvero pensato come vorrebbero quelle autorità che scandiscono il tempo comune come i suoi luoghi burocratici. Finnegan come il rovescio di Leopold Bloom? O come il suo sognare?

Un uomo in abbigliamento formale con un cappello a cilindro, una sigaretta in bocca e una canna da passeggio, mentre passeggia in una strada affollata. Sullo sfondo si vedono edifici storici e la bandiera irlandese che sventola.
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Tempi passati, il rovescio onirico è una fuga che contiene il suo momento, e quando questo momento diviene consapevole anche il linguaggio semi-onirico di Finnegan mostra l’insieme irrazionale dei suoi oggetti concetti. Ciò è uno sguardo non più personale o personalizzabile come la psicologia vorrebbe inscatolare, ma è semplicemente la possibilità di ciò che può essere pensato, ed ogni speculazione, vuoi anche psico-logica o scientifica, o spionistica, o altro, si adagia nella conformazione della verità oggettivata dalla sua stessa psico-logia, scienza, spionaggio, eccetera. L’oggetto è concetto, e viceversa, nel pensiero del pensante, non esiste altrove.


Non è la psicologia, come anticipato qui sopra, la quale ferma l’anima più o meno come l’astrologia, ficcandola in un segno che l’anima (se esiste) non possiede, non ha, non contiene e non può avere se non entro un linguaggio burocratico in cui ed entro cui i significati siano già determinati come una religione.


Il vantaggio della Letteratura è che essa non specula per presunte Verità, essa è invenzione, che è la migliore forma del pensiero, il quale è sempre nel suo momento.

Un'illustrazione scura e atmosferica di un vicolo urbano inondato, con una grande lettera 'V' al centro, un uomo misterioso sullo sfondo, un topo e vari oggetti sparsi come una foto di una donna bendata e un sassofono.
V. – Image A. I. generated


I primi tre lavori di Thomas Pynchon (V.; L’incanto del lotto 49; L’arcobaleno della gravità) rappresentano una interpretazione del presente {Il presente è sempre PRESENTE}  che sembra superare Finnegan, e certamente supera l’epoca mitologica di Leopold Bloom.

Un soldato serio fuma e tiene in mano delle lettere, circondato da un'atmosfera di guerra, con un razzo che decolla sullo sfondo.
Tyrone Slothop – Image A. I. generated

In quei tre lavori la scienza, il sapere, il conoscere, lo spiare, eccetera (molti eccetera), diventano elementi di un’osservazione il cui stesso interesse li rende ridicolmente oggetti dello stesso presente che si presume debba essere analizzato, valutato, spiato, eccetera, dai soggetti in causa; per cui la supponente presunzione del conoscere diviene riflesso conoscibile/conosciuto dello stesso conoscere/conoscitore, il quale vuole certificare ciò che vede, così che lo spione e lo scienziato rientrano nella stessa categoria di guardoni, e sfrontatamente {e anche crudelmente… e/o ridicolmente…} il presente continua ad essere presente includendo guardoni e guardati in un’allegoria di cui un’autorità burocratica sembra voler cercare qualcosa la cui cosa è solo puro concetto-pensiero che la burocrazia all’opera necessita di rendere “cosale”. Il “qual”-cosa non è materia, non è spazio, non è tempo, se non nella costruzione oggettiva-significativa che costringe la cosa nel suo significato.

Uomo con giacca di pelle e berretto, mentre tiene un yo-yo e dei documenti, seduto a un tavolo in un ambiente urbano nostalgico, con un cartello di un jazz club sullo sfondo.
Benny Profane – Image A. I. generated


Il momento è un fulcro che «”ora”» nell’invenzione letteraria di Thomas Pynchon svolge quella funzione postmoderna che tenta di ricostruire  il tempo nei suoi oggetti costitutivi quando questi sono già frantumati nella ricerca speculativa del pensiero e dei suoi oggetti che lo costituiscono come tale, che ora non possono più nemmeno essere smontati letterariamente come nella veglia di Finnegan. «”Ora”» quegli oggetti/concetti sono innumerevolmente presenti a costituire quell’immenso mosaico di significati che il pensiero ha esponenzialmente estruso da sé stesso; «”ora”» le cose sono là fuori come inassemblabili e inaccessibili elementi la cui realtà è un gesto che avviene in danno di qualcosa o di qualcuno per capire qualcuno o qualcosa, e dal presente non si esce, esso è sempre presente, e in esso le cose non sono più cose-in-sé, ma sono cose reificate dal pensiero, di cui un insieme costitutivo non è più possibile concepirne l’entità.

Donna con capelli biondi e acconciatura elegante mentre osserva delle lettere e francobolli su un tavolo con un bicchiere di whiskey e fumo di sigaretta.
Oedipa Maas – Image A. I. generated


Thomas Pynchon ribalta appunto quella visione che tanto la scienza quanto lo spionaggio vorrebbero ficcata in un significato unitario, e mostra quella frantumazione del presente come della percezione del pensiero in una forma letteraria che mette Benny Profane, come Tyrone Slothrop o anche Oedipa Maas, in un fulcro inafferrabile che ora è la veglia da sveglio di Finnegan, poiché Io non è mai qualcun altro, e non ha finestre; per quanto il suo contenitore possa essere oggettivamente disponibile per le manipolazioni che la conoscenza (scientifica e spionistica [ma molti e infiniti altri dispositivi umani hanno molteplici sistemi di inferenza]) intende attuare per ottenere quelle conoscenze oggettive che concretamente non svelano nulla che il pensiero non  vi abbia già impiantato. Siamo sempre nello stesso posto, nel presente e non altrove, e anche il presente non ha finestre che il pensiero non vi abbia collocato… ad opera della burocrazia…


…ed ora tutti insieme…

Eric Bandini, 21/04/2026

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