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Pìrule, una non prefazione

Pìrule, una non prefazione

      © 2015  

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Non si scrivono prefazioni ai romanzi, questa è una specie di norma non scritta, e comunque di solito le prefazioni/introduzioni non se le fila nessuno, però la storia necessita forse di qualche frase esplicativa per dare un ambito narrativo contestuale, che per quanto peculiare è allo stesso tempo universale, umanamente parlando.

In un saggio di Marshall McLuhan dal titolo Galassia Gutemberg l’autore in merito al linguaggio dei bambini riporta la seguente citazione: «La confraternita dei bambini è la più grande di tutte le tribù selvagge, e l’unica che non dia alcun segno di estinzione». Questa frase, a distanza di molti decenni (Galassia Gutemberg è stato pubblicato negli U.S.A. circa a metà degli anni ’50 del secolo scorso) pare ottimistica, non in relazione all’incremento demografico o alla sua evoluzione a livello planetario, quanto piuttosto in merito allo sviluppo occidentale che ha inglobato anche questa grande tribù selvaggia inquadrandola nella sua tecnica sociale.

I dieci giorni d’infanzia narrati in questo romanzo (Pìrule) provengono da un tempo (locale) che non esiste più, benché l’autore che lo ha vissuto sia ancora vivente alla data attuale, e per quanto la storia narrata sia frutto di invenzione l’ambientazione e i personaggi sono verosimili; “quel” mondo era più o meno così (a livello infantile), e per quanto sia possibile localizzare le poche battute dialettali e in definitiva individuare la città, i luoghi e le persone descritti sono frutto di invenzione e non esistono; sebbene certi eventi narrati siano effettivamente episodi di infanzia dell’autore l’invenzione prevale in massima parte.

In quel mondo “lontano” la tribù dei bambini poteva sviluppare un linguaggio (di cui nel racconto sono dati sparuti esempi forniti di succinta spiegazione e di traduzione) proprio perché aveva “per sé” lo spazio e il tempo che oggi sono dominati e regolati dalla Società Globale; i bambini di oggi sono dei piccoli adulti inseriti nel mondo dei grandi dove non hanno uno spazio e un tempo esclusivamente per loro che i “grandi” non abbiano già organizzato allo scopo; la tribù dei bambini esiste ancora ma vive come in una riserva. Non si vuole evocare “il bel tempo che fu”, ogni infanzia può essere meravigliosa oppure orribile ovunque e comunque indipendentemente, il romanzo dallo strano titolo vuole solo narrare una storia includendovi pochissime parole (quelle che l’autore ricorda) di un linguaggio infantile che, per quanto puerile o sciocco e formato solo da poche decine o al più poche centinaia di vocaboli strani, aveva l’aspetto e la tradizione del linguaggio in quanto appreso e tramandato di generazione (di bambini) in generazione (di bambini). Per quanto puerile questo linguaggio, come qualunque gergo infantile, racchiudeva un mondo ed evocava le sue mitologie e le burocrazie del gioco in totale autonomia dal mondo degli adulti, i quali (solo se di tradizione strettamente locale) lo avevano parlato a loro volta nella loro infanzia. Il linguaggio stesso escludeva l’adulto, un ragazzo di 13-14 anni si sarebbe vergognato di fare uso di quel gergo infantile, che si tramandava solo fra bambini e che segnava e marcava il mondo di questi, la loro tribù. Questo linguaggio, sporadicamente accennato nel racconto, è un gergo di derivazione dialettale locale e si mescola al vernacolo parlato dagli adulti, delle cui pochissime espressioni riportate viene data traduzione / significato di seguito alla frase / parola; il linguaggio di questa tribù dei bambini è uno scimmiottamento dei grandi, che sono sempre strani, noiosi e a volte anche pericolosi.

Nel mondo dell’infanzia la fantasia assume valore di verità e diviene creatività nel gioco, che è il “vero” dei bambini, ciò che è fuori dal gioco disturba, interrompe quel vero mondo e tuttavia non può essere tenuto lontano. Non credo sia possibile affrontare la scrittura di un racconto sull’infanzia senza avere letto e apprezzato Huck Finn, Tom Sawyer, Pinocchio e altri magari più recenti racconti come “Paddy Clark ha-ha-ha”, il cui titolo è già un romanzo infantile in sé, oppure il bel racconto di John Barth “Lost in the fun house”, che pervade la parte finale di questa storia; il mondo dei grandi distrugge l’infanzia e il bambino sa, in qualche inconsapevole anfratto interiore, che diventerà un adulto, un “grande” che forse non è certo di voler diventare, perché lui quei grandi li ha osservati bene, come ha osservato il mondo dal lato del gioco; però li ha osservati dalla distanza dell’infanzia che può ancora trovare rifugio in se stessa, però quella finirà e non ci sarà una soglia, un confine che sancisca la differenza; l’infanzia è tale solo “dentro” e di fronte al mondo degli adulti, che fino a cinquant’anni fa circa era separato da quello dei bambini da e con spazi e tempi propri e i bambini avevano un loro mondo con una sua geografia locale e una toponomastica definita dal gioco. Oggi nessun bambino gioca più in strada o in campetti di periferia, che nemmeno esistono più; l’urbanizzazione ha inglobato la civiltà tribale dei bambini.

Al di fuori di ogni e qualunque nostalgia questo racconto può assomigliare alla testimonianza di una civiltà-tribù scomparsa, compreso il suo linguaggio; oggi “pìrule” può eventualmente avere un significato lontano per un vecchio come colui che qui scrive o i suoi coetanei se rammentano la parola, oggi quel linguaggio infantile è defunto sopraffatto dal progresso.

In merito al vernacolo riportato in sparute frasi o battute si può facilmente tradurre la definizione  fornita in italiano corrente nel proprio vernacolo o lingua senza che il testo cambi di senso; il dialetto (qualunque vernacolo locale) racchiude un’intimità che è propria del parlante e famigliare insieme, non è un aspetto tribale ma ci assomiglia e l’invenzione è libera per l’autore come per il lettore.

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Elogio della noia (1)

Elogio della noia (1)

©2016
Elogio della noia (2)
Elogio della noia (3)

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          Abituato al succedersi degli eventi attorno a sé, pro o contro sé, l’essere umano si è sempre pensato interprete di una realtà che coltiva nella sua mente con aspettative di reazione positive o negative, ove nell’assenza di queste il vuoto temporaneo causa o può essere portatore di noia, disinteresse, negazione di se stessi come apparentemente non più attivi al/nel mondo, il quale sembra non volere più fornire segnali o suggerimenti che stimolino la propria presenza a sé, e dove questi accadono possono apparire come una sequenza ripetitiva, quindi “noiosa”. La noia come ristagno del presente senza apparenti possibilità di un futuro distraente che istighi i sensi come la percezione di nuove novità che sopravanzino quelle vecchie in modo che rendano l’idea che esso (l’essere umano) sta andando da qualche parte, che proviene ed è diretto. La ripetizione e/o il ristagno o l’assenza di nuove novità generano o possono generare noia, così che il pensiero si fagocita nella ricerca di un altrove che sarebbe (è) sempre e comunque dentro se stesso.

L’essere umano cerca emancipazione, libertà, espressione di sè e ricezione di ciò che è altro da sé; nella noia il desiderio cessa di essere tale, desiderare come assenza di sidera, le stelle da cui trarre auspici sottratti dalla privativa de-, in quanto ripiegato su se stesso nella noia percepisce un presente che si ostina a presenziare, che ristagna, poiché privo di segni (sidera) esterni (al presente [che lo rendano nuovo {in definitiva, passato}]), che lo sollecitino, lo spronino al nuovo che questi stessi segni (sidera, che sono essi stessi elementi del pensiero) gli propongono o gli promettono. Nell’assenza di queste promesse, anche le più minacciose, l’essere umano può sperimentare noia quale elemento totalmente negativo dell’esistere, quasi un’assenza vivente. La noia è ciò da cui si fugge nell’aspettativa di qualcosa che abiliti i sensi a nuove esperienze, in genere senza il calcolo delle conseguenze o con approssimazione delle prospettive e rinvio a un tempo incognito, ove il tempo diventa quel contenitore interiore invisibile dove gli spazi del pensiero si misurano reciprocamente nell’intima esperienza o ricerca di uno stimolo di una realtà che è garantita dai sensi, i quali sono le estensioni “tattili” del pensiero. La noia è come una continua misura di questo spazio temporale interiore, l’impressione che nell’apparente costanza di esso nulla accada, o che, più semplicemente, nulla di interessante accada.

Con l’incedere del progresso, della scienza della cultura e dello spettacolo che tutto ciò (l’aspetto esteriore di scienza e cultura) costituisce, l’aspettativa del nuovo è diventata sempre più incalzante e  sollecitata/auspicata in modo tale che la noia è divenuta il contenitore di eventi ripetitivi e riempitivi dello spazio mentale con la produzione parossistica di elementi di intrattenimento le cui pause sono state riempite dagli spazi pubblicitari, che sono i nuovi deputati della noia, ma più divertenti (e oggettivabili dalla mente che li può additare come un disturbo e quindi, volendo, può evitarli ma senza togliere la noia, che non è davvero oggettivabile), senza rendersi conto che il vuoto della noia è apparentemente scomparso sopraffatto dai riempitivi, i quali ora costituiscono o possono costituire elementi di noia senza più lo spazio di una noia originaria, primigenia, col suo vuoto naturale.


Per comprendere questo “vuoto naturale” della noia è sufficiente pensare alla propria infanzia, e se qualcuno ritiene di essere da sempre troppo adulto per averne avuta una può farsene un’idea pensando alle parole di Paolo Conte: «…cerco un po’ d’Africa in giardino / fra l’Oleandro e il Baobab…»; quel vuoto, quell’assenza di riscontri dal mondo che è immaginata in soggettiva prospettica e fantastica era/è il vuoto creativo del pensiero stesso, pensiero originario di una pagina bianca in cui l’infanzia ha cominciato a scrivere il mondo, è il vuoto creativo del pensiero stesso, il nulla da cui esso si forma e che abita da sempre. L’infanzia è in contatto diretto col mondo senza esserne consapevole, è il vuoto che si riempie della propria crescita, un nulla che prende forma e che al contempo non cessa di essere nulla.

Nella forma adulta il riscontro oggettivo prende il sopravvento, necessariamente, poiché occorre provvedere al proprio sostentamento, e la noia diventa la negazione di quei sidera (de- privativa di sidera, ossia senza segni che indichino, istighino [de-sidera, de-siderio, ecc.]), i quali in quanto de-siderati si trasformano in riscontri oggettivi della mente e rappresentano un tutto nel quale la noia è solo un insieme di sidera negativi e non più quel nulla in essere che l’infanzia poteva riempire di ogni fantasia. La noia che sperimenta un adulto contemporaneo è un insieme di segni negativi che impediscono la visuale di quel nulla creativo della noia originaria; l’Universo non produce alcunché, non realizza intrattenimento, non specula, non ha pause pubblicitarie, non fa pagare nulla e mette a disposizione uno spettacolo unico e irripetibile, o ripetibile con noia al cinema o alla TV.

Eric Bandini © 2016

Puntate seguenti:

Elogio della noia (2)

Elogio della noia (3)

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La solita storia

La solita storia

Eric Bandini © 2016

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Ciò di cui si va qui a discorrere appartiene al genere della noia scolastica, eppure…

         Alessandro Manzoni scrive i «Promessi sposi» negli anni fra il 1824 e il 1827, e immagina l’Italia in cui si trova a vivere in una collocazione storica del 1600. Se questo parallelo temporale non avesse senso la sua storia, che è la sua opera principale, sarebbe priva di valore. È probabilmente dall’ispirazione e ammirazione per Walter Scott, l’autore anglosassone del periodo fra la fine del ‘700 e inizio ‘800 creatore di quello stile narrativo definito “romanzo storico”, che Manzoni proietta i suoi personaggi nella Milano seicentesca occupata dagli spagnoli. Si può quindi immaginare che Alessandro Manzoni avesse intuito una tipologia e un carattere italiani che, sebbene collocati due secoli più indietro del suo tempo, potevano essere interpretati e apprezzati anche dai suoi contemporanei; è quindi lecito pensare che il messaggio manzoniano possa riassumersi nella frase «Questi siamo noi, questa è la nostra gente, il nostro modo di essere, le nostre tradizioni».

I “Promessi sposi” quindi come romanzo storico, anche secondo quanto affermato da Gyorgy Lukacs (La teoria del romanzo, mi pare) dal quale però si evince anche la tesi secondo la quale questo è l’unico romanzo storico della letteratura italiana (in linea teorica non è sufficiente collocare una storia indietro nel tempo per avere un romanzo storico [di questo forse si tratterà in altro articolo]) e aggiunge Lukacs che è un romanzo storico in cui i personaggi popolari, principalmente Renzo e Lucia ma non solo (lo sfondo narrativo del contesto non è mai ininfluente), emergono come gli “eroi” della narrazione contro lo svolgersi di una Storia (quella degli Eventi degli Uomini Importanti, quella con la “S” maiuscola) molto più grande di loro; Renzo e Lucia sono gli esponenti di una classe lavoratrice che lotta e sopravvive, sono eroi dal basso, sono la storia intesa come vita di persone ordinarie, di tutti i giorni, fra le trame di personaggi potenti, equivoci, fetenti, loschi, ingenui, superstiziosi, bendisposti con riserva, molti con una umanità pelosa, tutti o quasi in retroguardia da qualcosa che non conoscono e che si chiama semplicemente “vita”, e tutto ciò forma una trama sociale in cui il lettore italiano, anche del nostro tempo (Agosto 2016), non può sottrarsi dal pensare «Questi siamo noi»; è pressoché impossibile non trovare paralleli contemporanei con Don Abbondio, l’Innominato, Frà Cristoforo, Azzeccagarbugli, i Bravacci e tutto ciò che questi rappresentano e mettono e tengono in moto nel corso della narrazione.

            Manzoni impiega tutta la sua abilità a farci andare indietro nel tempo fino al XVII secolo, fino all’incipit in falso italiano seicentesco e volutamente e realisticamente sgrammaticato, nell’assemblaggio di eventi reali, come la rivolta del pane a Milano, l’occupazione spagnola, i lanzichenecchi e la guerra, che si snodano e si  svolgono attorno e contro i personaggi inventati a creare una italianità che lotta per emergere o per mantenersi viva nonostante in una sorta di umiltà coraggiosa, poco colta ma pervicace nelle sue intenzioni, anche se praticamente disarmata di fronte agli eventi. In fin dei conti l’ingenuità di Renzo e Lucia è la loro forza; un po’ smarriti come spesso gli italiani si sentono e sono ma animati da uno spirito di intenti che, sebbene semplici, trovano attuazione non senza un certo inconsapevole coraggio e una buona dose di iniziativa  che deve remare contro i propri simili, i quali rappresentano solitamente l’ostacolo da superare tramite quei piccoli sotterfugi e quegli aiuti a cui fanno ricorso. La fuga organizzata da Frà Cristoforo, Renzo che ripara da un parente, insomma, la Chiesa, la famiglia e poco altro.

            In uno scritto degli anni ’60 Alberto Moravia esordisce con l’affermazione «Questi siamo noi», evidentemente questo è il tratto saliente de “I promessi sposi”, poi però si indurisce in una posizione anticlericale contro il Manzoni stesso (che fra l’altro pare fosse cattolico praticante) sostenendo che ha calcato poco la mano sulla figura pavida di Don Abbondio evitando di fare emergere il potere clericale e la sua influenza temporale sulla vita della gente e dimenticando forse che sebbene la Rivoluzione Francese fosse un fatto già acquisito alla storia ai tempi del Manzoni non esistevano le condizioni per lo sviluppo di una coscienza di classe, considerata la scarsa diffusione dell’illuminismo senza citare la frammentazione geografica della penisola e la totale assenza di una politica di livello popolare. Inoltre se il Manzoni si fosse scagliato apertamente contro il potere clericale (cosa improbabile) avrebbe verosimilmente fatto una fine assimilabile a quella di Max Stirner (e in fondo che cosa ha detto Max Stirner? Che ciascuno ha diritto alla propria felicità, ma lo ha detto in maniera anticlericale e politicamente sovversiva, cosa che i suoi tempi non gli consentivano, mentre Moravia negli anni ’60 e seguenti [ma non oltre] poteva dire e disdire ciò che voleva) o forse non sarebbe stato pubblicato, o nel caso sarebbe stato ignorato con sdegno. Ogni coscienza ha il suo tempo, e alla distanza di tempo dal Manzoni ancora ci riconosciamo, però qualcosa è cambiato. Sebbene nell’opera del Manzoni ci siano evidenti radici di italianità oggi come oggi l’ingenuità di Renzo e Lucia, e soprattutto quella di Agnese, o Tonio, o altre menti semplici, sarebbero totalmente fuori luogo; Agnese oggi come oggi è un personaggio che non troverebbe la sua storia, e se oggi esistono persone come Agnese probabilmente vivono come nelle catacombe, umanamente parlando. Forse quell’ingenuità si è trasformata in scaltrezza, poi in opportunismo, ferme restando le prerogative dei vari Don Abbondio, Innominati, Bravacci, Don Rodrigo, Don Ferrante, Don… Cav… Dott…

           Resta da chiedersi che cosa abbiamo perso e cosa abbiamo guadagnato, e considerato che nell’universo l’equilibrio è a parità di Bilancio forse abbiamo perso qualcosa senza sapere cosa, in merito al “guadagno” gli speculatori sono sempre in agguato.

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Eric Bandini © 2016

Il luogo del concetto

Questa è l’introduzione di un saggio filosofico pubblicato in formato elettronico (Attualmente disponibile su iTunes e su Amazon), il titolo è «Il luogo del concetto»

© 2016

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La vastità concettuale del pensiero non può essere racchiusa in un testo, tuttavia essendo il pensiero senza limiti è possibile per chiunque pensare e creare, fermo restando che una vera critica e correzione di se stessi sono sempre il più difficile compito, che con licenza grammaticale si potrebbe precisare nel più impossibile compito, spesso scavalcato dal desiderio di un risultato, di un traguardo raggiunto. Tramite il mezzo, per esempio la scrittura, si cerca di produrre un messaggio e in questo scritto il fine, il mezzo e il messaggio sono la stessa cosa, ciò che in generale potrebbe dirsi di qualunque scritto ma qui si cerca di andare oltre; volendo sintetizzare con un aforisma «il pensiero è il fine e il mezzo di se stesso», ciò senza presunzione, poiché ciascuno lo può sperimentare da sé.

C’è un’affermazione che ho letto non ricordo più dove, comunque riportata e ripetuta altrove e più volte, ed è un’affermazione molto lineare «la filosofia è sempre storia della filosofia», ciò è vero sempre e comunque e non solo nel campo della filosofia; c’è sovente una tendenza a dare come acquisiti concetti fondanti laddove il pensiero, che è mezzo e messaggio in sé e per sé, non può davvero trascendere o assumere come degli “a priori” elementi concettuali che non siano già oggetto del pensiero per quanto non nella luce della sua attenzione, così che il mezzo viaggia nel messaggio e viceversa fondando continuamente se stesso nella conoscenza storica di ciò che il pensiero è in sé e per sé come di ciò che esso è di fronte al mondo che sperimenta.

Lo sguardo filosofico ha generalmente cercato nell’esperienza della vita una unificazione che rendesse giustificabile l’irrazionale che il pensiero percepisce nella caotica sovrapposizione della vita con la vita, ciò è sempre stato vero anche quando la filosofia propriamente detta nemmeno esisteva e la Storia era qualcosa che raggruppava gli eventi per la conoscenza del mondo circostante in relazione all’esistenza individuale o collettiva; in quei lontani momenti il mondo appariva frantumato in poteri divini che circondavano l’essere umano, il quale, per tramite del suo stesso pensiero, ne costituiva il collettore soggettivo dei fenomeni come delle loro relazioni, questo era il Mito, il rapporto dell’essere umano con le potenze del Cosmo e la soggezione ad una vastità che conteneva le opportunità della sopravvivenza come quelle dell’annientamento. Ciò doveva apparire stupefacente e terribile, come il mondo davanti allo sguardo di un bambino. È occorso che il pensiero intraprendesse una inconsapevole evoluzione che senza farlo uscire da se stesso lo ponesse in una condizione in cui la vastità gli mostrasse ciò che era in relazione a ciò che è nell’ambito di quella vastità, che non ha mai cessato di essere tale, vasta, universale e immutabile in sé, per quanto il pensiero vi abbia edificato la propria struttura.

Il percorso di questo scritto, articolato in quattro capitoli e un epilogo, è un’immagine narrativa e concettuale del sentiero storico del pensiero considerato sotto un aspetto filosofico e logico relativo al mondo occidentale che conduce a un rifondamento della filosofia ponendo in atto quella rivoluzione copernicana di Immanuel Kant che era un prodotto sospeso sull’«a priori». Il vero innovamento è stato portato da Hegel, e detratto il fatto che un essere umano è legato al suo tempo si può filosoficamente ipotizzare che forse Hegel sia vissuto e si sia espresso troppo in anticipo per i concetti da lui elaborati e forse non bene intesi dai suoi allievi, i quali restavano ancorati, seppure in disaccordo, alla relazione kantiana soggetto-oggetto, nella quale entrambi (soggetto e oggetto) sono oggetti distinti della mente nell’attenzione della mente, così che la soggettività cerca nell’oggettività la conferma di se stessa con un rimbalzo continuo fino a generare il dubbio dell’irrazionalismo, che è stato un dibattito filosofico interno alla filosofia tra la fine del XIX secolo e la metà del XX.

Chi scrive qui non è un accademico, né possiede diplomi di una “certificata” conoscenza al riguardo; concretamente filosofo è ognuno e ciascuno, la realtà della vita forgia il pensiero sotto la propria responsabilità, che non è mai immune dall’errore o dalla possibilità di questo. Per l’ampiezza degli argomenti trattati è verosimile che vi siano delle imprecisioni e dei riferimenti storici non perfetti o direttamente inesatti, non si vogliono anteporre scuse, ciò che è scritto è scritto, quello a cui punta questo testo è contenuto nell’ultimo capitolo preceduto dalla necessaria esposizione esplicativa oltre che narrativa, poiché il pensiero non è un risultato, ma una narrazione continua di se stesso, in se stesso e per se stesso. Il luogo del concetto, definizione che vale come mezzo per dare un ambiente al messaggio, non può essere privato di tutto ciò che lo sostiene, così che Roma e il suo avvento, la Grecia e i suoi filosofi, lo sviluppo letterario moderno e postmoderno, non sono solo introduttivi ma sono costitutivi del concetto e del suo luogo, che è il pensiero nel momento e nel modo in cui si pensa.

La “ragione”, sovente in questo scritto denominata con due distinte accezioni come “ragione” dell’individuo contrapposta alla “Ragione” quale contesto dell’agone esistenziale, ha assunto a grandi linee l’aspetto di un diritto normativo entro il quale fare valere ragioni, e semplicemente considerando la ricorsività in questa frase della parola “ragione” si può cominciare a evincere come ciò sia un ambito, un luogo del concetto che non ha un altrove, poiché fuori dalla Ragione non esistono ragioni, e questo ambito è generato e sostenuto dal pensiero quale ente assoluto in sé, nel bene come nel male. Nonostante la tendenza di Ragione a speculare per concetti o compartimenti logici il pensiero è un pieno assoluto di sé e del mondo e non ha pause o vuoti o interruzioni o settori che non siano oggetti del pensiero in questo “luogo del concetto” che è il pensiero in sé. L’essere umano non è “nel” mondo, ciò che sottintenderebbe la possibilità di un’uscita, l’essere umano è “del” mondo quale costituente indissolubile da esso senza un altrove, la preposizione articolata “del” è solo un’apparente distinzione soggettiva-oggettiva della percezione di sé nella ineliminabile necessità di vedersi pensati in sé come nel mondo, è un infinito gioco di specchi le cui immagini, come gli specchi stessi, appartengono al pensiero in sé nella sua relazione al mondo di cui è costituente.

L’oggettivazione dell’individuo, come della sua anima o psiche, rende l’irrazionale del rapporto “oggettivo” soggetto-oggetto come elemento e/o ambiente scientifico, e quando l’anima o psiche diventa oggetto (e obiettivamente non può darsi diversamente poiché il pensiero non può uscire da se stesso) si trasforma in un elemento che costringe l’individuo come una burocrazia del pensiero, in definitiva l’anima o psiche siamo noi stessi “là fuori” nel reale, che è il pensiero stesso in azione, poiché il pensiero è l’unica realtà e soggetto/oggetto ne rappresentano la dimensione; il pensiero non può che pensarsi (soggetto) in relazione al pensato (oggetto), incluso se stesso. L’estrema semplicità di ciò combatte con le complicazioni sia del mondo, come percezione di caos nel quale inserirsi, sia del burocratico mondo istituzionale, che altro non è se non il caos precedentemente “ordinato”, non senza errori, manomissioni, sopraffazioni, arbitri, ecc.. Si sarebbe indotti a pensare che la soluzione potrebbe essere quella di “fare ciò che va fatto”, ma il fare è ciò che deve coincidere sulla base del “fatto”, nel quale andrà a cadere come compiuto, svolto, “fatto” appunto, e quindi la scelta del bene e del male, che sono i punti di vista del fare, ricade inevitabilmente nel pensiero quale autore di sé stesso come della “sua” realtà. Se nel periodo epico della filosofia (i presocratici, Socrate, Platone, e Aristotele) l’essere è stato trasformato in oggetto e ha continuato a esserlo per oltre ventiquattro secoli, l’atteggiamento speculativo della psicologia propriamente detta ha trasformato il soggetto, l’Io, nell’oggetto della mente con caratteristiche definite dalla Ragione, e i simboli soggettivi, che prima appartenevano al mistero o a una riservatezza individuale sono divenuti uno strumento di indagine oltre che di omologazione, e non è dato sapere quale, fra l’omologazione e l’indagine, venga per prima, così che l’anima non è più il soggettivo riconoscimento dell’infinito nel quale l’essere umano si confronta col mistero, ma è un elemento foriero di norme e di regolazioni in cui l’essere umano è tracciato e sobillato a una normalità che pur non esistendo forma l’ambito del pensiero. Si può obiettare che ciò è sempre esistito (vero, ma non nella stessa maniera), ciò che è intervenuto irrimediabilmente è la fine della Storia quale ambiente di possibilità “nel” mondo. Una volta “posseduto” il mondo (contabilizzato, cartografato, parcellizzato, valutato, sfruttato, ecc.) all’essere umano non resta altro confronto che quello diretto col suo simile in un mondo che non consente più spazi alternativi per tempi storici differenti e l’attività umana ha richiuso entro se stessa quella lotta col “reale” che prima avveniva “nel” mondo quale ambiente di vita e da conoscere. Ora per quanti eventi differenti accadano in differenti paesi del mondo le conseguenze sono diffuse e percepite a livello globale senza che le decisioni degli umani possano cercare alternative in un “altrove” del mondo stesso; la Storia ricade immediatamente nell’umano. La Ragione fagocita l’essere umano a soluzioni che non hanno più un confronto col mondo, il quale è dato per conosciuto e scontato come “ambiente”, che sottintende un’acquisita conoscenza e delimitazione nonché padronanza, e l’essere umano opposto al suo simile nell’ambito della Ragione trova molta difficoltà a produrre le sue ragioni, le quali hanno comunque necessità di uno spazio disponibile che non esiste più. Ogni centimetro quadrato sulla terra ha un padrone, una collocazione spazio-temporale, una dimensione catastale con relativo riferimento normativo, ciò che resta è l’uomo contro l’uomo senza più spazi disponibili per la Storia, che non è il narrare.

In materia di fatto la Storia è l’incedere dell’uomo nel mondo, e quando questo (il mondo) ha esaurito gli spazi l’orizzonte storico si è chiuso sull’essere umano fagocitato contro se stesso senza possibilità di un altrove nel mondo; non c’è più una frontiera, un nuovo mondo che apra possibilità alla Storia come concetto di “avanzare nel tempo”, ciò che sostanzialmente è la Storia; finito lo spazio il tempo si è curvato sull’essere umano, il quale si è accorto di essere un Io a suo scapito contro altri Io, e ogni attività umana deve trovare in questo confronto diretto le risorse di una vittoria che altro non è che la sopravvivenza, e piuttosto che essere estratte dalla natura queste risorse sembrano strappate all’essere umano.

Negli aspetti del confronto pensiero-realtà quest’ultima si presenta come una oggettività che riverbera una funzione meccanicistica, e questa funzione nell’ambito umano assume l’aspetto di una macchina invisibile che produce cause e ragioni come le conseguenze che producono altre cause e altre ragioni: in qualunque situazione gli umani riproducono questa macchina senza potersene astenere dal contribuirvi, poiché ciò che è pensiero è sempre ciò che è reale per il pensiero stesso, errori inclusi, così che la funzione e il prodotto di questa macchina sono e costituiscono l’ambito del pensiero stesso come il pensiero in sé.

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