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Una storia italiana – Romanzo a puntate (39)

romanzo a puntate (39)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


Tutti i diritti sono riservati. È vietata qualsiasi manipolazione e/o alterazione, totale o parziale, dei contenuti di questo testo, ivi inclusa la traduzione in altre lingue senza previa autorizzazione della proprietà letteraria. È vietata la riproduzione a stampa senza previa autorizzazione della proprietà letteraria. È vietato l’utilizzo diverso, totale o parziale dell’opera, da quanto consentito tramite l’acquisizione legale di una copia con autorizzazione scritta della proprietà letteraria all’uso e/o commercializzazione. È vietata la riproduzione totale o parziale del testo di questo scritto in siti web senza l’autorizzazione della proprietà letteraria.



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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXIX°

(39)

Milano

Sabato, 21 Luglio 2001

Come da ordini del commissario Bellosi, Rino aveva lasciato i fidanzatini al loro destino e si era concentrato su Mefistotele. Con molta cautela e con una certa difficoltà – perché il soggetto era segnalato come uno piuttosto accorto e sospettoso -, rischiando di perderlo almeno un paio di volte per non avvicinarsi troppo e farsi così notare, poi verso Piazza San Babila, lungo Corso Venezia, lo aveva visto parcheggiare un centinaio di metri prima dell’incrocio con la piazza e in fretta e furia aveva a sua volta lasciato la macchina dove aveva potuto per avvicinarsi a piedi, rischiando di perderlo definitivamente se il soggetto avesse cambiato veicolo o fosse salito in macchina con qualcun altro, non ultima l’ipotesi della metro, che ha una fermata giusto all’angolo della piazza con Via Montenapoleone. Lo vide scomparire all’angolo di Corso Venezia con Piazza San Babila, verso il lato opposto alla chiesa che dà il nome alla piazza stessa e con molta apprensione si avvicinò più in fretta che poté, rallentando ad una andatura da pedone ordinario prima di svoltare a sua volta sotto al porticato dalle colonne lastricate di un marmo verdognolo e nell’ansia più dissimulata cercare il suo soggetto fra le persone in movimento e i colonnati dei palazzi moderni che circondano lo spiazzo.

Milano – zona Piazza San Babila, anni 60 (fonte WIKIMEDIA Italia)

La paura di essersi fatto seminare gli era diventata concreta, pensò a ritroso in quale momento aveva potuto dare sospetto di essere al suo inseguimento durante tutto il tragitto da Via Crescenzago, in quali istanti aveva avuto la sensazione di essersi avvicinato troppo, a quali incroci aveva svoltato troppo presto dietro alla sua macchina, poi riconobbe la sagoma del suo soggetto sotto il porticato sul lato destro della piazza rispetto alla sua posizione, vicino alla scala di accesso alla metro. La sua posizione era abbastanza buona, avrebbe potuto vedere se si fosse incontrato con qualcuno, e la possibilità c’era, il tipo se ne stava fermo guardandosi intorno, atteggiamento tipico.

Da Via Montenapoleone vide arrivare a piedi la Bonfanti, la vide svoltare sotto al porticato dove si trovava il suo soggetto e notò, nonostante la distanza, il sorriso che gli illuminò il volto quando lui la scorse, andarle incontro, abbracciarsi, baciarsi e guardarsi intorno come se stessero aspettando qualcun altro; la cosa si stava facendo interessante, il commissario Bellosi aveva intravisto qualcosa senza muoversi dall’ufficio. I due facevano coppia, questo era ormai fuori dubbio, sorridevano fra loro e per loro, come se fossero isolati dal resto del mondo quando invece si trovavano in una delle piazze più trafficate della città, cercò di non farsi prendere la mano da congetture di faciloneria e lasciarsi seminare dalla coppia, quelli però parevano intenti ad aspettare e la sua prudenza fu premiata quando vide salire dalla scala della metro – che si apriva sulla piazza giusto nella sua direzione -, un terzo soggetto, già noto anch’egli, guardare la coppia sotto al porticato vicino alla ringhiera della scala, salutarli con un gesto della mano come normali amici e ordinarie persone, mentre invece il terzetto testé riunentesi, benché incensurato tranne la Bonfanti – la quale aveva un precedente per resistenza a pubblico ufficiale durante la prima della serie delle rivolte agli sgomberi che aveva subito da parte della polizia e che lei aveva capitanato -, era una specie di associazione temporanea di delinquenza spicciola, ma forse non così minuta; ora le cose cominciavano a prendere un certo senso, magari incompleto e fondato su congetture però la presenza del Cazzarola insieme alla ribelle e a Mefistotele creava una congiunzione di eventi che potevano condurre da qualche parte; non spettava a lui trarre conclusioni, la cosa andava comunque segnalata e subito, come da preventiva richiesta del commissario Bellosi.

Carta dei tarocchi

Il commissario Bellosi si trovava nell’ufficio del dott. Gridero, con cui aveva pianificato l’organizzazione e i movimenti dei suoi agenti e insieme aspettavano conferme e notizie, l’azione aveva poche aspettative di riuscita, con gli scarsi elementi che avevano in mano non potevano sperare granché, però non avevano intenzione di mollare ed ogni conferma delle loro ipotesi, perfino in un attuale smacco, avrebbe potuto significare un passo avanti per qualche cosa di importante in un futuro non molto lontano se avessero saputo tenere le investigazioni ad un livello poco evidente, più che altro per la concorrenza interna perché i soggetti delle loro indagini apparivano in qualche maniera consapevoli di potere entrare in qualche indagine a qualunque titolo e apparentemente disinteressati della faccenda investigativa, troppo apparentemente. La telefonata di Rino incontrò una certa soddisfazione del commissario Bellosi e per estensione anche del dott. Gridero. Ora potevano fare qualche congettura in più e spostare le loro intenzioni in un terreno più concreto, ma non più sicuro.

– Pare che abbiamo elementi nuovi – esordì il commissario Bellosi, seduto davanti alla scrivania del dott. Gridero dopo avere risposto alla chiamata di Rino.

– Mi metta al corrente.

– Dunque… il Gaudenti Laszlo…

– Quello che voi chiamate Mefistotele – disse il dott. Gridero con un atteggiamento un po’ burbero.

Copertina di fumetto

– Devo lasciare un po’ di fantasia ai miei ragazzi, il lavoro a volte è pesante, ma lei come fa a saperlo?

– Vada avanti…

– Dunque il Gaudenti è in questo momento in compagnia della Bonfanti e del Cazzarola…

– Il Cinese – precisò il dott. Gridero – quindi?

– Le cose si fanno un po’ complicate e i nessi abbastanza labili, ma… – il commissario Bellosi fece una pausa portandosi il dito indice alle labbra come se volesse indicare silenzio mentre cercava di riordinare le idee – questo nesso sembra puntare sulle attività della Brigonzi, passando per quelle del Cazzarola, con l’ausilio di quegli pseudosatanisti…

– E per quali attività?

– Ci è noto da certi informatori, che non posso rivelare, che alcune delle brave ragazze che operano per la Brigonzi gli vengono dirottate o dalla coppia satanica Speddenno–Fernet o dallo studente fuori corso Laszlo Gaudenti. Su come agiscano i Fernet–Speddenno abbiamo poche informazioni, mentre sulle azioni del Gaudenti abbiamo fondati sospetti di tresche con forniture di droga, spaccio a vari livelli e sospette connessioni con il Cazzarola, che non siamo mai riusciti a dimostrare ma di cui abbiamo sempre fiutato l’intervento. Ora questo elemento nuovo, ma non troppo perché lo conoscevamo già, questo elemento nuovo della Bonfanti Bruna potrebbe rivelarsi il nostro punto di inizio, il punto debole da poter rivoltare come un calzino.

– Per esempio come?

– Sappiamo che abita in uno stabile occupato abusivamente, sappiamo che frequenta anche il Dino Dabbono, che lei ha interrogato recentemente senza particolari risultati… e che ora dovrebbe sentirsi la testa pesante, visto che la donna se la fa con un suo amico…

– Questi sono dettagli che in tribunale non hanno alcun senso – precisò il dott. Gridero per sottintendere che aveva capito l’allusione del commissario ma che non glie ne fregava nulla.

– Ma sono dettagli che forse possiamo usare a nostro vantaggio…

– Mmh, il forse è molto ipotetico.

– Va bene, comunque per cominciare si può perquisire l’alloggio della Bonfanti Bruna in qualsiasi momento e senza troppi complimenti, dato che ci abita abusivamente, sperando di trovare qualche nesso con ciò che più ci interessa, fargli sentire il fiato sul collo e vedere se ci porta a qualche traccia più sostanziosa.

– È un’ipotesi abbastanza blanda…

– Non abbiamo nient’altro e quelli – disse il commissario facendo un gesto verso il corridoio come a voler sottolineare oscure trame locali – si sono già fatti intendere, o magari ha intenzione di mollare?

– Non ancora – disse risoluto il dott. Gridero.

Il commissario Bellosi stava per proseguire con alcune pianificazioni che aveva già in mente di mettere in atto ma fu stoppato da una strana espressione del dott. Gridero, che si era rilassato contro lo schienale della poltrona della sua scrivania e pareva pensare a tutt’altra cosa, sembrava davvero distratto ma il commissario sapeva che lo stava ascoltando con un orecchio mentre con l’altro stava ascoltando una voce interna che alcuni chiamano quella della coscienza, dove non è proprio il caso di tirare in ballo le voci di Giovanna D’Arco; quando si va coscientemente e scientemente a influire sull’esistenza altrui, e di riflesso anche sulla propria – ché i riferimenti non mancavano – qualcosa nella mente può mettersi in movimento senza che sia particolarmente sollecitata.

– Sto dicendo qualcosa di sbagliato? – chiese il commissario Bellosi sporgendosi in avanti come a voler sottolineare una disponibilità a variazioni di programma.

– Mmh… no… – disse vagamente il dott. Gridero, che poi proseguì – mi chiedo, sì… mi sto chiedendo se non siamo troppo presuntuosi a volere a tutti i costi connettere cocaina con ipotetici trafficanti e rimestare in questa roba senza avere bene in mente quali possano essere gli sbocchi.

– Non capisco – disse il commissario – le missive anonime le avranno parlato chiaro, stiamo smuovendo qualcosa, è giusto che perseguiamo.

– Sì, sì, d’accordo, ma non le viene un sospetto, un dubbio, che sia tutto inutile? Ho come la sensazione che non stiamo combattendo un crimine ma uno stato di fatto della società civile, per gli stessi motivi che ha citato lei adesso. Quando mai un criminale propriamente detto ha modo e opportunità di fare una cosa del genere? Inviare missive paranoiche ad un magistrato nella sua sede? Non voglio nemmeno pensare a deviazioni caratteriali, o insanie mentali, questa mi pare una condizione generale che pervade tutto il sistema sociale, ho come la sensazione che stiamo per gridare che il re è nudo, quando tutti lo vedono nudo da sempre. Siamo davvero in condizione di esprimere una seria indagine o stiamo solo giocando in qualche modo contro noi stessi, intesi come esponenti e rappresentanti della società civile e dello Stato?

Copertina di libro (antico)

– Continuo a non capire – disse il commissario spostando un pochino più avanti la sedia su cui era seduto verso la scrivania del magistrato, come se volesse sottolineare una più profonda attenzione.

– Insomma, in questo paese le cose sono sempre equivoche, non è il caso ritirare in ballo i mulini a vento di Don Chisciotte ma semplicemente una certa consapevolezza della possibile inutilità della nostra azione. – il dott. Gridero sospirò, poi riprese – Forse è sempre stato così, qui si delinque in maniera trasversale, talmente obliqua che è molto difficile rinvenire motivazioni e moventi.

– Intende dire che molliamo?

– No, non molliamo ma non vogliamo nemmeno montarci la testa, dobbiamo cercare di capire le motivazioni, non solo i moventi. Sa cosa trovo strano? Che qui si delinque sfoggiando un’anima pura, si tiene il crimine compiuto come lontano da sé stessi e allo stesso tempo lo si ritiene giusto per se stessi.

– Cosa intende dire?

– Ho come la sensazione che tutto ciò che avviene, socialmente e culturalmente, sia compreso nella Commedia di Dante, il cui epiteto “divina” è un’aggiunta postuma. C’è una certa propensione a vedersi grandi o magnanimi nel crimine, e per giunta “già” celebrati e assurti all’intoccabilità di un oltremondo inarrivabile… e oserei dire intoccabile…

– Dottó, sta parlando del medioevo… – disse il commissario scimmiottando i suoi agenti per sdrammatizzare quello che riteneva un momento di depressione del magistrato.

Copertina di libro

– Il passato in qualche modo resta – proseguì mesto il Dott. Gridero -, mistificato, metabolizzato, ma non si cancella. Machiavelli ha generato la parola machiavellico, non è un caso. A volte ho l’impressione che stiamo a un “tutti contro tutti”, peggio che nel medioevo, è come se lo Stato fosse una inconcepibile astrazione, nessuno capirebbe frasi come «Lo Stato è la realtà dell’idea morale».

– Questa da dove l’ha pescata?

– Hegel, mi sembra, ma non ne sono sicuro. Siamo in qualche modo vittima dell’umanitarismo, il quale si giustifica solo in presenza della brutalità dell’uomo sull’uomo, così che la brutalità non potrà mai essere sconfitta perché è la dimostrazione vivente della bontà umanitaria. Borges, in un suo libro, Evaristo Carriego mi pare, parla en passant dell’umanitarismo e lo definisce disumano citando un film russo, che non conosco, dove si vuole dimostrare l’iniquità della guerra mediante la tremenda agonia di un cavallo ucciso a rivoltellate; da quelli che girano il film.

– Cosa intende dire?

– Che è difficile sapere qual è il confine, non è esclusa l’ipotesi che se premiamo troppo la mano possiamo essere noi, in una maniera che non conosciamo, a creare le condizioni del crimine, non le viene questo dubbio?

– Dimentica un dettaglio.

– Quale?

– Interveniamo sempre a crimine compiuto, non sulle intenzioni.

For Hire! – Disegno di Winsor McCay

– È un’affermazione che non conclude il discorso, e insisto, qui in Italia le cose sono diverse. Altrove, in un’altra ipotetica situazione ci può essere un uomo con una pistola in una ventiquattrore, qui abbiamo qualcuno che piazza microfoni, spedisce fotografie, disegnini, ma che in qualche subdola maniera non rinuncia alla violenza – il dott. Gridero si guardò intorno come se stesse cercando qualcosa nella stanza – e chissà, forse siamo anche spiati, …però non molliamo.

– Beh, qualche volta i microfoni li piazziamo pure noi, comunque… d’accordo dottó, non si preoccupi, non supereremo i limiti della legge – disse il commissario insistendo in una maniera un po’ comica di rivolgersi al suo superiore, dacché non era romano ma veneto.

– Sì, ma resta il dubbio dell’utilità di questa indagine, abbiamo una montagna di sospetti e sospettati, intrighi possibili, connessioni con persone anche importanti ma nulla di concreto.

– Però siamo certi di avere scomodato qualcuno e ce lo hanno fatto sapere. Ora dico di andare a ficcanasare in casa della Bonfanti, oggi stesso. Lascio Rino al seguito del Cinese, anche se credo che si farà seminare, perché quello è svelto davvero, e poi con Aldo vado all’abitazione abusiva della donna. Non c’è quasi nessuno in questo periodo e a quest’ora specialmente, abbiamo verificato… in due siamo più che sufficienti.

– Va bene – disse il dott. Gridero fingendo una resa per fare capire al poliziotto che avrebbe proseguito le indagini – se devo firmarvi qualcosa o farvi avere delle autorizzazioni fatemi sapere.

– Ah, riguardo all’Antonnomi, abbiamo fatto un po’ di ricerche, pare che da giovane fosse un ribelle di piazza.

– Ed ora è il maturo uomo tutto d’un pezzo, poi magari diventerà il pezzo di qualcos’altro. E unibus pluram. Vediamo di stare alla larga dalla politica, sennò ci fanno a fettine, con l’aiuto di quelli – e il dott. Gridero mimò il gesto verso il corridoio che aveva visto fare al commissario poco prima.

Posizione scomoda

– Inteso – disse il commissario, ed uscì di passo svelto.

In Piazza San Babila pareva in corso una piccola conferenza e Rino confermò telefonicamente la presenza in loco della Bonfanti, in compagnia del Cazzarola e del Gaudenti, così Aldo e il commissario si recarono allo stabile abbandonato dove aveva alloggio abusivamente la Bonfanti Bruna. Arrivarono nello spiazzo antistante, deserto e assolato, dai condomini intorno nessuno pareva curiosare, salirono le poche rampe di scale e si trovarono di fronte all’unica porta chiusa del piano, gli altri ambienti erano abbandonati e sapevano che solo una famiglia derelitta coabitava quell’edificio in maniera stabile, per il resto vagabondi e ospiti occasionali. L’idea era di non lasciare tracce della loro presenza, la serratura non pareva irresistibile e sia Aldo che il Bellosi furono sorpresi della sicurezza esistenziale della donna, loro mai al mondo avrebbero pensato di abitare in un luogo così infido al riparo di un uscio che non garantiva gran ché.


Il dott. Gridero nel frattempo era uscito dal suo ufficio e avvolto dalle sue ubbie camminava verso un intervallo prandiale senza alcun entusiasmo, quando nell’atrio fu raggiunto da una voce che subito non riconobbe ma che gli provocò un leggero sussulto quando la associò alla persona a cui apparteneva, anzi, alle persone, perché erano in due, l’avv. Brattagamo e l’avv. Pattichepi, che gli venivano appresso sorridenti, e quando mai s’è visto un legale apertamente minaccioso con intenti di violenza pratica? Si aspettava qualcosa di spiacevole – viste le informazioni sul duo che intersecavano da lontano le sue indagini -, ma non sapeva cosa e ne avrebbe fatto volentieri a meno ma la coppia di legulei pareva intenzionata ad esternarsi in qualunque maniera e di fuggire a gambe levate non era il caso, e comunque, qualora avesse sgamato quello che gli avrebbero voluto o dovuto comunicare gli sarebbe pervenuto in altra maniera. Si dispose così a tanta cortesia di facciata con altrettanta faccia di tolla, i «Buongiorno», i «Come va?», i «Tutto bene?», si sprecarono e terminarono in una sospensione dei convenevoli che era già un prodromo a qualcosa di difficile da dire, benché fosse certo che non avrebbero detto, ma avrebbero alluso. E allusero neanche poco.

– Pranziamo insieme? – chiese l’avv. Brattagamo con quel sorriso intrigante che a volte pareva una paresi tant’era fuori luogo, ma sorridere sempre è sinonimo di ottimismo e di sicurezza.

– Mah, veramente ho preso con me alcuni appunti che vorrei rivedere e… – si giustificò blandamente il dott. Gridero, consapevole che non avrebbero insistito e che nemmeno pensavano per davvero di sedersi a tavola con lui, infatti…

– Non avrà paura che ci prendano per colleghi in affari… – disse il Pattichepi con quel fare ruspante e differentemente ilare dal suo socio e compare.

Il dott. Gridero inarcò un sopracciglio, non tutti e due, non era il caso, uno bastava per intendersi ma i due parevano intenzionati a perseguire.

L’avv. Pattichepi, che dei due era di solito quello che giocava il ruolo dell’accomodante, con le sue battute in meneghino, il fare colloquiale e quasi confidenziale, lo prese sottobraccio e tutti e tre si avviarono verso l’uscita, con il Brattagamo un passo o due più indietro a fingere una distrazione conveniente e consentire una confidenza più stretta fra il magistrato e il Pattichepi, che nella sorpresa repressa del dott. Gridero gli sussurrava bonariamente:

– …non la voglio spaventare, poiché con lei sarebbe una cosa inutile, ma devo dirle in maniera del tutto confidenziale, che la sua ostinazione sta mettendo a rischio la carriera di qualcuno qui dentro, e non solo quella. Non è per interesse mio che glie lo dico ma…

– E per interesse di chi? – lo interruppe il dott. Gridero fermandosi di scatto e guardandolo faccia con un’espressione accigliata.

– Vede? Lei vuole sempre scovare qualcosa o qualcuno, lei è sempre sospettoso e sul chi va là, le cose vanno prese con più spirito, con più calma… – il Pattichepi smise di parlare, evidentemente non sapeva come proseguire un discorso che era stato interrotto troppo apertamente.

Copertina di libro

Il Brattagamo si era fermato due passi più in là e fingeva di non interessarsi alla discussione, il dott. Gridero gli gettò un’occhiata fintamente distratta e lo colse nell’atteggiamento tipico della dissimulazione malriuscita, poco ci mancava che si mettesse a fischiettare.

– Vi sfugge un dettaglio, signori – disse il dott. Gridero cercando di comprendere anche il Brattagamo, che perseguitava nella sua finta distrazione – non sono io che sto cercando qualcosa è questo qualcosa che si pone alla mia attenzione, e se omettessi il mio impegno…

– Lei non si deve giustificare con me, né con il mio collega – e tirato in ballo dal Pattichepi il Brattagamo finse di cadere dalle nuvole e si avvicinò con un’espressione curiosa del tipo «Che cosa sta succedendo qui? Voglio proprio vedere!» – lei sta smuovendo acque torbide che non daranno giovamento alcuno alla Giustizia.

– Pare che voi o chi per voi abbia già deciso un verdetto.

– Ecco ci risiamo – sbottò il Pattichepi sospirando un dissenso annoiato – vuole forse farmi credere che un magistrato non ha scelta nelle opportunità delle sue indagini? Che non può assolutamente escludere o includere a piacimento chi vuole e quando vuole? Che non può lasciare perdere una pista ritenendola cieca per opportune convenienze?

Il dott. Gridero si finse distratto per un istante, guardò a terra come a cercare qualcosa da dire che sul momento non gli veniva, osservò il collega del suo interlocutore, elegante e giovanile perfino nei suoi cinquanta passati, poi disse:

– Di minacce come queste…

– Minacce… minacce…! Santo cielo, lei non conosce altro linguaggio. Guardi che le sto facendo un favore, queste cose non si discutono, di solito avvengono e basta e lei proprio non vuole capire… non è per me o per la vuota parola Giustizia che le sto parlando, qualsiasi cosa facciamo qui dentro coinvolgiamo persone, la loro vita, i loro interessi, la loro riservatezza…

– Perché due bei tipi come voi, eleganti e intrescati, stanno lì a guardare per il sottile? Con chi crede di stare a parlare? Non sono nato ieri. Mi dica piuttosto, chi vi manda, chi vi ha incaricato di tenermi questo bel discorsetto?

– Questo bel discorsetto – e qui il Pattichepi con il dito indice della mano libera dalla borsa abbozzò un cerchio nell’aria – le viene fatto gratis e per sua convenienza e verrà negato a tal punto che noi non ci siamo nemmeno mai incontrati oggi.

Il dott. Gridero si guardò intorno, qualcuno era passato nei paraggi e probabilmente li aveva notati e se questi due si permettevano di promettere una futura menzogna su questo incontro le cose stavano ad un punto pericoloso, poi il Pattichepi continuò:

– Nessuno le sta chiedendo il suo aiuto, questo glielo specifico prima che lei si monti la testa…

– Si tranquillizzi, non sono il tipo…

– Staremo a vedere, ma non è per la sua persona che qualcuno si sta scomodando, non è una minaccia, dott. Gridero, la realtà non fa minacce, la realtà accade, faccia attenzione a ciò che accade o che farà accadere da oggi in avanti… e torno a ripeterlo, non è una minaccia e non è per me che sto parlando.

Poi, come se quel discorso non fosse mai avvenuto, entrambi i legulei tentarono di stringergli la mano con il più cordiale sorriso e la più squisita deferenza a cui Il dott. Gridero, sbattezzato, si sottrasse e li osservò allontanarsi restando sul posto come a volere riappropriarsi della sua presenza in sé e senza intromissioni, quindi uscì nella calura a cercare un luogo per pranzare.

Prossimamente il quarantesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (38)

romanzo a puntate (38)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXVIII°

(38)

Milano

Sabato, 21 Luglio 2001

Sandro era in casa e c’era anche Dott. Cynicus, erano arrivati a Milano ad un’ora decente la sera prima ed avevano potuto riposare. Dott. Cynicus però non pareva del solito umore ironico e provocatorio, la giornata precedente aveva lasciato un segno nella sua sensibilità, Germano e Alfeo lo conoscevano abbastanza a fondo per capire alcuni suoi lati troppo esposti a certe difficoltà insensate dell’esistenza, perché sì, la vita è bella ma prima o poi t’accoppa, che non sarebbe neanche una tragedia, più che altro prima o poi ti butta nella merda; non è vero quello che ha detto il filosofo, che il mondo terminerà in una risata, è molto più probabile quello che ha detto il poeta, e cioè che termini in una scoreggia, o per usare parole sue “in un singulto”; se mai avrà termine. Sandro guardava distrattamente un notiziario che dava aggiornamenti sui «disordini» nella città di Genova.

TV

– Che bella definizione – disse Dott. Cynicus alludendo ai «disordini» senza rivolgersi a nessuno in particolare.

Nessuno gli rispose, ciascuno ebbe la sensazione che stesse parlando con se stesso e la politica, quella delle ciance confezionate, cioè l’aspetto telegenico e divulgativo del verbo del potere, era una roba che non trovava l’interesse di nessuno fra loro e nessun’altra forma pareva praticabile. Poi lo show continuava con le immagini delle cariche delle FFOO, i lacrimogeni, lungo un viale ed uno spiazzo prospiciente il mare davanti a Genova. Un certo disgusto prese possesso dei tre reduci che si scoprirono a guardarsi in faccia senza avere qualcosa da dirsi veramente; Alfeo continuava a guardare il notiziario in silenzio, poi Sandro chiese a Germano:

– Mina? L’hai vista? Vi siete parlati?

– Non la vedo dall’altra sera e il suo cellulare è spento, sono stato a casa sua e sua madre mi ha detto che questa mattina è uscita una mezz’ora prima che arrivassi e nient’altro.

Sandro e Dott. Cynicus si guardarono l’un l’altro dubbiosi. Alfeo, che pareva distratto, disse:

– Forse vuole restare un po’ da sola.

Sandro e Dott. Cynicus si scambiarono un’altra un’occhiata e Germano spiegò loro che aveva dato qualche ragguaglio all’Oscuro circa la bizzarra situazione. Alfeo smise di guardare la TV, Sandro la spense e per qualche minuto restarono in silenzio. Il monolocale di Sandro era confortevole, il paparino industrialotto nonostante le delusioni della sua progenie, al frutto dei suoi lombi non gli faceva mancare nulla, non che il collega di Germano potesse scialare però era abbastanza a proprio agio, con un alloggio tutto per sé e in una buona posizione, non troppo decentrata, tanto che se ne aveva voglia poteva raggiungere Piazza Duomo a piedi in meno di un quarto d’ora e per andare in facoltà certe volte non usava nemmeno la metro o l’autobus, si faceva una passeggiata.

– Non so cosa pensare di tutto quello che è scaturito attorno alla Calludole – sbottò Sandro guardando i suoi colleghi con una faccia dubbiosa.

– Qualcosa deve essere successo nella sua adolescenza – si intromise Dott. Cynicus – e non credo che abbiamo il diritto di ficcare il naso nelle sue faccende.

TV dei ragazzi

– Ma tu sei proprio sicuro che quelli che hai visto l’altra sera in macchina davanti al Sole Nero erano due pusher al servizio di quel tipo, del Cinese o come si chiama? – chiese Germano.

– Come della luce del giorno – e indicò con un gesto del capo il cielo azzurro fuori dalla finestra.

– E come fai a conoscerli? – interloquì ingenuamente Alfeo.

Dott. Cynicus guardò Germano e Sandro, il lato candido di Alfeo li divertiva ma non lo sfottevano per questo, poi gli rispose.

– Per fare un esempio che non c’entra nulla, è come quando vedi un operaio in tuta da lavoro in un Emporio Armani®, le due cose non stanno insieme, così magari noti una cosa, il giorno dopo ne noti un’altra, poi magari capita che vedi qualche conoscente in compagnia di gente incompatibile con le solite frequentazioni, probabilmente prima di un ritrovo, perché in quelle occasioni c’è sempre qualcuno che si rifornisce, insomma non è necessario fare delle autentiche indagini o comprare per davvero della bamba per capire da chi stare alla larga.

– Credo che questa mentalità non sia per tutti.

– In effetti no – rispose Dott. Cynicus – di certo non per Bonbon.

– Ehi, a proposito quello mi puzza parecchio e poi non è da lui che hai sentito nominare Mina giovedì scorso? – disse Sandro rivolgendosi a Germano.

– È vero, e ancora non me lo so spiegare.

– Non credo che sia necessario spiegarselo, è sufficiente capire – disse Dott. Cynicus.

– Che cosa?

– Che è uno in condizione di non poter negare un intrallazzo ai suoi fornitori.

– Quale tipo di intrallazzo?

– Questo è il punto, non lo sappiamo, e dubito che Mina voglia metterci al corrente, se ne avesse avuta voglia lo avrebbe già fatto.

– Ho come la sensazione di girare a vuoto come una trottola – disse Germano guardando un punto vuoto sulla parete alle spalle dei suoi colleghi – in qualche maniera ho fatto scaturire questa cosa e mi sento responsabile per quello che può accadere a Mina.

– Non credo che sia stato tu l’elemento scatenante, l’hai solo intercettata e forse, anzi, molto probabilmente, ne hai attenuato gli effetti insieme a noi e a Trifarro con i suoi consigli.

– Credo che sarei disposto a pagare per sapere con chi ha parlato e che cosa si sono detto lui e l’eventuale interlocutore giovedì scorso dopo che ci ha lasciati in Via Del Perdono – disse Dott. Cynicus guardando Sandro e Germano alternativamente.

Ci fu un momento di silenzio, ciascuno dei quattro pareva avere intenzione di distrarsi, di pensare ad altro, poi Sandro disse rivolgendosi a Germano:

– Se non ricordo male giovedì scorso hai detto che quello che hai sentito faceva parte di una conversazione fra Bonbon e Laszlo.

Copertina di fumetto

– Esatto – rispose Germano.

– Quindi c’è dentro anche lui.

– Non so perché ma la cosa non mi stupisce, quello è sempre troppo disinvolto, ha sempre l’aria di qualcuno che ti parla di una cosa per fartene intendere un’altra, distrarti, convincerti di qualcosa che non ti interessa…

– Ehi – intervenne Alfeo – avete mai notato che quando ci si ritrova da qualche parte e c’è pure Laszlo se capita che ci sia qualcuno che ha voglia di farsi di qualcosa lo tiene sempre in considerazione e quasi lo corteggia? Lui però non porta mai roba e nemmeno ne fa uso, è sempre pulito, però è sempre lì a fare il simpaticone con i soliti narcotizzati.

– Pare che io non abbia parlato invano – disse Dott. Cynicus.

– Ed è anche molto amico di Bonbon – aggiunse Sandro.

Germano deviò dall’argomento:

– Non vorrei sembrare insistente – disse Germano rivolgendosi al Cusani e guardando di sguincio l’Alfeo – ma tu come fai ad essere certo di questa connessione con quel tipo, sì, quel Cinese, o Cazzarola o come diavolo si chiama?

Il Cusani prese un attimo di tempo, guardò i suoi amici/colleghi e poi rispose.

– Quel tipo, non so quando esattamente, forse tre, quattro o forse cinque anni fa, perché ha più o meno i nostri anni, frequentava la Statale di Legge, ha mollato dopo pochi mesi sebbene non avesse particolari problemi con lo studio ma alcuni se lo ricordano e non perché era particolarmente simpatico o ché, ma semplicemente perché attorno a lui certa merce fioriva come d’incanto benché lui non ne avesse mai in tasca. Sono pochi quelli della Statale che sanno ancora attingere alle sue forniture, ma per certuni è un riferimento, benché il tipo non si esponga mai in prima persona.

– Intendi dire che passano dal Sapienza…

– Da lui e forse da qualcun altro.

– Da Laszlo, forse.

– Non sono aggiornato fino a questo punto, però…

– È una possibilità – disse Germano fissando il pavimento – ho quasi orrore a pensare al genere di interessi che possono essersi messi in azione intorno alla persona di Mina, benché non ne abbia un’idea, neanche una lontanamente definita.

– Trifarro potrebbe illuminarci – disse Sandro.

– È a Trieste – rispose non richiesto Alfeo.

Illiria

– Chi te lo ha detto?

– L’ho saputo ieri da qualcuno della facoltà.

– E cosa ci è andato a fare? Non doveva andare a Genova?

– Magari gli abbiamo rovinato i piani per il fine settimana.

– O forse qualcuno se l’è voluto togliere di torno per un po’ – disse Dott. Cynicus.

– Poteri grossi intendi?

– Non intendo nulla. Solo mi pare strano che giovedì parlasse di andare alla protesta contro il G8 a Genova e d’improvviso se ne va a Trieste… e a fare cosa? – chiese il Cusani ad Alfeo.

– Convegno di filosofia – rispose l’Oscuro alias lo Scuro.

Per un po’ parvero tutti e quattro disarmati di fronte a qualcosa che non erano capaci di afferrare e su cui non volevano costruire fantasie, perché la consistenza di stranezze e coincidenze era concreta ma non riuscivano a venire a capo di alcunché e non avevano nulla di certo su cui discutere o su cui pianificare. Alfeo prese un libro dalla scrivania di Sandro e lo sfogliò con una certa sufficienza, come se stesse pensando ad altro, i tre reduci se ne stettero zitti per un po’, poi Alfeo chiese:

– Che opinione vi siete fatti dell’orazione di Trifarro in Largo Richini giovedì mattina?

Lo considerarono per un istante come se la domanda li avesse colti in un momento di totale distrazione, Sandro in effetti stava sbadigliando, forse si era svegliato da non molto, Germano e Dott. Cynicus guardavano fuori dalla finestra con uno sguardo vacuo che pareva non ritenere nulla di ciò che stavano vedendo, poi Sandro, ripreso il possesso funzionale della mascella gli rispose.

– Una cosa piuttosto strana, forse un po’ bislacca però mi ha fatto venire in mente un po’ di domande da porgli e che gli porrò alla prima occasione.

– Del tipo?

– Del tipo che non ho capito dove volesse andare a parare né a cosa mirasse esattamente con quella che lui ha definito storia ipotetica.

– Da un certo punto di vista la storia è sempre ipotetica, intendo, se togli le date e i nomi, come se fossero dei risultati di calcio, quello che resta da interpretare è sempre soggetto a discussione – intervenne Dott. Cynicus.

– Va bene però ha mischiato troppe cose, la musica blues, la fine della storia, Nietzsche, Kafka, Joyce, per terminare al sessantotto…

Copertina di libro

– Quando era giovane e bello – ironizzò Sandro.

– Magari anche solo un bambino in quell’anno – sottolineò Germano.

– Pagherei per sapere con chi ha parlato e riguardo a cosa, lui e l’eventuale interlocutore giovedì scorso dopo che ci ha lasciati in Via Del Perdono – ripeté Dott. Cynicus deviando dalla logica della conversazione.

– Lo hai già detto, comunque è vero, si è dimostrato un tipo intrigante – aggiunse Sandro.

– E ha mantenuto la parola, poi ci ha chiamati per telefono per dirci di evitare certi posti. In effetti è vero, pure io sarei curioso di sapere con chi ha parlato.

– Questo però è meglio che non glielo chiediamo, la cosa va accettata così.

– Mi chiedo come sarebbe andata la giornata se il Trifarro avesse tenuto la sua pseudolezione in facoltà, regolarmente seduti e inquadrati in un’aula – chiese Germano senza rivolgersi a nessuno in particolare.

– Che molto probabilmente non avresti avuto modo di intercettare quella frasetta che ti ha messo in allarme, Laszlo e Bonbon si sarebbero parlati fuori dall’aula o in altro luogo appartato.

– … e mi chiedo pure se abbiamo offeso Mina in qualche maniera imponendogli i nostri soccorsi…

– Qualche probabilità c’è… – rispose Sandro – l’abbiamo messa allo scoperto senza che ne avesse avuto alcun preavviso.

– Forse è per questo che non si fa vedere.

– O forse i pericoli che gli stanno addosso l’hanno in qualche modo raggiunta.

– Che aria tirava in casa sua? Sua madre ti è parsa allarmata?

– No, aveva la solita superiorità della professoressa so-tutto-io-e-tu-sei-uno-stronzetto. Secondo me Mina non gli ha detto nulla, e io me ne sono guardato bene, anche perché mi sembra che non ne sappiamo molto.

– Potremmo telefonare a Guendalina e sentire se ha notizie – suggerì Alfeo.

Gli altri si guardarono in faccia, nessuno pareva aver voglia di contattare quella donna, poi Germano scuotendo il capo disse:

– Io non credo di aver voglia di sentire la sua voce, e soprattutto i suoi eventuali commenti e/o integrazioni superflue con eventuali domande che rispondono alle tue domande senza rispondere alcunché.

– Potrebbe telefonargli Alfeo – suggerì Sandro sorridendo un po’ maliziosamente.

– Sì – rincarò Dott. Cynicus – mi è sembrato di percepire un’intesa fra voi due giovedì sera.

Alfeo si dimostrò più pronto di quanto avessero potuto sospettare:

– Non so che cosa tu abbia percepito, forse avevi esagerato un po’ con il cabernet-sauvignon…

– Però in effetti è lei che l’ha accompagnata via, è a lei che l’abbiamo affidata…

– E non sappiamo dove l’ha portata.

– Di certo non era in pericolo, sua madre ha detto che stamattina è uscita di casa ad una certa ora, quindi ieri sera ci è rientrata, da qualunque posto in cui l’avesse eventualmente condotta la sua amica – precisò Germano.

– Quindi possiamo prendercela calma – concluse Sandro.

– E magari cazzeggiare un po’… – aggiunse Dott. Cynicus.

– Per esempio come?

– Beh, potremmo accendere la TV e sparare a qualche luogo comune.

TV

Sandro rise, prese il telecomando lo puntò ed emise un fumettistico “bang” accendendo la televisione. Ci fu un po’ di discussione per scegliere il canale più dozzinale e per giunta era anche mattina, gli show del litigio non erano mai in programma prima del pomeriggio, per cui si adattarono ad osservare educati presentatori dell’intrattenimento per l’intrattenimento, quegli approfondimenti che non vanno oltre il riassunto della sintesi della voce corrispondente in una qualunque enciclopedia, per quanto intrigante possa essere l’argomento. A Dott. Cynicus brillarono gli occhi quando sentì dire da uno degli ospiti della trasmissione che stavano osservando un’accoppiata di parole abbastanza interessante:

– … è un’unione illegittima…

– Ehi, questa può andare per un inizio – disse drizzandosi sulla schiena da dov’era seduto.

– Quale?

– L’unione illegittima.

– E dove starebbe il punto?

– È nata prima l’unione o prima la legge?

– Questa ce la devi spiegare – insistette Sandro.

– La definizione “unione illegittima” non esiste senza la presenza di entrambe le parole, per cui se due persone decidono di unirsi in quale punto sta la legge per poter definire l’illegittimità? Gli esseri umani si “uniscono” (e qui fece tornare in vita i coniglietti diabolici di Guenda sotto un’espressione contorta a mimare uno scemo autentico) da ché esiste il mondo, e la legge interviene sempre dopo a giudicare la liceità o l’illegalità della cosa…

«”» – «”»

– Ma se interviene vuol dire che esisteva già quando gli incriminati si sono accoppiati, altrimenti non avrebbe potuto rimarcare il fatto – precisò Sandro, che pareva in vena.

– Però se la legge l’hanno fatta gli umani vuol dire che è venuta dopo e che si è imposta anche retroattivamente e con arbitrio, e questa è la “morale” (di nuovo coniglietti e smorfia).

– Insomma, restiamo al vecchio e dozzinale quesito, se è nato prima l’uovo o prima la gallina – intervenne Alfeo.

– Pare di sì, comunque è legge, da cui…

La conversazione cadde momentaneamente, nessuno pareva avere nulla da aggiungere, la conclusione di Dott. Cynicus era stata troppo ambigua per il solito cazzeggio dei BDdLC, però non demorsero dall’osservazione della tele. Germano ascoltava senza partecipare, la compagnia dei colleghi lo aveva risollevato da certe tristezze del giorno precedente e dalle ubbie instillate dalla madre di Mina, però ancora gli riecheggiava nella testa quell’allusione alla Colonna del Diavolo e non riusciva a togliersela dalla mente e benché partecipe quale ascoltatore delle baggianate dei suoi amici aveva preso a rimuginare quella frase cercando di darvi un senso e anche se non lo aveva trovato appieno il dubbio aveva preso una sua vastità, perché la Sig.ra Calludole-mamma, per come l’aveva inquadrata fin dall’inizio della sua amicizia particolare con Mina, era una a cui piaceva fare ironia per davvero, nel senso che non si inventava mai nulla o quasi di quello che diceva, c’era sempre un fondo di verità a cui lei riusciva a dare una maligna sfumatura di maldicenza tentando di far ridere, che forse non era il suo scopo, perché a pensarci bene la donna rideva abbastanza di rado e per materie che a lui non avrebbero fatto ridere nemmeno dietro minaccia di violenza.

Resistette ad una voglia terribile di contattare Mina ad ogni costo, correre via dai suoi amici e andarla a cercare in qualunque posto gli venisse in mente ove lei potesse essere, a costo di diventare sciocco e patetico davanti a lei, senza nulla di preciso da chiederle tranne spiegazioni e giustificazioni che, si avvide immediatamente, erano la scusa migliore per fare terminare la loro amicizia. Riprese possesso della sua presenza in sé, per quanto filtrata da una spessa ombra di inquietudine, si dette un contegno per non dare sospetto agli altri circa certe sue paturnie, non ultima la possibilità di scatenare anche la loro ironia, perché questi simpaticoni, se avessero saputo dell’allusione della genitrice di Mina, ci avrebbero ricamato sopra un pochettino, magari senza raggiungere i vertici irraggiungibili della malignità della donna-materna ma comunque a sufficienza per una settimana almeno di sfottimenti.

Nell’oggi parevano di moda le coppie di parole e Sandro aveva estratto dalle tele un altro abbinamento interessante, Alfeo, che solitamente non partecipava a queste discussioni un po’ sgangherate, pareva divertirsi davvero.

TV

– Un extracomunitario clandestino, che orrenda maniera per definire un essere umano.

– Concordo – disse Dott. Cynicus – già sei extracomunitario, e questa definizione già ti pone fuori dalla comunità degli umani, benché il significato stretto alluda alla C.E.E., per giunta sei anche clandestino…

– Ci manca solo che cominci a piovere e hai scordato a casa l’ombrello…

– Ma chi le inventa queste definizioni? Devono avere una scuola, un addestramento particolare. Com’è anche quell’altra definizione? Ah sì! Il Centro di Permanenza Temporanea. Ma se è temporanea come fa a essere permanente? Perché ce li tengono un tempo lunghissimo.

– Sono definizioni tipiche nostrane. Non siamo noi il paese delle convergenze parallele?

– Forse anche Euclide sarebbe d’accordo, ma solo in una proiezione infinita…

– Come la permanenza temporanea…

Prossimamente il trentanovesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (37)

romanzo a puntate (37)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXVII°

(37)

Milano

Sabato, 21 Luglio 2001

Nella volontà di una fuga dal suo presente Mina si era rifugiata in un voglia di shopping che non riusciva a concretizzare, parcheggiata la macchina passeggiava per il centro di Milano tentando di distrarsi dalle brutte sensazioni che aveva provato verso se stessa, il suo passato e certe persone che credeva amiche; sperava di sfuggire in avanti da ciò che pareva volerla legare al presente ma ogni vetrina che osservava, ogni prospettiva di strada verso cui tentava di gettare lo sguardo, la disinvoltura di certe persone sui marciapiedi, che osservava con un pizzico di invidia senza sapere neanche perché, la richiamavano alla presenza in sé e si sentiva vuota di ogni desiderio, pensò che se anche avesse comperato qualcosa che desiderava non avrebbe allentato minimamente quel senso di oppressione che non le dava scampo. Benché non ne avesse ritenuta un’immagine umanamente sontuosa pensava all’Antonnomi come all’unica persona con cui potesse parlare in quel momento, non per sfogarsi, poiché non gli avrebbe potuto raccontare alcunché delle sue vicende private, recenti o passate, ma giusto per fare due chiacchiere e cercare di ritrovare un po’ di sé stessa.

Tuttavia era riluttante a contattarlo, sì era stato carino e tutto il resto ma quella specie di fuga in quell’atelier con quel fico secco di stilista impettito che si muoveva come se avesse avuto un manico di scopa proprio in quel posto, quello strano colloquio con quello che gli era stato presentato come un magistrato, gli avevano aperto molti dubbi sulla sua sicurezza esistenziale, sì forse si era comportato da paraculo professionista, se l’era cavata con una bella figura, ma a pensarci bene gli appariva come il solito maschio pieno di scuse a scansare sue responsabilità, un debole che finge di essere un duro. Lo avrebbe rivisto volentieri ma pensò anche che avrebbe presto desiderato di non vederlo più, le pareva che non ci fosse nessuno al mondo in grado di gratificare il suo modo di vedere le cose della vita; certo lo sapeva che è più che altro un’utopia, un sogno irraggiungibile, che in un modo o nell’altro bisogna raggiungere un compromesso tra il proprio immaginario e il reale, ma le pareva di esserne così lontana e talmente isolata che provava quasi la sensazione di essere sotto assedio, non propriamente sola, poiché grazie alla sua bellezza qualche rompiscatole si faceva avanti nei casi e nei posti più impensati per delle avance troppo spesso insopportabili ma a volte anche divertenti, ora però l’immagine di sé che gli aveva reso la sua amica la sera prima l’aveva gettata in una tristezza da cui le pareva di non poterne uscire più, e per giunta il Cazzarola all’attacco non le dava certo una mano a dimenticare il passato.

L’Antonnomi

Non si rese conto di come le capitò ma si scoprì ad armeggiare col suo cellulare, lo accese e chiamò ColuiIlQuale, che nella sua considerazione nonostante i momenti di intimità del giorno precedente definiva per sé stessa freddamente come “l’Antonnomi”. Quando però udì la sua voce calda con quei bassi suadenti a valvole termoioniche, le sue considerazioni nei suoi confronti si ammorbidirono un pochino, senza abbassare la guardia di un certo sarcasmo in agguato. Lui le disse che aveva un paio d’ore libere e che gli sarebbe piaciuto molto incontrarla da qualche parte, dove lei avrebbe preferito, in un locale, in un giardino pubblico, giusto per stare un po’ in sua compagnia, perché, le spiegò, la domenica, cioè il giorno successivo, la trascorreva per tradizione con la sua famiglia e quella sera di sabato aveva degli impegni importanti che non poteva rimandare, però ci teneva a trascorrere un po’ di tempo con lei. Dopo avere ironizzato un poco sull’importanza che dedicava alla sua famigliola e sull’improrogabilità degli impegni serali del sabato accettò l’invito e gli disse che lo avrebbe incontrato a parco Sempione, da cui non era in quel momento troppo distante. La poca enfasi e l’ironia espressiva, benché blanda, avevano lievemente offeso l’Antonnomi il quale volle rassicurarsi che lei avesse davvero voglia di incontrarlo, e Mina troncò ogni ulteriore scemenza dicendogli di recarsi dove le aveva detto e che sarebbe stata con lui fintanto che egli avrebbe ritenuto di gratificarla con la sua presenza. L’Antonnomi emise un sorriso a bocca chiusa, o quello che tramite telefono poteva interpretarsi come tale poi però cambiò la destinazione dell’incontro dicendo che da parco Sempione in quel momento era troppo distante e le diede appuntamento a parco Lambro, che per lei sul momento era abbastanza fuori mano. Mina spense il telefono, proprio non aveva voglia di essere rintracciata dalla sua amica traditrice e tanto meno dai suoi colleghi, che in quel momento, sull’onda di uno stato di depressione, immaginava come perfidi chiacchieroni loquaci e ficcanaso.

Il mutamento del luogo di incontro da parco Sempione a parco Lambro non aveva soddisfatto Mina pienamente, le era rimasta un’ombra di sospetto che l’Antonnomi avesse voluto evitare luoghi molto affollati per non farsi vedere insieme a lei, per l’onorabilità della sua famigliola e dei suoi intrallazzi, benché avesse sentito dire in ambienti maschili che «La **** non guasta il galantuomo», però su questo bel pensierino nutriva una certa serie di ripugnanze femminili, confermate dai sotterfugi che il politicante pareva mettere in atto ad ogni passo. La solitudine però ebbe la meglio, voleva parlare con qualcuno, non perché avesse qualche cosa di specifico da dire o volesse mettere alla prova il suo fascino e l’esuberanza del suo fisico perfetto, quanto perché aveva bisogno di sentirsi confermata nel suo essere in rapporto con qualcosa di decente, o quanto meno affrontabile nell’ambito di relazioni umane che ora gli sembravano contorte e minacciose più di quanto mai avesse sperimentato nella sua ancora giovane vita; e lei ne aveva sperimentate per davvero.

Raggiunta la sua macchina prese la direzione di parco Lambro pensando che non le sembrava una destinazione romantica; quella zona di verde attraversata dal fiume omonimo dell’autentico significato di quella parola, che descrive un corso d’acqua con evocazioni di fauna e di flora correlate, manteneva solo l’aspetto esteriore di una canalizzazione idrica repellente che ha attraversato una zona densamente industrializzata e ne porta le conseguenze evidenti nell’aspetto e nell’odore della sua portata. La stagione però era bella e il parco abbastanza grande da potervi ricavare una scenografia personale per un appuntamento occasionale, nonostante il caldo estivo dell’ora mattutina avanzata. Non si aspettava grandi cose da questo incontro che già nelle premesse sanciva lo sfumare di una breve relazione nella fredda colloquialità del vivere comune, e vaghi sospetti sull’onestà e onorabilità dell’Antonnomi avevano già sbiadito parecchio la bella impressione del giorno precedente, quando tutto le era sembrato perfetto, lui così galante e educato e lei che in quella circostanza si era sentita per un breve momento «”»a posto«”» nel mondo. Ora, emerse le solite idiosincrasie della vita di tutti i giorni, se lo immaginava come avrebbe dovuto essere secondo le evidenze che le si manifestavano a mano a mano; fuori da quella villetta linda e pulita come la casetta di Heidi, il mondo le appariva sporco e lui non meno del mondo, però si sentiva sola, davvero sola, come non si era mai sentita in vita sua, nemmeno in certi periodi dei tempi delle sue esperienze con la bamba e le performance del Cazzarola, quando la sua giovane età le nascondeva il peggio del peggio dietro ad un velo di inconsapevolezza mascherato da voglia di vivere ad ogni costo e per ogni cosa, possibilmente proibita.

L’appuntamento con l’Antonnomi era all’incrocio fra Via Crescenzago e Via Sangro. A parco Lambro ci era stata un paio di volte, non rammentava nemmeno le occasioni né le persone che erano con lei, però ricordava quella specie di falsa frontiera fra civiltà industriale e la natura, con i capannoni e i magazzini che terminano all’improvviso e danno l’illusione che oltre la strada Crescenzago inizi un mondo verde e lussureggiante che si offre al di là di un confine netto con una visuale di piccole colline e alberi, quando sapeva benissimo che, per quanto grande rispetto all’idea del verde in Milano, quell’area era assediata dall’autostrada, dalla ferrovia, e oltre a ad essa altre urbanizzazioni industriali, villettopoli, aggregati di condomini–dormitorio e poca campagna inframmezzata da strutture della società tecnologica, dove è impossibile trovare uno scorcio di panorama che non sia inquinato da tralicci dell’alta tensione, segnali, cartelli pubblicitari, silos di varie fatte ma non di uso agricolo e strade di transito lungo le quali l’edificazione ha eretto un muro continuo di case, negozi, supermercati, pompe di benzina, gommisti, ciascuno con la pretesa di essere in evidenza in un monotono susseguirsi di insegne luminose, attrattive e distrazioni di vario tipo che fiancheggiano la direzione della strada come una scenografia che vuole occultare il verde della campagna.

L’idea che l’Antonnomi non volesse mostrarsi in sua compagnia si fece più reale ma non la scoraggiò, all’incrocio con Via Sangro lo vide sul marciapiede, rallentò e aspettò che gli dicesse dove lasciare la macchina, quando lo raggiunse ebbe l’impressione che fosse invecchiato di colpo, il fascino del giorno precedente si era trasformato in qualcosa di reale ed ora vedeva in lui una specie di coetaneo di suo padre, non che la cosa le ripugnasse ma provò un po’ di pena per lui, e di riflesso anche per sé.

Parcheggiò la macchina in Via Sangro e raggiunse l’Antonnomi con una corsetta felice, come in quei déjà-vu cinematografici pseudoromantici dove il lui e la lei si incontrano con una corsetta e si abbracciano in mezzo ad un campo di fiori, benché nel contesto i fiori non ci fossero e dietro a loro, riparato da una siepe, un parcheggio aziendale mostrasse la presenza industriosa della città con numerose vetture a segnalare attività produttive nell’edificio che delimitava uno dei lati dello spiazzo. L’Antonnomi non si mosse dalla sua posizione, che mantenne a piè fermo fino all’arrivo presso di lui della sua giovane e ormai ex concubina; sfoderava il sorriso più galante che poteva, però nonostante la voglia di intravedere qualcosa di positivo in quell’uomo, Mina vi percepì un velo di noia e di sopportazione e si sentì stupida per quell’entusiasmo che aveva espresso nell’approssimarsi a lui. Si abbracciarono ma non si baciarono, il decadimento relazionale era già evidente a entrambi, però tutti e due si dimostrarono gentili l’uno verso l’altro, per differenti e forse antitetiche motivazioni. Mina voleva dimenticare sé stessa per un po’, fosse anche solo per un’ora o due, l’Antonnomi voleva mantenere lo jus primae noctis sulla sua preda in spregio alle avvisaglie del Cinese il giorno precedente, benché consapevole che la prima notte della sua preda fosse avvenuta un certo numero di anni prima.

Era certo di avere preso tutte le precauzioni del caso, con il dovuto supporto e suggerimenti di collaboratori ai quali non aveva rivelato nulla ma richiesto semplicemente di coprire la sua assenza, e in quel posto poco frequentato avrebbe avuto modo di notare estranei e curiosi inopportuni, fidando sul fatto che il Cazzarola non lo avrebbe tampinato di persona, non era una cosa nello stile del soggetto. Fianco a fianco, vicini, Mina e l’Antonnomi presero la direzione di un vialetto che a poca distanza da Via Sangro si inoltra in parco Lambro, verso un boschetto folto a sufficienza da rendere l’idea di bosco ma razionalizzato al luogo comune del bosco delle favole per non spaventare l’utente medio tramite una natura autentica, spinosa, intricata e non comodamente passeggiabile.

Aldo aveva fermato la sua macchina lungo Via Crescenzago una cinquantina di metri prima dell’incrocio con Via Sangro quando aveva visto la vettura di Mina rallentare per confabulare con un tizio sulla cinquantina inoltrata fermo all’incrocio come un ghisa e poi vide passare un’altra macchina che veniva dietro quella della Calludole che l’aveva superata durante la breve sosta per poi girare lentamente in via Sangro, come se non fosse sicura della direzione da prendere. Per un momento temette di essere stato seminato e di avere preso la decisione sbagliata, poiché da quella distanza non era certo di avere riconosciuto il tipo e trascorse un paio di minuti nell’agitazione dovuta ad un eventuale smacco, poi riprese animo quando vide la sua sorvegliata arrivare di corsa e abbracciare il soggetto e allora si rallegrò con sé stesso, la cosa prendeva un certo interesse. Quando li vide entrare nel parco lungo il vialetto decise di non pedinarli, non c’era nessuno in giro e sarebbe stato notato, si rilassò contro lo schienale del posto di guida predisposto all’attesa, senza perdere di vista l’incrocio Crescenzago – Sangro.

Madama

Non passò un minuto che gli venne voglia di sgranchirsi le gambe, scese dalla macchina e si avviò verso l’incrocio per vedere dove aveva lasciata la macchina la sua osservata, era quasi in Via Sangro quando vide arrivare un tipo dal fare frettoloso che pareva intenzionato a dirigersi nel parco, da solo. Lo riconobbe, era il Gaudenti, noto alle forze dell’ordine, benché incensurato, per sue oscure attività collegate a fanatici del satanismo, al secolo Laszlo Gaudenti, che qualcuno del suo gruppo, in seguito a descrizioni delle sue attività congiunte, aveva soprannominato Mefistotele non riuscendo in ciò a coniugarvi aspirazioni da filosofo – ché lo si sapeva iscritto alla facoltà di lettere e filosofia della Statale – con certe propensioni al satanismo acclarate da segnalazioni e riscontri diversi. Finse di non vederlo, e per certo il soggetto non sapeva della sua appartenenza alla polizia, gli andò incontro distrattamente per fargli credere di essere diretto verso tutt’altre faccende, trasse di tasca il cellulare e si mise ad armeggiare con quell’oggetto senza guardare nella sua direzione aspettando che il tipo andasse oltre per capire cosa avrebbe fatto, ma già ne aveva il sospetto.

Laszlo scavalcò il guardrail sulla via Crescenzago e attraverso il prato prese grossomodo la direzione di Mina e dell’Antonnomi, costeggiando da lontano il vialetto come se non volesse essere notato, ad Aldo parve che avesse un oggetto in mano ma nel tentativo di dissimulare una perspicace attenzione nei suoi confronti non era riuscito a cogliere alcun dettaglio, l’unica cosa di cui era quasi certo era che non gli era parsa una rivoltella, per cui desistette da ulteriori elucubrazioni circa possibili responsabilità che avrebbero potuto essergli addebitate nel caso le cose prendessero una piega da thrilling. Mina e l’Antonnomi stavano scomparendo dentro il boschetto che pareva l’eco della canzone «Vieni c’è una strada nel bosco», col vialetto asfaltato, mentre Mefistotele si stava arrampicando sulla collinetta e Aldo lo vide scomparire sul declivio opposto immaginandolo acquattato dietro a qualche pianta a spiare i soggetti per conto di qualcuno. Si imponeva un aggiornamento con il commissario Bellosi perché la situazione si era fatta strabica e lui poteva seguire una sola direzione.

Copertina di fumetto

– Pensavo che non ci saremmo rivisti più – disse l’Antonnomi camminando lentamente sotto quell’ombra già afosa.

– Perché? – chiese Mina fingendo un’ingenuità quasi autentica.

– Mah, per come ci siamo lasciati ieri, quello strano incontro dal Vanzi, il colloquio con quel magistrato…

– A proposito, come si chiama? Non me lo ricordo più, è successo tutto così all’improvviso…

– Hai paura che si rifaccia vivo?

– No, ma visto che abbiamo fatto la pentola bisogna che teniamo bene stretto il coperchio.

– Hai ragione – sorrise fra sè l’Antonnomi – si chiama Gridero, dott. Romeo Febo Gridero.

– Che cosa pensi di me? – disse Mina svicolando dall’argomento per sorprenderlo.

– Che ti vedrei volentieri in qualsiasi occasione ma penso che non possa capitare spesso, la felicità è un’utopia. Secondo te che cos’è la felicità?

– È un prodotto secondario della funzione – rispose Mina come se fosse stata interrogata da un insegnante.

L’Antonnomi però la stupì un poco correggendo la sua affermazione, dopo avere tenuto in sospeso la conversazione lasciando che la sua amica si cullasse nella certezza di una bella risposta.

– La tua risposta è incompleta…

– Sentiamo la correzione…

– La felicità è un prodotto collaterale della funzione in un contesto di battaglia. Da qui l’errore fatale degli utopisti. Tutto quello che è successo ieri ci ha consentito di vivere qualche momento sereno in mezzo al bailamme da cui sono riuscito a trarti, non escluso il dott. Gridero, il quale per quanto si sfoghi di sostenere la parte che ritiene giusta contribuisce allo stato di battaglia.

Mina non rispose, non disse nulla, ebbe la sensazione che l’Antonnomi si stesse appuntando una medaglia sul petto da solo, o quanto meno stesse cercando di prospettarle una situazione meno sgradevole di quanto lei riteneva dovesse essere e inoltre, nella migliore tradizione del pensiero femminile, non riusciva a togliersi dalla testa che se aveva la Giustizia alle calcagna qualcosa la doveva avere combinata. Poi, siccome la risposta dell’Antonnomi glielo aveva rammentato, gli domandò:

– Chi è stato a chiederti di tirarmi fuori da quell’appartamento a Monza? Perché tu non potevi, da solo, sapere chi ero né dove fossi, non mi conoscevi, non sapevi nulla di me…

ksaM esenihC

L’Antonnomi non rispose subito, guardò avanti nel parco come se stesse cercando qualcosa o stesse scrutando un futuro migliore non ancor in vista, poi facendo appello ai toni bassi della sua voce a valvole termoioniche le chiese:

– Sei sicura di volerlo sapere? Potresti restare delusa, di me e forse anche di te stessa. È una situazione della quale non siamo padroni.

Mina non disse nulla e fu colpita dalla serietà con cui le aveva espresso quell’opinione dubbiosa su di loro e la loro breve congiuntura esistenziale. Nessuno dei due parlò per qualche minuto, camminavano fianco a fianco, troppo caldo per tenersi abbracciati, sarebbe stato per ciascuno come portare a spasso un termosifone e poi lo slancio del giorno prima si era placato, domande e dubbi si erano fatti concreti e Mina aveva la sensazione netta di essere in condizione di svantaggio per essere all’oscuro dei dettagli che l’avevano condotta fino a lui. Che non fosse una sua iniziativa ne era certa però non trovava motivazioni o sospetti per individuare l’elemento scatenante, le cose si erano svolte in fretta il giorno precedente e lei non aveva avuto modo di farsi un’idea neanche sommaria di ciò che si era trovata a sperimentare direttamente, la presenza di quell’uomo maturo, un po’ troppo forse ma galante e gentile, l’aveva colta di sorpresa in un momento in cui desiderava proprio ciò che le era capitato il pomeriggio scorso, poi le cose erano mutate all’improvviso e pur restando di un umore positivo non era riuscita a mantenere quell’ombra di dubbio sufficiente a fargli avere i giusti sospetti, ora, dopo le delusioni della sera precedente le si era spalancata una voragine di incertezze e aveva troppe domande a cui non riusciva a trovare risposta e le parve che la domanda principale, il punto di inizio, dovesse essere quello, almeno per cominciare a chiarire qualcosa.

– Penso che vorrei saperlo – disse Mina a bassa voce.

L’Antonnomi si fermò, la guardò intensamente soppesando ben bene i pro della sua bellezza e i contro delle minacce del Cinese, cercando di trarre la deduzione più conveniente alle sue propensioni scoperecce senza restare disarmato nei confronti del Cazzarola. Poi ispirandosi alla più seria teatralità, di cui era divenuto esperto nell’esercizio della sua ubiqua professione, si atteggiò alla migliore drammaticità e pathos tragico che poté e si espresse nella migliore performance della sua arte oratoria, fidando sul fatto che la giovane si sarebbe fatta abbindolare dalla descrizione delle circostanze, richiamando in gioco per cautela e ben mimetizzate nel discorso i suoi trascorsi non esattamente limpidi; insomma, un discorso del tipo siamo tutti e due nella stessa situazione, perché osteggiarci?

– Vedi – esordì l’Antonnomi spingendo il suo sguardo ancora più lontano a cercare un inesistente orizzonte migliore come per dare una maggiore profondità a ciò che stava per dire – nonostante la mia posizione non sono veramente quella limpida persona che credi – e qui, se avesse potuto leggerle nella mente sarebbe rimasto stupito – ho degli obblighi verso molte persone e non tutte presentabili, nulla di scandaloso o anche solo di illegale – Mina sorrise pensando al dott. Gridero ma l’Antonnomi finse di non avere inteso la sottile, inespressa ironia – però non posso fare davvero ciò che voglio e in qualsiasi momento. C’è un tale che mi ha chiesto di trarti da quel posto ed era una richiesta che non potevo rifiutare, sai com’è, ci si scambia favori, si fanno amicizie, sì insomma, la rete delle conoscenze…

– Chi è questo tizio?

– Un tale che si chiama Walter Cazzarola – disse l’Antonnomi omettendo la confidenza del soprannome.

Chinese Mask

Mina sgranò gli occhi e lo fissò con uno sguardo di terrore e ripugnanza, di nuovo il passato cercava di riappropriarsi del suo presente ma non si perse d’animo.

– E quale sarebbe stata l’idea? Sì, insomma, che programma aveva in mente?

– Per quello che ne so nulla di particolare, voleva soltanto tirarti fuori da quella che lui mi aveva descritto come una brutta situazione, ho dovuto mettere in azione qualcuno, cosa che mi costerà qualche favore da rendere, però…

– Non mi hai capito… intendevo dire cosa avresti dovuto fare se non fosse intervenuto l’intermezzo col magistrato…

– Non lo so, è una persona per bene, per come lo conosco…

– Ah, immagino, e magari tirate di coca insieme, anzi no, se ricordo bene il soggetto è lui che te la fornisce a pacchi, perché lui sta bene attento a non cascarci, non troppo comunque…

– Ma cosa dici, non faccio queste cose…

– Beh, se frequenti quella gente le farai, in un futuro non molto lontano le farai, sei già sulla strada giusta e in buona compagnia.

L’Antonnomi sapeva dei trascorsi di Mina, non dall’incontro con il Cazzarola nel negozio della Brigonzi durante il quale gli era stata fatta quella richiesta non rifiutabile, però appena aveva potuto aveva fatto fare rapide e abbastanza precise ricerche sulla ragazza, giusto per cautelarsi e prendere le misure opportune, senza scartare a priori l’idea di trombarsela ancora, e poi magari ancora, perché la cosa gli era piaciuta, e anche parecchio, però la professione, la famiglia, gli intrallazzi, le connivenze, le alleanze, insomma, le difficoltà di tenere tutto insieme gli avevano praticamente fatto scappare il giocattolo dalle mani, non era per timidezza che non gli aveva telefonato lui per primo e che aveva scelto quel luogo magari ameno ma non esattamente pieno di vita come si addice ad una grande città. A stento riuscì a trattenersi dal rinfacciarle le medesime cose delle quali era esperta pure lei, non per cortesia o galanteria ma solo per le mire di una eventuale ma attualmente poco possibile pacificazione e conseguente scopatina.

Mina era arrabbiata, non tanto con lui, che ormai considerava come un figuro qualunque, ma con qualcosa che era nella sua vita e di cui non riusciva a sbarazzarsi né sapeva come affrontare, si rendeva conto che troppi agganci riconducevano a vicende che trovavano attuazione in complicati e per lei offensivi compimenti del presente ma non sapeva come uscirne. Guardò l’Antonnomi, che ancora le parlava e lo osservava muovere le labbra e gesticolare come se fosse separata da lui tramite una barriera insonorizzata, voleva provare odio nei suoi confronti ma non vi riusciva, odiando lui avrebbe dovuto odiare anche sé stessa, poi con calma disse:

– Forse è meglio che ce ne ritorniamo ciascuno nella propria esistenza e mettiamo termine a questa cosa.

L’Antonnomi non disse nulla, chinò la testa, guardò per terra un istante e poi acconsentì con un cenno del capo, poi insieme ripresero in silenzio la direzione da dove erano venuti.

All’incrocio Via Crescenzago – Via Sangro le cose erano un po’ cambiate. In fretta e furia Aldo era stato sostituito da Rino, poiché per Mefistotele vederlo sempre lì nello stesso posto sarebbe stato sospetto; da almeno cinque minuti Rino teneva il cellulare incollato all’orecchio fingendo una telefonata un po’ agitata per fare scena, dando le spalle al parco da cui presto sarebbe ritornato il tipo che avrebbe dovuto pedinare. Il commissario Bellosi aveva dato ordine di lasciare perdere i due fidanzatini e concentrarsi sul satanista-filosofo, perché pareva promettere qualcosa di concreto.

Prossimamente il trentottesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (36)

romanzo a puntate (36)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


Tutti i diritti sono riservati. È vietata qualsiasi manipolazione e/o alterazione, totale o parziale, dei contenuti di questo testo, ivi inclusa la traduzione in altre lingue senza previa autorizzazione della proprietà letteraria. È vietata la riproduzione a stampa senza previa autorizzazione della proprietà letteraria. È vietato l’utilizzo diverso, totale o parziale dell’opera, da quanto consentito tramite l’acquisizione legale di una copia con autorizzazione scritta della proprietà letteraria all’uso e/o commercializzazione. È vietata la riproduzione totale o parziale del testo di questo scritto in siti web senza l’autorizzazione della proprietà letteraria.



All rights reserved. This book or any portion thereof may not be reproduced or used in any manner whatsoever without the express written permission of the author and selfpublisher as owner of this website as well as of literary rights and copyrights, except for the use of brief quotations in a book review or scholarly journal.


Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXVI°

(36)

Milano

Sabato, 21 Luglio 2001

Quella mattina il dott. Romeo Febo Gridero arrivò nel suo ufficio come al solito senza che specifiche novità lo avessero tenuto desto la notte e senza che avesse particolari pianificazioni in mente circa le investigazioni sul giro della Brigonzi o i loschi traffici del Cazzarola, d’altronde è così, certe novità ti stupiscono sempre, cosa ovvia, altrimenti non si chiamerebbero novità. Nell’esistenza di tutti i giorni la sua attenzione si era abituata a tenere sempre in un cantuccio la persecuzione del crimine e la maniera migliore per attuarla ma si era reso ben presto conto che l’obbligo della legge, inscatolata nelle norme che la definiscono come tale e senza le quali sarebbe una diversa forma di arbitrio, è sempre all’inseguimento delle cosiddette novità della delinquenza, perché bisogna dirlo, ci vuole una certa dose di fantasia e di intelligenza anche per delinquere, almeno ad un certo livello; non è qui il caso di attribuire meriti o consentire a qualcuno di montarsi la testa ma se esiste questo eterno confronto occorre portare le cose sul piano del reale e affrontarle con la dovuta fermezza e determinazione. Questo vale fintanto che le cosiddette novità restano nell’ambito dei reati catalogati, sotto diverse forme e con varie pene associate, nei codici penali di tutti i paesi, ma quando la realtà diventa poco comprensibile e anche minacciosa il buon senso e la razionalità si trovano come disarmati.

Già discretamente stupefatto il giorno precedente per quella immaginetta con le tre donnine che scimmiottavano le famose tre bertucce il dott. Gridero trovò sul suo tavolo un’altra busta, una busta a sacco in formato 25 X 18 con la linguetta chiusa e senza nessuna indicazione scritta sopra circa mittente o destinatario e appena la vide, placidamente collocata sulla sua scrivania in bella vista nella sua postazione, ebbe un sussulto interiore; non uscì a guardare nel corridoio, primo perché non c’era nessuno – ne veniva ora -, secondo perché trascorsa la notte più di una persona poteva avere avuto modo di transitare in quei paraggi. Si fermò davanti al suo tavolo, la osservò come se si aspettasse che ne uscisse un sortilegio che gli rivelasse l’arcano, poi sopraffatto da un senso di delusione e di razionale rassegnazione fece il giro e si sedette alla scrivania davanti a quella missiva anonima senza decidersi ad aprirla e la fissò a lungo, con la mente svuotata di ogni iniziativa. Pensò che avrebbe potuto portarla alla scientifica per fare rilevare eventuali impronte, poi si adeguò a considerare che una persona che deposita una lettera anonima direttamente sul tavolo di un magistrato nel palazzo di Giustizia, quando questo è assente, certamente non è così scemo da non avere preso precauzioni in tal senso e inoltre, siccome era più che certo che il contenuto doveva avere a che fare con le sue attuali indagini non voleva mettere un asso nella manica di qualche oscuro opponente andando ad aprire la busta sotto gli occhi di persone che non conosceva. Per farsi coraggio e trovare un senso alla cosa si persuase che qualcuno lo voleva sfidare, c’era una contesa in atto, non era più una questione di delitto e castigo, no, questo era un duello, una lotta per la sopravvivenza senza esclusione di colpi, metaforicamente parlando, poiché le armi erano quelle della ragione, per quanto contorta.

Foto.

D’un colpo afferrò la busta e la aprì e per la sorpresa si lasciò letteralmente cadere contro lo schienale della poltrona da ufficio. La battaglia si faceva ardua. Qualcuno lo aveva fotografato nell’atelier del Vanzi in compagnia dell’Antonnomi, con la signorina Calludole di spalle a mostrare un ottima fisionomia, benchè di spalle e forse non facilmente identificabile, ma certamente molto apprezzabile. E adesso vai te a spiegare che si era recato lì per motivi di indagine e per chiarire la posizione – di interesse – dell’Antonnomi, che da certe sue informative e segnalazioni pareva non corrispondere a quella gran brava persona che vantava di essere nelle sedi e nelle occasioni ufficiali più disparate, e soprattutto, la signorina Calludole – identificabile senza scampo – poteva generare un equivoco di non poco conto per la sua sola presenza, essendo le indagini volte a far venire alla luce certi traffici di prestazioni sessuali patteggiate dietro non poca pecunia con incluso scambio di favoritismi e certo anche di qualche partitina di coca o altro stimolante della psiche.

Sul passato della filosofa aveva già avuto modo di dare un’occhiata, tramite le recenti informazioni prodotte dal commissario Bellosi, e benché consapevole che il giudizio a posteriori su vicende esistenziali è sempre un bassezza nessuno al mondo lo avrebbe convinto che una tale notizia, corredata da immagine, non sarebbe stata addentata immediatamente dalla stampa e dai media in genere e per l’importanza dell’Antonnomi e per la rilevanza del suo incarico professionale per conto dello Stato Italiano, e a tal riguardo già si immaginava a colloquio serrato per prima cosa con la sua consorte a dare spiegazioni e rassicurazioni, che di solito le donne accettano col più ampio sospetto e la peggiore rappresaglia, poi con i suoi superiori, perché esiste sempre qualcuno a cui dover rendere conto, oltre alla dolce metà.

Calma, si disse, calma. Occorre ragionare. Osservò attentamente la foto, scattata certamente con una fotocamera digitale e stampata in bassa qualità ma con dettagli più che sufficienti a riconoscere le persone inquadrate, una cosa un po’ artigianale quindi, con le cautele dell’autoproduzione per evitare lo screening spionistico dei fotografi o degli studi di professione che sviluppano i negativi e le stampe relative. C’era quindi un doppio messaggio, una specie di trattativa mediata dal mezzo, «Per ora l’immagine è solo in mano nostra, ma non è detto che lo resti». L’inquadratura era da una mezza altezza, come se fosse stata scattata con una fotocamera col mirino a pozzetto tipico delle 6X6 ma trattandosi di una foto digitale era un dettaglio specificamente posizionale, chi aveva scattato la foto non poteva assumere una posizione completamente eretta per non farsi vedere, ma nell’atelier del Vanzi le uniche persone che aveva notato erano quelle che gli erano stare presentate.

Forse l’Antonnomi si era cautelato facendo nascondere qualcuno a scattare foto eventualmente compromettenti o forse semplicemente giustificative della presenza in loco di determinati personaggi, o forse la “facile” disponibilità di tecnologia da geims bònd aveva consentito uno spionaggio artigianale. L’Antonnomi gli parve l’unico responsabile, il Vanzi gli era sembrato svampito e la vaporosa accompagnatrice di Mina – l’amica monzese dell’Antonnomi – incapace di attuazioni tecnologiche e comunque non era mai uscita dal suo campo visivo prima di andarsene definitivamente; la collaboratrice del Vanzi dopo le presentazioni si era allontanata di poco ed era sempre restata impegnata ad un tavolo per faccende sue, e comunque l’inquadratura non proveniva dalla posizione che quella donna aveva mantenuto per tutto il tempo che lui era rimasto là dentro. Tutto ciò benché, lontano lontano nella sua attenzione, anche la Brigonzi Wanda gli paresse averne donde. Il secondo messaggio che si poteva evincere era «Se cade Sansone qualche filisteo lo seguirà».

Locandina di film

Tutto sembrava quindi ricondursi all’Antonnomi ma per il fiuto del dott. Romeo Febo Gridero questa soluzione era troppo semplice e l’Antonnomi troppo smaliziato per una scemenza del genere, no, il colpo proveniva da un’entità trasversale coinvolta nelle indagini. Provò ad immaginarsi la Wanda Brigonzi in versione fotoreporter ma la cosa non gli rendeva una conseguenza logica, sebbene la matrona fosse certamente al corrente dei suoi piani, almeno in maniera approssimata, e poi forse la tipa neanche lo conosceva di persona, fisicamente si intende, così sarebbe stato improbabile che avesse mandato lei qualcuno a prelevare immagini per conto suo. L’unica spiegazione possibile era che tutta la sua indagine usciva dai suoi uffici senza che lui ne avesse mai avuto percezione mettendo in moto delle ripicche paranoiche a tutela di un Qualcuno che restava sempre un solenne pronome indeterminato.

Questa cosa non poteva sviscerarla da solo e l’aiuto del commissario Bellosi era l’unico su cui potesse contare, ma rammentava di aver concordato insieme con lui alcuni pedinamenti che avevano impegnato in differenti situazioni sia il commissario Bellosi che i suoi sottoposti preferiti, però ora c’erano novità da considerare in ufficio, sempre che anche questo fosse un posto riparato da intrusioni morbose. Telefonò al commissario Bellosi e praticamente gli impose di rientrare e farsi sostituire da qualcun altro. Il commissario Bellosi rispose che in meno di mezz’ora sarebbe arrivato da lui. Così Aldo abbandonò il pedinamento di Germano per quello apparentemente più promettente di Mina, or ora abbastanza vagante.

Nell’attesa del commissario cercò di concentrarsi su quelle immagini che gli erano pervenute in maniera sospetta e inaspettata, trasse dalla borsa quel disegno che aveva trovato in una busta gialla sul suo tavolo il giorno precedente e lo mise di fianco alla foto di lui con i suoi indagati, ancora abbastanza ignari ma apparentemente non sprovveduti, se non altro per interposti sconosciuti. Le due cose materialmente non avevano nulla in comune, nemmeno a volerci vedere forzatamente qualcosa, era solo nella sua mente che le due raffigurazioni prendevano un aspetto congiunto, uno sconosciuto che le avesse osservate anche insieme non avrebbe potuto connetterle con alcunché di logico. Il suggerimento che la considerazione di quelle immaginette gli instillava era una istigazione a lasciare perdere, completamente, senza avere compreso alcunché, e gli pareva un prezzo troppo alto per qualcuno che ha fatto della investigazione del crimine un motivo di esistenza prima ancora che una professione, una mano al buio non la avrebbe giocata ma i rischi ora si facevano evidenti. Non quei rischi da film poliziesco pieno di spari, di esplosioni, scazzottate, inseguimenti assurdi che fortunatamente non avvengono mai o quasi, quegli sceneggiati dove in primo piano c’è sempre una pistola puntata e uno o più crimini compiuti in evidenza, dove i ruoli dei cattivi sono sottolineati dalla colonna sonora tetra e dalle facce opportunamente scelte secondo l’immaginario tipo della persona cattiva, nulla di tutto questo, ciò che stava affrontando il dott. Romeo Febo Gridero si esprimeva in un metalinguaggio comprensibile solo individualmente, come nel racconto di Franz Kafka, La colonia penale, dove la pena della propria esistenza è l’esito dell’esistenza della pena.

Copertina di libro

Qualcuno lo voleva rinchiudere in un cantuccio e renderlo innocuo tramite sé stesso. Altre volte aveva sperimentato cose del genere ma mai così direttamente e con tale sfrontatezza; nelle sue precedenti esperienze era sempre giunto alla conclusione che bisogna sapere attendere, qualcosa di concreto può emergere da un momento all’altro per consentire di afferrare quella logica sconosciuta e renderla evidente nella sua irrazionalità o lasciare che lasci il posto ad una realtà conseguente dove non può più attuarsi nella medesima forma e con i medesimi risultati, più realisticamente però sapeva che certe volte la mano giocata al buio passa oltre il giocatore e lo mette con le spalle al muro, in special modo se non è possibile intraprendere le azioni necessarie per vincoli esistenziali, incapacità, incomprensioni e relazioni fra persone che comportano difficoltà insormontabili. Al fondo una logica c’è sempre ma quando l’irrazionalità ci si mette d’impegno è possibile il risultato inaccettabile perché in definitiva anche l’irrazionale è parte del razionale, lo dimostra il fatto che l’errore è sempre possibile.

Non sapeva se fosse trascorsa esattamente la mezz’ora che aveva predetto il commissario Bellosi, né si era curato di verificare, perso in uno stato d’animo piuttosto cupo, però questi comparve nel suo ufficio con un’espressione neutra e professionale e uno sguardo predisposto ad ascoltare qualcosa di strano e forse di interessante, il dott. Gridero gli fece cenno di sedersi e mentre questi si accomodava gli mise davanti i due prodotti grafici senza dire nulla. Il commissario Bellosi li osservò aggrottando un po’ le sopracciglia poi guardò il dott. Gridero aspettandosi un inizio di spiegazione ma questi si limitò a dire:

– Il disegnino con le tre donnine l’ho trovato ieri pomeriggio sul mio tavolo e questa foto – e indicò il foglio che rappresentava lui in compagnia dell’Antonnomi e Mina di spalle – era sul mio tavolo questa mattina.

– Uno strano servizio postale – disse il commissario continuando ad osservare i due fogli – Questa foto dov’è stata scattata?

– Nell’atelier di un certo Vanzi, dove ieri pomeriggio mi ha fatto convocare l’Antonnomi per dimostrarmi la sua estraneità alle vicende che stiamo indagando.

– Una specie di confessione al contrario.

– Oppure una riuscita discolpa. Ma il punto non è questo… supponiamo che questa foto salti fuori dopo che avremo dato il via alle investigazioni ufficiali con gli interrogatori in presenza di legali e notifiche di indagine eccetera, sarà difficile dare una spiegazione razionale vista la mia presenza in compagnia di certi indagati, supportata dalla testimonianza di presenti estranei alle indagini.

– E queste tre allegre donnine?

– Non so cosa dire. Il primo pensiero è stato verso la Brigonzi, però secondo me quella nemmeno sa che esisto, noi non abbiamo mai fatto alcun passo verso le sue attività, o almeno non alcuno che non sia già stato tentato da nostri predecessori in maniera piuttosto blanda…

– E allora? – domandò il commissario.

– Mi aspettavo una sua opinione.

– Al momento non ho un’opinione, questa roba mi manda in bestia.

– L’ultima cosa da fare.

– Qualcuno qui dentro gioca per conto di quelli di fuori.

– Questo era già evidente dalla difficoltà di mettere mano su certe informative…

– Vero. Continuiamo o molliamo?

Il dott. Gridero non fece in tempo a dare una risposta, qualcuno entrò nell’ufficio senza bussare con fare piuttosto allarmato e consegnò al dott. Gridero un foglio, una fotocopia più esattamente, su cui era rappresentato un altro disegno e nell’allungarlo oltre la scrivania verso il magistrato l’impiegato disse che era stato trovato in una bacheca all’interno del palazzo e che era stata diramata una circolare interna per fare pervenire presso l’ufficio di un suo collega ogni eventuale informazione che potesse essere utile a scoprire l’ideatore e il realizzatore dell’impresa. Il dott. Gridero prese il foglio dalle mani dell’uomo guardandolo in faccia come se si aspettasse ulteriori dettagli ma questi, con un mazzetto di altri fogli nell’altra mano, si era allontanato immediatamente. Il dott. Gridero e il commissario Bellosi si guardarono in faccia dopo avere gettato solo un’occhiata a quella fotocopia, che benché di scarsa qualità rendeva l’idea di qualcosa di cervellotico e sconnesso. Dei corvi appollaiati su di un albero senza foglie e sotto la scritta HARAB SERAPHEL.

– Non so cosa voglia dire questa roba però è forse ciò che aspettavamo.

– Cioè? – Interloquì il dott. Gridero.

– Ho una mezza idea che questo bel disegnino faccia parte della serie – e accennò con una mano agli altri due foglietti che il dott. Gridero aveva sepolto sotto un mucchio di carte quando si era accorto che stava entrando qualcuno.

– Vada avanti…

– Può darsi che se scopriamo cosa significano questi uccellacci e questa scritta forse possiamo trovare un indizio per agganciarci anche a quelli – e accennò nuovamente agli altri due fogli che ora il dott. Gridero aveva nuovamente messo in bella vista – se sono sempre le stesse persone si sono fatti prendere la mano e hanno fatto una mossa troppo ampia, si sono montati la testa.

– Sempre che siano i medesimi soggetti.

– Non credo che ci sia una gran folla di persone volenterose di distribuire grafica bizzarra nel palazzo di Giustizia, ora forse abbiamo un po’ di materiale su cui lavorare. Per non perdere tempo guardi un po’ cosa si può trovare su questa coppia di parole.

Il dott. Gridero trafficò un po’ al computer e dopo neanche un paio di minuti avvicinò la sua faccia allo schermo dicendo:

– Eccolo qua. HARAB SERAPHEL, i corvi della morte. Spiriti ribelli governati da Baal. Satanismo? – disse il dott. Gridero voltandosi verso il commissario.

– Parrebbe, e la cosa interessante è che la nostra pedinata, quella di cui si vede il bel fondoschiena nella foto insieme con lei, giusto ieri sera si è recata presso un’abitazione che già da molto tempo è tenuta sott’occhio per attività di questo tipo, e sa qual è la cosa strana?

– Sentiamo.

– Che i pochi tentativi di installare dei microfoni in quell’abitazione sono sempre andati a vuoto, quella casa è in qualche modo protetta, sorvegliata, c’è sempre stata un’intromissione da parte di sconosciuti che ha mandato all’aria i piani di sorveglianza.

– Quando ci mette lo zampino il demonio… – disse il dott. Gridero a cui parve essere ritornato un po’ di buon umore, e assunse un’aria un po’ buffa.

Il commissario sorrise, la tensione si allentò un po’ ma il problema restava, il dott. Gridero, che pareva essere in vena di ironia aggiunse:

– Forse sarebbe sufficiente mettere sotto sorveglianza questo edificio, magari ne sapremmo un po’ di più su questa gente, con tutte le consegne che fanno devono avere un bel traffico.

Il colloquio dei due funzionari fu interrotto dallo stesso tipo che era entrato poco prima a consegnare l’aggiornamento fumettistico e questo, con l’aria di voler dare una notizia di difficile reperimento entrando praticamente di spinta quasi strillò:

– Pare che quella scritta HARAB SERAPHEL significhi esattamente «I corvi della morte. Spiriti ribelli governati da Baal».

Il dott. Gridero e il commissario Bellosi lo guardarono attoniti, poi il dott. Gridero disse:

– Ah, esattamente?

E il tipo rispose.

– Sì, sì, esattamente, abbiano verificato!

Il dott. Gridero e il commissario Bellosi si guardarono in faccia, il tipo, che pareva un poco sovreccitato, voltò le spalle e prese la direzione della porta a recare altrove l’esatta notizia. Ci volle qualche secondo prima che entrambi riprendessero la facondia di routine, quella un po’ mesta e in perenne sospettosa rassegnazione.

– Se questa è l’attitudine media sembra che la manovalanza per la distribuzione porta a porta non manchi.

Il commissario rispose trasversalmente:

– Non penso che dobbiamo cercare dei satanisti, questo è solo un diversivo, fumo negli occhi. Non sarebbe stato razionale attuare una minaccia apertamente comprensibile, questa maniera di fare pervenire al destinatario missive criptiche ma non eccessivamente, neanche troppo velatamente minacciose, sì, insomma… ad un satanista propriamente detto non gliene potrebbe fregare di meno, non sa nemmeno che esistiamo.

– In effetti – concordò il dott. Gridero – per adorare Satana occorre prima ammettere l’esistenza di Dio e poi pregare la parte avversa, sarebbe come dire che una persona che potrebbe gustare una Sacher Torte preferisce mangiare una “luisona”, una mentalità bizzarra…

Il commissario non raccolse, forse non era nemmeno credente e comunque non era veramente spiritosa come uscita, fermo restando che forse non sapeva cosa fosse quella luisona di cui parlava il magistrato di origini bolognesi.

– Senta – disse il commissario avvicinandosi alla scrivania come per richiedere una maggiore e confidenziale attenzione – quella gente di cui le ho detto, sì, insomma… quell’appartamento dalle parti di Piazza della Vetra dove ieri sera si è recata la Calludole, beh … è sotto osservazione da un certo tempo, senza che sia mai venuto fuori alcunché, molte segnalazioni, molte stranezze, acquisti bizzarri però mai nulla di concreto, beh… guardi… io ho il sospetto che sia un paravento per altre attività più remunerative. Lo sa che si sono arredati la casa con autentici pezzi d’antiquariato? Quelli sono poco più che trentenni…

– Chi? – lo interruppe il dott. Gridero.

– Quei due… come si chiamano… ah sì… Sara Speddenno e Nardo Fernet, poi c’è un altro fanatico che frequenta la casa ma ieri sera non si è fatto vedere, quello si chiama… mi viene solo il nome… Laszlo, si chiama Laszlo e anche su di lui nulla tranne quelle stranezze che lo accomunano alla coppia.

– Quindi? – interloquì il dott. Gridero.

– Quindi è possibile che dietro la stranezza, paventata come autentica si dedichino con maggior profitto ad altre incombenze per conto proprio o per conto terzi, come per esempio…

– Calma, calma – si intromise il dott. Gridero – dovrebbero avere degli agganci altrettanto bizzarri qui all’interno…

– Esattamente! – lo interruppe il commissario.

Si guardarono in faccia senza dire nulla gettando un’occhiata alla porta come se il messaggero dell’esattezza dovesse comparire di colpo come richiamato, poi il commissario riprese:

– Senta forse non è importante scoprire chi è che collabora dall’interno, io direi di puntare su quella coppia e tenerla sotto controllo, questa storia degli uccellacci è stata forse come una firma, non sono pronto a giurarlo però ci sono alcune cose che convergono verso quei due, compresa la Calludole, che è tutt’ora sotto osservazione.

Posizione scomoda

– A me pare che ci siamo anche noi sotto osservazione.

– Non intenderà restarsene qui a collezionare foglietti disegnati…

Prossimamente il trentasettesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (35)

romanzo a puntate (35)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXV°

(35)

Milano

Sabato, 21 Luglio 2001

Giunto nei pressi di Milano il tassista gli aveva chiesto un indirizzo preciso e Germano s’era fatto portare a casa, primo per la stanchezza e poi per l’ora troppo mattutina, in conseguenza della quale non avrebbe potuto permettersi di andare a contattare amici e/o conoscenze senza suscitare allarmismi. La notte insonne, la giornata di protesta con la fuga precipitosa e il non facile ritorno a Milano – notturno anche questo -, gli avevano attenuato ogni timore nei riguardi di qualunque complotto potesse attuarsi nei suoi confronti, che venisse dal Cinese, dalla polizia, o da qualunque altra organizzazione dedita al controllo delle persone; voleva dormire, punto e basta. La sua incolumità, messa a repentaglio da un’errata valutazione di uno spiotto, gli pareva una cosa di minore importanza, trascurabile di fronte a quell’azione confusa e violenta da cui era scappato inseguito da una ostinazione al limite della ferocia, ma forse oltre. Voleva dormire, svegliarsi in un giorno diverso, allontanare quelle sensazioni di inutilità e di irrazionalità.

For Hire! – Disegno di Winsor McCay

Voleva pensare ad altro, i suoi compagni, vedere Mina, che non era riuscito a contattare e non se n’era fatta una ragione, ma ora la stanchezza aveva il sopravvento su tutto. I suoi genitori erano giustamente a letto e si fece scrupolo di non svegliarli, si svestì, si buttò sul letto come se la sua persona fosse stata di piombo e cadde in un sogno contorto, denso, avviluppato di figure indescrivibili che vorticavano in ambienti, luoghi, strade, città apparentemente ignote ma in cui a tratti si avvicendavano i volti e le fisionomie dei suoi amici e il volto di Mina di cui non riusciva ad udire la voce, soffocata da strepiti incomprensibili ma aveva la sensazione che volesse dirgli qualcosa di spiacevole, il volto era contratto in una smorfia che non era di dolore o di sofferenza ma piuttosto di indifferenza e se cercava di parlargli la vedeva allontanarsi trascinata via da sconosciuti, poi gli compariva la facciona della tenutaria del chiosco che correva via ridendo senza dirgli alcunché, e si voltava a guardarlo un’ultima volta con il medesimo sorriso, che ora nel sogno gli appariva scortese, stampato su una faccia irridente, che si mostrava come deformata da qualcosa che non riusciva a comprendere, per scomparire dietro ad un muro e lasciare campo a sconosciuti rumorosi che lo ignoravano e gli correvano a fianco gridando verso qualcosa o qualcuno che non riusciva a vedere, non riusciva a tenere il passo di quella folla, restava indietro, si muoveva sempre più lentamente in un ambiente che conosceva ma che non riusciva a sovrapporre a qualcosa di già visto.

Salvador Dalì – Donna

Alle nove sua madre venne a svegliarlo, in compagnia del cane che balzò festoso sul suo letto, gli parve di emergere da un luogo sotterraneo, di vedere la luce dopo molto tempo, ebbe la sensazione di avere dormito per una giornata intera mentre era a letto da meno di sei ore, la luce della giornata estiva lo rincuorò non poco, la fuori forse era tutto come prima.

– Mi ha cercato qualcuno? – chiese a sua madre che stava tentando di trascinare via il cane dalla sua camera.

– Ieri a mezzogiorno ha telefonato un certo Alfeo, lo conosco? È mai venuto qui?

– Alfeo… ah sì, mi pare che ci siamo incontrati qui un paio di volte, e cosa ha detto?

– Nulla, cercava te e io gli ho detto che non sapevo dov’eri. A proposito, dov’eri?

– Lascia perdere mamma, ora sono qui. Mina ha telefonato?

– No, solo quell’Alfeo e basta.

Sua madre abbandonò la stanza e Germano ricadde sul cuscino come se fosse stato calamitato poi di botto si alzò per andare a farsi una doccia per poi uscire a cercare magari qualcuno dei suoi amici, ma soprattutto Mina. C’era qualcosa che doveva capire e che in qualche modo gli ruzzolava nella testa senza che gli riuscisse di formarsene un’opinione. A quell’ora probabilmente Sandro e Dott. Cynicus erano ancora a letto, specie Sandro che non aveva una genitrice in loco a sorvegliarlo dappresso. Pensò che li avrebbe contattati nella tarda mattinata per avere loro notizie, ora voleva sapere di Mina e cominciò a prospettarsi ipotesi e congetture sull’opportunità di fare una capatina a casa di lei, dove dopo tutto non era un estraneo ma le convenienze e le precauzioni che avevano messo in moto quell’improvvisa separazione fuori dal Sole Nero lo inducevano a considerazioni prudenti, per non fare mosse sbagliate nei confronti della sua amica e nei confronti di una situazione di cui non era perfettamente al corrente e riguardo alla quale continuava a domandarsi, senza trovare una ragionevole risposta, perché mai la sua amica non lo aveva contattato né si era resa disponibile per ragguagliarlo circa gli sviluppi di quella informe minaccia (?).

Chinese Mask

Fu preso da una improvvisa frenesia di correre a verificare presso l’abitazione di Mina, a chiedere spiegazioni e novità, cui gli pareva di avere diritto, un forte desiderio di rivedere coloro da cui si era separato in maniera inaspettata il giorno precedente a Genova e ascoltare il loro rientro a Milano, aveva desiderio di notizie delle persone che gli premevano e perfino l’abituale abluzione mattutina gli parve un ostacolo da superare il più in fretta possibile. Pianificò di telefonare ad Alfeo per farsi venire a prendere con la sua macchina, che era rimasta in consegna all’amico e poi andare insieme alla ricerca dei colleghi ma fu prevenuto dallo stesso che arrivò a casa sua accolto dai genitori mente era in bagno, per cui poté felicitarsi di accorciare le incombenze prima di intraprendere il giro che si era imposto, ora poteva farlo in compagnia, e forse ne aveva bisogno, il sonno era stato denso e pesante ma non molto ristoratore, piuttosto foriero di strani presagi, quelle sensazioni che non sono delle premonizioni, perché Germano era un tipo coi piedi per terra, ma che ti inducono a guardare la realtà con una prevenzione sospettosa senza sapere bene perché e senza che alcunché di preciso prenda forma nella mente; uno stato d’animo più che altro.

La vista di Alfeo lo mise di un umore decente, non proprio di “buon” umore ma in uno stato d’animo sufficientemente positivo per potere affrontare la giornata, che presumeva ricca di novità, forse non tutte buone. La compagnia del collega gli consentì di scavalcare la dogana famigliare senza tante domande e discorsi ritriti, per via della differenza di generazione. Alfeo salutò la madre di Germano il quale fece altrettanto e uscirono di corsa in strada, dove Germano domandò all’amico se voleva accompagnarlo prima a casa di Mina e poi dai BDdLC, nelle persone di Sandro e Claudio, Alfeo ne fu felice e si avviarono.

l’Oscuro… lo Scuro… …

Forse è il caso di sottolineare che l’ingenuità di Mina era stata un po’ presuntuosa; l’essere consapevole di avere avuto un colloquio con un magistrato, sebbene in circostanze non formali e fuori da un palazzo di Giustizia, probabilmente era qualcosa che avrebbe dovuto condividere con le sue conoscenze, almeno quelle più coinvolte, ma era in preda ad una contraddizione logica e mentale che non riusciva a sanare, in cui non riusciva a trovare il senso, persa fra il desiderio di protrarre un po’ la sua storiella con l’Antonnomi e l’intima repulsione che aveva provato la sera precedente per la sua amica di sempre. Era come fuori di sé, non per un senso di rabbia, sentimento che provava raramente, quanto per l’inaspettata novità che con la subdola collaborazione di altri gli aveva propinato l’amica, di cui proprio non riusciva a trovare un nesso nella sua persona; se quello che ieri sera gli era stato chiesto neanche troppo velatamente era vero – e lo era -, qualche cosa nella sua vita doveva essere riveduto, forse non corretto perché il passato è monolitico, ma andava tenuto presente.

TV

La serata a casa dei Fernet–Speddenno era terminata in una noia mortale, per lei, che si era rintanata in una specie di mutismo ermetico attraverso il quale osservava i presenti auspicandosi la sortita da quello strano appartamento nel più breve tempo possibile, quelli però l’avevano tenuta sotto blandizia per un tempo che a lei parve infinito come se si aspettassero di essere ricompensati per la loro ostinazione e perseveranza e attendessero il giusto godimento delle loro istigazioni nella sua gioiosa accondiscendenza. Se lo potevano scordare, pensò Mina osservando quei due tizi strani che sembravano un’imitazione pretesca della cinematografica famiglia Addams. Mina si era trovata a sperimentare una realtà di sé stessa che non gli corrispondeva proprio nell’immagine che aveva di sé e l’amica di sempre le apparve d’improvviso una perfida idiota di cui non sapeva più cosa pensare, perché con tutti i segreti che avevano condiviso avrebbe potuto metterla in imbarazzo con più di qualcuno e intristirgli il presente oltre ogni previsione. Tenne duro e li prese tutti per stanchezza, riuscì a defilarsi insieme con la fedifraga Guendalina ad un’ora che non era ancora tarda, per cui la sua amica le propose una continuazione della serata a cui oppose la scusa di una provvida cefalea e si fece portare a casa ostinandosi nel suo mutismo mascherandolo con l’espressione del mal di testa tipo.

Quando arrivarono sotto casa sua e l’amica le augurò la buona notte scambiando con lei il classico bacini-bacini-ci-vediamo-domani, sperimentò la sensazione di Cristo nell’orto dei Getsemani.

La notte insonne non le portò alcun consiglio e la mattina, in preda ad un totale senso di ripicca verso alcuno di definito o verso il mondo tutto, era uscita di casa un po’ prima del solito senza una meta precisa ma con l’intenzione di attuare qualcosa o chiedere aiuto o consiglio, benché non avesse nessuno con cui potesse mettere in chiaro la sua vita senza mettere in imbarazzo il suo interlocutore e se stessa. Prese la macchina con l’intenzione di recarsi dalla sua vecchia conoscenza originaria di Gallarate – e non della Cina-, per chiedergli che cosa mai gli era venuto in mente di mandarla a cercare e rivangare un passato che lei considerava remoto e defunto, ma del soggetto non aveva notizia di recapiti recenti e validi, poi le indecisioni si fecero contorte e inestricabili, pensò di telefonare invece all’Antonnomi e cercare un po’ di sollievo nella sua (di lui…) sicurezza esistenziale, poi scartò anche quell’ipotesi e pensò a Germano, ai suoi colleghi, alle sue amiche, quelle del periodo positivo, dell’università, delle feste senza bamba e senza vecchi maiali e le venne il timore di non avere nulla in comune con loro, di essere terribilmente isolata senza alcuna prospettiva di superare difficoltà che trovavano radice nella sua adolescenza, si sentì terribilmente sola, ma non troppo o non per davvero, il commissario Bellosi in persona la stava tampinando per vedere dove l’avrebbe condotto e cosa gli avrebbe fatto scoprire, mentre Rino e Aldo stavano alla posta di soggetti a lei connessi.



Quando Germano scese in strada per dirigersi alla Panda parcheggiata lì vicino, Aldo si drizzò sul sedile della Tipo bianca fornita dai contribuenti e borbottò qualcosa fra sé in un tipico frasario ironico, come per annotare mentalmente, poi considerando la presenza di Alfeo a fianco del sorvegliato annotò sul suo taccuino l’ingresso in scena di un nuovo personaggio vestito di nero. Che cosa avesse fatto Mina il pomeriggio precedente era ormai acclarato agli atti della legge, ora si aspettavano che gli sviluppi si biforcassero o in direzione del Cinese o dell’Antonnomi, fino alla tana della Brigonzi e magari oltre… magari…

Saliti in macchina, Germano alla guida, Alfeo finse di essere distratto ma in realtà stava osservando il suo collega ed amico con una certa aspettativa di risposte su atteggiamenti di cui era stato inizialmente compartecipe e poi tenuto all’oscuro per sopravenute oscure urgenze. Per qualche minuto Germano non disse nulla, poi quando furono bene instradati nel flusso ordinario della circolazione guardò Alfeo e gli disse:

– Ti ringrazio per non avere fatto domande l’altra sera e per avere preso in consegna la mia macchina fino ad oggi.

– C’è qualcosa che sarebbe meglio che sapessi? – chiese Alfeo timidamente.

– Forse sì, anche se non ne sono completamente al corrente nemmeno io. Quello che so è che un tizio che Mina conosceva anni fa, un tizio davvero pericoloso, pare che sia una specie di delinquente, un trafficante di droga ad alto livello, uno che bazzica gente infida e che specula sulla vita delle persone, beh, pare che questo tizio si sia messo in testa di contattare Mina per motivi sconosciuti inerenti i suoi traffici.

Traffico

Germano guardò Alfeo per un istante e poi proseguì.

– Che cosa voglia non lo so ma di certo non è per amore dei loro vecchi tempi, di cui so poco o nulla, anzi, direttamente nulla. Però il professor Trifarro si è offerto, dietro un coinvolgimento un po’ casuale e un po’ ingenuamente cercato, di offrire il suo aiuto tramite conoscenze che ancora non mi so spiegare e ci ha consigliato caldamente di starcene alla larga da Milano per un po’ di giorni. Poi l’altra sera al Sole Nero, d’improvviso, come se ci stessero pedinando, s’erano fatti vedere alcuni tizi che il Cusani giura siano connessi con questo ex amico di Mina e tutto ad un tratto è successo che abbiamo deciso di lasciare Milano nella maniera che potevamo improvvisare e ci siamo separati, Mina con Guenda (e qui Germano fece una faccia strana guardando verso Alfeo), che mi pare interessata a te – e rise sommessamente e distrattamente guardando l’asfalto che scorreva davanti al veicolo in movimento – e io insieme al Cusani e al Marzenit ci siamo diretti al Genova per partecipare alla protesta contro il G8. Da allora non ho notizie di Mina, e di Claudio e Sandro so che dovrebbero essere rientrati a Milano ma non voglio disturbarli almeno fino a mezzogiorno.

– Siete stati a Genova? E cosa avete fatto? Avete davvero preso parte alla protesta?

– No, ci siamo limitati a sopravvivere, ed è stato anche impegnativo. Ehi, il professor Trifarro non ci ha più contattati, tu ne sai nulla di lui, l’hai visto per caso?

– Credo che abbia altro da fare in questo momento, è stato mandato a Trieste per un convegno e rientrerà lunedì, o forse già domenica sera ma questi sono fatti suoi.

Illiria

– Chi te l’ha detto?

– Me lo ha detto qualcuno … Dove stiamo andando?

– A casa di Mina, sono un po’ in pensiero per lei, non ci sentiamo dall’altra sera e con questa gente che gli gira intorno…

– Sei geloso? Che cosa hai paura che gli facciano?

– Geloso? A che cosa serve? No, qui c’è qualcosa di pericoloso che ci sta ronzando attorno e non ho la minima idea di chi o cosa, a parte quel tipo uscito dalla preistoria di Mina.

Alfeo non fece commenti ulteriori e comunque erano arrivati nei pressi dell’abitazione di Mina, Germano parcheggiò e gli chiese se voleva salire anche lui:

– Non mi sembra il caso, se avete qualcosa da chiarire potrei essere solo d’intralcio, ti aspetto qui, poi eventualmente andiamo da qualche parte insieme.

– Va bene, torno tra poco.

Con i genitori di Mina Germano non aveva un gran rapporto, non che gli stessero antipatici o li ritenesse strani, semplicemente non ne aveva uno. Il padre di lei era poche volte o quasi mai in casa in orari lavorativi e se non in ferie, e la madre aveva sempre un atteggiamento spiccio, non di rado ironico, di quell’ironia gratuita stile adulti delusi dalla vita e poco propensi a comprendere o soffermarsi a considerare punti di vista differenti, quegli adulti che evitano l’autocommiserazione sfogando il sarcasmo sull’esistenza altrui. Non che trovasse la cosa scandalosa o fosse egli stesso permaloso per certe affermazioni che si pretendevano spiritose sulle cose della vita in generale ma che dimostravano invece un arretramento in sé stessi piuttosto che una critica vera e propria, piuttosto per una irritante sensazione di stranezza che sfociava in una antipatia, tollerata per il bene della sua frequentazione con Mina. Germano a volte si domandava quale atteggiamento avesse tenuto quella donna durante le sue lezioni, perché aveva effettivamente insegnato per molti anni, e ogni volta giungeva alla conclusione che avrebbe preferito non averla mai avuta per insegnante e siccome così era stato si felicitava con sé stesso per il pericolo scampato.

– Mina non è in casa.

Fu la risposta secca e non specificamente richiesta della voce mammesca al citofono quando lui aveva semplicemente detto «Sono Germano». Quella risposta così immediata gli si era tradotta nella mente come una specie di «Che ***** vuoi?», mentre lui voleva semplicemente avere notizie, che avrebbe potuto fornirgli se gli avesse semplicemente detto «Sali», o se avesse semplicemente aperto il portone per farlo entrare nel condomino, così aveva dovuto insistere, e a nessuno piace essere insistente.

– Posso salire un momento?

Invece di dare una specie di benvenuto preventivo con un «Sali pure», la serratura si aprì con lo schiocco tipico mentre lui immaginava un «E vabbè, se proprio insisti ti faccio salire».

Festa della Mamma

La madre di Mina lo stava aspettando sulla porta come se temesse di lasciarlo entrare e quando se lo vide sul pianerottolo neanche si scansò per dire un semplice «Accomodati» e solo ostinandosi ad avanzare verso di lei la donna si scansò per farlo entrare, il Gran Lavoratore non era in casa. Ora, la madre di Mina non era certamente una persona sgarbata, visti anche gli studi e le esperienze scolastiche attraverso le quali si acquisisce sempre, o quasi, una certa attitudine alla convivenza civile, però Germano gli aveva sempre riscontrato quei modi che non sono proprio rudi ma che cercano sempre di metterti in buca, come se la vita dovesse essere necessariamente un campo da golf.

– Hai un aspetto strano – disse la donna osservandolo un po’ da sotto in su.

– Sarà perché ho mal di testa – disse Germano che aveva dormito sei ore su oltre quarantotto.

– Hai sbattuto la testa contro la colonna di Sant’Ambrogio?

Colonna del Diavolo – Milano

Ecco, questa era la tipica battuta mamma-di-Mina-«”»style«”». Sebbene non esista in Milano una colonna di Sant’Ambrogio, a Germano parve di cogliere un indizio deviante, per cui la colonna di Sant’Ambrogio si trasferì mentalmente nell’etimo colonna, e lui lo sapeva chi ci aveva sbattuto la testa contro la colonna di Sant’Ambrogio – che in realtà si chiama “Colonna del Diavolo” -, e con quali protuberanze, secondo la leggenda nota a tutti i milanesi. Restò un istante senza parole, perché sapeva che quella donna era priva del sense of humour, quello bonario del fare le battute tanto per ridere. No, alla donna piaceva essere ficcante e certamente credeva di stare un gradino al di sopra degli altri, quella minima altezza che la femmina riteneva essere la distinzione fra l’astuzia e la coglioneria. Germano non raccolse e si limitò a dire:

– Dove la posso trovare?

– Non ha detto dove andava e non so quando tornerà.

– Sa per caso per quale motivo tiene il cellulare spento? Non riesco nemmeno a telefonargli.

– Questo proprio non lo so, comunque anche ieri sera ha usato il telefono normale – e indicò l’apparecchio posato sopra un piccolo trumeau che cercava di stare appiattito contro il muro nel corridoio non troppo spazioso di un appartamento tipo dell’urbanizzazione da assalto frutto dello sviluppo del paese.

Germano si domandò se la donna sapesse degli interessi morbosi che il cosiddetto Cinese nutriva ultimamente nei confronti della sua figliola e senza esitare si rispose da sé che no, non lo sapeva e da Mina certamente non lo avrebbe saputo e tanto meno da lui. Si domandò anche se fosse proprio il caso di essere così strafottenti verso la vita, specie dopo avere tratto la propria bella figliola dalle grinfie di un futuro abbastanza pessimo, ma qui si fermò, il moralismo non era il suo campo e nemmeno lo sarebbe diventato, la donna comunque non si meritava la verità, per cui giunse ai saluti.

– Mi farebbe la cortesia di dirgli di mettersi in contatto con me appena può?

– Senz’altro – disse la donna con una gentilezza sospetta, e poi subito aggiunse – Vuoi qualcosa per il ma di testa?

– No grazie, adesso mi passa. Devo andare, grazie di tutto e scusi il disturbo.

Germano sorrise verso la madre di Mina, agitò una mano in segno di saluto e si avviò alla porta, con un certo sollievo. Gli parve di udire qualcosa che aveva la parvenza della voce della donna quando si chiuse l’uscio alle spalle ma non ne fu certo, però scese in strada accompagnato da una brutta sensazione che si dissolse quando vide il volto sereno e un po’ ingenuo di Alfeo che lo osservava avvicinarsi alla Panda.

– Non è in casa – disse Germano salendo in macchina.

– Quindi?

– Si va a casa di Dott. Cynicus o di Sandro, anzi, passiamo a svegliare Dott. Cynicus e poi andiamo a casa di Sandro, niente parenti in mezzo a fare domande.

Seduto nella Tipo bianca Aldo osservò il suo soggetto uscire dal condominio dove abitava Mina e si fece l’idea che quei due non lo avrebbero condotto ad alcuna novità. Non ebbe nemmeno bisogno di chiedere conferma o autorizzazione perché il commissario Bellosi lo contattò per farlo rientrare, novità in vista, pensò Aldo, e dal tono di voce non troppo buone.

Prossimamente il trentaseiesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (34)

romanzo a puntate (34)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXIV°

(34)

Milano

Venerdì, 20 Luglio 2001

Il breve colloquio con il dott. Gridero aveva messo Bonbon in uno stato di quasi agitazione, in specie la calma inquisitoria con cui gli aveva posto quelle poche e semplici domande, che dal suo punto di vista avevano assunto quasi immediatamente una sorta di considerazione sullo stato di fatto dando quasi come scontata una sua certa dipendenza da sostanze stupefacenti riassunta in quella parola quasi ridicola e orribile quando sentita pronunciare da un vegliardo e pure della pula, lo «sballo», e chi parla mai un tale linguaggio? Forse nei telefilm americani o di altra importazione, che essendo doppiati traducono alla meno peggio uno slang difficilmente sovrapponibile in un’altra lingua, vuoi per la fretta di mettere in palinsesto un prodotto da collocare in antagonismo alla concorrenza, vuoi per il dovere di fare combaciare il movimento labiale con qualche baggianata da far dire al doppiatore senza che via sia una scansione fra il sonoro e la pellicola.

William Girometti – Colonna sonora

Sballo era una parola che non usava nessuno di quelli che conosceva e la sentiva solo e unicamente alla televisione durante quelle trasmissioni-reprimende sull’uso di sostanze più o meno dopanti, oppure da parte di genitori timorosi del futuro della loro progenie, oppure da parte di giovani contadinotti intenti a dirigersi in discoteca ad una velocità sovrastimata rispetto alla tenuta di strada dell’utilitaria regalata da papà o acquistata a rate e ad un’ora abbastanza tarda da potersi dire antelucana e con sufficiente alcol in corpo da considerare i lampioni della pubblica illuminazione come un percorso da slalom gigante. Quella parola così vuota e assurda in un contesto di indagini – perché ormai era chiaro anche a quella zucca vuota di Bonbon che c’era un’indagine in corso e che gli stava girando intorno senza che ne avesse avuto alcun sospetto -, quella parola da tamarri o da coatti, gli diventava così odiosa quando la sentiva intrufolarsi nella sua esistenza che quasi crollava in uno stato di depressione catatonica, in una condizione di vita vissuta in differita, come se il mondo gli pervenisse attraverso uno schermo senza che avesse alcuna possibilità di interferire con ciò che gli capitava o con cui aveva a che fare.

Uno stato di inadeguatezza relazionale che gli presentava la parola «sballo» come una depravazione dell’intelligenza sociale prima ancora che di una pratica giovanile per sperimentare emozioni un po’ forti, che di solito le persone un po’ avanti con gli anni non fanno, o hanno imparato ad evitare. Ecco, ciò che gli riusciva difficile da mandare giù era il fatto che qualcuno pensasse che per lui la roba rappresentasse uno «sballo», quando invece altro non era che un tentativo di fuga da una realtà che non gli piaceva, dall’aggressività di certi personaggi che riusciva a sopportare o ad affrontare solo quando aveva in corpo una sufficiente quantità di coca, o anche solo di marijuana o hashish o una qualche maledetta pasticca che gli evitasse di percepire la crudezza della vita senza che ciò lo introducesse in alcun mondo piacevole o incantato, non c’era alcuno «sballo» nella vita di Bonbon, solo una fuga da se stesso e dalla realtà, e quando qualcuno gli faceva capire con quella specie di ammiccamento che la parola «sballo» rappresentava alle sue orecchie, che lui, Dino Dabbono alias Bonbon per gli amici, era uno che si dedicava allo «sballo», beh, allora si sentiva davvero incompreso ed escluso dalla società in maniera definitiva.

Locandina di film

Oltre a questo stato di quasi prostrazione nei confronti dell’esistenza Bonbon si sentì come scoperto davanti a coloro che riteneva non avessero mai nemmeno sospettato una sua dipendenza dalla roba, sì, un cannone ogni tanto durante qualche serata in compagnia se lo faceva volentieri davanti a tutti, ritenendo di restare nell’ambito di normali atteggiamenti in uso fra i suoi coetanei, ma quando si faceva le sue piste di coca cercava sempre la maggiore riservatezza possibile illudendosi che nessuno se ne sarebbe accorto, ed ora, questo benedetto dott. Gridero gli scodellava lo stato di fatto come se fosse una cosa già nota senza dovervi nemmeno fare commenti sopra. Bonbon cercò nella sua memoria i volti e le espressioni dei suoi conoscenti e amici negli incontri più recenti sforzandosi di individuarvi il ghigno ironico di malcelata disapprovazione o di uno sfottò represso o borbottato sottovoce in maniera incomprensibile ma tutto ciò che gli venne alla mente fu il comportamento usuale dei suoi colleghi di università, allegri quando in compagnia, impegnati e a volte piuttosto tesi in facoltà, ma nessun loro atteggiamento pareva indicargli qualcosa di spiacevole sul suo conto, come una fredda sopportazione, o anche solo una parola incauta gettata lì per malizia.

Si convinse che in qualche modo e a sua insaputa i suoi amici e colleghi lo stessero trattando con sufficienza, che fossero a conoscenza delle sue debolezze, della sua dipendenza, dei suoi traffici, che recentemente avevano coinvolto una persona che stimava e della quale si reputava amico, i suoi fingimenti, le sue trasformazioni per apparire “come sempre”, atteggiamento che adesso, visto da un’ottica di retrospettiva, gli appariva crudelmente ridicolo immaginandosi in un sé “come sempre” burattinato da un essere amorfo che sperimenta la vita da dietro uno schermo deformante.

Strane ipotesi e pensieri ubbiosi riguardo ai coinquilini del micro-locale sovraffollato in cui abitava vorticarono nella sua mente senza che riuscisse a giungere ad un risultato appagante per la sua autostima; dei suoi compagni di stanza sapeva quel tanto che bastava a raggiungere un equo e ragionevole accordo ogni qualvolta dovevano affrontare problemi comuni o spese collettive, oppure in caso di seccature tecnologiche con la caldaia o con lo scarico del lavandino per interpellare il proprietario dell’alloggio, il quale si limitava a far comparire un pensionato ex lavoratore di non-si-sa-bene-cosa pagato in nero che sbrigava alla meno peggio quanto gli era stato richiesto nel minor tempo possibile, come se avesse schifo di restare troppo a lungo in quel tugurio e avesse fretta di tornarsene al suo superattico con vista sulla Madunina (smog e nebbia permettendo), per il resto i suoi coinquilini non gli avevano mai fatto troppe domande, né lui ne aveva poste a loro. Due di questi erano studenti in altre facoltà, il quarto era un tipo taciturno che era emigrato dal suo paese per trovare lavoro e guardava i suoi compagni di stanza con un certo distacco, che Bonbon aveva interpretato come una specie di invidia, e per la poca confidenza che intercorreva fra lui e i tre studenti e per la stanchezza che il tipo pareva patire a causa dell’attività che svolgeva, sulla quale Bonbon non aveva mai investigato troppo limitandosi a riscontrare sul soggetto un’autentica spossatezza ogni qualvolta gli capitava di vederlo rientrare la sera, cosa che succedeva abbastanza di rado, essendo lui stesso impegnato nel suo personale stress alla ricerca di qualcosa contro lo stress, che gli procurava immancabilmente molto stress. La roba non gli bastava mai, ora ne aveva necessità come se fosse parte del suo sangue.

… contro il logorio della vita moderna …

Quando riusciva ad accaparrarsene un piccolo quantitativo bastante per un paio di giorni o anche più non se la portava mai appresso ma la nascondeva nel suo alloggio, come aveva fatto la mattina precedente quando Rico e Ahmed gli avevano dato una bustina panciuta non poco più grande del solito. Ancora non se l’era pippata tutta e se la coccolava mentalmente fra le angosce e i timori di essere scoperto e/o peggio ancora privato della sua roba dai suoi partner di stanza per paure – non tanto fuori luogo – riguardo la polizia, i carabinieri, la guardia di finanza e così via, e già si immaginava i suoi stimati coinquilini, scovato il suo malloppo, strillargli contro i peggiori improperi ad un volume talmente eccessivo che anche dal pianterreno avrebbero capito ciò che stava succedendo, per concludere la sceneggiata con il rumore dello sciacquone che inghiotte definitivamente le sue magre scorte, gettate nel sifone da uno dei suoi conviventi con un plateale gesto di spregio. Paure non campate in aria da quanto aveva sperimentato poche ore prima nell’ufficio del dott. Gridero, per cui si rese conto che qualche provvedimento andava preso, se non altro per non essere colto all’improvviso da un’irruzione nel suo alloggio.

Carta «”»Magic«”»

Frammezzo ai sensi di colpa, l’orrore di se stesso identificato nella sua persona come se fosse un altro sé da cui voleva prendere le distanze, la paura per le indagini, che al momento lo avevano solo sfiorato ma che gli avevano fatto percepire l’idea di un pericolo concreto per il suo perbenismo o almeno per l’aspirazione a tale status, i timori verso i suoi compagni di stanza, la vergogna di se stesso per non avere osato opporsi all’intromissione del Cinese nella vita di Mina, tutta la precauzione che la sua mente fu in grado di produrre fu la semplice idea di trasferire il suo tesoretto nell’alloggio abusivo di Bruna, ritenendolo luogo idoneo, senza beninteso renderne edotta la sua compagna.

Fu intorno nella tarda serata che la sua solitudine si fece pressante e insopportabile per uno come lui abituato a feste, ritrovi, riunioni con coetanei, bagordi stile micro rave party, come se la presenza di sé stesso a sé stesso gli fosse intollerabile e il silenzio attorno a lui gli sembrasse un anticipo dell’oltretomba. I suoi compagni di stanza quella sera erano tutti fuori e non poteva fruire nemmeno del piacere di potersi lamentare dell’insopportabile presenza di qualcuno che, sì forse contribuiva ad alleggerirgli i costi abitativi ma che si imponeva con la propria esistenza generando delle inevitabili insofferenze, amplificate dalla stretta coabitazione. Ciò che aveva appreso di Bruna, in seguito ad una certa sua inavvedutezza nei suoi confronti, era la sua decisa idea di libertà, quella strettamente personale e non quella sbandierata dai politici e attuata dalla impersonale Burocrazia, che si concretizza unicamente in nuove leggi e nuovi limiti per i cittadini; Bruna era il tipo di persona che vuole fare proprio ciò che vuole, con poche deroghe e mediazioni, prova ne era il fatto che abitasse un immobile occupato abusivamente quando, in virtù della sua attività e del suo lavoro, avrebbe potuto permettersi di vivere come qualsiasi altro cittadino della classe cosiddetta media, definizione sulla quale la matematica non ha alcuna influenza, e la contabilità correlabile è una pura apparenza che viene inscatolata negli estremi fiscali.

Seduto al tavolo che serviva da scrittoio, quando non serviva da mensa o per qualsiasi altro uso che prevedesse un piano di lavoro utilizzabile, si palleggiava il telefono da una mano all’altra come se stesse aspettando che suonasse da un momento all’altro, anche se dalla sera precedente non aveva concordato alcun appuntamento con la sua compagna. Superati i timori di una incazzatura da parte di Bruna, che sebbene cosa rara gli era capitato di sperimentare e non ne serbava un bel ricordo, si decise a chiamarla per sentire se era disponibile a vedersi da qualche parte per concludere poi la serata a casa di lei, ma questa seconda parte non gliela avrebbe enunciata telefonicamente.

Menadi – Bassorilievo

Quando il suo cellulare squillò Bruna era nella sua Twingo® nera, uscita da poco dalla casa dei Fernet – Speddenno, avendo terminato la sua comparsata come richiestogli gentilmente dalla sua amica Sara, la quale si era complimentata per la tempestività e la nonchalance del suo atteggiamento; quale fosse poi lo scopo di una tale richiesta era cosa che a lei interessava in maniera laterale, ciò che gli premeva era la gratificazione dei suoi amici per il prosieguo di un certo scambio di favori e di frequentazioni, soprattutto queste ultime per protrarre il più a lungo possibile una giovinezza un po’ stiracchiata ma comunque ancora molto vivace, per quanto a tratti un po’ ingombrante quando si mescolava a degli studenti mediamente di una quindicina d’anni più giovani, lei però sapeva imporre il suo atteggiamento gioviale e il suo aspetto fisicamente esuberante mostrandosi aggiornata agli andazzi giovanili e informata a sufficienza sugli argomenti in voga senza cadere in quelle gaffe colloquiali che possono distinguere una persona vecchia da una giovane; aveva ancora slancio per le novità e disposizione al divertimento fine a se stesso. La voce di Bonbon la colse in un momento di positività nei suoi riguardi, non avendo programmato alcunché nella serata a causa dell’impegno in casa di Sara, per cui assecondò immediatamente il desiderio del suo amico dicendogli che sarebbe passata a prenderlo per poi andare direttamente a casa di lei, dove con calma avrebbero deciso come e dove trascorre una nottata possibilmente piacevole.

Bonbon non la faceva mai salire nel suo alloggio, un po’ si vergognava, benché non ne avesse motivo, considerata la sistemazione abusiva di Bruna, più che altro non ne vedeva l’utilità, visto che in qualunque momento uno qualsiasi dei suoi coinquilini avrebbe potuto fare irruzione nell’unica stanza abitabile, in totale assenza di qualcosa di assimilabile alla privacy, lui glielo aveva spiegato e lei non aveva fatto la minima rimostranza e poi a Bonbon non andava di dovere dare spiegazioni ai suoi compari di alloggio, di fare quelle presentazioni che sono solo una farsa di tolleranza quando costa già fatica dovere sopportare qualcuno che forzatamente convive nello stesso monolocale; l’aspettò in strada e da lì Bruna passò a caricarlo per portarselo temporaneamente a casa.

Il buon umore di Bruna sollevò un po’ il morale di Bonbon, che non aveva voglia di sfogare con lei le sue frustrazioni personali e i suoi drammi interiori, però non resistette alla tentazione di metterla a conoscenza della sua puntata nell’ufficio del dott. Gridero, un po’ per verificare se aveva scoperto qualcosa delle sue tresche della sera precedente e un po’ per ascoltarsi parlare di qualcosa di interessante e darsi un atteggiamento colloquiale, Bruna fu molto curiosa del fatto.

Giustizia Corporativa – Bassorilievo

– E cosa ti ha chiesto di preciso?

– Mi ha fatto aspettare per un’ora e più e poi mi ha fatto pochissime domande.

– Quali domande?

– Mi ha mostrato delle foto di alcuni tizi e mi ha chiesto se li conoscevo.

– E tu li conoscevi?

– Ma certamente no – mentì spudoratamente Bonbon – e se anche li conoscessi non glielo avrei certo detto, se ti lasci sfuggire qualcosa con quelli non sei mai a posto. Ehi, a proposito di persone conosciute, sai chi credo di avere visto presso il suo ufficio?

– Sentiamo… chi?

– Non mi viene il nome adesso, ma è uno importante, mi pare di averlo visto un paio di volte in un notiziario locale, aspetta, si chiama… si chiama, ah, sì, Antonnomi. Ho sentito dire che è una persona molto influente, uno che può spianare parecchie cose se ci si mette e se sei nelle sue simpatie.

– E cosa ci faceva lì?

– Non lo so, ha parlato per un po’ con quel tipo che poi mi ha interrogato e poi sono andati via insieme e ho dovuto aspettare là per un’ora prima di potermi liberare.

– Ci hai parlato con questo Antonnomi?

– No, che mai avrei potuto dirgli? E comunque non c’era né il modo né l’occasione, pareva un po’ teso e io ho fatto finta di non averlo riconosciuto…

– Mmh, forse hai perso un’occasione per il tuo futuro… – disse Bruna sfottendolo un poco.

– Perché?

– Perché quello, come hai detto tu, può aprire molte strade…

– Sì, a uno studente squattrinato come me… per lui faccio parte della folla trasparente, non mi ha nemmeno notato, ma forse per altre persone… – e sbirciò i seni di Bruna – e comunque il tribunale non pare luogo adatto a certe conversazioni…. e comunque avrà il doppio della mia età… e comunque …

Bruna subito non disse nulla ma aveva notato quello sguardo di sguincio e il nesso sottinteso, poi aggiunse, come per maliziare sull’argomento:

– Se ho inteso chi è li porta molto bene i suoi anni e si dice che sia un tipo molto galante.

Bonbon non disse nulla, questo aspetto di Bruna lo sconvolgeva. Non gli riusciva di mettere insieme i pezzi caratteriali di una che abita in uno stabile occupato abusivamente con le aspettative riflesse su di un personaggio pubblico e importante, la ribellione insieme con l’adulazione del potere con mire di ritorno esistenziale. Quando lei aveva di queste uscite Bonbon restava in silenzio, non sapeva più come affrontare la conversazione, era come se Bruna lo scandalizzasse con qualcosa di incomprensibile e inaccettabile mettendolo da una parte in una – per lui – molto imprecisa interpretazione della vita.

Renault Twingo

Nessuno dei due disse più alcunché fino alla destinazione, dove, sotto gli sguardi annoiati di alcuni residenti dei condomini circostanti, quelli la cui residenza risulta regolarmente catalogata all’anagrafe, obbligati alla stanzialità estiva per carenza di pecunia, età avanzata, o disoccupazione protratta, abbandonarono il veicolo dirigendosi verso lo stabile ufficialmente inagibile ma regolarmente insediato. Il numero degli occupanti era mutevole come la stagione e il tempo, e il ricambio aveva una certa continuità, tranne pochi affezionati identificati, e questo termine non era casuale poiché erano stati “identificati” dalla polizia almeno un paio di volte durante i ciclici sgomberi in una famiglia derelitta con tre bambini in età scolare e la Bonfanti Bruna, più altri variamente numerosi che al momento non erano presenti; la Bonfanti Bruna occupava una serie di stanze, che lei chiamava appartamento benché non fossero molto organiche fra di loro ad essere definite con tale parola, disposte sul lato dell’immobile prospiciente l’ingresso, praticamente in bella vista dagli edifici di fronte.

In questi locali Bruna si era organizzata un minimo di riservatezza che riusciva a mantenere senza troppe difficoltà regalando consigli ai nuovi arrivati in qualità di decana e procurando loro informazioni sufficienti ad ottenere acqua potabile e corrente elettrica gratis, benché non con il dovuto confort e l’opportuna funzionalità, e non senza il pericolo di un’improvvisata manualità su apparecchiature da cui attingere i propri bisogni esistenziali; connettersi abusivamente alla rete elettrica pubblica è fattibile, ma altamente sconsigliabile. Da parte di Bruna occorreva anche una certa dose di coraggio, perché in quello stabile a volte si udivano strane discussioni e vi si intrufolavano soggetti mai visti prima per traffici sconosciuti e talmente temporanei da non lasciare la minima traccia, però il rispetto lei se lo era guadagnato con la prima occupazione, di cui era stata l’organizzatrice, per cui chi entrava in quell’edificio sapeva che era un po’ come entrare in casa sua, una di quelle leggi umane incomprensibili e sconosciute alla gente ordinaria, quella che si sente a disagio se non è classificata. A casa di Bruna non c’era “la privacy”, ma era meglio tossicchiare per annunciare il proprio passaggio, il proprio rientro o la propria sortita da casa; certe cose, certi avvenimenti è meglio che non vengano disturbati. A Bruna probabilmente andava bene così.

Nei pressi dell’ingresso Bruna domandò ad alta voce a Bonbon se aveva già cenato e Bonbon, accostumato alle usanze del luogo, rispose a tono in pari grado di decibel che aveva mangiucchiato qualcosa e comunque non aveva molta fame. Aldo, che aveva pedinato Bruna dando il cambio a Rino per conto del commissario Bellosi, annotò diligentemente l’ingresso della coppia nello stabile dimesso, qualcuno molto presto avrebbe fatto le opportune verifiche e riscontri. L’entrata era un portone senza chiusura su cui erano rimasti infissi gli anelli a suo tempo uniti da un lucchetto tagliato con le tronchesi la sera stessa dell’ultimo raid poliziesco, i cui sigilli della polizia erano l’unica garanzia per tenere alla larga la maggior parte della gente, quella meno pericolosa, le scale non erano illuminate perché nessuno si era preso la briga di allacciare abusivamente le parti comuni. Vicino al muro, lungo le scale, correvano alcuni cavi che portavano la corrente nelle parti abitate (?), c’era sempre da fare attenzione a non inciampare, salirono in silenzio, ciascuno concentrato sul proprio cammino. La zona che Bruna aveva riservato per sé era un piccolo gruppo di stanze che avevano un unico ingresso, sul quale lei era riuscita a fare installare, e poi conseguentemente a rabberciare in seguito alle incursioni delle forze dell’ordine, una porta che creava una piccola idea di una riservatezza che poteva venire aperta senza sforzo eccessivo e senza capacità di scasso, nessuno però si era mai azzardato a violare la sua intimità, e su questo fatto certuni giuravano su certe sue affiliazioni, amicizie, conoscenze, ammanicamenti pericolosi q.b. a far recedere da propositi sconvenienti nei suoi confronti. Bonbon un poco si adagiava nella sicurezza che quella donna esprimeva senza ostentazione, come se fosse la cosa più naturale del mondo, vi si crogiolava quasi intorpidito da tanta fiducia in sé e nelle proprie capacità, lui non ne sarebbe mai stato capace.

Copertina di libro

Non appena si furono appartati nelle stanze non sontuose ma abitabili (?) della residenza abusiva di Bruna Bonbon cercò una scusa per sgravarsi del piccolo fardello che intendeva mettere al sicuro e disse di avere necessità del bagno, dove si recò con una certa fretta, avendo già in mente il posticino che gli serviva per imboscare il suo tesoretto, essendosi già procurato di separarne una quantità per un po’ di righe da tirare in caso di necessità. Non che ne restasse una quantità ingente ma per alcune altre volte sarebbe bastata, l’unica cosa che lo preoccupava era il fatto di doversi recare in quel luogo, così privo di sicurezze civili e aperto all’intrusione di chiunque. Luogo sicuro per la sua bamba ma infido per qualcuno che teme l’aggressività delle persone. Dopo avere schiacciato la sua bustina – ora molto meno panciuta – nello stipite di una finestra che mostrava uno sbadiglio fra il telaio e la muratura nella parte alta e non esposta dell’infisso, se ne tornò nel reparto giorno insieme a Bruna, la quale se ne veniva dal frigorifero sbocconcellando qualcosa e con modi garbati e curiosi lo mise la corrente di avere incontrato la sua collega di università in casa di amici.

A Bonbon il ricordo dell’esistenza di quella persona, che gli aveva procurato conflitti interiori ed esteriori, causò un senso di nausea che riuscì a mascherare dissimulandolo in un atteggiamento distratto.

– Eh? – disse Bonbon voltandosi verso Bruna come se fosse arrivato adesso in casa sua.

– Sei con me o sei altrove? – lo rimbeccò Bruna – ho detto che stasera ho incontrato Mina, me l’hai presentata tu, ricordi?

Bonbon ricordava ma avrebbe preferito dimenticare e volare altrove con la conversazione, poi però, in un sussulto di consapevolezza, timore e forse anche per un fondo di rispetto per Bruna, si incuriosì del fatto, perché con le investigazioni che c’erano in corso era certamente meglio restare aggiornati.

– Dove per l’esattezza?

– Questo è un piccolo segreto.

– E di che avete parlato?

– Oh, l’argomento della conversazione mi sfugge, ci siamo solo salutati poi io sono stata impegnata con un’altra persona, ma dimmi… è vero che frequentava gente un po’ particolare? Da adolescente intendo.

Bruna civettava apertamente, si capiva, e a Bonbon questo atteggiamento da pettegola inscenato così inaspettatamente da Bruna risultò strano. Gente particolare? si domandò, e lo dice lei che vive in questo posto. Gli parve che Bruna lo volesse interrogare, che gli volesse estrarre informazioni sul conto della sua collega e in un sussulto di dignità si impose di tacere quello che sapeva, che poi non era molto, solo quell’accenno da parte degli sgherri del Cinese al suo primo anno di università, che gli aveva spalancato uno spiraglio abbastanza ampio per vedervi qualcosa ma che non era comunque sufficiente per snocciolare particolari senza fare entrare in scena la fantasia, quella più galoppante, perché lui Mina la conosceva solo dalla sua frequentazione della facoltà di lettere e filosofia. Il sussulto di dignità fu presto seguito da un’ombra di sospetto, perché Bruna non gli era mai parsa il tipo che fa domande insistenti sul conto della gente; in mezzo alla confusione che gli aveva causato la comparsa al cospetto del dott. Gridero trovò un barlume di consapevolezza sufficiente a farlo restare sulle sue, per cautelarsi da ulteriori domande che avrebbero potuto tirare in ballo il mancato inganno della sera precedente, cosa della quale si voleva cautelare con tutte le precauzioni, perché Bruna sì, faceva domande apparentemente sciocche, tipo vecchia comare, faceva affermazioni contraddittorie, come gli apprezzamenti sull’Antonnomi, però nel suo aspetto esteriore, nella sua facciata presentabile restava una specie di moralista, e se si fosse accorta di essere stata tirata in ballo per una tresca di cui era all’oscuro, apriti cielo, si sarebbe dovuto sorbire il suo lato peggiore, che non era mai abbastanza peggiore, specie per uno come lui, timorato di ogni atteggiamento aggressivo, da qualunque parte provenisse. Bonbon se la cavò dicendo semplicemente che la conosceva solo dall’inizio dei suoi studi in facoltà, Bruna però parve insistere.

– Mmh, dietro quell’aria da brava ragazza mi sa che cova una personalità un po’ più complicata. Ho idea che frequenti persone troppo diverse da loro e per interessi differenti che mi piacerebbe tanto conoscere.

– Non capisco proprio questa tua bramosia verso le persone, non ti ho mai sentito fare domande del genere sul conto delle persone che incontriamo.

– La gente che si conosce non la si conosce mai abbastanza. Prima o poi la gente che non conosci si incontra con gente che conosci, e viceversa, è solo questione di mettere tutto in relazione.

– E di questa relazione cosa intendi farne? – disse Bonbon facendo la faccia giusta, quel tanto che bastava per farla apparire un pochino severa e burbera da mettere un po’ allo scoperto la sua amica.

– Mah, nulla sono solo chiacchiere, sono un po’ stanca.

Prossimamente il trentacinquesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (33)

romanzo a puntate (33)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXIII°

(33)

Milano

Venerdì, 20 Luglio 2001

Lo spezzatino materno aveva messo Mina di buon umore, per tutta la cena aveva sbirciato i suoi genitori per immaginarseli nella nuova luce della confessione che sua madre le aveva fatto, tutta la bonomia di suo padre le appariva ora ridicola come non mai, tutte le gentilezze che le aveva profuso gli parevano così idiote e senza senso, quantunque ne serbasse un ricordo positivo e piacevole, però ora vedeva la sua famiglia sotto un aspetto diverso che lei si immaginò dover corrispondere ad una più matura comprensione della vita, dopo tutto nel mondo queste cose avvengo comunque. Quando si alzò da tavola salutò suo padre come se stesse gratificando un bambino, suo padre accettò quelle moine come un segno di rinnovata gratitudine filiale, poi i programmi da intraprendere con Guenda presero possesso di tutta l’attenzione e concentrazione di Mina, una serata tutta al femminile in compagnia di una conoscenza di vecchia data con cui condivideva molti momenti del suo passato, e a suo giudizio quasi tutti positivi, era una cosa che la riempiva di eccitazione e di un promettente divertimento, qualunque fosse.

Era occupata negli ultimi preparativi, agli ultimi ritocchi per una serata a sorpresa, come le aveva preannunciato Guenda al telefono, erano quasi le nove, ancora giorno quasi pieno, il sole intento a tramontare nella promessa di una caleidoscopica serata, di questo era convinta, perché l’amica aveva sempre risorse e sorprese condite da iniziative a cui lei non avrebbe mai pensato; quando suonò il campanello lei prevenne la madre, che era andata a rispondere al citofono, dicendo che era la sua amica e che sarebbe scesa lei a raggiungerla e le passò davanti in una corsetta felice diretta all’uscio dell’appartamento. Sua madre verificò dal terrazzo, riconobbe la vettura dell’amica di sua figlia e prima che questa sbattesse la porta uscendo riuscì a gridarle dietro un inutile:

– Non fate troppo tardi.

A cui non seguì alcuna risposta ma solo il lieve rumore dei passi di Mina che scendeva le scale invece di aspettare l’ascensore.

Mina raggiunse Guenda e si sedette in macchina e restò stupita per l’abbigliamento della sua amica, vestita in nero con un trucco un tantinino pesante per il suo solito e tutto sul nero:

– L’Alfeo deve averti proprio colpito.

– L’Alfeo…? Ah sì. Alfeo Tiranti, quello di ieri sera. In effetti è carino ma non è per lui che mi sono agghindata così. Ti piace? Ho pensato ad una serata dark, anzi di più… demoniaca! Ma solo per noi.

– Quale sarebbe il programma?

– Andiamo a casa di certi amici, sono persone un po’ particolari ma ti piaceranno.

Guenda osservò la mise di Mina aggrottando un occhio e alzando il sopracciglio di quell’altro, la scorse per tutta la lunghezza della sua figura e poi borbottò un bonario:

– Mmhsì… può andare. Il jeans stracciato è un po’ banale ma il top viola dovrebbe essere apprezzato.

– Pare che stiamo andando a casa di un duca, un marchese o qualcosa del genere.

– No, ma un certo protocollo non è fuori luogo.

– Che gente è?

– È una sorpresa – e sorrise maliziosamente fra sé, in un atteggiamento che a Mina non era nuovo e che aveva conosciuto anni addietro nell’ebbrezza di certe serate trascorse insieme.

L’idea di una serata a sorpresa parve scomparire nel desiderio insaziabile di chiacchiere che le due amiche avevano da scambiarsi, quasi non si vedessero da secoli. Guenda tentò con una certa insistenza di avere ragguagli circa l’avventura pomeridiana di Mina, di approfondire certi dettagli che ascoltati con l’orecchio di un uomo avrebbero sconfinato nel morboso, però Mina non dette troppo peso alla sottile insistenza dell’amica, la quale non finiva di meravigliarsi del fatto che la sua amica di sempre se la stesse intendendo con un tipo importante come l’Antonnomi e cercava di instillarle il tarlo dell’opportunità di una tale frequentazione, a cui lei però non prestò orecchio, o non più di tanto, accostumata alle precedenti esperienze della sua adolescenza con il Cazzarola, con il quale le cose funzionavano (?) nella misura in cui lei non ficcava troppo il naso nella sua esistenza, traendo le sue opportunità in maniera deviata e laterale aggirando le mascoline pretese di supremazia in una sorta di accondiscendenza tattica tramite la quale riusciva ad ottenere quasi ciò che voleva semplicemente lasciandogli credere di essere lui ad avere deciso.

Mina era di certo più accorta di Guenda e anche più intelligente, non nel senso scientifico del termine ma in quello di comprensione del mondo, verso il quale la sua amica le appariva a volte un po’ troppo credulona e non molto pratica ma comunque esperta a sufficienza da stupirla con novità, amicizie e conoscenze inaspettate. Di rimando Mina tentò di approfondire l’eventuale interesse che le sembrava essere fiorito fra lei e il suo collega di università, l’Alfeo Tiranti, ovvero Lo Scuro alias l’Oscuro, ma anche Guenda fu evasiva sull’argomento e forse ipereccitata riguardo a qualcosa che Mina ancora non comprendeva ma che doveva riferirsi alle persone che stavano andando ad incontrare, e a questo proposito Guenda per tutto il tragitto mantenne un sorriso malizioso sul suo viso carino ma dai tratti un po’ forti e quando la sua amica tentava di intrufolare una richiesta di spiegazione lei deviava dall’argomento con un silenzio malizioso accompagnato da un sorriso del tipo «aspetta e vedrai».

Tendenzialmente certe persone sono meno propense ad avere sospetti ed introspezioni paranoiche, si fidano del mondo, a modo loro ovviamente; tendono a vedere il lato buono della società, anche se stanno frequentando soggetti che starebbero meglio rinchiusi nelle patrie galere, o chissà, vedono in loro qualcuno che è perseguitato ingiustamente dalla società, qualcuno che in fondo non fa che fare i propri interessi, come tutti del resto, interessi dai quali traggono alcuni dei loro vantaggi sociali e dai quali non pensano minimamente a separarsi in una mentalità di comparazione che vede solo o quasi materialistiche opportunità, comunque innocue o innocenti nella loro ottica, senza domandarsi troppo da dove provengono.

Non è una caratteristica allocabile con esattezza, beninteso, ma certe persone vi indulgono un po’ di più e non vedono ragioni di sospetto quando invece la comunanza di vita con i soggetti sunnominati dovrebbe metterle in allarme, perché le cose “giuste” sono tali, eventualmente, solo a posteriori. E in effetti Mina e Guenda non si avvidero del controllo ravvicinato di uno dei ragazzi del commissario Bellosi, il quale le stava pedinando con una vettura di servizio dall’anonimo aspetto civile. Per ovvie ragioni il dott. Gridero, dopo la presentazione avvenuta nello studio-laboratorio del Vanzi aveva proceduto ad una immediata identificazione della bella topolona, alias Calludole Mina, e aveva ordinato una sorveglianza sufficientemente stretta da poter capire chi frequentasse e con che cosa e/o con chi si andasse a relazionare perché lui, il dott. Gridero, sentiva puzza di traffico di stupefacenti, di strozzinaggio, sfruttamento della prostituzione, corruzione e chi più ne ha più ne metta, ma aveva così pochi riferimenti che, sull’onda della tattica subita – prima nel suo ufficio poi nell’atelier del Vanzi – la cosa gli bruciava come se lo avessero offeso con un ferro rovente e su questo punto poteva contare sulla simpatia del commissario Bellosi, deluso altrettanto quanto lui. Le due giovani se ne andavano a zonzo per Milano come due scolarette ignare dell’attenzione che gravitava intorno a loro.

Nella vettura di Guenda il giochino della sorpresa teneva desta l’attenzione e la curiosità di entrambe in un indugio fatto di sguardi maliziosi e domande traverse per scoprire l’arcano da parte di Mina ma non vi fu verso. L’attesa non fu lunga e dalle parti di Piazza della Vetra Guenda cominciò a guardarsi intorno per cercare un parcheggio e in quella serata estiva con la città già in parte in vacanza la cosa non fu troppo complicata. Quando furono fuori dalla vettura e dirette a piedi in una direzione a Mina ignota, Guenda fermò la sua amica sul marciapiede e le tenne un breve corso di istruzione su come presentarsi a queste sue conoscenze.

– Senti… non è il caso che mi fai la sprovveduta, anche se non ci capirai nulla, devi solo evitare di stupirti e di fare domande imbarazzanti per cose che non conosci. Devi lasciare parlare loro, se avranno qualcosa da dirti o da chiederti. Sono persone affascinanti, vedrai, ti piaceranno.

– Ma insomma, chi stiamo andando ad incontrare?

– Ormai è inutile che ti risponda – disse Guenda fermandosi ad un portone austero di legno massiccio che introduceva ad un palazzo neoclassico restaurato ad ospitare appartamenti.

La facciata non aveva nulla di eclatante, le solite finestre con timpani triangolari alternati con quelli ad arco sopra ogni finestra e le bugne ad imitare un ingresso pomposo in pietra all’intorno del portone, la facciata tinta in ocra tranne le decorazioni architettoniche delle finestre, un edifico di quattro piani dall’aspetto di un monolite decorato in neoclassico incastonato nell’ordinaria architettura milanese, inframmezzata di edifici di varie fatte, epoche e stili.

Al citofono nessuno chiese alcun «Chi è?» e il portone si aprì con uno scatto secco riverberato dalla eco attutita dell’androne. Salirono senza parlare e Guenda si ostinava a tenere quell’espressione maliziosa e di aspettativa riflessa dal comportamento incuriosito della sua amica. Al terzo piano Guenda diede un ultimo intenso sguardo a Mina, in cui la malizia pareva cedere il posto a qualcosa di misterioso poi da una delle porte sul pianerottolo si affacciò una giovane donna che le fece accomodare, mentre dabbasso, in strada, Rino prendeva nota di tutti i nomi sulla campanelliera d’ottone, qualcosa sarebbe saltato fuori di certo.

– Questa è Mina – disse Guendalina presentando la sua amica – Mina questa è Sara.

Le due si strinsero la mano e si squadrarono rapidamente a vicenda. Sara indugiò un po’ troppo sulle fattezze di Mina, questa però vi era abituata, in qualche modo la sua bellezza, di cui era pienamente consapevole, faceva colpo su tutti, uomini e donne, non senza che qualche equivoco di quando in quando accadesse, ma in fondo lei non si scandalizzava e prendeva sempre la cosa più o meno come un complimento. Sara, il cui nome completo era Sara Speddenno, era di origini sarde e benché accostumata perfettamente alla tradizione milanese manteneva nel suo aspetto parte di quella greve femminilità antica e quasi mitologica che si esprimeva pienamente nei suoi lunghi capelli corvini e nei suoi occhi nerissimi dolcemente completati da un ovale quasi candido in cui le sue labbra piene, carnose e dall’aspetto soffice come un fiore o un frutto mediterraneo spiccavano di un rossore vivido un poco inquietante. Mina notò che Sara era vestita completamente di nero, sullo stile inalberato da Guenda per l’occasione, la quale di certo vi civettava un poco, mentre questa forse faceva sul serio.

Qualche sinapsi del suo cervello forse sbuffò per la noia, non le piacevano queste commedie esistenziali, la scuola del Cinese le aveva lasciato il segno con una spiccata avversione per i tipi strambi o non troppo coerenti con la vita di tutti i giorni, non che si scandalizzasse ma di fronte a queste persone si trovava sempre a disagio, in una incertezza comportamentale nella quale non sapeva risolversi se tacere o se dire banalità tipo «Chissà se pioverà», oppure «Giornata molto calda oggi», ma inevitabilmente queste frasi non bastavano mai e prima o poi si veniva ad un dunque nel quale lei ci sguazzava proprio male, mentre la sua accompagnatrice pareva in estasi, anzi era raggiante. Fortunatamente Guenda prese in mano la situazione e avviò una conversazione che pareva escludere la sua partecipazione e lei ne approfittò per guardarsi intorno a verificare quanto avesse dovuto sentirsi in imbarazzo e fino a quale misura avrebbe potuto eventualmente fare dell’ironia.

Copertina di libro

L’appartamento era signorile, il pavimento era di certo quello originale dell’edificio, in marmo e in graniglie decorate e l’arredo pareva di provenienza antiquaria, di quella autentica, costosa e ricercata, ad abbinare mobili, suppellettili e oggettistica in una specie di scenografia sulla cui espressività non potevano esserci dubbi: satanismo. Mina guardò la sua ospite a cercarvi conferma e non fece la minima fatica ad immaginarsela coinvolta in una cerimonia dell’occulto; tutto l’appartamento pareva un’appendice del locale in cui si erano ritrovati la sera precedente, una dependance nobile e riservata, senza intrusi, curiosi, e orpelli moderni o modernisti come i ritratti di Marilyn Manson e fotografie di scene cinematografiche, tutto appariva come l’apparecchiatura di una liturgia oscura, sebbene mancassero riferimenti iconografici diretti, come per esempio rappresentazioni di demoni, una specie di iconoclastia autoimposta doveva avere reso prevenuti i proprietari dell’appartamento, i quali in veste di co-abitanti di uno stabile condiviso, dovevano avere optato per un basso profilo, per quanto il luogo parlasse da sé; di certo i vicini non frequentavano questa casa, non volentieri almeno. Nel salotto Sara introdusse Mina e Guenda al suo compagno, il quale disse di chiamarsi:

– Nardo, Nardo Fernet – disse il tipo precisando nome e cognome.

Per qualche istante nessuno disse nulla, vi fu un lieve imbarazzo da parte di tutti e quattro durante il quale Nardo osservò le due ospiti soffermandosi particolarmente su Mina mantenendo un’espressione che non era di distacco, né di perversione o di perfido sentimento; era come se la guardasse intento a pensare alla maniera di aggirare la sua attenzione per sorprenderla in qualunque maniera possibile per imperscrutabili motivi. Guenda, con sollievo di Mina, riprese la sua solita loquacità, attirando su di sé l’attenzione della coppia in una conversazione molto generica e anche molto imbarazzata.

Mina si domandò se questi due sapessero o fossero stati informati della sua venuta nella loro casa, perché le parvero piuttosto indecisi nei suoi confronti. Si distrasse guardandosi intorno, la stanza era arredata nel medesimo stile austero, un paio di librerie esponevano da dietro vetrinette un buon numero di volumi, parte dei quali di aspetto antico, Mina non vi resistette e abbandonò mentalmente la compagnia concentrando la sua attenzione per cercare una conferma sui suoi sospetti ma si rese conto di non possedere le conoscenze opportune per valutare una cosa del genere, d’altronde sono pochissime le persone che si interessano di satanismo, occultismo, stregoneria, magia e cose del genere. Sbirciò Guenda, che ora aveva su di sé l’attenzione della coppia, e pensò che la sua amica doveva avere delle propensioni che non le aveva mai conosciuto e si domandò fino a che punto avrebbe dovuto assecondarla, perché le era chiaro che per parte sua non avrebbe desiderato minimamente restare invischiata in quel genere di conversazioni.

Non era la paura, poiché era una persona razionale, quanto piuttosto il desiderio di non trovarsi a dovere affrontare degli argomenti che lei avrebbe reputato di certo incoerenti, per lo meno con i suoi attuali impegni alla facoltà di filosofia. Si accostò ad una di quelle librerie e notò come tutti i volumi fossero messi lì un po’ a caso, in una specie di ordine imposto dalla necessità, non come quelle librerie dove i tomi se ne stanno tutti belli in riga, ordinati per colore molto più spesso che per argomento o autore, una casualità dettata di certo da una frequente consultazione, infatti dalla sommità di certuni spuntavano foglietti a mo’ di segnalibro, fra alcuni erano stipati fogli di carta come associazioni provvisorie di appunti presi in fretta. Lesse sul dorso alcuni titoli e autori ma i nomi di Anton LaVey e di Aleister Crowley non le dissero nulla, però i libri da loro prodotti, i cui titoli sottostavano al nome dell’autore, le diedero una conferma, poiché sotto al nome di Anton LaVey, su due volumi differenti, vi trovò scritti i titoli “La Bibbia Satanica” e “The Satanic Rituals”, cosa che gli fece stornare gli occhi rapidamente sulla schiera di libri senza fissarsi su alcuno in particolare, come se desiderasse di non aver visto ciò che aveva letto e lo sguardo si soffermò su di un tomo che doveva avere un bel po’ di anni, rilegato in cartapecora, cosa che gli dava un aspetto sinistro quasi fosse fatto di pelle umana, e sul dorso stava scritto in inchiostro nero e caratteri gotici solo una parola a lettere maiuscole: GRIMORIO, che sapeva essere una contrazione in volgare del francese grammaire e null’altro.

Locandina di film

Cercò di farsi un’idea di quale tipo di grammatica potesse trattarsi ma non riuscì ad andare oltre ad una serie di immagini banali viste in film horror o in servizi televisivi. In alcuni dei pochi spazi vuoti delle librerie c’erano dei soprammobili ed un paio di questi erano degli uccelli impagliati, una civetta e un gufo, la civetta con le ali aperte in un atteggiamento aggressivo mentre il gufo per la mole se ne stava compresso con le ali racchiuse. «Strigiformi», pensò Mina rammemorando una lezione di greco del liceo classico che le era rimasta impressa per i dettagli filologici che avevano suscitato la curiosità sua e dei suoi compagni per la derivazione del termine strige dal greco strix per civetta, accusativo strigga, da cui la facile derivazione, sulla quale ricordava le ridanciane suggestioni che ne erano seguite in classe, perché nonostante la frequentazione del criminale in carriera la scuola le piaceva, senza eccessi di zelo tipo prima della classe ma la appassionava comunque. Poi quasi inaspettatamente, come se non avesse dovuto succedere, l’ombrello protettivo della conversazione di Guenda cadde all’ improvviso, Sara e Nardo reclamarono la sua attenzione e pareva proprio che stesse per cominciare una noiosa chiacchierata su argomenti che non conosceva e di cui non poteva fregargliene di meno.

Tutti e quattro si sedettero sul divano o sulle poltrone, di pelle nera, di quelle che appena seduti appaiono comode poi ci si accorge, specie se sono nuove, che sono maledettamente scivolose agli indumenti e dopo un po’ ci si rende conto di non trovare una posizione veramente comoda o stabile. Nardo guardò Mina in maniera interessata e poi le chiese:

– C’è qualcosa che hai notato nella mia libreria? Qualcosa che ti interessa?

Mina non si lasciò sorprendere.

– Non sono in grado di rispondere a questa domanda, perché non ci ho capito nulla, sebbene trovi alquanto bizzarro tenere in casa una bibbia satanica.

– Ci sono libri di cui hai paura?

– I libri non mi spaventano ma certe cose sono oltre il mio interesse.

– Quindi un’idea te la sei fatta. E ti piace?

– Difficile dirlo ma sarei propensa a un no… se la cosa non vi offende…

Mina si avvide tardi che questa sua uscita avrebbe messo in moto una difesa del loro credo, o di quello che può definirsi tale, però Nardo non l’aggredì, anzi aggirò la questione.

– Beh, fare quello che si vuole è un diritto.

– Su questo sono d’accordo – rispose Mina.

– Vedi che siamo già in sintonia? – e sorrise verso Sara che ascoltava la conversazione senza interrompere.

Guenda sorrise verso Mina quando questa si voltò verso di lei e per un attimo, solo per un attimo, ebbe la sensazione di essere come blandita, vezzeggiata, direzionata verso uno scopo che non le era chiaro, perché mai e poi mai questi l’avrebbero invitata alle loro cerimonie senza una preventiva educazione e indottrinamento al quale non si sarebbe sottomessa nemmeno per tutto l’oro del mondo. Gli parve di cogliere qualcosa nei loro atteggiamenti ma senza percepirne alcuno scopo, alcun nesso. Nardo continuò la conversazione, il suo aspetto era banale, il volto glabro e i capelli altrettanto corvini di quelli della sua compagna erano tagliati corti, a spazzola, il suo viso pareva avere orrore del sole tanto era pallido, cosa alquanto inusuale in una persona dai capelli scuri, entrambi, sia Sara che Nardo, dimostravano poco più di una trentina d’anni e parevano bene inseriti, almeno finanziariamente a giudicare dall’alloggio. Mina notò fra le suppellettili bizzarre, che facevano mostra di soprammobili, un teschio umano, che pareva autentico e non resistette alla tentazione della battuta.

– Non è che avete rapinato l’ossario di San Bernardino?

San Bernardino alle Ossa – Milano

Nardo si voltò a guardare l’oggetto che aveva attratto l’attenzione di Mina e con una flemma britannica si limitò a precisare:

– Non si possono detenere resti umani in casa, a meno che non provengano da regolari vendite antiquarie, che io e la mia compagna, come puoi notare, frequentiamo con una certa passione. Quello lo abbiamo trovato da un robivecchi sui Navigli e per cautelarci ci siamo fatti rilasciare una dichiarazione del venditore. Pare che in origine appartenesse ad un medico del XIX secolo, non direttamente al suo corpo, faceva parte di materiale di studio o qualcosa del genere.

Mina e Guenda parvero afferrare la battuta che distingueva il teschio testè esposto da quello del suo antico proprietario e sorrisero con un certo imbarazzo. Il breve silenzio che seguì fu interrotto da Sara che si alzò chiedendo se gradivano qualcosa da bere; Mina e Guenda si scambiarono un’occhiata, indecisa quella di Mina, interrogativa quella di Guenda, poi quest’ultima prese la parola per tutt’e due e disse:

– Mmh… perché no, è molto caldo oggi.

Sara si allontanò dalla stanza, Nardo si rilassò contro lo schienale del divano. Mina, sentendosi come in obbligo ad intrattenere conversazione in qualità di ospite non resistette alla curiosità di chiedere delucidazioni su quel tomo dalla copertina in cartapecora con la semplice e misteriosa scritta GRIMORIO.

– Che cosa potrebbe essere un grimorio… beh, un’idea vaga ce l’ho ma non saprei a cosa riferirla con precisione.

Nardo guardò il tomo nella libreria alle spalle di Mina e poi con la medesima calma rispose:

– Ogni mistero ha le sue regole, le sue procedure, i suoi protocolli, esattamente come una grammatica, il GRIMORIO per l’appunto… – Mina lo interruppe.

– Da dove deriva grimorio lo so, è una contrazione volgare del francese grammaire ma sarei curiosa di sapere a quale grammatica si riferisce.

Nardo prese il suo tempo per rispondere anticipando il suo responso con un sorriso che pareva sottintendere una segreta felicitazione per l’interesse della sua ospite.

– È un grimorio di magia. Scandalizzata? – Mina non disse nulla e Nardo proseguì nella sua precisazione – È del XVI secolo ed è molto prezioso, non solo come oggetto di biblioteca…

stampa

Nardo lasciò in sospeso il termine della risposta come a voler sottolineare un mistero che le avrebbe eventualmente potuto specificare solo dopo un giusto apprendistato. Mina cominciò a sentirsi annoiata, non a disagio ma un pochino stufa, non le pareva un inizio grandioso per la serata, con queste frasi mozze e questi sottintesi in mezzo a questa scenografia inconsueta; pensò che sarebbe stato scortese tirare Guenda per la manica e lamentare una scusa per filarsela dopo avere appena appreso i nomi dei loro ospiti o poco più, per cui si rilassò contro lo schienale della poltrona cercando di trattenere la noia e meditando un prosieguo decente per la conversazione, che ora languiva proprio. Non riusciva a trattenere la sua fantasia dall’immaginarsi Sara e Nardo in tenuta da lavoro magico stile Maga Magoo e Mago Merlino dei film di Walt Disney®, le sue conoscenze sull’argomento non andavano oltre però ricacciò indietro l’infantile pensiero per allontanare la possibilità di gaffe.

Locandina di film

Nardo riprese la parola:

– Ho come l’impressione che tu abbia una specie di paura a voler fare ciò che vuoi veramente, lo colgo nel tuo atteggiamento, nella tua ironia, non che mi scandalizzi ma da una sveglia come te mi aspetterei di meglio, anche se ho qualche timore ad esprimermi perché non vorrei scandalizzarti.

– Scandalizzarmi? Per esempio come?

Il volto di Nardo assunse un aspetto che pareva ispirato direttamente da Satana, benché Mina fosse sveglia abbastanza da non lasciarsi influenzare, però il tipo la stupì:

– Potresti diventare qualcosa di diverso, in una tua vita parallela intendo, senza rinunciare a ciò che fai adesso, allargare le tue esperienze, le tue sensazioni. Potresti diventare una sacerdotessa – Mina trattenne le risa –, una donna di potere, o una prostituta…

Edgar Degas – Donna al bagno

Mina guardò Guenda che la osservava sorridente come se il tipo avesse detto una cosa innocua tipo dov’era la fermata dell’autobus più vicina e rimase sconcertata dall’assenza di disapprovazione sul volto dell’amica. Il momento di imbarazzo fu interrotto dal campanello-carillon che segnalava la presenza di qualcuno dabbasso, debitamente fotografato da Rino per l’incremento delle informative circa le indagini del dott. Gridero. Sara entrò nella stanza appoggiando su di un tavolinetto fra le poltrone e il divano un vassoio con quattro bicchieri e una caraffa colma di qualcosa color giallo cedro in cui galleggiavano abbondanti cubetti di ghiaccio:

– Vi piace la cedrata? – disse, e poi aggiunse – Vado ad aprire.

A Mina quella bevanda innocua le parve fuori luogo associata a quei due, non che si aspettasse dell’assenzio o una pozione in veste di cocktail, che avrebbe gentilmente rifiutato, però questo libare perbenista la sorprese, specie dopo l’uscita di Nardo riguardo ad una sua vita secondaria, no, com’è che l’aveva definita? Ah, «parallela». Nardo parve volere insistere sull’argomento:

– Non ho udito alcun commento da parte tua…

– Riguardo a cosa? – rispose Mina fingendo indifferenza.

Guenda intervenne:

– Non devi prendere alla lettera tutto ciò che Nardo dice, sono solo metafore, linguaggio traslato, tropi figurati per intendere qualcosa di misterioso.

A Mina non le parve la Guenda di tutti i giorni, non sapeva dire da cosa dipendesse ma la sua amica stava subendo una specie di trasformazione o di influenza da parte di questa coppia, che di mefistofelico aveva ben poco, bensì piuttosto qualcosa del losco ordinario che aveva già avuto modo di conoscere nel corso della sua esistenza. Nardo rincarò:

– Bisogna avere il coraggio di provare tutte le esperienze e le estasi che la vita può proporre, senza porsi limiti, recinti morali, timori reverenziali. C’è qualcosa di grandioso che si può fare, si può fare veramente tutto ciò che si vuole, è solo questione di volerlo. Basta lasciarsi andare alla voluttà dei sensi, tutto è permesso se lo si vuole.

Il tono di Nardo cominciava a debordare in un retorico di malafede piuttosto che nel demoniaco, Mina cominciò a sospettare che si volesse qualcosa da lei, senza che nessuno dei presenti si sbilanciasse a chiarire cosa. La conversazione fu interrotta da un vociare femminile che proveniva dall’ingresso e tutti sospesero questa specie di dialogo fra sordi volgendosi nella direzione da cui provenivano le voci, che presero presto corpo nelle fattezze di Sara e di Bruna, che Mina riconobbe per averla incontrata qualche volta in alcune feste e ritrovi fra studenti e che salutò con un timido «Ciao», domandandosi quale ruolo avrebbe assunto codesta praticamente ex giovane in questa che già le appariva come una messinscena senza sbocco. Bruna salutò calorosamente Nardo, fin troppo calorosamente con un bacio sulle labbra che Sara constatò con un sorriso poi mentre Sara riempiva i bicchieri Bruna osservò da capo a piedi la sua ospite e disse:

– Carino quell’abbinamento, dove l’hai trovato?

– Me l’ha procurato la Wanda. Conoscete la Wanda Brigonzi? Quel bellissimo negozio di abbigliamento? – e scorse con lo sguardo tutte e tre le sue ospiti.

Mina lo aveva sentito nominare, o forse ci era passata davanti ma non lo conosceva e si guardò intorno per sentire eventuali commenti e fu nuovamente sorpresa dalla sua amica Guenda nel sentirla tessere le lodi di questa sconosciuta negoziante, rincalzata da Bruna che si lamentava di non potersi permettere tutto ciò che avrebbe voluto farsi procurare da questa buona donna.

– Forse non fai abbastanza per lei, a me non rifiuta mai nulla – insistette Sara.

Nardo deviò la conversazione su Bruna:

– Scommetto che c’è qualcosa che vuoi conoscere? – Bruna sorrise come se stesse fingendo timidezza, Nardo proseguì – Vuole farsi leggere i tarocchi, che banalità – e sorrise di un’espressione annoiata – Perché, dico io, spendere tempo a voler conoscere il futuro quando puoi fare semplicemente tutto ciò che vuoi, che per una come te dev’essere una cosa abbastanza facile.

Nardo si alzò, con un braccio prese per la vita Bruna, che si era accoccolata sul bracciolo della poltrona dove stava seduta Mina come se nel posto fosse di casa e bottega, e la fece alzare trascinandola in un’altra stanza. I due si allontanarono mormorando qualcosa di incomprensibile fra di loro senza che Sara si volgesse a scrutarli e poi andò a piazzarsi sul divano, dov’era seduto Nardo, di fronte a Guenda e Mina.

Da dietro un particolare sorriso, metà infantile e metà malizioso, Sara osservò per un momento le due ragazze, ci fu un attimo in cui Mina percepì una specie di intesa fra Sara e Guenda ma scacciò il dubbio fidando sulla solida amicizia che intratteneva con la Tramazzi dai tempi remoti della scuola, percepì una specie di accordo, come una richiesta di consenso da parte di Sara verso Guenda, una percezione subliminale che aveva tratto da un fulmineo convergere di atteggiamenti, tanto rapido da non poterne essere veramente sicura e certa da potervi ribattere parole o gesti, per un breve istante si sentì come in balia di sconosciuti, ma il sorriso di Guenda la rassicurò. Poi Sara disse a Mina:

– Ti piacerebbe guadagnare un po’ di soldi? Un discreto «po’» di soldi?

soldi

Lo sguardo di Mina si bloccò per un istante sulla figura di Sara, poi guardò verso Guenda cercando una riprovazione che non vi trovò. Guenda la guardava sorridente come se stessero in camera sua a cazzeggiare su cose loro e sui vecchi tempi quasi gloriosi. Per un istante si sentì come smarrita, completamente fuori da ogni momento della sua esistenza, questa richiesta l’aveva scalzata dalla sua presenza in sé, però l’associazione della domanda postale da Nardo con quella che gli aveva ora rivolto Sara le dava un risultato sgradevole e non aveva idea di come trarsi d’impaccio, specie per la delusione che Guenda le stava regalando. È sempre un compito molto difficile dire un “No!” deciso a qualcuno che si conosce da molto tempo e di cui si è apprezzata l’amicizia così a lungo. Non voleva offendere nessuno e voleva trarsi d’impaccio col minor danno possibile. Sara parve non avere colto il disagio di Mina e proseguì:

– … frequentare gente importante, ricca, e spesso anche di bell’aspetto…

– Tipo ColuiIlQuale – si inserì Guenda riferendosi a un improvvisato nomignolo dell’Antonnomi senza nominarlo direttamente ma abbastanza in chiaro perché a Mina sorgessero idee confuse a sufficienza per continuare l’intortamento.

– … fare parte di un giro esclusivo, di classe – Sara accarezzò con lo sguardo tutta la figura di Mina, che era proprio una bella figura – serate in posti esclusivi, vestiti eleganti…

– Che non avrei maniera di giustificare con nessuno – disse Mina con un certo risentimento badando bene di non apparire aggressiva o scandalizzata

– Un arrangiamento si può sempre trovare – insistette Sara – e pensa al contante, quello scorre bene e non lo si deve giustificare se sai come maneggiarlo.

Quali tipi fossero Sara Speddenno e Nardo Fernet era cosa nota alla polizia, che con un termine in uso fra i colleghi del commissario Bellosi non facenti parte della sua squadra venivano genericamente definiti “attenzionati”, in uno spregio sociale che forse meritavano ma che era italicamente orecchiabile quanto la IX di Beethoven suonata con il kazoo, ma sarebbe forse meglio definirli “male-attenzionati” per via del fatto che nessuno tra le forze dell’ordine era ancora riuscito a trovare le connessioni giuste per relazionare la loro esistenza di reclutatori (ed altro) con gli appaltanti della reclutazione. Tutta l’attenzione delle forze dell’ordine si era focalizzata sul satanismo quando questo non era che una facciata, una burattinata per nascondere traffici di vario tipo che non avvenivano mai nella loro abitazione.

Rino dabbasso aveva annotato tutto, persone, orari, luoghi, nomi e indirizzi, restava da vedere che cosa questo avrebbe potuto produrre, perché il raggio delle indagini si stava ampliando in maniera inaspettata, quasi ad esaudire i desideri di qualcuno.

Prossimamente il trentaquattresimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (32)

romanzo a puntate (32)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXII°

(32)

Milano

Venerdì, 20 Luglio 2001

L’Antonnomi aveva una questione in sospeso, una questione da chiudere ad ogni costo per evitare che imprevedibili conseguenze irrompessero nella sua specchiata attività di politico. Il Cazzarola gli aveva dato una specie di ultimatum, oh, certamente non lo aveva espresso in questi termini ma l’Antonnomi era navigato a sufficienza per capire al volo ciò che gli veniva detto fra le righe e il Cinese era subdolo e astuto a sufficienza per tramargli contro qualcosa senza che ne avesse sentore né l’opportunità di opporvisi, e in virtù di certe comuni conoscenze il materiale non gli sarebbe mancato. Il problema però era duplice, non solo doveva mettere in atto sotterfugi ed espedienti per non essere intercettato dal dott. Gridero, sospetto ormai assodato in certezza grazie all’astuta presenza che aveva fatto poche ore prima nel suo ufficio al cospetto del medesimo e la conseguente intrusione dello stesso presso l’atelier del Vanzi, ma doveva inventarsi qualcosa per la mancata consegna della femmina nelle sue grinfie, e su questo indugiava gongolante nei recenti ricordi per avergliela fottuta e poi fottuta nuovamente in un prossimo e piacevole futuro, su ciò era quasi sicuro, ma questo bel pensierino era turbato dall’incertezza riguardo a ciò che avrebbe dovuto raccontare a quel bel soggetto.

La prima domanda che s’era posta riguardava l’opportunità di mettere al corrente il Cazzarola circa le esplorazioni del dott. Gridero nel sottobosco delle loro iniziative. Certo che qualcosa doveva dirgli, se non altro per il fatto di avere in comune con quel tipo un certo numero di esperienze e collegati compromettenti, ma se da un lato considerava utile mettere a parte il Cazzarola di certe informative dall’altro vedeva la cosa sotto un aspetto molto più minaccioso, perché il Cinese, rispetto a lui, era privo di certi scrupoli che tendono ad identificarsi nella facciata perbene della società, temeva di suscitare in lui qualche senso di minaccia che scatenasse il super-ego che alberga in ogni delinquente propriamente detto, l’ira dell’eroe negativo contro la società, che fa commettere scelleratezze e imprudenze da notiziario TV o almeno da cronaca locale. Però la scelta era obbligata, nei confronti del dott. Gridero stavano nella stessa barca ma di certo avrebbero avuto da dire sulla direzione verso cui remare.

Copertina di libro (antico)

Il soggetto, all’atto delle sue richieste, non gli aveva anticipato alcun rendez-vous ad operazione eventualmente compiuta, gli aveva lasciato il numero di telefono di un esercizio commerciale ma non si fidava per nulla di mandare un avviso compromettente in un luogo sconosciuto e per l’intanto il contatto si imponeva, e già questa non era una decisione facile, scartata l’ipotesi Wanda, sulla quale concordava circa i sospetti del Cazzarola sulle sue lunghe e capaci orecchie, restava da inventare un artificio che li facesse incontrare per mettere la sordina all’argomento e stare rintanati per un po’ ciascuno nella propria più o meno presentabile intimità, a fare la faccia dei bravi ragazzi ed evitare le incursioni del dott. Gridero o chi per lui. Non era in uno stato di agitazione ma la sua mente stava andando più veloce del normale e nell’alternarsi di vuoti di memoria alla ricerca di dettagli che gli sfuggivano – e vorticosi ricordi della sua vita non presentabile – si sovvenne di avere notato, in un lussuoso locale che non avrebbe mai frequentato con la consorte al seguito, il Cazzarola in compagnia dell’Attilio Marazzi, un bel duo di giovani promettenti, ciascuno per rispettive competenze su entrambi i versanti della Legge, e gli parve che quello potesse essere l’aggancio giusto, forse meglio tramite un galoppino dei suoi.

Ora, potrà sembrare strano che un politico in carriera come l’Antonnomi fosse a conoscenza di certi soggetti ma ci si dimentica spesso che la politica nasce sulla base di un certo spionaggio, sì, certo, le belle parole, i grandi pensieri, e la patria, e la famiglia, e il bene della gente, sì, sì, certo, però è nota anche la battuta che dice «la politica è sangue e merda».

L’Antonnomi li aveva notati quella sera – il Cazzarola e l’Attilio Marazzi – e già sapeva chi fossero entrambi e quale tipo di traffici tenessero, sebbene non nei dettagli precisi, ma della loro reciproca confidenza era certo come dell’aria che respirava egli stesso. Riguardo al fatto che il Cazzarola non gli avesse dato un appuntamento in anticipo, beh, qui le motivazioni per uno di quella risma erano più che abbondanti e giustificate dall’aura di ubiquità che quello si era costruita praticamente da sé: mai dare tempo a qualcuno di capire dove stai andando e cosa stai facendo. L’Antonnomi ebbe il sospetto di essere controllato da qualcuno dei suoi sgherri per verificare che tutto stesse andando per il verso predisposto anticipatamente dal Cazzarola ma si sentiva parato a sufficienza dagli stratagemmi messi in atto da lui e dai suoi collaboratori. Anche questo era un aspetto da non sottovalutare; una volta a colloquio col tipo questo però faceva parte delle sue abilità di oratore e mediatore.

Quello che gli occorreva sul momento era un tipo sveglio e pronto all’uso da pescarsi fra i suoi accoliti, in quell’accondiscendenza apparentemente amichevole che si mostra fintamente servile e che anzi, a volte si prostra al potente di turno, almeno finché il potente resta tale e quale nei confronti di interessate aspettative, non remunerate certamente ma corrisposte con vantaggi sociali, forse anche commerciali e di aggregazione affaristica. Nulla di scandaloso, di certo contatti di questo tipo avvengono ovunque ma non è mai un buon biglietto da visita per un politico quando viene scoperto mani in pasta in questo genere di intrallazzi. Buona norma vuole che i sunnominati accoliti siano bene invischiati negli interessi comuni, magari ad un livello minimo di interesse, ma pur sempre di interesse, a far credere loro di essere la sostanza in quanto parte integrante di questa libera associazione ma sganciati dal potere decisionale quanto basta per correre appresso al politico successivo quando quello precedente perde smalto e convenienza. Una specie di legge della giungla per definire i capibranco.

L’Antonnomi era molto smaliziato a questo riguardo e non si faceva troppe illusioni sui sorrisi da cui si vedeva spesso circondato, dal lato “umano” era molto più preparato di certi moralisti benpensanti che stanno lì a spaccare il capello in quattro e a cavillare sui comportamenti dell’uno e dell’altro come se temessero di venire schedati dalla Madama solamente fermandosi a parlare con persone che ritengono non degne, ecchè mai significa degne persone? L’importante è che la cosa, qualunque sia la cosa, vada in porto e a buon fine per il numero maggiore di accoliti, per sé stessi in maggior modo.

Copertina di libro

Certo non poteva mandare dal Marazzi un pivello, uno di quelli che credono davvero nella democrazia, nel potere del popolo su se stesso; gli occorreva qualcuno che conoscesse i meccanismi relazionali a sufficienza da poter parlare di cachi quando si intendono ciliegie ed esser certo di essere capito e corrisposto, con tutti gli origlioni che ci sono in giro… Fulvio gli parve essere il tipo adeguato, uno che pareva essere in grado di parlare e stare zitto nei momenti adatti di ciascuna delle due opportunità ed eventualmente sfoderare una faccia di bronzo decente per tenere duro se occorreva o fingere sufficiente ingenuità nel caso contrario. Cercò di immaginarsi il Fulvio per farsi un’idea convincente a sufficienza da persuaderlo e mandarlo in esplorazione presso lo studio legale dove apprendistava il Marazzi a concordare un rendez-vous con il Cinese, e se lo immaginò forse troppo bene. Se lo immaginò come il tipo di persona che riesce a fingere di interessarsi a te sorprendendoti con domande che frappongono un vivace interesse in ciò che gli stai dicendo, qualunque sia l’argomento della discussione, tanto che capitava a volte che se citavi en passant o ti lasciavi sfuggire, senza dare ragguagli, qualcosa che lui probabilmente non conosceva ti stupiva con una domanda azzeccata accompagnata da una mimica facciale del tipo «mi interessa proprio, ma davvero», insistendo con la mimica conseguente del tipo «guarda come sono simpatico», poi se ti lasciavi sfuggire ulteriori dettagli ti accorgevi che non gliene fregava nulla o non capiva alcunché e che probabilmente stava solo facendoti parlare, nel migliore stile degli indicatori.

Indicateur

E qui, nella mente dell’Antonnomi si aprirono voragini di dubbio circa la fedeltà dei suoi fedeli, più o meno issimi. Se il dott. Gridero se n’era venuto a sbirciare nella sua esistenza qualche falla più o meno importante fra le sue conoscenze ci doveva essere, perché da una roccaforte come quella della Wanda Brigonzi non doveva essere uscito molto materiale, sarebbe stato troppo facile risalire al delatore, la cerchia dei frequentatori era conosciuta e calibrata nei reciproci interessi e come gli aveva fatto rilevare il Cinese col suo trucchetto; la donna era accorta. Un momento di dubbio totale fece vacillare temporaneamente la sua fiducia in sé e nel suo sistema ma si riprese subito convincendosi che tutto ciò che lo riguardava era ancora nelle sue mani, almeno le cose più compromettenti, dalle quali si era garantito separando le connessioni che potessero formare un quadro d’insieme. Certo avrebbe potuto difendersi bene in caso di un attacco giudiziario ma avrebbe perso molto del suo fascino politico.

Scacciò questo pessimismo convincendosi che nulla era successo e che da questa rogna doveva uscirne autonomamente, così prese il coraggio a due mani, o forse anche a quattro, e si recò allo studio legale Brattagamo & Pattichepi, ben conscio di addentrarsi in un covo di serpenti variamente velenosi dalla infida posizione politica, cosa per la quale avrebbe potuto aspettarsi innominabili ritorsioni esistenziali, di quelle che ti tengono sveglio la notte a cercare di capire da che parte sono arrivate ma la vicenda col Cazzarola andava chiusa ad ogni costo, perché quello poteva essere pericoloso davvero, molto più dei serpenti legali, che certamente conoscevano il loro allievo molto più profondamente di quanto non lo conoscesse la sua mamma, traffici innominabili inclusi, dei quali, in una certa misura, forse erano i burattinai per opportune convenienze; legali, ça va sans dire. Si persuase che i titolari dello studio avrebbero fatto muro in ogni modo contro eventuali intromissioni circa le sue intenzioni di confabulare con il Marazzi, a modo loro certamente, in maniera a lui sgradevole, ma sarebbe rimasto tutto sotto la sabbia di seppellimento, quel materiale instabile e coprente che avvolge ogni malaffare quanto basta per fare in modo che si percepisca ma che non si veda a sufficienza per poterlo mettere in luce; quello che la gente come lui e gli avvocati di cui sopra avevano intuito era il semplice enunciato: «Alla gente non viene nascosta la verità, viene indotta a non capire».

L’avvocato Brattagamo e l’avvocato Pattichepi, a dispetto dei loro nomi non altisonanti, erano due autentici mastini del foro e pure dall’aspetto si capiva che se non lo erano lo apparivano per davvero e incutevano quella deferenza che si deve alle persone importanti, quasi che fosse circonfusa attorno alle loro persone come l’aura di santità nell’iconografia ecclesiastica. Il Brattagamo pareva la controfigura abbastanza esatta di qualche attore di Hollywood, e su questo ci marciava un po’, sia in tribunale che con le donne; il Pattichepi sembrava uno di quei fattori d’inizio XX° secolo, con tanto di baffi ruspanti e capelli arruffati all’indietro, dava l’idea di un uomo tutto d’un pezzo, di quelli che dopo avere scorrazzato per i campi a dare disposizioni poi si siedono alla tavola del contadino e spazzolano la mensa quanto più possono. In realtà questo era solo il loro aspetto, sul quale avevano saputo costruirsi un’immagine di successo e sapevano essere professionali oltre maniera, un po’ troppo oltre, ma il gioco è sempre duro a quei livelli e bisogna sapere giocare tutti i giochi, che in fondo non è proprio una giustificazione.

Copertina di libro

Quando entrò nello studio l’Avv. Pattichepi Dott. Valerio lo scrutò subito da lontano, erano quasi le sette e le segretarie e i collaboratori di rango inferiore erano già sloggiati, fu una specie di vis à vis silenzioso in cui ciascuno dei due in un istante valutò l’avversario soppesandolo con lo sguardo, qui non si trattava più del solito «io so che tu sai che io so», qui si sapeva e basta e le chiacchiere stavano a zero, di certo non l’ironia, che non mancava ad alcuno dei due. L’Avv. Pattichepi si alzò per andargli incontro sorridente e l’Antonnomi già si aspettava la frecciatina.

– Ci avrei giurato che prima o poi avrebbe dovuto fare ricorso alle nostre capacità.

– Troppo previdente avvocato, anzi prevenuto erroneamente… potrebbe succedere che tocchi a lei fare ricorso alle mie abilità e conoscenze.

– L’umiltà non le manca – insistette il Pattichepi.

– A nessuno dei due, credo – ribatté l’Antonnomi.

– Quando uno del suo calibro piove nel nostro studio fiutiamo subito lavoro grosso.

– Non voglio mandarvi disoccupati ma sono qui per tutt’altra faccenda.

L’Avv. Pattichepi sorrise e restò in silenzio un istante guardandolo con quell’espressione astuta e bonaria da reggitore di azienda agricola in cui traspariva un’intelligenza e una prontezza di spirito unita ad una perspicacia e maliziosità professionale che non si lasciava domare facilmente, la sagacia del contadino in un cervello di leguleio; nessuna opportunità gli sarebbe andata sprecata. L’Antonnomi si sentì scoperto nelle sue intenzioni, era ovvio che qualcosa aveva già subodorato e non sapeva fino a che punto; non avrebbe tardato a scoprirlo.

– Dunque, se non è per la legge che cosa possiamo fare per lei?

– Avrei solamente necessità di conferire con un vostro valido collaboratore, quel giovane di nome Attilio Marazzi, abbiamo una conoscenza comune che non riesco a contattare.

– Gran bravo ragazzo, una delle nostre migliori risorse. Eccolo qui che arriva.

L’Attilio uscì da una stanza adiacente in compagnia dell’Avv. Brattagamo, parlavano fra di loro e non si accorsero subito dell’ospite. Quando lo videro l’Antonnomi percepì immediatamente una segreta complicità che univa il trio cui si trovava al cospetto. Ovvio che ciò che avrebbe poi chiesto al Marazzi si sarebbe trasmesso, in un modo o nell’altro, alle conoscenze dei due professionisti ma non temeva questo aspetto, nell’eventualità non avrebbero mai osato un attacco così frontale, ne sarebbero rimasti coinvolti, e poi uno studio rispettabile mantiene segreti e si tiene alla larga dagli schiamazzi. Piuttosto temeva l’imponderabile.

– Vieni Attilio, questo signore vuole parlare con te.

– Riguardo a cosa? – chiese il Marazzi.

– Questo ancora non lo ha detto ma dalla faccia che ha pare che sia una cosa privata – disse il Pattichepi sfoderando il più ironico dei suoi sorrisi – ah… questo è il Sig. Antonnomi, che tu presumibilmente hai già sentito nominare.

L’Attilio annuì col capo e allungò la mano verso l’Antonnomi che ricambiò il saluto, poi chiese:

– C’è qualcosa che dobbiamo discutere?

L’Avv. Pattichepi si allontanò in direzione del socio e collega che era rimasto sulla soglia della porta e prima di scomparire si limitò a dire:

– Vi lascio soli, non mi trattengo oltre, dobbiamo preparare un incontro con il dott. Gridero, lei lo conosce? – disse rivolto all’Antonnomi.

– Sì, mi pare di averlo già sentito nominare – rispose questi evasivo, intimamente però gli era scattata una truppa di neuroni che cominciò a scorrazzare attraverso la sua attenzione generando un piccolo scompiglio che riuscì a domare in fretta prima che gli astanti se ne accorgessero.

Rimasto solo in presenza del Marazzi l’Antonnomi si guardò intorno come a sincerarsi della riservatezza di cui necessitava, il giovane lo prevenne dicendogli che poteva parlare liberamente. Non ci fu bisogno di preamboli, che nessuno dei due desiderava e fu presto messo in chiaro che l’Antonnomi avrebbe potuto raggiungere il Cazzarola praticamente subito in un locale del centro, ci avrebbe pensato lui, il Marazzi, ad avvertirlo.


Quando la gente sa come comportarsi e come muoversi è tutto più facile, il pericolo arriva quando le cose diventano troppo facili, come se il destino stesse spalancando le fauci per inghiottire la sua preda in un boccone. L’Antonnomi uscì da quello studio in uno stato di indecisione e di incertezza, non vedeva l’ora di concludere questa faccenda col Cazzarola per tornare alla sua vita onesta di tutti i giorni e rintanarsi in casa con la sua famiglia ad esercitare le funzioni del buon padre devoto. Si sentiva come sospeso in aria, non proprio come in un limbo neutro e blandamente accogliente, piuttosto come se una mano possente lo stesse trascinando per la collottola sollevato da terra inabile a prendere direzioni autonome; aveva una cosa da fare, contro voglia ma era da fare, una cosa che andava fatta ma non riusciva a persuadere il suo intimo sé, a tranquillizzare il suo ego relazionale circa eventuali pericoli e trappole sociali.

L’Antonnomi nella sua posizione

Fu in quello stato di semi ipnosi che giunse nei pressi del locale che gli aveva annunziato il Marazzi, un buon locale in effetti, ma ciò non garantiva alcuna sicurezza e lontano nella sua immaginazione, che cominciava ad avere inclinazioni paranoiche benché non avesse ancora le visioni, immaginò sé stesso in una scena sfocata presso l’interno di quell’esercizio che stava rimirando dall’esterno senza decidersi a entrare, una scena in cui vedeva irrompere le forze dell’ordine, risolute e decise come nei telefilm americani, affrontarlo con quella solita ironia nazionale che anche dal vero pare l’imitazione di un’imitazione di uno sceneggiato televisivo made in Italy, dove i congiuntivi paiono un’opzione fantasiosa, accidentale, non sempre riuscita e i futuri mescolati agli indicativi presenti dove il fantasma del congiuntivo viene esorcizzato senza complimenti – sorvolando sul fantozziano “vadi” ch’eppur s’è udito, e non solo da Fantozzi in persona -, con qualche ossessiva congiunzione reiterata meccanicamente fra una parola e l’altra in un tentativo di consequenzialità non troppo riuscito ma comunque comprensibile anche senza l’interprete, quantunque capiti che in televisione a volte mettano i sottotitoli in italiano, che non guasterebbero nemmeno in alcune interviste dei notiziari TV.

TV

Di tutte le sue inclinazioni – e quella per la lingua patria era una specie di fissa che si era imposto sin dagli albori della sua carriera in politica -, propensioni all’apertura verso la gente, cordialità e simpatia d’esercizio, quella per il parlar materno era al presente decisamente l’ultima a preoccuparlo, se avesse potuto a ‘sto Cazzarola gli avrebbe mandato un telegramma tipo «Consegna rinviata – STOP – Occhio al Gridero – STOP» e chi s’è visto s’è visto. Purtroppo però quando la vita ti prende in qualche modo ti inghiotte e sei costretto ad uscire dall’orifizio posteriore, a fare tutto il giro del suo intestino.

Come spesso capita, quando si sta facendo qualcosa controvoglia non si ha sete e non si ha fame, si agisce sull’onda delle intenzioni lasciando alla parte corporea la mera funzione di apparenza, così l’Antonnomi entrò nel locale ed ordinò un cappuccino, che alle sette di sera passate di un giorno di metà luglio non è proprio una cosa ordinaria, non che si venga additati ma c’è sempre qualcuno che sottilizza su queste cose, magari tracannando un doppio Stravecchio® osservando la stranezza del cappuccino e poi subito un altro per farsene una ragione scuotendo il capo come a voler sottolineare una bizzarria inconsueta. L’Antonnomi zuccherò il suo cappuccio rigirandolo col cucchiaino per darsi un contegno mentre spaziava con lo sguardo nel locale alla ricerca del suo contatto e se lo vide sfilare davanti a tre metri da dove si trovava diretto all’esterno dov’era assembrato un certo numero di avventori sparsi in vari capannelli, catturò il suo sguardo, rapido e apparentemente inespressivo, volgersi fugace verso l’uscita dove intuì che lo avrebbe aspettato per la sua relazione, tracannò il suo cappuccio, che forse gli procurò una lieve ustione all’esofago, e seguì il Cazzarola all’aperto.

Fuori dal locale l’Antonnomi individuò il Cazzarola sul marciapiede, camminava lentamente con la chiara intenzione di farsi raggiungere. L’Antonnomi accelerò il passo e gli arrivò al fianco, questi si fermò e lo fissò negli occhi con un’espressione che narrava buona parte della sua delinquenziale esistenza. Non era lo sguardo del duro, né quello dell’arrabbiato, era quel tipo di sguardo che è deciso quanto basta per farti sentire frugato nei tuoi pensieri e l’Antonnomi qualcosa da nascondergli ce l’aveva, oh se ce l’aveva, e stava combattendo dentro di sé il desiderio di ridergli in faccia o fargli qualche battutina sulle questioni di corna ma la paura di ritorsioni di tipo ricattatorio gli fecero mantenere il distacco sufficiente per apparire timoroso e preoccupato ma fermo nelle intenzioni, perché voleva chiudere questa storia.

– Che cosa è andato storto? – chiese il Cinese fermandosi di colpo.

– Per parte mia nulla, era andato tutto bene…

– Ma?

L’Antonnomi si guardò in giro temebondo, il Cinese capì i sui timori per eventuali sorveglianze indesiderate e gli disse:

– Ci si può nascondere solo fino ad un certo punto. Poi? Che cosa è andato storto?

Mask

– Non è che ci sia qualcosa che è andato storto, l’avrei accompagnata dovunque volesse e l’avevo convinta per bene circa l’assenza di pericoli, poi…

– Poi?

– Beh, poi ho ricevuto una telefonata da uno dei miei collaboratori…

– Che tipo di telefonata?

– Un’informazione circa certe indagini che un magistrato sta facendo su di lei e per conseguenza anche su di me, grazie alla sua testardaggine.

– Sa che cos’è che mi fa ridere di lei?

L’Antonnomi non disse nulla e lasciò che il Cinese proseguisse in quella che presentiva come un’offesa.

– Che lei crede davvero di essere una persona giusta e buona, ne è talmente convinto che non la sfiora nemmeno il dubbio che fra noi non c’è alcuna differenza e magari crede segretamente di essere più furbo di me.

L’Antonnomi non disse nulla, si guardò in giro come se la cosa non lo riguardasse, poi il Cinese lo stupì per davvero:

– Un gran bella tipa, non è vero?

– Di che cosa stiamo parlando?

– Non mi dica che non si è fatto un giretto…

L’Antonnomi fece finta di nulla e lo guardò stupito.

– E c’è un’altra cosa che non ha capito… che lei dovrebbe temere di più quella ragazza che il magistrato, perché il magistrato non si è ancora infilato nel suo letto mentre lei invece sì, e nella sua posizione di marito fedele o costretto a farne le mosse prima o poi le verrà a costare quella bella verginità sociale a cui tiene tanto. In ogni modo chi è questo giudice?

– Il dott. Gridero, ne ha mai sentito parlare?

– Non traffico quel genere di persone, né mi è mai capitata l’occasione. Ma in ogni modo che cosa le pare che abbiano in mano?

– Al momento solo dei sospetti a largo raggio.

– Bene, bisogna mantenere largo il raggio, così che abbiano molto spazio per muoversi senza incappare in quello che cercano. Dove ha accompagnato Mina?

– L’ho lasciata presso gente che conosco, poi una sua amica è venuta a prenderla. Adesso non so dove sia, forse a casa sua.

Il Cinese sorrise sornione poi disse:

– Non creda di chiuderla qui la faccenda, lei la vedrà di nuovo e allora la porterà dove le dirò.

– Ma che cosa ha capito? Non è come pensa… io…

– Sì, sì, certo… la prossima volta che vi vedrete, perché vi vedrete, prima di andare da lei mi dirà dove vi andrete ad incontrare e poi prenderò in mano io la situazione.

– Non può farmi questo, io devo chiudere qui questa vicenda, non posso permettermi di lasciarmi coinvolgere…

– Con gente come me? È questo che intende?

– No, io volevo dire che…

– Senta bamboccio… lei è in questa storia e adesso va fino alla fine della vicenda e la fine della vicenda la determino io. Il fatto che lei se la sia trombata forse le ha fatto perdere un po’ la testa, beh, giusto per rimettere le cose nel giusto binario l’avverto che non è il caso che lei si esalti troppo, dopo tutto è soltanto uno fra i molti che l’hanno conosciuta intimamente – e disse queste due parole modificando ironicamente la voce -. Che cosa temeva, che fossi geloso? Quella è una cosa troppo rumorosa che non posso permettermi e comunque in questa storia per i sentimenti non c’è posto e non ce n’è mai stato, io guardo agli affari e al resto se mi è conveniente.

Il Cinese gongolava, intimamente certo e ne aveva motivo. Ora teneva sotto mano anche l’Antonnomi, che poteva rappresentare una buona fonte di manovalanza burocratica.

L’Antonnomi non disse nulla ma era molto nervoso e nemmeno faceva qualcosa per nasconderlo, sembrava che volesse parlare ma non riusciva ad esprimere parola, si guardava intorno come smarrito. Il Cazzarola gli diede un numero di telefono senza alcun nome corrispondente scritto su di un foglietto e gli disse di non inserirlo nella rubrica del suo cellulare.

– Quando avrà l’appuntamento con quella bella tipa avvisi a questo numero. A risentirci. – poi il Cinese se ne andò senza aspettarsi di essere salutato.

Prossimamente il trentatreesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (31)

romanzo a puntate (31)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXI°

(31)

Milano

Venerdì, 20 Luglio 2001

La Wanda Brigonzi proprio non l’aveva mandata giù; che l’Antonnomi e il Cazzarola se ne venissero a trafficare le loro iniziative all’ombra della sua attività era qualcosa che non doveva accadere, era indelicato da parte loro, dopo tutta la collaborazione che aveva loro offerto, ben ripagata certo, ma sempre preziosa e a volte anche rischiosa. Era indelicato venirsene qua e scansare il suo orecchio personale sui loro personali affari, di cosa avevano paura? Che li vendesse alla polizia? Aveva sempre garantito loro copertura, riservatezza e preziosi servigi, e loro? Gli piombavano in negozio e gli facevano capire che potevano scansare la sua sorveglianza, praticamente come volevano. Che ingrati, non capivano dunque che li sorvegliava per il loro bene? Per il bene dell’andamento di tutto il business? Il loro come il suo? Non capivano che si deve sapere tutto perché tutto funzioni come sempre? Ah, gli uomini, che bambinoni. Ma gliel’avrebbe fatto vedere lei, avrebbero capito di che pasta è fatta la Wanda Brigonzi.

Moda. Penultimi modelli.

Non appena i due sciovinisti se n’erano andati s’era rintanata nel suo ufficio, o quello che poteva apparire come tale, in realtà era uno sgabuzzino senza finestre, oh, ben arredato s’intende, e fornito di aria condizionata nello scantinato del negozio, e da lì cominciò a richiamare all’ordine le sue Lanzichenecche, confidenzialmente le “Lanze”, ossia le sue fernande d’alto bordo, vale a dire autentiche professioniste senza tutti quei problemi sociali, quegli strascichi famigliari e questioni a mezzo con la Giustizia, quando si parla d’affari non si sta mica lì a frignare e a fare la faccia contrita o a meditare che cosa penserà la gente, gli affari sono affari, che diamine.

La questione non era facile, innanzi tutto voleva scoprire che cosa le avevano taciuto i due mirmilloni, che cosa stavano bollendo in pentola, perché, non ultima delle sue preoccupazioni, una certa concorrenza c’era, non pressante o invadente ma si sa, la topa tira, e bisogna saper presentare il prodotto, ma soprattutto bisogna saper tenere un basso profilo insieme ad un’alta qualità e quei due là gli stavano tramando qualcosa. Un giro di telefonate, senza domande, una semplice chiamata a raccolta, a quattr’occhi, senza uomini in giro, un gineceo minaccioso e inquisitore si imponeva, perché quei due andavano stanati nelle loro intenzioni e qualcosa si sa sempre, c’è sempre un dettaglio che fa tornare i conti, di certo insufficiente per esser chiamato “prova” ma lei mica doveva istruire un processo, doveva solo scoprire la verità, la sua verità, la verità riguardo eventuali minacce alla sua attività.

Precisare quanto e come fosse esteso il suo giro non era una cosa descrivibile alla virgola; quello delle Lanze e non quello dell’abbigliamento, perché era da quell’altra attività che ricavava i suoi introiti, ché se fosse dipeso dal commercio di vestiario avrebbe dovuto chiudere bottega da un pezzo o al limite tirare avanti alla meno peggio. C’erano le “fisse”, quelle su cui poteva sempre contare, quelle che non avevano marito o ne avevano uno che era contento dei bei vestiti che la sua compagna si poteva permettere senza che alcun dubbio lo sfiorasse circa il costo di quegli stracciuetti, quelle erano la base esecutiva, con poche parole si intendeva sempre con queste, fidate e di classe; poi c’erano le “avventizie”, quelle che per integrare osavano qualche scappatella ben remunerata e per queste doveva mettere in piedi ogni volta dei piccoli sotterfugi per gli eventuali famigliari, certe volte gli si presentavano delle giovani di ottimo aspetto, libere e disinibite e allora erano affari grossi, perché i clienti più o meno erano gli stessi o amici degli stessi e volevano merce sempre di prim’ordine, possibilmente nuova.

Moda. Nuovi modelli in arrivo….

Ad alcuni clienti introdotti dagli stessi non veniva spiegato tutto il traffico nelle sue possibilità e venivano presentate loro le Lanze come accompagnatrici per cui chiedevano semplicemente una hostess e se la portavano a spasso a costo doppio o triplo di una trombata perché solitamente le tenevano impegnate per una giornata o due, parlando loro come se fossero ad un congresso di storia dell’arte; certo che ci provavano anche loro, sempre per il motivo del tiraggio, ma per loro la cosa era meno abbordabile per via della facciata di perbenismo che avevano preteso (Mai calare la maschera!) e quando succedeva le sue Lanze erano tanto abili da riuscire a far credere al tipo di turno che era successo solo per lui, che nella loro professione queste cose non si fanno e il tipo si innamorava un po’ nonostante la cifra che aveva dovuto sborsare, telefonava, mandava dei regalini, che teneri che erano, pagavano bene ed erano pure felici.

Le “fisse” erano una base di quattro o cinque ma estendibile a seconda della stagione, della presenza in città di fiere, feste e mercati, della disponibilità di collaboratrici su cui poter contare, dalla necessità di integrare gli introiti da parte di alcune ex. Jadranka, la sua fidata, una croata di un metro e ottantacinque dalla coscia infinita e dallo sguardo dominatore, non era solo bella, era anche sveglia e capace nel business. Essendo del ramo, pur non avendo mai battuto i marciapiedi, ogni tanto si divertiva a stuzzicare certi pappa in periferia, così, tanto per sondare il terreno, per capire che aria tirava perché se la pula si mette in testa una cosa la voce gira e prima o poi si viene a sapere e lei sapeva far parlare qualunque uomo, che in fondo nell’opinione della Brigonzi non è nemmeno un esercizio difficile. Jadranka era l’attrazione esotica, quell’italiano, ben parlato sì ma con modulazioni foreste, era un’attrattiva da non credere. Certe volte la teneva in negozio con lei e i mariti delle sue clienti, testa voltata verso di lei, incespicavano nel parquet come se stessero attraversando una morena; qualcuno di questi mariti aveva fiutato la possibilità, perché certi uomini lo intuivano ma nel dubbio non osavano. Guardavano la Brigonzi aspettandosi un segnale ma la clientela era filtrata per bene, solo gente conosciuta, e per diventare “Gente Conosciuta” c’era una procedura, perché le sue Lanze la davano, ma mica a tutti.

Lanzichenecchi. (foto d’archivio)

Qualche chiacchiera s’era sparsa riguardo questa sua attività, perché poi anche Milano è un paesone, con la sua piazza, le sue chiesette, i suoi ritrovi pubblici, qualcuno aveva seminato strane notizie sul suo negozio e un giorno era arrivata la Guardia di Finanza. Che forti! Cosa speravano? Di trovare i rendiconti degli introiti delle sue Lanze? Di trovare i tabulati delle marchette? Speravano di trovare delle fatture per prestazioni sessuali? Carico e scarico dell’IVA sulla topa? Avevano guardato il registro IVA del negozio (di abbigliamento), le fatture (dei fornitori di vestiario uomo e donna), il carico e scarico delle merci (quelle ufficiali), gli scontrini della cassa e tutto era risultato regolare. Che novità! La Brigonzi era quasi maniacale sull’argomento, perché era sempre stato chiaro nella sua mente che prima o poi qualcuno sarebbe venuto a controllare e non voleva essere colta in fallo. Il meretricio – ma a lei questa parola, come i suoi sinonimi, non piaceva e se qualcuno le avesse propinato una tale definizione avrebbe dovuto sopportare il lato feroce della Brigonzi, che è veramente sconsigliabile – veniva esercitato in maniera così dissimulata che solo uno dall’interno avrebbe potuto far crollare la faccenda e proprio per questo la clientela era setacciata con cura, in aggiunta la Brigonzi era stata tanto abile da coinvolgere qualcuno di quelli che contano, come l’Antonnomi, per citarne uno fra i non pochi, e per garantirsi ulteriormente aveva certi ammanicamenti con soggetti della Forza & Burocrazia veramente poco raccomandabili con uno scambio di informazioni da fare rabbrividire la democrazia dalle fondamenta. È dura la vita, la Brigonzi ne sapeva qualcosa.

Registro IVA

Alle dodici e trenta, appena chiuso il negozio la Wanda aveva suonato l’adunata e in meno di un’ora le mercenarie erano a consiglio nel magazzino dell’esercizio commerciale. La concione della boss fu breve e nessuna pose domande tranne per l’appuntamento per il briefing d’aggiornamento, su cui la Brigonzi non dette tregua: «Questa sera alle sette e mezzo voglio essere messa al corrente di qualcosa di concreto». Non c’era d’altronde molto da chiarire, l’Antonnomi e il Cazzarola li conoscevano tutte in differenti gradi di intimità, molto più l’Antonnomi che il Cazzarola, perché questo era sfuggente come un’anguilla mentre l’altro era molto più propenso alle mollezze del matriarcato, benché fedele al suo maschilismo canonico, e per un verso o per un altro ne avrebbero afferrato le intenzioni più facilmente che per il Cazzarola, ma anche per quest’ultimo esistevano ben pochi nascondigli per lo sguardo ficcante delle Lanze, benché riuscisse sempre a rilanciare la sua riservatezza con espedienti imprevedibili e risorse sconosciute; stava sempre un passo avanti ma prima o poi avrebbe commesso un passo falso e la sua verità sarebbe venuta all’evidenza, forse prima delle Lanze che della Giustizia, ma a questo aspetto nessuno pensava, prima di tutto gli affari con tutta la struttura di sostegno dei medesimi e la rete di connessioni.

Il pomeriggio della Wanda Brigonzi era trascorso apparentemente nel solito trantran ma intimamente in una specie di lucida agitazione, macchinazione di ipotesi, immaginazione di vendette pianificate e attuate, congetture su sospetti sia attuali che di vecchia data ma presenti nel suo risentimento come se fosse stata offesa sul momento, e di offese la Wanda Brigonzi ne aveva sperimentate ma aveva saputo tenere testa al momento giusto e ingoiare il rospo quando occorreva ma sempre nella conoscenza delle cose, nell’opportunità di poter decidere, opportunità che era sempre stata capace di costruirsi instaurando rapporti di delicata connivenza e complicità con relativa condivisione di piccoli segreti, che nella sua lucidità riusciva ad espandere in un’ampia conoscenza dei suoi soggetti. A lei bastava guardare come attraverso un foro la vita di una persona per capire buona parte della sua esistenza, vero è che si doveva impegnare con tutta la sua arte femminile, non esclusa a volte la parte erotica, poi in aggiunta si affidava ad informazioni carpite qua e là apparentemente per caso e si faceva un’idea del tipo che di solito corrispondeva abbastanza alla realtà, quella pratica almeno.

Le sue Lanze, mediamente di una decina d’anni almeno più giovani di lei, se le era allevate alla sua maniera scegliendole con cura fra le varie opportunità che aveva avuto ai suoi esordi, quando faceva lei stessa in prima persona e da sola quello che faceva loro fare ora, e non era stato facile trovare donne per un giro del genere ma un po’ di risentimento alberga spesso in un’anima femminile, quel risentimento che fa fare scelte un po’ ribelli e un po’ per vendetta, e sapendolo prendere dal lato giusto ci si può costruire sopra qualcosa di interessante. Delle sue Lanze facevano formalmente parte anche le due commesse ma più che altro per supplenza, senza una assidua partecipazione, per via della facciata da presentare alla Società nella sua rappresentanza di gente in divisa, benché più di una volta fosse successo che, in considerazione di una riservatezza eccezionale, anche loro si fossero date alla professione extra lavorativa, più che altro rappresentavano però la parte amministrativa della faccenda.

Alle sette e mezzo una dopo l’altra arrivarono al negozio Jadranka, Olga, Simona e Maria, tutte in cognome Rossi tranne Jadranka per cui l’espediente della Wanda Brigonzi non sarebbe stato possibile data la non italianità. Questo era un altro piccolo trucco dei suoi, nomi falsi e un cognome molto comune uguale per tutte, giusto per evitare connessioni e sospetti da parte di eventuali clienti – del negozio ufficiale di vestiario -, e nessuna di loro aveva fatto obiezione, anzi, questo cognome unificante era piaciuto. Le due commesse se le videro sfilare davanti e si fecero l’idea che qualcosa stesse per accadere, la loro femminilità le induceva alla curiosità ma seppero restare nel limite loro concesso da Wanda quando quest’ultima venne da loro seria e disse secco come uno sparo:

– Chiudete il negozio e andate a casa, al resto penso io.

Assemblea

Per dire la verità all’appello serale mancavano Claudia e Norma, sempre in cognome Rossi a rimarcare una sorellanza promiscua, ma l’urgenza induceva a sorvolare sull’appello e poi dopo tutto erano libere mercenarie mica un esercito ufficiale e comunque c’era tempo per vedersele arrivare a dare la loro eventuale cooperazione informativa. Angela e Aurelia, le due commesse i cui nomi erano veri come i contributi INPS, contributi sanitari, imposte fiscali, comunali, rateizzazioni IRPEF che versava per loro a mantenere una facciata di esercizio commerciale, avevano terminato di rimettere a posto alcuni indumenti, avevano chiuso la cassa, avevano gettato un’occhiata a quello strano ritratto della Pirata, che pareva la “donna impudica” in versione cinematografica – più o meno come “la” donna impudica in versione Long John Silver –, rivolto ora nel verso giusto a mostrare una ragazza agguerrita con una benda sull’occhio e un coltello in mano, segno che le Lanzichenecche erano in assemblea, in pericolosa assemblea. Loro non erano state convocate e quindi se n’erano andate e spente le luci della bottega le Lanze e la loro ducessa si erano acquartierate nel retro del negozio, la Brigonzi saltò eventuali preliminari, che in circostanze abituali avrebbero avuto per oggetto nuovi capi in arrivo, griffe in occasione, pettinature, serate con “clienti”, ecc. e facendo una panoramica visuale ad incontrare lo sguardo di tutte le presenti chiese:

– Che novità avete da riferire?

Le ragazze si guardarono in faccia, come a decidere chi avrebbe dovuto parlare per prima e la cosa piacque alla Brigonzi, perché era sintomo che qualcosa da mettere in chiaro c’era. Simona guardò le sue colleghe e poi prese la parola.

Chinese mask

– Pare che il Cazzarola, che nel giro qualcuno chiama il Cinese, abbia organizzato qualcosa per entrare in contatto con una tipa, si vocifera di una bella ragazza, l’ho saputo da un’amica che questa notte era ad una festa dove era presente uno dei suoi scagnozzi, che ora se la fa con questa mia amica, poi lui se n’è dovuto andare all’improvviso dopo avere ricevuto una telefonata. Nessuno conosce il nome di questa ragazza ma pare che il Walter gli stia ronzando intorno e stia cercando di agganciarla con tutti i mezzi.

– È ancora poco – disse meditabonda la Brigonzi.

Ragazza

– Beh, allora il quadretto possiamo tentare di metterlo in chiaro – disse Maria attirando l’attenzione della Brigonzi –. Oggi pomeriggio l’Antonnomi si è presentato dal Vanzi, lo conoscete il Vanzi no? Beh si è presentato in compagnia di uno sconosciuto a cui ha presentato una ragazza che era stata accompagnata lì dall’Ada. Ve la ricordate l’Ada?

– E chi se la scorda – interruppe Olga –, una sera s’è presentata da un cliente vestita come la donna di Roger Rabbit®, con tutte le sue curve abbondanti ben fasciate da un vestito lungo… a momenti lo spaventava…

Risatine generali, poi la Brigonzi richiamò l’attenzione generale sull’argomento principale.

– Questo chi te l’ha detto?

– La factotum del Vanzi, perché lui disegna i suoi bei vestitini ma senza l’ausilio della Jolanda non realizzerebbe una beata mazza, è lei che trasforma i suoi bozzetti in qualcosa di concreto che …

– Taglia corto – interruppe la Brigonzi – che cosa ti ha detto ancora?

– Che l’Ada l’aveva accompagnata lì dietro ordine dell’Antonnomi.

– Sempre la bella tösa… – precisò la Brigonzi con una connotazione interrogativa guardando Simona in attesa di una conferma che non venne.

– Cosa intendi? – chiese Olga.

– Insomma, questa misteriosa bella topa – precisò la Brigonzi.

Topa (?)

– Pare di sì, pare che l’Antonnomi se la sia presa sotto la sua protezione…

– Sì… nella posizione del frate – ironizzò Jadranka.

Risate generali, la Brigonzi dovette richiamare all’ordine.

– Se cominciamo a sparare ******* non si capisce un tubo. Dunque, riassumendo, il Cazzarola sta dietro a una bella tösa, fino a ieri sera, poi oggi pomeriggio questa misteriosa topolona compare in compagnia dell’Antonnomi, manca il nesso, che cosa stanno combinando questi due?

– Uno scambio di favori? – suggerì Simona.

– Sai che novità, quelli sono sempre intenti a scambiarsi favori, una mano lava l’altra e ci puoi scommettere che se li osservi bene gli sbucano di fianco altre due o tre paia di mani, quelli sono tentacolari come un polipo. Dunque c’è ‘sta bella ragazza, c’è il Cazzarola e c’è l’Antonnomi, e poi? Perché con questo siamo al punto di partenza.

– Forse c’è qualcosa che dovevo dirti già ieri sera – disse Olga guardando la Brigonzi con un atteggiamento sottomesso.

– Fuori il rospo – tagliò corto la maitresse.

Rospo (?)

– Quel cliente di ieri sera… quell’avvocato lì, come si chiama, coso…

– Sì, coso può bastare – ironizzò nuovamente Jadranka – tanto tirano fuori solo il coso…

L’atmosfera si fece di nuovo ridanciana, la Brigonzi richiamò nuovamente all’ordine.

– Sì, occhèi, l’avvocato Coso, cosa ti ha detto l’avvocato Coso? – insistette la Brigonzi.

– Lui aveva visto l’Antonnomi bazzicare il negozio e si è fatto certe idee… beh, pare che l’Antonnomi sia dentro ad un giro di intercettazioni, di indagini su non si sa bene cosa però il suo nome è saltato fuori da qualche parte e c’è un giudice che ha in mano la faccenda e pare uno disposto a tirare dritto su qualunque cosa gli capiti a tiro.

– Ah, un uomo tutto d’un pezzo – ironizzò la Brigonzi – e come si chiama questo eroe della Giustizia?

– Dott. Gridero – disse Olga a mezza voce quasi dispiaciuta ma più che altro rammaricata per i maltrattamenti verbali che la Brigonzi stava mettendo in pratica su tutte loro.

– E che idee s’è fatto l’avvocato Coso?

– Questo non me lo ha detto ma mi è parso che ne fosse un po’ contento.

– Di cosa?

– Del fatto che l’Antonnomi potrebbe incappare in qualcosa di spiacevole.

– Questo non dice nulla riguardo a ciò che mi interessa. Manca ancora il nesso, manca il motivo per cui l’Antonnomi e il Cazzarola dovrebbero trescare qualcosa di comunella, qualcosa per cui un giudice dovrebbe interessarsi a loro.

– Beh, riguardo al Cinese non c’è da farsi meraviglia, con quello che si sente dire sul suo conto… – suggerì Simona.

– Ma non capite che tramite loro possono arrivare al nostro bel giro di affari? Sapete quanta brava gente c’è qui a Milano che ci vedrebbe volentieri sbattute in prima pagina e poi in galera?

– Ma nessuno sa nulla – disse Olga ingenuamente.

– Oh, per sapere certuni sanno, ma non hanno prove, e forse a molti di loro torna comodo così e dobbiamo fare in modo che la cosa continui a tornare loro comoda per i più disparati motivi ma questi motivi non ci devono essere sconosciuti. Lo capite che tutto si regge sul famoso io so che tu sai che io so? Dobbiamo scoprire a tutti i costi che cosa hanno tramato l’Antonnomi e il Cazzarola.

Jadranka prese la parola.

– Capirlo alla lettera sarà difficile ma oggi pomeriggio ho saputo da un pappa che il Cazzarola questa notte ha disturbato un certo suo collega, un tale che chiamano il Giangi, tramite un altro pappa di cui non conosco il nome ma se mi date un giorno di tempo penso di venirlo a sapere…

– Sì, va bene, abbiamo capito che conosci molte personcine per bene, quindi? – Tagliò corto la Brigonzi.

– Quindi il Cazzarola di certo stava cercando quella bella tösa che a quanto pare si è andata a rintanare in un posto che non può raggiungere…

– E ha chiesto aiuto all’Antonnomi…

– E la Madama li ha intercettati…

– Ehi, un momento, ma allora l’avvocato Coso – risatine generali – Zitte sceme! L’avvocato Coso come faceva a saperlo in anticipo? – disse cupa la Brigonzi.

Le ragazze si guardarono in faccia, preoccupate forse è una definizione che non si attagliava al loro stato d’animo ma qualcosa di serio lo pensarono un po’ tutte. Era ovvio a questo punto che la questione non era più soltanto fra l’Antonnomi e il Cazzarola, era ovvio che c’era del movimento in atto da parte della polizia o chi per loro e la cosa le coinvolgeva. Per qualche minuto nessuna parlò, la Brigonzi parve estraniarsi completamente lasciando che un poco alla volta il silenzio si trasformasse in un crescente mormorio delle ragazze fino a trasformarsi in un cicaleccio generale in cui non si capiva chi stesse parlando né per dire cosa, quindi, con tutta l’autorità conferitale strillò un:

– Silenzio!

E il silenzio fu immediato, gli occhi delle ragazze erano tutti fissi su di lei.

– Qualunque baggianata abbiano combinato quei due ci hanno tirato addosso le attenzioni della polizia. Non mi frega chi possa esser questa misteriosa topolona ma ci hanno tirato in ballo e dobbiamo sapere fino a che punto. Inoltre dobbiamo starcene buone e tranquille per un po’, sospendiamo tutti gli appuntamenti per almeno una decina di giorni…

Qualche mormorio di disapprovazione ma non troppo convinto.

– Zitte! Ora dobbiamo lavorare per la nostra salvezza, dobbiamo scoprire tutto ciò che possiamo e cercare tutti gli alleati che conosciamo, per cui ciascuna di voi faccia la sua parte…

– Che cosa intendi dire?

– Intendo dire che, sospesi gli appuntamenti ufficiali, cercherete di incontrarvi casualmente con quelli dei nostri comuni clienti che pensate possano farvi avere delle informazioni, dovrete mettere a profitto le vostre amicizie e conoscenze e domani alle dodici e trenta di nuovo qui. Inoltre…

La Brigonzi guardò un di loro con un cipiglio particolare.

– Tu devi scoprire tutto quello che puoi su quello che si è presentato in compagnia dell’Antonnomi all’atelier del Vanzi. Non dobbiamo lasciare nulla di impreciso nelle nostre conoscenze.

Prossimamente il trentaduesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (30)

romanzo a puntate (30)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXX°

(30)

Milano

Venerdì, 20 Luglio 2001

Per Mina la giornata era stata densa di avvenimenti, perfino in confronto al periodo cinese della sua adolescenza, non aveva avuto un attimo di sosta, s’era in buona parte anche divertita, detratti gli aspetti amministrativi nella città di Monza, però ora desiderava un momento di quiete tutto per sé e il miglior rifugio per uno stacco generale era la casa dei suoi genitori, dove effettivamente abitava ma che cercava di evitare ogni volta che aveva la possibilità di starne fuori. La compagnia di Guenda le piaceva e ogni volta che si incontravano trovava con lei sempre nuovi stimoli per nuove esperienze però ogni tanto sentiva il desiderio di un ritorno all’ovile, alla normalità domestica della sua infanzia, non per nostalgia o per un esagerato amore filiale, quanto per un banale senso di stanchezza, per lei l’amore parentale era scontato come l’aria che si respira, sì, voleva bene ai suoi e tutto il resto ma erano sempre così assillanti, specie suo padre, con le sue preoccupazioni esagerate che dalla fine ufficiale delle sue vicende col Cazzarola avevano preso un aspetto di semi inquisizione nei riguardi della sua esistenza. Non che la pedinassero o cose del genere ma le davano la sensazione di averle costruito attorno una realtà ovattata nella quale lei avrebbe dovuto adagiarsi docile docile e sentirsi anche felice, quando invece a lei pareva di sentirsi felice nelle proiezioni dell’immediato futuro della sua esistenza, dei programmi che faceva con i suoi coetanei, delle cose che combinava con le sue amiche, ecc.

Dopo avere lasciato l’atelier del Vanzi ed essere andata a zonzo per un po’ con Guenda sentì di avere dato fondo momentaneamente alle novità da condividere con l’amica e si fece accompagnare a casa, con il presupposto di vedersi nella serata se non avesse avuto impegni importanti, dove, sulla parola “importanti” Guenda ironizzò non poco sulla possibilità di una telefonata da parte dell’Antonnomi a cui Mina rispose con un «Chissà…» lasciando in sospeso il programma della sera.

I genitori di Mina non erano ricchi, né lo erano mai stati e, a meno di una vincita alla lotteria non lo sarebbero neanche diventati, vivevano in quella che solitamente si definisce la classe media, con quella solita classificazione da telegiornale o da sociologo–economista che non identifica alcuna persona ma propone dei cliché senza confini precisi in cui i cittadini in qualche modo si vanno a collocare da sé davanti all’obbligo apparente di dover appartenere forzatamente ad una classe, quasi che l’anarchia fosse dietro l’angolo a minacciare chiunque non fosse andato ad ingrossare le fila di una classe qualunque.

Il padre di Mina era dipendente di una grossa azienda produttrice di componenti elettromeccanici e ricopriva una funzione di rilievo, con uno stipendio adeguato e qualche puntata all’estero per affari, aggiornamenti, seminari, fiere ed esposizioni, solo in Europa comunque; la madre era stata una insegnante di liceo che aveva colto al volo l’occasione di ritirarsi in pensione non appena le si era presentata l’opportunità, facendo convenientemente i conti con gli introiti del coniuge tutt’ora in servizio e apparentemente appassionato della sua professione; gran lavoratore, lo definiva la consorte, come se stesse citando un titolo nobiliare: Gran Lavoratore. Quale rapporto di affetto, amore, o sentimenti assimilabili intercorressero fra i due era affare che Mina non aveva mai indagato, erano i suoi genitori punto e basta, rispettava i compleanni, le feste natalizie, eventuali anniversari con scambio di regali come fanno un po’ tutti; con sua madre aveva un rapporto più stretto che con suo padre, cosa dettata più che altro dal fatto che le donne hanno sempre cose femminili di cui parlare o cose maschili che devono sviscerare in maniera femminile, non era l’intima confidenza ma di certo contava un po’ di più sul supporto di sua madre mentre al padre restava la parte finanziaria, non di minore importanza ma solitamente è quella che viene turlupinata un po’ più di frequente, e non solo negli ambiti familiari.

Quando entrò i suoi erano tutti e due presenti e sempre in conseguenza di quell’atmosfera ovattata che tentavano di erigerle intorno le si fecero incontro in coppia, la madre che proveniva dal corridoio che conduceva alle camere da letto e il padre dal salotto, dove si udiva la televisione accesa. Le si fecero incontro come se fosse un alpino di ritorno dalla campagna di Russia, quando era assente dal giorno precedente e una notte fuori casa non era una novità nei suoi comportamenti abituali, ma le sue esperienze adolescenziali avevano lasciato il segno nel rapporto fra di loro e la preoccupazione di entrambi al suo riguardo era sempre lievemente al di sopra del normale. Mina ormai accettava questo fatto e anzi, un po’ ci marciava, perché le consentiva qualcosina in più, per esempio maggiori attenzioni nell’ambito casalingo, una certa accondiscendenza per certi suoi atteggiamenti che non avrebbero altrimenti approvato ma che per quieto vivere si erano adeguati a ritenere non eccessivamente pericolosi per la sua esistenza e poi perché no, anche un po’ di denaro in più a disposizione, non a palate, ché non erano nell’abbondanza ma quel tanto che bastava a fare dello shopping decente di quando in quando.

– Ciao papà – bacino sulla guancia.

– Ciao mamma – bacino sulla guancia.

– Dove hai passato la notte? – chiese sua madre sotto lo sguardo interrogativo e curioso del padre, che avrebbe fatto la stessa domanda ma che lasciava alla consorte l’incombenza perché aveva capito che posta da lei sarebbe stata possibile una risposta decente.

– Da un’amica. Mi ha cercato qualcuno?

– No. – Rispose sua madre. – Sei stanca? Vuoi mangiare qualcosa?

– Adesso non ho fame ed è presto per cenare. Mi farò una doccia, mi cambio e poi ne parliamo.

– Come vuoi – rispose sua madre.

Suo padre, che era abituato ad essere escluso dalle chiacchiere fra di loro non disse nulla e tornò a sedersi in poltrona a guardare la TV, poi nel caso avrebbe chiesto aggiornamenti alla consorte.

TV

Mina scomparve in camera sua, non aveva alcuna fretta, non aveva fame, non aveva alcun desiderio, voleva solo un momento di calma tutto per sé. Si tolse i vestiti e si sdraiò nel letto guardandosi intorno riconoscendo l’ambiente familiare. Senza rendersene conto si trovò a confrontare la camera dell’appartamento in cui viveva Fernanda, quegli arredi scompagnati e la luce ottusa del lampadario con la sua camera bella, pulita, confortevole, con tutti gli accessori e i mobili scelti da lei anni addietro in compagnia di sua madre e sotto la sua guida, gli scaffali con i libri, lo stereo, l’armadio pieno delle sue cose e di nessun altro, gli sci in un angolo, perché non voleva lasciarli in garage o peggio ancora in cantina; una cosa un po’ maschile questa ma lo sci rappresentava una passione per lei e le vacanze invernali sulle Alpi, così vicine a Milano, erano un’occasione di divertimento a cui non aveva mai saputo rinunciare. Nei fine settimana invernali saliva in macchina con i suoi amici per andare a passare due giorni di svago, quando era bambina ce la portavano i suoi genitori ed era una festa per lei; suo padre che guidava e chiacchierava con sua madre e lei da sola sui sedili posteriori a fantasticare sulla bella vacanza che stava andando a trascorrere.

Il parallelo con la storia di Fernanda fu quasi inevitabile, la brutta vicenda l’aveva colpita e si sentiva come un superstite che sta guardando il luogo del disastro da cui è scampato. Quali guasti fossero intercorsi nelle vicende della Fernanda era una questione troppo difficile da comprendere e nemmeno Fernanda forse avrebbe potuto descriverglieli. Di certo non c’era stato rispetto, di certo molto più di quello che può definirsi screzio era successo nei suoi rapporti esistenziali, al punto da costringerla in una vita al limite.

Servizi Sociali

Cercò di scacciare quella brutta storia, fissò il soffitto cercando di svuotarsi la mente ma di cose ne erano capitate in quella giornata. Si sentì quasi in colpa per essere piombata nell’esistenza di quella ragazza e averle causato il dispiacere di vedersi arrivare in casa la Polizia Municipale, l’espressione desolata e di dolore che aveva fatto Fernanda quando si era resa conto della sua impotenza nei confronti di tutto quel dispiego di controllo. Ci fu un vuoto nel suo rammemorare, una pausa di attenzione in cui la buona sensazione di essere nella sua stanza in casa sua fu presto sostituita da quel pomeriggio in compagnia dell’Antonnomi, a cui in quel letto aveva sussurrato il suo nome di battesimo ma che lei preferiva continuare a pensarlo come “l’Antonnomi”, perché sapeva che nulla oltre al rapporto fisico avrebbe potuto esistere fra di loro e questo era chiaro per tutti e due.

Si accarezzò il ventre fissando il soffitto in maniera quasi sognante, la cosa le era piaciuta, non tanto per il sesso che aveva fatto con lui, perché nei tempi trascorsi col Cazzarola aveva conosciuto di meglio, quanto per la sicurezza che la sua presenza le infondeva, la sua calma, la sua astuzia e intelligenza (il bel trucchetto che avevano fatto ai danni di quel curiosone nell’atelier del Vanzi, che forte…), le belle maniere e la disponibilità di mezzi. Però in un certo qual modo le rammentava il Cinese, non avrebbe saputo dire come, né perché, ma qualcosa avevano in comune, poi si persuase che stava fantasticando troppo, stava esagerando. Si alzò per andare a farsi una doccia e notò sul cassettone la foto di Germano con lei, loro soli in un luogo vicino a Milano, un giorno che si erano concessi una scarrozzata fuori Milano senza una meta e senza uno scopo, e s’erano divertiti, di un divertimento gioioso e felice, e lei ricordò di essersi sentita come se stesse vedendo il mondo per la prima volta attraverso le maniere ingenue del suo coetaneo, come se dopo le subdole astuzie del Cazzarola Walter e le sue perversioni fosse pervenuta a qualcosa di sincero che non aveva mai sperimentato prima, come se una parte della sua adolescenza le venisse restituita. Distolse lo sguardo e si sentì diversa verso sé stessa, si infilò le pantofole e andò in bagno.

Una strana sensazione cominciò a farsi strada nel suo stato d’animo, la quasi felicità del momento precedente stava lasciando spazio a qualcosa di indefinibile che non prometteva nulla di buono, non che si sentisse spaventata da questi sentimenti perché ne aveva sperimentati di peggiori ma sentiva crescere il disagio di qualcosa che desiderava non avere fatto ma era tutto così confuso, contorto e avvinghiato fra la sua esistenza e quella degli altri che per un istante ebbe la sensazione di cadere in una specie di vortice, tutto le parve così indefinito e instabile, così distorto da connessioni con eventi e persone che ebbe quasi il terrore di non riuscire più a mettere insieme i pezzi della sua esistenza, come se ci fosse una discrepanza insanabile fra la sua vita interiore e la realtà delle cose, una scansione che rendeva fosco e complicato ogni singolo fatto della sua vita.

Si accorse di avere terminato di fare la doccia e di essere nuovamente in camera sua come se avesse attraversato un buco temporale, cercò di ricordarsi ciò che aveva fatto nella stanza da bagno ma tutto ciò che le tornava alla mente erano situazioni già vissute e già viste di giorni precedenti, quella sensazione negativa che le era sorta improvvisa pochi minuti prima non l’aveva abbandonata e non sapeva come liberarsene, si distese nel letto per cercare quelle belle impressioni che aveva provato, prima che un nuovo e negativo stato d’animo prendesse possesso del suo presente ma nulla cambiò. Si vestì lentamente osservando i suoi gesti nel tentativo di distrarsi, rassettò la sua stanza e si diresse in cucina, dove aveva sentito trafficare sua madre.

Suo padre stava ancora guardando la TV e non si accorse di lei. In cucina si accoccolò su di una sedia, con una gamba sotto la coscia dell’altra, come soleva fare a volte da bambina, sua madre notò la cosa ma si astenne dal fare commenti, di certo avrebbe tirato fuori vecchie memorie di quando era bambina e la cosa sarebbe risultata noiosa. Mina appoggiò un gomito sulla tavola e sopra alla mano vi appollaiò la sua faccia, senza dire nulla. Sua madre non si trattenne:

– Beh? Cosa succede?

– Niente. – rispose Mina annoiata.

– È un po’ che Germano non si fa vedere, cosa fa di bello?

– Uffa, cosa ne so io di cosa sta facendo Germano…

– Dicevo tanto per fare conversazione.

– Sarà andato a Genova con i suoi compagni, è da un po’ che ne parlava.

– Alla protesta contro il G8 dici? Lo sai che è morto un ragazzo?

– Come?

– Durante gli scontri con le forze dell’ordine.

– Di certo non è lui, sa stare alla larga dai guai. Hanno detto il nome?

– Carlo…

Mina non disse nulla. La conversazione cadde. L’argomento era troppo vasto e inaffrontabile, si può capire solo ciò che si può conoscere, che di solito è molto poco e perennemente assediato dalla realtà. Sua madre continuava a trafficare con le cibarie e gli arnesi di cucina, poi, come distrattamente le chiese:

– State ancora insieme?

– Chi? – rispose Mina come se la domanda riguardasse qualcun altro.

– Tu e Germano naturalmente.

– Cosa vuol dire se stiamo ancora insieme? Parli come se fosse una cosa da certificare all’anagrafe.

– Beh, non intendevo fino a questo punto ma mi sembrava che fra di voi ci fosse qualcosa di speciale.

Mina sbuffò e poi guardò sua madre, che distoglieva di quando in quando lo sguardo dalle sue faccende per osservarla.

– Può anche darsi che se c’era qualcosa sia già finita.

– Non mi pareva così l’altro ieri quando ha telefonato, mi sembrava il suo atteggiamento di sempre.

– E se avessi deciso io di mollarlo?

– E per quale motivo, lui stravede per te.

– Lui è così onesto, così ingenuo, così «bravo ragazzo»… insomma è una palla…

– Anche se va a protestare al G8?

– E cosa c’entra questo, protestare è un diritto e se a lui piace che ci vada. La faccenda non sta in questi termini.

– Ah… quindi qualcosa c’è che non va.

– Non credo che potrei vedermi di fianco a lui per molto tempo.

– Che cosa è successo? Perché è evidente che è successo qualcosa.

– E se lo avessi tradito?

– Tutto qui?

– Perché, non è importante?

– È importante solo se lui se ne accorge, altrimenti non ha alcuna importanza.

TV

Mina si voltò a guardare suo padre, in poltrona davanti alla televisione, anche sua madre lo guardò, poi guardò Mina che a sua volta le chiese:

– Tu hai mai tradito papà?

– Queste domande non si fanno ai genitori.

– Insomma tu pensi che la questione consiste solo nel fatto di esser scoperti.

– Tu ti fai degli scrupoli che non esistono, il mondo va avanti così da sempre.

– Mi pare di capire che anche tu… – e Mina si voltò a guardare il padre impoltronito.

Sua madre non disse nulla ma assunse un’espressione furbetta e maliziosa, sempre continuando a trafficare con le cibarie e gli arnesi da cucina. Mina si voltò di nuovo a guardare il genitore in salotto e poi si avvicinò a sua madre per quanto poteva restando seduta in quella posizione sulla sedia, poi le sussurrò:

– E con chi?

– Il “rag.” che sta al primo piano – disse sua madre a bassa voce sbirciando il coniuge.

– Chi? Il “ragioniere”? Quel bruttone del primo piano che pare senza collo?

– Si ma devi vedere che arnese che ha, e come lo sa usare…

– Mamma… – disse Mina, e si tappò la bocca con entrambe le mani per reprimere una risata. – E quando sarebbe successo?

– Oh, un sacco di volte, e la cosa va avanti, anche se ho già cinquantacinque anni. A lui – e fece un ceno verso il genitore/consorte – sembra che certe cose non interessino più.

TV

– Forse dipende da te.

– No, lui è tutto dentro al suo lavoro, dentro alle partite di calcio e dentro alla televisione, e a me chi ci pensa?

– Ma il bruttone è sposato se non sbaglio.

– Però la donna lavora e anche quando lavoravo io, siccome avevo degli orari convenienti capitava spesso che ci facessimo un incontro clandestino senza uscire dal condomino.

– E nessuno se n’è mai accorto.

– Abbiamo preso delle precauzioni, che se non devi uscire dall’edifico non sono neanche difficili da mettere in pratica, e la cosa va avanti… – ripeté la madre.

– Ho capito che va avanti ma lui – e Mina fece un cenno verso il padre, che pareva sull’orlo di appisolarsi in attesa della cena – non se n’è mai accorto?

– Ma di cosa vuoi che si accorga, guardalo…

Entrambe le donne si voltarono verso il padre/marito, che aveva reclinato il capo in un inequivocabile segno di abbiocco. Si guardarono in faccia e trattennero entrambe una risata.

– Una volta che sua moglie era in casa lo abbiamo fatto in garage, sui sedili della sua macchina.

Mina era sorpresa e stupita, e lontanamente, molto lontanamente, in un angolo del suo cervello anche un po’ scandalizzata ma la connivenza e la condivisione di questo segreto famigliare l’aveva intrigata, cercava di figurarsi il tipo del primo piano, questo rag., che le pareva davvero ripugnante, poi una domanda di sua madre la sorprese:

– Ne è valsa la pena?

– A cosa alludi?

– Lo hai tradito con qualcuno che ti piace?

– Se mi piace non lo so, però se alludi al fatto, beh… ne è valsa la pena.

– Allora non stare a pensarci su più di tanto, gli uomini sono tutti dei ******** e noi ci arrangiamo.

Mina si alzò in piedi, si stiracchiò le braccia e fece un giretto in cucina, guardando fuori dalla finestra, le parve che la vita avesse ripreso il suo solito colore, si voltò verso sua madre e le chiese:

– Cosa si mangia stasera?

– Non lo vedi? Sto preparando uno spezzatino.

– Non è un po’ caldo per un piatto del genere?

– Mah, direi che è un piatto per ogni stagione e poi a tuo padre piace, se lo mangerebbe anche con il caffelatte.

Mina sorrise, sbirciò nuovamente il padre appisolato immaginandosi la madre intenta a svicolare furtivamente dalla porta di casa per scendere di qualche piano ad incontrare il “rag.“, che lei, in virtù della tozza conformazione fisica aveva immaginato intimamente in una tauromachia mitologico-fantastica, figurandoselo come una specie di Minotauro arrapato all’inseguimento di sua madre Arianna, e il padre Teseo, telecomando in mano addormentato davanti alla tele. Cercò di figurarsi sua madre a letto con quel tipo ma non ci fu verso, le parevano due persone inconciliabili; le venne il dubbio che sua madre le avesse raccontato una frottola ma cancellò immediatamente il sospetto, non le aveva mai detto cose non vere, inesatte forse ma completamente non vere non se lo ricordava, di certo non avevano mai tenuto un gran dialogo, lei tendeva a scansare la compagnia dei suoi genitori almeno da quando aveva avuto la possibilità di uscire da sola la sera, cosa che era successa abbastanza presto, verso i quattordici anni se non prima, e si era sentita subito sganciata dal meccanismo parentale. Ritornò in camera sua con l’intenzione di agghindarsi un po’ o ficcanasare in internet, verificare la posta elettronica, ascoltare un po’ di musica, insomma, il buonumore le era tornato e le parve che non fosse neanche mai andato via.

Watts George Frederic – Labirinto dei pensieri

Dopo poco che era entrata in camera sua sentì suonare il telefono e la voce di sua madre rispondere qualcosa di incomprensibile, quindi chiamare il suo nome ad alta voce:

– È per te… vieni a rispondere.

Mina uscì dalla sua stanza immediatamente e raggiunse il telefono in cucina, sua madre disse:

– È Guendalina… una gran brava ragazza quella!

– Lo so mamma.

E prese il telefono per parlare con l’amica che aveva lasciato poco prima.

– Ma perché non ti ha chiamato sul cellulare?

– Perché l’ho spento e non ho voglia di accenderlo per un po’.

La madre scosse il capo continuò le sue faccende.

Al telefono Guenda le chiese come mai tenesse spento il cellulare e lei rispose che voleva farsi desiderare, e poi non aveva nulla di nuovo da comunicare a nessuno.

– Serata nostra allora? – rise Guenda all’apparecchio.

Prossimamente il trentunesimo capitolo